chinasky wrote:
Mi piaceva il bambino al campo da football, sono contento che non gli sia accaduto nulla. Mi piace anche suo padre, ingiusto farlo scannare dalla moglie. Qualche errorino qua e là, c'è anche una minuscola che apre una frase, alvi, dì a quella con cui vai a letto ora che stia più attenta se no poi va tutto corretto da capo.
Tra l'altro, vedendo la mente perversa di Alvise, non escludo che nel frattempo la moglie del custode non si stesse dando da fare con Alvin Santisky andato là a visionare qualche prospetto dell'HS per un qualche altro racconto....
ritrovata la chiavetta in lavatrice Ha resistito al lavaggio a 40 gradi ciclo completo (consiglio la scandisk come marca di chiavette).
Capitolo 7
La filiale newyorchese della società di Harold si trova nella zona degli affari della grande mela e occupa gli ultimi piani di un bel grattacielo in vetro e acciaio. Come in tutte le altre filiali, lui si è riservato l’attico per quando viene a controllare. Harold ha iniziato la sua attività come personal trainer, quindi ha iniziato a vendere creme, bibite energetiche e piani di allenamento a tutti gli sportivi o ai ricconi di questa meravigliosa nazione, quindi, fiutando l’andazzo, ha assunto vari chirurghi per eseguire lavori estetici ai suoi clienti e, adesso, credo sia una decine di volte più ricco di me e Steve messi insieme. Una sorta di Bill Gates dell’estetica, anche se meno bello del riccone di Redmond.
Harold è alto come un fusto di birra, largo quanto due e coi denti storti quanto un ubriaco a capodanno. Al suo confronto Danny de Vito sembra un modello di Calvin Klein. Insomma, come si presenta è il peggio del peggio. Soprattutto, se si considera il fatto che dovrebbe essere lui a rimettervi in forma. Eppure sotto le sue tutt’altro che amorevoli cure ho visto dimagrire balenottere adipose il cui massimo dell’attività fisica era stato consegnare la carta di credito al commesso al momento di acquistare dei teloni copriauto, abilmente venduti come vestiti d’alta moda.
Appena arrivo davanti all'entrata della clinica, mi accoglie la gigantografia del faccione del cugino di Harold, Carl Eaglewood. Un dottorino incompetente, laureatosi a furia di bustarelle da parte di Harold, ma belloccio, l’aria molto atletica e tutti i denti perfetti.
Il foraggiamento continuo al cugino per fargli ottenere una laurea a calci nel fondoschiena non è stato dovuto all’anima generosa di Harold. Innanzitutto, io dubito che lui abbia un’anima. In secondo luogo, lui sa fin troppo bene come nel mondo in cui lui lavora non si venda nemmeno un rotolo di carta igienica a un dissenterico, se non si ha un bel sorriso e l’aria giusta. Per questo ha raccolto dalla strada suo cugino e gli ha rifilato il ruolo del dottore da presentare al pubblico. E, infatti, la società si chiama appunto Carl Eaglewood Incorporated. È suo cugino che accoglie le pazienti più danarose; è suo cugino che va nelle trasmissioni a elargire le perle di saggezza alimentare di Harold o che ne pubblicizza prodotti e cliniche; è sempre suo cugino che si fa fotografare con quelli famosi, ma è Harold che segue gli atleti che devono rientrare da un brutto infortunio e devono salvare a loro carriera; è Harold che si spacca di lavoro organizzando centinaia di diverse tabelle alimentari per modelle e attori; è Harold che consiglia ai clienti più importanti gli interventi da eseguire per correggere questa o quella imperfezione fisica e, soprattutto, è sempre Harold che fa i soldi veri.
Il bancone dell’accettazione è in vetro satinato, illuminato da una decina di luci alogene. Dietro al bancone c’è una splendida bionda dalle labbra carnose e le tette grosse, vestita da infermiera, anche se non è un’infermiera. Tutte le dipendenti di Harold, chirurghi a parte, devono ovviamente essere bellissime, così come i dipendenti, sempre chirurghi a parte. Tutti, nessuno a parte, devono apparire competenti ed esperti, pur non essendolo. L’apparenza è tutto in questo lavoro, per questo Harold si fa vedere il meno possibile e sempre spacciandosi per il cugino mandato dal titolare a controllare i dipendenti.
La ragazza al bancone appena sente il mio nome preme un pulsante.
“La stavamo aspettando signor Santisky lei ha priorità assoluta.” lo dice quasi stupita. “Adesso arriva una nostra collaboratrice ad accompagnarla ai laboratori, dove le verranno fatti tutti gli esami previsti.”
La collaboratrice è una rossa coi capelli lunghi e le labbra rifatte. Il notevole rigonfiamento del camice sul petto lascia intuire che pure lì ha subito qualche intervento migliorativo.
Io la seguo, guardandomi in giro. L’ambiente è asettico, dominato dal verde dei vetri satinati e dal grigio dell’acciaio. Tutti sembrano indaffarati. Per quel che so a questo piano ci sono solo dietologi e i macchinari per le analisi. La chirurgia estetica si svolge al piano superiore e ancora sopra, prima dell’attico riservato ad Harold ci dovrebbe essere una palestra per il fitness.
La rossa mi fa, infine, accomodare in una stanza e senza aggiungere parola, se non un sorriso stereotipato, richiude la porta alle mie spalle. Mi trovo davanti un piccolo ambulatorio perfettamente organizzato, con un lettino, una poltrona, una scrivania, con vari strumenti medici sopra, alcune apparecchiature a me sconosciute e, soprattutto, un'altra donna in camice bianca. La donna sui trentacinque anni non è appariscente come le due che ho appena visto, ma è comunque bella, anzi mi piaceva pure di più, con i suoi capelli scuri a caschetto e gli occhi nocciola.
La mora si avvicina tenendo in mano un barattolino di plastica trasparente con un coperchio rosso. Sul camice la targhetta di riconoscimento è attaccata male e non riesco a leggere né il suo nome, né la sua qualifica.
“Buongiorno signor Santisky può darmi il contenitore con le feci.”
Io allargo le braccia.
“Non ce l'ho.”
“Ma non doveva fare anche quell'esame?” chiede lei con l'espressione leggermente stupita.
“Sì, sì.” la rassicuro. “Ma ieri sera quando ho chiamato per fissare le analisi, mi han detto di venire stamattina e non ho avuto tempo di organizzarmi.”
Lo stupore della donna si fa sempre più manifesto.
“Lei ha prenotato ieri sera le analisi e oggi gliele fanno fare? Accidenti deve avere ottime amicizie, qui anche quelli che vivono sempre in corsia di sorpasso devono aspettare almeno una settimana.”
Abbozzo un sorriso imbarazzato. Non amo le raccomandazioni.
“Con quali prelievi iniziamo allora?” taglia corto lei.
Arrossendo confesso di non avere stimoli per provvedere a riempire un barattolo con qualcosa di solido.
“Nessun problema. Iniziamo con prelievi ematici. Si sieda su questa poltroncina e si tiri su la manica della camicia.”
“Lei è un'infermiera?” chiedo dopo essermi seduto, mentre lei mi lega il laccio emostatico sopra al gomito.
“A dire il vero sono laureata in medicina” risponde un po' stizzita e afferra l'ago a farfalla da inserirmi nel braccio.
“Lo sospettavo.” Sorrido. “È che qui tutti indossano un camice. Anche la ragazza che mi ha portato da lei, ne aveva uno. Ma mi stupirebbe che fosse laureata in medicina o anche solo un'infermiera.”
La dottoressa si irrigidisce.
“Aspetti un secondo. Lei mi ha guardato e ha ritenuto avessi un minimo di competenza medica, ha guardato Jennifer e l'ha ritenuta giustamente un'incapace. In base a cosa? Dall'aspetto esteriore, giusto? E dato che la maggior parte degli uomini applica il principio del bella uguale oca, questo significa che secondo lei non sono bella come Jennifer. Non lo trovo per niente galante.”
Ragionamento stringente. Nulla da obiettare. L'ago a farfalla rimane sulla verticale del mio braccio e improvvisamente lo vedo molto minaccioso. Ora se non voglio che la ricerca della vena non mi trasformi in un gruviera dolorante è meglio dire la cosa giusta. Non è nemmeno troppo difficile.
“Mai pensato nulla del genere. Non nego di essere un maschio tipo, ma si vede chi è stato assunto per mostrare il corpo e chi per lavorare.” Qui mi fermo e faccio un piccolo inchino con la testa. “E poi, se devo dirla tutta, Jennifer mi sembra alquanto artificiale. Lei ha più paprika.”
La paprika, non si offende, ma abbozza un sorriso e centra la vena al primo colpo.
“Per capire chi ha davanti deve guardare la lunghezza del camice. Se è sopra il ginocchio è un'oca che lavora in questa società per ripagarsi l'intervento alle tette, se è sotto al ginocchio è un'infermiera o un medico.”
“Me ne ricorderò.”
Dopo otto fialette di sangue riempite. Finalmente toglie l'ago e mi preme un batuffolo di cotone sull'incavo del braccio.
“Lo tenga per qualche istante premuto.”
Io obbedisco.
“Bravo. Adesso vediamo cosa dobbiamo fare.” si volta e prende la cartella con il mio fascicolo. “Uh. Interessante.”
“Cosa è interessante?” chiedo curioso.
“Preferisce un dvd, una rivista o le chiamo Jennifer?”
“In che senso?”
La mia dottoressa ride.
“Beh c'è chi si eccita meglio con una rivista e chi preferisce un bel dvd o persino chi chiede di guardare una delle nostre collaboratrici.”
Continuo a non capire.
Lei mi mostra la mia cartella.
“Qui c'è scritto che si deve procedere alle analisi delle urine, delle feci e anche a quelle dello sperma.”
Guardo e in effetti sì, c'è scritto proprio sperma... Harold...
“Scuoto la testa. Né rivista, né dvd e certamente non Jennifer. Questo esame non è da fare.”
“Sicuro?”
“Sicurissimo. Si tratta di uno scherzo.”
“Va bene allora mi riempia solo questi due contenitori uno è per l'urina e uno per le feci.” detto questo mi passa il necessario.
“Sa come si usano?”
Annuisco.
“Bene. Il bagno è dietro quella porta a sinistra. Quando ha finito mi riporti tutto. Abbiamo molti altri esami da fare.”
Faccio una smorfia. Ho il terrore di scoprire cosa Harold ha prescritto. Comunque prendo quanto mi viene passato e vado in bagno.
Entro e mi siedo sulla tazza del cesso. Ora non so se è l'ambiente o quello che sto facendo o ancora un modo per darmi gli stimoli giusti, fatto sta che mi metto a pensare ad Harold.
All’inizio quando l’ho incontrato al college credevo che il suo carattere scostante e fastidioso fosse una reazione, a una sensibilità particolarmente spiccata. Pensavo che il rendersi conto che era sgraziato e mal fatto, lo ferisse al punto da cercare di rifarsi sugli altri, facendo pesare la sua intelligenza. Ma non era così. Harold è sensibile come uno stato di impotenza. Nonostante la sua intelligenza e la sua ricchezza rimane comunque uno stronzo patentato. Nulla da fare. Era insopportabile al college è insopportabile adesso che è il nutrizionista più famoso d’America.
Eravamo finiti in camera insieme, perché l’allenatore era rimasto folgorato dalle sue capacità come preparatore. Il piccoletto aveva predisposto tabelle di allenamento specifiche per tutti i giocatori e così il coach aveva deciso di aggregarlo al team: e dato che io ero il gioiellino della squadra me l'aveva appioppato perché mi seguisse ventiquattro ore al giorno. Coach Smith era quella figura di riferimento che mio padre non era più da vari anni e così non protestai nemmeno tanto quando mi comunicò il nome del mio nuovo compagno di stanza. Una smorfia e un perchè proprio a me e nulla più. Dopotutto ogni sua parola per me era legge.
Harold studiava come a nessuno mai ho visto fare e leggeva moltissimo di qualsiasi argomento. Anche io leggevo. Suona strano calcolando che di solito i giocatori di football non sono rinomati per questa caratteristica. Ne ho conosciuti alcuni che quando gli parlavi di Moby Dick ti chiedevano se ci stava ed era carina. Ma essere figlio di due insegnanti di cui uno ebreo ti fa amare la lettura anche contro le tue inclinazioni naturali. Dato che non c’è nulla di peggio che condividere la stanza con uno che ti sta sulle scatole, ho cercato proprio attraverso la nostra passione comune per la lettura di costruire un minimo di rapporto. Risultati zero. Per lui era inconcepibile che il capitano dell’attacco della squadra di football del college potesse leggere. Poiché questo capitava, voleva dire automaticamente che non potevo capire ciò che leggevo. Come se il fatto di saper colpire con un pallone un bersaglio a cento yard da me, mi provocasse uno scompenso cerebrale, per cui “Uomini e topi” di Steinbeck per me si trasformava in un testo scritto in una lingua sconosciuta.
Invece, lui di un libro poteva cogliere ogni particolare, solo perchè non riusciva nemmeno a centrare la tazza del cesso con la carta igienica, quando e se l’usava.
Bella stronzata, ma per Harold funzionava così. Se parlavo di un libro lui faceva spallucce e mi guardava come fossi un povero deficiente impegnato in affari troppo grandi per lui. E lo fa anche oggi, a vent'anni di distanza, nonostante mi sia eternamente grato per quel famoso favore che gli ho fatto.
Quello che, però, lo rendeva veramente insopportabile come compagno di stanza, anche a voler tollerare i suoi modi, era la sua abitudine di studiare mangiando arachidi. E non quelle già pulite e snocciolate. No, lui voleva solo quelle da sbucciare. Almeno una volta ogni due giorni andava al supermercato e si comprava tre chili tre di arachidi e le ficcava dentro un sacchetto di plastica trasparente. Il sacchetto finiva sul suo tavolo e da quel momento era un continuo lavoro di cerca, spacca, pulisci, mastica che si protraeva per ore e ore fino a notte fonda. Era come condividere la camera con un castoro. E le bucce non le buttava in un cestino. No, lui le rimetteva dentro a quel maledetto sacchetto così, alla fine, per trovare un arachide ancora intatta cercava per ore e ore, provocando un rumore inconciliabile con il mio riposo. Avevo cercato in ogni modo di farlo smettere gli avevo persino offerto dei soldi. Ma lui era incorruttibile. Era fissato che le arachidi l’aiutassero a concentrarsi. C’è da domandarsi perché non l’abbia preso e spiaccicato al muro. Ero mezzo metro più alto e per quanto il nostro peso fosse simile il suo era tutto adipe, il mio era per la maggior parte muscolo. Per un semplice motivo. Il nostro coach aveva ragione. Harold applicava tecniche di allenamento avanti una decina d’anni rispetto al mondo professionistico, una quindicina rispetto al college football. Se gli avessi dato una lezione avrebbe smesso di allenarmi per il meglio e avrebbe iniziato a boicottarmi. E io non potevo permettermelo. Ci tenevo troppo a diventare un professionista. Così testa sotto il cuscino e provare a dormire. Inutilmente.
Le previsioni di coach Smith e mie si sono rivelate giuste. Quando al draft sono stato scelto da una squadra professionistica lo stesso è avvenuto per Harold. Le sue capacità, balzate alla ribalta nazionale, grazie agli enormi progressi psicofisici fatti dal nostro college nel giro di un paio di stagioni, avevano fatto gola a molti.
Dopo qualche anno a lavorare per il migliore offerente e una fama consolidata, è riuscito a farsi finanziare alcuni suoi progetti e da quel momento non si è più fermato. Ha azzeccato ogni mossa e adesso è a capo di un impero. Ma non è cambiato per nulla. Sul lavoro è un bastardo, sottopaga i suoi dipendenti e li maltratta con la scusa di essere il braccio destro di quello che per il mondo è il padrone della Carl Eaglewood Incorporeted. Con suo cugino, il Carl Eaglewwod di cui sopra, invece, è proprio uno stronzo. Harold non perde occasione per insultarlo e svilirlo. Un modo per ricordargli che l’aspetto del secondo conta ben meno dell’intelligenza del primo. Per cui 'imbecille', 'scemo' e 'stupido' a tutto spiano. E questo è il minimo. Lo devo dire: Carl becca un sacco di soldi per recitare una parte, ma io non sono così sicuro che abbia fatto 'sto grande affare.
Il pensare ad Harold si è rivelata un'ottima idea. Ho fatto tutto quello che dovevo fare nel bagno in pochissimi istanti. Torno dalla mia dottoressa. La trovo seduta alla scrivania impegnata a scrivere. Riesco a leggere il cartellino: “dott.ssa Cabard”, ma a me interesserebbe il nome di battesimo
“Bene signor Santisky. Le rimangono quattro esami da fare.”
“Solo?”
“Sì, ma due porteranno via un po' di tempo.”
“Di cosa si tratta?”
Si alza in piedi. Avrà pure il camice sotto la ginocchio, ma per me è proprio bella.
“Uno è la curva glicemica, per verificare che negli anni non le si sia sviluppata una qualche forma di diabete. Il secondo è una spirometria per i suoi polmoni. Il terzo è un elettrocardiogramma normale e con cicloergometro.”
Cicloergometro è uno strumento simile a una bici per misurare le condizioni cardiopolmonari sotto sforzo. I medici, però, non si abbassano mai a dire “sotto sforzo”, ma in fin dei conti loro li pagano proprio perché sanno dire cicloergometro senza mettersi a ridere.
Poi conto.
“Aspetti un attimo aveva detto quattro esami e questi sono solo tre…”
Lei si mette a ridere. E già intuisco che in qualche modo Harold ne ha combinata un’altra delle sue.
“L’ultimo esame è quello della prostata.”
Come volevasi dimostrare.
“Non si effettua ficcando un dito nel culo?” trattandosi del mio di fondoschiena non sono riesco a non essere volgare..
“Non è una descrizione che definirei scientifica, ma funziona in quel modo.”
Harold questa me la paghi. Non so ancora come. Non so ancora quando. Ma me la paghi.
“No, no. Quello non occorre farlo.” Dico alla fine.
Lei mi guarda negli occhi. Se non volessi con tutto il cuore rimettermi con Liza. Giuro che ci proverei. Non porta nemmeno la fede al dito.
“In effetti, non ne capisco la necessità. Un controllo alla sua età è piuttosto raro. Non mi sembra proprio possa avere di questi problemi.”
Lo prendo come un complimento e con un enorme sforzo mi impedisco di farle l’occhiolino. A interrompere il silenzio che si fa imbarazzante ci pensa lei.
“Bene allora iniziamo con la curva glicemica. È ancora a digiuno vero?”
“Beh sì.”
“Ottimo. Prima facciamo un altro prelievo e poi lei berrà il contenuto di questo bicchiere.”
E mi indica un bicchiere con dentro un liquido trasparente.
“Cos’è?”
“Niente di pericoloso. Sono 75 grammi di glucosio diluiti in 250-300 ml di acqua, che deve bere entro un arco di tempo che va dai 30 secondi ai 5 minuti.”
“Non mi sembra molto difficile. Ci vorrà un sorso solo.”
“Non ne sarei così sicura al posto suo.”
E, in effetti, dopo il prelievo appena sfioro con le labbra il liquido, contenuto nel bicchiere mi accorgo che è di un dolciastro disgustoso. Come una coca cola sgasata nella quale qualcuno ha sciolto dodici bustine di zucchero bianco, ventiquattro bustine di zucchero di canna e due flaconi di dolcificante liquido. Faccio una smorfia come un bambino davanti a una medicina.
La dottoressa mi guarda con l’aria del “te l’avevo detto io.”
Alla fine nonostante il disgusto finisco il tutto.
“Bene adesso si sieda. Ogni mezz’ora nelle prossime due ore faremo un prelievo ematico. Per vedere la quantità di zucchero nel suo sangue. Nel frattempo per ottimizzare i tempi faremo anche spirometria e ed elettrocardiogramma a riposo per quello sotto sforzo aspetteremo la fine delle due ore.”
Last edited by Alvise on 10/05/2010, 12:59, edited 1 time in total.
Spero si trovi il modo, in qualche capitolo, di permettere a Carl di sputtanare Harold in diretta TV accusandolo di essere un tiranno del cazzo. :gazza:
@ China No a Carl va bene così. Assegnazzo e via. lui è contento così. Hai presente il fratello di quello in giacca blu? ecco uguale.
Due ore e mezza dopo, sono ormai dissanguato, stanchissimo e affamato. In compenso so come si chiama la dottoressa. Simone. Bellissimo nome. Lo ripeto a voce alta mentre mi infilo nel primo fast food che trovo alluscita della clinica. Lo so, non ci dovrei andare. Sono appena stato a farmi le analisi per iniziare una dieta ferrea al fine di ridurre drasticamente il girovita, e anche senza l'aiuto di un dietologo sono consapevole di dover stare lontano da un locale del genere, ma non mi sembra il caso di essere troppo rigidi. Innanzitutto, la dieta formalmente non lho ancora iniziata e poi non la vedo come una violazione di un proposito, piuttosto come un saluto a vecchi amici che non vedrò per molto tempo, forse per sempre. Una sorta di ultima cena, ecco. L'ultima gioia per me prima di un lungo, triste e forse disperato periodo di morigeratezza culinaria.
Una volta superate le porte a vetri del fast food, inspiro a pieni polmoni lodore di grasso e frittura che permea il locale. Godurioso. Arrivato al bancone, una ragazza, sorridente, ma per niente bella mi chiede cosa voglio. E io la sommergo di richieste. Prendo praticamente tutto il menù. Evito solo le bibite. Ho ancora il ricordo del glucosio in bocca. Vado di birra e facendo un'eccezione, la bevo pure alcolica sebbene sia da solo. Uneccezione necessaria, dovendo festeggiare il mio addio alle porcherie.
Il conto è salato e mi ci vogliono due vassoi per portare tutto al tavolino dangolo dove mi sono posizionato. Ma ne vale assolutamente la pena.
Come farò a resistere senza questi grassi saturi, queste salsine chimiche piene di zucchero e, soprattutto, senza le patatine, fritte in olio di mais ormai esausto e ricoperte di una glassa omogenea di sale? Non lo so. Comunque, continuo a ingozzarmi finchè davanti a me non rimangono due vassoi pieni di cartacce e nemmeno una briciola di cibo. Con questo pranzo avrò preso due chili di peso e perso due anni di vita per i danni irreversibili provocati a fegato e arterie.
Nonostante ciò mi sento più che soddisfatto.
Placata la fame, come il mio stomaco pretendeva fin dal risveglio, mi metto a pensare a come utilizzare il mio tempo in attesa della chiamata di Harold per fissare lappuntamento in cui discutere dei primi risultati delle analisi.
Improvvisamente, mi ricordo del messaggio lasciatomi in segreteria dalla American Airlines. Già che sono in giro e non ho nessun appuntamento di lavoro per la giornata potrei anche farci un salto. Un sonoro rutto, mentre esco dal fast food, sottolinea la decisione appena presa e il mio apprezzamento per il pasto.
Data lora, il traffico non è nemmeno troppo intenso e arrivo in un tempo ragionevole al Kennedy.
Parcheggiata lauto mi dirigo agli uffici della American Airlines, chiedendo di Francoise e dei miei bagagli. Purtroppo, dopo qualche istante di attesa mi ritrovo davanti un tipo barbuto che nulla ha di Francoise.
Salve mi chiamo Fred. Appunto.
Mi presento e lui mi accompagna lungo un corridoio fino a una porta a vetri. Tira fuori un mazzo di chiavi e mi fa accomodare. Larredamento è piuttosto scarno: un tavolo e due sedie in metallo e plastica bianca. Il tutto illuminato da un paio di lampade al neon. Sul tavolo una valigia Samsonite blu scuro, di quelle modello trolley, da fine settimana lungo, tanto per intendersi. Nientaltro. la cosa diventa curiosa, perchè quella non è la mia valigia. La mia roba era contenuta sì in una Samsonite, ma si trattava di una sacca da viaggio di quelle morbide. Non un trolley. Ed era nera non blu scuro. Guardo in giro se oltre a quello nella stanza vi sia altro bagaglio. No. Solo quello. Intanto Fred sempre molto educato si va a piazzare dall'altro lato del tavolo.
Potrebbe controllare nella sua valigia se non manca nulla o se il contenuto è stato manomesso? Nella nota di smarrimento ha dichiarato genericamente vestiti.
A questo punto avrei dovuto semplicemente dire: ma questa non è la mia valigia. Vi siete sbagliati. e mi sarei risparmiato la più grande montagna di merda della mia vita, ma come ripeteva mia madre quando tornavo da scuola con i pantaloni strappati per aver fatto a botte con i ragazzi più grandi: cè chi i guai li cerca e chi li trova e poi ci sei tu, che fai luno e laltro.
Perciò rispondo con cortesia e un sorriso molto collaborativo. Sarà un piacere.
La ragione di questa mia sesquipedale boiata è piuttosto semplice: avevo visto il collo della valigia e il nome riportato sulla targhetta era veramente Alvin Santisky. Ora, a New York sono il solo Alvin Santisky che ci sia. Anzi a essere precisi sono lunico Alvin Santisky dello stato e, poiché sono assai puntiglioso su certe cose, posso assicurare di essere lunico Alvin Santisky del Nord America, il che con ogni probabilità fa di me lunico Alvin Santisky del pianeta Terra. Non vado oltre perché degli altri pianeti non posso dire nulla.
Non è una sparata, ma un dato di fatto, risultato di una ricerca di mio padre per vedere con quanti Santisky poteva ancora litigare. E allora perché su questa targhetta cè il mio nome completo del mio indirizzo di New York, perfetto fino al numero di interno del palazzo?
Qualcuno si è divertito alle mie spalle, impersonandomi, e io voglio sapere chi è questo qualcuno. Dentro la valigia potrebbe esserci un indizio per risalire alla sua identità, per cui perché non darci unocchiata?
Apro la zip e mi metto subito a cercare documenti, foto o quantaltro. Purtroppo, non mi sembra ci sia nulla di rivelatorio. A prima vista ci sono solo vestiti e nemmeno particolarmente caratteristici. È tutta roba da negozio dellaeroporto, che si può trovare ovunque. Limpressione è quegli indumenti non siano mai stati indossati. Spostando una pila di mutande bianche, capisco di trovarmi davanti a uno scherzo di dubbio gusto. Almeno per quanto mi riguarda. Nel trolley fa bella mostra di sé un casco originale dei Pittsburgh Steelers, a giudicare dalle griglie uno di quelli indossati dagli uomini di linea.
Ora, sia chiaro. Io non ho niente contro gli Steelers. Davvero, però, è circostanza risaputa che il famoso infortunio che quasi mi costò la carriera capitò proprio contro di loro. Se uno si prende il disturbo di mettere su una borsa il mio nome e poi ci ficca dentro un casco da duecentoventi dollari scegliendo proprio gli Steelers, è chiaro che vuole prendermi in giro e la cosa proprio non mi piace. Sarà qualche collega del lavoro di sicuro. Daniel? No lo escludo. Se lo scherzo fosse suo al posto di Fred davanti a me ci sarebbe di sicuro Francoise. Magari è una di quelle insopportabili trasmissioni televisive in cui prendono per i fondelli un personaggio famoso. Ce ne sono un paio anche nei palinsesti della mia emittente. Di solito, però, gli scherzi sono più elaborati e tendono a metter in imbarazzo la vittima per far ridere il pubblico. Io qui di divertente non ci vedo nulla. Eppure
Interrompo il mio lavoro di ricerca nella valigia per mettermi a cercare fuori dalla valigia una telecamera. Non vedo niente.
Fred, incuriosito dal mio comportamento, mi chiede se va tutto bene. Che gli rispondo?
Sì, sì, cercavo di ricordare solo cosa cera nella valigia tutto qui. Voglio vedere fino a che punto la tirano avanti.
Lui annuisce soddisfatto. Se è un attore è veramente bravo. Nulla da dire. Non tradisce nessuna emozione, se non quella di volersi sbrigare. Comunque, se è uno scherzo nella valigia troverò qualcosaltro. Faccio finta di niente e vado avanti. Metto il casco da parte e, sempre sotto la supervisione di Fred, inizio a cercare con maggiore impegno. Purtroppo, non trovo niente di interessante. Nemmeno un bigliettino da visita con scritto: ciao Alvin ti abbiamo preso per il culo. No, nulla del genere. Mi viene il dubbio che lo scherzo sia più elaborato oppure non centri la televisione, ma sia qualcuno che conosco.
Decido di continuare a fare l'indifferente.
Ma sono fortunatissimo. Cè tutto.
Il buon Fred sorride compiaciuto io gli afferro la mano e inizio a stringerla con forza.
Grazie, veramente grazie.
Fred cerca di liberarsi dalla mia stretta, invocando la necessità da parte mia di firmare alcune carte. Mi offro con solerzia e disponibilità a sottoscrivere tutto quello che mi viene fatto passare davanti. Alvin Santisky lamico di tutti. Poi richiudo la valigia e la tiro giù dal tavolo. Qui mi fermo un attimo, per osservare bene la reazione di Fred, ma lui mantiene il suo sorriso stereotipato sul viso e non dice niente. Così lo saluto ed esco. Per tutto il tragitto fino alla macchina mi aspetto lapparizione di qualcuno. Magari un poliziotto che mi accusa di aver rubato la borsa o di trasportare droga. Questo avrebbe senso, ma non succede niente. In compenso mi suona il cellulare. Mi fermo a rispondere: è Harold.
Quando vuoi nel pomeriggio ti aspetto.
Gli comunico che sarò da lui da lì a unoretta e mezza. Lui non dice niente e mette giù. Equivale a un sì.
Intanto sono arrivato alla macchina. Che fare della valigia? A sto punto ho altro a cui pensare. Inizia a montarmi una leggera preoccupazione per i risultati delle analisi. E se avessi qualcosa di incurabile? Ficco la valigia nel portabagagli e parto in direzione della clinica. Avrò tempo più avanti di risolvere il mistero e scoprire l'autore di questo simpatico scherzo ai miei danni.
Last edited by Alvise on 13/05/2010, 10:11, edited 1 time in total.
Vado di birra e facendo un eccezione, la bevo pure alcolica sebbene sia da solo. Un’eccezione necessaria, dovendo festeggiare il mio addio alle porcherie.
multiple wrote:
Vado di birra e facendo un eccezione, la bevo pure alcolica sebbene sia da solo. Un’eccezione necessaria, dovendo festeggiare il mio addio alle porcherie.
SCEGLI!!! :D
mi sembrava strano che multi non avesse ancora trovato una magagna... mi stavo preoccupando. :gazza:
Alvise wrote:
mi sembrava strano che multi non avesse ancora trovato una magagna... mi stavo preoccupando. :gazza:
In realta' mentre leggevo la prima parte del cap 7 ho trovato qualcosa anche li' ma sto un po' incasinato a lavoro e non ce l'ho fatta a segnalarla :gazza:
Esattamente un’ora e mezza dopo, prendo l’ascensore privato della clinica che mi conduce all’attico di Harold. Le porte si aprono su un enorme salone. È inguardabile. Stili diversi si combattono in ogni angolo e anche a fissarli per ore non saresti in grado di capire chi sta vincendo. Eppure pezzo per pezzo non c’è niente di ridicolmente brutto, ad eccezione dei soprammobili, una splendida collezione di parti anatomiche femminili nei più svariati materiali. Tette di quarzo, culi di rame e lisce gambe aperte di acciaio ed ebano. Il tocco di classe di Harold in quel guazzabuglio di arti e stili. Anche escludendo però quei soprammobili, l’insieme risulta, comunque, intollerabile. Come se il proprietario fosse entrato da un antiquario e avesse chiesto quali erano mobili più costosi di cui era in possesso e li avesse comprati. C’è una magnifica libreria barocca, piena di libri rilegati in pelle tutti uguali, ordinati e sicuramente mai letti (nessuno legge le collane di libri con la copertina in pelle e i titoli in oro. Si comprano, si mettono in una magnifica libreria barocca e si lasciano lì a prendere polvere). Poi ci sono due poltrone liberty, accanto a un divano tardo impero, della serie tifosi de Packers a braccetto con tifosi dei Bears, a rallegrare il tutto sulle pareti cinque quadri pop art colorati e sgargianti. Inutile dire che odio la pop art, ma in quel contesto pure di più.
Non dubito che ogni singolo mobile possa costare una somma impressionante. Ma la cosa veramente impressionante rimane la totale mancanza di gusto di chi li ha acquistati e messi lì tutti insieme solo per farmi venire un gran mal di testa.
Non me ne stupisco troppo. Corrisponde perfettamente allo stile di Harold e cioè nessuno stile. Si paga qualcun altro per dare dimostrazione di averne, peccato che il risultato sia sottilmente diverso da quello desiderato e si finisce solo per mostrare di aver un sacco di soldi da buttare via. E Harold ne ha un bel po’.
Se lo conosco abbastanza l’unica stanza che ha arredato in quest'attico è quella da letto e giuro niente mi farebbe mai varcare quella soglia.
Il mio amico, dopo aver aspettato il tempo necessario a farmi ammirare le sue ricchezze, entra nella stanza da una porta sulla mia sinistra. Indossa un paio di blu jeans senza cintura, ma non ce n’è bisogno. Il bottone, che li chiude, soffre e si vede. Da l’idea di un polpetta di carne a una cena di vegetariani. Ridicolo e inutile.
Sopra, Harold sfoggia con orgoglio una maglietta con su scritto: “Sono brutto ma mi scopo più fighe di te.” E non ridete è la pura e semplice verità. Quel nano adiposo e dall’alito di noccioline, non solo ha scopato più donne di Daniel, e già questa la dice grossa, ma il numero è persino superiori ai miei lanci in carriera, e ricordo che ho giocato per oltre vent’anni tra scuola e professionismo. Oltretutto per la maggior parte le ragazze sono full optional: tette grosse, chiappe sode, labbra aspiranti e pronte a esaudire ogni desiderio (le donne non le labbra… ma anche le labbra, va…). L’unico particolare non riportato sulla maglietta è che tutte quelle ragazze dalla prima all’ultima, il buon vecchio Harold le ha pagate e anche profumatamente. Se no, con lui mica ci sarebbero mai andate.
La sua filosofia in materia è semplice e diretta: “La gente mi paga perché li tenga in esercizio e io, come loro, pago per essere tenuto in forma. Stupidi loro a non investire i soldi in maniera oculata come la mia.”
In mano tiene una birra aperta. E un rutto sonoro è il suo saluto.
“Hai visto i miei nuovi quadri?”
“Li stavo giusto osservando.” Tengo per me la mia opinione.
“Li ho pagati un casino.”
Elegante e raffinata analisi pittorica. Detto questo mi dice di seguirlo e mi fa accomodare nel suo studio. E devo subito ammettere che le stanze arredate da lui devono essere almeno due. Oltre alla camera da letto anche lo studio palesa inequivocabilmente il suo tocco. Nella stanza, pitturata di bianco, c’è solo un tappeto, una scrivania due poltrone e una libreria composta da cinque ripiani in metallo, saturi di libri. Questi sono stati senza dubbio letti. Sono di varie dimensioni, alti, bassi, larghi, coi colori vivaci delle edizioni economiche e con le pieghe lungo la rilegatura. I titoli sono dei più vari e dimostrano ai mille studi svolti da Harold per il suo lavoro. Libri di medicina sull’apparato muscolare, libri di botanica sulle proprietà delle piante, libri di arti marziali e meditazione, nonché qualche volumetto pornografico. Il solito Harold. La scrivania dietro cui va a sedersi è ampia e massiccia, con sopra alcuni fogli sparsi (probabilmente i risultati delle mie analisi), un portatile nero, ultima generazione, una stampante grigia laser e una lampada hi-tech dal braccio estensibile.
Su computer, fogli e stampante si possono ammirare bucce di noccioline a migliaia. Il che significa che ha già valutato le mie analisi. Ma lui sornione non mi dice niente continuando a sorseggiare la sua birra.
La preoccupazione sull’esito dei miei esami, nata all’uscita dell’aeroporto aumenta di secondo in secondo. Ho sempre avuto il terrore che un giorno un medico avrebbe abbassato lo sguardo e iniziato a parlarmi prendendola alla lontana per poi dirmi che avevo questo o quel male terminale. Puoi stare attento quanto vuoi, puoi essere la persona più salutista dell’universo, mangiare solo sano, non bere, non fumare, tenerti in esercizio, fare solo sesso sicuro, ma non puoi controllare le tue cellule. E se tra tutti i miliardi di quegli affarini microscopici che compongono il tuo corpo uno sbarello, beh, sono guai, enormi guai. La cosa peggiore è che tu potresti anche non accorgertene, se non quando è ormai troppo tardi. Almeno le mie articolazioni me lo hanno detto che stavano andando a puttane. Loro sono state oneste. Ma le cellule non sono oneste, loro ti fregano, approfittando del fatto che sono troppo piccole perché tu possa prestare loro attenzione. Tu pensi vada tutto bene e, poi, sul più bello, te lo mettono in quel posto.
L’attesa mi snerva, ma non mi va di lanciarmi sul tavolo e controllare personalmente se sono risultato positivo a qualche test dove preferirei essere bocciato. Harold si è accorto della mia trepidazione. Per questo, per finire la birra che ha in mano, ci sta mettendo un’eternità. Solo dopo aver raschiato con la lingua anche l’ultima goccia dal collo della bottiglia, prende i fogli, avendo cura di togliere, con tutta calma, le bucce di arachidi, e gli dà una rilettura.
Io, intanto, sento pulsare le tempie e mi sorprendo a trattenere il fiato. La poltrona dove sono seduto, una bellissima poltrona in pelle, mi pare troppo dura, ma so che sono io a non riuscire a rilassarmi.
Finalmente parla.
“Innanzitutto, lasciami dire che sono piuttosto deluso dal fatto che tu non abbia fatto tutti gli esami.” E sul suo viso appare una smorfia ripugnante che dovrebbe, secondo lui, esprimere delusione.
Io serafico lo guardo con dolcezza negli occhi.
“Harold se non mi dici entro cinque secondi netti i risultati delle analisi l’esame alla prostata te lo faccio io con la lampada che c’è su questo tavolo.”
Harold guarda me, guarda la lampada, deglutisce e ricomincia a parlare con una voce un’ottava troppo alta.
“Tutto in ordine. Stai tranquillo. Non ti devi offendere era solo uno scherzo. Uno scherzo innocente.”
“Devo ricordarti uno scherzo innocente di una ventina d'anni fa?” faccio io con un ghigno.
Harold sbianca ed inizia ad agitarsi sulla poltrona con la ciccia che gli va di qua e di là al solo ricordo di quanto successo tanti anni prima.
“Scusa Alvin non pensavo di offenderti. Scusa, veramente.” Ci sarebbero centinaia di persone, che hanno la sfortuna di dover lavorare a contatto con Harold, che pagherebbero oro per vedere una scena così.
Mi godo un po' il momento, giusto perché mi ero ripromesso di fargliela pagare, ma poi la preoccupazione per le mie analisi prende il sopravvento.
“Lasciamo perdere e dimmi risultati?”
“Sì, sì. Ecco dunque... avessi il tuo corpo mi sarei fatto tutte le ragazze della California da anni.”
“E anche questa volta è andata.” Penso, lasciandomi avvolgere dalla poltrona, che è morbida in modo splendido.
“Nonostante una dieta spaventosa e l’abbandono di qualsiasi attività fisica le tue analisi sono ancora perfette.”
“Lo so, l’ho sempre trattato malissimo, ma lui non mi ha mai abbandonato.” Dico riferendomi al mio copro e, a sottolineare la mia frase, mi do una pacca sulla coscia.
“Già, ma se vuoi, invece, che ti abbandoni quel pallone da spiaggia, che è diventata la tua pancia, dovrai fare qualche sacrificio. La tonicità dei tuoi muscoli è imbarazzante e la tua resistenza è bella che andata.”
Faccio una smorfia, ma sono cose che so.
“Adesso come adesso, anche se a livello fisiologico sei al top, a livello fisico sei appena sopra la media dei tuoi coetanei. E, fidati, guardando come sono conciati gli americani di oggi, è tutt’altro che soddisfacente.”
Assento.
“Bene, cosa mi suggerisci di fare?”
“Beh, io ti suggerisco di andartene a casa e fregartene. Ti bevi una birra e lasci che la natura e la tua passione per gli hamburger ben cotti faccia il suo corso. Insomma, chettifrega. Hai soldi, sei sano. Un po’ di pancia non è un dramma.”
Ok, detto da un pneumatico da TIR ci può anche stare come suggerimento ed è anche molto invitante. Nulla da dire, però…
“Però, io voglio rimettermi a posto. Non mi accontento di essere appena sopra la media nazionale.”
“Lo immaginavo. Quindi eccoti il piano alimentare a cui devi sottoporti.”
Mi allunga un paio di fogli. La prima riga recita in grassetto: Niente fast food. Escluso, vietato, mortale. Se proprio ti tocca per lavoro: INSALATINA. Sono fatte di plastica verde con valore nutrizionale pari a zero, non servono a nulla ma almeno ti riempi la bocca.
Un primo duro colpo al cuore -adoro i panini al pollo inondati di salsa barbecue- ma nulla al confronto della seconda riga. NIENTE ALCOL.
“Cosa?”
Harold riprende in mano la sua birra, senza ricordarsi che è ormai finita. Quando se ne accorge, la posa sulla scrivania. Si china e apre un piccolo frigo bar, strappa il tappo e da un lungo sorso, poi mi sorride. Mi vieta di bere alcol e poi mi apre una birra davanti… se non è essere stronzi questo.
“Leggi bene, c’è un asterisco.”
“Ah!” Non avevo visto nessun asterisco poi guardo meglio e in effetti c’è. Scivolo a fondo pagina e leggo, con la speranza di una qualche esenzione per motivi terapeutici, tipo: gola secchite acuta. Una cosa così.
Ovviamente la nota è un epitaffio a ogni mia speranza: “Vale anche per la birra analcolica. Troppo alto il valore nutrizionale e poi ti gonfia comunque la pancia. Ti concedo al massimo un bicchiere di vino ogni due giorni.”
Alzo gli occhi verso Harold che mi guarda divertito.
“Un bicchiere di vino ogni due giorni, ma non è proprio niente!”
“No è un bicchiere di vino ogni due giorni niente è niente alcol di nessun tipo per sempre, ma qualcosa ti dovevo pur concedere no?”
“Va’ al diavolo.” Eppure so che mi ha fregato. A livello psicologico una concessione è molto meglio di un divieto. Con un'esclusione totale mi sarei alzato e andato via, mi conosco anche io e tutta la dieta sarebbe andata a tenere compagnia alle amiche di Harold, ma con l’illusione di un po’ d’alcol ogni tanto, anche se vino, forse posso farcela a rispettare l’impegno. In fin dei conti è lo stesso sistema che ho adottato quando ho smesso di ubriacarmi ogni giorno.
“Continua a leggere la nota.”
“C’è altro?”
Annuisce. E in effetti c’è altro: “il bicchiere del vino deve essere normale, non un boccale da birra da mezzo litro.”
“Gne gne.” Gli faccio dopo aver letto. Lui non mi presta attenzione e va avanti per la sua strada.
“Nella prima pagina ho fatto il riassunto di quello che non puoi mangiare. Nella seconda e nella terza la tua dieta per le prossime due settimane. Poi ritorna da me, dovrei essere di nuovo a New York, che verifichiamo il suo effetto e vediamo come modificarla. Nelle successive pagine gli allenamenti e gli esercizi che devi obbligatoriamente fare in combinazione con la dieta. Se fai l’una senza gli altri, o viceversa, non serve a niente. Ma questo lo sai fin troppo bene.”
Assento, ancora, con la testa.
“Come vedrai sono esercizi che conosci, non mi sono dilungato in spiegazioni. Non penso tu abbia dimenticato come si fanno”.
“Speriamo.”
“Tranquillo, te ne ricorderai. A causa della gamba ho escluso la corsa. Ho messo almeno un’ora di nuoto al giorno, però. Piuttosto, possiedi ancora il tuo attico con la iacuzzi che simula la corrente?”
“Sì, perché?” chiedo incuriosito.
“Peccato”, replica Harold tutto mogio, come se gli avessero spiegazzato il paginone centrale di Playboy. “Speravo non l’avessi più, così magari ti toccava venire a nuotare qui nella piscina della clinica. Credo me la sarei fatta sotto dal ridere a vederti sguazzare tra quelle ciccione sessantenni delle mie clienti” e alla sola idea si mette a sghignazzare.
“Proprio un peccato” ribatto dopo averlo ascoltato ragliare per quasi un minuto.
“Infine a pagina quattro troverai l’elenco degli integratori. Li ho divisi tra “efficaci” e “molto efficaci”, ma vietati dalle varie federazioni sportive.”
“Se mi devo ricostruire, voglio farlo anche mentalmente e quindi nessuna scorciatoia.”
Il mio preparatore atletico mi guarda scuotendo la testa. Perché faticare il doppio per raggiungere un obiettivo che puoi ottenere in metà tempo con qualche aiutino? Perché, caro Harold, tu come tutte le persone che le prescrivono, non hai fatto i conti con gli effetti di quelle porcherie. E, ti assicuro, preferisco rompermi il culo che ricominciare a prenderle e correre il rischio di picchiare una donna o di non tirarmelo su nemmeno se a lavorarci ci fosse Elena di Troia in persona. Ma appunto questi non sono problemi da preparatore atletico.
Harold guarda l’orologio.
“Adesso scusa, ma ho un appuntamento per un massaggio. Ci vediamo tra due settimane.” Si alza con il suo sorrisetto lascivo. Non ci vuole un grande sforzo di immaginazione per capire a quale tipo di massaggio a pagamento si riferisca il mio amico.
“Alla prossima allora.” E mi alzo anch’io, senza sorrisetto lascivo. Sto ancora rimuginando sulla faccenda dell’alcol e degli integratori. ‘Sta storia di rimettersi in sesto, non mi sembra più una così buona idea.