Paperone wrote:
non puoi fare un racconto di paura e chiamarmi due protagonisti Giulio e Cesare :lol2:
I cesaroni!!!!
C'è bisogno che si giochi con un po' di dignità! Con un po' di anima cazzo! Nessuno fa un salto, un fallo con la palla lì! Facciamo a cazzotti almeno!! Ma che cazzo avete dentro?
Un’ora dopo Cesare era ormai più furibondo che nervoso, era inspiegabile come facesse ad evitare un collasso; per non dover attendere un’altra mezz’ora passeggiando per la stanza, decise di uscire prima del tempo. Con un passo paranoico si diresse verso la reception, senza degnare di uno sguardo il portiere uscì nel cortile e poi varcò il ponte levatoio dirigendosi verso la campagna. Il buio di quella notte senza luna era interrotto solamente da alcune torce collocate lungo i sentieri che si dipanavano per la collina, il cielo era nero e minaccioso, con nuvole dense che nascondevano la luce delle stelle; un vento freddo, in evidente contrasto con la stagione estiva, soffiava con veemenza e tuoni lontani rumoreggiavano sinistri. Il sentiero che Cesare stava percorrendo entrava in un boschetto, dietro il quale si nascondeva la piscina; il piazzale attorno alla piscina era pavimentato in mattoni, il muro di pietra della capanna adibita a spogliatoio delimitava un lato; negli altri due lati il terreno si rialzava, interamente coperto di siepi e da un pergolato. Nel pergolato si apriva un sentiero illuminato da torce che il vento tentava di spegnare, e tra queste torce apparve improvvisamente una figura quasi completamente bianca.
Era una donna giovane e pallida, che indossava una specie di tunica con un fregio purpureo sul petto. Cesare non poteva esserne certo per via dell’oscurità e della distanza, ma quel fregio aveva tutta l’aria di essere una croce purpurea.
La giovane guardò fissa l’intruso, poi fece un gesto imperioso con una mano. Improvvisamente tutte le torce si spensero. Questo fu l’ultimo colpo per il nervosismo di Cesare che impressionato, insofferente e ridotto quasi alla cecità dall’oscuramento delle torce si voltò per rientrare più velocemente possibile. Chi avesse guardato in quel momento il sentiero avrebbe visto una strana figura muoversi a scatti, cambiando continuamente direzione e mormorando delle strane ed incomprensibili formule rituali. Anche potendo immaginare il contenuto delle formule ripetute da Cesare, preferiamo non riportarle per motivi di pubblica decenza.
Nel salone dell’albergo ormai gli altri tre amici erano seduti a discutere. Vedendo l’aspetto di Cesare gli chiesero immediatamente cosa gli fosse successo; sentito il resoconto iniziarono a prenderlo in giro.
“La croce purpurea... sarà la sorella di un chierichetto!”
“Tunica bianca e croce purpurea... era l’abito dei Templari, ma quelli erano tutti maschi... hai inventato le Templaresse!”
“Il gesto ieratico con cui ha spento le torce... sarà della lega anti - fumo!”
“Ma ora basta sfotterlo, vedo già un filo di fumo che fa capolino fra le sue meningi... dopo aver visto le streghe non vorrei che le sue coronarie fossero troppo pressate per reggere tre satiri... descriviamogli il programma di domani, così si tranquillizza.”
La descrizione del programma del giorno dopo fu il colpo di grazia per il sistema nervoso di Cesare. Sveglia alle sei, alle sei e tre quarti colazione, alle sette equitazione: giro a cavallo per le colline circostanti. Alle una pranzo al sacco, alle tre ritorno al castello, per iniziare le sedute di fitness (e che cavolo, almeno parlate come mangiate!), prima in clinica e poi in palestra; alle sei orticoltura, lezioni nell’orto da parte di noti giardinieri. Alle sette doccia, alle otto cena frugale ed alle nove e mezza tutti a letto.
“E fra trenta giorni diventiamo tutti caporali?” Fu la domanda di Cesare “Io il servizio militare l’ho già fatto, non ci tengo a ripeterlo!”
“Su mollaccione, ti toglieremo di dosso le ruggini di una vita a scaldar sedie in giro per Roma!”
“E mi regalate le ruggini di due settimane a spaccarsi la schiena e i cosiddetti!”
“Mha, la strega t’ha spento anche il cervello oltre alle torce. Adesso andiamo a cena e poi a dormire, che con te per stasera non ci si discute più.”
Cesare passò la notte a girarsi nel letto, incapace di prender sonno. Ad un tratto, non avrebbe saputo dir l’ora, si alzò, nervoso e sudato, e si avvicinò alla finestra della sua camera. La finestra dava sul cortile del castello ed era piccola e scomoda; Cesare tentò ugualmente di affacciarsi, a costo di movimenti degni di un contorsionista orientale. Affacciatosi, vide un cortile quasi completamente buio, spazzato dal vento e dalla pioggia, con tutte le torce spente. Improvvisamente un lampo rischiarò la notte ed al centro del cortile apparve la figura di una giovane donna che indossava una tunica con un fregio purpureo simile ad una croce. Un rivolo di sudore freddo scese per il collo di Cesare.
La mattina dopo, alle sei in punto, un campanello cominciò a suonare nella camera di Cesare, il quale si era addormentato da circa mezz’ora. Con gli occhi cerchiati da profonde borse, lo stanco villeggiante tentò di radersi con il fon, poi con la radio portatile, quindi decise che prima era il caso di fare una doccia fredda. Miracolosamente, alle sei e tre quarti in punto, Cesare era pronto per la colazione, fresco come un reduce da una maratona corsa nella valle della morte, sveglio come un pitone dopo il pasto di mezzogiorno.
“Ullalà, vedo che hai dormito bene!”
“La Templare ti ha fatto visita in camera?”
“Dalla faccia che ha la Templare ha portato anche qualche amica!”
“E piantatela, stanotte non ho chiuso occhio....”
“Non so perché, ma un vago sospetto l’avevamo coltivato.”
Il resto della mattina fu dedicata a lunghe ed interminabili lezioni di equitazione; il pasto fu veloce e frugale (che diamine, siete qui per rimettervi in forma, non vi aspettate pasti pantagruelici!), il riposo fu scomodo ed insufficiente per gli indolenziti bassifondi dei villeggianti, quindi alle tre tutti nella sala d’attesa della clinica. Alle tre e mezza un’infermiera svegliò Cesare, che russava rumorosamente, disteso sulla panca, e lo condusse da un medico. La diagnosi parlò di stress e sovraffaticamento.
Dopo due ore di ginnastica, i villeggianti, semidistrutti dalla fatica, cominciarono a zappare l’orto del castello. La doccia delle sette fu una liberazione.
I giorni scorrevano con una notevole lentezza e fatica; la mattina si svolgevano sempre lunghe gite nei dintorni del castello, a volte a cavallo, a volte a piedi ed a volte in mountain bike; il pranzo era sempre al sacco, frugale e leggero, poi seguivano sempre una visita medica e due ore di palestra; in chiusura si svolgevano alcune attività “tipiche di un agriturismo”; ad esempio i villeggianti imparavano a risuolare vecchi sandali, a preparare lassativi ed abbronzanti con erbe selvatiche, a ferrare un cavallo, ad innestare una pianta di nespole, a distillare un amaro con una varietà locale di ortica dopo averla raccolta personalmente.
Cesare si era ormai dimenticato di Templari e streghe e la notte dormiva tranquillo, almeno quando glielo permettevano le civette e gli altri animali notturni.
Non lo ricordo come uno che sa parlare, figuriamoci scrivere. Ma considerando che non è un saggio su qualche cosa ma la sua biografia, pur aiutato da revisori di bozze, che abbia attinto ai suoi ricordi non è mica impossibile. :roll:
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
Toni.
Dopo l'autobiografia di Tomba è difficile provare a scrivere qualcosa, tutto quello che si poteva dire è stato detto, ma almeno Il fantasma dell'Agriturismo mi piacerebbe provare a terminarlo....
Dopo sette giorni di soggiorno i quattro erano fisicamente distrutti, stanchi, assonnati, affamati, ma avevano raggiunto una tranquillità serafica ed erano dimagriti di diversi chili. La mattina era prevista una escursione a piedi in un luogo definito “Tumulo”, nome che non era fatto su misura per rallegrare gli spiriti dei villeggianti; tuttavia ormai questi erano talmente rassegnati che neanche Cesare ebbe nulla da ridire. Il gruppo, formato da una decina di ospiti e da una guida, partì di buona lena come al solito, affrontando di buon passo il sentiero. All’improvviso a Cesare, non avrebbe saputo spiegare neanche lui perché, venne spontaneo fare quella domanda alla guida:
“Tumulo... ma questo nome ha qualcosa a che fare con i Templari?”
“Ma... lei conosce le leggende locali?”
“No!”
“Curioso. Bhe, si dice che all’inizio del quattordicesimo secolo questo castello fosse abitato dai cavalieri Templari, comandati da un certo Giacomo di Bellavilla, amico fraterno dello stesso Jacques de Molay, il capo dei Templari. Quando nel 1307 il re di Francia Filippo il bello dichiarò i Templari eretici, confiscò i loro beni e mandò sul rogo Jacques de Molay con molti altri confratelli, la stessa sorte fu riservata ai Templari di questo castello; questo è strano, perché in Italia non ci furono roghi di Templari, ma in realtà il Conte Buffalino Ruscelli, proprietario delle terre confinanti, ed il vescovo Grisanti si accordarono per dividersi i beni e le terre dei cavalieri, notoriamente ricchissimi. Nel tumulo furono disperse le ceneri dei condannati al rogo. Il Conte si stabilì in questo castello, ove morì pochissimi anni dopo, misteriosamente, in una notte di tempesta, contemporaneamente al vescovo. Il suo titolo fu ereditato dal figlio Buffalotto, nato esattamente nove mesi dopo la condanna al rogo dei Templari e straordinariamente somigliante a Giacomo di Bellavilla.
Buffalotto visse per molti anni a Lucca, educato dal suo tutore, un fratello del vecchio Conte e per anni studiò con i più famosi precettori della Toscana, fino a raggiungere un grado di cultura sconosciuto agli stessi precettori; raggiunta la maggiore età, si sposò con una ragazza il cui prozio era uno dei templari condannati al rogo ventuno anni prima, Gemma Degli Ubertoni. Per anni la coppia visse a Lucca, dove si sparse la voce che seguisse pratiche eretiche, alchemiche e magiche, al punto che Buffalotto decise di trasferirsi al Castello, dicendo che avrebbe fatto vivere la moglie, Ubertoni, nelle sue terre, ubertose. Lui asserì che si trasferiva per sfuggire le maldicenze, i maldicenti dicevano che si trasferiva per effettuare con più libertà le sue strane pratiche.
Pochissime settimane dopo essersi trasferito, Buffalotto morì misteriosamente. Proprio in quei giorni la moglie rimase incinta. Non appena nacque il bimbo, guarda caso somigliantissimo al padre, ella gli impose il nome di Giacomo, lo stesso del Bellavilla, la traduzione del nome di Jacques De Molay, quindi scomparve misteriosamente. Tutte le ricerche furono inutili, un unico testimone asserì di averla veduta aggirarsi nelle vicinanze del tumulo, con indosso una tunica bianca.”
“Una tunica bianca con una croce purpurea sul petto?”
“Si, esatto!”
“E Gemma era magra, quasi diafana, nera di capelli, con una pelle dal colorito chiarissimo, quasi cadaverico?”
“Ma, ammetta, lei conosce la leggenda! Non è possibile, ogni domanda che mi fa ha una risposta affermativa!”
“No, no, ho visto nel paese più vicino una cartolina che raffigurava un ritratto di Gemma...”
“Cartolina? Ritratto? Mha, io ho sessantasette anni, ho sempre vissuto qui e sono un grande appassionato di leggende popolari, ma non ho mai sentito parlare di cartoline ne di ritratti di Gemma. Al più, c’è nel Castello un ritratto di Buffalotto. In ogni modo da allora ogni discendente dei Conti Ruscelli che sia venuto nel castello è morto poco tempo dopo, e sempre poco dopo la sua morte gli nacque un figlio. Naturalmente queste voci non sono verificabili in alcun modo, tra l’altro non c’è modo di verificare le coincidenze fra decessi e nascite; la famiglia Ruscelli poi è stata sempre composta da individui di salute molto cagionevole. Anche se poi si riuscisse a dimostrare che in tutti i casi un bimbo nacque poco dopo la morte di un Conte Ruscelli... Bhe, voi mi insegnate, mater semper certa, pater numquam. Le leggende poi sono state smentite in quanto l’ultimo dei Conti Ruscelli, Bertrando, morì quarantatré anni fa, il quattro ottobre dell’anno del signore millenovecentocinquantatré, a soli quarantasei anni, senza avere figli. La catena sembra essersi spezzata.”
“Mha... io sono nato il cinque ottobre del millenovecentocinquantatré...”
“Bhe, sa che le dico... non me lo ricordo bene il vecchio Conte, ma mi sembra che lei gli assomigli proprio! Ma lei non è il figlio, quindi di che si preoccupa?”
“Preoccuparsi? E di che? Io alle leggende non credo!”
“Sarà, ma la vedo pallido e sudato... sicuro di star bene?”
“Si, si, è solo che questo sole mi disturba un po’... ma non si preoccupi, tra poco starò meglio. Piuttosto, ha accennato ad un ritratto di Buffalotto... sa per caso dove si trova?”
“Nei sotterranei, in una stanza piena di ritratti dei Ruscelli, che dovrebbe essere prima o poi adibita a sala convegni, ma ancora è chiusa, nessuno può entrarvi.”
Il resto della giornata Cesare lo trascorse a pensare al fatto che, quando lui era bambino, molte lingue malevoli alludevano ad una relazione che la madre avrebbe avuto con un nobile toscano, morto da anni, ed addirittura a volte lui stesso era soprannominato “Il Conte”.
La visita al tumulo fu veloce e deludente, un terrapieno e niente più, ma la sua fantasia su di esso creava roghi e prigionieri urlanti di dolore; in quel terrapieno però l’impressionato villeggiante vide un amuleto di bronzo, rotondo con una croce al centro; lo raccolse senza farsi vedere e, appena ne ebbe l’occasione se lo appese al collo legandolo alla sua catenina.
La sera Cesare cenò velocemente senza proferir parola, andò in camera, attese un po’ di tempo per essere sicuro che gli altri villeggianti fossero andati a dormire, si vestì di nero, prese con se tutti gli attrezzi che riuscì a trovare, accese una torcia elettrica ed uscì dalla sua camera di soppiatto. Doveva vedere il ritratto di Buffalotto.
Scese per le scale, sgattaiolò per la reception senza farsi vedere e si recò nel corridoio che portava verso la clinica e la palestra; si lasciò alle spalle i due locali e si avviò per un corridoio nero come la pece. Il corridoio finì con una porta chiusa a chiave; Cesare con trepidazione prese uno scalpello e frantumò la serratura, antica probabilmente quanto lo stesso Castello. Dietro la porta il corridoio proseguiva; le celle di una antichissima prigione si susseguivano sui due lati. Ogni tanto un nuovo corridoio intersecava il primo e Cesare ne imboccò l’uno o l’altro a casaccio, prima di accorgersi con terrore di essersi smarrito. Aveva sicuramente percorso poca strada, ma la paura gli impediva di ragionare. Quando ormai, preda del panico, cominciò a correre disperatamente per gli angusti corridoi, la batteria della torcia si esaurì e la lampadina si spense. Proprio in quel momento una nenia cantilenante giunse alle orecchie di Cesare, il quale immediatamente tentò di seguire il suono. Raggiunse il primo corridoio dopo la porta che aveva scardinato e, pochi metri dopo, vide una porta aperta; nel buio totale si ricordò di avere un accendino, lo accese per farsi luce, varcò la porta e si ritrovò in una grande stanza piena di ritratti.. Dopo alcuni visi sconosciuti ed insignificanti, Cesare vide il proprio ritratto appeso alla parete. Guardò con un misto di curiosità e terrore, finché vide un nome scritto dall’autore del dipinto, in fondo al ritratto. Il nome era Buffalottus Ruscellis.
Nella sala anche un altro dipinto accese la sua immaginazione: il titolo era arsura heretici e rappresentava il rogo di un eretico vestito di una tunica con una croce purpurea. L’eretico era identico a Buffalotto e, naturalmente, identico a lui, a Cesare. Madido di sudore uscì dalla sala, preda dell’eccitazione, e si avviò verso la sua stanza. La sua completa ignoranza in materia di pittura gli impedì di accorgersi di un piccolo particolare: i due quadri che lo avevano colpito erano due tele dipinte ad olio con uno stile tipicamente seicentesco, certamente non contemporanei alle figure ed agli eventi che ritraevano.
Cesare Tornò nella sua stanza e si sedette nel letto, attonito, incapace di dormire. All’improvviso una ventata strana, strana perché porta e finestra erano chiuse, lo raggiunse e lui immediatamente alzò gli occhi e la vide. Era la fanciulla con la tunica crociata. Era bellissima, diafana ma con lineamenti dolci e regolari, uno sguardo tenero e malinconico; gli fece cenno di seguirla e lui non fu capace di aprire bocca, ma la seguì prontamente. Tornarono nei sotterranei, i cui corridoi erano misteriosamente illuminati da una moltitudine di torce, camminarono a lungo e raggiunsero le antiche prigioni, con angusti percorsi che sia a destra che a sinistra erano interrotti dalle porte delle celle; camminarono tanto che Cesare perse completamente il senso dell’orientamento; ebbe un momento di distrazione, per tentare di ricordarsi il percorso fatto, quando si accorse che i corridoi erano diventati quelli di una catacomba: centinaia di teschi scarnificati lo guardavano con occhi vuoti, centinaia di dita decomposte lo indicavano, centinaia di braccia bianche e muffite sembravano volerlo abbracciare. Infine si trovarono in una ampia sala rotonda, le cui pareti erano interamente coperte di scheletri, nel cui centro si trovava un altare rotondo. Fu a questo punto che la ragazza parlò
“Buffalotto, ti prego, attento. Guarda, questi sono i resti dei tuoi compagni morti, non voglio che tu debba ancora soffrire e tornare quaggiù, come loro. Attento, ti prego, stavolta salvati, salvati, ancora lo puoi.”
“Ma come? Come posso fare?”
Prima che la ragazza potesse parlare, due scheletri lo afferrarono, lo trascinarono via, lo portarono in una delle celle e lo chiusero dentro. Anche l’accendino era esaurito, e lui era completamente al buio, nelle tenebre più fitte. Poco dopo sentì di nuovo una brezza che lo colpiva, si voltò e vide Gemma, avvolta da un’aura luminosa, in piedi dietro di lui . Ripeté ancora
“Attento Buffalotto, stavolta puoi salvarti!”
Mosse le mani stranamente ed attorno a Cesare tutto si fece confuso. Un campanello suonò più volte e lui si ritrovò sul letto, completamente vestito, interamente sudato, ancora intontito. Guardò l’orologio, erano le sei, quella che suonava era la campana dell’albergo. Provò l’accendino, funzionava perfettamente. Cesare non fu neanche sfiorato dall’idea di aver sognato: doveva essere tutto accaduto realmente, era stato salvato dalle arti magiche della ragazza.