Re: Naufraghi 2.0

E' il luogo in cui potete parlare di tutto quello che volete, in particolare di tutti gli argomenti non strettamente attinenti allo sport americano...
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davidvanterpool
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Re: Naufraghi 2.0

Post by davidvanterpool »

Tipico post modesto all'Alvise, non avevo dubbi :forza:
Secondo me, c'è qualcosa che potrebbe tranquillamente pubblicare :gazza:
E' che a volte scrive troppo poco.
C'è bisogno che si giochi con un po' di dignità! Con un po' di anima cazzo! Nessuno fa un salto, un fallo con la palla lì! Facciamo a cazzotti almeno!! Ma che cazzo avete dentro?

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frog
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Re: Naufraghi 2.0

Post by frog »

Questo l'avevo pubblicato anni addietro, lo ripiglio per riempire il vuoto tra una puntata e l'altra della Alvix story, al quale rinnovo i complimenti  :applauso::


Ambaraba ciccicocco tre civette sul comò che facevano l’amore con la figlia del dottore il dottore si  ammalò ambaraba cicci coccò
Chi di Voi almeno una volta nella vita non ha recitato questa filastrocca per dirimere importanti questioni. L’altro giorno mi si è ripresentata nella mente e mentre ripercorrevo la metrica di questo classico dei cortili, ho cominciato a riflettere sul testo che presenta una serie di inestricabili quesiti ai quali non ho saputo dare risposta e per i quali chiedo il vostro aiuto.

Dopo lo scioglilingua d’introduzione è piazzata una prima affermazione “tre civette sul comò” che va analizzata a fondo. Chi sono le tre civette ? Cosa si intende per civette ? Si parla di tre auto-moto-nave civetta ? Sono forse tre donzelle che amano apparire più belle di quel che sono, insomma di ragazze un po’ civettuole ? Oppure si tratta veramente di tre animali notturni appartenenti alla famiglia degli Strigidi, denominate appunto Civette? Ci sarebbe anche l’ipotesi del Monte Civetta, ma tre montagne appoggiate sul comodino, mi sentirei di escluderle a priori. Questi tre soggetti qualunque cosa siano stanno sul comò. Ora un comò per quanto grande sia non appare ul luogo più adatto per sostare con un mezzo di locomozione, sia essa un auto una moto o una nave. Nemmeno tre ragazze potrebbero dirsi comodamente sistemate in quel luogo, la logica vorrebbe quindi i rapaci noturni come i più accreditati sostenitori della posizione. Il caso si complica quando la successiva frase descrive cosa le civette si sono messe a fare sul comò. “Che facevano l’amore con la figlia del dottore”. Ora, se precedentemente la logica poteva portarci a prendere in considerazione le tre civette come animali, il solo immaginare i tre pennuti accovacciati sulla figlia del dottore in bilico sul comodino, tra la sveglia e un libro giallo, copulare selvaggiamente, esula dal mio modo di intendere le cose logiche. C’è inoltre da considerare il fatto di dover collocare anagraficamente la figlia del dottore, considerando che “facevano all’amore” in soldini significa “che scopavano” e non altro, tutto questo mi porterebbe a dare alla figliuola come minimo una quindicina d’anni, se non altro per il fatto che un minimo d’esperienza dovrebbe pure averla fatta in qualche luogo più comodo prima di cimentarsi in questa singolare posizione da equilibrista. Il fatto di farsi la figlia del dottore su di un comodino essendo una cosa del tutto fuori dalla norma rimette sul piatto l’ipotesi delle tre fanciulle, in quanto il fatto di essere civette non vedo perché dovrebbe escludere l’ipotesi di essere anche un tantino lesbiche, ma se tornano in gioco loro, perché escludere il caso di tre mezzi militari dalle quali una serie di arrapatissimi servitori della patria potrebbero scendere per far contenta l’ineffabile figlia del dottore? Giunti a questo punto un'altra osservazione non può non sorgere spontanea, perché non sdraiarsi sul letto che, generalmente accompagna tutti i comò di questo mondo? A tutti questi quesiti si aggiungono quelli sollevati dall’ultima frase di  senso compiuto, si fa per dire, di questa filastrocca. “Il dottore si ammalò”, c’è un nesso tra quanto successo prima e la malattia del dottore ? Potremmo ipotizzare che la sua insaziabile figliola desiderando un comodino più grande abbia sfrattato nel bel mezzo della notte il povero padre, il quale, vedendosi arrivare in camera una fila composta da auto civetta, ragazze civetta, uccelli civetta, tutti pronti a gettarsi a corpo morto sulla ninfomane donzella, si sia ritrovato per strada in pigiama fino al punto di buscarsi un malanno. Insomma ogni ipotesi resta aperta e non basterà questa volta fare la conta per dirimere la questione.
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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Alvise »

quanto scritto da frog non può non essere spunto di molteplici riflessioni.
innazitutto, a mio parere, le civette sono volatili e in quanto volatili, definibili altrsì come uccelli. adesso i tre uccelli stavano sul comò. fermo restando che magari il dottore era pure ricco e quindi aveva un comò di dimensioni enormi, trovo più probabile che per stare su un comò i tre uccelli fossero finti, artificiali diciamo pure. adesso il poggiarsi sul como per facilitare l'azione dei suddetti uccelli artificiali avrebbe maggiore senso e avrebbe senso anche l'improvviso infarto sofferto dal dottore vedendo la sua figlioletta, l'angelo dei suoi occhi giocherellare così con le sue civette.
frog
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Re: Naufraghi 2.0

Post by frog »

Alvise wrote: quanto scritto da frog non può non essere spunto di molteplici riflessioni.
innazitutto, a mio parere, le civette sono volatili e in quanto volatili, definibili altrsì come uccelli. adesso i tre uccelli stavano sul comò. fermo restando che magari il dottore era pure ricco e quindi aveva un comò di dimensioni enormi, trovo più probabile che per stare su un comò i tre uccelli fossero finti, artificiali diciamo pure. adesso il poggiarsi sul como per facilitare l'azione dei suddetti uccelli artificiali avrebbe maggiore senso e avrebbe senso anche l'improvviso infarto sofferto dal dottore vedendo la sua figlioletta, l'angelo dei suoi occhi giocherellare così con le sue civette.

direi che la Flatcher non avrebbe potuto chiarificare in maniera migliore l'annoso mistero irrisolto del dottore tragicamente scomparso e della figliuola fattasi improvvisamente suora per i sensi di colpa, consegnata successivamente alla storia come la monaca di Monza  :gazza:
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la capressa

Re: Naufraghi 2.0

Post by la capressa »

Vorrei un'analisi di frog di ambarabà con la variazione "galline sul comò". Io la conoscevo così  :penso:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by 3metrisoprailcielo »

POSTFAZIONE: Naturalmente il mio ego spropositato non verrà minimamente scalfito da eventuali stroncature, ma reminiscenze democratiche mi tratterranno dal cercare l’annientamento fisico di quanti osassero trovare delle imperfezioni nel mio declamamento.

Amore ma tu sei peggio di quel che speravo.......... non ne ho capito una riga.....
AIUTATEMI !!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Alvise
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Alvise »

Pagai e, con il mio insipido vassoio, andai ad accomodarmi al tavolo delle autorità. Oltre a Jamal, sovrano indiscusso, c’era Lil’ J e i due ragazzi che erano rimasti in disparte.
“Questo è Jeremy!” disse Jamal indicando quello che avevo visto sia durante la partita che nel post partita impegnato a prepararsi spinelli su spinelli e che, in quel preciso momento, era impegnato a trangugiare un doppio hamburger con doppia porzione di formaggio.
Jeremy rispose al mio saluto con un brontolio impastato di cibo che io interpretai come un “Piacere!”.
“E questo è Double T.” Il ragazzo del cappuccio si era tolto il cappuccio e io avrei desiderato rimetterglielo. Non solo la bocca aveva una piega che non mi piaceva. Tutta la faccia presentava lo stesso sintomo. Era affetto dalla medesima malattia di Jamal, solo in forma più grave. Lui si credeva un duro, voleva essere un duro ed era pronto a dimostrarlo a chiunque. Un bozzo all’altezza della vita del giubbotto indicava anche come era pronto a dimostrarlo. Pericoloso e stupido. Meraviglioso.
Double T mosse il mento in su e in giù di circa quattro millimetri e poi si ficcò in bocca una manciata di patatine. Lo presi per un saluto. Tirai fuori il mio magnifico sorriso da fototessera, che mi ha salvato infinite volte dal mandare a quel paese il mondo intero, e contraccambiai.
La disposizione dei posti indicava, comunque, che loro due erano i pezzi grossi della banda insieme a Jamal. Lil’ J godeva semplicemente dei favori del sovrano.
Attenzione, non vorrei che fraintendeste. Non è il caso. Per capire il ruolo di Lil' J bisognava ricordarsi la biografia di Jamal e cosa era successo al fratello di Jamal.
Non ci voleva un fine psicanalista per capire che Lil’ J per Jamal era una specie di nuovo fratellino. E in effetti quando lo guardava o quando Lil’ J interveniva nei discorsi, gli occhi di Jamal si intenerivano.
L’intervista, comunque, iniziò con un pacato: “Sono l’unico che sa giocare della mia squadra. Anzi, credo di essere l’unico che sa giocare in tutta la città. Nemmeno mi diverto più. È troppo facile. L’unica cosa che tiene in piedi le partite è la pochezza della difesa della nostra squadra.”
E io che pensavo di essere un tipo immodesto. Al suo confronto mi sentii San Alvin patrono degli umili.
“In attacco facciamo pure più schifo, ma finchè gioco io nessun problema. Se mi danno il pallone posso metterlo in qualsiasi punto del campo. Senza perdere tempo a caricare il braccio. Se poi i miei ricevitori si dimenticano di smarcarsi, beh, allora tocca a me muovermi. E, con le gambe che mi ritrovo, i runningbacks non servono.”
Puntuale arriva l’intervento di Lil’ J.
“Lui è il più grande di tutti i tempi.”
A questo punto mi aspettavo il moto di assenso di Jamal, e, invece, ecco il grande giornalista, l’espertone di football e di uomini ritrovarsi la mandibola ad altezza sedere.
“Grazie, Lil’J, ma in realtà è tutto da vedere. Sono il migliore, della mia squadra, sono il migliore in città e, per quel che ho visto, il migliore di tutto il Michigan, ma è da vedere se sarò il migliore anche all’università o tra i professionisti. Il talento conta fino a un certo punto. Quello che fa la differenza è la testa, la volontà di migliorarsi, la capacità di sopravvivere alla pressione e io fino adesso, tra queste pippe, mica ho mai avuto grandi pressioni.”
Parlava con Lil’ J, per cui non stava atteggiandosi a modestone. Era sincero, e non riuscivo a crederci. Dopo l’esordio sui suoi compagni, ero certo di andare incontro a un’intervista già sentita mille volte. Quanto sono bravo, quanto sono figo, sono il re del mondo e gli altri, beh gli altri fanno schifo! E, invece, avevo davanti un ragazzo con dei problemi, ma per niente stupido. No, proprio per nulla. Non riuscii a trattenere un sorriso di soddisfazione, che contrastava con l’aria contrariata di Lil’ J. Fosse stato per lui, Brady, Vick e Big Ben avrebbero dovuto già adesso inchinarsi al suo fratellone acquisito. Double T sbuffò annoiato: per lui erano tutte cazzate, glielo si leggeva in volto. Jeremy, invece, stava perdendo l’effetto maria e gli occhi acquistavano una luce che prima non possedevano. Alle parole di Jamal aveva sorriso compiaciuto. Nemmeno lui era così stupido come cercava di sembrare. 
“Prima hai detto che tu sei il migliore dello stato. Ma hai qualche nome da segnalarmi? Sono un vecchio fissato e mi piace vedere i giovani giocare.”
Jamal scosse la testa. “Di veramente forti su cui scommettere, nessuno. Alcuni sono troppo acerbi, potrebbero sfondare, ma è ancora presto per dirlo. Altri sono semplicemente sopravalutati. Sono forti perché cresciuti più rapidamente degli altri. Verrebbe da pensare lo stesso di me, ma non commettere questo errore, uomo bianco.”
“Piantala.” Dissi addentando la mia succulenta e deliziosa insalata. Lacrimuccia. “Ti ho visto giocare, non potrei commettere “questo errore”. Adesso sarò un semplice commentatore televisivo, ma del gioco ne capisco eccome, dopo 15 anni di professionismo. Perciò sta attento tu, ragazzo nero, a non commettere l’errore di sottovalutarmi.”
“Non l’ho mai fatto. Non si sottovaluta un pro bowler!”
Lo guardai incuriosito. Fuori dagli spogliatoi, appena finita la partita, inizialmente non mi aveva riconosciuto. Solo quando mi ero presentato mi aveva identificato, ricollegandomi al mio lavoro di giornalista televisivo. La cosa non mi aveva stupito poi tanto. Jamal era pur sempre un ragazzino. Era possibile non avesse mai nemmeno visto giocare se non spezzoni di partite ormai già decise. Eppure adesso sembrava sapere più di quanto avesse lasciato intendere prima.
I miei pensieri dovevano essere piuttosto chiari, perché il mio interlocutore iniziò a parlare con aria compiaciuta.
“Devo confessare che prima ho fatto un po’ di scena. Ti avevo riconosciuto immediatamente. Nel preciso attimo in cui ti ho visto lì fuori con il tuo amico con la telecamera. Mio zio era un tuo grande tifoso e mi parlava spessissimo di te.”
“E perché non l’hai detto subito? Io adoro firmare autografi.”
“Perché non sono mio zio.” Prendi e porta a casa, Alvin. “Per lui sei un mito, per me sei solo un altro bianco venuto a intervistarmi, guadagnandoci sopra.”
Nessun giro di parole. Stronzo, ma non ipocrita. Altro punto per lui.
“A dire il vero, il mio stipendio me lo becco che la tua faccia finisca in tv o meno. E, per essere precisi, la tua faccia ci finisce in tv solo se quello che sta registrando il mio collaboratore mi piacerà. Se mi annoio non ti trasmetto. Ma non ti preoccupare, un altro bianco arriva di sicuro a sbatterti in tv, indipendentemente dalle risposte che darai. Tanto sei solo un ragazzo del ghetto che sa giocare a football, non è richiesto tu sappia pensare.”
Ecco il grande Alvin Santisky nella sua interpretazione migliore: il giornalista che fa incazzare il suo intervistato. Forse non era il discorso più adatto da fare a un capo popolo circondato dal suo esercito personale, quasi sicuramente incazzato con qualsiasi uomo bianco gli fosse capitato a tiro e con un bel po’ di pistole nascoste sotto i giubbotti. Però, se Jamal non era un imbecille, e io non pensavo lo fosse, almeno a giudicare da come aveva parlato fino a quel momento, avrebbe capito il messaggio.
Mi guardò un attimo. Sembrava sorpreso dalla mia replica, quindi piegò un angolo della bocca in quello che mi sembrò una smorfia di disgusto. Forse era un imbecille e io ero in grandissimi guai. No, quella smorfia per Jamal equivaleva a un sorriso, perché diede una bella manata a Jeremy indicando nella mia direzione. I lineamenti di Jamal sembravano addirittura rilassati. E non ero nemmeno Lil’ J.
“Mi piace questo tipo.”
Jeremy annuì, facendo esplodere un bel sorriso a 120 denti.
“Piace anche a me.”
Splendido, piacevo a tutti. Adoro piacere a tutti. Guardai Double T… beh, quasi a tutti.
“Credo tu sia stato il primo bianco a dirmi come stanno veramente le cose. Persino il mio allenatore si fa le seghe pensando al mio avvenire tra i pro e a quanto potrà guadagnarci rilasciando interviste in giro. E non ti dico tutti quei cazzoni delle aziende di abbigliamento o delle università, o persino qualche agente improvvisato. Tutti a menarmela sulla NFL, sui contratti di milionari e su fama ricchezza e gioia. Il mondo è mio, secondo loro. Beh, il mio mondo per adesso parte dalla quinta strada e finisce alla settima, e ti posso assicurare che è un mondo di merda.”
“A essere spassionati, almeno la merda può servire da concime.”
Altro angolo della bocca piegato. Jamal aveva decisamente dimenticato come si fa a sorridere.
“Esattamente.”
“Ho superato l’esame?” chiesi sorridendo.
“Superato.”
“Iniziamo l’intervista allora?”
“Vai con la prima domanda.”
[continua...]
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Dazed and Confused »

Alvise wrote: non ce ne sarebbe bisogno, ma approfitto di questo momento così prolifico per infilare la parte che dazed detesterà di più (la partita).
Causa esami mi sto un po' perdendo per strada... :piango:

Ma niente paura, ho appena recuperato l'episodio della partita e nel pomeriggio mi sparo in serie i seguenti.  :metal:



Che dire? A parte qualche problema con il primo drive in shoot gun formation ( :shocking: ) e poco altro, il pezzo è andato via rapido e piacevole. Ho apprezzato soprattutto la fase preparatoria della partita :gogogo:, con la descrizione delle varie tipologie di pubblico e sfoderando più di un sorriso pensando allo strabismo dei genitori.  :D

Insomma bene così e avanti tutta.  :forza:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by frog »

la capressa wrote: Vorrei un'analisi di frog di ambarabà con la variazione "galline sul comò". Io la conoscevo così  :penso:
Il discorso con le galline prende tutt'altra piega, ma tant'è, cercherò di districare la matassa  :penso:,

Dunque, tre galline sul comò sono senz'altro l'antico retaggio di una latente pigrizia insita nel soggetto "figlia del dottore", la quale, onde evitare la deambulazione mattutina fin verso la cucina per consumare una sparuta colazione, sotto lo sguardo attento e leggermente maniacale del padre, preferiva servirsi con uova fresche appena espulse dalle pollastrelle.
Naturalmente tutto bene, almeno fino a quando una mattina, apertosivici gli occhi con quell'anticipo che ti cambia il mondo, la di colui che di laurea s'ammanta figlia, non vede le galline intente nell'atto di fecondazione ovularico, che per ragioni di spazio, il comò non è esattamente una piazza d'armi, avviene a pochi centimetri dal suo naso. Cosa possa scattare nella testa di una femminea adolescente in verginale attesa d'esser preda di qualche insignificante concorrente del grande fratello, non è cosa di cui potermi occupare al momento, fatto stà che qualcosa scatta, ed ecco avverarsi l'inverosimile, una rivoltante ammucchiata saffica troneggia sullo scricchiolante comò, ma siccome spesso la realtà supera la fantasia, ecco in quel mentre giungere nella stanza l'apprensivo genitore di parte maschile, che, visto il tutto, crolla al tappeto colpito da qualcosa che se non fosse morto proprio il dottore, egli avrebbe prontamente diagnosticato, il resto, come era solito dire qualcuno, è storia.......    :figo:
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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Alvise »

Andammo avanti per una buona mezz’ora. Jamal non mi deluse. Era sicuro dei suoi mezzi, a volte anche sbruffone, ma era intelligente e rifletteva sempre prima di rispondere. Non voleva essere banale, ma nemmeno cercava di sorprendermi a ogni costo. Ogni tanto interveniva anche Jeremy, scherzando alla pari con Jamal oppure rivolgendosi direttamente a me per qualche domanda. Lil’ J rimaneva in disparte, sempre più incantato. Double T giocava con la cannuccia di una coca cola extralarge. Non perdeva occasione per far capire che si stava annoiando, con sbadigli e stiracchiamenti vari. Ogni tanto si alzava e andava a confabulare per qualche minuto con un gruppetto di ragazzi con gli occhi febbricitanti da drogati. In quei minuti riuscivo finalmente a rilassarmi un po’. E sentivo che anche per Daniel era lo stesso.
Dal suo modo di rispondere, capii che Jamal era divorato da un desiderio di fuga da quel quartiere. Una profonda volontà di riscatto. Ma non era una volontà egoistica. Lui non pensava solo a se stesso o al massimo a sua madre. No, lui parlava e pensava veramente come un capopopolo. Lui aveva deciso di liberare se stesso e tutti i ragazzi della sua banda. Lui non poteva fallire, perché doveva portarsi dietro tutti. Per questo non si atteggiava a essere il migliore in assoluto. Sapeva, perché ci aveva pensato sopra ben bene, che un college prestigioso era un riscatto temporaneo e troppo individuale. Forse sarebbe stato sufficiente a salvare lui dal prossimo proiettile vagante sparato in zona, ma non avrebbe mai salvato Lil’ J o Jeremy o gli altri del suo gruppo. No, per il suo obiettivo doveva diventare un professionista a qualunque costo, e nemmeno uno della panchina ma un uomo franchigia, un simbolo. Quello di cui tutti parlano come il salvatore della patria. Niente di più e niente di meno. E se questo gli fosse costato l’anima, era un prezzo che era pronto a pagare. Era questa la molla che lo spingeva. Un grande scopo, ma un grande peso. Già è difficile salvare se stessi; assumersi sulle proprie spalle la salvezza di altri, che magari come Double T non vogliono in alcun modo salvarsi, è al limite della follia. Sperai che quel peso non lo schiacciasse. Era forte, è vero, ma non so se a sufficienza per il compito che si era scelto. Anche se ce l’avesse fatta sul campo, quanti di quelli salvati gli avrebbero mostrato una sincera riconoscenza, aiutandolo? E quanti non avrebbero fatto altro che casini a nastro fino a inguaiarlo? Valeva veramente la pena di sbattersi tanto? Lui sembrava essersi già posto quelle domande e aver risposto a tutte sì. Un pazzo, insomma. Da parte mia tifavo per lui.
“Domanda finale. È banale lo so, ma mi tocca farla. Pensieri per il futuro? Hai già idea di dove andrai all’università?”
“In tutta sincerità, non ho ancora deciso. Sapendo scrivere il mio nome e cognome e sapendo contare fino a dieci, direi che posso ambire a qualsiasi università e il tutto spesato dai ricchi bianchi tifosi di questa o quella squadra. Se sono così stupidi da buttare via i loro soldi e darli a me, sarei stupido quanto loro a non approfittarne.”
La risposta che mi ero aspettato.
“Sincero come al solito.”
“È un brutto vizio, lo so, ma per ora posso permettermelo.”
“Già, è vero. Senti Jamal, io mi fermerei qui, ho materiale per fare tre puntate, anche se ho il sospetto che, una volta tolte le tue e le mie parolacce, alla fine tutto si ridurrà a una carrellata di immagini senza audio.”
Jeremy rise, Jamal piegò l’angolo della bocca. Ero proprio un gran comico.
“È stato un piacere, Alvin. Mi sono proprio divertito” fece il predestinato. Abbassai il capo a mo' di ringraziamento per il complimento, quindi mi rivolsi al mio cameraman. “Sentito? Puoi riposare la spalla adesso.”
Detto fatto, la telecamera fu appoggiata ai piedi del tavolino.
“Prima di andare, proprio non hai nessun nome da farmi di altri ottimi giocatori?”
“Mi spiace, il migliore di tutti non gioca più.” Non capivo a chi si riferisse, ma Jeremy si irrigidì visibilmente.
“Jeremy era il miglior wide receiver che avessi mai visto. Era persino più veloce di me.”
Jeremy guardò Jamal con occhi di fuoco.
“Jamal, smettila, non interessa a nessuno quella storia.”
“Fammi finire. Se non fossimo cresciuti qui, probabilmente in questo momento a essere intervistato saresti tu.”
“Ma siamo cresciuti qui, quindi questa storia è morta e sepolta.” Ribatté Jeremy con tono rabbioso.
“Va bene, come vuoi tu!” e Jamal si zittì.
Si vedeva che quella storia Jeremy non voleva proprio raccontarla e probabilmente nemmeno sentirla. Intervenni quando il silenzio mi parve essere durato fin troppo.
“Cambiamo argomento, allora. Passiamo a uno dei miei preferiti, me stesso quando giocavo. Jamal, dimmi un po’ l’opinione di tuo zio su di me. Sono curioso.”
Inaspettatamente fu lo stesso Jeremy a intervenire. Sembrava essermi grato per quel diversivo.
“Lo zio di Jamal, che poi è mio padre, diceva che eri lento come solo un bianco poteva essere, ma avevi un gran braccio e due palle ancora più grandi.”
“Non ero poi così lento!” replicai di primo acchito, poi ripensandoci meglio. “No, lo ero.”
Dopo una breve risatina da parte di tutti i presenti al tavolo tranne Double T, il quale era troppo impegnato a osservarsi le unghie, Jeremy riprese a parlare. “Sai cosa gli dava più fastidio di te?”
Scossi la testa.
“Che tu avessi sempre militato in squadre schifose. Non faceva altro che ripetermelo. In altre squadre avrebbe potuto fare sfaceli e invece guardalo lì a invecchiare tra una sconfitta e l’altra. Quello si è buttato via, diceva ogni volta che ti vedeva in televisione.”
Mi schermii “Che ci vuoi fare, ho sempre amato le cause perse.”
La mascella di Jamal si contrasse. Tutto il suo volto si irrigidì e i suoi occhi si fissarono su di me, quasi con ferocia.
“Io non commetterò il tuo errore.” Esordì. “Sono stufo delle cause perse. Tutta la mia vita è stata una causa persa. Non voglio esserlo più e non lo saranno nemmeno i miei amici. Se riuscirò ad arrivare al piano più alto, voglio solo il meglio. Voglio vincere!”
“Non l’ho mai considerato un errore. Mi son sempre ritenuto fortunato a militare sempre nella stessa franchigia. Per anni l’ho considerata la mia vera famiglia. Certo, la vittoria finale mi è mancata. Ma non rimpiango la mia scelta. Comunque ti auguro di coronare il tuo sogno, ma non credere sia facile. Col cazzo che la gente ti regala qualcosa solo perché sembri bravo. Hai ragione, essere il migliore qui non conta niente, essere il migliore tra i migliori è tutto un altro sport. Non c’entra nulla con quello che hai fatto tu oggi. Tu hai il potenziale, ma da qui a realizzarlo ce ne passa. Non credere alle stronzate che senti. Non sei ancora pronto per l’NFL.”
Jamal e Jeremy assentirono all’unisono. Lil' J. non capiva. Dopotutto, per lui Jamal era già il migliore. Double T continuava a fottersene dell’intervista. In quel momento fissava con insistenza le gambe di una ragazzina a un tavolo vicino. Aveva a occhio e croce tredici anni, molta esuberanza e poca esperienza. Lo sguardo di Double T mi faceva venire da vomitare e già sentivo prudermi le mani, ma non ero lì a insegnare educazione sessuale a quei ragazzi o spiegargli come non buttare via la loro vita. Ognuno è libero di sbagliare come vuole, solo sia pronto ad affrontare le conseguenze qualsiasi esse siano…
Così ero già pronto a festeggiare la fine dell’intervista offrendo un giro di milk shake a tutti, quando Double T si rivolse a Lil J.
“Ehi, piccoletto. Sai che tua sorella è diventata proprio una bella tettona? Che ne dici di metterci una buona parola per me, così la faccio divertire un po’?”
Jamal e Jeremy furono spiazzati da quell'uscita e io ricordo perfettamente di aver pensato: “oh merda!”. Lil’ J avvampò e si lanciò attraverso il tavolo nel tentativo di colpire Double T, urlando “Negro bastardo, tu mia sorella non la tocchi!”
[continua...]
frog
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Re: Naufraghi 2.0

Post by frog »

Non esiste che un racconto magistralmente descritto finisca in seconda pagina quando il colpo di scena è dietro l'angolo
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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0

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Double T poggiò il palmo della mano sulla fronte di Lil’ J e lo spinse indietro facendolo tornare dritto dritto sulla sedia, che stridette sul pavimento. Tutti si girarono a guardare. La sorella di Lil' J osservava disorientata. Aveva sentito la voce del fratello, ma non aveva capito cosa avesse detto o cosa fosse successo. Istintivamente contrassi i pugni, ma poi sentii una mano afferrarmi. Mi voltai di scatto per vedere chi voleva prendersi un pugno in faccia prima di Double T e trovai il volto di Daniel, il quale scuoteva la testa. La mia coscienza personale, sapendo come avrei reagito a quella scena, era intervenuto per tempo. Aveva ragione. Non erano affari miei. Eppure fremevo dalla voglia di menare quello stronzo, che si permetteva di fare il duro con un bambino di dieci anni. “Ci provasse con me” pensavo “e poi vedremmo se alzerà ancora gli occhi dai suoi piedi...”
“Che cazzo ti è preso, Double T?” Era la voce del padrone. Jamal era infuriato, si vedeva facilmente dalla postura del suo corpo, rigido e nervoso. Con una mano aveva bloccato Lil' J sulla sedia per impedirgli di balzare ancora sul tavolo, ma il suo sguardo non si staccava da Double T. Il bambino, pur trattenuto, aveva continuato a inveire contro Double T, con una voce sempre più stridula e vicina alle lacrime. Quest’ultimo invece si era allungato con le gambe sotto al tavolo e aveva intrecciato le mani dietro la nuca.
“Che ho detto di male? Perché, tu non ci faresti un giro?” Nel dire questo sorrise. Iniziai a contare rapidamente fino a mille per non togliergli la sedia da sotto il culo, spaccargliela in testa per poi finirlo a calci.
“Ti ammazzo!” gridò tra lacrime e muco Lil' J. La mano di Jamal si fece più pesante sulla sua spalla. Io ero arrivato a 72.
“E come, nanetto?” Riprese Double T tirando fuori la pistola. 91 92, 93… La sorella di Lil' J mandò un gridolino, mentre suo fratello si era irrigidito sulla sedia. Sul loro viso c’era la medesima espressione di terrore. Jamal e Jeremy avevano spostato il peso del loro corpo sui piedi pronti a scattare verso la pistola di Double T, mentre gli altri ragazzi della banda non sapevano nemmeno che giorno fosse... 145, 146 147….
“Allora, che succede? Adesso nessuno vuole più dire a Double T come comportarsi?” Anche il discorso in terza persona. 153, 154, 155… di quel passo avrei dovuto continuare a contare in eterno.
“Metti giù la pistola, Tashaun.” Era stato Jamal a parlare, allungando una mano per farsi consegnare l’arma. Una Beretta calibro 38, tenuta malissimo. Probabilmente mai pulita né oliata. Passata da troppe mani e pronta a fare cilecca sul più bello. Ma non mi sembrava il caso di contarci troppo. 170, 171, 172…
“No, no!” L’imbecille mosse a destra e a sinistra la canna della pistola per dare enfasi alle sue parole. “Tu sarai anche il capo, ma nessuno dà ordini a Double T!” E via un altro sorriso da ceffoni. 178, 179, 180…
Jeremy si allungò sul tavolo, Double T invece si tirò indietro, mantenendo fissa la distanza dai due. Ora la canna era puntata su Jeremy, il quale aveva perso ogni traccia di droga dai suoi occhi. Era infuriato e la sua voce era imperiosa e nello stesso tempo stanca, come se quella scena fosse già successa infinite volte e fosse sempre toccato a lui rimettere tutto in ordine… 187, 188…
“Tashaun, sentimi bene. Sono stufo delle tue cazzate da coglione. Metti giù la pistola o te la ficco così in profondità nel culo che per sparare ti basterà premerti l’ombelico!”
Il sorriso scomparve dalla faccia di Double T… 193, non mi sembrava la frase giusta da dire… 194, stava dando segni di nervosismo... 195, la sua attenzione era concentrata tutta su Jeremy e Jamal… 196, di me non si occupava…197, ce la potevo fare… 198, dovevo essere rapidissimo… 199 e fortunato… 200, se avessi sbagliato sarebbe potuto partire un colpo accidentale… 201, e in qualsiasi direzione c’era un possibile bersaglio umano… 202… pregai che il ginocchio non mi tradisse… 203, avevo bisogno di tutto lo slancio possibile… 204, piegati in avanti così… 205, bravo Alvin… 206, e adesso lanciati… 20…
Ancora una volta la mano di Daniel mi bloccò. Lo guardai. Si era rimesso in spalla la telecamera e il led rosso sopra quest’ultima indicava che era accesa. Smisi di contare. L’idea di Daniel era decisamente migliore della mia e meno pericolosa per gli altri. Male che fosse andata, ci saremmo finiti in mezzo solo noi due e non qualche altro estraneo, colpito accidentalmente.
Mi schiarii la voce e iniziai a parlare.
“Daniel, riprendi tutto, mi raccomando. Diventeremo ricchi con queste riprese. Jamal Buckler, futura stella NFL, ucciso a colpi di pistola da un suo amico in un fast food. Queste immagini ci renderanno ricchissimi.”
A parte l’inizio stentato, alla fine sembravo proprio convincente nella parte del giornalista idiota alla ricerca dello scoop. Tashaun, nome assai migliore di Double T, si voltò verso di me e con lui la canna della sua pistola. In vita mia mi era già capitata una situazione analoga e me l’ero quasi fatta sotto dalla paura. Al tempo giocavo ancora a football. Una sera si era presentata a casa mia la moglie terrorizzata di un mio compagno di squadra, nonché mio carissimo amico e vicino di casa. Lui si era ubriacato perché l’avevano tagliato, a causa di un infortunio cronico alla spalla e, dopo aver urlato per un paio d’ore insulti a tutto l’universo e anche un po' oltre, si era barricato in bagno, affermando di volersi sparare. Lei non sapeva cosa fare e sperava in me per farlo ragionare. Cercai di rassicurare la donna garantendole che avrei fatto il possibile. La lasciai in compagnia della mia seconda ex moglie e di una tazza extralarge di camomilla, quindi mi diressi alla casa accanto. Dopo un paio di tentativi infruttuosi di parlare al mio ex compagno di porta attraverso la porta del bagno, abbandonai la strada della diplomazia e sfondai la suddetta porta con un calcio ben assestato. All'epoca il ginocchio funzionava ancora. Il mio amico stava bellamente dentro la vasca da bagno. Era completamente nudo in tutti i suoi centododici chili di peso, con l'eccezione di un pullover rosa da donna usato come perizoma. Nella mano sinistra stringeva una bottiglia quasi vuota di Four Roses e nella destra un revolver. Appena mi vide, alzò la pistola, puntandomela contro. Urlò che ero stato uno stronzo, che l’avevo fatto licenziare e che dovevo andare affanculo. E poi sparò.
Il mio cuore si fermò, ma non per il proiettile. Quel deficiente era così ubriaco che al posto di prendere la sua pistola, nascosta nell’armadio della camera da letto, aveva preso quella giocattolo di suo figlio. Avevo rischiato un infarto. Quando aveva alzato la canna nella mia direzione, avevo pensato: “È finita!” Ne ero certo.
E adesso la stessa situazione, unica differenza: la pistola questa volta era vera. Di nuovo sentii la certezza di star per morire. Lì, in un fast food a Detroit, tra rimasugli di cibo e odore di fritto. Una morte veramente squallida, ma a ben pensarci, meglio che essere ucciso da un uomo di centododici chili che indossa un pullover rosa sopra i suoi organi genitali.
“Ehi, guarda che se ammazzi un giornalista fa molto meno notizia.” Sempre stato così. Quando me la sto per fare sotto dico sempre una frase senza senso, e la cosa divertente è che so benissimo che è senza senso ancora prima di dirla, ma non posso trattenermi. Effetto della paura, credo.
Double T non si curò della mia splendida battuta. Il suo cervello era troppo occupato a riflettere sulla situazione. La telecamera, però, fece il suo effetto, come Daniel aveva sperato. Siamo così abituati a vedere riprese in diretta che, quando vediamo una videocamera, siamo convinti che qualcuno ci stia vedendo proprio in quel momento. E così capitò anche a Double T, il quale si rivolse all’obiettivo come se un suo amico lo stesse guardando da casa, comodamente spaparanzato su un divano. Ovviamente, se Double T avesse avuto fin dall’inizio la volontà di premere il grilletto, con la videocamera Daniel ed io avremmo potuto farci un origami, ma in quel contesto fu decisiva a evitare una sparatoria che nessuno voleva.
“Ehi, si stava solo scherzando. Qui siamo tutti amici. Non farei mai male a uno della banda. Vero, Jeremy? Vero, Jamal?” disse infine Double T all’obiettivo.
I due citati annuirono e sembravano pure crederci. Per me era tutto spaventoso. Io, a quel mio famoso compagno di squadra, quando la pistola fece clic, strappai di mano la bottiglia di Four Roses e gliela fracassai in testa. Lui, testone com'era, non si fece niente, ma io mi sentii molto meglio. A Double T nessuno fece nulla. Nulla! Da parte mia l’avrei preso a calci in culo fino a Toronto e anche oltre e, a giudicare dalla sua espressione, altrettanto avrebbe fatto Daniel, ma tutti sembravano contenti così. Spaventoso.
Alcuni agli altri tavoli si misero pure a scherzare su quanto era successo. Ma osservando bene Jamal e Jeremy, andando oltre le espressioni di circostanza, si intuiva che la tensione era ancora tutta lì, tra resti di hamburger e di patatine ormai flosce. Jamal si rivolse verso di me.
“Si è fatto tardi. Forse è meglio che andiate.”
Confermai.
“Daniel, cancella l’ultima scena, non ci serve per l’intervista.” Daniel eseguì immediatamente. In realtà sarebbe stato un bello scoop: amico del predestinato lo minaccia con la pistola. Peccato io non sia quel genere di giornalista e per fortuna, mia fortuna, Daniel non è quel genere di cameraman.
“Grazie!” disse Jamal alzandosi e offrendomi la mano. Mi alzai anch’io e gliela strinsi.
“Grazie a te. È stata proprio una bella intervista.”
L’angolo della bocca tornò a piegarsi.
“Vi faccio accompagnare, non vorrei vi succedesse qualcosa.” Avrei voluto rispondere che qualcosa mi sembrava già successo, ma ritenni opportuno non esprimere il mio pensiero. E mi toccava pure accettare l'offerta. Sarebbe stato un atto di scortesia rifiutarla. Così a malincuore:
“Grazie accettiamo con molto piacere.”
[continua...]

io continuo a tenere su questo topic, mi perdonino gli altri che ce l'hanno sempre tra i piedi, ma sine, spree, goat, frog etc etc che fine avete fatto? voglio leggereeeeeeeeeeeeeeeeeeeee.
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Sine »

Intanto complimenti, come sempre :notworthy:

Anche se aspetto la fine della storia per commentarla in maniera più approfondita, ovviamente
Alvise wrote: io continuo a tenere su questo topic, mi perdonino gli altri che ce l'hanno sempre tra i piedi, ma sine, spree, goat, frog etc etc che fine avete fatto? voglio leggereeeeeeeeeeeeeeeeeeeee.
Io come avevo detto stavo scrivendo qualcosa, ma al momento ho gli esami che mi distolgono dall'obiettivo :gogogo:
Spero prima di andare in vacanza (3 agosto) di postarlo.
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Sine »

Facciamo vile bumping con un'altra cazzata che avevo scritto diversi mesi fa, in evidenti condizioni pietose :lol2: :lol2:
Non ha molta più dignità dell'intervista a Vujacic, per cui prendetela come un'altra occasione di tenere vivo il topic, che ormai sta vivendo della storia di Alvise.
Non è nemmeno finita, l'avevo piantata a metà, potrei quasi finirla, nel caso qualcuno sia così pazzo da volerla vedere finita :lol2:

Non è ovviamente il brano di cui parlavo prima, quello arriverà, forse...




Intervista esclusivissima con un anonimo neurone, a casa sua.

Intervistatore: Buongiorno
Jimmy: Buongiorno anche a lei, è un piacere conoscerla. Sa, vedere facce nuove ogni tanto fa sempre bene.
I: Prima di cominciare devo confessarle la mia sorpresa nel constatare che lei esiste veramente, non è una delle tante figure mitologiche come il mostro di Lochness, l'Idra, Babbo Natale o Maria Giovanna Elmi. E' qui davanti a me, se lo raccontassi in giro probabilmente in pochi mi crederebbero.
J: Come può vedere. Ammetto che essere paragonato a Maria Giovanna Elmi mi ha sempre inorgoglito, molto spesso ho pensato che tentare il suicidio solo per poter vedere il mio nome vicino al suo sarebbe stata una mossa tuttaltro che stupida.
I: E cosa l'ha trattenuta? Voglio dire, è qua solo, non deve essere un lavoro facile.
J: Invece sbaglia. La paga è buona, orari flessibili, e l'unico a cui devo rispondere del mio operato sono io. Le basti sapere che sono in maternità da 3 anni.
I: Ma lei è un uomo!
J: Come lo sa? Sono un neurone.
I: Beh, si chiama Jimmy...
J: Ah sì? Lo scopro da lei in questo momento. Quando si è da soli il nome perde importanza.
I: Mi perdoni, ma è uscito Jimmy, quando mi ha salutato. E la J le spunta ogni volta che comincia a parlare.
J: Ha ragione...Anche se avrei preferito Jack. Jimmy è troppo confidenziale. E poi amo il Jack Daniel's.
Le dispiace?
I: Si figuri.
Ricominciamo?
J: Vada
Intervistatore : Buongiorno!
Jack: Buongiorno anche a lei!
Sì, va molto meglio.
I: Sembra un neurone diverso, ora.
J: La ringrazio. Dicevamo?
I: Parlavamo della sua maternità, nonostante sia un uomo. E con un bellissimo nome, mi permetto di aggiungere.
J: Ah, giusto. Beh, sono il capo di me stesso. E sono un capo molto flessibile, quando c'è da gestire le mie ferie.
Ergo, se sono in maternità da tre anni, evidentemente ho buone ragioni per farlo. Non indago mai nella vita privata dei miei dipendenti.
I: Ma l'unico dipendente che ha è lei stesso!
J: Le sembra questo un buon motivo per contravvenire al mio codice morale?
I: Ma...
J: La vedo confusa
I: Non lo nego.
J: Non ne capisco il motivo.
I:  Parlando d'altro...in cosa consiste esattamente il lavoro di un neurone come lei? Sono sicuro che tantissime persone se lo stanno chiedendo. Il sottoscritto in primis.
J: Beh, che le posso dire.
E' un lavoro abbastanza particolare, oserei definirlo unico. Posso fare tutto come nulla. Creare, distruggere, qualsiasi cosa è opera mia.
I: Non la seguo.
J: Si guardi intorno, cosa vede?
I: Uhm...nulla.
J: Nulla non è sufficiente, guardi meglio.
I: Mah...
Non vedo materia nè pensieri. Niente di niente.
J: Esattamente. Del resto sono in ferie da tre anni. Ora le faccio qualche domanda io, se posso permettermi.
I: Si figuri
J: Siamo seduti o in piedi? Dove siamo? Com'è che sta prendendo appunti sulla mia intervista?
I: In effetti non glielo saprei dire, ora che mi ci fa pensare...
J: Glielo dico io. Siamo seduti all'ombra di una palma alle Maldive, stiamo sorseggiando un Daiquiri servito da due bellissime modelle in topless e lei ha il suo servetto personale che non perde una sillaba di quel che sto dicendo.
Blblblblblbbl.
Vede? Scrive tutto. Anche i punti e le virgole. Scemo chi scrive.
Fantastico!
I: Ehi, è vero!! Che sole! E quanti culi...
Le ho già detto che è un grande?
J: Aspetti a ringraziarmi. Non le ho ancora detto com'è vestito...
I: Ehi, mi tolga subito questo reggiseno e questi tacchi!
J: Ok ok, come vuole, anche se non stava poi tanto male...
Torniamo ad un luogo più consono per la nostra intervista.
I: Un bagno di una discoteca??
E questa chi è??
J: Ehm, mi perdoni, mi son fatto trascinare da alcuni ricordi di gioventù.
I: Sì, ma me lo conceda, era veramente disperato per intrattenersi con una donzella di questo tipo!
J: Colpa di 32 birre di troppo.
I: Trentadue?? Aveva bevuto trentadue birre??
J: No. Cinquantadue. Ma fino alla ventesima era normale amministrazione.
I: E h m  ,  s c u s i  s e  l a  i n t e r r o m p o . . . l a  p u ò  f e r m a r e  l e i  q u e s t a ? S a,  h o  m o g l i e  e  b a m b i n i...
J: Sì, subito. Colpa sua che mi fa parlare.
Ma non sa che si perde, ai tempi era conosciuta come Giurisprudenza.
I: E per quale motivo?
J: Semplice, entravano tutti.
I: ... Non le dispiace vero se glisso sull'eleganza della metafora?
J: Si figuri, io è dall'inizio dell'intervista che glisso sulla sua pettinatura.
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Cammellaio Patto
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Cammellaio Patto »

ecco una breve storiella che mi inventerò sedutastante.

allora c'è un calamaro, un enorme calamaro seduto al bancone di un bar. arriva un famoso astronauta che gli si siede a fianco. i due sembrano conoscersi. è l'astronauta che comincia a parlare credo:

ASTRONAUTA: ciao calamaro.
CALAMARO: ciao astronauta.
ASTRONAUTA: cosa bevi calamaro?
CALAMARO: un amaro.
ASTRONAUTA: fai bene.
CALAMARO: grazie.
ASTRONAUTA: allora com'è andata alla Scala?
CALAMARO: bah...insomma, come al solito.
ASTRONAUTA: dai, non essere modesto! ne ho sentito parlare anche in tv del tuo concerto.
CALAMARO: si vabbè, ma i giornalisti non capiscono niente. Hanno scambiato un pezzo di Handel con uno di Ryo Noda, per non parlare di quello che è venuto ad intervistarmi dopo il concerto.
BARISTA: prendete qualcos'altro?
CALAMARO: No grazie Timoteclo.
ASTRONAUTA: a te non sono mai andato a genio i giornalisti, vero?
CALAMARO: senti ma perchè non ti togli quella divisa da sommozzatore? sembri un sommozzatore.
ASTRONAUTA: come un sommozzatore, questa è la mia tuta da lavoro. Pensavo proprio a te ieri quando stavo a largo di orione. Ero fuori dall'astronave per riparare un aggeggio che non funzionava, e mentre fluttuavo nello spazio all'improvviso mi è tornato in mente la prima volta che ci siamo incontrati. In una bettola semideserta tu, chiaramente ubriaco, suonavi tutti i brani di Debussy al violoncello.
CALAMARO: Sì, facevo una vita del genere prima. Ci credi che sebbene ora sia il più ricercato esecutore di violoncello al mondo rimpiango quei giorni. In quei momenti riuscivo a dare il massimo della mia creatività artistica. Un po' come diceva Adorno per Verlaine, mi capisci?
ASTRONAUTA: penso di si. e già che ci siamo, di la verità, eri tu al "Bogaloo Sister" venerdì sera?
CALAMARO: cosa?
ASTRONAUTA: avanti...ti ho visto. ok che con l'impermeabile e il cappello gli altri non ti riconoscono, ma io ti conosco troppo bene. E ne ho avuto la certezza quando ho visto che ordinavi scotch doppi a profusione. Adesso prova a drimi che non eri tu!
CALAMARO: accidenti, come potrei negarlo? Sai, ho ripreso a bere ultimamente.
ASTRONAUTA: come mai?
CALAMARO: la mia ragazza mi ha lasciato venerdì scorso. Sono tornato a casa alle 3 di notte, ubriaco e con i vestiti tutti bagnati. Lei si è svegliata e si è incazzata. Ha detto che sono il calamaro peggiore con cui è mai stata. Ha preso a urlare e io non sapevo che dire, avevo bevuto un po' troppo. Mi ha detto anche che non contava più niente il fatto che le ricordassi Humprey Bogart, dice che non la stimavo abbastanza come donna.
ASTRONAUTA: ah, capisco. vedrai che le cose si sistemeranno. Ora devo andare, fra mezz'ora comincia il mio turno e se rimango ancora a chicacchierare con te finisco che faccio tardi.
CALAMARO: sempre Orione?
ASTRONAUTA: no oggi cominciamo la circumnavigazione intorno a venere, più vicino. Dobbiamo verificare una tesi di uno scienziato, secondo lui non c'è acqua su quel pianeta così stiamo andando lì per montare almeno dei distributori automatici di bibite.
CALAMARO: ciò è molto interessante. Allora vai, non perdere altro tempo.
ASTRONAUTA: Mi ha fatto piacere rivederti, dovremmo organizzare qualcosa ogni tanto.
CALAMARO: infatti.
ASTRONAUTA: e per quella cosa di, insomma la tua ragazza, non ti preoccupare, vedrai che si sistema la faccenda.
CALAMARO: grazie.
ASTRONAUTA: ci vediamo, ciao.
CALAMARO: ciao.

Quando l'astronauta esce, il barista si avvicina al calamaro e gli chiede:

BARISTA: Chi era quel tuo amico, calamaro?
CALAMARO: amico? (con fare cinico)
BARISTA: Non essere amaro.
CALAMARO: non mettertici anche tu Timoteclo.



e così finisce questa appassionante storia. :penso:
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