Bello, ma da amante dei romanzoni lunghi per me la fine potevi allungarla molto di più!!doc G wrote: Si, con "Le vacche del Pontormo siamo arrivati alla fine!" :lol2: :lol2:
Re: Naufraghi 2.0
- davidvanterpool
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Re: Naufraghi 2.0
C'è bisogno che si giochi con un po' di dignità! Con un po' di anima cazzo! Nessuno fa un salto, un fallo con la palla lì! Facciamo a cazzotti almeno!! Ma che cazzo avete dentro?


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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
L'occhio di bue
(Istantanee sulla folla) Nel fiume di persone che ogni mattina scorre, fingendo di andare da qualche parte (ci andranno poi davvero? O son solo comparse che ci accompagnano per un tratto di strada?), ti capita di riconoscere alcune gocce d'acqua. Per quanto, probabilmente, siano molti quelli che escono abitualmente in una data fascia oraria e prendono gli stessi mezzi; sono pochi quelli che individui e distingui. Quei pochi. Gli altri stan lì solo di contorno; (anonimi e confondibili) figuranti in scene dove occorre rappresentar moltitudini. Quei pochi che distingui e riconosci nella folla sembrano quasi dei personaggi al centro dell'occhio di bue su un palcoscenico. L'occhio di bue è, in gergo, quel fascio di luce che va ad illuminare un unico personaggio, lasciando in ombra il resto della scena. C'è la ragazza asiatica. Quella che ogni volta che la vedi ti sembra la protagonista di un film. E immagini la telecamera che la segue passo passo. Con quei tratti così asiatici. Che sarà filippina, ma la diresti vietnamita e non ti sai spiegare il perchè. Forse per via di quel cappellino con visiera che ha portato per molto tempo e che adesso non porta più. Perchè poi il cappellino avrebbe dovuto collocarla in vietnam non te lo chiedi nemmeno. C'è quella strana coppia. Che coppia, in realtà, non è affatto; ma in quanto personaggi del tuo film mattutino la formano. Lei è una ragazza. Alta e lunghi capelli mossi. Sale sulla metrò e non si guarda intorno. O legge il giornale o sonnecchia fino alla sua fermata. Lui è un uomo. Palesemente più basso della ragazza. E più grande. Devono essersi conosciuti, nel modo in cui ci si può conoscere a forza di vedersi tutti i giorni per buona parte del tragitto. Avranno scambiato forse quattro chiacchiere. O forse no. Forse si salutano, cordialmente, e basta. Lui sale sullo stesso vagone dove c'è lei e si piazza a portata d'occhio. E quando manca una fermata alla ragazza inizia a mettersi in favore di luce. Perchè nel momento in cui lei starà per scendere lo cercherà con gli occhi. E quando gli occhi si incontreranno ci sarà il saluto. Lui lo aspetta quel saluto. Inizia a guardarla già prima. Le sorride e la saluta. E si prepara a scendere. Perchè lui scende a quella dopo. Alla fermata dove scendi c'è uno che dorme. Seduto sulla panchina. Non un barbone. Si direbbe un impiegato. Vestito bene. La sciarpetta. E dorme. Con la mano appoggiata su una guancia. Il viso deformato dalla pressione della mano. Aspetterà qualcuno. O aspetta che aprano le tre fermate in costruzione che sposteranno il capolinea della metrò. Vai a sapere. A volte ti capita di trovarti di fianco a qualcuna di queste persone e provi una sensazione bizzarra: ti sembra quasi di stare a contatto con una celebrità. Il volto noto che condivide il gradino della scala mobile; o ti cede il passo quando devi salire/scendere dai mezzi. Il saluto nel momento in cui vi separate lo pronunci (distratta-mente) solo nella tua testa. Non per altro; tu, se ci pensi bene, potresti non esistere: forse sei soltanto una delle tante (anonime e confondibili) comparse per le scene in cui serve rappresentar moltitudini. E chissà se vai davvero da qualche parte..
(Istantanee sulla folla) Nel fiume di persone che ogni mattina scorre, fingendo di andare da qualche parte (ci andranno poi davvero? O son solo comparse che ci accompagnano per un tratto di strada?), ti capita di riconoscere alcune gocce d'acqua. Per quanto, probabilmente, siano molti quelli che escono abitualmente in una data fascia oraria e prendono gli stessi mezzi; sono pochi quelli che individui e distingui. Quei pochi. Gli altri stan lì solo di contorno; (anonimi e confondibili) figuranti in scene dove occorre rappresentar moltitudini. Quei pochi che distingui e riconosci nella folla sembrano quasi dei personaggi al centro dell'occhio di bue su un palcoscenico. L'occhio di bue è, in gergo, quel fascio di luce che va ad illuminare un unico personaggio, lasciando in ombra il resto della scena. C'è la ragazza asiatica. Quella che ogni volta che la vedi ti sembra la protagonista di un film. E immagini la telecamera che la segue passo passo. Con quei tratti così asiatici. Che sarà filippina, ma la diresti vietnamita e non ti sai spiegare il perchè. Forse per via di quel cappellino con visiera che ha portato per molto tempo e che adesso non porta più. Perchè poi il cappellino avrebbe dovuto collocarla in vietnam non te lo chiedi nemmeno. C'è quella strana coppia. Che coppia, in realtà, non è affatto; ma in quanto personaggi del tuo film mattutino la formano. Lei è una ragazza. Alta e lunghi capelli mossi. Sale sulla metrò e non si guarda intorno. O legge il giornale o sonnecchia fino alla sua fermata. Lui è un uomo. Palesemente più basso della ragazza. E più grande. Devono essersi conosciuti, nel modo in cui ci si può conoscere a forza di vedersi tutti i giorni per buona parte del tragitto. Avranno scambiato forse quattro chiacchiere. O forse no. Forse si salutano, cordialmente, e basta. Lui sale sullo stesso vagone dove c'è lei e si piazza a portata d'occhio. E quando manca una fermata alla ragazza inizia a mettersi in favore di luce. Perchè nel momento in cui lei starà per scendere lo cercherà con gli occhi. E quando gli occhi si incontreranno ci sarà il saluto. Lui lo aspetta quel saluto. Inizia a guardarla già prima. Le sorride e la saluta. E si prepara a scendere. Perchè lui scende a quella dopo. Alla fermata dove scendi c'è uno che dorme. Seduto sulla panchina. Non un barbone. Si direbbe un impiegato. Vestito bene. La sciarpetta. E dorme. Con la mano appoggiata su una guancia. Il viso deformato dalla pressione della mano. Aspetterà qualcuno. O aspetta che aprano le tre fermate in costruzione che sposteranno il capolinea della metrò. Vai a sapere. A volte ti capita di trovarti di fianco a qualcuna di queste persone e provi una sensazione bizzarra: ti sembra quasi di stare a contatto con una celebrità. Il volto noto che condivide il gradino della scala mobile; o ti cede il passo quando devi salire/scendere dai mezzi. Il saluto nel momento in cui vi separate lo pronunci (distratta-mente) solo nella tua testa. Non per altro; tu, se ci pensi bene, potresti non esistere: forse sei soltanto una delle tante (anonime e confondibili) comparse per le scene in cui serve rappresentar moltitudini. E chissà se vai davvero da qualche parte..
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
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Re: Naufraghi 2.0
Tutto Normale
Nacqui, maledizione, in una normale famiglia piccolo borghese.
Padre e madre dipendenti pubblici, casa di proprietà, un fratello minore, qualche sfizio ma senza scialare, d'estate una settimana al mare, d'inverno una sulla neve.
Fino all'adolescenza tutto ciò non mi pesava, ero sempre stato il migliore della classe, non avevo tanti amici ma quanti me ne bastavano.
Poi al liceo iniziai a sentirmi soffocare da tutto ciò. La mia vita sembrava scritta, mi sarei diplomato, poi laureato, avrei vinto qualche concorso, sarei diventato un dipendente pubblico, mi sarei sposato una ragazza come me, avremmo comprato casa col mutuo, l'estate saremmo andati al mare e d'inverno in montagna, avremmo avuto due figli che si sarebbero laureati e prima o poi avrebbero vinto qualche concorso pubblico.
Non mi sentivo in grado di sopportare tutto ciò. Dovevo fare qualcosa di diverso, distinguermi, far si che il mio nome venisse ricordato.
Iniziai a studiare tantissimo, da bravo divenni eccezionale, ovviamente a detrimento delle relazioni sociali, ma il fatto di non uscire mai, di limitare i contatti, mi diede un'aurea di irraggiungibilità, divenni poco simpatico ma molto ammirato, la gente parlava male di me ma ero sempre al centro dei discorsi.
Tutto ciò iniziava a piacermi, ma poi mio fratello mi ruppe le uova nel paniere. Era bravo a scuola quanto me, ma studiava molto meno, faceva sport e riusciva bene, la sera usciva, cambiava spesso ragazza, tutti gli chiedevano come poteva avere un fratello così musone e, piano piano, tornai nell'anonimato.
Per fortuna le superiori finirono e mi iscrissi all'università. Scelsi la facoltà di fisica e poi decisi di frequentarla insieme ad ingegneria elettronica, nel tentativo di prendere due lauree, e difficili, per distinguermi dalla massa. Studiavo, studiavo e studiavo, notte e giorno, ma le cose procedevano. Riuscivo a tenermi in regola con gli esami, studiavo con un gruppo di amici, qualche volta riuscivo anche ad uscire.
Mio fratello poi si diplomò benissimo, ma scelse la ben più plebea facoltà di giurisprudenza, cosa che gli permetteva di avere più tempo libero, ma gli impediva finalmente di competere con me. Continuava ad avere molte ragazze, mentre io avevo giusto qualche contatto occasionale, ma questo non mi pesava. Stavo finalmente riuscendo ad essere diverso dalla massa.
Dopo alcuni anni di questa vita, quando ormai non ero lontano dalla laurea, i miei genitori invitarono degli amici di famiglia, che vennero con il figlio, che io non avevo mai conosciuto.
Ingegnere, già laureato, lavorava come ricercatore nell'ente spaziale europeo, aveva un tocco di trascuratezza, barba di un paio di giorni, maglione girocollo senza camicia, ma naturalmente di cachemire, capelli leggermente troppo lunghi apparentemente poco curati, parlava poco, aveva un sorriso misterioso, tendeva a parlare per sentenze con fare disincantato.
In poco tempo fu il centro dell'attenzione. Capii così quale poteva essere la mia strada. Rapidamente, appena laureato, andai a lavorare con uno stipendio da fame ed un contratto a tempo determinato, ma facevo ricerca. Il risultato però non era quello che speravo. Attorno a me tutti erano ricercatori, tutti avevano una eleganza trasandata, quanto trasandata dipendeva dallo stipendio, in molti avevano preferito la ricerca al guadagno.
Dovevo cambiare qualcosa.
Presi un'aspettativa, mi chiusi in un laboratorio e cercai di inventare qualcosa di nuovo. Di inventori ce ne sono pochi. Non potevo certo dedicarmi ad inventare cose che di solito vengono studiati dai centri di ricerca del governo, delle università, delle multinazionali, quindi lavorai su un elettrodomestico. Dopo sei mesi uscii dal laboratorio con un piccolo ippopotamo verde in braccio. La bocca era un forno a microonde e grill, rivoluzionario per i bassi consumi e l'efficienza, nel sedere c'era un grattugia, si infilavano i pezzi di formaggio in uno scomparto sulla schiena ed il formaggio grattugiato usciva dal cavo rettale, la coda aveva vari accessori ed era un frullatore.
Andai rapidamente all'ufficio brevetti con il mio ippopotamo verde in braccio, e mi misi in coda. Davanti a me c'erano persone con lampade da pavimento a forma di giraffa, deodoranti a forma di puzzola, macchine per la pasta a forma di balena, aspirapolvere a forma di formichiere, persino una stufetta a forma di porcellino rosa che, grufolando, diffondeva calore.
Era troppo per me. Dovevo fare qualcosa. Corsi al ponte autostradale, presi il mio ippopotamo e mi gettai nel vuoto. Almeno quello mi avrebbe distinto da quella massa informe ed indistinta.
Caddi e, prima di morire, vidi una pioggia di inventori cadere attorno a me, tutti con la loro invenzione.
Perciò sono tornato a raccontare la mia storia, perché almeno dopo la mia morte voglio distinguermi come non sono riuscito a fare in vita. Non voglio essere normale, ho fatto tutto ciò che potevo per evitare di esserlo, almeno in questo mio ritorno sarò unico.
La medium a fatica si riprese, chiuse la bocca, si asciugò la bava e bevve un lungo sorso di un qualche strano liquore, poi disse:
“Scusate, signori, non posso proseguire. Prima di domani non potrò effettuare altri contatti, sono distrutta dalla fatica. Solo oggi sono stata il tramite di tredici anime di defunti che volevano comunicare con i viventi, sembra ormai una cosa comune e normale che vogliano farlo.”
Nacqui, maledizione, in una normale famiglia piccolo borghese.
Padre e madre dipendenti pubblici, casa di proprietà, un fratello minore, qualche sfizio ma senza scialare, d'estate una settimana al mare, d'inverno una sulla neve.
Fino all'adolescenza tutto ciò non mi pesava, ero sempre stato il migliore della classe, non avevo tanti amici ma quanti me ne bastavano.
Poi al liceo iniziai a sentirmi soffocare da tutto ciò. La mia vita sembrava scritta, mi sarei diplomato, poi laureato, avrei vinto qualche concorso, sarei diventato un dipendente pubblico, mi sarei sposato una ragazza come me, avremmo comprato casa col mutuo, l'estate saremmo andati al mare e d'inverno in montagna, avremmo avuto due figli che si sarebbero laureati e prima o poi avrebbero vinto qualche concorso pubblico.
Non mi sentivo in grado di sopportare tutto ciò. Dovevo fare qualcosa di diverso, distinguermi, far si che il mio nome venisse ricordato.
Iniziai a studiare tantissimo, da bravo divenni eccezionale, ovviamente a detrimento delle relazioni sociali, ma il fatto di non uscire mai, di limitare i contatti, mi diede un'aurea di irraggiungibilità, divenni poco simpatico ma molto ammirato, la gente parlava male di me ma ero sempre al centro dei discorsi.
Tutto ciò iniziava a piacermi, ma poi mio fratello mi ruppe le uova nel paniere. Era bravo a scuola quanto me, ma studiava molto meno, faceva sport e riusciva bene, la sera usciva, cambiava spesso ragazza, tutti gli chiedevano come poteva avere un fratello così musone e, piano piano, tornai nell'anonimato.
Per fortuna le superiori finirono e mi iscrissi all'università. Scelsi la facoltà di fisica e poi decisi di frequentarla insieme ad ingegneria elettronica, nel tentativo di prendere due lauree, e difficili, per distinguermi dalla massa. Studiavo, studiavo e studiavo, notte e giorno, ma le cose procedevano. Riuscivo a tenermi in regola con gli esami, studiavo con un gruppo di amici, qualche volta riuscivo anche ad uscire.
Mio fratello poi si diplomò benissimo, ma scelse la ben più plebea facoltà di giurisprudenza, cosa che gli permetteva di avere più tempo libero, ma gli impediva finalmente di competere con me. Continuava ad avere molte ragazze, mentre io avevo giusto qualche contatto occasionale, ma questo non mi pesava. Stavo finalmente riuscendo ad essere diverso dalla massa.
Dopo alcuni anni di questa vita, quando ormai non ero lontano dalla laurea, i miei genitori invitarono degli amici di famiglia, che vennero con il figlio, che io non avevo mai conosciuto.
Ingegnere, già laureato, lavorava come ricercatore nell'ente spaziale europeo, aveva un tocco di trascuratezza, barba di un paio di giorni, maglione girocollo senza camicia, ma naturalmente di cachemire, capelli leggermente troppo lunghi apparentemente poco curati, parlava poco, aveva un sorriso misterioso, tendeva a parlare per sentenze con fare disincantato.
In poco tempo fu il centro dell'attenzione. Capii così quale poteva essere la mia strada. Rapidamente, appena laureato, andai a lavorare con uno stipendio da fame ed un contratto a tempo determinato, ma facevo ricerca. Il risultato però non era quello che speravo. Attorno a me tutti erano ricercatori, tutti avevano una eleganza trasandata, quanto trasandata dipendeva dallo stipendio, in molti avevano preferito la ricerca al guadagno.
Dovevo cambiare qualcosa.
Presi un'aspettativa, mi chiusi in un laboratorio e cercai di inventare qualcosa di nuovo. Di inventori ce ne sono pochi. Non potevo certo dedicarmi ad inventare cose che di solito vengono studiati dai centri di ricerca del governo, delle università, delle multinazionali, quindi lavorai su un elettrodomestico. Dopo sei mesi uscii dal laboratorio con un piccolo ippopotamo verde in braccio. La bocca era un forno a microonde e grill, rivoluzionario per i bassi consumi e l'efficienza, nel sedere c'era un grattugia, si infilavano i pezzi di formaggio in uno scomparto sulla schiena ed il formaggio grattugiato usciva dal cavo rettale, la coda aveva vari accessori ed era un frullatore.
Andai rapidamente all'ufficio brevetti con il mio ippopotamo verde in braccio, e mi misi in coda. Davanti a me c'erano persone con lampade da pavimento a forma di giraffa, deodoranti a forma di puzzola, macchine per la pasta a forma di balena, aspirapolvere a forma di formichiere, persino una stufetta a forma di porcellino rosa che, grufolando, diffondeva calore.
Era troppo per me. Dovevo fare qualcosa. Corsi al ponte autostradale, presi il mio ippopotamo e mi gettai nel vuoto. Almeno quello mi avrebbe distinto da quella massa informe ed indistinta.
Caddi e, prima di morire, vidi una pioggia di inventori cadere attorno a me, tutti con la loro invenzione.
Perciò sono tornato a raccontare la mia storia, perché almeno dopo la mia morte voglio distinguermi come non sono riuscito a fare in vita. Non voglio essere normale, ho fatto tutto ciò che potevo per evitare di esserlo, almeno in questo mio ritorno sarò unico.
La medium a fatica si riprese, chiuse la bocca, si asciugò la bava e bevve un lungo sorso di un qualche strano liquore, poi disse:
“Scusate, signori, non posso proseguire. Prima di domani non potrò effettuare altri contatti, sono distrutta dalla fatica. Solo oggi sono stata il tramite di tredici anime di defunti che volevano comunicare con i viventi, sembra ormai una cosa comune e normale che vogliano farlo.”
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Re: Naufraghi 2.0
So di stupirvi, visti i precedenti, ma è già finito. :lol2: :lol2:
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
Io lo sospettavo che fosse autoconclusivo. :figo: 
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
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Re: Naufraghi 2.0
bravo come sempre il nostro doc 
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
Credo sia ora di far tornare il topic in prima pagina 
Speaker si era guadagnato il suo soprannome commentando le azioni dei ragazzi che giocavano al campo vicino a casa sua. Campo che raggiungeva procedendo spedito con la sua sedia a rotelle elettrica (ricevuta in dono grazie ai fondi di un politico sotto le ultime elezioni) e che aveva tempestato di finti swarovsky (che abbondavano a casa sua, poichè i genitori se ne erano serviti più volte in piccole truffe), a testimonianza che essere guardato non lo metteva affatto a disagio, anzi. Quando Eroe e l'assistente arrivarono, come di consueto, molto presto al campo davanti alla vecchia scuola i soli presenti erano ancora Isola che giochicchiava da un lato del campo e Speaker che commentava da fuori. Mosso da istintiva simpatia l'assistente azzardò una richiesta a Speaker, riguardo il giocatore Isola: cosa ne pensava? La risposta di Speaker causò una momentanea paralisi nella mascella dell'assistente, che non si aspettava di essere investito da una tale quantità di parole, le cui prime -in forma di giudizio lapidario- furono: E' il miglior giocatore di tocco che si sia mai visto da queste parti. Per poi proseguire con un parallelo suggestivo tra Doctor J e Isola: Se del Doc si dice -leggenda o verità- che il controllo assoluto della palla fosse dovuto alla presenza di una falange in più nelle dita di entrambe le mani, lo sviluppo del gioco di tocco da parte di Isola era dovuto -forse- alla volontà di sopperire alla mancanza di una falange nell'indice della mano destra, che -specie da piccolo- gli impediva di avere una buona presa sulla palla. Così oggi, dopo anni di esercizio, si vedeva un giocatore che più che maneggiare la palla la dirigeva dove voleva dandole dei colpetti rapidi e sapienti. Lo si poteva notare nei passaggi, quasi sempre al volo che faceva o dopo aver ricevuto da un compagno o direttamente dal palleggio. Eroe guardava l'assistente e si chiedeva se non gli si fosse definitivamente bloccata la mascella, perchè se era sorprendente che Speaker non avesse quasi preso fiato da quando aveva iniziato a parlare, non lo era meno che l'assistente fosse rimasto a bocca aperta per tutto il tempo, quasi in posa per una statua di cera che si sarebbe potuta chiamare La sorpresa.
Il vecchio era così abituato a portarsi dietro la sua stecca componibile (in un'apposita sacca) che non trovava nemmeno più strano disertare da tempo i tavoli da biliardo. Le prime volte si diceva che era perchè lo spettacolo del campo lo tratteneva sempre più del dovuto e si faceva poi troppo tardi per andare a giocare al bar, ma la verità era che l'artrite gli impediva di avere le mani ferme che servono ai giocatori a qualunque livello; tuttavia portarsi dietro la stecca -per certi versi- lo rassicurava; esisteva almeno la prospettiva di andare a usarla. Ma Speaker non aveva forse trovato degli ascoltatori? Il vecchio lo poteva già scorgere -mentre si approssimava alla sua postazione- che stava intrattenendo l'Eroe e il suo accompagnatore. Isola, intanto, intratteneva se stesso giocando da solo ad un canestro, in attesa che arrivassero gli altri giocatori. Il primo dei quali - a dispetto delle tante fermate di metrò che doveva fare per arrivare- sarebbe stato l'Essenziale. Il vecchio riteneva che dal punto di vista dialettico i momenti di maggiore soddisfazione per Isola fossero quelli successivi all'arrivo dell'essenziale, perchè il ragazzo dal gioco pulito era quello che più gli teneva testa nelle sue escursioni verbali. Il turno dell'Eroe di esibirsi nel bloccaggio della mandibola venne quando Speaker riuscì ad infilare con naturalezza il saluto al vecchio (Ehi, vecchio uomo, era ora che arrivassi! Come va? Tutto bene?) in una disamina delle capacità atletiche di Isola, che si potevano intuire nel vederlo eseguire certi movimenti e che ne rivelavano l'attitudine per altri sport in cui un certo tipo di movimento era possibile solo a patto di sviluppare determinati muscoli.. e pareva che tutto facesse parte dello stesso discorso! L'assistente era stupefatto e non cercava minimamente di nasconderlo, certo non si aspettava un resoconto così appassionato e in molti punti lucidissimo, da parte di un ragazzino che non poteva avere più di dieci anni; gli sorrise ammirato e gli disse che si sarebbe ancora servito della sua consulenza, se gli fosse stato bene. Speaker si strinse nelle spalle e nel vociare che andava aumentando (che segnalava l'arrivo di altri frequentatori del campo), si limitò a sorridere e dire che per lui era ok.
Billy e Sidney si stavano avvicinando al campo, lo si poteva capire dalle urla che si scambiavano (come sempre, d'altra parte). Sid, da persona smaliziata, aveva già abbracciato con uno sguardo il campo e i dintorni per capire che persone ci fossero: polli da spennare, eventuali Serpico appoggiati a un muro che fingevano di dormire, cose così.. Con la coda dell'occhio vide Speaker che sorrideva al tipo che aveva iniziato a venire al campo insieme all'Eroe. Pare che si trattasse di un assistente allenatore dell'università frequentata dall'Eroe. Una sorta di concorrente per lui e Billy, dato che certamente era lì per proporre ad Isola di andare al college invece di militare in una squadra amatoriale e far soldi giocando per strada. Come se il gioco del college fosse degno di nota. Quello della NBA lo si poteva anche ammettere come miraggio, ma rinunciare ai guadagni del gioco di strada per andare a farsi ingessare i movimenti da un allenatore universitario.. era semplicemente inconcepibile. Ovviamente Billy, che al college ci aveva giocato, non era d'accordo. Ma che ne capiva Billy? A parte un tiro da fuori ancora discreto non era certo lui il miglior interlocutore possibile in materia. Dall'angolo opposto della strada intanto arrivavano, a gruppi sparsi, gli altri giocatori; presto si sarebbe ripetuto il prologo di ogni partita: la sfida tra Isola e il cugino per il primo possesso e poi la prima delle almeno tre partite consecutive che si sarebbero succedute fino a sera. Con l'arrivo del venditore di bibite (che spesso aveva rimediato a Billy dei biglietti omaggio per le partite NBA) anche il parterre poteva dirsi al completo e tutti avrebbero passato un altro pomeriggio al campo davanti alla vecchia scuola. In terra, spostata più dal vento che dai calci di chi le passava accanto, c'era una rivista con l'ultimo editoriale di un tizio che a quanto pare non era più direttore di una rivista di basket. La cosa curiosa è che quella rivista era italiana, benchè si occupasse di basket NBA, come testimoniavano le foto e i servizi su giocatori e squadre NBA. Chi avrebbe capito -in definitiva- che quello era l'ultimo editoriale? Anche perchè, pure se qualcuno lì avesse saputo leggere la lingua madre di Frank Sinatra, mica c'erano cenni al fatto che quell'editoriale sarebbe stato l'ultimo.. da polvere alla polvere a carta per le strade. Che brutto finale per un giornalista.
Speaker si era guadagnato il suo soprannome commentando le azioni dei ragazzi che giocavano al campo vicino a casa sua. Campo che raggiungeva procedendo spedito con la sua sedia a rotelle elettrica (ricevuta in dono grazie ai fondi di un politico sotto le ultime elezioni) e che aveva tempestato di finti swarovsky (che abbondavano a casa sua, poichè i genitori se ne erano serviti più volte in piccole truffe), a testimonianza che essere guardato non lo metteva affatto a disagio, anzi. Quando Eroe e l'assistente arrivarono, come di consueto, molto presto al campo davanti alla vecchia scuola i soli presenti erano ancora Isola che giochicchiava da un lato del campo e Speaker che commentava da fuori. Mosso da istintiva simpatia l'assistente azzardò una richiesta a Speaker, riguardo il giocatore Isola: cosa ne pensava? La risposta di Speaker causò una momentanea paralisi nella mascella dell'assistente, che non si aspettava di essere investito da una tale quantità di parole, le cui prime -in forma di giudizio lapidario- furono: E' il miglior giocatore di tocco che si sia mai visto da queste parti. Per poi proseguire con un parallelo suggestivo tra Doctor J e Isola: Se del Doc si dice -leggenda o verità- che il controllo assoluto della palla fosse dovuto alla presenza di una falange in più nelle dita di entrambe le mani, lo sviluppo del gioco di tocco da parte di Isola era dovuto -forse- alla volontà di sopperire alla mancanza di una falange nell'indice della mano destra, che -specie da piccolo- gli impediva di avere una buona presa sulla palla. Così oggi, dopo anni di esercizio, si vedeva un giocatore che più che maneggiare la palla la dirigeva dove voleva dandole dei colpetti rapidi e sapienti. Lo si poteva notare nei passaggi, quasi sempre al volo che faceva o dopo aver ricevuto da un compagno o direttamente dal palleggio. Eroe guardava l'assistente e si chiedeva se non gli si fosse definitivamente bloccata la mascella, perchè se era sorprendente che Speaker non avesse quasi preso fiato da quando aveva iniziato a parlare, non lo era meno che l'assistente fosse rimasto a bocca aperta per tutto il tempo, quasi in posa per una statua di cera che si sarebbe potuta chiamare La sorpresa.
Il vecchio era così abituato a portarsi dietro la sua stecca componibile (in un'apposita sacca) che non trovava nemmeno più strano disertare da tempo i tavoli da biliardo. Le prime volte si diceva che era perchè lo spettacolo del campo lo tratteneva sempre più del dovuto e si faceva poi troppo tardi per andare a giocare al bar, ma la verità era che l'artrite gli impediva di avere le mani ferme che servono ai giocatori a qualunque livello; tuttavia portarsi dietro la stecca -per certi versi- lo rassicurava; esisteva almeno la prospettiva di andare a usarla. Ma Speaker non aveva forse trovato degli ascoltatori? Il vecchio lo poteva già scorgere -mentre si approssimava alla sua postazione- che stava intrattenendo l'Eroe e il suo accompagnatore. Isola, intanto, intratteneva se stesso giocando da solo ad un canestro, in attesa che arrivassero gli altri giocatori. Il primo dei quali - a dispetto delle tante fermate di metrò che doveva fare per arrivare- sarebbe stato l'Essenziale. Il vecchio riteneva che dal punto di vista dialettico i momenti di maggiore soddisfazione per Isola fossero quelli successivi all'arrivo dell'essenziale, perchè il ragazzo dal gioco pulito era quello che più gli teneva testa nelle sue escursioni verbali. Il turno dell'Eroe di esibirsi nel bloccaggio della mandibola venne quando Speaker riuscì ad infilare con naturalezza il saluto al vecchio (Ehi, vecchio uomo, era ora che arrivassi! Come va? Tutto bene?) in una disamina delle capacità atletiche di Isola, che si potevano intuire nel vederlo eseguire certi movimenti e che ne rivelavano l'attitudine per altri sport in cui un certo tipo di movimento era possibile solo a patto di sviluppare determinati muscoli.. e pareva che tutto facesse parte dello stesso discorso! L'assistente era stupefatto e non cercava minimamente di nasconderlo, certo non si aspettava un resoconto così appassionato e in molti punti lucidissimo, da parte di un ragazzino che non poteva avere più di dieci anni; gli sorrise ammirato e gli disse che si sarebbe ancora servito della sua consulenza, se gli fosse stato bene. Speaker si strinse nelle spalle e nel vociare che andava aumentando (che segnalava l'arrivo di altri frequentatori del campo), si limitò a sorridere e dire che per lui era ok.
Billy e Sidney si stavano avvicinando al campo, lo si poteva capire dalle urla che si scambiavano (come sempre, d'altra parte). Sid, da persona smaliziata, aveva già abbracciato con uno sguardo il campo e i dintorni per capire che persone ci fossero: polli da spennare, eventuali Serpico appoggiati a un muro che fingevano di dormire, cose così.. Con la coda dell'occhio vide Speaker che sorrideva al tipo che aveva iniziato a venire al campo insieme all'Eroe. Pare che si trattasse di un assistente allenatore dell'università frequentata dall'Eroe. Una sorta di concorrente per lui e Billy, dato che certamente era lì per proporre ad Isola di andare al college invece di militare in una squadra amatoriale e far soldi giocando per strada. Come se il gioco del college fosse degno di nota. Quello della NBA lo si poteva anche ammettere come miraggio, ma rinunciare ai guadagni del gioco di strada per andare a farsi ingessare i movimenti da un allenatore universitario.. era semplicemente inconcepibile. Ovviamente Billy, che al college ci aveva giocato, non era d'accordo. Ma che ne capiva Billy? A parte un tiro da fuori ancora discreto non era certo lui il miglior interlocutore possibile in materia. Dall'angolo opposto della strada intanto arrivavano, a gruppi sparsi, gli altri giocatori; presto si sarebbe ripetuto il prologo di ogni partita: la sfida tra Isola e il cugino per il primo possesso e poi la prima delle almeno tre partite consecutive che si sarebbero succedute fino a sera. Con l'arrivo del venditore di bibite (che spesso aveva rimediato a Billy dei biglietti omaggio per le partite NBA) anche il parterre poteva dirsi al completo e tutti avrebbero passato un altro pomeriggio al campo davanti alla vecchia scuola. In terra, spostata più dal vento che dai calci di chi le passava accanto, c'era una rivista con l'ultimo editoriale di un tizio che a quanto pare non era più direttore di una rivista di basket. La cosa curiosa è che quella rivista era italiana, benchè si occupasse di basket NBA, come testimoniavano le foto e i servizi su giocatori e squadre NBA. Chi avrebbe capito -in definitiva- che quello era l'ultimo editoriale? Anche perchè, pure se qualcuno lì avesse saputo leggere la lingua madre di Frank Sinatra, mica c'erano cenni al fatto che quell'editoriale sarebbe stato l'ultimo.. da polvere alla polvere a carta per le strade. Che brutto finale per un giornalista.
Last edited by Toni Monroe on 25/01/2009, 1:55, edited 1 time in total.
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Re: Naufraghi 2.0
l'ho scritto questa sera, di botto. non so come è venuto, però credo che sia un buon motivo per riportare in prima pagina il topic :D
se vi sa di già visto o già sentito è molto probabile, una parte della storia mi ricorda una cosa, vediamo se anche voi fa lo stesso effetto.
c'era una volta, in un tempo non troppo lontano, una giovane principessa.
suo padre era vecchio, e lei si occupava sempre di più delle faccende del regno.
in questo regno c'era anche un giovane ufficiale dell'esercito, responsabile del reparto delle catapulte.
un giorno, mentre lei passava in rassegna le truppe, i loro sguardi si incrociarono. lei disse le catapulte sono tenute molto bene, complimenti a lei e ai suoi uomini. alle sue orecchie le sue parole risuonarono come sei bellissimo. si era innamorato di lei.
dopo qualche giorno, e qualche notte passata insonne, il giovane soldato, prendendo tutto il coraggio che aveva, le chiese udienza privata, con una scusa su qualche problema con i superiori, e quando furono soli le disse vostra Altezza, io la amo. mi vuole sposare? lei, addentò una mela, lo guardò e disse col cavolo.
lui, ferito profondamente, scappò via piangendo. andò nella sua stanza e si buttò con la testa sotto il cuscino. poi dopo qualche minuto si alzò, si lavò la faccia, prese uno zaino e, dopo averlo riempito con alcune delle sue cose, partì.
la sera stessa venne informata della sua sparizione, e capì che era scappato per colpa sua. e pianse.
tempo dopo, notarono alcune movimenti strani dell'esercito del regno confinante, ma non ci dettero troppo peso. improvvisamente, la mattina dopo si ritrovarono sotto assedio. la principessa era tranquilla, il loro castello era praticamente inespugnabile, tranne che per un piccolo punto debole: un canale di scarico che procedeva dal fiume a fin dentro il castello, passando sotto le mura, ma fortunatamente nessuno ne era a conoscenza, o così credeva, perché infatti immediatamente sentì una forte esplosione, e vide le mura crollare. improvvisamente capì: lui. i combattimenti furono aspri, ma alla fine il suo esercito ebbe la peggio. seduta sul trono, aspettava che i vincitori arrivassero per catturarla. la porta si aprì, e accanto a chi si aspettava, il re del regno confinante, vide lui. lei si gettò ai suoi piedi e le disse l'altra volta ho sbagliato, sono stata una stupida... anche io ti amo. lui si avvicinò al tavolo, e dalla cesta della frutta prese una mela, come aveva fatto lei la volta prima, l'addentò e, guardandola, le disse col cavolo.
quella sera, mentre era nella sua stanza, ripensava a quello che aveva fatto. era scappato, e voleva vendetta. era andato da chi sapeva lo avrebbe aiutato ad ottenerla, ovvero il regno vicino. si presentò come un disertore, mettendo sul piatto quello che sapeva: come fare breccia nelle mura, ritenute invalicabili. fu subito messo come vice-comandante dell'esercito, però chiese di poter venire con il re e il capo dell'esercito a parlare con la principessa, qualora avessero vinto. il re ovviamente non fece alcuna obiezione. ora, nella sua stanza buia, guardava fuori, e vedeva solo distruzione e morte. non era felice, anche se aveva ottenuto quello che voleva. non riuscendo a dormire, scese nelle prigioni, e cercò la cella della principessa. trovatola, vi si avvicinò silenziosamente, e subito sentì un pianto. preso dallo sconforto, scappò via.
quella notte non dormì, chiedendosi cosa avrebbe potuto fare. chiedere la sua liberazione? il re non l'avrebbe mai liberata. farla scappare? fuori discussione, troppe guardie, sarebbe stato solo un suicidio. si ricordò però che c'era un gruppo di ribelli che l'esercito teneva sempre sott'occhio. uscì e andò nell'archivio dell'esercito, per cercare informazioni. la struttura non aveva subito troppi danni, e fortunatamente la pergamena con le indicazioni su dove trovare il capo dei ribelli era intatta. si infilò la pergamena sotto il mantello, e uscì.
cavalcò per un'ora verso il bosco, seguendo le indicazioni. come previsto, trovò la grotta che cercava. ad attenderlo due uomini, che zittì immediatamente dicendo devo parlare con il vostro capo, sapete chi sono e cosa ho fatto, quindi fate in fretta. dopo pochi minuti erano seduti su due barili, con davanti un tavolo e due bicchieri di sidro. io ti posso consegnare la città, ti posso indicare dove risiedono i nuovi inquilini e dove sono le truppe. in cambio voglio solo una cosa: lei. oltre alla tua parola che non ci toccherete e ci lascerete andare. il capo dei ribelli lo guardò, e gli disse dammi due giorni per organizzare il tutto.
due sere dopo, delle ombre nere si muovevano, non viste, intorno al castello. lapide lame penetravano corpi di soldati dormienti. guardie in pattugliamento venivano ridotte al silenzio. lui, invece, era diretto verso la prigione. eliminò con facilità la guardia davanti alla porta, entrò e si avvicinò all'altra che stazionava all'interno, che non si accorse di nulla. arrivò alla sua cella e l'aprì. la guardò e disse silenzio, dobbiamo andare. mentre uscivano, una lama fredda lo colpì alle spalle: era la seconda guardia, che come ultimo disperato gesto si era gettata su di lui. lui la buttò per terra e la finì, poi si accasciò a terra dal dolore. lei si strappò parte della sua gonna, mettendo alla luce le sue splendide gambe, e cercò di fasciarlo come meglio poteva.
fuori intanto infuriava la battaglia. qualcuno aveva dato l'allarme, e i soldati regolari stavano ponendo resistenza ai ribelli. la battaglia però era di sfondo alla loro fuga. correvano verso i cavalli che lui in precedenza aveva preparato, ma appena montati in sella una freccia, scoccata non si sa da chi e non si sa da dove, la colpì. lei cadde immediatamente, e lui si precipitò a soccorrerla. sento freddo, lei bisbigliò. non è niente, è solo un graffio, le disse con le lacrime agli occhi, perché capì che non c'era più niente da fare. la strinse fra le sue braccia, e le sussurrò va tutto bene, presto starai meglio, ci sono io qua. lei, capendo, disse ti amo. cerca di essere felice. ti amo anch'io. con le ultime forze che aveva in corpo, lei lo baciò, per poi ricadere esanime fra le sue braccia. lui iniziò a piangere, come un bambino.
se fosse una storia normale, il nostro eroe si sarebbe gettato nella battaglia e sarebbe morto, in modo da raggiungere la sua amata in cielo. ma questa non è una storia normale. lui la prese fra le sue braccia, e piangendo la portò via con se. arrivò al fiume, le intrecciò una corona di fiori, gliela mise intorno al collo. poi prese dei rami, e costruì una rudimentale zattera. la adagiò sopra alla zattera, che spinse in mezzo al fiume. guardandola mentre si allontanava, nel suo cuore fu chiaro cosa doveva fare: mettere fine a quella inutile violenza. tornò al castello, dove la battaglia stava continuando, anche se in maniera meno furente di prima, si avvicinò alla santa barbara del castello, accese una torcia e la gettò in mezzo ai barili di polvere da sparo.
l'esplosione fu così forte che fu sentita anche dai villaggi vicini, lontani qualche decina di miglia. il chiarore delle fiamme illuminò la notte, anche se all'orizzonte il sole iniziava a colorare il cielo di rosso. del castello rimase in piedi solo una torre e un tratto di mura, tutto il resto era polvere. e sofferenza.
il re del villaggio vicino fece ritorno al suo villaggio. i ribelli, o quello che ne rimaneva, fecero ritorno alle loro grotte, e si diedero ad altre attività. dal villaggio scapparono tutti. o quasi: rimasero solo una dozzina di famiglie, che si diedero alla pesca e all'agricoltura. ogni sera, il più anziano raccontava ai bambini questa fiaba, la storia di triste di questi due innamorati, perché voleva insegnare loro che la vita non è sempre bella, ma è anche dura e triste, ci insegnava che non sempre le cose vanno come si vorrebbero. io ero uno di quei bambini, e se ora sono Comandante della Guardia Imperiale di Sua Maestà, lo devo a quell'anziano, che mi ha fatto capire che non bisogna abbattersi per le sofferenze ma affrontarle. e così ho fatto. anche se devo ammettere che sono stato fortunato, perché a me la principessa ha detto sì fin dalla prima volta, pur tirandomi una mela in testa...
se vi sa di già visto o già sentito è molto probabile, una parte della storia mi ricorda una cosa, vediamo se anche voi fa lo stesso effetto.
c'era una volta, in un tempo non troppo lontano, una giovane principessa.
suo padre era vecchio, e lei si occupava sempre di più delle faccende del regno.
in questo regno c'era anche un giovane ufficiale dell'esercito, responsabile del reparto delle catapulte.
un giorno, mentre lei passava in rassegna le truppe, i loro sguardi si incrociarono. lei disse le catapulte sono tenute molto bene, complimenti a lei e ai suoi uomini. alle sue orecchie le sue parole risuonarono come sei bellissimo. si era innamorato di lei.
dopo qualche giorno, e qualche notte passata insonne, il giovane soldato, prendendo tutto il coraggio che aveva, le chiese udienza privata, con una scusa su qualche problema con i superiori, e quando furono soli le disse vostra Altezza, io la amo. mi vuole sposare? lei, addentò una mela, lo guardò e disse col cavolo.
lui, ferito profondamente, scappò via piangendo. andò nella sua stanza e si buttò con la testa sotto il cuscino. poi dopo qualche minuto si alzò, si lavò la faccia, prese uno zaino e, dopo averlo riempito con alcune delle sue cose, partì.
la sera stessa venne informata della sua sparizione, e capì che era scappato per colpa sua. e pianse.
tempo dopo, notarono alcune movimenti strani dell'esercito del regno confinante, ma non ci dettero troppo peso. improvvisamente, la mattina dopo si ritrovarono sotto assedio. la principessa era tranquilla, il loro castello era praticamente inespugnabile, tranne che per un piccolo punto debole: un canale di scarico che procedeva dal fiume a fin dentro il castello, passando sotto le mura, ma fortunatamente nessuno ne era a conoscenza, o così credeva, perché infatti immediatamente sentì una forte esplosione, e vide le mura crollare. improvvisamente capì: lui. i combattimenti furono aspri, ma alla fine il suo esercito ebbe la peggio. seduta sul trono, aspettava che i vincitori arrivassero per catturarla. la porta si aprì, e accanto a chi si aspettava, il re del regno confinante, vide lui. lei si gettò ai suoi piedi e le disse l'altra volta ho sbagliato, sono stata una stupida... anche io ti amo. lui si avvicinò al tavolo, e dalla cesta della frutta prese una mela, come aveva fatto lei la volta prima, l'addentò e, guardandola, le disse col cavolo.
quella sera, mentre era nella sua stanza, ripensava a quello che aveva fatto. era scappato, e voleva vendetta. era andato da chi sapeva lo avrebbe aiutato ad ottenerla, ovvero il regno vicino. si presentò come un disertore, mettendo sul piatto quello che sapeva: come fare breccia nelle mura, ritenute invalicabili. fu subito messo come vice-comandante dell'esercito, però chiese di poter venire con il re e il capo dell'esercito a parlare con la principessa, qualora avessero vinto. il re ovviamente non fece alcuna obiezione. ora, nella sua stanza buia, guardava fuori, e vedeva solo distruzione e morte. non era felice, anche se aveva ottenuto quello che voleva. non riuscendo a dormire, scese nelle prigioni, e cercò la cella della principessa. trovatola, vi si avvicinò silenziosamente, e subito sentì un pianto. preso dallo sconforto, scappò via.
quella notte non dormì, chiedendosi cosa avrebbe potuto fare. chiedere la sua liberazione? il re non l'avrebbe mai liberata. farla scappare? fuori discussione, troppe guardie, sarebbe stato solo un suicidio. si ricordò però che c'era un gruppo di ribelli che l'esercito teneva sempre sott'occhio. uscì e andò nell'archivio dell'esercito, per cercare informazioni. la struttura non aveva subito troppi danni, e fortunatamente la pergamena con le indicazioni su dove trovare il capo dei ribelli era intatta. si infilò la pergamena sotto il mantello, e uscì.
cavalcò per un'ora verso il bosco, seguendo le indicazioni. come previsto, trovò la grotta che cercava. ad attenderlo due uomini, che zittì immediatamente dicendo devo parlare con il vostro capo, sapete chi sono e cosa ho fatto, quindi fate in fretta. dopo pochi minuti erano seduti su due barili, con davanti un tavolo e due bicchieri di sidro. io ti posso consegnare la città, ti posso indicare dove risiedono i nuovi inquilini e dove sono le truppe. in cambio voglio solo una cosa: lei. oltre alla tua parola che non ci toccherete e ci lascerete andare. il capo dei ribelli lo guardò, e gli disse dammi due giorni per organizzare il tutto.
due sere dopo, delle ombre nere si muovevano, non viste, intorno al castello. lapide lame penetravano corpi di soldati dormienti. guardie in pattugliamento venivano ridotte al silenzio. lui, invece, era diretto verso la prigione. eliminò con facilità la guardia davanti alla porta, entrò e si avvicinò all'altra che stazionava all'interno, che non si accorse di nulla. arrivò alla sua cella e l'aprì. la guardò e disse silenzio, dobbiamo andare. mentre uscivano, una lama fredda lo colpì alle spalle: era la seconda guardia, che come ultimo disperato gesto si era gettata su di lui. lui la buttò per terra e la finì, poi si accasciò a terra dal dolore. lei si strappò parte della sua gonna, mettendo alla luce le sue splendide gambe, e cercò di fasciarlo come meglio poteva.
fuori intanto infuriava la battaglia. qualcuno aveva dato l'allarme, e i soldati regolari stavano ponendo resistenza ai ribelli. la battaglia però era di sfondo alla loro fuga. correvano verso i cavalli che lui in precedenza aveva preparato, ma appena montati in sella una freccia, scoccata non si sa da chi e non si sa da dove, la colpì. lei cadde immediatamente, e lui si precipitò a soccorrerla. sento freddo, lei bisbigliò. non è niente, è solo un graffio, le disse con le lacrime agli occhi, perché capì che non c'era più niente da fare. la strinse fra le sue braccia, e le sussurrò va tutto bene, presto starai meglio, ci sono io qua. lei, capendo, disse ti amo. cerca di essere felice. ti amo anch'io. con le ultime forze che aveva in corpo, lei lo baciò, per poi ricadere esanime fra le sue braccia. lui iniziò a piangere, come un bambino.
se fosse una storia normale, il nostro eroe si sarebbe gettato nella battaglia e sarebbe morto, in modo da raggiungere la sua amata in cielo. ma questa non è una storia normale. lui la prese fra le sue braccia, e piangendo la portò via con se. arrivò al fiume, le intrecciò una corona di fiori, gliela mise intorno al collo. poi prese dei rami, e costruì una rudimentale zattera. la adagiò sopra alla zattera, che spinse in mezzo al fiume. guardandola mentre si allontanava, nel suo cuore fu chiaro cosa doveva fare: mettere fine a quella inutile violenza. tornò al castello, dove la battaglia stava continuando, anche se in maniera meno furente di prima, si avvicinò alla santa barbara del castello, accese una torcia e la gettò in mezzo ai barili di polvere da sparo.
l'esplosione fu così forte che fu sentita anche dai villaggi vicini, lontani qualche decina di miglia. il chiarore delle fiamme illuminò la notte, anche se all'orizzonte il sole iniziava a colorare il cielo di rosso. del castello rimase in piedi solo una torre e un tratto di mura, tutto il resto era polvere. e sofferenza.
il re del villaggio vicino fece ritorno al suo villaggio. i ribelli, o quello che ne rimaneva, fecero ritorno alle loro grotte, e si diedero ad altre attività. dal villaggio scapparono tutti. o quasi: rimasero solo una dozzina di famiglie, che si diedero alla pesca e all'agricoltura. ogni sera, il più anziano raccontava ai bambini questa fiaba, la storia di triste di questi due innamorati, perché voleva insegnare loro che la vita non è sempre bella, ma è anche dura e triste, ci insegnava che non sempre le cose vanno come si vorrebbero. io ero uno di quei bambini, e se ora sono Comandante della Guardia Imperiale di Sua Maestà, lo devo a quell'anziano, che mi ha fatto capire che non bisogna abbattersi per le sofferenze ma affrontarle. e così ho fatto. anche se devo ammettere che sono stato fortunato, perché a me la principessa ha detto sì fin dalla prima volta, pur tirandomi una mela in testa...
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0
Da domani le mele le tengo in cassaforte! :lol2: :lol2: :lol2:
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Re: Naufraghi 2.0
Com'era? una mela al giorno leva il medico di torno? Si... e ti porta l'esercito 
bello
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Re: Naufraghi 2.0
Era ora che partecipassi anche tu, Pap, dopo tanti commenti 
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Re: Naufraghi 2.0
non so come sia uscito... nel senso che per caso mi sono ritrovato a pensare a mio nonno, a seguire su Google Maps quella vecchia strada...
non aveva mai amato i motorini... anzi, non vi era proprio mai salito sopra. perché avere il motorino quando con la bici si fa tutto, e per di più con anche un po' di ginnastica gratis? allora, perché in quel momento era su una Vespa rossa, sfrecciando per le stradine di campagna del suo paese?
qualche settimana prima suo padre se ne era andato. purtroppo per lui non perché si era fatto un'amante, ma per via di un cancro ai polmoni, cosa rara in un non fumatore. dopo aver sistemato le pratiche burocratiche, si era fatto forza ed aveva aperto il garage, il garage dei ricordi come lo amava chiamare lui, o il magazzino dell'inutile, come amava chiamarlo sua mamma, visto che ci finiva tutto quello che non si usava più. come appunto la Vespa, che non più funzionante aveva lasciato posto ad un più moderno Liberty azzurro.
e invece, dopo aver pulito il carburatore e aver riempito la stanza di imprecazioni, alcune in lingue a lui non note, per miracolo la Vespa era ripartita. aveva fatto un po' fatica a farle il pieno, la miscela è cosa rara, e si era dovuto arrangiare un po', ma fortunatamente per lui la natura lo aveva fatto ingegnere.
e così si ritrova, per la prima volta in vita sua, su una due ruote col motore, sfrecciando con la scodella in testa e i suoi bellissimi Oakley Monster Pup sugli occhi - cosa fra l'altro illegale, visto che dovrebbe sempre guidare con gli occhiali da vista - ripercorrendo le strade, che da bambino aveva percorso ancora su quella Vespa, solo che al volante c'era suo nonno.
ad un certo momento la strada finì... regalo della modernità, l'alta velocità non va d'accordo con i passaggi a livello. spense la Vespa, e si mise a ricordare come era quella strada un tempo, quando la nuova via Colombo non c'era, ma c'era solo questa, la vecchia via Colombo, con i suoi due passaggi a livelli. quante volte aveva atteso, in macchina con suo padre, mentre andava a trovare i nonni? e d'improvviso, si ritrovò con una lacrima sulla guancia, perché, ed è strano a dirsi, il ricordo di suo nonno lo faceva sempre commuovere. e lì, in mezzo ad una strada chiusa, davanti ad una barriera di cemento che lo divideva dai binari, si chiese cosa pensasse di lui suo nonno. la risposta gli era ovviamente chiara: sarebbe orgoglioso di lui.
uno sguardo al cielo, un bacio alla catenina, suo regalo per il Battesimo, una veloce passata di manica sugli occhi, ed era pronto per ripartire... peccato che la Vespa non era della stessa opinione... è stato bello finché è durato. d'altra parte è ingegnere informatico, mica meccanico!
non aveva mai amato i motorini... anzi, non vi era proprio mai salito sopra. perché avere il motorino quando con la bici si fa tutto, e per di più con anche un po' di ginnastica gratis? allora, perché in quel momento era su una Vespa rossa, sfrecciando per le stradine di campagna del suo paese?
qualche settimana prima suo padre se ne era andato. purtroppo per lui non perché si era fatto un'amante, ma per via di un cancro ai polmoni, cosa rara in un non fumatore. dopo aver sistemato le pratiche burocratiche, si era fatto forza ed aveva aperto il garage, il garage dei ricordi come lo amava chiamare lui, o il magazzino dell'inutile, come amava chiamarlo sua mamma, visto che ci finiva tutto quello che non si usava più. come appunto la Vespa, che non più funzionante aveva lasciato posto ad un più moderno Liberty azzurro.
e invece, dopo aver pulito il carburatore e aver riempito la stanza di imprecazioni, alcune in lingue a lui non note, per miracolo la Vespa era ripartita. aveva fatto un po' fatica a farle il pieno, la miscela è cosa rara, e si era dovuto arrangiare un po', ma fortunatamente per lui la natura lo aveva fatto ingegnere.
e così si ritrova, per la prima volta in vita sua, su una due ruote col motore, sfrecciando con la scodella in testa e i suoi bellissimi Oakley Monster Pup sugli occhi - cosa fra l'altro illegale, visto che dovrebbe sempre guidare con gli occhiali da vista - ripercorrendo le strade, che da bambino aveva percorso ancora su quella Vespa, solo che al volante c'era suo nonno.
ad un certo momento la strada finì... regalo della modernità, l'alta velocità non va d'accordo con i passaggi a livello. spense la Vespa, e si mise a ricordare come era quella strada un tempo, quando la nuova via Colombo non c'era, ma c'era solo questa, la vecchia via Colombo, con i suoi due passaggi a livelli. quante volte aveva atteso, in macchina con suo padre, mentre andava a trovare i nonni? e d'improvviso, si ritrovò con una lacrima sulla guancia, perché, ed è strano a dirsi, il ricordo di suo nonno lo faceva sempre commuovere. e lì, in mezzo ad una strada chiusa, davanti ad una barriera di cemento che lo divideva dai binari, si chiese cosa pensasse di lui suo nonno. la risposta gli era ovviamente chiara: sarebbe orgoglioso di lui.
uno sguardo al cielo, un bacio alla catenina, suo regalo per il Battesimo, una veloce passata di manica sugli occhi, ed era pronto per ripartire... peccato che la Vespa non era della stessa opinione... è stato bello finché è durato. d'altra parte è ingegnere informatico, mica meccanico!
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0
Carino pure questo, ma i bivi dove sono?
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Re: Naufraghi 2.0
doc G wrote: Carino pure questo, ma i bivi dove sono?
cooosa sarebbbbe succeeeeso.....



Shilton meglio di Buffon (Pap)Raramente in vita mia ho visto dal vivo compiere interventi simili (Dazed)