Ecco perchè nei prossimi anni i crucchi avranno una squadra più di noi in champions, altro che Ovrebo, meditate gente, meditate
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Soldi, equilibrio e stadi sempre pieni così la Germania ci ha già superato
09/03/2010
Il sorpasso c´è già stato, e non ce ne siamo accorti. Ora la Germania sta solo cercando di finire il lavoro. Sul campo. Coi gol. Sotto gli occhi di tutti. Per soffiare all´Italia il privilegio della quarta squadra iscritta in Champions. È in vantaggio per le coppe del 2012; e per quelle del 2011 tira una brutta aria. Dipende da quanta strada faranno ancora Fiorentina e Bayern, Milan e Stoccarda, Juve e Werder Brema. E nell´attesa i tedeschi si divertono di più, incassano di più e portano più bambini allo stadio. Überholen, dicono loro: sì, ci hanno superato. Con bilanci sani, partite incerte e impianti nuovi, quelli costruiti per il mondiale. Hanno preso un grigio campionato senza stelle e l´hanno trasformato in un modello da studiare, togliendosi prima la soddisfazione di soffiare agli italiani i campioni del mondo (Toni, Barzagli, Zaccardo) e poi di spingerli a svenarsi per comprare gli stranieri scoperti da loro (ieri Diego, domani Dzeko).
Nel quarantesimo anniversario dell´Azteca, il 4-3, Rivera e tutto il resto; a quattro anni dalle notti di Berlino, l´Italia nuota nei ricordi e i tedeschi hanno pensato a costruire la rivincita. È la foto di due popoli. La recessione è scivolata addosso al loro calcio senza intaccare né cifre né ottimismo. Uno studio dei revisori di bilanci Ernst & Young racconta che 3 presidenti su 4 si aspettano un ulteriore aumento del fatturato nei prossimi 5 anni. Galliani lo chiama un «fattore incontrovertibile», ma a questo fattore la Bundesliga è arrivata con la severità nei conti. Senza lussureggiare. L´Uefa l´ha confermato pochi giorni fa: la Bundesliga è il torneo meno indebitato, con 610 milioni. Tanti? La serie A è a 2 miliardi, l´Inghilterra a 3 e mezzo. Le attività commerciali portano una media di 79 milioni a ogni squadra. Solo in Premier ne arrivano di più. Ed è merito anche dei diritti tv venduti in 22 Paesi e gestiti dalla lega in maniera collettiva: il 50% diviso a tutti in parti uguali, l´altra metà in base ai risultati.
Ovvio che proprio in Germania siano i più desiderosi di vedere introdotto il fair play finanziario che sta a cuore a Platini. Oliver Bierhoff, ex centravanti di Udinese e Milan, oggi team manager della nazionale tedesca, ha confessato al quotidiano finanziario "Handelsblatt" il suo sostegno alla politica di riduzione degli stipendi. «Gli investitori sborsano milioni dai patrimoni personali e non è bello quando in un campionato c´è solo una grande squadra che può pagare tanto». Non è bello per chi guarda, non è utile a nessuno. Se la Bundesliga ha più appeal rispetto alla serie A, lo deve proprio all´equilibrio. Tre squadre diverse hanno vinto il campionato negli ultimi 3 anni (Stoccarda, Bayern e Wolfsburg) e 5 negli ultimi 8. Più incertezza significa più città coinvolte, più interesse, più denaro. La vecchia regola cara alla Nba. E in Germania, quest´anno, gli sponsor spendono quasi 150 milioni per mettere i loro marchi sulle maglie delle squadre.
Ma non è una corsa al denaro. I biglietti d´ingresso allo stadio hanno costi fra i più bassi d´Europa. Un abbonamento nel settore più economico s´aggira in media sui 100 euro. Così come le trasferte sono fra le più sicure. Molti club le organizzano direttamente con bus o treni sorvegliati dagli steward, senza che si debba pagare chissà quanto. Così, allo stadio vanno le famiglie. Quelli che si vinca o si perda, alla fine conta poco. La squadra che più ha visto crescere il proprio numero di tifosi (+44%) è il Friburgo, penultimo; quella con la media spettatori più alta è il Borussia Dortmund, che nel ‘97 festeggiava una Champions e nel 2005 stava per fallire. È una grande in disgrazia, non vince il titolo dal 2002, eppure porta allo stadio 76mila persone a partita. L´intera Bundesliga viaggia sui 42mila di media, contro i nostri 24 mila, mentre alla voce ricavi i club tedeschi sono davanti dal 2007. Se questo non è un sorpasso.
Angelo Carutenuto - La Repubblica