Secondo ed ultimo, quella volta le cazzate le ho finite presto!
Miriadi di angeli e pinguini stavano uscendo dal teatro, ma Paolo non vedeva il Suo Angelo. Cercò a lungo, cento volte gli sembrò di vederla, importunò cento donne, prendendo cento borsettate in testa, ma non la vide. Quando ormai stava disperando, eccola, bella come non mai, che usciva dal Teatro, in compagnia di un’altra donna. Cominciò a correre per raggiungerla, ma, quando ormai l’aveva quasi raggiunta, la donna che l’accompagnava si voltò, e si rivelò essere la megera che aveva scacciato Paolo prima dello spettacolo. Prima che la megera si fosse voltata del tutto, Paolo con uno spettacolare tuffo si lanciò sotto un camion in sosta. La megera e Francesca si fermarono a parlare con qualcuno, Paolo non poteva vedere con chi, e rimasero entrambe voltate nella direzione del camion sotto cui si era nascosto. Dopo parecchio tempo, mentre Paolo già stava maledicendo la ben nota loquacità di tutto il genere femminile, l’autista del camion salì sulla cabina, salutando a gran voce qualcuno. Paolo cominciò a tremare, non sapeva cosa fare, non poteva uscire, non poteva mostrarsi, ma non poteva neanche restare li sotto a farsi schiacciare; mentre tentava di decidersi, si accorse anche drammaticamente di essersi nascosto vicino al tubo di scappamento, quando il pesante automezzo si mise in moto. Mentre Paolo ancora tossiva per il fumo, il camion partì diritto, dato che aveva la strada libera davanti, miracolosamente senza toccarlo, lasciandolo scoperto, a terra, mentre tossiva. L’Angelo e la megera lo videro immediatamente, e l’Angelo scoppiò immediatamente a ridere:
“Ma ancora lei... cosa ci fa lì?”
“Io... tossisco, perché, non è un buon posto per tossire?”
“Un ottimo posto, ne convengo.”
In quel mentre intervenne la megera:
“Giovanotto, la smetta di importunarci. E tu, Francesca, quante volte devo ripeterti di non farti coinvolgere da certi giovinastri. Andiamo, su.”
Paolo rimase incerto per un attimo, sdraiato a terra a tossire, poi si decise, saltò in piedi e cominciò a seguire le due donne. Camminò gatton gattoni dietro le automobili posteggiate, si appiattì contro i portali degli edifici, si acciambellò dietro i cassonetti dell’immondizia, ma alla fine riuscì a seguire le due donne fino ad una villetta Liberty, con un ampio parco intorno. Restò in attesa a lungo, finché non si spensero tutte le luci della casa tranne una, e dall’unica finestra da cui si notava una luce accesa si affacciò il suo Angelo, per un breve istante; guardò lontano, sospirò, poi chiuse la finestra. Pochi istanti dopo la luce si spense.
Paolo doveva parlarle, lo sapeva. Si avvicinò al cancello della villa, lo fissò per un momento, poi lo scavalcò decisamente. Entrò nel parco e si diresse con passo rapido e silenzioso verso la finestra del suo Angelo, poi rimase perplesso. La finestra era al secondo piano e lui non era sicuramente in grado di scalare il muro fin là. Si voltò, alla ricerca di un sasso da gettare contro la finestra, per far affacciare Francesca, ma al posto di un sasso trovò il muso ringhiante di un cane lupo, evidentemente non troppo rallegrato da quella visita notturna. Paolo restò per un momento come paralizzato, poi cominciò a proferire parole di senso non troppo compiuto:
“Commendatore carissimo, mi complimento per la bellissima villa...”
Al primo abbaiare Paolo cominciò a correre con una velocità che non sospettava di possedere, raggiunse il cancello e lo scavalcò con un’agilità degna di un ginnasta professionista. Al momento di saltare giù, la sua giacca rimase impigliata su una delle lance di ferro battuto che guarnivano il cancello, e Paolo restò a penzolare a mezz’aria. Il cane lupo si riavvicinò, trotterellando senza fretta, quindi, senza neanche provare a sporgersi per mordere una caviglia che sembrava a portata di denti, cominciò ad abbaiare.
Mentre tutte le luci della strada si accendevano, Paolo con uno strattone strappò la giacca e corse a nascondersi dietro un cespuglio.
“Ma cosa diamine ha da abbaiare Killer?”
“Guarda, sta puntando quel cespuglio.”
Dal cespuglio puntato dal cane, in quel momento si levò un lungo, struggente miagolio. Decine e decine di scarpe volarono da tutti gli edifici del circondario verso quel cespuglio ed il miagolio cessò istantaneamente. Tutte le luci della via si spensero di nuovo, mentre qualcuno commentava:
“Solo uno stupidissimo gatto. Ora piantala, Killer.”
Non appena l’ultima finestra si fu chiusa, dal cespuglio emerse Paolo, coperto di impronte di scarpe, ematomi e graffi vari, mentre il cane Killer lo fissava, silenziosamente, con un ghigno soddisfatto.
Mentre tornava a casa sua, Paolo pensava alla giornata trascorsa e si diceva che mai più, mai più avrebbe dovuto essere così cretino. Andava bene tentare di vincere a freccette contro dei teppisti da bar, andava bene tentare di abbordare una dama di elevata condizione, andava bene tentare di andare a teatro senza biglietto per rivederla e quindi seguirla fino a casa, ma non avrebbe mai più dovuto avere tanta paura delle sue azioni ed avrebbe dovuto pensare meglio, dall’indomani, a cosa faceva.
La mattina dopo, Paolo uscì di casa vestito di una giacca a quadri tendente al verde, camicia celeste con colletto aperto e pantaloni neri. Entrò in ufficio salutando tutti a gran voce e mise subito per terra, vicino alla scrivania, un valigione di dimensioni notevoli. Lo aprì e ne tirò fuori un timbro enorme, con una battuta di almeno 50 cm per 50.
“Ma... cos’è quello?”
“Una rivoluzione. Ho notato che i nostri moduli hanno trentasei pagine e trecentosessanta quesiti, ma nel novantasei virgola quattro per cento dei casi le combinazioni di segni sono solamente sei.”
“E Allora?”
“E allora ecco.”
Dalla valigia Paolo tirò fuori altri cinque timbri: sulla scrivania apparvero tutti e sei, uno vicino all’altro, delle dimensioni di un modulo da riempire; Paolo cominciò a prenderne ora uno, ora l’altro, battendo con vigore, producendo un rumore degno di quello di una intera orchestra di percussioni. Dopo venti minuti aveva finito il lavoro di tutto il mese, così si alzò ed andò dal capoufficio.
“Buongiorno, signore. Chiedo di poter uscire mezz’ora.”
“E perché?”
“Non ho più niente da fare.”
“Come?”
“Ho compilato tutti i moduli di richiesta di acquisti. Non ce ne sono più.”
“Mha... era il lavoro di un mese...”
“L’ho finito prima.”
“Mha... li ricontrolli. E, a proposito, si vesta con la divisa d’ordinanza.”
“Dove è scritto, nel regolamento, che questo abbigliamento non è consentito?”
“Il suo abbigliamento non è citato.”
“Non è proibito, quindi è permesso. Ora mi scusi.”
Dopo un’altra mezz’ora, Paolo rientrò nella stanza del capufficio.
“Ho ricontrollato tutti i moduli, ed ho anche compilato quelli dei miei colleghi. Ora, per cortesia, le chiedo di uscire una mezz’ora.”
“Anche i moduli dei suoi colleghi?”
“Esattamente!”
“Mha... e cosa stanno facendo ora i suoi colleghi?”
“Stanno giocando a battaglia navale.”
“Come a battaglia navale? Ma è una cosa indegna! In una grande società come la nostra! Torni la e dica a tutti di ricominciare immediatamente a lavorare!”
“Con il dovuto rispetto, signore, per fare cosa? Dovrebbe fornirci lei del lavoro da fare.”
“Io non ho tempo da perdere per queste sciocchezze. Fate... fate... accidenti a lei, appuntate tutte le matite di tutti i vostri colleghi che stanno lavorando. Vada adesso, e mi lasci lavorare.”
Dopo un’ora e mezza, Paolo rientrò nella stanza del capufficio.
“Signore, abbiamo appuntato tutte le matite dei nostri colleghi e, già che c’eravamo, abbiamo aiutato loro a svolgere il loro lavoro. Ora, in tutto il palazzo, non c’è una sola pratica da svolgere.”
“Come non c’è una sola pratica da svolgere?”
“Signore, non c’è nessuna pratica da svolgere.”
“E cosa stanno facendo i suoi colleghi?”
“Chi gioca a battaglia navale, chi a tressette, chi a rubamazzo, chi parla del campionato di calcio...”
“Basta così, lei è un debosciato, per colpa sua dei lavoratori seri si stanno dedicando ad attività dissolute, sta rovinando la reputazione di questa società...”
“Col dovuto rispetto, signore, non stiamo lavorando perché non c’è lavoro da svolgere. Siamo stati più veloci noi ad eseguire il lavoro che voi ad assegnarcelo. Basterebbe che lei ci desse ordini, signore...”
“Ecco, appunto, stavo tanto bene ed ora, per colpa sua, devo lavorare! Si vergogni!”
“Ma la società trarrà un utile da questo aumento di lavoro.”
“La società già produce esattamente quanto riesce a vendere, non può produrre di più. Quando si saprà che i suoi dipendenti giocano a battaglia navale avrà un calo d’immagine tremendo!”
“Basterà un’appropriata pubblicità per sfruttare i ritorni favorevoli di quanto sta accadendo.”
“Una pubblicità! Ma lei vuole insegnare il lavoro ai nostri proprietari! Siamo già in un cartello che detiene la maggioranza del mercato! Lei è un pazzo, un pazzo pericoloso, se ne vada subito!”
“Questo significa che posso uscire mezz’ora?”
“Se ne vada!”
“Grazie signore.”
Paolo uscì raggiante, di corsa, inseguito dal portacenere che, fino a poco tempo prima, faceva bella mostra di se sul tavolo del capufficio. Uscì dall’edificio, canticchiando, nel sole che iniziava ad irradiare la città. Essendosi alzata finalmente la nebbia, e canticchiando Paolo con stonata rumorosità, in molti cominciarono a notarlo.
“Ma come s’è conciato quello? Perché non ha un vestito grigio?”
“Già, e perché la sua pelle ha quello strano colore, quasi color carne?”
“Si sarà mica truccato? Forse è un omosessuale... ribrezzo!”
“Si, un omosessuale pedofilo!”
Incurante dei commenti, Paolo si recò tranquillamente, ma speditamente, verso la casa del suo Angelo. Giunto davanti al portone, con ferma risolutezza suonò il campanello. Da una finestra si affacciò proprio il suo Angelo.
“Lei? Ma cosa ci fa qui?”
“Lei, lei, tu, non ti ricordi? Io mi chiamo Paolo.”
“Si, mi ricordo bene.” Disse lei, sorridendo timidamente. “Ma, tornando alla domanda di prima, cosa ci fa qui lei? Anzi, che ci fai qui?”
“Sono qui per te. Ti prego e ti scongiuro, vuoi fuggire con me?”
“Come? Ma... ci siamo conosciuti solamente ieri!”
“Si, ma mi sembra di conoscerti da tutta una vita, e anche di più. Ti prego, fuggi con me!”
“Io.... io...”
“Sarei il tuo umile servitore per il resto della mia vita!”
“Io... no.”
“No? Forse... forse hai bisogno di tempo per rifletterci, sono stato troppo precipitoso, tornerò domani...”
“No. Non ho bisogno di riflettere, hai ragione tu, mi sembra di conoscerti da una vita...”
“E allora, non ti piaccio? Non ti sono simpatico?”
“No, mi piaci più di chiunque altro io abbia mai incontrato in tutta la mia vita.”
“E allora? Vieni con me!”
“No. Ho troppa paura. Non posso lasciare tutto questo, la casa, i vestiti, le prime a Teatro, i gioielli... non posso.”
“Ma io ti darò cento volte tanto, posso farlo!”
“Troppo rischio.”
In quel momento si aprì un’altra finestra della villa in cui abitava l’Angelo, e si affacciò la Megera, che subito cominciò ad urlare:
“Aiuto, un pazzo, un maniaco sta importunando Francesca!”
“Ma non mi sta importunando, io...”
“Zitta tu, svergognata, devo salvare la tua reputazione. Aiuto! Prendetelo! Killer, prendilo!”
Dal fondo della strada arrivò di corsa un gendarme, con una uniforme grigia ed una bella faccia grigia, brandendo un grigio manganello e fischiando. Dal parco arrivò come una furia anche il cane Killer, con sguardo assatanato. Da un lato della strada si stava radunando un gruppo della gente che aveva visto Paolo nel tragitto, che gridava:
“Dalli al pedofilo! Assassino! Stupratore! Commercialista!”
Dall’altro lato della strada stava arrivando il custode della casa dell’Angelo, con una doppietta in mano. Il cane Killer era ormai arrivato ad un balzo da Paolo, prese la mira, quasi pregustando in anticipo il sapore di quelle belle carni sode, quindi balzò. Paolo si lanciò a terra di schiena prima che il cane arrivasse, quindi con un calcio prolungò il balzo di Killer, lanciandolo addosso al gendarme. Killer non si rese troppo conto di cosa fosse successo, ma si accorse che quella carne che stava addentando aveva proprio un buon sapore, e non era affatto intenzionato a smettere di mangiare. Fu il custode a tirarlo via dal povero gendarme, dicendo:
“Non lui, stupido cane quell’altro! Avete visto tutti? Ha anche cercato di ammazzare questo povero gendarme, prendiamolo!”
Il cane Killer aveva una faccia poco convinta, una faccia che sembrava dire “Ma come, stavo mangiando, e poi quello che scappa mi sta simpatico, preferivo azzannare il gendarme”, comunque, come un cane che si rispetti, continuò l’inseguimento. Fece presto, però, a rendersi conto di aver mangiato troppo, di avere lo stomaco pesante, quindi si accostò ad un lampione per alleggerirsi.
Il custode, raggiuntolo, gli assestò un poderoso calcio al ventre, esclamando:
“Stupido cane, vuoi prenderlo o no?”
Mettetevi nei panni di un cane da guardia. Tutto il giorno a fare bau bau ai gatti, vi capita un buon pasto e ve lo fanno interrompere, per inseguire uno che vi sta pure simpatico, lo fate per puro spirito di servizio e vi prendono pure a calci, cosa fareste voi? Bene, Killer balzò addosso al custode, azzannandolo con decisione finché qualcuno non lo trascinò via, senza accorgersi della faccia soddisfatta del cane.
Paolo intanto stava scappando a gambe levate, con un gruppo di inseguitori che si ingrandiva in ogni momento. Dove andare, dove scappare? Quelle urla dietro di lui lo atterrivano, chi lo voleva lapidare, chi impiccare, chi squartare. Ad un tratto vide fermo, al bordo della strada, un mezzo della nettezza urbana, mentre i due autisti stavano spostando un cassonetto. Paolo, senza esitare, saltò in cabina e partì a razzo. A razzo, insomma, con tutta la velocità consentita da un mezzo per caricare spazzatura.
Quando credeva di essersi salvato, davanti a lui, improvvisamente, dodici automobili della polizia, tutte turbocompresse, tutte ultraveloci, tutte schierate per catturare lui. Paolo pigiò a fondo l’acceleratore del mezzo della nettezza urbana, girò improvvisamente sulla destra, i poliziotti fecero per inseguirlo a sirene spiegate, lui quindi si infilò in un vicolo abbastanza stretto, dove il pesante mezzo passava a fatica. Quando ebbero percorso un bel tratto, e tutte le macchine della polizia furono entrate nel vicolo, Paolo spense il motore, prese le chiavi ed uscì dal finestrino, in quanto non poteva aprire lo sportello per mancanza di spazio, quindi corse via.
L’ultima macchina della fila tamponò pesantemente la penultima, che tamponò la terzultima, quindi tutti i poliziotti scesero a terra per continuare l’inseguimento a piedi, con un certo impaccio, in quanto il mezzo li intralciava anche a piedi. Quando i primi passarono, Paolo si era dileguato.
“Maledetto, ma lo prenderemo.”
Frattanto Paolo era sbucato nuovamente in una strada centrale, dove vide un uomo a cavallo, vestito da vaccaro, armato di un poco rassicurante pistolone.
“Hei, amico, tutti quelli che scappano dalla legge mi stanno simpatici, sali dietro di me, che scappiamo insieme.”
“E tu chi sei?”
“Il mio nome è Jerome James, ma tutti mi chiamano Jesse, il bandito. E il tuo?”
“Paolo Rossi, e da oggi mi chiamano Lo Strano.”
“Bene, andiamo, adesso, sta arrivando Pat Garret.”
I due cavalcarono rapidamente fuori della città, fino ad una specie di monti desertici ed assolati, mentre in lontananza un gruppetto di uomini a cavallo li inseguiva, sparando in aria.
“Amico, mi sa che ci dobbiamo separare, in due non scappiamo. Vedi quel bosco li? Tu scendi e scappa. Se seguono me, sei salvo, se seguono te, sei morto. Addio.”
Prima di poter obiettare, Paolo era a terra, mentre Jesse il bandito scappava a cavallo. Terrorizzato, si nascose dietro un albero. Il gruppo di pistoleri a cavallo si fermò ad un passo da lui, ed uno disse:
“Qui si sono divisi, che facciamo?”
“Seguiamo Jesse.”
“Ma l’altro è a piedi, è una preda più facile!”
“Senti, è tutta la vita che io, Pinkerton, inseguo quel bandito, e poi, non ti ricordi che taglia c’è sulla sua testa?”
“Vero. Inseguiamo Jesse. Hippie!”
I pistoleri si allontanarono, mentre Paolo tirava un sospiro di sollievo. Ora però che poteva fare? Si guardò indietro, rivide quei monti desertici, e decise che il clima non faceva per lui, quindi proseguì nel bosco. Certo, che era un bosco strano, sembrava uno di quei documentari sul centro dell’Inghilterra. Mentre pensava queste cose, vide un tizio, vestito di verde, che gli puntava contro una freccia.
“Altolà, amico, o la borsa o la vita.”
“Ma quale borsa? Io non ho un soldo.”
“Non hai un soldo? John, perquisiscilo.”
Un gigante uscì da dietro un albero e lo perquisì.
“Pulito.”
“Non hai un soldo, eh? Bene, mi stai simpatico, vuoi unirti a noi?”
“Noi chi?”
“Gli allegri compagni della foresta! Io sono Robin Hood, e rubo ai ricchi per dare ai poveri!”
“E come li scegli i poveri?”
“Bene, io sono povero, e tu, long John?”
“Poverissimo.”
“E tu, frate Tac?”
“Sono al verde, se mi passi la battuta.”
“Spiritoso.” Disse Robin guardandosi l’abito “Comunque, ecco risolto il problema, rubiamo ai ricchi ed i soldi ce li teniamo. E tu, allora, vuoi unirti a noi? Ho anche un’amica da presentarti, un po’ giovane, a dire il vero, si presenta sempre ad ora di pranzo vestita di rosso per portare il pranzo alla nonnina, ma bisogna sempre salvarla dai lupi, una rottura che non ti dico.”
E parlando così il gruppo scomparve alla vista, nel folto della foresta.
Pochi giorni dopo, i colleghi di Paolo stavano spiegando al suo sostituto cosa doveva fare. Avevano tutti abiti grigi, capelli grigi, facce grigie e sguardi spenti.
“E così riempi i trecentosessanta quesiti.”
“Ma come sono piccole le caselle, e sono tutte stampate in modo disordinato, una qui, una là...”
“Per evitare che si possano usare i timbri.”
“Timbri?”
“Timbri. Il tuo predecessore aveva tentato di battere la fiacca, di non lavorare, usando i timbri per riempire i moduli. Giustamente il capufficio l’ha sbattuto fuori ed ora al suo posto abbiamo te, che non ci darai alcun problema.”
“No, no, nessun problema, state tranquilli.”
Davanti alla sede della società, sulla strada per il grande centro commerciale dove era doveroso fare acquisti, un gruppo di donne stava parlando.
“E poi, Francesca, quel bel tomo, quel tizio che ti infastidiva, che fine ha fatto?”
“Ho saputo che vive isolato, in un bosco qui vicino, e crea spot pubblicitari.”
“Pubblicità?”
“Si, anche la pubblicità della ditta che l’ha licenziato. Sta diventando miliardario, ma non può parlare mai con nessuno, perché tutti lo credono pazzo, ma gira voce che, a volte, ancora sogni.”
La donna fece un sorriso timido e nel suo sguardo si accese come una luce.
“Deve proprio essere pazzo.”
Concluse, e la luce nel suo sguardo si spense per sempre, riportandola alla più totale normalità.
FINE