Re: Naufraghi 2.0
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Paperone
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Re: Naufraghi 2.0
bello bello 
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0
Il 9 domani lo metto, vi pare che mi faccio scappare l'occasione! :lol2: :lol2:
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
Mentre aspettiamo il Doc.. 
L'amicizia che stava affiorando con Isola permetteva all'Eroe di recarsi al campo davanti alla vecchia scuola con ragionevole serenità: se non fosse andato a cercarseli da solo, nessuno gli avrebbe procurato dei guai. In quei quartieri non si può pretendere molto di più. Una di quelle situazioni in cui essere ignorati non è la cosa peggiore che possa capitare. La prima volta che era venuto al campo la sua missione era reclutare Isola per conto dell'università, ma non per il basket; o almeno così gli avevano fatto credere. Poi poteva essere un sotterfugio, un modo per stuzzicare la vanità di Isola, ma la proposta di borsa di studio per entrare nel laboratorio teatrale aveva una ragion d'essere, in fondo già al liceo Isola ne faceva parte. Che poi nel trovarselo lì la sezione basket avrebbe potuto decidere di dargli un posto in squadra, non sarebbe certo stato un delitto, anzi.. Ma riguardo all'Essenziale la situazione era diversa. Nel suo caso la missione di reclutamento dell'Eroe era priva di sotterfugi: l'Essenziale era stato espressamente richiesto da uno degli assistenti del coach. In ragione della filosofia di gioco atipica per un adolescente cresciuto cestisticamente in un playground: pur avendo i mezzi atletici per fare tutto quello che voleva non cercava mai la giocata sensazionale, il suo gioco era pulito e privo di fronzoli. Non un palleggio incrociato, mai un tiro fuori equilibrio o un passaggio di gomito; per i più, al campo, era abbastanza noioso vederlo giocare. Se giocava sempre era solo perché, pur essendo bravo di suo, il primo pensiero che aveva era passar la palla e questo solleticava l'ego di tutti quelli che volevano mettersi in mostra. Non possiamo farci scappare uno che riesce a far bene le cose semplici, gli aveva detto l'assistente che aveva spedito l'Eroe in missione. E, nel vederlo all'opera, l'Eroe si era trovato d'accordo col giudizio dell'assistente. A convincerlo del tutto che fosse un elemento prezioso fu un'azione che gli strappò un sorriso e che -nel contempo- lo fece vergognare un po', perchè l'Essenziale aveva fatto una cosa che a lui, quando aveva affrontato Isola, non era venuta in mente: appena fuori dalla linea del tiro da tre -in posizione frontale- il Ladro aveva cercato di superare l'Essenziale facendogli passare la palla tra le gambe; pensando -evidentemente- che si trattasse di uno di quei rari errori che a tutti capita di commettere, presto o tardi, e vedendolo a gambe larghe pensò bene di irriderlo facendogli passare la palla in mezzo, col solo risultato di vedere l'Essenziale recuperarla in modo fulmineo. Quello del tunnel (come veniva chiamato in altri ambiti quel gesto) era un numero nel quale si era esibito spesso Isola, ma adesso tutti avevano capito che può venir vanificato da chi si presenti a gambe larghe di proposito. Quando il Ladro gli fece passare la palla tra le gambe l'Essenziale fu lesto a ruotare su se stesso dal lato del Ladro per mettersi tra lui e una palla ormai comoda da recuperare. Un pregevole caso di lettura dell'attacco. Dei più grandi attacanti si è sempre detto che avevano un punto di forza nel saper leggere la difesa avversaria, ma è altrettanto grande il giocatore che sappia fare il contrario. Quel genere di comportamento sembrava mutuato dai duelli di scherma che si facevano nei tempi andati, quando uno dei contendenti si scopriva volontariamente, portando l'avversario a lanciare un attacco che lo avrebbe scoperto a sua volta, esponendosi così ad un contrattacco che poteva risultare letale. In quel momento, per certi versi, era successa la stessa cosa al Ladro, che era visibilmente rabbuiato. Un punto per noi, aveva pensato l'Eroe mentre batteva le mani entusiasta, forse pensando che in questo modo l'Essenziale lo aveva vendicato del tunnel che lui aveva subito da Isola..
L'amicizia che stava affiorando con Isola permetteva all'Eroe di recarsi al campo davanti alla vecchia scuola con ragionevole serenità: se non fosse andato a cercarseli da solo, nessuno gli avrebbe procurato dei guai. In quei quartieri non si può pretendere molto di più. Una di quelle situazioni in cui essere ignorati non è la cosa peggiore che possa capitare. La prima volta che era venuto al campo la sua missione era reclutare Isola per conto dell'università, ma non per il basket; o almeno così gli avevano fatto credere. Poi poteva essere un sotterfugio, un modo per stuzzicare la vanità di Isola, ma la proposta di borsa di studio per entrare nel laboratorio teatrale aveva una ragion d'essere, in fondo già al liceo Isola ne faceva parte. Che poi nel trovarselo lì la sezione basket avrebbe potuto decidere di dargli un posto in squadra, non sarebbe certo stato un delitto, anzi.. Ma riguardo all'Essenziale la situazione era diversa. Nel suo caso la missione di reclutamento dell'Eroe era priva di sotterfugi: l'Essenziale era stato espressamente richiesto da uno degli assistenti del coach. In ragione della filosofia di gioco atipica per un adolescente cresciuto cestisticamente in un playground: pur avendo i mezzi atletici per fare tutto quello che voleva non cercava mai la giocata sensazionale, il suo gioco era pulito e privo di fronzoli. Non un palleggio incrociato, mai un tiro fuori equilibrio o un passaggio di gomito; per i più, al campo, era abbastanza noioso vederlo giocare. Se giocava sempre era solo perché, pur essendo bravo di suo, il primo pensiero che aveva era passar la palla e questo solleticava l'ego di tutti quelli che volevano mettersi in mostra. Non possiamo farci scappare uno che riesce a far bene le cose semplici, gli aveva detto l'assistente che aveva spedito l'Eroe in missione. E, nel vederlo all'opera, l'Eroe si era trovato d'accordo col giudizio dell'assistente. A convincerlo del tutto che fosse un elemento prezioso fu un'azione che gli strappò un sorriso e che -nel contempo- lo fece vergognare un po', perchè l'Essenziale aveva fatto una cosa che a lui, quando aveva affrontato Isola, non era venuta in mente: appena fuori dalla linea del tiro da tre -in posizione frontale- il Ladro aveva cercato di superare l'Essenziale facendogli passare la palla tra le gambe; pensando -evidentemente- che si trattasse di uno di quei rari errori che a tutti capita di commettere, presto o tardi, e vedendolo a gambe larghe pensò bene di irriderlo facendogli passare la palla in mezzo, col solo risultato di vedere l'Essenziale recuperarla in modo fulmineo. Quello del tunnel (come veniva chiamato in altri ambiti quel gesto) era un numero nel quale si era esibito spesso Isola, ma adesso tutti avevano capito che può venir vanificato da chi si presenti a gambe larghe di proposito. Quando il Ladro gli fece passare la palla tra le gambe l'Essenziale fu lesto a ruotare su se stesso dal lato del Ladro per mettersi tra lui e una palla ormai comoda da recuperare. Un pregevole caso di lettura dell'attacco. Dei più grandi attacanti si è sempre detto che avevano un punto di forza nel saper leggere la difesa avversaria, ma è altrettanto grande il giocatore che sappia fare il contrario. Quel genere di comportamento sembrava mutuato dai duelli di scherma che si facevano nei tempi andati, quando uno dei contendenti si scopriva volontariamente, portando l'avversario a lanciare un attacco che lo avrebbe scoperto a sua volta, esponendosi così ad un contrattacco che poteva risultare letale. In quel momento, per certi versi, era successa la stessa cosa al Ladro, che era visibilmente rabbuiato. Un punto per noi, aveva pensato l'Eroe mentre batteva le mani entusiasta, forse pensando che in questo modo l'Essenziale lo aveva vendicato del tunnel che lui aveva subito da Isola..
Last edited by Toni Monroe on 20/12/2008, 21:07, edited 1 time in total.
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Re: Naufraghi 2.0
9
“Quindi, in conclusione, resta questa grande figura di pittore, forse la più enigmatica della storia dell’arte: un uomo insicuro ma ambizioso che cercò per tutta la vita qualcosa che non trovò mai, un uomo inquieto ed inquietante, un uomo che aveva paura di tutto, spesso era preda di vertigini e malori affini, grave malanno per un autore di affreschi, che ci ha lasciato la cronaca dei suoi dolori in un diario che sembra scritto da un ipocondriaco di oggi. Egli si rifaceva al Buonarroti come ad un maestro, ma non aveva gli stessi intenti del grande Michelangelo, lo imitava nelle figure, ma non voleva rappresentare la grandezza dell’umanità, bensì le sue debolezze; così, mentre il capolavoro di Michelangelo, il Giudizio Universale della Cappella Sistina a Roma, fu nei secoli ammirato ed idolatrato, il capolavoro di Iacopo, il giudizio universale (faccia riflettere l’identità del soggetto) affrescato nella chiesa di San Lorenzo a Firenze, nel XVIII secolo fu irrimediabilmente rovinato da architetti che non lo compresero e vollero cancellarlo. Fra tutti questi dubbi e mancati riconoscimenti però il genio oscuro ed incompreso di Iacopo del Pontormo, autentico romantico ante litteram, creava una nuova scuola ed un nuovo stile, che ci avrebbe dato, dal Rosso Fiorentino a Caravaggio, passando per la scuola bolognese dei Carracci, del Domenichino, di Guido Reni e del Lanfranco, e per la scuola veneta del Veronese, del Tintoretto, di Giorgione e dei Palma, i maggiori capolavori della seconda metà del XVI secolo e di tutto il XVII secolo: il manierismo.”
Un applauso si diffuse per la sala per indicare il gradimento del pubblico alla conferenza del professor Ulderico Maria Della Galilea, forse non il più grande storico dell’arte toscano, ma sicuramente il più istrione ed il più bravo ad assecondare i voleri del pubblico, infiocchettando le sue esposizioni con una ricca serie di aneddoti e di particolari anche piccanti, come avrebbe saputo fare un autore di cronache rosa. I membri della fondazione “Giorgio Vasari” ancora ricordavano un appassionato ritratto della Fornarina, la favorita di Raffaello, che il professor Della Galilea aveva saputo tracciare in una conferenza dell’anno precedente.
Il Dottor Lorenzo Degli Uberti si avvicinò al relatore e gli strinse la mano.
“Complimenti, è sempre un piacere ascoltarla. Anche la conclusione, anche se meno rigorosa del resto dell’esposizione, è stata comunque piacevole. Sembrava quasi che lei avesse un autentico trasporto per il Pontormo...”
“Eh, si. Lo apprezzo in modo particolare. Oltretutto è stato anche fonte di uno dei miei più grandi crucci professionali.”
“Crucci? Cosa è successo?”
“Vede, circa venti o venticinque anni fa, non ricordo bene, un mio carissimo amico, il Principe Rambaldo Luigi Rampazzo di San Clodoveo, mi chiese una cortesia: aveva prestato una serie di dipinti di gran pregio a certi frati benedettini, cui aveva anche regalato un monastero. Ora i frati avevano deciso di chiudere il monastero, per mancanza di vocazioni, credo, e lui si era fatto restituire le opere. Non fidandosi completamente, non so se non si fidasse dei frati o di coloro che avevano fatto il trasporto, mi chiese di partecipare all’apertura dei pacchi, insieme ad un restauratore cui avrei dovuto dare consigli, ed autenticargli le opere che gli erano state restituite, per rassicurarlo che non ci fossero copie. Quando mi diede la lista delle opere ebbi quasi un malore: Piero della Francesca, Lorenzo Lotto, Filippo Lippi, Canaletto, Vasari, Giorgione, Guido Reni, i vari Carracci, Palma il giovane, Bruegel, Hyeronimus Bosch, cito a memoria quelli che mi ricordo, ma soprattutto un quadro di Michelangelo ed uno del Pontormo. Il quadro di Michelangelo, se fosse stato autentico, sarebbe stato di fondamentale importanza, in quanto del grande Buonarroti ci è rimasto un solo dipinto che non sia un affresco, il leggiadro tondo Doni, ma quello che mi attirava di più era il dipinto del Pontormo, “Il bovaro d’Arcadia”, che secondo la descrizione avrebbe dovuto essere un “Capriccio rappresentante un uomo che conduce delle vacche in una vallata, davanti ad una altare su cui è incisa la scritta et in Arcadia ego”. Capisce? Un capriccio, le vacche, l’altare... una rivoluzione! L’avesse dipinto il Guardi sarebbe stata una cosa importante, ma normale, ma Pontormo! Capisce, un quadro rappresentante un soggetto che non avrebbe dovuto essere rappresentato, dipinto da un pittore che non avrebbe dovuto dipingerlo, in un’epoca in cui non avrebbe dovuto essere realizzato! E invece quando i pacchi furono aperti il Pontormo non c’era! Il Buonarroti era una copia seicentesca, una buona copia, ma una copia, e non vi erano dubbi, per tanti motivi che non le elenco, che il quadro fosse proprio quello prestato dal Principe ai frati, ma il Pontormo non c’era. Il Principe andò su tutte le furie, perse il lume della ragione, partì immediatamente per andare a protestare con il priore di Grosseto, che però gli assicurò di non saper nulla di quel dipinto. Il Principe voleva effettuare della ricerche approfondite per rintracciarlo, ma pochi giorni dopo cadde da cavallo e morì; l’erede, un imbelle, ignorante, adatto solo a scaldar poltrone in un salotto per parlare di ville a Saint Tropaiz o Gstaad, si disinteressò completamente della collezione del padre, la prestò anzi ad un museo, e non cercò più il dipinto del Pontormo.”
Lorenzo degli Uberti aveva appena sperimentato la ben nota logorrea del professor Della Galilea: ne aveva spesso sentito parlare, ma non credeva che delle corde vocali umane potessero restare in funzione così a lungo senza concedersi pause. Nonostante fosse stato colpito dalla verbosità di quel chiacchierone, l’argomento lo interessava tanto che osò fare un’altra domanda
“E lei, non ha effettuato altre ricerche?”
“Io? Ho provato a muovermi, a far muovere alcuni miei assistenti, ma ne i frati ne il Principe ci hanno dato ascolto, così ci siamo fermati subito.”
“Ma dov’era conservata questa collezione?”
“Conservata? Esposta mio caro, esposta, conservata è un verbo che io non userei, sapesse le condizioni... ma comunque era esposta nel convento di San Clodoveo, non lontano dall’Argentario, in un terreno confinante con la tenuta dei Principi Rampazzo di San Clodoveo... sa, prende l’Aurelia, poco prima di Albinia gira e costeggia il fiume Albegna... non è difficile da trovare, poi laggiù la conoscono tutti.”
“Sa, ha fatto un errore. Non conviene parlare ad una persona come me, profondamente curiosa ed amante dell’arte, con tanto tempo da perdere, come tutti i pensionati, e qualche disponibilità, di una cosa così: le garantisco che proverò a trovare quel quadro.”
“Mah, non faccia l’Indiana Jones, sapesse le difficoltà di una ricerca del genere...”
“Le immagino.”
“Nessuno le da retta, tutti le ridono dietro... mi creda, meglio che si limiti ad organizzare conferenze, quello lo fa veramente bene.”
“Forse ha ragione, credo che seguirò il consiglio di un esperto...” Mentì spudoratamente Degli Uberti.
“Non sa come fa bene.”
“Ma, se dovessi cambiare idea, potrei venirla a disturbare per chiederle qualcosa in merito?”
“Ah, ma lei è proprio testardo! Le lasci agli esperti queste cose, mi creda, le lasci agli esperti!”
“E va bene. La ringrazio, comunque, prima di tutto per la splendida conferenza, poi per la piacevole conversazione, ed infine per gli ottimi consigli che mi ha elargito.”
“Ma si figuri, è stato un piacere... sarò molto felice anche in futuro di collaborare con questa ottima Fondazione. A presto.”
“Quindi, in conclusione, resta questa grande figura di pittore, forse la più enigmatica della storia dell’arte: un uomo insicuro ma ambizioso che cercò per tutta la vita qualcosa che non trovò mai, un uomo inquieto ed inquietante, un uomo che aveva paura di tutto, spesso era preda di vertigini e malori affini, grave malanno per un autore di affreschi, che ci ha lasciato la cronaca dei suoi dolori in un diario che sembra scritto da un ipocondriaco di oggi. Egli si rifaceva al Buonarroti come ad un maestro, ma non aveva gli stessi intenti del grande Michelangelo, lo imitava nelle figure, ma non voleva rappresentare la grandezza dell’umanità, bensì le sue debolezze; così, mentre il capolavoro di Michelangelo, il Giudizio Universale della Cappella Sistina a Roma, fu nei secoli ammirato ed idolatrato, il capolavoro di Iacopo, il giudizio universale (faccia riflettere l’identità del soggetto) affrescato nella chiesa di San Lorenzo a Firenze, nel XVIII secolo fu irrimediabilmente rovinato da architetti che non lo compresero e vollero cancellarlo. Fra tutti questi dubbi e mancati riconoscimenti però il genio oscuro ed incompreso di Iacopo del Pontormo, autentico romantico ante litteram, creava una nuova scuola ed un nuovo stile, che ci avrebbe dato, dal Rosso Fiorentino a Caravaggio, passando per la scuola bolognese dei Carracci, del Domenichino, di Guido Reni e del Lanfranco, e per la scuola veneta del Veronese, del Tintoretto, di Giorgione e dei Palma, i maggiori capolavori della seconda metà del XVI secolo e di tutto il XVII secolo: il manierismo.”
Un applauso si diffuse per la sala per indicare il gradimento del pubblico alla conferenza del professor Ulderico Maria Della Galilea, forse non il più grande storico dell’arte toscano, ma sicuramente il più istrione ed il più bravo ad assecondare i voleri del pubblico, infiocchettando le sue esposizioni con una ricca serie di aneddoti e di particolari anche piccanti, come avrebbe saputo fare un autore di cronache rosa. I membri della fondazione “Giorgio Vasari” ancora ricordavano un appassionato ritratto della Fornarina, la favorita di Raffaello, che il professor Della Galilea aveva saputo tracciare in una conferenza dell’anno precedente.
Il Dottor Lorenzo Degli Uberti si avvicinò al relatore e gli strinse la mano.
“Complimenti, è sempre un piacere ascoltarla. Anche la conclusione, anche se meno rigorosa del resto dell’esposizione, è stata comunque piacevole. Sembrava quasi che lei avesse un autentico trasporto per il Pontormo...”
“Eh, si. Lo apprezzo in modo particolare. Oltretutto è stato anche fonte di uno dei miei più grandi crucci professionali.”
“Crucci? Cosa è successo?”
“Vede, circa venti o venticinque anni fa, non ricordo bene, un mio carissimo amico, il Principe Rambaldo Luigi Rampazzo di San Clodoveo, mi chiese una cortesia: aveva prestato una serie di dipinti di gran pregio a certi frati benedettini, cui aveva anche regalato un monastero. Ora i frati avevano deciso di chiudere il monastero, per mancanza di vocazioni, credo, e lui si era fatto restituire le opere. Non fidandosi completamente, non so se non si fidasse dei frati o di coloro che avevano fatto il trasporto, mi chiese di partecipare all’apertura dei pacchi, insieme ad un restauratore cui avrei dovuto dare consigli, ed autenticargli le opere che gli erano state restituite, per rassicurarlo che non ci fossero copie. Quando mi diede la lista delle opere ebbi quasi un malore: Piero della Francesca, Lorenzo Lotto, Filippo Lippi, Canaletto, Vasari, Giorgione, Guido Reni, i vari Carracci, Palma il giovane, Bruegel, Hyeronimus Bosch, cito a memoria quelli che mi ricordo, ma soprattutto un quadro di Michelangelo ed uno del Pontormo. Il quadro di Michelangelo, se fosse stato autentico, sarebbe stato di fondamentale importanza, in quanto del grande Buonarroti ci è rimasto un solo dipinto che non sia un affresco, il leggiadro tondo Doni, ma quello che mi attirava di più era il dipinto del Pontormo, “Il bovaro d’Arcadia”, che secondo la descrizione avrebbe dovuto essere un “Capriccio rappresentante un uomo che conduce delle vacche in una vallata, davanti ad una altare su cui è incisa la scritta et in Arcadia ego”. Capisce? Un capriccio, le vacche, l’altare... una rivoluzione! L’avesse dipinto il Guardi sarebbe stata una cosa importante, ma normale, ma Pontormo! Capisce, un quadro rappresentante un soggetto che non avrebbe dovuto essere rappresentato, dipinto da un pittore che non avrebbe dovuto dipingerlo, in un’epoca in cui non avrebbe dovuto essere realizzato! E invece quando i pacchi furono aperti il Pontormo non c’era! Il Buonarroti era una copia seicentesca, una buona copia, ma una copia, e non vi erano dubbi, per tanti motivi che non le elenco, che il quadro fosse proprio quello prestato dal Principe ai frati, ma il Pontormo non c’era. Il Principe andò su tutte le furie, perse il lume della ragione, partì immediatamente per andare a protestare con il priore di Grosseto, che però gli assicurò di non saper nulla di quel dipinto. Il Principe voleva effettuare della ricerche approfondite per rintracciarlo, ma pochi giorni dopo cadde da cavallo e morì; l’erede, un imbelle, ignorante, adatto solo a scaldar poltrone in un salotto per parlare di ville a Saint Tropaiz o Gstaad, si disinteressò completamente della collezione del padre, la prestò anzi ad un museo, e non cercò più il dipinto del Pontormo.”
Lorenzo degli Uberti aveva appena sperimentato la ben nota logorrea del professor Della Galilea: ne aveva spesso sentito parlare, ma non credeva che delle corde vocali umane potessero restare in funzione così a lungo senza concedersi pause. Nonostante fosse stato colpito dalla verbosità di quel chiacchierone, l’argomento lo interessava tanto che osò fare un’altra domanda
“E lei, non ha effettuato altre ricerche?”
“Io? Ho provato a muovermi, a far muovere alcuni miei assistenti, ma ne i frati ne il Principe ci hanno dato ascolto, così ci siamo fermati subito.”
“Ma dov’era conservata questa collezione?”
“Conservata? Esposta mio caro, esposta, conservata è un verbo che io non userei, sapesse le condizioni... ma comunque era esposta nel convento di San Clodoveo, non lontano dall’Argentario, in un terreno confinante con la tenuta dei Principi Rampazzo di San Clodoveo... sa, prende l’Aurelia, poco prima di Albinia gira e costeggia il fiume Albegna... non è difficile da trovare, poi laggiù la conoscono tutti.”
“Sa, ha fatto un errore. Non conviene parlare ad una persona come me, profondamente curiosa ed amante dell’arte, con tanto tempo da perdere, come tutti i pensionati, e qualche disponibilità, di una cosa così: le garantisco che proverò a trovare quel quadro.”
“Mah, non faccia l’Indiana Jones, sapesse le difficoltà di una ricerca del genere...”
“Le immagino.”
“Nessuno le da retta, tutti le ridono dietro... mi creda, meglio che si limiti ad organizzare conferenze, quello lo fa veramente bene.”
“Forse ha ragione, credo che seguirò il consiglio di un esperto...” Mentì spudoratamente Degli Uberti.
“Non sa come fa bene.”
“Ma, se dovessi cambiare idea, potrei venirla a disturbare per chiederle qualcosa in merito?”
“Ah, ma lei è proprio testardo! Le lasci agli esperti queste cose, mi creda, le lasci agli esperti!”
“E va bene. La ringrazio, comunque, prima di tutto per la splendida conferenza, poi per la piacevole conversazione, ed infine per gli ottimi consigli che mi ha elargito.”
“Ma si figuri, è stato un piacere... sarò molto felice anche in futuro di collaborare con questa ottima Fondazione. A presto.”
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Re: Naufraghi 2.0
Bello.
Sembrava quasi di star seduti ed assistere alla conferenza. 
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Re: Naufraghi 2.0
Curiosità fatti capanna!
10! 10! 10!
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C'è bisogno che si giochi con un po' di dignità! Con un po' di anima cazzo! Nessuno fa un salto, un fallo con la palla lì! Facciamo a cazzotti almeno!! Ma che cazzo avete dentro?


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Re: Naufraghi 2.0
carino sì....
ma che carino, bellissimo!
la curiosità mi rode, vogliamo il prossimo!
ma che carino, bellissimo!
la curiosità mi rode, vogliamo il prossimo!
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0
Accipicchia, non credevo tutto questo successo!
Mi avete fatto venir voglia, ed ho iniziato a scrivere "Il velocista più pistola del west". Ho buttato giù una scaletta ed i primi tre capitoli.
Il titolo è assolutamente fuorviante, specifico.
Ma non preoccupatevi, se vi piace ho un altro racconto altrettanto lungo con uno dei protagonisti di questo, "Cavoli Illirici", ed uno totalmente differente, "L'inconsueta storia di Bombastic, i Gesuiti di Venezia ed un lassativo dall'eccezionale efficacia".
Ho tutto il tempo per scrivere con calma!

Mi avete fatto venir voglia, ed ho iniziato a scrivere "Il velocista più pistola del west". Ho buttato giù una scaletta ed i primi tre capitoli.
Il titolo è assolutamente fuorviante, specifico.
Ma non preoccupatevi, se vi piace ho un altro racconto altrettanto lungo con uno dei protagonisti di questo, "Cavoli Illirici", ed uno totalmente differente, "L'inconsueta storia di Bombastic, i Gesuiti di Venezia ed un lassativo dall'eccezionale efficacia".
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Re: Naufraghi 2.0
Ma questo mica è finito qui? :figo:
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Re: Naufraghi 2.0
SOno 19 capitoli.... :figo:Toni Monroe wrote: Ma questo mica è finito qui? :figo:
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
E allora cos'aspetti???doc G wrote: SOno 19 capitoli.... :figo:
C'è bisogno che si giochi con un po' di dignità! Con un po' di anima cazzo! Nessuno fa un salto, un fallo con la palla lì! Facciamo a cazzotti almeno!! Ma che cazzo avete dentro?


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Re: Naufraghi 2.0
10
L’austera mole del convento di San Clodoveo si adagiava sul morbido ciglio della collina; le imponenti mura incorniciavano la piccola chiesa, in cui i segni devastanti del tempo erano giunti a minare la saldezza delle strutture solo da pochi anni: il rosone, che solenne capeggiava sul nartece, era ormai privo di vetrata, il portone di pesante legno di quercia era malamente appoggiato su cardini arrugginiti, una coltre di sporcizia colorava di scuro la pietra secolare, ma nel complesso l’insieme era ancora solido, un intervento di restauro avrebbe potuto ancora ridonare ai vecchi edifici l’originario splendore senza una spesa eccessiva.
Claudio passeggiava nel piccolo cortile di ingresso all’abbazia, sul quale si ergeva la facciata della chiesa ed un secondo muro, con un portone che dava ingresso al convento. Il portone del convento era chiuso in modo probabilmente irreversibile, a giudicare dallo stato della serratura e dei cardini, era sconsigliabile tentare l’apertura senza l’aiuto di un operaio.
“A pochi chilometri da qui ci sono parecchi operai al lavoro, nel castello del principe... se vogliamo entrare potrei portarne uno che ci apra il portone...”
“Non serve - disse Anselmo Cocilovo - possiamo entrare dalla chiesa: lì le porte funzionano ancora bene.”
I due si incamminarono verso il nartece; passando sotto le morbide arcate a tutto sesto, Claudio ammirò le volte a botte ed i capitelli che ornavano le colonne del portico, tutti diversi, molti in stile romano. Il portale era scolpito con figure simboliche ed era dominato da un bassorilievo che rappresentava l’arcangelo Michele nell’atto di uccidere il Drago.
L’interno della chiesa, semplice ed austero, non prevedeva divisione in navate, ma lateralmente era arricchito da cappelle decorate da affreschi e mosaici, la maggior parte purtroppo appena intuibili ed ormai irrimediabilmente perduti. Quello che non era andato perduto erano i bassorilievi diffusi per ogni dove nella chiesa, la maggior parte di ottima fattura; quello che colpì di più Claudio era quello che ornava il pulpito, mollemente avvinghiato ad un pilastro. Dietro l’altare, nell’abside, era presente un coro in pietra, anch’esso mirabilmente scolpito da mani pazienti.
Nel complesso l’alto soffitto a botte, la perfezione della pianta a croce latina, i semplici pilastri annegati nelle mura esterne, la bianca semplicità della pietra usata per la costruzione, tutto l’insieme davano un idea di maestosa semplicità, che portava quasi ad un misticismo ed ad un raccoglimento interiore.
Nel transetto una pesante portone, riccamente ornato, dava accesso al chiostro e, di lì, al convento. Attraversarono la quieta solennità di un chiostro che aveva oramai perduto l’ordine che i monaci gli avevano conferito con il loro lavoro ma che, fra edere, cespugli e piante di ogni genere che erano cresciute senza regola alcuna, lasciava ancora allo sguardo dei visitatori il solenne porticato, dove i monaci passeggiavano cercando la concentrazione, alcune decorazioni in ceramica ed i resti di alcuni affreschi. Finalmente i due entrarono nel convento vero e proprio; per prima cosa visitarono le sale comuni, a cominciare dal refettorio, poi si diressero verso le celle.
“I monaci, rimasti in pochi, avevano ricavato alcuni alloggi più confortevoli da alcune sale comuni; qui era stato lasciato tutto quasi in stato di abbandono; fu il principe Rambaldo a restaurare queste parti, poi vi ricavò una galleria, dove teneva esposte le sue tele. Da questa collezione privata vennero tolti sette o otto quadri, non ricordo il numero esatto, che furono esposti nel refettorio ed in biblioteca, i famosi quadri di padre Narciso.”
“Ma come mai il principe gli consentiva di tenere questi quadri, di valore così grande, dove neanche lui poteva vederli?”
“Poteva, poteva, vede, il convento è di sua proprietà, i frati lo avevano in uso, lui era il proprietario ed entrava quando voleva; poi qui campavano con i suoi regali, quando veniva lui era una festa.”
“In biblioteca e nel refettorio... ma... si sa che quadri fossero? Il soggetto, l’autore, il supporto...”
“Cavoli! C’è un elenco dettagliatissimo! Erano anche assicurati contro il furto, se vuole provo a procurarglielo.”
“E i quadri rimasti? Si possono vedere?”
“Rimasti... sono ventisei quadri, sono tutti nel palazzo dei principi, a Firenze... non credo proprio che glieli facciano vedere... il principe nuovo non è troppo disponibile per queste cose. Io non li ho più visti, da allora, e mi risulta che non li abbia più fatti vedere ad alcuno, se non ai suoi ospiti. Ma vede, il principe Rambaldo non era così, era diverso...”
“Si, ma com’è possibile che siano scomparsi?”
“Si dice che padre Narciso li abbia portati nel suo appartamento, sotto il campanile, ma poi... più nulla. I frati, forse...”
“I frati benedettini che si trasformano in ladri di opere d’arte... non ce li vedo molto. E poi, ormai sono passati tanti anni, sarebbe facile fingere di averli acquistati in buona fede da un antiquario... non credo che il principe potrebbe toglierglieli... perché tenerli nascosti?”
“E lei che ne sa che li tengono nascosti?”
“Una collezione come dice lei avrebbe fatto un certo clamore... e poi, rubare qui per esporre altrove, non avrebbe significato. E poi, ripeto, i Benedettini come ladri d’opere d’arte... non ce li vedo.”
“Perché lei non sa che diavolacci sono i preti in genere... i frati poi... con l’eccezione di padre Narciso, s’intende!”
“In ogni modo, mi può far avere quell’elenco? Mi piacerebbe molto. Sa, sono un appassionato di queste cose.”
“Quello dell’assicurazione? Certo, gli faccio avere anche l’elenco dei quadri rimasti, non si preoccupi. Dove glielo spedisco?”
“No, che spedire, l’architetto Vino mi ha scelto come vicario per la direzione dei lavori di ristrutturazione del villino - Tutto il lavoro ed i demeriti a me, i meriti ed i soldi a lui, pensò ma non disse Claudio - mi troverà lì senza problemi, da oggi in poi.”
“Ah, bene. Ma intanto andiamo, la riaccompagno al villino.”
Claudio aveva faticato a farsi accompagnare, ma ne era valsa la pena. Intanto appena tornato a Roma avrebbe buttato qualche schizzo per la ristrutturazione del convento, che l’architetto Vino avrebbe sottoposto al principe Rampazzo, e poi, da buon appassionato di arte e di storia, aveva molto apprezzato la visita.
Anche se non stava guadagnando una lira, stava lavorando, un lavoro forse non bello, ma utile, non come la relazione sul punto di marrone delle persiane, ed aveva per le mani un mistero nel campo che più gli piaceva; tornava a sentirsi vivo, parte delle inquietudini precedenti andavano dissipandosi. E poi, ogni tanto, aveva modo di parlare con Titti. Parlava, parlava, parlava per ore di tutto ciò che gli passava per la mente, senza osare, non dico far proposte, ma neanche fare un invito, il suo era un amore idealizzato, un amore platonico, allo stato non corrisposto, anzi, a dire il vero neanche corrispondibile, almeno finché non si fosse fatto più audace. Un amore platonico non corrispondibile, solo lui riusciva a ficcarsi in situazioni del genere.
L’austera mole del convento di San Clodoveo si adagiava sul morbido ciglio della collina; le imponenti mura incorniciavano la piccola chiesa, in cui i segni devastanti del tempo erano giunti a minare la saldezza delle strutture solo da pochi anni: il rosone, che solenne capeggiava sul nartece, era ormai privo di vetrata, il portone di pesante legno di quercia era malamente appoggiato su cardini arrugginiti, una coltre di sporcizia colorava di scuro la pietra secolare, ma nel complesso l’insieme era ancora solido, un intervento di restauro avrebbe potuto ancora ridonare ai vecchi edifici l’originario splendore senza una spesa eccessiva.
Claudio passeggiava nel piccolo cortile di ingresso all’abbazia, sul quale si ergeva la facciata della chiesa ed un secondo muro, con un portone che dava ingresso al convento. Il portone del convento era chiuso in modo probabilmente irreversibile, a giudicare dallo stato della serratura e dei cardini, era sconsigliabile tentare l’apertura senza l’aiuto di un operaio.
“A pochi chilometri da qui ci sono parecchi operai al lavoro, nel castello del principe... se vogliamo entrare potrei portarne uno che ci apra il portone...”
“Non serve - disse Anselmo Cocilovo - possiamo entrare dalla chiesa: lì le porte funzionano ancora bene.”
I due si incamminarono verso il nartece; passando sotto le morbide arcate a tutto sesto, Claudio ammirò le volte a botte ed i capitelli che ornavano le colonne del portico, tutti diversi, molti in stile romano. Il portale era scolpito con figure simboliche ed era dominato da un bassorilievo che rappresentava l’arcangelo Michele nell’atto di uccidere il Drago.
L’interno della chiesa, semplice ed austero, non prevedeva divisione in navate, ma lateralmente era arricchito da cappelle decorate da affreschi e mosaici, la maggior parte purtroppo appena intuibili ed ormai irrimediabilmente perduti. Quello che non era andato perduto erano i bassorilievi diffusi per ogni dove nella chiesa, la maggior parte di ottima fattura; quello che colpì di più Claudio era quello che ornava il pulpito, mollemente avvinghiato ad un pilastro. Dietro l’altare, nell’abside, era presente un coro in pietra, anch’esso mirabilmente scolpito da mani pazienti.
Nel complesso l’alto soffitto a botte, la perfezione della pianta a croce latina, i semplici pilastri annegati nelle mura esterne, la bianca semplicità della pietra usata per la costruzione, tutto l’insieme davano un idea di maestosa semplicità, che portava quasi ad un misticismo ed ad un raccoglimento interiore.
Nel transetto una pesante portone, riccamente ornato, dava accesso al chiostro e, di lì, al convento. Attraversarono la quieta solennità di un chiostro che aveva oramai perduto l’ordine che i monaci gli avevano conferito con il loro lavoro ma che, fra edere, cespugli e piante di ogni genere che erano cresciute senza regola alcuna, lasciava ancora allo sguardo dei visitatori il solenne porticato, dove i monaci passeggiavano cercando la concentrazione, alcune decorazioni in ceramica ed i resti di alcuni affreschi. Finalmente i due entrarono nel convento vero e proprio; per prima cosa visitarono le sale comuni, a cominciare dal refettorio, poi si diressero verso le celle.
“I monaci, rimasti in pochi, avevano ricavato alcuni alloggi più confortevoli da alcune sale comuni; qui era stato lasciato tutto quasi in stato di abbandono; fu il principe Rambaldo a restaurare queste parti, poi vi ricavò una galleria, dove teneva esposte le sue tele. Da questa collezione privata vennero tolti sette o otto quadri, non ricordo il numero esatto, che furono esposti nel refettorio ed in biblioteca, i famosi quadri di padre Narciso.”
“Ma come mai il principe gli consentiva di tenere questi quadri, di valore così grande, dove neanche lui poteva vederli?”
“Poteva, poteva, vede, il convento è di sua proprietà, i frati lo avevano in uso, lui era il proprietario ed entrava quando voleva; poi qui campavano con i suoi regali, quando veniva lui era una festa.”
“In biblioteca e nel refettorio... ma... si sa che quadri fossero? Il soggetto, l’autore, il supporto...”
“Cavoli! C’è un elenco dettagliatissimo! Erano anche assicurati contro il furto, se vuole provo a procurarglielo.”
“E i quadri rimasti? Si possono vedere?”
“Rimasti... sono ventisei quadri, sono tutti nel palazzo dei principi, a Firenze... non credo proprio che glieli facciano vedere... il principe nuovo non è troppo disponibile per queste cose. Io non li ho più visti, da allora, e mi risulta che non li abbia più fatti vedere ad alcuno, se non ai suoi ospiti. Ma vede, il principe Rambaldo non era così, era diverso...”
“Si, ma com’è possibile che siano scomparsi?”
“Si dice che padre Narciso li abbia portati nel suo appartamento, sotto il campanile, ma poi... più nulla. I frati, forse...”
“I frati benedettini che si trasformano in ladri di opere d’arte... non ce li vedo molto. E poi, ormai sono passati tanti anni, sarebbe facile fingere di averli acquistati in buona fede da un antiquario... non credo che il principe potrebbe toglierglieli... perché tenerli nascosti?”
“E lei che ne sa che li tengono nascosti?”
“Una collezione come dice lei avrebbe fatto un certo clamore... e poi, rubare qui per esporre altrove, non avrebbe significato. E poi, ripeto, i Benedettini come ladri d’opere d’arte... non ce li vedo.”
“Perché lei non sa che diavolacci sono i preti in genere... i frati poi... con l’eccezione di padre Narciso, s’intende!”
“In ogni modo, mi può far avere quell’elenco? Mi piacerebbe molto. Sa, sono un appassionato di queste cose.”
“Quello dell’assicurazione? Certo, gli faccio avere anche l’elenco dei quadri rimasti, non si preoccupi. Dove glielo spedisco?”
“No, che spedire, l’architetto Vino mi ha scelto come vicario per la direzione dei lavori di ristrutturazione del villino - Tutto il lavoro ed i demeriti a me, i meriti ed i soldi a lui, pensò ma non disse Claudio - mi troverà lì senza problemi, da oggi in poi.”
“Ah, bene. Ma intanto andiamo, la riaccompagno al villino.”
Claudio aveva faticato a farsi accompagnare, ma ne era valsa la pena. Intanto appena tornato a Roma avrebbe buttato qualche schizzo per la ristrutturazione del convento, che l’architetto Vino avrebbe sottoposto al principe Rampazzo, e poi, da buon appassionato di arte e di storia, aveva molto apprezzato la visita.
Anche se non stava guadagnando una lira, stava lavorando, un lavoro forse non bello, ma utile, non come la relazione sul punto di marrone delle persiane, ed aveva per le mani un mistero nel campo che più gli piaceva; tornava a sentirsi vivo, parte delle inquietudini precedenti andavano dissipandosi. E poi, ogni tanto, aveva modo di parlare con Titti. Parlava, parlava, parlava per ore di tutto ciò che gli passava per la mente, senza osare, non dico far proposte, ma neanche fare un invito, il suo era un amore idealizzato, un amore platonico, allo stato non corrisposto, anzi, a dire il vero neanche corrispondibile, almeno finché non si fosse fatto più audace. Un amore platonico non corrispondibile, solo lui riusciva a ficcarsi in situazioni del genere.
- davidvanterpool
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Re: Naufraghi 2.0
Ma c'è bisogno che commenti dopo ogni capitolo o proseguiamo dritti con gli altri 9 e commento tutto insieme alla fine? 
C'è bisogno che si giochi con un po' di dignità! Con un po' di anima cazzo! Nessuno fa un salto, un fallo con la palla lì! Facciamo a cazzotti almeno!! Ma che cazzo avete dentro?


- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
Alla fine! Tanto ormai proseguo con un capitolo al giorno, o al massimo un giorno si ed uno no!davidvanterpool wrote: Ma c'è bisogno che commenti dopo ogni capitolo o proseguiamo dritti con gli altri 9 e commento tutto insieme alla fine?![]()