Che palle la offseason
Posted: 27/02/2009, 12:33
Odio questo periodo dell'anno, odio le fanta offerte le liste della spese delle squadre fatte senza considerare che ci sono altre suqadre che devono fare gli acquisti e i prodotti sui banconi sono meno che in un supermercato russo durante il comunismo, odio i mock draft con gli spergiuri sulle qualità dei futuri rookies che nel 50% dei casi (quando va bene) sono fasulle come la dichiarazione dei redditi di imprenditore. Quindi ho deciso di andare OT e ficcare in questo canale che sembra ogni giorno di più l'edizione estiva della gazzetta qualcosa che non c'entra nulla e che forse (giustamente) i mods chiuderanno proprio per questa ragione.
è una cazzata-omaggio a un amico, psero vi piaccia, sempre che non siate troppo impegnati a vedere nella vostra squadra tutti i Fa diponibili sul mercato pensando di spendere meno di 5 milioni per tutti.
Il sindaco di Sovramonte
Zorzoi è un paesino nascosto su un altipiano nel bellunese, dove ogni tanto mi rifugio per poter scrivere in santa pace senza timore di essere disturbato. Zorzoi, infatti, ha meno di trecento abitanti, peraltro in continua diminuzione, e meno di trenta turisti all'anno, che il più delle volte hanno semplicemente sbagliato strada e si fermano una notte e poi fuggono, perchè lì c'è il nulla. Il fatto di essere in un altipiano ad appena 680 metri sul livello del mare senza una pista sciistica in zona non aiuta certo ad attrarre folle. E qui non fanno nulla per migliorare la situazione, perché dei turisti non gli interessa punto. Nessun cinema, nessuna pizzeria, nessun ristorante, solo una vecchia e fatiscente pensione e un panificio-drogheria dove trovare lo stretto indispensabile per prepararsi un pranzo a base di salumi e formaggi, rigorosamente del posto. Persino il bar del paese ha chiuso da tempo, probabilmente perché si sentiva fuori luogo, e così chi vuole una sana e corroborante bevuta deve farsi due chilometri per arrivare al primo locale disponibile, che si trova a Sovramonte il paese di cui Zorzoi è frazione. Insomma si tratta del posto ideale per uno scribacchino che cerca di concentrarsi. E se si escludono i galli fin troppo mattinieri e l'immancabile chiesa con un campanile che batte anche i secondi ti potresti considerare immerso nel vuoto cosmico.
In quel luogo degno di un eremitaggio francescano, mi stavo fumando l'ennesima sigaretta della giornata, cercando di scervellarmi per tirare fuori il protagonista di un libro che stavo scrivendo da una situazione senza uscita. Alvin, il nome del protagonista, un ragazzino di diciassette anni non particolarmente robusto, si trovava nudo su un tavolo d'acciaio legato da cinghie in cuoio che gli bloccavano polsi e caviglie. Davanti a lui c'era un serial killer armato con un coltello pronto a ucciderlo. A questo si aggiunga la presenza di una bella e formosa fanciulla che nelle mie intenzioni doveva innamorarsi di Alvin. Va bene, far innamorare la ragazza con Alvin completamente nudo poteva anche non essere un problema insormontabile, anzi, ma proprio non riuscivo a risolvere il resto, anche perché detesto le storie in cui il cattivo dipinto come abilissimo, glaciale e preciso come un orologio atomico al momento dello scontro finale diventa un imbranato sfigato paragonabile Wile E. Coyote. Quindi niente cinghie mal chiuse, niente lamette nascoste (nascoste dove che Alvin è nudo? No, non rispondete, per favore), niente killer che libera Alvin per dimostrargli quanto è più forte di lui per poi farsi fregare il coltello come turista il portafoglio in metropolitana a Milano, eccetera, eccetera, eccetera.
L'unica idea differente dalle solite banalità che mi era venuta in mente, prevedeva l'intervento dell'arcangelo Gabriele accompagnato da due conigliette di playboy e avevo il vago sospetto che il mio editor non l'avrebbe apprezzata più di tanto.
Decisi di staccarmi dal mio portatile e andare a bere qualcosa a Sovramonte. Fissare lo schermo non mi avrebbe aiutato di certo e a volte è più utile pensare ad altro. Almeno per me funziona così. Uscito dal mio appartamento, mi accorsi che nonostante fossero appena le cinque, era già buio e la temperatura, già bassa, si era abbassata ulteriormente. Scartai però l’ipotesi di prendere la mia macchina appena alzai lo sguardo al cielo. C'era una luna piena meravigliosa in grado di illuminarmi la strada, molto meglio di qualsiasi fanale. In assenza di quella enorme sfera bianco latte nel cielo, se avessi provato ad andare a piedi fino a Sovramonte probabilmente sarei finito nel burrone che costeggia la strada dopo quattro o cinque passi. In paese ci sono tre lampioni in tutto e nessuno tra Sovramonte e Zorzoi. Di quei tre due sono davanti alla chiesa e al suo maledettissimo campanile, il terzo è davanti al bar chiuso a illuminare i fantasmi delle sbronze che furono. Dato che, però, la luna c'era ed era splendida, perdersi la possibilità di una passeggiata sotto le stelle sarebbe stato un delitto peggiore di quelli di cui il mio serial killer si era macchiato.
Inutile dire che nonostante venti minuti di passeggiata il mio protagonista non si era ancora liberato. In compenso l'arcangelo Gabriele e le due conigliette erano state sostituite da un alieno che donava ad Alvin una spada di fuoco con cui liberarsi e uccidere il cattivo.
Nemmeno questo sarebbe stato apprezzato dal mio editor.
Sovramonte, che è una metropoli rispetto a Zorzoi, ha ben due bar, ma io nefrequento sempre e solo uno; quello di Alessandro Santini. Alessandro Santini è il sindaco di Sovramonte. È un tipo molto cordiale, con una profonda passione per le chiacchiere lunghe e rilassate e con un fisico da birraiolo. È alto oltre il metro e novanta, moderatamente robusto e con uno stomaco smodato. Ha due occhi scuri e penetranti e un sorriso da gatto pasciuto. Dietro quel sorriso c’è un'intelligenza molto pratica e sottile.
Come ho detto, adora parlare e il bancone in legno del suo bar è il suo pulpito. A causa di questa sua abitudine capita spesso di rimanere prigionieri dentro il locale. Infatti, nel caso in cui non ci sia sua moglie Stefania a dare una mano, perché indaffarata a stare dietro alla loro bambina, un gioiellino pestifero di nome Alice, il signor Santini preferisce finire l’ultimo interminabile monologo in cui si è lanciato, piuttosto che occuparsi della cassa. E così allo sventurato di turno tocca rimanere lì in piedi con i soldi in mano ad aspettare per un tempo infinito e anche un po’ di più.
La sua naturale simpatia, peraltro, non può certo spiegare la nostra amicizia. Insomma sono un tipo piuttosto introverso, abilissimo a evitare tutte le persone, simpatiche o meno che siano, ma il sindaco Santini ha un qualcosa in più, che di norma non trovo in giro. Perché incredibile a dirsi, Alessandro Santini, sindaco di Sovramonte, bellunese doc, è un virulento appassionato di football americano ed in particolare dei Chicago Bears, una delle franchigie più antiche e blasonate di questo sport tipicamente a stelle e strisce. Quella mania gli era valsa in paese il diminutivo di “Joe”, che non c’entra molto con Alessandro, ma fa molto americano. Dato che io sono un fedele adepto della religione dei Denver Broncos, altra squadra di football americano, non potevo non apprezzare la possibilità di passare ore e ore a parlare di difesa 4-3 o 3-4, di attacchi a due tight end o semplicemente dei nostri miti, rispettivamente Walter Payton, ex running back dei Bears, e John Elway, l'immaginifico quarterback che portò due titoli a Denver.
Il suo bar/ristorante/pensione è collocato proprio in mezzo al paese ed è l’unico posto che ha un qualche introito turistico in tutto l’altopiano. Si chiama The Soldier Field. Ora, anche chi non è avvezzo al football americano sente che qualcosa stona. Nel mezzo del bellunese un nome così smaccatamente anglofono c’entra come un topless alla messa di natale. Se però si conosce qualcosa del gioco della palla ovale praticato con caschi e protezioni, si accende una lampadina e quel nome così fuori posto lo si ricollega allo stadio che è da sempre la casa dei Chicago Bears.
Quando notai quel nome per la prima volta - avevo appena comprato l’appartamento a Zorzoi, un trilocale senza pretese, e mi dirigevo verso lo spaccio di Sovramonte, che non è fornitissimo, ma sembra un centro commerciale se paragonato al panificio –drogheria di Zorzoi - pensai a una strana coincidenza. Insomma, che collegamento poteva mai esserci tra un paesino di qualche centinaio d’anime piazzato su un altopiano montano così interessante e bello da attirare un numero di turisti pari allo zero, e lo stadio dei Bears dove si raccolgono sessantamila americani cresciuti nella cultura del consumismo? Nessuna, o meglio a logica nessuno, a illogica il signor Alessandro Santini, detto Joe.
Qualche sera dopo la curiosità mi trascinò a Sovramonte. Sapevo cosa volevo chiedere, ma non sapevo come intavolare il discorso. Non sono mai stato capace di rompere il ghiaccio e negli ultimi tempi la mia misantropia è divenuta proverbiale. Per questo, prima di aprire la porta del bar/ristorante/pensione provai un esordio. “Salve. Lei è il proprietario di questo splendido locale? L'ha chiamato così perché le piace il football americano? Sì? Bene, io sono nuovo di qui. Ho appena preso un appartamentino a Zorzoi per scrivere in santa pace e adoro i Denver Broncos. Parliamo un po’?”
Suonava terribilmente idiota, ma entrai lo stesso.
Appena varcata la soglia, non potei fare a meno di notare uno spettacolare casco da football americano dei Chicago Bears, posizionato strategicamente accanto alla cassa e una maglia di football americano incorniciata proprio sopra il bancone: la numero 34 di Walter Payton. E il mio bel discorsetto se ne andò a quel paese. Chiedergli se gli piaceva il football sarebbe stato, in effetti, alquanto stupido.
Joe era, come al suo solito, dietro al bancone. Al mio ingresso, mi guardò incuriosito. Una faccia nuova era un evento per il suo locale e lui al contrario di molti abitanti della zona, non era per niente restio al turismo e agli stranieri.
Piccola digressione: il concetto di “stranieri” adottato in questa comunità montana è piuttosto ampio e comprende chiunque non sia nato e vissuto lì. Tanto per intenderci per la maggior parte degli abitanti della zona persino un bellunese è uno straniero.
Il primo a parlare fu ovviamente lui. “Come posso aiutarla?” Aveva una voce tonante e contemporaneamente molto amichevole.
“Per me era più forte Terrell Davis.” Tagliai corto, saltando a piè pari qualsivoglia preambolo e riferendomi al running back dei Denver Broncos che aiutò Elway a vincere i due titoli nazionali. Nonostante i miei timori prima di varcare la soglia del Soldier Field, la vista dei cimeli di cui era pieno il locale mi aveva sciolto la lingua.
Gli occhi di Joe si oscurarono. Sembrava gli avessi bestemmiato davanti e per un attimo pensai che era meglio andarsene e tornarmene a Zorzoi. Poi quegli stesi occhi si illuminarono al pensiero che la mia opinione, per quanto assurda, infondata e cretina, indicava che sapevo chi fosse il grande 34 dei Bears.
“Un ateo senza dio come lei dovrei sbatterlo fuori a calci, per aver detto una simile cazzata, ma io sono di animo generoso. Se sai dirmi chi ha vinto il Super Bowl numero venti il primo giro lo offro io.”
Il Super Bowl è la finale del campionato americano di football. E il numero venti fu vinto nel 1986 proprio dai Chicago Bears. L’ultimo titolo che hanno vinto, detto per inciso.
Risposi e a quel punto non dovetti più dire niente. Fui sommerso da un oceano di parole. Anche lui aveva voglia di parlare con qualcuno che capisse di football e non aveva certo i miei problemi a interagire con gli altri.
Fu così che iniziò la nostra amicizia.
Quando arrivai ancora ruminando sulle possibilità di salvezza di Alvin, il locale era ancora vuoto. I clienti abituali sarebbero arrivati solo dopo cena per la classica partita a carte inframmezzata di bestemmie e vino della casa. Così avevo Joe tutto per me. L’accoglienza al solito fu splendida e dopo pochi istanti ci ritrovammo a un tavolo a sorbire la grappa della sua riserva speciale, discutendo sulle infinite pecche della squadra di Dallas e dei suoi tifosi. Entrambi detestavamo Dallas, anche se per motivi diversi. Nella foga di insulti verso dei perfetti estranei che vivevano a migliaia di chilometri da dove ci trovavamo, non ci eravamo accorti che era entrato Toni Schnitzer, membro del consiglio comunale di Sovramonte, nonché proprietario dello spaccio del paese dove mi rifornivo di cibi precotti e altre delizie atte a salvare la vita a imbranato dei fornelli come il sottoscritto.
“Joe, Joe!” urlò Toni per attirare l'attenzione del mio amico. Dovevamo essere ben infognati nella nostra discussione per non esserci accorti del suo arrivo, perché Toni era veramente esagitato. Gli occhi gli schizzavano fuori dalle orbite e ansimava come un mantice. Doveva essere arrivato lì di corsa anche a giudicare dal sudore che andava formandosi sul suo viso.
“Che succede, Toni? Hai scoperto che qualcuno ti ha rubato una lattina di coca cola?” disse Joe, infastidito dall'essere stato interrotto mentre elencava tutti i pregi della città di Chicago rispetto a Dallas. E il bello era che lui a Chicago manco c'era mai stato.
Toni non gli rispose. Saltellava ora su un piede ora sull’altro guardandomi con sospetto. Al contrario di Joe lui non vedeva di buon occhio gli stranieri La sua mentalità era chiusa come il suo altipiano e la regola non scritta di quel luogo era che dei fatti importanti non si parla con uno straniero. Nel rispetto di quella regola non scritta mi sarei dovuto alzare e allontanarmi di qualche passo per permettere loro di parlare in privato. Ma avevo voglia di continuare a discorrere di football anche perchè Joe è la traduzione in italiano, con un leggero accento bellunese, di una enciclopedia americana sul football. Un vero e proprio pozzo di scienza. Così rimasi lì, aspettando che Toni riferisse la sua notizia per poi riprendere la discussione interrotta. Joe invitò, quindi, Toni a parlare senza farsi troppi problemi.
Toni continuò a esitare.
“Joe, a dire il vero si tratta di una faccenda che riguarda il nostro paese.” calcò particolarmente sulla parola “nostro”.
“Allora riguarda anche il signor Iacopini.” tagliò corto Joe, il quale era orgoglioso dei suoi natali più di chiunque altro, ma non vedeva il perché chi sceglieva di vivere nel comprensorio di Sovramonte per aver compreso l’evidente supremazia di quella terra, dovesse essere considerato un cittadino di serie B. E poi mi piaceva il football e questo faceva di me una persona degna della massima fiducia, a prescindere da tutto.
“Il signor Iacopini ama la nostra terra al punto di passarci tutte i momenti liberi che ha. Vedi bene che è più che interessato alle faccende del nostro paese.”
Toni fece una smorfia. Sapeva ovviamente chi fossi e la cosa continuava a non piacergli, ma se il sindaco gli diceva di parlare, lui avrebbe parlato.
“È morto Giuseppe D’Incau. Si è suicidato appendendosi a una trave in casa sua. L’ha trovato Renzi Dalla Santa che era andato lì per chiedergli di riparare un mobile. Appena l’ha visto è corso da me. Io gli ho detto di tornare da D’Incau e non far entrare nessuno, mentre io venivo qui.”
(to be continued... sempre che non mi chiudano)
è una cazzata-omaggio a un amico, psero vi piaccia, sempre che non siate troppo impegnati a vedere nella vostra squadra tutti i Fa diponibili sul mercato pensando di spendere meno di 5 milioni per tutti.
Il sindaco di Sovramonte
Zorzoi è un paesino nascosto su un altipiano nel bellunese, dove ogni tanto mi rifugio per poter scrivere in santa pace senza timore di essere disturbato. Zorzoi, infatti, ha meno di trecento abitanti, peraltro in continua diminuzione, e meno di trenta turisti all'anno, che il più delle volte hanno semplicemente sbagliato strada e si fermano una notte e poi fuggono, perchè lì c'è il nulla. Il fatto di essere in un altipiano ad appena 680 metri sul livello del mare senza una pista sciistica in zona non aiuta certo ad attrarre folle. E qui non fanno nulla per migliorare la situazione, perché dei turisti non gli interessa punto. Nessun cinema, nessuna pizzeria, nessun ristorante, solo una vecchia e fatiscente pensione e un panificio-drogheria dove trovare lo stretto indispensabile per prepararsi un pranzo a base di salumi e formaggi, rigorosamente del posto. Persino il bar del paese ha chiuso da tempo, probabilmente perché si sentiva fuori luogo, e così chi vuole una sana e corroborante bevuta deve farsi due chilometri per arrivare al primo locale disponibile, che si trova a Sovramonte il paese di cui Zorzoi è frazione. Insomma si tratta del posto ideale per uno scribacchino che cerca di concentrarsi. E se si escludono i galli fin troppo mattinieri e l'immancabile chiesa con un campanile che batte anche i secondi ti potresti considerare immerso nel vuoto cosmico.
In quel luogo degno di un eremitaggio francescano, mi stavo fumando l'ennesima sigaretta della giornata, cercando di scervellarmi per tirare fuori il protagonista di un libro che stavo scrivendo da una situazione senza uscita. Alvin, il nome del protagonista, un ragazzino di diciassette anni non particolarmente robusto, si trovava nudo su un tavolo d'acciaio legato da cinghie in cuoio che gli bloccavano polsi e caviglie. Davanti a lui c'era un serial killer armato con un coltello pronto a ucciderlo. A questo si aggiunga la presenza di una bella e formosa fanciulla che nelle mie intenzioni doveva innamorarsi di Alvin. Va bene, far innamorare la ragazza con Alvin completamente nudo poteva anche non essere un problema insormontabile, anzi, ma proprio non riuscivo a risolvere il resto, anche perché detesto le storie in cui il cattivo dipinto come abilissimo, glaciale e preciso come un orologio atomico al momento dello scontro finale diventa un imbranato sfigato paragonabile Wile E. Coyote. Quindi niente cinghie mal chiuse, niente lamette nascoste (nascoste dove che Alvin è nudo? No, non rispondete, per favore), niente killer che libera Alvin per dimostrargli quanto è più forte di lui per poi farsi fregare il coltello come turista il portafoglio in metropolitana a Milano, eccetera, eccetera, eccetera.
L'unica idea differente dalle solite banalità che mi era venuta in mente, prevedeva l'intervento dell'arcangelo Gabriele accompagnato da due conigliette di playboy e avevo il vago sospetto che il mio editor non l'avrebbe apprezzata più di tanto.
Decisi di staccarmi dal mio portatile e andare a bere qualcosa a Sovramonte. Fissare lo schermo non mi avrebbe aiutato di certo e a volte è più utile pensare ad altro. Almeno per me funziona così. Uscito dal mio appartamento, mi accorsi che nonostante fossero appena le cinque, era già buio e la temperatura, già bassa, si era abbassata ulteriormente. Scartai però l’ipotesi di prendere la mia macchina appena alzai lo sguardo al cielo. C'era una luna piena meravigliosa in grado di illuminarmi la strada, molto meglio di qualsiasi fanale. In assenza di quella enorme sfera bianco latte nel cielo, se avessi provato ad andare a piedi fino a Sovramonte probabilmente sarei finito nel burrone che costeggia la strada dopo quattro o cinque passi. In paese ci sono tre lampioni in tutto e nessuno tra Sovramonte e Zorzoi. Di quei tre due sono davanti alla chiesa e al suo maledettissimo campanile, il terzo è davanti al bar chiuso a illuminare i fantasmi delle sbronze che furono. Dato che, però, la luna c'era ed era splendida, perdersi la possibilità di una passeggiata sotto le stelle sarebbe stato un delitto peggiore di quelli di cui il mio serial killer si era macchiato.
Inutile dire che nonostante venti minuti di passeggiata il mio protagonista non si era ancora liberato. In compenso l'arcangelo Gabriele e le due conigliette erano state sostituite da un alieno che donava ad Alvin una spada di fuoco con cui liberarsi e uccidere il cattivo.
Nemmeno questo sarebbe stato apprezzato dal mio editor.
Sovramonte, che è una metropoli rispetto a Zorzoi, ha ben due bar, ma io nefrequento sempre e solo uno; quello di Alessandro Santini. Alessandro Santini è il sindaco di Sovramonte. È un tipo molto cordiale, con una profonda passione per le chiacchiere lunghe e rilassate e con un fisico da birraiolo. È alto oltre il metro e novanta, moderatamente robusto e con uno stomaco smodato. Ha due occhi scuri e penetranti e un sorriso da gatto pasciuto. Dietro quel sorriso c’è un'intelligenza molto pratica e sottile.
Come ho detto, adora parlare e il bancone in legno del suo bar è il suo pulpito. A causa di questa sua abitudine capita spesso di rimanere prigionieri dentro il locale. Infatti, nel caso in cui non ci sia sua moglie Stefania a dare una mano, perché indaffarata a stare dietro alla loro bambina, un gioiellino pestifero di nome Alice, il signor Santini preferisce finire l’ultimo interminabile monologo in cui si è lanciato, piuttosto che occuparsi della cassa. E così allo sventurato di turno tocca rimanere lì in piedi con i soldi in mano ad aspettare per un tempo infinito e anche un po’ di più.
La sua naturale simpatia, peraltro, non può certo spiegare la nostra amicizia. Insomma sono un tipo piuttosto introverso, abilissimo a evitare tutte le persone, simpatiche o meno che siano, ma il sindaco Santini ha un qualcosa in più, che di norma non trovo in giro. Perché incredibile a dirsi, Alessandro Santini, sindaco di Sovramonte, bellunese doc, è un virulento appassionato di football americano ed in particolare dei Chicago Bears, una delle franchigie più antiche e blasonate di questo sport tipicamente a stelle e strisce. Quella mania gli era valsa in paese il diminutivo di “Joe”, che non c’entra molto con Alessandro, ma fa molto americano. Dato che io sono un fedele adepto della religione dei Denver Broncos, altra squadra di football americano, non potevo non apprezzare la possibilità di passare ore e ore a parlare di difesa 4-3 o 3-4, di attacchi a due tight end o semplicemente dei nostri miti, rispettivamente Walter Payton, ex running back dei Bears, e John Elway, l'immaginifico quarterback che portò due titoli a Denver.
Il suo bar/ristorante/pensione è collocato proprio in mezzo al paese ed è l’unico posto che ha un qualche introito turistico in tutto l’altopiano. Si chiama The Soldier Field. Ora, anche chi non è avvezzo al football americano sente che qualcosa stona. Nel mezzo del bellunese un nome così smaccatamente anglofono c’entra come un topless alla messa di natale. Se però si conosce qualcosa del gioco della palla ovale praticato con caschi e protezioni, si accende una lampadina e quel nome così fuori posto lo si ricollega allo stadio che è da sempre la casa dei Chicago Bears.
Quando notai quel nome per la prima volta - avevo appena comprato l’appartamento a Zorzoi, un trilocale senza pretese, e mi dirigevo verso lo spaccio di Sovramonte, che non è fornitissimo, ma sembra un centro commerciale se paragonato al panificio –drogheria di Zorzoi - pensai a una strana coincidenza. Insomma, che collegamento poteva mai esserci tra un paesino di qualche centinaio d’anime piazzato su un altopiano montano così interessante e bello da attirare un numero di turisti pari allo zero, e lo stadio dei Bears dove si raccolgono sessantamila americani cresciuti nella cultura del consumismo? Nessuna, o meglio a logica nessuno, a illogica il signor Alessandro Santini, detto Joe.
Qualche sera dopo la curiosità mi trascinò a Sovramonte. Sapevo cosa volevo chiedere, ma non sapevo come intavolare il discorso. Non sono mai stato capace di rompere il ghiaccio e negli ultimi tempi la mia misantropia è divenuta proverbiale. Per questo, prima di aprire la porta del bar/ristorante/pensione provai un esordio. “Salve. Lei è il proprietario di questo splendido locale? L'ha chiamato così perché le piace il football americano? Sì? Bene, io sono nuovo di qui. Ho appena preso un appartamentino a Zorzoi per scrivere in santa pace e adoro i Denver Broncos. Parliamo un po’?”
Suonava terribilmente idiota, ma entrai lo stesso.
Appena varcata la soglia, non potei fare a meno di notare uno spettacolare casco da football americano dei Chicago Bears, posizionato strategicamente accanto alla cassa e una maglia di football americano incorniciata proprio sopra il bancone: la numero 34 di Walter Payton. E il mio bel discorsetto se ne andò a quel paese. Chiedergli se gli piaceva il football sarebbe stato, in effetti, alquanto stupido.
Joe era, come al suo solito, dietro al bancone. Al mio ingresso, mi guardò incuriosito. Una faccia nuova era un evento per il suo locale e lui al contrario di molti abitanti della zona, non era per niente restio al turismo e agli stranieri.
Piccola digressione: il concetto di “stranieri” adottato in questa comunità montana è piuttosto ampio e comprende chiunque non sia nato e vissuto lì. Tanto per intenderci per la maggior parte degli abitanti della zona persino un bellunese è uno straniero.
Il primo a parlare fu ovviamente lui. “Come posso aiutarla?” Aveva una voce tonante e contemporaneamente molto amichevole.
“Per me era più forte Terrell Davis.” Tagliai corto, saltando a piè pari qualsivoglia preambolo e riferendomi al running back dei Denver Broncos che aiutò Elway a vincere i due titoli nazionali. Nonostante i miei timori prima di varcare la soglia del Soldier Field, la vista dei cimeli di cui era pieno il locale mi aveva sciolto la lingua.
Gli occhi di Joe si oscurarono. Sembrava gli avessi bestemmiato davanti e per un attimo pensai che era meglio andarsene e tornarmene a Zorzoi. Poi quegli stesi occhi si illuminarono al pensiero che la mia opinione, per quanto assurda, infondata e cretina, indicava che sapevo chi fosse il grande 34 dei Bears.
“Un ateo senza dio come lei dovrei sbatterlo fuori a calci, per aver detto una simile cazzata, ma io sono di animo generoso. Se sai dirmi chi ha vinto il Super Bowl numero venti il primo giro lo offro io.”
Il Super Bowl è la finale del campionato americano di football. E il numero venti fu vinto nel 1986 proprio dai Chicago Bears. L’ultimo titolo che hanno vinto, detto per inciso.
Risposi e a quel punto non dovetti più dire niente. Fui sommerso da un oceano di parole. Anche lui aveva voglia di parlare con qualcuno che capisse di football e non aveva certo i miei problemi a interagire con gli altri.
Fu così che iniziò la nostra amicizia.
Quando arrivai ancora ruminando sulle possibilità di salvezza di Alvin, il locale era ancora vuoto. I clienti abituali sarebbero arrivati solo dopo cena per la classica partita a carte inframmezzata di bestemmie e vino della casa. Così avevo Joe tutto per me. L’accoglienza al solito fu splendida e dopo pochi istanti ci ritrovammo a un tavolo a sorbire la grappa della sua riserva speciale, discutendo sulle infinite pecche della squadra di Dallas e dei suoi tifosi. Entrambi detestavamo Dallas, anche se per motivi diversi. Nella foga di insulti verso dei perfetti estranei che vivevano a migliaia di chilometri da dove ci trovavamo, non ci eravamo accorti che era entrato Toni Schnitzer, membro del consiglio comunale di Sovramonte, nonché proprietario dello spaccio del paese dove mi rifornivo di cibi precotti e altre delizie atte a salvare la vita a imbranato dei fornelli come il sottoscritto.
“Joe, Joe!” urlò Toni per attirare l'attenzione del mio amico. Dovevamo essere ben infognati nella nostra discussione per non esserci accorti del suo arrivo, perché Toni era veramente esagitato. Gli occhi gli schizzavano fuori dalle orbite e ansimava come un mantice. Doveva essere arrivato lì di corsa anche a giudicare dal sudore che andava formandosi sul suo viso.
“Che succede, Toni? Hai scoperto che qualcuno ti ha rubato una lattina di coca cola?” disse Joe, infastidito dall'essere stato interrotto mentre elencava tutti i pregi della città di Chicago rispetto a Dallas. E il bello era che lui a Chicago manco c'era mai stato.
Toni non gli rispose. Saltellava ora su un piede ora sull’altro guardandomi con sospetto. Al contrario di Joe lui non vedeva di buon occhio gli stranieri La sua mentalità era chiusa come il suo altipiano e la regola non scritta di quel luogo era che dei fatti importanti non si parla con uno straniero. Nel rispetto di quella regola non scritta mi sarei dovuto alzare e allontanarmi di qualche passo per permettere loro di parlare in privato. Ma avevo voglia di continuare a discorrere di football anche perchè Joe è la traduzione in italiano, con un leggero accento bellunese, di una enciclopedia americana sul football. Un vero e proprio pozzo di scienza. Così rimasi lì, aspettando che Toni riferisse la sua notizia per poi riprendere la discussione interrotta. Joe invitò, quindi, Toni a parlare senza farsi troppi problemi.
Toni continuò a esitare.
“Joe, a dire il vero si tratta di una faccenda che riguarda il nostro paese.” calcò particolarmente sulla parola “nostro”.
“Allora riguarda anche il signor Iacopini.” tagliò corto Joe, il quale era orgoglioso dei suoi natali più di chiunque altro, ma non vedeva il perché chi sceglieva di vivere nel comprensorio di Sovramonte per aver compreso l’evidente supremazia di quella terra, dovesse essere considerato un cittadino di serie B. E poi mi piaceva il football e questo faceva di me una persona degna della massima fiducia, a prescindere da tutto.
“Il signor Iacopini ama la nostra terra al punto di passarci tutte i momenti liberi che ha. Vedi bene che è più che interessato alle faccende del nostro paese.”
Toni fece una smorfia. Sapeva ovviamente chi fossi e la cosa continuava a non piacergli, ma se il sindaco gli diceva di parlare, lui avrebbe parlato.
“È morto Giuseppe D’Incau. Si è suicidato appendendosi a una trave in casa sua. L’ha trovato Renzi Dalla Santa che era andato lì per chiedergli di riparare un mobile. Appena l’ha visto è corso da me. Io gli ho detto di tornare da D’Incau e non far entrare nessuno, mentre io venivo qui.”
(to be continued... sempre che non mi chiudano)
