Re: Naufraghi 2.0
Posted: 26/11/2008, 1:01
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La solenne semplicità del palazzo dove i Granduchi di Toscana amministravano il loro stato si ergeva imponente al fianco di Palazzo Vecchio, ma, dove una volta si accalcavano questuanti ed impiegati, ormai si schieravano in file scomposte torme di turisti, frementi di ammirare uno dei più celebri musei del mondo, il museo degli Uffizi.
In una sala un maturo signore distinto, rivestito da un sobrio completo gessato grigio scuro, sotto le maniche del quale facevano capolino dei gemelli aurei a chiudere i polsini di una camicia immacolata, era fermo, immobile di fronte al “Mosè difende le Jetro” di Rosso Fiorentino.
Un furor sacro emergeva da un classico impianto Michelangiolesco, profondo di solo disegno e rigoroso nella metrica e nelle forme, ma ricco di un dinamismo assoluto ed irrefrenabile, un ruotar di membra attorno al perno centrale, costituito da un Mosè furibondo, nel vivo della lotta, rosseggiante nel colore rubizzo cui deve il nome il maestro, universale nella sua fiorentinità quasi dialettale. Comodamente seduto, l’uomo disegnava tranquillamente, tracciando linee, cancellandole e disegnandole meglio, rivedendo più volte l’impostazione, riflettendo su ogni singolo segno per tutto il tempo necessario. Per tanto tempo aveva pregustato quei momenti, e non intendeva sprecarli. Tanti anni di lavoro in banca, in giro per l’Italia, fino alle direzioni di filiali in località lontanissime dalla sua città gli avevano intaccato la memoria della sua cultura toscana; non appena era giunta l’età della pensione egli aveva però ritrovato, come per incanto, le sue antiche passioni.
Il manierismo toscano, questo egli amava; il periodo in cui il prepotente umanesimo di Michelangelo e Leonardo, di fronte alla Riforma ed al sorgere delle guerre di religione, diventava arte morale e teocentrica, un momento in cui un tratto poteva perdere logicità estetica, a patto di assumere un rigore religioso. Questo periodo di passioni in parte represse ed in parte incontrollate, in cui fioriva una cultura nuova, nasceva una scienza moderna e un nuovo concetto di società prendeva piede, mentre tutto l’antico regime reprimeva il nascere delle novità, mentre le religioni cavalcavano in vario modo queste novità, si trasformavano in integralismi e giustificavano massacri sanguinosi.
Queste lotte, queste contraddizioni egli le amava, indicavano tutto ciò che gli sarebbe piaciuto vivere se la cassaforte della banca, con i depositi del giorno, non avesse conservato sottochiave anche la sua voglia di avventure, di novità, di passioni sconsiderate e violente; di queste perdite aveva oggi la paga, nei saloni degli Uffizi.
La solenne semplicità del palazzo dove i Granduchi di Toscana amministravano il loro stato si ergeva imponente al fianco di Palazzo Vecchio, ma, dove una volta si accalcavano questuanti ed impiegati, ormai si schieravano in file scomposte torme di turisti, frementi di ammirare uno dei più celebri musei del mondo, il museo degli Uffizi.
In una sala un maturo signore distinto, rivestito da un sobrio completo gessato grigio scuro, sotto le maniche del quale facevano capolino dei gemelli aurei a chiudere i polsini di una camicia immacolata, era fermo, immobile di fronte al “Mosè difende le Jetro” di Rosso Fiorentino.
Un furor sacro emergeva da un classico impianto Michelangiolesco, profondo di solo disegno e rigoroso nella metrica e nelle forme, ma ricco di un dinamismo assoluto ed irrefrenabile, un ruotar di membra attorno al perno centrale, costituito da un Mosè furibondo, nel vivo della lotta, rosseggiante nel colore rubizzo cui deve il nome il maestro, universale nella sua fiorentinità quasi dialettale. Comodamente seduto, l’uomo disegnava tranquillamente, tracciando linee, cancellandole e disegnandole meglio, rivedendo più volte l’impostazione, riflettendo su ogni singolo segno per tutto il tempo necessario. Per tanto tempo aveva pregustato quei momenti, e non intendeva sprecarli. Tanti anni di lavoro in banca, in giro per l’Italia, fino alle direzioni di filiali in località lontanissime dalla sua città gli avevano intaccato la memoria della sua cultura toscana; non appena era giunta l’età della pensione egli aveva però ritrovato, come per incanto, le sue antiche passioni.
Il manierismo toscano, questo egli amava; il periodo in cui il prepotente umanesimo di Michelangelo e Leonardo, di fronte alla Riforma ed al sorgere delle guerre di religione, diventava arte morale e teocentrica, un momento in cui un tratto poteva perdere logicità estetica, a patto di assumere un rigore religioso. Questo periodo di passioni in parte represse ed in parte incontrollate, in cui fioriva una cultura nuova, nasceva una scienza moderna e un nuovo concetto di società prendeva piede, mentre tutto l’antico regime reprimeva il nascere delle novità, mentre le religioni cavalcavano in vario modo queste novità, si trasformavano in integralismi e giustificavano massacri sanguinosi.
Queste lotte, queste contraddizioni egli le amava, indicavano tutto ciò che gli sarebbe piaciuto vivere se la cassaforte della banca, con i depositi del giorno, non avesse conservato sottochiave anche la sua voglia di avventure, di novità, di passioni sconsiderate e violente; di queste perdite aveva oggi la paga, nei saloni degli Uffizi.