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Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 27/10/2008, 16:08
by Spree
Jakala wrote:
E come dovrei chiamarlo?
Un libero professionista che non può esercitare perché non in possesso dell'abilitazione da cosa è escluso? Dal campo di calcio o dal potenziale mercato del lavoro?
Io intendevo che hai una fissa con il fatto che il mercato onnipotente e salvifico debba essere libero da ogni impedimento per redimere l'umanità :D
Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 27/10/2008, 16:09
by BruceSmith
mi limito a segnalare che escludere un neolaureato dalla possibilità di andare al mercato è quanto di peggio ci possa essere. vergogna.
Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 27/10/2008, 16:11
by The goat
quelli del premio ciombe sono di là. stesso pianerottolo ma porta accanto.
Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 27/10/2008, 16:17
by BruceSmith
se metto la faccina che sbadiglia ti infervori come ai tempi d'oro? :D
Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 27/10/2008, 16:24
by The goat
quella può metterla solo predu.
Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 27/10/2008, 16:28
by Paperone

(per la lezione che sto seguendo, mica per la discussione :D)
il mio articolo non se lo fila nessuno

Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 27/10/2008, 16:48
by Jakala
Spree wrote:
Io intendevo che hai una fissa con il fatto che il mercato onnipotente e salvifico debba essere libero da ogni impedimento per redimere l'umanità :D
Sbagli quello è il Mercato, mentre quello a cui mi riferivo era il mercato.
Avevo capito che era una battuta, ma oggi il mio cervello è in standby, weekend troppo alcolico per il sottoscritto.
BruceSmith wrote:
mi limito a segnalare che escludere un neolaureato dalla possibilità di andare al mercato è quanto di peggio ci possa essere. vergogna.
Con l'esselunga a casa un neolaureato può trovare giustizia
Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 27/10/2008, 21:28
by frog
L'ho sentito prima al Tg3, sarebbe scandaloso se riuscissi ancora a scandalizzarmi della sua incommensurabile nefandezza, ma trattandosi di lui, non mi sorprende più nulla.
Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 28/10/2008, 10:39
by Vic Vega
Da corriere.it, il pezzo di Gian Antonio Stella sulla riforma della scuola:
La caccia bipartisan ai consensi facili
Destra-sinistra, 9 anni fa l'alleanza contro Berlinguer. E Fini inneggiava alla piazza
Dilaga la rivolta nelle scuole? Tutti voti guadagnati. La battuta non è di Walter Veltroni, Antonio Di Pietro o Paolo Ferrero. La battuta è di Gianfranco Fini. E fu fatta in occasione dell'ultimo grande "incendio" scolastico prima dell'attuale. Quello scoppiato nel 2000 contro la svolta meritocratica tentata da Luigi Berlinguer. Disse proprio così, come ricorda una notizia Ansa, l'allora presidente di Alleanza Nazionale: «Dovrei ringraziare la Bindi e il suo collega Berlinguer, perché da medici e insegnanti verrà un consenso nuovo e fresco al Polo». E non si trattava di una strambata estemporanea. Il giorno in cui i professori ribelli erano calati a Roma «per dire no al concorso per gli aumenti di merito», il primo a portare la sua solidarietà ai manifestanti era stato lui, l'attuale presidente della Camera. Opinione solitaria? Per niente: l'onda dei contestatori, allora, fu cavalcata (fatta eccezione per la Lega, che non aveva ancora ricucito del tutto col Polo e preferì una posizione più defilata) da tutta la destra. Dall'inizio alla fine. Lascia quindi sbalorditi sentire oggi Mariastella Gelmini dire che «il disastro dell'istruzione in Italia è figlio delle logiche culturali della sinistra contro il merito e la competitività », che «per decenni scuola e università sono state usate come distributori di posti di lavoro, di clientele e magari di illusioni » e che la sola sinistra ha la responsabilità d'avere seminato «l'illusione che lo Stato possa provvedere a dare posti fissi in modo indipendente dalla situazione economica e dal debito pubblico».
Sia chiaro: la sinistra e il sindacato hanno responsabilità enormi, nel degrado non solo della scuola e dell'università, ma dell'intera macchina pubblica italiana. Fin dai tempi in cui lo psiuppino Lucio Libertini teorizzava che «l'attivo della bilancia dei pagamenti e la consistenza delle riserve non sono dati positivi in assoluto» e il segretario comunista Luigi Longo tuonava che «non è lecito al governo trincerarsi dietro le difficoltà finanziarie ». La caricatura feticista del garantismo che ha permesso di restare in cattedra a professori che insegnano voltando le spalle agli alunni o sono stati condannati per essersi fregati i soldi delle gite scolastiche è frutto di una deriva sindacalese. E così la nascita delle «scodellatrici » che devono dar da mangiare ai bambini perché «non spetta» alle bidelle. E tante altre cose inaccettabili. Che la situazione sia tutta colpa della sinistra e solo della sinistra, però, è falso. E lo scaricabarile, oltre a essere indecoroso, impedisce a una destra moderna di fare i conti fino in fondo con la storia, con i problemi del Paese e con se stessa. Perché forse è una forzatura polemica quella di Enrico Panini, segretario nazionale Cgil-scuola, quando dice che i precari «erano il serbatoio e lo spasso della Dc».
Ma le sanatorie per i professori non le ha inventate la sinistra: la prima porta la firma di Vittorio Emanuele II nel 1859. «In eccezione alla regola del concorso... ». Hanno radici profonde, i mali della nostra scuola: «Dal 1860 ci sono stati 33 ministri della Pubblica Istruzione, ciascuno desideroso di distinguersi rovesciando l'opera del predecessore. Il danaro è stato lesinato; e lo Stato e i Comuni, prodighi in ogni altra cosa, hanno fatta economia nel più fruttifero degl'investimenti nazionali», scrivevano nel 1901 H. Bolton King e Thomas Okey nel libro L'Italia di oggi. Cosa c'entra la sinistra se perfino Giovanni Gentile, del quale gli stessi antifascisti più antifascisti riconoscono la statura, durò come ministro della Pubblica istruzione solo una ventina di mesi? Se addirittura Benito Mussolini fu costretto a cambiare in quel ruolo più ministri di quanti allenatori abbia cambiato Maurizio Zamparini? Se la Dc per mezzo secolo ha mollato quel ministero-chiave solo rarissime volte e mai a un uomo di sinistra? Se la sanatoria più massiccia fu voluta dalla democristiana Franca Falcucci che nel 1982 propose alle Camere di inquadrare nel ruolo i precari della scuola e a chi le chiese quanto sarebbe costata rispose 31 miliardi e 200 milioni di lire l'anno, cifra che si sarebbe rivelata presto 53 volte più bassa del reale?
La verità è che sulla scuola, il precariato, il mito clientelare del posto pubblico hanno giocato, per motivi di bottega, praticamente tutti. E che l'egualitarismo insensato di un pezzo della sinistra e del sindacato si è saldato nei decenni col sistema clientelare democristiano e socialista, socialdemocratico e liberale e infine cuffariano e destrorso. Fino all'annientamento dell'idea stessa del merito. Annientamento condiviso per quieto vivere da tutti. Trasversalmente. L'ultima dimostrazione, come dicevamo, risale nella scuola a nove anni fa. Quando Luigi Berlinguer riuscì a recuperare 1.200 miliardi di lire per dare aumenti di merito ai professori più bravi: uno su cinque sarebbe stato premiato con 6 milioni lordi l'anno in più in busta paga. Uno su cinque era troppo poco? Può darsi. Dovevano essere definiti meglio i criteri? Può darsi. Il sistema dei quiz non era l'ideale? Può darsi. Ma l'obiettivo del ministro era chiaro: «Va introdotto il concetto di merito. Chi vale di più deve avere di più».
Fu fatto a pezzi. Dai sindacati e dalla "sua" sinistra, per cominciare. Basti ricordare il rifondarolo Giovanni Russo Spena («meglio distribuire i soldi a tutti e concedere a tutti un anno sabbatico a rotazione »), il verde Paolo Cento, la ministra cossuttiana Katia Bellillo («no alla selezione meritocratica dei docenti») o il leader dei Cobas Piero Vernocchi, deciso a far la guerra «contro ogni tipo di gerarchizzazione del sistema scolastico». Ma anche la destra cavalcò le proteste. Alla grande. Francesco Bevilacqua, di An, attaccò al Senato il ministro accusandolo di avere «stabilito per legge che il 20% dei docenti in Italia è bravo e che gli altri lo sono meno o non lo sono affatto ». Il suo camerata Fortunato Aloi sostenne alla Camera che quel «concorsaccio non poteva assolutamente non mortificare coloro i quali operano nel mondo della scuola» i quali avevano «giustamente mobilitato le piazze». Lo Snals, che certo non era un sindacato rosso, fu nettissimo. Punto uno: «Rifiuto di ogni forma di selezione fra gli insegnanti ». Punto due: «Riconoscimento della professionalità di tutti i docenti». E i primi ad appoggiare la lotta, con un documento che intimava al governo di «sospendere immediatamente il concorso», furono l'allora casiniano e oggi berlusconiano Carlo Giovanardi, la responsabile Scuola di An Angela Napoli e la responsabile Scuola di Forza Italia Valentina Aprea. La quale, vinta la battaglia contro il concorso meritocratico per i professori, ne scatenò subito un'altra sui dirigenti scolastici: «Sconfitto sul fronte dei docenti ora Berlinguer vuole prendersi una rivincita con i capi di istituto. I discutibili criteri di valutazione rimangono inalterati, con la conseguenza di creare il battaglione del 20% di super-presidi e conferendo la patente di mediocrità al restante 80%».
Parole inequivocabili. Dove non erano contestate solo le modalità ma l'idea stessa degli aumenti di merito che pure dovrebbe essere cara a chi si proclama liberale. Come sia finita, quella volta, si sa. Luigi Berlinguer fu costretto a rinunciare, dovette mollare la carica di ministro e il suo naufragio è stato la pietra tombale di ogni ipotesi meritocratica. E noi ci ritroviamo, dieci anni dopo, alle prese con gli stessi temi. Aggravati. Vale per la destra, vale per la sinistra. Le quali, come accusa uno studio di «Tuttoscuola » (www.tuttoscuola.com), non si fanno troppi scrupoli di cavalcare ciascuno la propria tigre anche «addomesticando » i numeri. Che senso ha? Come spiega il dossier della rivista di Giovanni Vinciguerra, «al nostro Paese serve un recupero di qualità del confronto politico e sociale in un momento di così profonda crisi del ruolo e della legittimazione sociale del sistema educativo nazionale, non guerre sui dati o sui grembiuli».
[align=right]
Gian Antonio Stella[/align]
Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 28/10/2008, 14:18
by Hank Luisetti
Spesa pubblica, tutti i tagli
ai ministeri dalla Finanziaria
La dieta imposta dalla "finanziaria snella" colpisce soprattutto Economia, Sviluppo economico e Difesa. Ma anche Lavoro, che ha inglobato la Salute, Ambiente e Beni culturali non evitano il drastico taglio imposto dalla manovra triennale (Dl 112/08). È quanto emerge dalla fotografia scattata il 30 settembre scorso dalla Ragioneria generale dello Stato e rielaborata dall'Ufficio studi della Camera, dove la finanziaria e le 1030 pagine di tabelle della legge di bilancio hanno già avviato il loro esame parlamentare (si veda il grafico a fianco).
Per quanto riguarda il dicastero del ministro Claudio Scajola il saldo finale delle risorse lasciate sul tavolo del risanamento in valore assoluto è pari a poco meno di tre miliardi, per l'esattezza 2.835 milioni di euro. In sostanza, una riduzione del 22,7% rispetto alle dotazioni finanziarie al 24 giugno 2008, giorno precedente l'entrata in vigore della manovra di risanamento triennale del Governo.
Al secondo posto della virtuale classifica delle amministrazioni centrali più "tartassate" spicca l'Ambiente con un taglio di 276 milioni, di gran lunga inferiore ai valori assoluti registrati dallo Sviluppo economico, ma che in termini relativi si attesta intorno al 18 per cento. Interventi pesanti anche per la Difesa (961 milioni in meno), l'Istruzione (771), il Lavoro (569) e gli Esteri (330).
Attenzione poi al fatto che, di qui a breve, la fotografia potrebbe perdere in nitidezza. Infatti i dati elaborati dalla Ragioneria e dalla Camera non tengono conto delle nuove misure che il Governo dovrà adottare per far fronte alla crisi dei mercati finanziari, dei consumi e della produttività delle imprese. Non a caso su questi due ultimi fronti già si profila all'orizzonte un intervento d'urgenza per introdurre incentivi fiscali. Quindi, salvo che non si scelga la strada dell'inserimento nella manovra o nei collegati, agli attuali tagli previsti dal Dl 112 potrebbero aggiungersi ulteriori riduzioni, la cui entità non è ancora possibile quantificare.
C'è poi da considerare l'effetto, per il solo anno 2009, delle rimodulazioni, che rappresentano la vera novità della Finanziaria: si tratta di un meccanismo (introdotto dal comma 3 dell'articolo 60 del Dl 112) che consente di contemperare l'esigenza del contenimento della spesa con quella di garantire alle singole amministrazioni le risorse necessarie per assicurarne un'operatività minima. Il tutto nel rispetto dell'invarianza degli effetti sui saldi di finanza pubblica e nel limite del 10% delle risorse stanziate per gli interventi. In sostanza, quella che all'Economia hanno ribattezzato come «elasticità nella gestione del bilancio»: se il Governo fissa l'entità dei tagli, è poi il singolo ministero che in autonomia, seppure entro certi limiti, ripartisce e "rimodula" le risorse residue al proprio interno sulle missioni ritenute prioritarie (si veda la pagina successiva). Comunque sia, come evidenzia l'Ufficio studi della Camera, l'entità delle spese rimodulabili da parte dei ministeri rappresenta circa il 5% della spesa finale del bilancio dello Stato.
Va infine aggiunto che la scure del Governo non si abbatte direttamente sulla singola amministrazione, ma sulle "missioni", che rappresentano le funzioni principali e gli obiettivi strategici perseguiti dalla spesa pubblica. In altre parole, la manovra finanziaria contrae le dotazioni previste per queste "grandi finalità" (in tutto 34), e tale contrazione si ripercuote sui ministeri, trasversalmente attraversati dalla miriade di programmi in cui le missioni sono articolate.
Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 28/10/2008, 21:57
by Angyair
Vic Vega wrote:
Da corriere.it, il pezzo di Gian Antonio Stella sulla riforma della scuola:
La caccia bipartisan ai consensi facili
Destra-sinistra, 9 anni fa l'alleanza contro Berlinguer. E Fini inneggiava alla piazza
Dilaga la rivolta nelle scuole? Tutti voti guadagnati. La battuta non è di Walter Veltroni, Antonio Di Pietro o Paolo Ferrero. La battuta è di Gianfranco Fini. E fu fatta in occasione dell'ultimo grande "incendio" scolastico prima dell'attuale. Quello scoppiato nel 2000 contro la svolta meritocratica tentata da Luigi Berlinguer. Disse proprio così, come ricorda una notizia Ansa, l'allora presidente di Alleanza Nazionale: «Dovrei ringraziare la Bindi e il suo collega Berlinguer, perché da medici e insegnanti verrà un consenso nuovo e fresco al Polo». E non si trattava di una strambata estemporanea. Il giorno in cui i professori ribelli erano calati a Roma «per dire no al concorso per gli aumenti di merito», il primo a portare la sua solidarietà ai manifestanti era stato lui, l'attuale presidente della Camera. Opinione solitaria? Per niente: l'onda dei contestatori, allora, fu cavalcata (fatta eccezione per la Lega, che non aveva ancora ricucito del tutto col Polo e preferì una posizione più defilata) da tutta la destra. Dall'inizio alla fine. Lascia quindi sbalorditi sentire oggi Mariastella Gelmini dire che «il disastro dell'istruzione in Italia è figlio delle logiche culturali della sinistra contro il merito e la competitività », che «per decenni scuola e università sono state usate come distributori di posti di lavoro, di clientele e magari di illusioni » e che la sola sinistra ha la responsabilità d'avere seminato «l'illusione che lo Stato possa provvedere a dare posti fissi in modo indipendente dalla situazione economica e dal debito pubblico».
Sia chiaro: la sinistra e il sindacato hanno responsabilità enormi, nel degrado non solo della scuola e dell'università, ma dell'intera macchina pubblica italiana. Fin dai tempi in cui lo psiuppino Lucio Libertini teorizzava che «l'attivo della bilancia dei pagamenti e la consistenza delle riserve non sono dati positivi in assoluto» e il segretario comunista Luigi Longo tuonava che «non è lecito al governo trincerarsi dietro le difficoltà finanziarie ». La caricatura feticista del garantismo che ha permesso di restare in cattedra a professori che insegnano voltando le spalle agli alunni o sono stati condannati per essersi fregati i soldi delle gite scolastiche è frutto di una deriva sindacalese. E così la nascita delle «scodellatrici » che devono dar da mangiare ai bambini perché «non spetta» alle bidelle. E tante altre cose inaccettabili. Che la situazione sia tutta colpa della sinistra e solo della sinistra, però, è falso. E lo scaricabarile, oltre a essere indecoroso, impedisce a una destra moderna di fare i conti fino in fondo con la storia, con i problemi del Paese e con se stessa. Perché forse è una forzatura polemica quella di Enrico Panini, segretario nazionale Cgil-scuola, quando dice che i precari «erano il serbatoio e lo spasso della Dc».
Ma le sanatorie per i professori non le ha inventate la sinistra: la prima porta la firma di Vittorio Emanuele II nel 1859. «In eccezione alla regola del concorso... ». Hanno radici profonde, i mali della nostra scuola: «Dal 1860 ci sono stati 33 ministri della Pubblica Istruzione, ciascuno desideroso di distinguersi rovesciando l'opera del predecessore. Il danaro è stato lesinato; e lo Stato e i Comuni, prodighi in ogni altra cosa, hanno fatta economia nel più fruttifero degl'investimenti nazionali», scrivevano nel 1901 H. Bolton King e Thomas Okey nel libro L'Italia di oggi. Cosa c'entra la sinistra se perfino Giovanni Gentile, del quale gli stessi antifascisti più antifascisti riconoscono la statura, durò come ministro della Pubblica istruzione solo una ventina di mesi? Se addirittura Benito Mussolini fu costretto a cambiare in quel ruolo più ministri di quanti allenatori abbia cambiato Maurizio Zamparini? Se la Dc per mezzo secolo ha mollato quel ministero-chiave solo rarissime volte e mai a un uomo di sinistra? Se la sanatoria più massiccia fu voluta dalla democristiana Franca Falcucci che nel 1982 propose alle Camere di inquadrare nel ruolo i precari della scuola e a chi le chiese quanto sarebbe costata rispose 31 miliardi e 200 milioni di lire l'anno, cifra che si sarebbe rivelata presto 53 volte più bassa del reale?
La verità è che sulla scuola, il precariato, il mito clientelare del posto pubblico hanno giocato, per motivi di bottega, praticamente tutti. E che l'egualitarismo insensato di un pezzo della sinistra e del sindacato si è saldato nei decenni col sistema clientelare democristiano e socialista, socialdemocratico e liberale e infine cuffariano e destrorso. Fino all'annientamento dell'idea stessa del merito. Annientamento condiviso per quieto vivere da tutti. Trasversalmente. L'ultima dimostrazione, come dicevamo, risale nella scuola a nove anni fa. Quando Luigi Berlinguer riuscì a recuperare 1.200 miliardi di lire per dare aumenti di merito ai professori più bravi: uno su cinque sarebbe stato premiato con 6 milioni lordi l'anno in più in busta paga. Uno su cinque era troppo poco? Può darsi. Dovevano essere definiti meglio i criteri? Può darsi. Il sistema dei quiz non era l'ideale? Può darsi. Ma l'obiettivo del ministro era chiaro: «Va introdotto il concetto di merito. Chi vale di più deve avere di più».
Fu fatto a pezzi. Dai sindacati e dalla "sua" sinistra, per cominciare. Basti ricordare il rifondarolo Giovanni Russo Spena («meglio distribuire i soldi a tutti e concedere a tutti un anno sabbatico a rotazione »), il verde Paolo Cento, la ministra cossuttiana Katia Bellillo («no alla selezione meritocratica dei docenti») o il leader dei Cobas Piero Vernocchi, deciso a far la guerra «contro ogni tipo di gerarchizzazione del sistema scolastico». Ma anche la destra cavalcò le proteste. Alla grande. Francesco Bevilacqua, di An, attaccò al Senato il ministro accusandolo di avere «stabilito per legge che il 20% dei docenti in Italia è bravo e che gli altri lo sono meno o non lo sono affatto ». Il suo camerata Fortunato Aloi sostenne alla Camera che quel «concorsaccio non poteva assolutamente non mortificare coloro i quali operano nel mondo della scuola» i quali avevano «giustamente mobilitato le piazze». Lo Snals, che certo non era un sindacato rosso, fu nettissimo. Punto uno: «Rifiuto di ogni forma di selezione fra gli insegnanti ». Punto due: «Riconoscimento della professionalità di tutti i docenti». E i primi ad appoggiare la lotta, con un documento che intimava al governo di «sospendere immediatamente il concorso», furono l'allora casiniano e oggi berlusconiano Carlo Giovanardi, la responsabile Scuola di An Angela Napoli e la responsabile Scuola di Forza Italia Valentina Aprea. La quale, vinta la battaglia contro il concorso meritocratico per i professori, ne scatenò subito un'altra sui dirigenti scolastici: «Sconfitto sul fronte dei docenti ora Berlinguer vuole prendersi una rivincita con i capi di istituto. I discutibili criteri di valutazione rimangono inalterati, con la conseguenza di creare il battaglione del 20% di super-presidi e conferendo la patente di mediocrità al restante 80%».
Parole inequivocabili. Dove non erano contestate solo le modalità ma l'idea stessa degli aumenti di merito che pure dovrebbe essere cara a chi si proclama liberale. Come sia finita, quella volta, si sa. Luigi Berlinguer fu costretto a rinunciare, dovette mollare la carica di ministro e il suo naufragio è stato la pietra tombale di ogni ipotesi meritocratica. E noi ci ritroviamo, dieci anni dopo, alle prese con gli stessi temi. Aggravati. Vale per la destra, vale per la sinistra. Le quali, come accusa uno studio di «Tuttoscuola » (www.tuttoscuola.com), non si fanno troppi scrupoli di cavalcare ciascuno la propria tigre anche «addomesticando » i numeri. Che senso ha? Come spiega il dossier della rivista di Giovanni Vinciguerra, «al nostro Paese serve un recupero di qualità del confronto politico e sociale in un momento di così profonda crisi del ruolo e della legittimazione sociale del sistema educativo nazionale, non guerre sui dati o sui grembiuli».
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Gian Antonio Stella[/align]
Oltre a questo c'era, oggi, su corriere.it, un altro articolo interessante:
La fabbrica dei docenti
di Francesco Giavazzi
La situazione nelle nostre università è paradossale. Studenti e professori protestano contro una riforma che non esiste; il ministro, preoccupato dalle proteste, non si decide a spiegare quel che intende fare per riformare l'università. L'unica certezza è che nei prossimi mesi si svolgeranno nuovi concorsi per 2.000 posti di ricercatore e 4.000 posti di professore ordinario e associato, ai quali seguiranno, entro breve, altri 1.000 posti di ricercatore. In tutto 7.000 posti, più del dieci per cento dei docenti oggi di ruolo.
I 4.000 posti di professore saranno semplicemente promozioni di persone che sono dentro l'università. Le promozioni avverranno secondo le vecchie regole, cioè con concorsi finti. E' assolutamente inutile che un giovane ricercatore che consegue il dottorato a Chicago o a Heidelberg faccia domanda: di ciascun concorso già si conosce il vincitore. I 3.000 concorsi per ricercatore assicureranno un posto a vita ad altrettanti dottorandi che lamentano la loro condizione di precari. In tutte le università del mondo ad un certo punto si ottiene un posto a vita, ma ciò avviene solo dopo aver dimostrato ripetutamente di saper conseguire risultati nella ricerca.
Qui invece si chiede la stabilizzazione per decreto senza neppure che sia necessario aver conseguito il dottorato. Il ministro ha ereditato questi concorsi dal suo predecessore e non pare aver la forza per cambiarli e assegnare i posti secondo criteri di merito piuttosto che di fedeltà. Gli studenti ignorano tutto ciò e sembrano non capire l'importanza di meccanismi di selezione rigorosi, in assenza dei quali le università che frequentano vendono favole. In quanto ai professori, buoni, buoni, zitti, zitti. Se questi concorsi andranno in porto ogni discussione sulla riforma dell'università sarà d'ora in poi vana: per dieci anni non ci sarà più posto per nessuno e ai nostri studenti migliori non rimarrà altra via che l'emigrazione.
La legge finanziaria dispone un taglio ai fondi all'università che è significativo, ma non drammatico: in media il 3% l'anno (1,4 miliardi in 5 anni su una spesa complessiva di circa 10 miliardi l'anno). Si parte da tagli quasi nulli nel 2009, mentre poi le riduzioni diverranno via via crescenti per raggiungere la media del 3% nell' arco di un quinquennio. Il taglio non è terribile, anche considerando che la stessa Conferenza dei rettori ammette che in Italia la spesa per studente è più alta che in Francia e in Gran Bretagna. Comunque reperire risorse è sempre possibile: ad esempio, si potrebbero cancellare le regole sull' età di pensionamento approvate dal governo Prodi, ritornare alla legge Maroni e investire i denari così risparmiati nella ricerca e nell'università. Né mi parrebbe osceno far pagare tasse universitarie più elevate alle famiglie ricche e usare il ricavo in parte per compensare i tagli, in parte per finanziare borse di studio per i più poveri.
Come spiega Roberto Perotti in un libro che chiunque si occupa dell'università dovrebbe leggere («L'università truccata», Einaudi, 2008) tasse uguali per tutti sono un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi. I dati dell'indagine sulle famiglie della Banca d'Italia, citati da Perotti, mostrano che il 24% degli studenti universitari proviene dal 20% più ricco delle famiglie; solo l'8% proviene dal 20% più povero. Nel Sud la disparità è ancora più ampia: 28% contro 4%. Il ministro Gelmini afferma che il suo modello è Barack Obama: forse il ministro non sa quanto costa a una famiglia americana mandare il figlio in una buona università. In una delle migliori, il Massachusetts Institute of Technology, la frequenza costa 50.100 dollari l'anno (40.000 euro), ma il 64% degli studenti che frequentano il primo livello di laurea riceve una borsa di studio.
Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 29/10/2008, 16:50
by Spree
Angyair wrote:
La fabbrica dei docenti
di Francesco Giavazzi
La situazione nelle nostre università è paradossale. Studenti e professori protestano contro una riforma che non esiste; il ministro, preoccupato dalle proteste, non si decide a spiegare quel che intende fare per riformare l'università. L'unica certezza è che nei prossimi mesi si svolgeranno nuovi concorsi per 2.000 posti di ricercatore e 4.000 posti di professore ordinario e associato, ai quali seguiranno, entro breve, altri 1.000 posti di ricercatore. In tutto 7.000 posti, più del dieci per cento dei docenti oggi di ruolo.
I 4.000 posti di professore saranno semplicemente promozioni di persone che sono dentro l'università. Le promozioni avverranno secondo le vecchie regole, cioè con concorsi finti. E' assolutamente inutile che un giovane ricercatore che consegue il dottorato a Chicago o a Heidelberg faccia domanda: di ciascun concorso già si conosce il vincitore. I 3.000 concorsi per ricercatore assicureranno un posto a vita ad altrettanti dottorandi che lamentano la loro condizione di precari. In tutte le università del mondo ad un certo punto si ottiene un posto a vita, ma ciò avviene solo dopo aver dimostrato ripetutamente di saper conseguire risultati nella ricerca.
Qui invece si chiede la stabilizzazione per decreto senza neppure che sia necessario aver conseguito il dottorato. Il ministro ha ereditato questi concorsi dal suo predecessore e non pare aver la forza per cambiarli e assegnare i posti secondo criteri di merito piuttosto che di fedeltà. Gli studenti ignorano tutto ciò e sembrano non capire l'importanza di meccanismi di selezione rigorosi, in assenza dei quali le università che frequentano vendono favole. In quanto ai professori, buoni, buoni, zitti, zitti. Se questi concorsi andranno in porto ogni discussione sulla riforma dell'università sarà d'ora in poi vana: per dieci anni non ci sarà più posto per nessuno e ai nostri studenti migliori non rimarrà altra via che l'emigrazione.
La legge finanziaria dispone un taglio ai fondi all'università che è significativo, ma non drammatico: in media il 3% l'anno (1,4 miliardi in 5 anni su una spesa complessiva di circa 10 miliardi l'anno). Si parte da tagli quasi nulli nel 2009, mentre poi le riduzioni diverranno via via crescenti per raggiungere la media del 3% nell' arco di un quinquennio. Il taglio non è terribile, anche considerando che la stessa Conferenza dei rettori ammette che in Italia la spesa per studente è più alta che in Francia e in Gran Bretagna. Comunque reperire risorse è sempre possibile: ad esempio, si potrebbero cancellare le regole sull' età di pensionamento approvate dal governo Prodi, ritornare alla legge Maroni e investire i denari così risparmiati nella ricerca e nell'università. Né mi parrebbe osceno far pagare tasse universitarie più elevate alle famiglie ricche e usare il ricavo in parte per compensare i tagli, in parte per finanziare borse di studio per i più poveri.
Come spiega Roberto Perotti in un libro che chiunque si occupa dell'università dovrebbe leggere («L'università truccata», Einaudi, 2008) tasse uguali per tutti sono un modo per trasferire reddito dai poveri ai ricchi. I dati dell'indagine sulle famiglie della Banca d'Italia, citati da Perotti, mostrano che il 24% degli studenti universitari proviene dal 20% più ricco delle famiglie; solo l'8% proviene dal 20% più povero. Nel Sud la disparità è ancora più ampia: 28% contro 4%. Il ministro Gelmini afferma che il suo modello è Barack Obama: forse il ministro non sa quanto costa a una famiglia americana mandare il figlio in una buona università. In una delle migliori, il Massachusetts Institute of Technology, la frequenza costa 50.100 dollari l'anno (40.000 euro), ma il 64% degli studenti che frequentano il primo livello di laurea riceve una borsa di studio.
Questo articolo è quanto di peggio possa produrre il giornalismo italiano oggi. Ieri, dopo aver preso un'incazzatura come poche volte nella mia vita, ho passato tre quarti d'ora a inviare una mail al giornalista suddetto. Vedremo se avrà il buon gusto di rispondermi.
Ne riporto i punti più salienti:
- Il più importante riguarda i tagli. Può sembrare che il 3% non sia molto, ma visto che nell'università Italiana circa il 90% delle spese ordinarie sono dovute agli stipendi del personale (che NON è in maggior parte composto da docenti, tutt'altro), il 3% va ad incidere sul restante 10%. In sostanza si tratta di un tagli del 30% sul finanziamento statale alla ricerca.
- Non so che dottorandi stabilizzati lui conosca, ma l'affermazione
I 3.000 concorsi per ricercatore assicureranno un posto a vita ad altrettanti dottorandi che lamentano la loro condizione di precari è semplicemente falsa, e in maniera vergognosa. Io so solo che l?italia è il paese del mondo con l'età più alta di accesso all'insegnamento in ruolo (si parla di anni 40, tanto per dire). E se il signore non se ne rende conto, questo è il miglior modo per favorire i ricchi: perché non tutti possono permettersi di andare avanti (nella migliore delle ipotesi) con mille euro al mese fino a 35 anni, senza sapere cosa sarà di te nell'arco di due anni. Va bene attenzione nel reclutamento, ma il reclutamento ci deve essere, e i giovani studiosi dovrebbero avere paghe più alte e prospettive migliori fin da subito.
L'unica cosa su cui lo seguo è l'ultimo punto, penso che se ci fosse un sistema più serio di controllie borse di studio alzare le tasse ai più ricchi non sarebbe un sacrilegio.
Scrivere articoli come questi è un'attività indegna, e serve solo ad alimentare il clima di sfiducia e di sospetto che già c'è (in parte giustamente, intendiamoci: non dirò che va tutto bene, an che se a Padova è un piccolo paradiso per come l'università è gestita e funziona) nei confronti dell'università, che al contrario è proprio uno di quegli ambienti in cui ci sarebbe bisogno, per funzionare, della fiducia della gente, in modo che i sistemi (che esistono) di autoregolazione (come per il mercato :D) possano attivarsi.
Aggiungo una presentazione Powerpoint, a cura del preside della facoltà di ingegneria di Padova,membro della commissione di valutazione per il lavoro delle università, che cerca di spiegare un po' alcuni meccanismi e alcune conseguenze della riforma (anche con un po' di campanilismo, lo ammetto)
http://rapidshare.com/files/158685982/Assemblea_23102008.pps.html
Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 29/10/2008, 19:30
by SULF6HC
"alle ore 10.44 di questa mattina, il Decreto Gelmini è diventato legge nell’Aula di palazzo Madama, con 162 voti favorevoli, 134 contrari e 3 astenuti."
nel frattempo fuori nelle vie di roma ci sono stati molti scontri fra studenti a favore e contro,e a milano scontri fra polizia e studenti,due di questi hanno denunciato di essere stati colpiti da manganelli degli agenti della polizia durante un corteo.
domani manifesatzione nazionale a roma,e chi dice che "bisogna aspettarsi di tutto da questi studenti,ci dovranno essere molte pattuglie,senno si rischiano problemi".
Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 29/10/2008, 20:29
by BruceSmith
SULF6HC wrote:
"alle ore 10.44 di questa mattina, il Decreto Gelmini è diventato legge nell’Aula di palazzo Madama, con 162 voti favorevoli, 134 contrari e 3 astenuti."
nel frattempo fuori nelle vie di roma ci sono stati molti scontri fra studenti a favore e contro,e a milano scontri fra polizia e studenti,due di questi hanno denunciato di essere stati colpiti da manganelli degli agenti della polizia durante un corteo.
domani manifesatzione nazionale a roma,e chi dice che "bisogna aspettarsi di tutto da questi studenti,ci dovranno essere molte pattuglie,senno si rischiano problemi".
se non ho capito male, si tratta di scontri tra militanti di destra e di sinistra (entrambi contrari al decreto gelmini). i motivi degli scontri non avrebbero nulla a che fare con il decreto.
Re: L'uomo è per natura un animale politico (ma deve automoderarsi)
Posted: 30/10/2008, 1:06
by Teo
Su La7 han mostrato gli scontri, botte da orbi! C'erano una ventina di ragazzi di destra che facevano una specie di protesta nella protesta e tutti gli altri dall'altra parte, poi hanno iniziato a volare tavolini e sedie dei bar ed è iniziato il finimondo.