SafeBet wrote:
Su questo punto non c'è possibilità d'incontro. Non credo che il miglioramento di questo sistema sociale passi attraverso la rivalutazione della famiglia o l'aumento della natalità. Per me il lavoro culturale va fatto a partire da valori di riferimento quali uguaglianza, condivisione, responsabilità. Su queste basi la regolamentazione delle coppie gay sarebbe auspicabile.
Due modi di vedere il mutamento sociale. Due diverse società ideali, credo.
Più che altro ci manca un presupposto comune. Io ritengo che una società in cui i morti sono più dei nati sia un male, e che sia un problema primario.
Tu, per quanto ho capito, ritieni che questo sia secondario a un miglioramento della società basata sulla libertà e la condivisione. Non sono qua a giudicare, ci mancherebbe. Il concetto stesso di confronto si basa su idee diverse differenti.
Semplicemente il mio ragionamento tende a considerare l'essere umano (specie animale) come tendente all'estinzione fino a che la situazione non cambierà. Come fare per cambiarla? Con quello che ho detto prima. Non è il matrimonio gay il problema, sono i presupposti ideologici che ne sono alla base ad esserlo, anche qui, come ho detto prima.
SafeBet wrote:
Ecco, questo punto io invece lo contesto pienamente. Libertà di scelta ed autodeterminazione non hanno nulla a che vedere con l'omosessualità, per quanto mi riguarda, perché si tratta di una condizione pre-determinata, e non passibile di scelta. Una società che riconosca ufficialmente l'unione omosessuale non afferma: puoi fare quello che vuoi (e quindi una serie di problemi derivanti dalla libertà di scelta totale), quanto piuttosto: puoi essere chi sei. E onestamente, non mi sembra che un'affermazione del genere dia luogo ai problemi sociali da te menzionati.
A me non sembra affatto che l'eventuale concessione di questo diritto possa basarsi su ideali quali libertà e autodeterminazione (per le ragioni espresse in precedenza), quanto piuttosto su quello ben più difficile da perseguire dell'uguaglianza. E una società basata primariamente su questo valore non può essere una società individualista, nè tantomeno una società che si autodistrugge.
Ma non stiamo parlando dell'omosessualità. Stiamo parlando del riconoscimento di queste relazioni da parte delle istituzioni.
Ci stiamo confrontando non su cos'e è l'uomo, ma su cosa sono le istituzioni.
Personalmente, ritendo che non dovrebbero muoversi seguendo semplicemente ciò che accade, ma dovrebbero guidare i movimenti e i cambiamenti sociali.
Non è un problema l'essere omosessuali, nè il fatto che possa essere una scelta o una malattia. Sinceramente non credo che sia nulla di patologico. Ma non è questa la questione.
Sull'autodistruzione: chiariamoci, sto parlando di estinzione della specie, inevitabile di sto passo per quanto riguarda la società occidentale. Non di disgregazione o di ulteriore parcellizzazione.
Tanto sapevo che sarebbe stato un casino far capire cosa intendevo, per cui se la cosa continua a non essere chiara, continua pure. Sennò, non mi offenderò
cravino wrote:
Non ribatto punto per punto, per quello ci ha gia' pensato SafeBet.
Quello che finora non riesci a dimostrare e' il legame tra il decadimento generale della societa' occidentale (su cui non sono affatto d'accordo, ma sarebbe un altro discorso) con le scelte in materia etica, tra cui la regolamentazione delle coppie gay.
Parli di natura e contro-natura, ma questo e' da sempre un appiglio molto scivoloso nella questione morale: come dice SafeBet, e' assolutamente naturale la condizione di gay, nella storia dell'uomo come nelle altre specie viventi. E non per questo l'uomo si e' estinto. Questo a meno di andare contro tutta l'evidenza scientifica, l'OMS e le associazioni di psicologia e credere che l'omosessualita' sia una malattia da cui si puo' guarire.
Beh, almeno c'ho provato. Poi siamo qua a confrontarci. Sarei curioso (sinceramente) di sentire altre campane su sto punto.
Poi, come già detto sopra, l'omosesualità non è una malattia. Ma una società basata sull'omosessualità è una società morta, in quanto non riproducibile.
Si è tutti d'accordo nel definire la famiglia come base funzionale della società, per cui, per l'idea di quello che io ritengo sia la società, il riconoscimento di e l'adozione da parte di coppie gay non ha alcun senso.
Non stiamo parlando di condannare questo tipo di unioni. Una cosa che ho detto prima e m'è parsa sottovalutata da parte vostra è il ruolo delle istituzioni. Che non dovrebbero semplicemente essere dei messaggeri, ma farsi carico di cambiamenti seri e strutturali. Su cosa baseremmo la rivalutazione del ruolo familiare se non su ciò che ho detto prima? Voglio dire, come ne usciamo da questa situazione sennò?
cravino wrote:
La relazione approvazione gay - riduzione della natalita' e' un'altra cosa che ti contesto: qui (
http://www.prb.org/pdf07/TFRTable.pdf) trovi i tassi di natalita' in Europa dal 1995 in poi.
- In Olanda i matrimoni gay sono partiti nel 1998, eppure la natalita' e' continuata a crescere.
- come detto qualche post fa, Italia, Grecia, Austria e Irlanda sono gli unici paesi della UE in cui non c'e' regolamentazione. Con l'eccezione dell'Irlanda, sono anche i Paesi con la piu' bassa natalita'. Quindi l'equazione matrimoni gay = riduzione della natalita' fa acqua da tutte le parti. Non e' che forse sono altri i fattori che determinano quanti figli si puo' permettere una donna?
Oh, parlare di numeri è sempre utile.
Come si può vedere, la natalità in tutti questi paesi, occidentali o occidentalizzati, è quasi sempre inferiore a 2, soglia di mantenimento. Per quanto l'Olanda e l'Irlanda possano essere diverse, è innegabile una loro appartenenza allo stesso concetto di società.
E non è una questione del matrimonio omosessuale in quanto tale, ma di tutto quello che ho scritto prima. Da quello che è la società occidentale e le sue basi etiche. Sennò, da che dipende? Come mai i paesi meno secolarizzati, anche se più poveri non affrontano questa situazione?
Non è un problema di soldi, checchè se ne dica sui bonus bebè e quant'altro, perchè altrimenti qualcuno dovrebbe spiegarmi come mai lo Utah, l'Afghanistan e Israele (
https://www.cia.gov/library/publication ... 7rank.html), per quanto facenti parte delle realtà più diverse, sono tutte oltre sta soglia. Cos'hanno in comune?
Un'impronta religiosa più culturale che esistenziale della loro educazione, sul loro sguardo sulla realtà.
Voglio dire, magari è sbagliato ritenere che la denatalità sia un male. Magari va bene così, magari è semplicemente una controindicazione della bellissima società in cui ci troviamo. Ok. Però rendiamoci conto che sta situazione ce la potremo godere per un'altra cinquantina d'anni. Poi, arrivederci.
Giusto così? Boh.
Ma se riteniamo la denatalità un problema, allora mi si venga a dire qual è la strada da intraprendere, e come ne usciamo.