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Fu Filippo ad avere una idea per il nuovo modus operandi, ed una piovosa giornata di ottobre si presentò, di buon mattino, nello studio del prof. Colonna, in via Mario De’ Fiori, per esporre i primi risultati raggiunti.
“Caro Nicodemo, come tu mi hai insegnato, nessun procedimento alchemico può avere effetti senza adeguati interventi spirituali:”
“Esatto.”
“D’altro canto, anche la parte chimica riveste una importanza fondamentale e non va sottovalutata.”
“Esatto.”
“Bene: ci sono due modi per raggiungere un risultato, bada che sto ripetendo concetti tuoi, e cioè impazzire di esperimenti oppure seguire le orme dei grandi del passato, in particolare del più grande di tutti, Paracelso.”
“Bene, bravo, bella lezione. Ora non perdere altro tempo e dimmi in fretta dove vuoi arrivare.”
“Ho trovato alcune citazioni di un libro che credevo perduto, il “De natura mundi”, del primo vero alchimista, l’arabo Jabir Ibn Hayyan; alcune fonti sostengono che Paracelso lo tradusse in tedesco. Bene: nel 1614 la Scuola Grande Tedesca del Ghetto ebraico di Venezia acquistò alcuni libri provenienti da una casa di Praga, situata nella via Karlova, detta la casa di Faust; sono riuscito a trovare una copia degli archivi. Tra questi c’è un libro in tedesco che si sostiene sia una traduzione compiuta dal “Tedesco arrogante”; ma come si può dire arrogante in tedesco?”
“Bombastic! Il soprannome di Paracelso! Come ci sei arrivato?”
“Nel XVI secolo si dice che Paracelso abbia realizzato un homunculus, ossia un essere artificiale; pochi anni dopo avrebbe realizzato un altro essere artificiale, il Golem, anche il rabbino Loew a Praga, dove Paracelso soggiornò, proprio nella casa della via Karlova, negli anni in cui avrebbe compiuto le sue ricerche sull’homunculus. Ancora qualche anno più tardi, verso la metà del XVII secolo, si sparse la leggenda che anche gli ebrei veneziani avessero realizzato un Golem. Ho collegato le notizie ed ho provato a controllare.”
“Sei un genio! Vedi, non mi sbagliavo, hai delle qualità che è raro trovare!”
“Calmo, oggi la Scuola Grande Tedesca non possiede più quel volume.”
“Ebbene, partiamo! Lo cercheremo noi!”
“Non ho terminato. Nel 1698 la Scuola ha venduto alcuni libri magici ad un ricchissimo commerciante, che ho scoperto essere un grande appassionato di esoterismo, un certo Andrea Orseolo; ho cercato informazioni su tutti coloro che hanno acquistato testi dalla Scuola Grande Tedesca. Il nipote del commerciante, Luigi Orseolo, che aveva ereditato tutti i beni del nonno, era un impenitente donnaiolo e della cultura se ne impipava altamente; la sua fama di libertino era diffusa e le autorità ecclesiastiche lo richiamarono più volte ad una condotta più consona. Lui ebbe paura, ti ricordo che in quel periodo lo stesso Giacomo Casanova fu sbattuto nel carcere dei Piombi con una scusa banale, ma in realtà per gli stessi motivi. Come ti dicevo Luigi Orseolo fu intimidito, così continuò a fare il libertino, ma ebbe cura di farlo di nascosto e non pubblicamente e prese a fare molte regalie alla chiesa; tra le altre regalie nel 1751 donò tutti i libri antichi del nonno ai frati dominicani, che li collocarono nella biblioteca della Scola Grande di San Marco, in piazza San Zani Polo, quella dove è collocata la statua di Bartolomeo Colleoni. Il testo che ci interessa dovrebbe essere ancora li.”
“Sei ancora più geniale di quanto pensassi. Domani stesso partiremo alla volta di Venezia. Preparati.”
“Immaginavo quello che avresti detto, così ho già preparato le valigie. Partiamo!”
Il giorno dopo, alle otto del mattino, la BMW del prof. Colonna rombava sotto l’appartamento di Filippo, e dopo che questi fu salito a bordò si allontanò velocemente, in direzione Autostrada del Sole.
Quattro ore dopo i due alchimisti parcheggiavano in piazzale Roma a Venezia. Lasciata l’automobile, i due presero le loro borse e salirono su di un tassì, che li lasciò a fianco del ponte di Rialto. Pochi metri dopo, in Salizada San Lio, i due entrarono nel loro albergo; si limitarono a lasciare le borse ed a darsi una veloce rinfrescata e, come presi da un irresistibile incantesimo, uscirono immediatamente, superarono Campo S. Maria di Formosa, giunsero in campo S. Zani Polo e non dedicarono tempo ne all’imponente statua equestre di Bartolomeo Colleoni, capolavoro del Verrocchio, ne alla maestosa chiesa gotica, ma corsero direttamente a vedere la biblioteca dei Dominicani, che una volta era posta presso la Scuola Grande di San Marco. Sei giorni, sei giorni di ricerche intense i due trascorsero nella biblioteca senza trovare nulla. Come era possibile che non fosse rimasta alcuna traccia del libro?
Infine si risolsero a cercare altre vie e provarono a interrogare i frati della vicina chiesa di SS. Giovanni e Paolo.
Il frate con cui parlarono per primo gli suggerì un tal padre Giocondo, un anziano frate con la passione della storia, che aveva dedicato molto tempo alla ricerca di ogni particolare che riguardasse le vicende dei dominicani a Venezia. I due attesero in sagrestia, intanto che padre Giocondo veniva chiamato, e pochi minuti dopo l’anziano religioso giunse a parlare con loro. I tre uscirono dalla chiesa, si sedettero su una panchina sotto la statua del Colleoni e cominciarono a parlare. Non ci volle molto a capire che il dominicano era dotato di una logorrea ancora più pronta di quella del prof. Colonna e di una immensa voglia di poter parlare con qualcuno della sua immensa passione.
“Sapete perché e posta qui la statua del Colleoni?”
“Certamente, è su tutte le guide. Lasciò in eredità tutti i suoi averi, che erano cospicui, alla città di Venezia, a condizione che la statua che si era fatto fondere dal Verrocchio fosse posta davanti a San Marco; i veneziani però lo buggerarono piazzando la statua davanti alla scuola e non alla chiesa di San Marco. Ma adesso parliamo della scuola. Noi siamo grandi appassionati di filologia, ma siamo delusi da questa visita: molti volumi che credevamo di trovare qui, volumi che risultano da carte del XVII secolo, invece mancano. Sa dirci come mai?”
“Bhe, prima di tutto alcuni sono stati portati via dagli Austriaci durante la loro dominazione. Poi ci sono stati alcuni incendi, ora ve li elenco...”
“No, non c’è bisogno, noi siamo interessati a vendite o a ruberie, all’intervento umano, insomma.”
“Ruberie? Bhe, che Dio abbia pietà della mia anima, quella che più mi brucia è quella che abbiamo subito nel 1943. Sa, allora ci aspettavamo che i tedeschi arrivassero da un momento all’altro, era stato appena firmato l’armistizio dal generale Badoglio, ed un gruppo di Gesuiti venne da noi. Io allora ero un giovane novizio, ma ricordo molto bene che ci chiesero alcuni volumi, molto antichi, cui loro tenevano in modo particolare. Dovevamo immaginare che chi aveva già rubato la missione agli eredi di San Domenico, il vero custode della cultura cattolica, non come quel soldataccio di Loyola, avrebbe rubato anche dei libri, ma da puri servitori di Cristo ci comportammo da ingenui e gli consegnammo i libri. Scusate lo sfogo, spero che il signore mi perdoni; il suo dettame è quello di perdonare fino a settanta volte sette, ma io sono un povero peccatore, a volte non riesco. Cerco di perdonare, so che è giusto, che devo, ma quando mi vengono in mente questi fatti a volte me ne dimentico. Ma ora ho già perdonato quasi tutto.”
“Insomma quei volumi ce li hanno i Gesuiti?”
“Si. Erano quasi tutti testi dannati, che parlavano di stregonerie, mi auguro che siano andati distrutti. Forse è un bene che non siano più in possesso dei seguaci di San Domenico.”
“Grazie padre, ma si è fatto tardi. Noi dobbiamo andare.”
“Ma... e gli altri testi mancanti?”
“Torneremo domani, adesso dobbiamo andare.”
Quello che i due pensarono lasciando l’anziano frate non erano esattamente pensieri cristiani. Vatti a far dare adesso un libro probabilmente posto all’indice da quei diavolacci di Gesuiti.
Due giorni dopo, in un corridoio del Vaticano, un augusto porporato discorreva amabilmente con un distinto signore vestito di un elegante abito gessato.
“Eh si, caro Colonna, le devo molta gratitudine. Quel lassativo che mi invia sempre... come si chiama, non ricordo...”
“Libero e snello.”
“Ah, si, libero e snello... comunque mi ha rimesso a nuovo. Un orologio svizzero, capisce, oggi sono diventato un orologio svizzero. E quell’altro prodotto... sa, a volte mi dolgo di non poterlo usare..”
“Quale prodotto?”
“Ma via, che lo sa benissimo!”
“Ah, il famoso fai felice tua moglie, l’afrodisiaco!”
“Si, si, fai felice tua moglie... sa a volte vedo in lei delle qualità che le avrebbero aperto una brillante carriera cardinalizia.”
“Non sia mai, mi sta dicendo che avrei delle qualità paragonabili alle sue? Mi accontenterei di essere un suo umile segretario!”
“Eh, Colonna, Nostro Signore ha sempre condannato l’adulazione, si ricordi, e poi così mi stimola a compiere un peccato di superbia!”
“Quale adulazione? Mi limito a riconoscere la sua santità quasi palpabile. Lo Spirito Santo deve aver guidato la mente del Santo Padre quando l’ha chiamata al soglio cardinalizio.”
“Colonna, Colonna, lei è proprio incorreggibile. E poi mi dica, ma come faccio ad autorizzarla per iscritto a consultare testi in odore di zolfo? E poi dovrei scrivere al generale dei Gesuiti di Venezia... Colonna, Colonna, non mi chieda l’impossibile!”
“Eminenza, se l’impossibile non lo chiedo a lei, che con i miracoli dovrebbe avere più familiarità di un povero peccatore...”
“E poi ci sono di mezzo i Gesuiti...”
“Cardinale, quel testo mi è indispensabile! Capisce, è un testo dell’arabo Ibn Hayyan, un infedele, d’accordo, ma di erbe e decotti ne capiva come nessuno! E poi l’ha tradotto in tedesco Paracelso, un eretico, un peccatore, un uomo di cui Nostro Signore ancora sta piangendo i peccati, ma è stato il medico più geniale dell’evo di mezzo! E allora la medicina era Erboristeria! E non si è limitato a tradurre il testo, ma si è premurato di operare glosse e commenti! E poi dal tedesco al latino l’ha tradotto un padre dominicano, Padre Augusto Maria Manfredi, per conto di un mercante veneziano, Andrea Orseolo. Quel testo è una summa dell’erboristeria antica, sa, si dice che vi sia contenuta anche la ricetta di una pomata contro i reumatismi che ha la fama di esser quasi miracolosa... pardon, di essere... non mi viene un termine succedaneo... di essere portentosa!”
“Pomata contro i reumatismi?”
“Ripeto, dalla efficacia garantita!”
“Venga con me, caro Colonna, credo proprio che sia opportuno sentire per telefono il generale dei Gesuiti di Venezia... il telefono è un’invenzione probabilmente diabolica, ma sa, spesso riesce a togliere d’impiccio.”
“Cardinale, la sua santità si fa di giorno in giorno più evidente!”
“Si, si, la mia santità... lasci perdere e mi segua.”
Due giorni dopo i due alchimisti, preso il solito tassì, dopo essersi fermati a rimirare l’imponente leggerezza del ponte di Rialto, andarono a lasciare le valigie nel solito albergo di Salizada San Lio, percorsero la Calle del Fumo, costeggiarono la casa di Tiziano, semplice ma decorosa e pittoresca, e giunsero alle Fondamenta Nuove. Il professore sembrava più tranquillo e meno smanioso della volta precedente, al punto che volle fermarsi a guardare da lontano l’isola di San Michele, il cimitero di Venezia.
“Ah, Filippo... Quando Venexia mia / sora i tetti de le tue case / una gloria de sol / xe sparpagnada / lassime dir se / el paragon te piase / che ti me par una bella tosa spensierada...”
“Cosa?”
“Una poesia di Eugenio Genero... un poeta vernacolo veneziano... nonno di Hugo Pratt.”
“Hugo Pratt? Da quando leggi i fumetti?”
“Letteratura disegnata, Filippo, Hugo Pratt è letteratura disegnata. E poi aveva una cultura poliedrica che tu nemmeno ti sogni. Sai, per anni ho cercato la Corte Sconta detta Arcana, dove era la casa veneziana di Corto Maltese. Ho cercato anche i luoghi magici e nascosti descritti da Hugo Pratt: uno è in Calle dell’Amor degli Amici, uno vicino al Ponte delle Maravegie ed uno in Calle dei Marrani. Sono tre Corti dove risiedono la magia ed il mistero, ma Hugo Pratt non dice come si chiamino; dice solo a cosa sono vicine. Io le ho cercate, ho trovato molti accenni e molte leggende, ma non le ho trovate. Ma bando alle ciance, andiamo. I Gesuiti ci aspettano.”
Il prof. Colonna si mise in cammino, voltò l’angolo e si fermò di nuovo, in una piazza dalla forma oblunga che si rivelò chiamarsi Campo dei Gesuiti. La chiesa dei Gesuiti li fissava serafica ed imponente, con la sua facciata barocca di indubbio pregio, ma che in quel luogo sembrava un poco fuori posto. A fianco della chiesa era accoccolato il liceo dei Gesuiti, il cui campanello il prof. Colonna suonò con vigore ed impazienza. Pochi minuti dopo, sotto lo sguardo vigile di un guardiano ecclesiastico, i due stavano consultando gli archivi della biblioteca dei Gesuiti di Venezia.