bellissimo, coinvolgente e per di più comprensibile anche da chi non conosce lo sport più bello del mondo.
Re: Naufraghi 2.0
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Paperone
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Re: Naufraghi 2.0
bellissimo, coinvolgente e per di più comprensibile anche da chi non conosce lo sport più bello del mondo.
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0
non hai idea che sfilza di insulti ho in mente.... ma quel "complimento" (che per me è inconcepibile) e l'amore per i beatles mi impediscono di agire come vorrei...frog wrote: Te lo dico come un complimento, come stile mi ricordi Faletti
grazie uncle scrooge
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frog
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Re: Naufraghi 2.0
E' sempre bello sapere che c'è qualcuno al mondo che ti pensa :hehe:Alvise wrote: non hai idea che sfilza di insulti ho in mente.... ma quel "complimento" (che per me è inconcepibile) e l'amore per i beatles mi impediscono di agire come vorrei...
grazie uncle scrooge
Anni di venerazione fabfouriana mi sono serviti a qualcosa
Comunque mi sto appassionando al racconto, anche se c'è una cosa che suona come trita e ritrita. La prima azione di una partita di football americano sia in un film, sia in un racconto, va sempre a finire che la difesa nicchia e il tipo con la palla in mano si prende una ripassata
Ebbene si: son ancor chi


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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0
lo so e nella prima versione spezzava subito la difesa, ma era meno divertente. e poi così ho pensato che gli davo maggiore statura come giocatore.frog wrote: E' sempre bello sapere che c'è qualcuno al mondo che ti pensa :hehe:
Anni di venerazione fabfouriana mi sono serviti a qualcosa
Comunque mi sto appassionando al racconto, anche se c'è una cosa che suona come trita e ritrita. La prima azione di una partita di football americano sia in un film, sia in un racconto, va sempre a finire che la difesa nicchia e il tipo con la palla in mano si prende una ripassata
ti rimando all'altro racconto linkato lì nella prima azione utile il giocatore fa una magilla.
non ho ancora capito il paragone a faletti, sii più preciso ti supplico...
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Re: Naufraghi 2.0
I 2 racconti sul football di Alvise sono d'alta scuola, e lo dico con estrema sincerità 
[align=left][/align]





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Paperone
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Re: Naufraghi 2.0
sarebbe bello che gli autori scrivessero anche cosa li ha ispirati e/o perchè hanno scritto il racconto.
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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The goat
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Re: Naufraghi 2.0
:lol2:frog wrote: Te lo dico come un complimento, come stile mi ricordi Faletti

Abbey Road è dolce e universale come il caffè di Starbucks
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frog
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Re: Naufraghi 2.0
Grazie della delucidazione, per quanto riguarda Faletti, io ho letto solo l'ultimo "Fuori da un evidente destino", ma mi è piaciuto come, almeno secondo me, riesce a farti entrare nell'atmosfera a stelle e striscie. Nel tuoi racconti ritrovo la stessa capacità di farmi vedere la scena, come se la stessi vedendo in un film americano, che è poi il modo in cui la stragrande maggioranza di noi ha assimilato quella cultura. Io credo non sia facile rendere plausibile la descrizione di un mondo in cui non si è mai vissuto. Poi ognuno la vede come vuole, ma ti giuro le mie intenzioni erano buoneAlvise wrote: lo so e nella prima versione spezzava subito la difesa, ma era meno divertente. e poi così ho pensato che gli davo maggiore statura come giocatore.
ti rimando all'altro racconto linkato lì nella prima azione utile il giocatore fa una magilla.
non ho ancora capito il paragone a faletti, sii più preciso ti supplico...
Però capisco che visto quanto scrivo generalmente, ci sia chi non mi prende sul serio...The goat wrote: :lol2:![]()
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Re: Naufraghi 2.0
grazie a te della delucidazione. detta così mi confondi.
non ti preoccupare, goat sfotte me...
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Re: Naufraghi 2.0
La principale differenza che vedo tra Alvise e Faletti (di cui ho letto solo un libero, e mi è bastato) secondo me è, oltre al conto in banca (
), il fatto che Faletti ci mette sempre 5 parole di troppo per esprimere un concetto o descrivere un'ambientazione, una situazione o caratterizzare un personaggio.
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The goat
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Re: Naufraghi 2.0
bel tema quello di oggi. 
similitudini e differenze fra alvise trisciuzzi e giorgio faletti.
sinceramente non lo so... è una questione complessa...
dovrei vedere alvise con un cuscino sotto la camicia travestito da vito catozzo, prima di esprimere un'opinione!
:gazza:
similitudini e differenze fra alvise trisciuzzi e giorgio faletti.
sinceramente non lo so... è una questione complessa...
dovrei vedere alvise con un cuscino sotto la camicia travestito da vito catozzo, prima di esprimere un'opinione!
:gazza:

Abbey Road è dolce e universale come il caffè di Starbucks
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Re: Naufraghi 2.0
mentre invece Alvise scrive sempre troppo poco.Angyair wrote: La principale differenza che vedo tra Alvise e Faletti (di cui ho letto solo un libero, e mi è bastato) secondo me è, oltre al conto in banca (), il fatto che Faletti ci mette sempre 5 parole di troppo per esprimere un concetto o descrivere un'ambientazione, una situazione o caratterizzare un personaggio.
C'è bisogno che si giochi con un po' di dignità! Con un po' di anima cazzo! Nessuno fa un salto, un fallo con la palla lì! Facciamo a cazzotti almeno!! Ma che cazzo avete dentro?


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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0
Al fischio finale raccattai Daniel, il quale sembrava essersi ripreso, e insieme ci dirigemmo agli spogliatoi per intercettare Jamal. Trovai le porte chiuse. Mi accesi una sigaretta e mi misi ad aspettare, mentre Daniel giocherellava con il suo pezzo di legno. Dopo dieci minuti, l’unica novità erano una dozzina dei membri dei mistz che ci fissavano incuriositi. Le facce nuove non erano ben viste in zona. Io evitai di guardarli e altrettanto fece Daniel. Non era igienico comportarsi diversamente. L’avrebbero preso come una sfida. Nel mondo delle gang le regole sono semplici come in un branco. Se fissi vuoi dimostrarti superiore. Non avevo nessuna necessità di dimostrarmi superiore, lo ero, per cui rimasi a fissare la brace della mia sigaretta domandandomi quanto avrei dovuto aspettare ancora.
Il nostro menefreghismo si rivelò corretto. Tutto quello che produssero i mistz fu qualche battuta deficiente e qualche nuova canna arrotolata. Non furono così educati da passarle, però…
Stavo per accendermi la seconda sigaretta quando Jamal uscì. Indossava una tuta adidas nuova di zecca e un paio di scarpe ultimo modello della stessa marca. Le case di abbigliamento sportivo hanno scout migliori delle squadre NFL e dei poveri giornalisti sportivi. Si sa.
Il ragazzo si atteggiava a padrone della città. Gli occhi a mezz’asta, capo reclinato leggermente indietro, nessuna traccia di sorriso, perché i duri sono sempre incazzati, e braccia larghe: mancava solo la base rap e avevo un gangsta da MTV. Mi aveva adocchiato fin da quando era uscito, ma faceva finta di non vedermi. Lui era quello importante, spettava a me avvicinarmi. I suoi compagni iniziarono a urlare e dal gruppo uscì un ragazzino alto un metro e mezzo, dell’età di undici, dodici anni vestito nello stesso modo di Jamal. Mi domandai chi fosse. Quando vide il suo duplicato in miniatura, Jamal perse il suo atteggiamento da re del quartiere, addolcendosi in volto. Il ragazzo aveva dei sentimenti, dopotutto.
“Lil’ J, ti è piaciuta la partita?”
Il piccolo Jamal gli saltò in braccio.
“Gli hai spaccato il culo a quei fottuti.”
Jamal contraccambiò con una sonora risata.
“Parli da vero duro!”
Il ragazzino si gonfiò d’orgoglio, mentre io provai una fitta al cuore. Mi resi conto di quanto erano lontani i tempi della mia infanzia. Quando avevo la sua età creò scandalo un mio compagno di banco, il quale disse “cazzo” durante la lezione di inglese di Mrs Evert. Si beccò nota e colloquio con il preside. In quel quartiere il preside lo vedevi al massimo alla presenza delle sue guardie del corpo.
Al seguito del piccolo laureando di Oxford arrivarono anche gli altri a complimentarsi con il loro campione. In disparte ne rimasero due. Erano quelli che avevano attirato maggiormente la mia attenzione. Quello sempre intento ad accrescere le emissioni di fumo a Detroit e il tipo fastidioso che urlava sempre.
Mi avvicinai a Jamal. Nella mia professione la prima frase è quella che ti qualifica per sempre e deciderà quante interviste avrai nel futuro e, soprattutto, se avrai interviste nel futuro. Sto, quindi, sempre attento a usare le parole più consone alla situazione. Quel giorno fui particolarmente attento nella scelta dei vocaboli.
“Ciao Jamal.” Non ho mai detto che le parole giuste siano anche originali.
Jamal mi squadrò per qualche secondo, poi, sempre tenendo il suo clone in miniatura in braccio, mi chiese chi fossi. Nel frattempo tutti i membri della sua banda si erano irrigiditi, valutando quanto io potessi essere pericoloso. Il mio aspetto incute timore. Lo stesso timore di una ciambella al cioccolato, per cui tutti si rilassarono in fretta. Miracoli di una giacca da trecento dollari senza rigonfiamenti sotto l’ascella.
“Chi sei?”
“Sono un giornalista, mi chiamo Alvin Santisky. Ti va di fare una chiacchierata?”
“Quell’Alvin Santisky?” Comodo essere famosi.
“Se intendi quello che giocava a football e che adesso ti annoia in televisione, sono io.” Ecco a voi il giornalista professionista che se la tira di fronte al miglior prospetto d’america.
“Adesso ti riconosco, sei quello della televisione. In video sembri più giovane.” Ed ecco il vecchio giornalista televisivo che pensa se spaccare la faccia al miglior prospetto d’america.
“Merito di chi fa le riprese.” La voce, proveniva da un punto alle mie spalle. Un punto con un pezzo di legno in bocca.
Mi voltai guardandolo malissimo.
“Lo so. Lo so. Sono licenziato.” Fece lui in risposta alzando gli occhi al cielo.
Assentii e tornai a rivolgermi a Jamal.
“Tralasciamo le discussioni estetiche. Sono io. Allora, che mi dici della mia proposta? Andiamo da qualche parte a parlare?”
Jamal riprese la posa da duro. Era il capo banda e doveva dimostrarsi sempre superiore, ma si vedeva che un’intervista gli sarebbe piaciuta. Le luci della ribalta lo attraevano.
“Va bene, Santisky. Però devi invitare anche la mia crew.”
Al solito, non era una proposta nuova. Se fosse arrivato al professionismo, almeno metà dei ragazzi davanti a me sarebbero stati assunti da lui con vari ruoli: autisti, factotum, guardie del corpo. È una cosa che capita spesso. Gente che si porta fuori gli amici dal ghetto. Spesso, però, si scopre che non sono veri amici, ma autentici parassiti.
Accettai l’offerta, chiedendo dove volessero andare. Tutti, ad esclusione dei due soggetti rimasti in disparte, guardarono Jamal come se fosse un dio in terra. Lui parlava e l’uomo bianco ubbidiva. Mi astenni dal far trasparire che non era un grand’ordine, dopo tutto. Sapevo che non mi avrebbero portato in un posto fuori dal loro territorio e sapevo anche che nel loro territorio di ristoranti che potessero preoccupare il mio budget non ce n’erano.
Non mi sbagliavo, scelse un fast-food lì vicino. Tutti ordinarono i cibi più costosi, ma in relazione a un ghetto, non al mondo fuori. Se fosse stato all’università, Jamal mi sarebbe costato almeno il doppio o il triplo. Io mi dovetti accontentare di una insalatina e dell’acqua minerale. I panini dei fast food con i loro grassi strasaturi e le bibite ultra zuccherine erano nella lista nera del mio dietologo. Il mio giro vita era diventato troppo imbarazzante e avevo deciso di occuparmene un po'. Così mi ero rivolto a un esperto conosciuto ai tempi in cui giocavo. Mi aveva guardato storto, aveva scosso la testa e si era chiesto a voce alta come potessi essere ancora vivo con la dieta che seguivo. Il risultato di quell'incontro, oltre a una parcella da ristorante di pesce e quindici ospiti, fu un divieto assoluto di qualsivoglia contatto dei miei adorati hamburgers. Anche le patatine fritte erano vietate. Troppo sale e pessimo olio per la frittura. Era una tortura vedere tutto quel cibo spazzatura, pessimo, ma così appetitoso, passarmi davanti e io insalatina. La vita sa essere veramente crudele.
[continua]
Il nostro menefreghismo si rivelò corretto. Tutto quello che produssero i mistz fu qualche battuta deficiente e qualche nuova canna arrotolata. Non furono così educati da passarle, però…
Stavo per accendermi la seconda sigaretta quando Jamal uscì. Indossava una tuta adidas nuova di zecca e un paio di scarpe ultimo modello della stessa marca. Le case di abbigliamento sportivo hanno scout migliori delle squadre NFL e dei poveri giornalisti sportivi. Si sa.
Il ragazzo si atteggiava a padrone della città. Gli occhi a mezz’asta, capo reclinato leggermente indietro, nessuna traccia di sorriso, perché i duri sono sempre incazzati, e braccia larghe: mancava solo la base rap e avevo un gangsta da MTV. Mi aveva adocchiato fin da quando era uscito, ma faceva finta di non vedermi. Lui era quello importante, spettava a me avvicinarmi. I suoi compagni iniziarono a urlare e dal gruppo uscì un ragazzino alto un metro e mezzo, dell’età di undici, dodici anni vestito nello stesso modo di Jamal. Mi domandai chi fosse. Quando vide il suo duplicato in miniatura, Jamal perse il suo atteggiamento da re del quartiere, addolcendosi in volto. Il ragazzo aveva dei sentimenti, dopotutto.
“Lil’ J, ti è piaciuta la partita?”
Il piccolo Jamal gli saltò in braccio.
“Gli hai spaccato il culo a quei fottuti.”
Jamal contraccambiò con una sonora risata.
“Parli da vero duro!”
Il ragazzino si gonfiò d’orgoglio, mentre io provai una fitta al cuore. Mi resi conto di quanto erano lontani i tempi della mia infanzia. Quando avevo la sua età creò scandalo un mio compagno di banco, il quale disse “cazzo” durante la lezione di inglese di Mrs Evert. Si beccò nota e colloquio con il preside. In quel quartiere il preside lo vedevi al massimo alla presenza delle sue guardie del corpo.
Al seguito del piccolo laureando di Oxford arrivarono anche gli altri a complimentarsi con il loro campione. In disparte ne rimasero due. Erano quelli che avevano attirato maggiormente la mia attenzione. Quello sempre intento ad accrescere le emissioni di fumo a Detroit e il tipo fastidioso che urlava sempre.
Mi avvicinai a Jamal. Nella mia professione la prima frase è quella che ti qualifica per sempre e deciderà quante interviste avrai nel futuro e, soprattutto, se avrai interviste nel futuro. Sto, quindi, sempre attento a usare le parole più consone alla situazione. Quel giorno fui particolarmente attento nella scelta dei vocaboli.
“Ciao Jamal.” Non ho mai detto che le parole giuste siano anche originali.
Jamal mi squadrò per qualche secondo, poi, sempre tenendo il suo clone in miniatura in braccio, mi chiese chi fossi. Nel frattempo tutti i membri della sua banda si erano irrigiditi, valutando quanto io potessi essere pericoloso. Il mio aspetto incute timore. Lo stesso timore di una ciambella al cioccolato, per cui tutti si rilassarono in fretta. Miracoli di una giacca da trecento dollari senza rigonfiamenti sotto l’ascella.
“Chi sei?”
“Sono un giornalista, mi chiamo Alvin Santisky. Ti va di fare una chiacchierata?”
“Quell’Alvin Santisky?” Comodo essere famosi.
“Se intendi quello che giocava a football e che adesso ti annoia in televisione, sono io.” Ecco a voi il giornalista professionista che se la tira di fronte al miglior prospetto d’america.
“Adesso ti riconosco, sei quello della televisione. In video sembri più giovane.” Ed ecco il vecchio giornalista televisivo che pensa se spaccare la faccia al miglior prospetto d’america.
“Merito di chi fa le riprese.” La voce, proveniva da un punto alle mie spalle. Un punto con un pezzo di legno in bocca.
Mi voltai guardandolo malissimo.
“Lo so. Lo so. Sono licenziato.” Fece lui in risposta alzando gli occhi al cielo.
Assentii e tornai a rivolgermi a Jamal.
“Tralasciamo le discussioni estetiche. Sono io. Allora, che mi dici della mia proposta? Andiamo da qualche parte a parlare?”
Jamal riprese la posa da duro. Era il capo banda e doveva dimostrarsi sempre superiore, ma si vedeva che un’intervista gli sarebbe piaciuta. Le luci della ribalta lo attraevano.
“Va bene, Santisky. Però devi invitare anche la mia crew.”
Al solito, non era una proposta nuova. Se fosse arrivato al professionismo, almeno metà dei ragazzi davanti a me sarebbero stati assunti da lui con vari ruoli: autisti, factotum, guardie del corpo. È una cosa che capita spesso. Gente che si porta fuori gli amici dal ghetto. Spesso, però, si scopre che non sono veri amici, ma autentici parassiti.
Accettai l’offerta, chiedendo dove volessero andare. Tutti, ad esclusione dei due soggetti rimasti in disparte, guardarono Jamal come se fosse un dio in terra. Lui parlava e l’uomo bianco ubbidiva. Mi astenni dal far trasparire che non era un grand’ordine, dopo tutto. Sapevo che non mi avrebbero portato in un posto fuori dal loro territorio e sapevo anche che nel loro territorio di ristoranti che potessero preoccupare il mio budget non ce n’erano.
Non mi sbagliavo, scelse un fast-food lì vicino. Tutti ordinarono i cibi più costosi, ma in relazione a un ghetto, non al mondo fuori. Se fosse stato all’università, Jamal mi sarebbe costato almeno il doppio o il triplo. Io mi dovetti accontentare di una insalatina e dell’acqua minerale. I panini dei fast food con i loro grassi strasaturi e le bibite ultra zuccherine erano nella lista nera del mio dietologo. Il mio giro vita era diventato troppo imbarazzante e avevo deciso di occuparmene un po'. Così mi ero rivolto a un esperto conosciuto ai tempi in cui giocavo. Mi aveva guardato storto, aveva scosso la testa e si era chiesto a voce alta come potessi essere ancora vivo con la dieta che seguivo. Il risultato di quell'incontro, oltre a una parcella da ristorante di pesce e quindici ospiti, fu un divieto assoluto di qualsivoglia contatto dei miei adorati hamburgers. Anche le patatine fritte erano vietate. Troppo sale e pessimo olio per la frittura. Era una tortura vedere tutto quel cibo spazzatura, pessimo, ma così appetitoso, passarmi davanti e io insalatina. La vita sa essere veramente crudele.
[continua]
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Re: Naufraghi 2.0
Molto bello lo stile immediato ed ironico (le 2 parti boldateAlvise wrote: Al fischio finale raccattai Daniel, il quale sembrava essersi ripreso, e insieme ci dirigemmo agli spogliatoi per intercettare Jamal. Trovai le porte chiuse. Mi accesi una sigaretta e mi misi ad aspettare, mentre Daniel giocherellava con il suo pezzo di legno. Dopo dieci minuti, l’unica novità erano una dozzina dei membri dei mistz che ci fissavano incuriositi. Le facce nuove non erano ben viste in zona. Io evitai di guardarli e altrettanto fece Daniel. Non era igienico comportarsi diversamente. L’avrebbero preso come una sfida. Nel mondo delle gang le regole sono semplici come in un branco. Se fissi vuoi dimostrarti superiore. Non avevo nessuna necessità di dimostrarmi superiore, lo ero, per cui rimasi a fissare la brace della mia sigaretta domandandomi quanto avrei dovuto aspettare ancora.
Il nostro menefreghismo si rivelò corretto. Tutto quello che produssero i mistz fu qualche battuta deficiente e qualche nuova canna arrotolata. Non furono così educati da passarle, però…
Stavo per accendermi la seconda sigaretta quando Jamal uscì. Indossava una tuta adidas nuova di zecca e un paio di scarpe ultimo modello della stessa marca. Le case di abbigliamento sportivo hanno scout migliori delle squadre NFL e dei poveri giornalisti sportivi. Si sa.
Il ragazzo si atteggiava a padrone della città. Gli occhi a mezz’asta, capo reclinato leggermente indietro, nessuna traccia di sorriso, perché i duri sono sempre incazzati, e braccia larghe: mancava solo la base rap e avevo un gangsta da MTV. Mi aveva adocchiato fin da quando era uscito, ma faceva finta di non vedermi. Lui era quello importante, spettava a me avvicinarmi. I suoi compagni iniziarono a urlare e dal gruppo uscì un ragazzino alto un metro e mezzo, dell’età di undici, dodici anni vestito nello stesso modo di Jamal. Mi domandai chi fosse. Quando vide il suo duplicato in miniatura, Jamal perse il suo atteggiamento da re del quartiere, addolcendosi in volto. Il ragazzo aveva dei sentimenti, dopotutto.
“Lil’ J, ti è piaciuta la partita?”
Il piccolo Jamal gli saltò in braccio.
“Gli hai spaccato il culo a quei fottuti.”
Jamal contraccambiò con una sonora risata.
“Parli da vero duro!”
Il ragazzino si gonfiò d’orgoglio, mentre io provai una fitta al cuore. Mi resi conto di quanto erano lontani i tempi della mia infanzia. Quando avevo la sua età creò scandalo un mio compagno di banco, il quale disse “cazzo” durante la lezione di inglese di Mrs Evert. Si beccò nota e colloquio con il preside. In quel quartiere il preside lo vedevi al massimo alla presenza delle sue guardie del corpo.
Al seguito del piccolo laureando di Oxford arrivarono anche gli altri a complimentarsi con il loro campione. In disparte ne rimasero due. Erano quelli che avevano attirato maggiormente la mia attenzione. Quello sempre intento ad accrescere le emissioni di fumo a Detroit e il tipo fastidioso che urlava sempre.
Mi avvicinai a Jamal. Nella mia professione la prima frase è quella che ti qualifica per sempre e deciderà quante interviste avrai nel futuro e, soprattutto, se avrai interviste nel futuro. Sto, quindi, sempre attento a usare le parole più consone alla situazione. Quel giorno fui particolarmente attento nella scelta dei vocaboli.
“Ciao Jamal.” Non ho mai detto che le parole giuste siano anche originali.
Jamal mi squadrò per qualche secondo, poi, sempre tenendo il suo clone in miniatura in braccio, mi chiese chi fossi. Nel frattempo tutti i membri della sua banda si erano irrigiditi, valutando quanto io potessi essere pericoloso. Il mio aspetto incute timore. Lo stesso timore di una ciambella al cioccolato, per cui tutti si rilassarono in fretta. Miracoli di una giacca da trecento dollari senza rigonfiamenti sotto l’ascella.
“Chi sei?”
“Sono un giornalista, mi chiamo Alvin Santisky. Ti va di fare una chiacchierata?”
“Quell’Alvin Santisky?” Comodo essere famosi.
“Se intendi quello che giocava a football e che adesso ti annoia in televisione, sono io.” Ecco a voi il giornalista professionista che se la tira di fronte al miglior prospetto d’america.
“Adesso ti riconosco, sei quello della televisione. In video sembri più giovane.” Ed ecco il vecchio giornalista televisivo che pensa se spaccare la faccia al miglior prospetto d’america.
“Merito di chi fa le riprese.” La voce, proveniva da un punto alle mie spalle. Un punto con un pezzo di legno in bocca.
Mi voltai guardandolo malissimo.
“Lo so. Lo so. Sono licenziato.” Fece lui in risposta alzando gli occhi al cielo.
Assentii e tornai a rivolgermi a Jamal.
“Tralasciamo le discussioni estetiche. Sono io. Allora, che mi dici della mia proposta? Andiamo da qualche parte a parlare?”
Jamal riprese la posa da duro. Era il capo banda e doveva dimostrarsi sempre superiore, ma si vedeva che un’intervista gli sarebbe piaciuta. Le luci della ribalta lo attraevano.
“Va bene, Santisky. Però devi invitare anche la mia crew.”
Al solito, non era una proposta nuova. Se fosse arrivato al professionismo, almeno metà dei ragazzi davanti a me sarebbero stati assunti da lui con vari ruoli: autisti, factotum, guardie del corpo. È una cosa che capita spesso. Gente che si porta fuori gli amici dal ghetto. Spesso, però, si scopre che non sono veri amici, ma autentici parassiti.
Accettai l’offerta, chiedendo dove volessero andare. Tutti, ad esclusione dei due soggetti rimasti in disparte, guardarono Jamal come se fosse un dio in terra. Lui parlava e l’uomo bianco ubbidiva. Mi astenni dal far trasparire che non era un grand’ordine, dopo tutto. Sapevo che non mi avrebbero portato in un posto fuori dal loro territorio e sapevo anche che nel loro territorio di ristoranti che potessero preoccupare il mio budget non ce n’erano.
Non mi sbagliavo, scelse un fast-food lì vicino. Tutti ordinarono i cibi più costosi, ma in relazione a un ghetto, non al mondo fuori. Se fosse stato all’università, Jamal mi sarebbe costato almeno il doppio o il triplo. Io mi dovetti accontentare di una insalatina e dell’acqua minerale. I panini dei fast food con i loro grassi strasaturi e le bibite ultra zuccherine erano nella lista nera del mio dietologo. Il mio giro vita era diventato troppo imbarazzante e avevo deciso di occuparmene un po'. Così mi ero rivolto a un esperto conosciuto ai tempi in cui giocavo. Mi aveva guardato storto, aveva scosso la testa e si era chiesto a voce alta come potessi essere ancora vivo con la dieta che seguivo. Il risultato di quell'incontro, oltre a una parcella da ristorante di pesce e quindici ospiti, fu un divieto assoluto di qualsivoglia contatto dei miei adorati hamburgers. Anche le patatine fritte erano vietate. Troppo sale e pessimo olio per la frittura. Era una tortura vedere tutto quel cibo spazzatura, pessimo, ma così appetitoso, passarmi davanti e io insalatina. La vita sa essere veramente crudele.
[continua]
Il racconto piglia assai... Tutto merito dell'autore e del fascino del mondo del football, complimenti davvero
A volerci trovare un difetto non mi è piaciuto particolarmente il ritratto del giovane prospetto, Jamal... Mi è sembrato un po' privo di carisma e frutto di stereotipi sul classico ragazzo afroamericano gangsta "GrandeGrosso&Gattivo"
Se ti va di rispondere avrei una domanda... hai sempre scritto solo per divertimento/passatempo o anche in modo più "professionale"?
Ri-complimenti
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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0
grazie dei complimenti. ho sempre scritto per divertimento/passatempo. per varie ragioni non ho mai creduto di saper scrivere e, quindi, non mi sono mai impegnato su una strada "professionale". ma ho il fondato sospetto che se anche mi impegnassi, cambierebbe poco. :lol2:.:Th3_@nswer3:. wrote: Se ti va di rispondere avrei una domanda... hai sempre scritto solo per divertimento/passatempo o anche in modo più "professionale"?