Appena finito di leggere tutti i post e colgo l'occasione per ringraziarvi.
Sì, anche tu Jasone.
Dunque, ho letto anche nelle mie ricerche che determinati
errori possono talvolta diventare consuetudini nella lingua e nel tempo non sono più errori. È il caso di weekend. Quindi può benissimo essere giustificato anche I Warriors.
Anche se andrebbe fatta una distinzione: weekend è una parola straniera ormai entrata nel lessico della lingua italiana (come stop, jeans, goal, ecc) e tutte le altre parole straniere (incluso il nostro caso, Warriors).
Quel che mi preme sapere è: esiste una regola da applicare sistematicamente (eccezioni a parte) a questi casi?
Lo sapevo che non avrei dovuto regalare le fotocopie del mio testo universitario di Linguistica...
In rete sono riuscito a trovare solo una parziale risposta:
«Nelle parole, tutte d’origine straniera, comincianti con w- ,questa lettera può corrispondere a due suoni distinti: la semiconsonante di uomo (come in whisky) o la consonante di vario (come in wafer). Nel secondo caso l’uso dell’articolo non presenta nessun problema: si adopera l’articolo debole il, i (e l’indeterminativo un) richiesti davanti a una parola iniziante per consonante semplice; quindi il wafer, il Wagner. L’uso è stabile anche per i derivati italiani da parole angloamericane, nei quali w- si pronuncia sempre [v]: quindi washingtonia ‘genere di piante’ (pronuncia: vasc-; da George Washington), wellerismo (pronuncia: vell-; dal personaggio dickensiano Sam Weller).
Le incertezze sorgono davanti ai forestierismi non adattati in cui w- si pronuncia come semiconsonante. L’astratta logica grammaticale vorrebbe che davanti a whisky o a Webster figurasse lo stesso articolo eliso l’ che tutti adoperiamo, senza pensarci neppure, davanti a una parola come uomo. In realtà l’uso tende a preferire il. Secondo Piero Fiorelli (in una delle note che arricchiscono il volumetto di Amerindo Camilli, Pronuncia e grafia dell’italiano, Firenze, Sansoni, 1965, p. 194) l’uso ha una sua giustificazione, per due motivi: 1) il paragone tra l’Webster e l’uomo "regge fino a un certo punto" perché l’italiano ha, sì, alcune parole comincianti col dittongo uo-, "a cui premette l’articolo lo debitamente apostrofato", ma non ne ha pressoché nessuna cominciante con ua-, ue- o ui-; 2) "all’occhio del lettore italiano la lettera w è una consonante, qualunque sia il suo valore in determinate lingue straniere, tanto che è pronunziata regolarmente [v] tutte le volte che la parola che la contiene è adattata mediante una desinenza o un suffisso alla morfologia italiana".
Un’interessante riprova di come l’idea che i parlanti hanno di un certo segno alfabetico possa influenzare la pronuncia del suono corrispondente è stata offerta da Pietro Janni in una nota apparsa sulla rivista “Lingua Nostra”, LIII (1992), pp. 86-87. Perché si pronuncia lo swatch, nonostante che la sequenza dei suoni sia la stessa di suocero? Perché – osserva Janni – il "normale parlante italiano è intimamente convinto che la w rappresenti (anzi “sia”) una consonante, come in Walter, e che solo per una convenzione “straniera” si debba pronunciarla come la semivocale di uomo". Di conseguenza, anche chi non parlerebbe mai di svòcc in riferimento al noto orologio, crede in fondo, in una specie di livello subconscio, che Swatch non cominci come suocera, suora, ecc. ma come svogliato o svolazzo"».
http://www.accademiadellacrusca.it/faq/ ... &ctg_id=93
... anche se vorrei sapere quanti di voi dicono IL swatch, anziché LO swatch..