Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo
Posted: 11/03/2008, 16:27
by hell_en
multi, questo dovrebbe andare bene per i tuoi pupi: sentimenti edificanti, buone azioni, amore di babbo: quasi come "piccoli uomini"....e vista la lunghezza, dovrebbe bastarti per parecchio! :lol2:
Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo
Posted: 11/03/2008, 16:37
by multiple
Intanto l'ho stampato: stasera lo leggo e domani vi faccio sapere se lo usero' con i pupetti :D
Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo
Posted: 11/03/2008, 17:35
by Angyair
Al prossimo mi aspetto Alvin Santisky in un'avventura con i Teletubbies......:paper:
Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo
Posted: 12/03/2008, 11:00
by Alvise
mi fa piacere che ti sia piaciuto multi. In fin dei conti era per te.
ps. l'obbiettivo sarebbe quello di rendere Alvin umano e quindi mostrare le varie sfacettature del suo carattere. logico che con suo figlio sia sottilmente diverso da come si comporta con gli altri. e poi anche a me piace variare un po' i temi. :lol2:
Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo
Posted: 24/03/2008, 11:36
by Alvise
[align=center]RICHARD PARKER[/align]
Troppe persone hanno fatto strane battute sulla mia forma fisica ultimamente. Così stamattina mi sono guardato allo specchio con maggiore attenzione del solito, e, purtroppo, ho dovuto dare ragione a chi, con sottile umorismo, mi aveva definito un panzone obeso. I tonici addominali di quando giocavo avevano lasciato il posto a un flaccido ammasso di ciccia assolutamente inguardabile. Il passo successivo è stato quello di salire sulla bilancia elettronica per controllare il mio peso. Pur avendo il pudore di non rivelare il numero apparso sul display, ammetto di essere risultato leggermente sovrappeso, quintale più quintale meno.
Sono tornato allo specchio e ho stretto il grasso sui miei fianchi. Come era possibile che mi fossi ridotto in quelle condizioni? Ero un atleta, dopotutto.
Pensandoci meglio: molti anni prima ero stato un atleta.
Tra alcol, cibo spazzatura e il mio adorato divano, posizionato davanti al mio altrettanto adorato televisore a cristalli liquidi ad alta definizione da settanta pollici, di motivi per essermi sformato in quel modo ne potevo individuare fin troppi. Dovevo darmi una regolata se non volevo trasformarmi in un enorme cannolo di grasso imbevuto d'alcol.
Il problema però era: come rimettersi in forma?
Avrei potuto rivolgermi al mio vecchio personal trainer, ma il pensiero di finire nuovamente sotto le mani di Richard mi ha spinto a riconsiderare il tutto. Forse non ero così fuori forma, dopotutto. Un po’ di ginnastica, una riduzione dei tacos, degli hamburger e, con enorme volontà, una riduzione delle birre avrebbero dovuto tranquillamente sistemare tutto. Non serviva ricorrere a Richard. Potevo farcela tranquillamente da solo.
Come disse il mio vecchio allenatore dell’high school, la stupidità è la figlia troia dell’orgoglio. E io sono molto orgoglioso.
Per questo, dopo secoli, sono tornato nella stanza dei pesi che ho in casa. Fatto qualche esercizio di riscaldamento, ben attento a non utilizzare o sforzare il ginocchio, ho deciso di testarmi con qualche flessione.
Alla prima ho scoperto che per staccare la mia pancia dal pavimento dovevo tendere le braccia quasi completamente. Alla seconda ho ridacchiato perché non era poi così dura. Alla terza ho smesso di ridacchiare. Alla quarta mi sono maledetto per aver ridacchiato. Alla quinta sono entrato in apnea. Alla sesta ho sentito gli addominali e i pettorali vibrare per lo sforzo. Dalla settima alla nona, sono stato preda di visioni religiose e finalmente alla decima sono crollato a terra.
Per mia fortuna la pancia ha attutito l'impatto.
Sono rimasto lì sul pavimento per qualche minuto, facendo i complimenti alla donna di servizio per come aveva pulito. Per quanto sbuffassi come un mantice, non si solleva un granello di polvere.
Avevo sbagliato tutto. Non dovevo iniziare subito con le flessioni. Meglio riattivare la muscolatura in maniera graduale. Mi son tirato su e mi sono diretto alla panca con un paio di manubri non troppo pesanti. Già meglio e filavo come un treno. Di norma si dovrebbero eseguire gli esercizi lentamente, controllando bene il respiro. Lo so bene, con tutti quelli che ho effettuato negli anni; eppure in quel momento, preso dalla smania di avere subito risultati, mi sono dimenticato di quella regola fondamentale, allenandomi in fretta e furia. Senza nemmeno riposarmi, dopo i manubri, sono passato alla macchina per i muscoli della schiena e anche qui, partendo da un peso sensibilmente inferiore a quando giocavo, ho seguito veloci ripetizioni. Quindi, mi sono dedicato al buon vecchio bilanciere. Logicamente dopo appena sette alzate mi sono ritrovato improvvisamente prosciugato di ogni energia. Solo con una certa dose di fortuna sono riuscito a mettere il bilanciare sulle staffe prima che mi crollasse sullo sterno. Tra una boccata d’ossigeno e l’altra ho guardato l'orologio e con stupore mi sono accorto che mi stavo allenando da appena mezzora.
Ho cercato di controllare il mio respiro, aumentando la profondità delle inspirazioni e il tempo delle espirazioni. Nulla da fare. È rimasto breve e veloce per un altro paio di minuti buoni.
Ero schifosamente fuori forma.
La sera, durante il programma televisivo, sentivo i muscoli irrigidirsi sotto l’azione dell’acido lattico. Di conseguenza ho passato l’intera trasmissione senza muovere un muscolo che non fosse necessario. A vedermi da casa sarò parso impettito, quasi professionale, ben lontano dal gesticolatore folle che sono abitualmente. All'accensione della luce del fuori onda mi son visto costretto a ripensare a Richard. Forse, e ribadisco il forse, sarebbe stato opportuno, magari, fargli solo uno squillo al telefono. Mica dovevo incontrarlo per forza. Una telefonatina, quattro chiacchiere per nulla impegnative e avrei avuto tutte le dritte necessarie. Era la soluzione migliore. L’avrei chiamato la mattina dopo, appena svegliato.
Al mio risveglio decisi che volevo vedere solo due persone al mondo. Una era un qualsiasi essere umano che mi portasse la colazione a letto e un paio di aspirine, perché io di alzarmi non ne avevo la benché minima intenzione. E anche se ne avessi avuto l’intenzione, sarebbe cambiato poco. Non ne ero in grado. Tutti i miei muscoli avevano deciso di andare in tilt. Se smettete di allenarvi, potete essere il più grande atleta di tutti i tempi, ma il vostro fisico andrà progressivamente perdendo la sua vitalità e la sua energia. E se alla mancanza di allenamento aggiungete una dieta sregolatamente alcolica beh, non stupitevi, se dopo uno sforzo fuori dal normale, vi ritroverete bloccati a letto a telefonare al peggior sadico del pianeta chiedendogli aiuto. Già, perché la seconda persona che volevo assolutamente vedere era Richard. E il mio caro, vecchio compagno di camera al college, oltre a essere il miglior personal trainer che io abbia mai conosciuto, è un bastardo insopportabile da hall of fame.
A incontrarlo non solo non gli dareste due centesimi, ma avreste pure la tentazione di farvi pagare da lui per aver solo sopportato la sua presenza. È alto come un fusto di birra e largo quanto due e i suoi denti erano storti quanto uno sbronzo a capodanno. Al suo confronto Danny de Vito sembra un modello di Calvin Klein, tanto per intenderci. Insomma, come si presenta è il peggio del peggio. Soprattutto, se si considera il fatto che dovrebbe essere lui a rimettervi in forma. Eppure è un genio. Sceglie sempre i piani di lavoro più idonei agli scopi dei suoi clienti, combinando dieta e attività fisica al meglio delle possibilità delle persone. Sotto le sue tutt’altro che amorevoli cure, ho visto dimagrire balenottere di Beverly Hills per le quali il concetto di attività fisica coincideva con il gesto di consegnare la carta di credito al commesso, al momento di acquistare dei teloni copriauto, abilmente venduti come vestiti d’alta moda. Era partito come consulente atletico per una squadra di football per arrivare dopo qualche anno ad aprire una clinica tutta sua in up-town a Los Angeles. La struttura occupa gli ultimi piani di un bel grattacielo in vetro e acciaio di cui lui si è riservato l’attico.
Per quanto il nome della clinica campeggi in enormi cartelloni pubblicitari disseminati un po’ dappertutto, nessuno potrebbe riconoscerlo, salvo pochi eletti, o meglio sfortunati. Sui famosi cartelloni pubblicitari, infatti, non c’è il suo nome e neppure la sua faccia, ma quella molto più accattivante di suo cognato, un attore fallito, ma con i denti a posto e l’aria molto atletica. Richard, per quanto stronzo e insopportabile, non è nemmeno lontanamente stupido, anzi. Sa fin troppo bene che nella città degli angeli non vendi nemmeno un rotolo di carta igienica a un dissenterico se non hai un bel sorriso e l’aria giusta. Per questo aveva raccolto dalla strada il marito di sua sorella e gli aveva rifilato il ruolo del brillante dietologo da presentare al pubblico. È suo cognato che accoglie le pazienti più danarose, è suo cognato che andava nelle trasmissioni a elargire le perle di saggezza alimentare di Richard ed è suo cognato che si fa fotografare con quelli famosi. Ma è Richard che segue gli atleti che devono rientrare da un brutto infortunio e devono salvare a loro carriera; che si spacca di lavoro organizzando centinaia di diverse tabelle alimentari e di lavoro e che, soprattutto, fa i soldi veri. Con quanto guadagnato vendendo creme, bibite energetiche e piani di allenamento a tutti gli sportivi o ai ricconi di questa meravigliosa città potrebbe vivere in collina in una villa da mille e una notte con ettari di verde attorno. Ma a lui la natura fa schifo, odia il verde e preferisce all'aria tersa di collina il fresco fittizio dei condizionatori. Peccato che, nonostante la sua intelligenza e la sua ricchezza, sia rimasto sempre uno stronzo patentato. Nulla da fare. Era insopportabile al college ed è insopportabile adesso che è il nutrizionista più famoso di tutta Los Angeles.
Eravamo finiti in camera insieme perché l’allenatore, folgorato dalle sue capacità come preparatore atletico - aveva predisposto tabelle di allenamento specifiche per tutti i giocatori della squadra - aveva deciso di aggregarlo al team e, dato che io ero il gioiellino della squadra, aveva deciso di appiopparmelo perché fossi seguito ventiquattro ore su ventiquattro. Non vi dico la mia gioia.
All’inizio, quando credevo che il suo carattere scostante e fastidioso fosse una reazione, a una sensibilità particolarmente spiccata, pensavo che il rendersi conto di essere sgraziato e mal fatto lo ferisse al punto da cercare di rifarsi sul mondo esterno comportandosi da stronzo. Ma non era così. Richard è sensibile come un attacco di impotenza.
Al college leggeva di tutto e studiava come nessuno mai ho visto fare. Anche io leggevo. Suona strano, calcolando che di solito i giocatori di football non sono rinomati per questa caratteristica. Ne ho conosciuti alcuni che quando gli parlavi di moby dick ti chiedevano se ci stava ed era carina. Ma essere figlio di due insegnanti, di cui uno ebreo, ti fa amare la lettura anche contro le tue inclinazioni naturali. Dato che non c’è nulla di peggio che condividere la stanza con uno che ti sta sulle palle, cercai proprio attraverso la nostra passione comune per la lettura di costruire un minimo di rapporto. Risultati zero. Per lui era inconcepibile che il capitano della squadra di football del college potesse leggere. Poiché questo capitava, voleva dire che non capivo quanto leggevo. Come se il fatto di saper colpire con un pallone un bersaglio a cento yard, mi provocasse uno scompenso cerebrale, in base al quale la comprensione della parola scritta mi fosse preclusa. D’altra parte, lui di un libro poteva cogliere ogni particolare, proprio perchè che non riusciva nemmeno a centrare la tazza del cesso con la carta igienica, quando e se l’usava. Una teoria del cazzo, ma per Richard funzionava così.
Tra tutte le innumerevoli sue fissazioni, che rendevano impossibile la nostra convivenza, la prima senza dubbio era la sua abitudine di studiare mangiando arachidi. E non quelle già pulite e sgusciate. No, lui voleva solo quelle da sbucciare. Almeno una volta ogni due giorni andava al supermercato e si comprava un chilo di arachidi e le ficcava dentro un sacchetto di plastica trasparente. Il sacchetto finiva sul suo tavolo e da quel momento era un continuo lavoro di cerca, spacca, pulisci, mastica che si protraeva fino a notte fonda. Era come condividere la camera con un castoro. E le bucce non le buttava in un cestino. No, lui le rimetteva dentro al sacchetto così alla fine, per trovare un'arachide ancora intatta, cercava per ore e ore con le mani nel sacchetto provocando un rumore inconciliabile con il mio riposo. Avevo cercato in ogni modo di farlo smettere. Gli avevo persino offerto dei soldi. Tutto inutile. Era fissato che le arachidi l’aiutassero a concentrarsi, e poi, ne sono certo, gli piaceva tirarmi scemo. C’è da domandarsi perché non l’abbia preso e spiaccicato al muro. Per un semplice motivo. Il nostro coach aveva ragione: Richard era un vero genio. Applicava tecniche di allenamento avanti una decina d’anni rispetto al mondo professionistico, una quindicina rispetto al college football. Se gli avessi dato una lezione avrebbe smesso di allenarmi al meglio e avrebbe iniziato a boicottarmi. E io non potevo permettermelo. Così, testa sotto il cuscino e provare a dormire.
Tale santa pazienza ha comunque pagato i dividendi. Se sono diventato un giocatore professionista con una carriera quasi ventennale lo devo proprio a lui. Tuttavia, l’unica nota positiva che sono riuscito a trovare nel fatto di essermi ritirato, ed è proprio l’unica, è che finalmente non ho più avuto a che fare con lui e quel suo maledetto alito alle arachidi.
Pertanto, era logico che non avessi alcuna voglia di sentirlo, ma era mezz’ora che desideravo andare in bagno e in questo lasso di tempo ero riuscito solo a sedermi sul letto. Quando mi scoprii a riflettere sulla possibilità di utilizzare un vaso per i fiori, poggiato sulla mensola accanto al letto, pur di evitarmi la tortura di percorrere i quattro metri che mi separavano dalla tazza del cesso, mi resi conto di non avere altra soluzione. Composi il suo numero privato.
“Chi rompe a quest’ora?” Erano le dieci e mezza del mattino di lunedì: non proprio un’ora bislacca per una telefonata.
“Sono io, Alvin!”
“Vecchio bastardo, finalmente ti ricordi di me! Erano secoli che non ti facevi più sentire. Cosa cazzo ti serve?” Fine, elegante e diretto.
“Mi serve una mano per rimettermi in carreggiata. Ieri mi sono sbattuto un po’ e oggi non riesco nemmeno ad alzarmi dal letto.”
“Ti sei dato troppo da fare con una teenager ninfomane? Alla tua età dovresti imparare a controllarti” La frase si concluse con una bella risata asinina. Solito Richard, maiale come sempre.
“Niente di tutto questo, Ho fatto un po’ di attività fisica con un mio amico. E oggi ne pago le conseguenze.”
“Mmmm, va beh.” Sono certo avrebbe preferito una teenager ninfomane alla mia spiegazione. “Allora, senti che facciamo: domani sei libero?”
“Sì!” In serata sarei rientrato in studio. La trasmissione ce l’avevo alle otto e il resto del giorno era a mia disposizione, dato che non c’era alcuno speciale da organizzare, ma tutto si sarebbe ridotto all’analisi del Monday night.
“Ottimo. Allora ti fisso una visita medica per un check up completo: sangue, feci, urina. Sai come funziona, quindi non mangiare niente prima. Da quello che mi hai detto direi che per un controllo muscolare e atletico sarebbe meglio aspettare qualche giorno per farti riassorbire l’acido lattico.”
Continuavo a fissare il vaso di fiori con aria concupiscente. “Già, direi che sarebbe meglio.”
“Perfetto, adesso chiamo il cretino (suo cognato, per chi non l’avesse capito) e gli dico di metterti in priorità assoluta. Così non perdiamo tempo, farò slittare qualche cicciona adiposa. Nessun problema. Quando avremo le analisi complete vieni da me e decidiamo il da farsi. Ok?”
“Ok e grazie.”
“Sai che per te farei qualsiasi cosa. A più avanti allora.” E la comunicazione venne interrotta. Tipico di Richard, non saluta mai.
Adesso, magari, suonerà strano che la persona da me dipinta come un bastardo insensibile ed egoista mi chiamasse amico e si sbattesse per esaudire ogni mio desiderio. La spiegazione è piuttosto semplice.
Ai tempi del college gli avevo salvato il culo.