Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo

Il Punto d'incontro dei Fans NFL di Play.it USA
Alvise
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Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo

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L'UOMO NERO

Stamattina ero al bar sotto alla stazione televisiva, un locale tranquillo, costellato di acciaio lucido e fotografie di gente famosa. C'è persino una mia foto. Inizialmente era collocata vicino al bagno subito sotto a una di Jack Smrek, un panchinaro dei Lakers così sconosciuto che avevano pure dovuto aggiungere una targhetta per dire chi fosse. Dopo, a furia di frequentare il bar per spuntini, pranzi, cene e beveraggi abbondanti, il tutto accompagnato da ottime mance, ero stato spostato sopra al bancone. Non proprio in centro, perché quello era il posto riservato a Magic e Letterman, ma nemmeno in periferia.
Ero, dunque, intento a sorseggiarmi l'ennesimo caffè della giornata e ad addentare una bella ciambella annegata nella cioccolata. Mi stavo godendo la vita, insomma. A coronamento di tutto, il televisore a cristalli liquidi, posizionato sopra l'angolo sinistro del bancone, trasmetteva una mia intervista a Shawne Merriman, il linebacker dei San Diego Chargers. Incredibile a dirsi, dalle immagini sembravo interessato alle banalità dette in risposta alle mie domande. Il giorno in cui sarà detto qualcosa di veramente intelligente in televisione inizierò a guardare il calcio. Lo giuro. Nel complesso, però, l'intervista era andata bene. Merriman era riuscito ad esprimere al mondo il suo sincero attaccamento alla squadra e la sua volontà di sacrificarsi per il bene dei Chargers, evitando qualsiasi atteggiamento da primadonna. Il discorsetto standard del giocatore che ha appena rinnovato il contratto a cifre spropositatamente alte. La stessa intervista fatta un anno fa, si sarebbe risolta in un monologo sulle sue enormi capacità fisiche, le sue innate doti tecniche, su quanto fosse bravo e fondamentale nell'alchimia della squadra, sottintendendo, perché si fa capire, ma non si dice, che senza di lui i San Diego Chargers avrebbero fatto schifo e che quindi la dirigenza, se non era stupida, doveva offrirgli un contratto a cifre spropositatamente alte; contratto che lui con generosità si sarebbe degnato di accettare.
Per quanto mi riguarda, ero parso professionale e questo mi bastava. Decisi anche di acquistare un regalo per la mia truccatrice, Jessica, guardando il mio bel faccione sorridere all'ennesima idiozia del mio collega. Da quel che mi han detto i miei amici religiosi, i miracoli li fanno i puri di cuore. Per mia esperienza diretta Jessica non era molto pura, ma certo i miracoli li sapeva compiere. Ieri notte ero rotolato giù dal divano insieme a una bottiglia di Jack e al mio risveglio avevo l'aspetto di toro; appena finita la corrida. Sullo schermo, invece, sembravo appena tornato da una vacanza ai Caraibi.
Come detto, l'intervista era andata bene, il mio collega, il quale di football ne capisce quanto io di uncinetto, non l'avrei rivisto per un'altra settimana e la seconda ciambella era più cioccolatosa della prima.
Non potevo sentirmi meglio. Poi arrivò l'idiozia e tutto fu rovinato.
Sono stufo di impegnarmi per nulla, lottare giorno dopo giorno per cambiare le cose e vedere ogni mio sforzo vanificato dall'imbecillità altrui. Mi domando perché mi do tanta pena. L'ignoranza e la stupidità permeano questo mondo e nessuno può sconfiggerle, certo non io.
“Merriman è il miglior linebacker di tutti i tempi.” Ma si può?
Puntualizzo subito a scanso di equivoci che questa non è un'opinione. Tra questa cazzata e un'opinione passa la stessa differenza che corre tra il mio culo e quello di Halle Berry.
Sebbene fossi di spalle rispetto all'anonimo autore della suddetta cazzata, l'avrei potuto descrivere senza bisogno di voltarmi. Il tipo era sempre lo stesso: un ragazzino appena entrato nella pubertà senza alcuna esperienza di football giocato e appassionatosi solo di recente al mio adoratissimo sport. Dato il nome del migliore, il ragazzino apparteneva al gruppo “salto sul carro dei vincitori.” Il peggiore di tutti.
L'esponente classico di questa categoria sceglie immancabilmente la sua squadra tra quelle con un Super Bowl vinto negli ultimi cinque anno o almeno un paio di titoli divisionali, e per lui il migliore di tutti i tempi, cascasse il mondo, è un giocatore di quella squadra. Se va in un'altra, certo come che ho un ginocchio fuori uso, il giocatore diventerà improvvisamente un brocco, indipendente dai suoi risultati. Non c'è scampo. Ulteriori, ma non esaustive, peculiarità di questo esecrabile essere umano: cambia idea sulla propria squadra a ogni partita disputata (se vince fortissima, se perde è tutto da cambiare); se arrivano due sconfitte di fila si disinteressa dei suoi ex beniamini salvo dopo due vittorie consecutive dire: “Sapevo si sarebbero ripresi anche se tutti li davano per finiti.”; infine, la sua stagione sul divano dura 16 partite solo se si arriva ai PO, se no guardano il basket.
Anche le squadre perdenti annoverano tra le loro fila una pletora di decerebrati orgogliosi di millantare la loro conoscenza del football sputando sentenze sui migliori di tutti i tempi. Tuttavia, sono numericamente inferiori. Mancano, infatti, i saltatori sul carro dei vincitori, perchè il carro qui non c'è. Per i suddetti decerebrati, il migliore è ancora un giocatore della loro franchigia, ma questa volta si tratta di un giocatore di un lontano passato che spesso i decerebrati non hanno visto giocare, se non in filmati d'epoca; quando esistono filmati di quell'epoca.
Mi raccomando, se qualcuno si identificasse con le descrizioni appena compiute e si sentisse offeso, mi faccia la cortesia di togliersi dalle palle. Mi offendo di più io per la sua esistenza.
Torno a rivolgermi a persone senzienti.
Partiamo da un dato certo e incontestabile: non esiste il migliore di tutti i tempi. Non date retta alle classifiche fatte proprio per quei tifosi ignoranti di cui sopra. Non si riesce manco a decidere il migliore tra Brady e Manning, pensa te individuare il top dei top. Il vero tifoso sa che non esiste un criterio valido per paragonare giocatori di diverse epoche perché il gioco è cambiato negli anni, perché gli aiuti ai giocatori (preparazione, scarpe, protezioni, doping) si sono evoluti; sa che i compagni, gli schemi e la fortuna, leggasi infortuni, decidono una carriera più del talento e della volontà. E poi il minimo per sentirsi autorizzati a fare una classifica è aver visto giocare tutti i papabili e, a mia conoscenza, nessuno ha vissuto abbastanza a lungo. Infine, per quanto esperti non si sa mai chi arriverà domani. Quindi, per un minimo di decenza si dovrebbe avere almeno il ritegno di dire: il migliore che ho avuto la fortuna di vedere, o almeno il migliore fino a oggi. Ma non è mai così. Si tratta sempre e solo del migliore di tutti i tempi. Ma tu che ne sai? Chi ti dice che un giocatore che non hai visto, o addirittura che non ha mai calcato il campo da professionista, non fosse migliore di quello che tu indichi?
Avrei dovuto accettare con gli anni che avendo il football così tanti appassionati qualche imbecille ci deve pur essere. Ma no, io sono testardo, spero sempre che a furia di parlarne la gente capisca. E poi: “Merriman è il migliore di tutti i tempi.” Come fa uno a non incazzarsi? Manco avesse detto Lawrence Taylor o Ted Hendricks, no, Merriman: l'ultimo arrivato.
La mia giornata era completamente rovinata.
Mi voltai, magari mi ero sbagliato e ad aver pronunciato quella spettacolare minchiata era stato Mike Ditka o Bill Belichick. E invece, come al solito, l'immenso conoscitore della psiche umana noto al mondo come Alvin Santisky aveva visto giusto: il cazzaro era proprio un ragazzino, il cui aspetto complessivo avvalorava fin nei più piccoli particolari quanto mi ero immaginato. Era in compagnia di un suo coetaneo a un tavolino vicino all'ingresso del locale. L'idiota parlava, meglio dire farneticava, e l'altro assentiva, il che la diceva lunga pure sulla sua di intelligenza. Non avevano più di quattordici anni. Notai che entrambi avevano un pass per entrare nella stazione televisiva. Il figlioletto che era andato a vedere dove lavorava il padre con un suo amico. Mi avvicinai all'idiota e gli rivolsi un tenero e affettuoso rimprovero.
“Sentimi, piccolo coglioncello, di football non ne capisci proprio un cazzo, quindi fa un favore a tutti e torna a depauperarti cerebralmente davanti alla Playstation perché mi sembra l'unica cosa che ti riesce bene.”
L'aver espresso pubblicamente una semplice e banale constatazione non mi fece sentire granché meglio. Andai al bancone, pagai il conto, in cui infilai altre quattro ciambelle al cioccolato e con esse tornai su nel mio ufficio. Appena arrivato, lì mi sedetti. Posizionai la scatola con le ciambelle nel mezzo della mia scrivania. Tirai fuori dal cassetto l'i-pod e selezionai il concerto degli AC/DC del 1992 a Donington. Ciambella in mano, chiusi gli occhi e cercai conforto di fronte alla faciloneria di questo mondo nei ricordi. Non si trattava, però, dei miei ricordi: avevo preso in prestito quelli del mio vecchio allenatore del liceo, Jonathan Parker. Un prodotto del profondo sud che durante negli anni cinquanta aveva giocato qualche stagione con i Chicago Bears di George “Papa Bear” Halas, per poi finire a New York a fare l'allenatore al liceo, dove poi sarei andato io. Rimane una figura centrale della mia vita. Fu lui ad aiutarmi a convincere mio padre a permettermi di andare a UCLA, facendogli capire che suo figlio non sarebbe mai stato l'avvocato/medico/professore universitario che il professor Santisky aveva sognato. E quando avevo qualche problema a UCLA e anche da professionista chiamavo sempre lui e mio fratello. Mai mio padre. È ancora vivo, il vecchio coach. Ovviamente è in pensione con i suoi quasi 80 anni. Però, acciacchi a parte, la testa è ancora in gran forma e ogni tanto lo chiamo ancora per una chiacchierata. Eppure, dopo oltre trent'anni di conoscenza, ormai consolidatasi in amicizia, per me rimane sempre e solo il coach.
Quando ancora allenava, il coach, il giorno in cui si aprivano gli allenamenti, chiamava tutti i giocatori negli spogliatoi e raccontava loro una storia. Sempre la stessa. Un fatto realmente accaduto, di cui non andava fiero, ma molto molto istruttivo. E' la mia storia preferita ed ha il potere di riconciliarmi con il mondo dopo aver sentito certe sanguinose cazzate.
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Re: Alvin strikes back - ma aza è stato il primo

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Era l'otto agosto del 1948. Il primo giorno di preparazione. L'anno prima avevamo vinto il campionato scolastico battendo in finale la Abraham Lincoln High School. Nome mai utilizzato nella storia della scuola subito chiamata ufficiosamente e da tutti Robert Edward Lee High School. Che in Alabama il nome dell'amico dei negri mica si può usare. Ma il generale Lee a noi non interessava, il nostro problema era Stonewall, come avevamo ribattezzato la loro impenetrabile difesa (gioco di parole introducibile: stonewall significa muro di pietra, ma con tale nome era indicato anche un tenente generale dell'esercito confederato agli ordini del lo stesso generale Lee: Thomas Jonathan Jackson, n.d.tr.).
Solo un calcio sul finale ci aveva dato il vantaggio decisivo in una partita combattutissima terminata senza touchdowns con il miserando punteggio di nove a sei.
Nonostante il risultato striminzito e un match di trincea, nel complesso dominato dalle difese e dagli errori, quella vittoria ci aveva trasformato in degli eroi. L'unico motivo di vanto per quelle quattro case in croce di cui era composto il nostro paese. Era la prima volta che si vinceva qualcosa ed era la prima volta che la contea di Bloomfield finiva sul giornale di Montgomery, per qualcosa che non era un linciaggio di qualche nero. Le conseguenze furono immediate. Essere membri della squadra di football ci rese dei privilegiati. I voti a scuola salirono per tutti, persino quelli di Dwyght Schmidt, il nostro middle linebacker, un ragazzo che giocava per fare agli avversari ciò che suo padre faceva a lui. Sapeva a mala pena scrivere il suo nome, sbagliandolo peraltro tre volte su quattro. Ma nella finale di campionato aveva dominato in lungo e in largo, provocando anche il fumble decisivo che ci aveva permesso il drive del calcio del nove a sei. Per tale nobile ragione il Professor Carter aveva iniziato a dargli sei quando sbagliava il nome e sette quando lo scriveva giusto. I voti scolastici erano importanti, ma da bravi adolescenti gli ormoni lo erano pure di più. E qui veniva il meglio. Le ragazze si misero a guardarci in maniera diversa e molte, per nostra fortuna, non si limitavano a guardare.
Bianchi, belli e vincenti. Eravamo il massimo che si potesse ottenere a Bloomfield.
Qualcuno, anzi, molti ci vedevano già in qualche università e persino tra i professionisti, perché sia noi che i nostri concittadini eravamo certi di ripeterci.
La nostra squadra non aveva perso pezzi importanti alla fine dell'anno. L'ossatura era immutata. Io come ricevitore e ritornatore, Dwyght come capo della difesa, Preston Turges quarterback e Samuel Cody Fellis come running back eravamo all'ultimo anno. La linea offensiva e quella difensiva erano praticamente le stesse. Sì, avremmo vinto di sicuro, ce lo dicevano tutti e fu per quello che il primo giorno di allenamento arrivammo assolutamente fuori forma, stanchi e svogliati. Che ci serviva allenarci? Tanto avremmo vinto lo stesso, eravamo o non eravamo i campioni in carica? I migliori?
Quanto fossimo messi male si vide dopo nemmeno cinque minuti di corsa di riscaldamento attorno al campo. Metà del gruppo arrancava. I soliti davanti, ma nessuno che veramente si impegnasse. Scherzavamo e parlavamo tenendo la velocità minima indispensabile, intenti com'eravamo ad ascoltare Preston raccontarci di come erano sode le tette di Jamie Lee.
L'allenatore Riley urlò di smetterla di blaterare e iniziare a muovere il culo, se no ci pensava lui a farci muovere a calci. Come al solito Dwyght non riuscì a stare zitto. Questa sua abilità gli aveva regalato più giri di campo punitivi di chiunque altro nella storia della scuola. Ma proprio non gli riusciva di cucirsi la bocca.
"Coach, va bene così. Se ci stanchiamo troppo mica riusciremo a festeggiare bene la vittoria del prossimo campionato." e detto questo si fermò urlando a tutti: "Ho ragione o no?"
Quindici, i più vecchi e i più intelligenti, continuarono a correre, il resto si fermò e si mise ad applaudire Dwyght, urlando scempiaggini del tipo siamo i migliori, nessuno ci può battere e cazzate varie. Noi quindici ci mettemmo a guardare l'allenatore, certi che adesso avrebbe fatto una scenata di quelle da leggenda. Io pensai addirittura che avrebbe messo le mani addosso ad alcuni ragazzi. Non aveva mai accettato comportamenti del genere durante la preparazione. Durante gli allenamenti si sudava, si sputava, si ansimava, non si parlava, non si scherzava e, soprattutto, non si festeggiava. Di fronte a quella collettiva trasgressione delle sue regole, il coach non disse nulla, nulla di nulla, mentre i ragazzi continuavano a cantare. Normalmente avrebbe urlato come un faro antinebbia e invece si limitava ad osservare in silenzio. Quel comportamento, così anomalo e inconsueto, era spaventoso. Ebbi la chiara sensazione di un imminente catastrofe, del tipo metà squadra sospesa, ma nulla mi fece presagire quanto successe di lì a poco. Il coach si girò, andò dal vice allenatore Thomas e gli sussurrò qualcosa all'orecchio. Quindi si allontanò.
Quando i miei compagni se ne accorsero, smisero di fare casino e alla buon'ora si zittirono.
Ci guardammo, disorientati e confusi. Non era mai successo nulla del genere. Non sapevamo come comportarci. Ognuno si rivolgeva al compagno più vicino chiedendosi cosa stesse succedendo. Non lo so. Se ne è andato. Ma dove è andato? Ma che gli è preso? Secondo te torna?
“SILENZIO!” urlò il vice allenatore Thomas. “Adesso sedetevi tutti in mezzo al campo. Il primo che parla si fa dieci flessioni. Il secondo venti e così via.”
Il brusio scomparve in un battito di ciglia. Sotto un certo profilo eravamo quasi felici di quella ramanzina. Era un bagno di normalità. Gli allenatori urlavano e noi obbedivamo. Queste erano le regole da che mondo è mondo. Non silenzi prolungati e voltarsi e andare via.
Cinquanta minuti dopo, eravamo tutti intenti a osservare Vernon Cardwell, il nostro right tackle perennemente sovrappeso, impegnato a tirarsi su per la ventiquattresima flessione non consecutiva. Gliene mancavano altre trentasei per portare a termine la punizione inflittagli per aver detto al vice allenatore Thomas che voleva andare in bagno. Da come sbuffava, difficilmente Vernon sarebbe sopravvissuto ad altre tre flessioni. Facciamo due.
“Ok ragazzi, smettiamola di giocare. Tutti in piedi.” Vernon Cardwell avesse avuto fiato avrebbe obiettato che non gli sembrava poi 'sto gran gioco. Non avendo fiato, si limitò a stramazzare al suolo.
Nessuno si occupò di lui. Il nostro allenatore era tornato. Ma per quanto l'avessimo atteso come gli ebrei il messia, non ci occupammo nemmeno di lui. Tutti eravamo ipnotizzati dal ragazzo che si era portato dietro. Non l'avevamo mai visto al campo e come poteva essere altrimenti? Eravamo in Alabama. Fino al 1954 i negri, neri sulle leggi federali, ma negri nel nostro stato, non potevano entrare nelle scuole dei bianchi e c'era voluta la guardia nazionale perchè succedesse. Per avere un negro nella squadra dell'università dell'Alabama si dovette aspettare fino al 1970. Il razzismo era una malattia più comune delle carie. Nella nostra squadra, ad esempio, solo Preston, Vernon ed io, tre su trentaquattro, eravamo favorevoli all'integrazione e il merito era tutto dei nostri genitori, ferventi democratici. Tutti gli altri, invece, erano convinti dell'inferiorità dei negri, come lo erano i loro di genitori e questi ultimi non erano composti solo da bigotti contadini, come si sarebbe portati a pensare, si trattava di banchieri, avvocati, medici e persino professori.
Date queste premesse è facile capire quanto ci stupisse quella scena nel lontano 1948, perchè quello che era arrivato con l'allenatore Riley era inequivocabilmente un negro fatto e finito ed era il primo mai entrato nel nostro campo di gioco, giardinieri a parte.
Il suo abbigliamento era ridicolo. Una maglietta strappata con i numeri scritti a mano e un casco simile a quelli utilizzati una ventina di anni prima. E gli stava pure piccolo. Le scarpe poi erano da lavoro, con un bel buco sotto il piede sinistro. I calzoni erano normali pantaloni di tela, di quelli usati nei campi per raccogliere il cotone.
Normalmente avremmo riso del suo aspetto, prendendo il giro il ragazzo e appellandolo come avevamo sentito appellare quelli della sua razza per anni in paese. Quel giorno però nessuno provò a fare una battuta. Nemmeno una. Non ne eravamo in grado. Eravamo senza parole.
A parlare fu l'allenatore.
“Questo è Jeremy, milita nella squadra del liceo di Welby (liceo all black situato nella contea vicina). Oggi giocherà con noi.”
Nessuno replicò. Ci guardammo tutti negli occhi. Con noi? Un negro? A quel punto a parlare fu, come al solito, Dwyght.
"Io con un negro non gioco." disse.
La risposta di coach Riley fu fulminante.
"Infatti, Jeremy gioca al posto tuo. Tu vai in panchina."
Dwyght andò in panchina rumoreggiando un po', ma senza contestare l'ordine. Una cosa va detta di Dwyght: il padre l'aveva bastonato tante di quelle volte che il concetto di autorità gli era ben instillato in testa, ma ancora più in profondità era instillata la sua venerazione per il coach. Senza di lui, gli allenamenti e la squadra, gli sarebbe toccato rimanere a casa e quello era il suo peggior incubo. Il coach lo sapeva e per questo ogni tanto lo puniva di più, per dargli la scusa di starsene al campetto anche fuori dall'orario stabilito, lontano da pugni e calci che spesso lasciavano cicatrici che negli spogliatoi facevi finta di non vedere.
Il resto della squadra non era molto convinto dell'idea del coach. Giocare con un negro non si faceva, per cui nessuno si mosse.
Il coach di fronte a questo ammutinamento, reagì nella maniera consueta. Iniziò a urlare ordini. E noi, come cani addestrati a obbedire senza ragionare, ci mettemmo in campo. La difesa e l'attacco si schierarono l'una contro l'altra. Per quanto mi riguarda, seguivo il gruppo. Avevo la testa piena di domande e non riuscivo nemmeno a organizzarle per tentare di dare una risposta. Tutto era assurdo. Nella formazione a T utilizzata di norma nei nostri schemi offensivi ero l'uomo in movimento. Il coach aveva chiamato uno schema di corsa. Quindi io stavo in campo solo per dimostrare di seguire le tracce e nulla più. La palla non mi sarebbe mai arrivata. Sarebbe stata data a Samuel e lui avrebbe corso nel mezzo aiutato da Danny Felp, il fullback, che gli avrebbe aperto la strada. Danny non era veloce, ma grosso il giusto e forte di più. Improvvisazione e talento zero, ma se gli dicevi di correre in una direzione, lui partiva non spostandosi di un millimetro dala traiettoria indicata, abbattendo nel contempo qualunque cosa avesse trovato sul cammino. Un fullback fatto e finito, insomma.
In pochi però si preoccupavano dello schema di gioco. Tutti erano focalizzati sul negro, il quale stava dietro la linea di difesa con gli occhi fissi sul pallone, in apparenza incurante del fatto che la maggior parte di noi gli avrebbe volentieri rotto le gambe. Il tipo era piuttosto alto e sembrava molto robusto. Molto più di noi a dirla tutta. Gli altri due linebackers stavano più esterni del solito. Con lui non volevano avere niente a che fare. L'azione iniziò e si vide subito che nessuno di noi si impegnava più di tanto. La linea difensiva non metteva alcuna pressione all'attacco. I giocatori si limitavano ad abbracciarsi facendo finta di lottare per prendere posizione. Io ero partito per la mia traccia, ma quella scena era troppo ridicola e, quindi, dopo qualche passo mi fermai a guardarla. Mi aspettavo di sentire il fischietto dell'allenatore seguito da una sequenza di imprecazioni che ci richiamasse all'ordine, ma non sentii nulla perché Jeremy era già scattato come una furia. Spostò letteralmente i giocatori davanti a lui mandandoli a terra, indifferente che fossero difensori o attaccanti, per lui erano solo birilli da spostare.
Dall'altra parte Danny partì per fargli male. Si vedeva che andava basso per cercare di colpirlo alle ginocchia e possibilmente romperle. Jeremy se ne accorse e con un movimento fluido e preciso ruotò su se stesso, mandando a vuoto Danny. Intanto la palla era arrivata a Samuel Cody Fellis che era partito dietro a Danny, trovandosi però al suo posto Jeremy il quale si produsse in un placcaggio da manuale. La spalla di Jeremy andò a colpire con precisione chirurgica il braccio con cui Samuel teneva il pallone. Il risultato fu che la palla venne persa. Jeremy la raccolse e si involò da solo in end-zone, mentre noi, i migliori, eravamo rimasti fermi impietriti.
Jeremy non festeggiò, ma si limitò a tornare dal coach consegnandogli il pallone recuperato. A far casino ci pensava Dwyght che insultava tutti i suoi compagni.
"Pezzi d'asino, come cazzo fate a giocare così? Sembrate delle ragazzine. Nessuno capace di placcare uno sporco negro? Siete una vergogna, cazzo."
L'allenatore ci richiamò tutti davanti a sé, Jeremy rimaneva accanto al coach, a buona distanza da noi. Le nostre facce erano chiare su cosa gli avremmo fatto se ci fosse stato possibile. Il coach si rivolse a Samuel.
"Fatti dieci giri di campo. Sono stufo di ripeterti che il pallone si protegge con entrambe le mani quando si corre nel mezzo."
Samuel provò una timida protesta. L'allenatore non lo lasciò parlare. "Se da qui alla fine dell'anno vuoi ancora giocare con questa manica di incapaci, mettiti a correre; in caso contrario, domani puoi pure fare a meno di presentarti. Ci siamo capiti?" Samuel iniziò a correre.
L'allenatore, quindi, si rivolse a tutti noi. "Ora Jeremy giocherà un'azione al posto di Samuel. La stessa azione di prima. Voglio una corsa interna.” Quindi, verso Dwyght. "Torna in campo."
Dwyght non se lo fece ripetere due volte e si infilò il casco.
Questa volta ci saremmo impegnati eccome. Non potevamo permettere che quel negro ci ridicolizzasse di nuovo. Ovviamente - non credo ci sia nemmeno il bisogno di dirlo - il più risoluto era Dwyght. Non sopportava l'idea che quel negro fosse riuscito a pavoneggiarsi giocando nel suo ruolo davanti al coach. Era un'offesa al suo amor proprio. Nell'ottica tutta personale di Dwyght, il coach Riley era il padre che avrebbe voluto avere. Severo, ma giusto. L'idea che potesse preferirgli un negro era insopportabile. Avrebbe dimostrato al coach che lui era il migliore.
Quando ci schierammo, Dwyght si avvicinò alla linea di scrimmage. Vidi che le sue labbra si muovevano, ma non riuscii a capire cosa dicesse. Ebbi, però, la certezza che si fosse messo d'accordo con gli altri perché gli permettessero di passare senza creargli ostacolo, in modo da facilitargli il placcaggio del negro.
Nell'attesa dello snap, Dwyght si mise a camminare nervosamente su e giù. Sembrava un cane rabbioso rinchiuso dentro un recinto, impegnato alla ricerca di uno spiraglio. E mentre si muoveva non smetteva mai di gridare contro Jeremy. "Ti spacco, sporco negro." "Adesso ti faccio chiamare la mamma, sporco negro." e decine di altre frasi il cui filo conduttore era sempre lo sporco negro. Non potei non cogliere una certa ironia negli insulti di Dwyght. Sporco... detto da lui... il mio compagno non brillava certo per igiene. Era notoria la sua avversione all'acqua delle docce.
"Sbattilo a terra, che così sembrerà uno stronzo di cane sul prato." urlò infine Elmer Cartwright, il nostro defensive back, che in condizioni normali avrebbe dovuto marcare me, se Preston avesse fintato la corsa e fosse andato per il passaggio. Dwyght in sua risposta, assentì con la testa, tenendo però lo sguardo fisso su Jeremy, il quale sembrava non sentire niente, tanto era calmo e rilassato. Era da ammirare tanto controllo. Sembrava, anzi, che la situazione lo divertisse, dalla piega che aveva la sua bocca.
Last edited by Alvise on 27/02/2008, 22:10, edited 1 time in total.
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Al momento dello snap con cui fu messa in gioco la palla, la nostra linea offensiva si aprì davanti a Dwyght come il Mar Rosso davanti a Mosè. Preston, vedendosi arrivare il pallone insieme a Dwyght abortì il gioco di corsa e si curò di proteggere il pallone, preparandosi al placcaggio, ma il nostro linebacker, contro ogni legge del gioco, si disinteressò del quarterback e del pallone, dirigendosi senza esitazione contro lo sporco negro. Danny, che in teoria avrebbe dovuto usare il suo corpo per difendere il suddetto sporco negro e facilitargli la corsa, rimase fermo. Come il resto della linea offensiva approvava la risoluzione Dwyght: il negro doveva essere spaccato.
Dwyght fece un balzo in avanti lanciandosi contro il suo obiettivo. Jeremy non provò alcuna finta per evitare il colpo, si limitò a fare un semplice passo a sinistra. La foga di Dwyght era troppa e non riuscì a fermare il suo slancio finendo lungo disteso per terra sul punto in cui un attimo prima c'era il suo bersaglio.
Fu a quel punto che sentimmo per la prima volta la voce di Jeremy. Era cavernosa con uno strano accento. "Gimmy da boll" urlò a Preston e lui istintivamente gliela passò con sottomano. Jeremy partì come un treno nella mia direzione, mentre Dwyght si rialzava urlando rabbioso. Jeremy mi passò vicino. Io ero il giocatore più veloce della squadra senza alcun dubbio, ma mi bastò vedere quella scheggia nera passarmi accanto per capire che in quel momento ero il secondo più veloce sul campo. Aveva una fluidità di movimenti e una rapidità nei passi da togliere il fiato.
In difesa, aspettandosi tutti il placcaggio di Dwyght, nessuno si era mosso e gli altri linebackers quando avevano capito cosa stava succedendo erano già belli che superati. L'unico ostacolo tra Jeremy e la segnatura era Elmer Cartwright, che poi non era 'sto gran ostacolo. Elmer era disperso nel campo solo soletto e non poteva certo coprirlo tutto, anche perché essendo lui fermo e Jeremy in corsa, se quest'ultimo avesse voluto avrebbe potuto arrivare a segnare senza nemmeno essere avvicinato da Elmer. Gli sarebbe bastato tagliare a sinistra. Jeremy, invece, puntò Elmer. Voleva lo scontro. Probabilmente aveva registrato la frase rivolta da Elmer a Dwyght prima dello snap.
Elmer puntellò i piedi nel terreno conficcando i chiodi in profondità nell'erba. Si piegò sulle ginocchia e attese l'urto. Jeremy avrebbe potuto ancora evitarlo. Elmer ormai volente o nolente non si sarebbe mai potuto spostare. Invece Jeremy proseguì la sua corsa, abbassò la testa e passò oltre come se avesse sfondato una ragnatela. Elmer in un amen si ritrovò lungo dritto sul terreno come un enorme zerbino ben calpestato, per non dire che era uguale a uno stronzo di cane sul prato. Sotto i tacchetti delle sue scarpe erano rimaste incastrate due belle zolle di terreno misura nove e mezzo.
Dopo aver segnato per la seconda volta nel giro di dieci minuti, Jeremy si voltò guardò nella nostra direzione e con una spallata potente e precisa lanciò il pallone alla volta di Preston. Cinquanta yards di passaggio preciso al millimetro. Preston lo prese senza nemmeno muoversi. Solo a quel punto Jeremy si regalò un moto di esultanza e si mise a sorridere divertito. Aveva una dentatura incredibilmente bianca e regolare, una cosa difficile da veder in bocca a un bianco dalle nostre parti, figurarsi in bocca a un nero. Comunque, dentatura o non dentatura, aveva tutte le ragioni del mondo per sorridere. Aveva battuto da solo la squadra vincitrice del campionato statale tra i licei riservati ai bianchi. Si era dimostrato un difensore più abile del nostro miglior difensore, un running back più agile del nostro titolare, più veloce di me e con un braccio migliore di quello di Preston. Non ci aveva battuto, ci aveva ridicolizzati.
Dwyght se ne rese conto e impazzì letteralmente iniziando a correre come un pazzo in direzione di Jeremy con il chiaro intento di prenderlo a pugni. Jeremy non si mosse.
Prima però che la situazione potesse degenerare entrò in campo coach Riley. Il suono del fischietto bloccò Dwyght sulla linea delle venti yards.
"Signorine, piantatela di rendervi ridicole più di quanto non abbiate fatto. Non eravate voi a dire nemmeno un'ora fa di essere i migliori di tutti? Bene, adesso che avete visto un vero giocatore di football all'opera, siete ancora convinti di essere i migliori? Non me ne frega un cazzo che Jeremy sia negro o giallo o verde. E non dovrebbe fregarvene niente nemmeno a voi, perchè sul campo gli unici colori che contano sono quelli della vostra squadra e gli unici colori che dovete odiare sono quelli degli avversari. Ma non sono qui per farvi un discorso sui diritti civili. Io sono qui per fare di voi dei giocatori di football e da quel che ho visto oggi, ho fallito miseramente. Prima che voi “campioni” possiate solo ipotizzare che gli allenamenti a voi non servono, dovrete almeno giocare al livello di Jeremy. Adesso tutti fuori dal campo. Andate a farvi la doccia. Oggi è un giorno che non c'è stato. Domani sarà il primo giorno di preparazione della stagione e vi voglio vedere faticare come mai vi ho visto fare. In caso contrario io mi dimetterò da allenatore e vediamo se voi siete tanto bravi da vincere da soli."
Detto questo si avvicinò a Jeremy, gli fece i complimenti per la prestazione e se ne andò via con lui.
Per l'ennesima volta nell'arco di quel giorno non sapevamo cosa fare, meno male che c'era il vice allenatore Thomas.
"Non avete sentito? Brutti bifolchi incapaci, andate subito alle docce e in fretta."
E fu così che andammo negli spogliatoi. Eravamo incazzati con Jeremy, con il coach, ma soprattutto con noi stessi. Mentre mi toglievo le protezioni, giurai a me stesso che non le avrei mai più indossate. Avevo chiuso con il football. Quanto avevo visto mi aveva aperto gli occhi. Non avevo abbastanza talento per giocare. Mentre mi lavavo però mi ero già rimangiato tutto. Io adoravo giocare e se quel ragazzo nero poteva essere più veloce di me, io avevo altre caratteristiche e sarei migliorato ancora. Mi sarei allenato sarei diventato più forte, più veloce e avrei corso meglio le tracce. Non mi sarei arreso solo perché uno era più veloce di me.
Uscito dalla doccia mi avvicinai a Preston.
"Stasera ti va se mi fai qualche lancio dietro casa?"
“Ti stavo per proporre la stessa cosa.”
Per tornare a casa dovevamo attraversare il campo e lì trovammo Dwight ancora vestito per giocare. Aveva fatto finta di andare a cambiarsi e poi era tornato in campo e adesso stava provando placcaggi su placcaggi sul sacco di allenamento posizionato appena fuori dal terreno di gioco. Non provammo a parlargli. Non era difficile capire come si stava sentendo. Continuare a colpire fino allo sfinimento quel povero sacco era il suo modo per scusarsi con il coach per aver dato il via a quella terribile giornata con le sue battute durante la corsa di riscaldamento.
Arrivato a casa non dissi niente ai miei genitori. Risposi a monosillabi a tutte le domande che mi venivano rivolte. Nove volte su dieci mentivo. Ti sei divertito? Sì. Coach Riley vi ha fatto faticare come al solito? Sì. Qualcuno tra le matricole si è messo in luce? No. Nessuna faccia nuova, allora? NO, nessuno di nuovo.
Appena mi fu possibile andai in camera. Quella notte non dormii molto. Continuavo a pensare a cosa era successo quel giorno e a come evitare che si potesse ripetere. E l'unica risposta era spaccarsi il culo. A giudicare dal fatto che il giorno successivo tutta la squadra, nessuno escluso, si presentò all'allenamento mezz'ora prima dell'ora stabilita, non fui l'unico a passare la notte in quel modo.
Peccato che quel giorno non per nostra volontà, l'allenamento non si tenne.
Non si sa come, la notizia dell'ingresso di un negro agli allenamenti era arrivata al preside, il quale aveva immediatamente convocato l'allenatore Riley. Fosse stata confermata quella voce, l'avrebbe licenziato su due piedi, titolo o non titolo. Le direttive del governatore e del KKK erano chiarissime: nessuna integrazione, nessuna eccezione. I negri dovevano rimanere al loro posto. Chi trasgrediva ne avrebbe subito le conseguenza.
La risposta all'interrogatorio del preside da parte del coach fu semplice.
“Io in campo ho portato un giocatore di football. Sinceramente non mi ricordo il suo colore.”
Il preside non apprezzò. E quando si sentì ripetere le stesse parole dal vice allenatore Thomas si incazzò proprio. Decise quindi di chiamare anche noi. Fummo sentiti tutti e tutti confermammo la versione dell'allenatore. Non perché fossimo liberali fautori dell'integrazione. Come detto, la maggior parte di noi si sarebbe iscritta da lì a poco alla fratellanza bianca, se non era già iscritta, ma ne avevamo discusso e la conclusione era solo una: l'allenatore ha sempre ragione e il preside non conta un cazzo su un campo da football. La sua autorità finisce dove inizia l'erba. Quindi non erano affari suoi cosa era successo il giorno prima. Noi eravamo stati stupidi e l'allenatore ci aveva dato una lezione. Discorso finito. Oltretutto a convincere gli ultimi dubbiosi ci aveva pensato Dwyght: “A chi parla, gli spacco le gambe.” Nessuno parlò e il preside si ficcò la sua crociata bianca dove non batte il sole.
Chiusa questa stupida parentesi, il resto della preparazione fu uno spettacolo di abnegazione. Eravamo invasati. Volevamo dimostrare all'allenatore che eravamo meglio di Jeremy. Ci allenammo come non mai, in silenzio, senza mai discutere gli ordini del coach. Anzi, su nostra stessa richiesta gli allenamenti raddoppiarono. Ogni momento libero era dedicato al football. Niente più Jamie Lee, niente più alcol e sigarette, solo football. Ce ne nutrimmo per mesi e i risultati si videro. Vernon a fine stagione faceva novantasette flessioni di fila, una per ogni suo chilo, senza nemmeno sudare. Preston registrò il record di yards passate, completi e passaggi per touch down. Io corsi come non mai e stabilii il record scolastico di ritorni in end zone con cinque, nonché tutti i record scolastici per passaggi ricevuti. E non dimentichiamo Dwyght. Trascorse il campionato a buttare a terra tutto quello che gli arrivava vicino. Non sbagliò un singolo placcaggio e mandò tre quarterback avversari in ospedale; degli altri ruoli manco parlo. Era peggio di un bombardamento a tappeto da quanti feriti si lasciò dietro sul campo. A ogni placcaggio la frase era sempre la medesima: "Fidati, sei più scarso di un negro." Il risultato fu una stagione trionfale, vincemmo tutte le partite e anche senza voler umiliare gli avversari i punteggi furono imbarazzanti. In finale incontrammo ancora la Abraham Lee High School e questa volta non vincemmo di tre con un calcio allo scadere, vincemmo di trenta. Lo Stonewall era diventato un gruviera. A campionato concluso i quattro giocatori appena nominati, compreso il sottoscritto, vinsero borse di studio in varie università. Nessuna squadra della scuola aveva mai avuto tanti giocatori selezionati e nessuna mai ne ha avuti altrettanti dopo. Però, nonostante tanti e tali record e per quanto ci osannassero in paese, questa volta neppure uno di noi pensò anche solo per un attimo di essere il migliore. La lezione l'avevamo imparata.”
A questo punto il mio vecchio coach dei tempi di New York si fermava nella sua narrazione, attendendo che qualcuno alzasse la mano e chiedesse di Jeremy. Non era mai un'attesa lunga.
“Non c'è mai stato nessun Jeremy o almeno, se c'era, non era certo il magnifico giocatore sceso in campo contro di noi. Il nostro allenatore ci aveva preso in giro organizzando il tutto al solo scopo di darci una sonora lezione per punirci della nostra prosopopea. Jeremy, vero nome Sideny Virgil Tibbs, non aveva mai frequentato il liceo di Welby e non era nemmeno uno studente di liceo. Era un universitario di ben tre anni più vecchio del più vecchio di noi e giocava per la squadra del suo ateneo nel ruolo di corner back.
E non era nemmeno dell'Alabama. Era sempre vissuto in California, dove i suoi genitori, nativi del nostro stato si erano trasferiti (fuggiti) prima della sua nascita.
Era tornato qui a far visita a una sua vecchia zia; zia che per pura coincidenza era la ex governante di coach Riley. Non era però venuto qui per il suo spiccato senso della famiglia. Negli anni cinquanta se eri un negro che viveva in California, dovevi avere una ragione speciale per voler andare in un posto dove i cani potevano entrare nei ristoranti riservati ai bianchi, ma un nero no. Questa ragione risiedeva nella vera passione di Sidney che, incredibile a dirsi non era il football, ma il diritto. Sidney, infatti, studiava giurisprudenza ed era nel contempo un attivista per i pari diritti tra afroamericani e bianchi. Per questo era voluto andare nella terra dei suoi genitori. Voleva rendersi conto di persona di quale fosse la condizione degli afroamericani negli stati del sud e non limitarsi a quanto riportato in giornali o da terze persone.
La realtà si era rivelata ben peggiore di ogni sua immaginazione, ma aveva anche scoperto che non tutti i bianchi erano uguali. Il coach Riley, ad esempio, era uno di queste eccezioni. Trattava sua zia come una di famiglia, alla pari. Ormai non era più una governante. I reumatismi le impedivano la maggior parte dei movimenti e, quindi, era diventata un membro della famiglia. La zia viveva nella loro casa e mangiava con loro allo stesso tavolo. Nessuna discriminazione.
Come quell'attivista, appena giunto in paese fosse arrivato sul nostro campo vestito in quella maniera ridicola, si trovava nella mente contorta del nostro coach.
Vedendoci svogliati e supponenti quel fatidico 8 agosto, Coach Riley aveva pensato all'atletico nipote della sua governante. Era arrivato da poco, in paese non l'aveva visto nessuno. Per non creare problemi alla zia, Sidney si muoveva nelle altre contee. Coach Riley con occhio esperto l'aveva già inquadrato e sapeva che anche grazie alla differenza di età, ci avrebbe potuto dare una bella lezione. Inoltre, era sicuro che noi ci saremmo bevuti la storia del giocatore del liceo. Eravamo troppo stupiti di vedere un negro in campo per preoccuparci della sua età e, oltretutto, diciamolo, per noi i negri erano tutti uguali.
Era quindi corso a casa e aveva illustrato la sua idea ad Sidney, precisando che se avesse accettato si sarebbe dovuto sorbire una montagna di insulti, oltre a correre più di un rischio per la sua incolumità fisica.
Sidney aveva accettato per una molteplicità di ragioni: avrebbe avuto ciò per cui era andato in Alabama, essere trattato come un negro, avrebbe infranto quella ridicola regola dei campi da football riservati ai bianchi e nel contempo avrebbe dimostrato quale era la razza migliore e non pensava certo a quella pallida.
Improvvisarono l'abbigliamento con vestiti vecchi dello zio di Sidney per il casco, si era ricorso a quello usato dal coach Riley quando giocava. Ovvio che ci fosse sembrato datato e fuori misura sulla testa di Sidney. Il ragazzo dava quindici centimetri al nostro vecchio coach.
Cosa successe dopo già lo sapete.
Preston ed io scoprimmo cosa era successo veramente, quando spinti dalla curiosità e dalla voglia di misurarci con nuove sfide, bruciammo un giorno di scuola per recarci a Welby a vedere gli allenamenti della loro squadra di football. Fu una vera delusione. Non erano forti come li avevamo immaginati. Avevano alcuni ottimi giocatori, ma peccavano in organizzazione e nel complesso non credo avrebbero potuto infastidire la nostra squadra. Di Jeremy, poi, nessuna traccia. Quando trovammo il coraggio di farci vedere e chiedemmo di lui, con nostro stupore ci risposero che non c'era nessun Jeremy in squadra. Lo descrivemmo e loro si misero a ridere.
“Ma quello mica gioca con noi. È un universitario californiano. È venuto a dare un'occhiata alla scuola insieme a un bianco come voi, un tipo basso con l'aria severa (coach Riley pensammo Preston ed io). Quello che cercate ha giocato anche un po' con noi. Accidenti, mai visto nulla del genere. Era fortissimo.”
Da quel punto in poi scoprire il resto non fu difficile. Sapevamo del nipote californiano della ex governante del coach, perché lei se ne vantava sempre con tutti. E quando il padre di Preston ci disse di averlo anche incontrato durante l'agosto precedente, ci fu chiaro il reale svolgimento dei fatti. Tuttavia non dicemmo niente ai nostri compagni. Il mito dello sconosciuto Jeremy era un motivatore assai più efficace della edificante storia di Sidney Tibbs.
Con questo credo di avervi detto tutto, aggiungo solo una notizia a mero titolo informativo. Qualche anno dopo appresi dalla zia di Sidney che il suo nipotino aveva abbandonato il football per dedicarsi completamente alla professione forense, diventando un rinomato avvocato specializzato nelle cause aventi ad oggetto la tutela dei diritti civili degli afroamericani.
Concludo ripetendo le parole che il mio vecchio coach disse quando il 10 agosto ricominciammo gli allenamenti dopo tutto quel trambusto messo su dal preside: “A me non frega un cazzo di chi è il migliore e ora mettetevi a correre, che a parlare si perde solo tempo.”

Ho sempre adorato questa storia. Ha la capacità di rabbonirmi. Il concerto degli AC/DC stava per terminare, nelle orecchie morivano le ultime note di T.N.T., ma avrei potuto anche spegnere l'i-pod. La cazzata successa al bar era ormai acqua passata. Mi sbagliavo. Quando aprii gli occhi mi ritrovai davanti il mio collega, quello che non capisce niente, ma ha una bella dentatura e agganci ancora migliori. Mi stava dicendo qualcosa e da come si agitava non sembrava niente di educato. Mi tolsi le cuffie, appoggiandole sulla scrivania. Il volume era così alto che potevo ancora sentire vibrare la chitarra di Angus Young mentre Brian Johnson si preparava al pezzo conclusivo del live: for those about the rock (we salute you).
Mi alzai in piedi.
Stand up and be counted 1-2-3
For what you are about to receive

“Cosa c'è?” chiesi, scocciato per quell'imprevista interruzione.
We'll give you everything you need
“Come ti sei permesso di insultare mio figlio?” disse indicando fuori dal mio ufficio. Dietro il muro a vetri vidi il cerebroleso che avevo gentilmente ripreso al bar poco prima. Sorpresa.
Like a bolt right out of the blue
“È tuo figlio? Accidenti mi spiace, se avessi saputo che era affetto da tare genetiche non l'avrei mai redarguito. Non me la prendo coi disabili. Vagli a dire che mi dispiace e adesso scusami che stavo occupandomi di affari importantissimi.”
Detto questo mi son rimesso le cuffie. Lui iniziò a dire qualcosa, ma io non lo sentivo, Angus Young stava eruttando l'assolo. Fulminai il collega con uno sguardo poco amichevole.
We're just a battery for hire with a guitar fire
Ready and aimed at you

Mi alzai nuovamente con calma, salutai il figlio geneticamente avariato con un ampio sorriso e un moto del capo a mo' di scusa e poi sussurrai qualcosa al padre, scandendo bene le parole.
“Accontentati del fatto che mi sono scusato. Non tirare la corda, perché se no tuo figlio vedrà il suo grande papà finire per terra. Non sono il miglior pugile di tutti i tempi, ma sono certo di riuscire a romperti un paio di denti.”
We salute you
We salute you
Fire

Uscì in un attimo. Io tornai a sedermi presi l'ultima ciambella rimasta e rimisi le cuffie. Il live degli AC/DC era terminato, insieme al mio malumore. Tutto sorridente decisi di passare alla radiocronaca registrata dell'ultimo Super Bowl, l'ennesima dimostrazione che i migliori di tutti i tempi non esistono.   
Last edited by Alvise on 28/02/2008, 13:17, edited 1 time in total.
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Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo

Post by Peyton_Manning18 »

:notworthy: :notworthy: :notworthy:
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Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo

Post by Punkish »

:notworthy:
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Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo

Post by Paperone »

niente da dire. immagnifico :notworthy:
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo

Post by cecaro »

Alvin  :notworthy: :notworthy: :notworthy:


e aggiungerei anche:
Angus Young + Brian Johnson + Malcom Young :notworthy: :metal: :notworthy:
Il culo di Halle Berry  :notworthy:
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Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo

Post by hell_en »

il culo di halle berry, l'unica cosa a me nota in tutto il racconto, che non necessitasse di spiegazioni.



(no, dai ,sapevo anche chi erano magic e letterman; ma i  loro sederi non li conosco. solo halle berry e g-man)

alla domanda "ti è piaciuto?" , mi sono sentita come la moglie di champollion quando il marito le ha chiesto "allora, tesoro, ti è piaciuta la stele?"
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Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo

Post by Alvise »

cecaro wrote: Alvin  :notworthy: :notworthy: :notworthy:


e aggiungerei anche:
Angus Young + Brian Johnson + Malcom Young :notworthy: :metal: :notworthy:
Il culo di Halle Berry  :notworthy:
grazie. nella prima stesura, citavo angus, i suoi assoli per far rifiatare brian johnson. il buon vecchio malcom. poi per economia di scrittura li ho sacrificati.
ma credo che li rimetterò. vuoi mettere il dialogo finale con il collega sulle note della canzone finale del concerto live: for those about the rock (we salute you)?
ci sta alla perfezione (pensando anche al riferimento ai patriots subito dopo - canzone utilizzata al gilette stadium nel riscaldamento e quando segnano).

ps grazie, Hele, ricorderò per sempre le tue parole quando hai finito: "sei consapevole che non ho capito metà dei vocaboli che hai utilizzato." sappilo, ho apprezzato lo sforzo.
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Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo

Post by cecaro »

Alvise wrote: grazie. nella prima stesura, citavo angus, i suoi assoli per far rifiatare brian johnson. il buon vecchio malcom. poi per economia di scrittura li ho sacrificati.
ma credo che li rimetterò. vuoi mettere il dialogo finale con il collega sulle note della canzone finale del concerto live: for those about the rock (we salute you)?
ci sta alla perfezione (pensando anche al riferimento ai patriots subito dopo - canzone utilizzata al gilette stadium nel riscaldamento e quando segnano).
Brian Johnson è un demonio, non credevo respirasse anche :D

allora dovresti citare anche Cliff Williams, se lo merita, lui e Malcom sono come la linea offensiva, fanno il grosso del lavoro e nessuno si accorge mai di loro. Puoi omettere Chris Slade che è il peggior batterista che gli Ac/Dc hanno avuto :nono:
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Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo

Post by Alvise »

cecaro wrote: Brian Johnson è un demonio, non credevo respirasse anche :D

allora dovresti citare anche Cliff Williams, se lo merita, lui e Malcom sono come la linea offensiva, fanno il grosso del lavoro e nessuno si accorge mai di loro. Puoi omettere Chris Slade che è il peggior batterista che gli Ac/Dc hanno avuto :nono:
modificato il finale. non ho citato williams e malcom, perchè se no perderei il ritmo. slade non mi è mai passato per l'anticamera del cervello. che ne dici?
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Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo

Post by multiple »

Alvise wrote: modificato il finale. non ho citato williams e malcom, perchè se no perderei il ritmo. slade non mi è mai passato per l'anticamera del cervello. che ne dici?
non me lo dovevi fare!!!
L'ho stampato per leggerlo con calma su carta e ora me lo modifichi?!?!?!?

da dove lo devo ristmapre? basta l'ultimo post?
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Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo

Post by Alvise »

multiple wrote: non me lo dovevi fare!!!
L'ho stampato per leggerlo con calma su carta e ora me lo modifichi?!?!?!?

da dove lo devo ristmapre? basta l'ultimo post?
basta anche meno dell'ultimo post. in realtà è solo il finale dopo l'unico salto di righe del post
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Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo

Post by cecaro »

Alvise wrote: modificato il finale. non ho citato williams e malcom, perchè se no perderei il ritmo. slade non mi è mai passato per l'anticamera del cervello. che ne dici?
E' un racconto bellissimo, si legge tutto in un fiato.
We salute you,
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(ogni volta che sparavano quei cannoni sembrava davvero di stare in guerra, sono rimasto intontito per due/tre giorni)
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Re: Alvin Santisky strikes back - ma aza è stato il primo

Post by multiple »

Alvise wrote: basta anche meno dell'ultimo post. in realtà è solo il finale dopo l'unico salto di righe del post
E ora non lo toccare piu'!!!
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