Re: topic provvisorio in attesa di delibera
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chinasky
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (prima parte: mattina)
Si vede e si legge ben di peggio? Allora puoi metterla.
- azazel
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (prima parte: mattina)
Volete voi leggere di un bambino seviziato?!?!?
NOOOOOOOOOOOOOOO
Volete voi sangue e violenza gratuita?!?!
NOOOOOOOOOOOOOOOOO
Volete voi che i vostri figli leggano di sopprusi e barbarie?!?!
NOOOOOOOO
Volete voi essere intercettati in casa vostra a tutte le ore?!?!?!
NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
Volete voi pagari più tasse!?!?
NOOOOOOOOO
ecc ecc
NOOOOOOOOOOOOOOO
Volete voi sangue e violenza gratuita?!?!
NOOOOOOOOOOOOOOOOO
Volete voi che i vostri figli leggano di sopprusi e barbarie?!?!
NOOOOOOOO
Volete voi essere intercettati in casa vostra a tutte le ore?!?!?!
NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO
Volete voi pagari più tasse!?!?
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ecc ecc
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This is unbelievably believable.
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Alvise
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (prima parte: mattina)
io ho delegato a pol :ponziopilato:
A pranzo mi trovo con Daniel. Dobbiamo decidere cosa combinare nelle prossime settimane. In questo periodo non succede niente di niente e fino ad aprile le cose cambieranno poco. Per cui questo vuoto di notizie va riempito con interviste inconcludenti in attesa dell'arrivo di qualcosa di più sostanzioso. Odio marzo. Per il football è un pessimo mese.
Ora, dato che Daniel è un vegetariano convinto ed è anche di gusti difficili (mica gli vanno bene tutti i ristoranti dove la carne è bandita: no, lui vuole solo il suo preferito; degli altri non si fida) il nostro pranzo di lavoro si svolge in localino ad un isolato dal Rockfeller Center.
Dato che io, invece, sono un sano carnivoro di gusti facili, di solito lo accompagno solo dopo aver depredato il Burger King lì vicino. Oggi, purtroppo, a furia di pensare alla mia ciccia, ho una leggera nausea e così mi limito all'insalata arcobaleno, su spassionato consiglio di Daniel.
Al primo assaggio ho già una crisi di astinenza da carne rossa. Allora mi concentro sugli appunti che mi sono portato dietro. Ho una lista di dieci giocatori che, per un motivo o per un altro, vorrei intervistare. Sono indeciso con chi iniziare. Un fastidioso cicaleccio mi distoglie dalle mie valutazioni: Daniel. Dopo nemmeno dodici minuti dal nostro ingresso, ha già attaccato bottone con una bella ragazza dai capelli neri e gli occhi verdi, seduta al tavolo accanto al nostro.
Alzo lo sguardo dalle mie carte e mi rivolgo al mio commensale.
“Ma come fai?”
Lui sorride.
“Sono solo simpatico.”
“Anche io sono simpatico, ma mica ho mai avuto questo successo, nemmeno quando ero un giocatore famoso e osannato!” L’ex quarterback NFL che rimpiange i bei tempi andati.
Detto questo, mi rimetto a leggere. Dopo qualche istante, un dito indice si mette a ticchettare sul foglio. Rialzo lo sguardo e vedo il faccione di Daniel che mi fissa.
“Alvin, posso chiederti un favore?”
“Dimmi pure.”
“Quando torniamo in studio mi presti il tuo vocabolario? Ho il sospetto che la voce “simpatico” contenuta nel tuo non sia quella riportata dal mio. Una semplice curiosità.”
Detto questo, si volta e torna a intrattenersi con la sua nuova conquista. Battendo il mio indice sul tavolo richiamo la sua attenzione.
“Già che ci sei, controlla anche la parola “licenziato”. Una semplice informazione.”
“Simpatico…” dice con una smorfia, strascicando le vocali.
“Visto che avevo ragione e lo sono?” e mi rimetto a leggere, felice come un bambino.
Mentre torniamo in studio per la trasmissione pomeridiana, gli pongo una domanda che mi frulla in testa.
“Daniel, sii sincero, secondo te sono molto grasso?”
Il mio cameraman mi squadra un attimo. E poi sorride.
“Alvin, ma che ti salta in mente? Grasso? Maddai. Solo perché uso il grandangolo quando devo inquadrarti, perché dovresti pensare di essere grasso?”
Perché gliel’ho chiesto? Comunque, il simpaticone del mio cameraman è la terza persona in due giorni che mi da del ciccione. Questo purtroppo significa che mi toccherà chiamare Harold. Senza regole precise, so benissimo di non essere in grado di sottopormi a una dieta seria. Oltretutto, lui sa quali esercizi il mio fisico, ammaccato, si può permettere e quali risulterebbero più dannosi che altro.
E poi la sto facendo fin troppo grossa con Harold. Se è vero che l'unico aspetto positivo che ho trovato al momento di appendere il casco al chiodo, era quello di poter finalmente rompere i contatti con lui, è anche vero che lavora a Los Angeles e a New York ci viene di rado, tanto per controllare la filiale della sua società di fitness. Quindi, forse, e ribadisco il forse, me la cavo con una telefonata. Mica devo incontrarlo per forza. Una telefonatina, quattro chiacchiere per nulla impegnative e avrei avuto tutte le dritte necessarie.
Il resto della giornata agli studi si risolve nel solito tran tran. Parlo cinque minuti al tavolo delle ultime voci infondate di mercato e assisto alla messa in onda della mia intervista montata da Daniel. Sono soddisfatto, ma ho già la testa rivolta al quasi pseudo appuntamento della serata con Liza. Tornando a casa per prepararmi all'uscita ripenso ad Harold. Lo chiamerò domani mattina, appena svegliato.
Ma ora smettiamo di parlare di lui e pensiamo alla serata. Devo essere perfetto, magnifico, irresistibile. Se voglio coltivare ancora la speranza di riconquistare Liza, stasera non c'è spazio per gli errori.
La preparazione, iniziata con bella doccia e dieci minuti allo specchio per radermi bene, incontra un ostacolo al momento della vestizione. Come abbigliarsi? La serata per la fondazione non impone alcun tipo di abbigliamento. Ognuno può presentarsi come gli pare. E io come posso vestirmi? Molto elegante? Potrei mandare il messaggio sbagliato, rendendo palese che io vedo il tutto come un appuntamento galante. Casual? Se esagero, rischio di dare l'idea opposta: che non mi interessa niente né di Liza, né della raccolta fondi. Sarebbe pure peggio. Dilemma. Tiro fuori dall'armadio vari vestiti di cui manco sapevo l'esistenza e dopo averli soppesati, guardati, misurati per vedere se ci entro ancora, e, infine, scartati, li rimetto nell'armadio. Quando mi rendo conto che di quel passo potrei essere pronto per il diciottesimo compleanno di Kevin, punto su una via di mezzo forse banale, ma di certo non sciatta: uno spezzato, pantaloni grigi di flanella, camicia azzurra e giacca blu. Al momento di allacciare la cintura noto che ormai utilizzo l'ultimo buco disponibile. Domani devo decisamente chiamare Harold, purtroppo.
Mentre mi do un'ultima occhiata allo specchio, mi chiedo se non sto anticipando i tempi con Liza. Forse prima dovrei rimettermi in sesto e non presentarmi a lei con un pneumatico legato alla vita. No. Ho rimandato fin troppo.
E poi stasera non è manco un appuntamento serio.... per lei.
Prima di uscire per andare a prendere il taxi in strada – è il mezzo migliore per arrivare al locale dove si tiene la festa – mi squilla il telefono.
“Pronto?”
“Ciao Alvin, sono Steve.”
“Ciao Steve. Che c'è?”
“C'è che non mi hai detto se vieni stasera?”
“Dovevo?”
“Sì, sai quella sigla RSVP in bella vista nel tuo invito?”
“Devo averla letta in effetti, ma pensavo fosse un errore di battitura.”
“Si tratta di un acronimo che sta Répondez, s'il vous plaît, che in francese significa Rispondete, per favore. Tutto chiaro adesso?”
“Mi sono perso più o meno ad acronimo.”
Mi metto a ridere e lui mi segue.
“Vengo, vengo. Ti pare che possa mancare? E mi porto dietro anche Liza.”
Smette di ridere.
“Stai scherzando?”
“No, no. Gliel'ho chiesto e lei ha accettato. Anche grazie a un intervento provvidenziale di Kevin. Devo ammetterlo.”
“Incredibile.”
“Non ci posso credere nemmeno io, in effetti.”
Nel lungo silenzio seguente tutti e due arriviamo a concludere che Liza deve essere impazzita.
A riprendere a parlare per primo è Steve.
“Tornando al fatto che non mi hai avvisato. Sai già qual è la punizione vero?”
“Nooo. Il discorso di benvenuto, no. Lo detesto.”
“Ti tocca. La fondazione ha il tuo nome, dopo tutto.”
“Uffa. Ma sei tu a gestirla.”
“Niente scuse. Se no ricordo a Liza tutti i milioni di motivi per cui dovrebbe starti lontana.” ridacchia.
“Cedo alla violenza.” concludo sconsolato.
“Bene, a dopo.”
“A dopo.”
Steve ed io ci conosciamo da quando eravamo piccoli. Lo considero mio fratello e non solo perchè per varie vicissitudini della vita abbiamo convissuto per anni sotto lo stesso tetto. Vivevamo molto vicini, anche se in quartieri diversi. Lui evitava le strade del Bronx, io mi godevo il Greenwich Village. Distanza: tre strade, poche centinaia di metri, ma per molti aspetti due universi di distanza. In mezzo sorgeva la scuola elementare a cui entrambi eravamo iscritti. La nostra amicizia è nata lì. Ci sono bastati pochissimi attimi per diventare inseparabili, nonostante tutte le differenze esistenti tra noi. E non tanto, o meglio, non solo perché lui era un afroamericano, figlio di un operaio e di una donna di servizio, e io un bianco, mezzo ebreo mezzo italiano, figlio di due insegnanti, al tempo assistenti universitari. Le differenze erano in primis caratteriali. Io adoravo impegnarmi in qualsiasi sport mi capitasse a tiro. Mi piaceva e mi piace tutt’ora leggere, questo sì, con due genitori insegnanti non poteva essere altrimenti. Ma leggere è una cosa, studiare è un’altra. E nella seconda già allora spiccavo per la mia pigrizia. Steve era l’opposto. Fin da allora dimostrava le particolari attitudini che l’avrebbero contraddistinto anche in seguito. Era meticoloso, preciso, sempre preparato e alzava immancabilmente per primo la mano quando l’insegnante formulava una domanda alla classe. Spesso mia madre mi suggeriva di invitarlo da noi, nella vana speranza che la sua presenza mi tenesse maggiormente sui libri di testo. Per un po’ ci riusciva anche, poi io lo sequestravo e lo trascinavo fuori a giocare con gli altri ragazzi del quartiere. E dato che se non c’ero io, lui non usciva a prendere un po’ d’aria, con la stessa frequenza con cui mia madre invitava Steve, la signora Parker invitava me.
Ci siamo separati solo all’università. Entrambi abbiamo ottenuto la borsa di studio, lui per i voti, io per il mio braccio. Lui Harvard, facoltà di legge, io UCLA, facoltà di football. E dopo pochi anni, lui laureato magna cum laude, io, beh, come all american. Siamo la nemesi dei preconcetti razzisti. Io mezzo ebreo buon atleta, lui nero e ottimo avvocato. Un afroamericano non sa solo correre e saltare, un ebreo non deve per forza essere un avvocato o uno psicanalista. Dopo l’università sono stato scelto al draft dai Arizona Cardinals e il mio contratto l’ha stipulato lui, come mio agente esclusivo. Ha sempre gestito il mio patrimonio facendomi ottenere contratti migliori di quanto meritassi, e investendo i miei proventi in maniera assai lucrativa. Ecco spiegato come io mi possa permettere un attico a Central Park, nonostante la mia depressione e la mia carriera lunga, ma non certo da mega contratti a nove cifre. Tutto merito di Steve, che mi ha anche impedito di scialacquare tutto. Senza di lui, dopo il ritiro mi sarei ritrovato a cercare un lavoro come rivenditore d'auto come vari altri ex giocatori.
Dopo l'università aveva declinato varie offerte dai migliori studi della west coast per aprire, con il mio aiuto finanziario, un piccolo studio qui nel Bronx, specializzato nella tutela dei minori e delle donne. E adesso il suo è uno degli studi più importanti della nazione e leader nel campo del diritto di famiglia.
Al contrario di me, non ha mai divorziato e non ci è nemmeno mai arrivato vicino. Steve e Caroline si amano come il primo giorno e a loro si sono aggiunti anche due gemellini, Aaron e Alvin, in onore del nonno adottivo e dello zio adottivo, e una splendida bambina di nome Ellen.
A pranzo mi trovo con Daniel. Dobbiamo decidere cosa combinare nelle prossime settimane. In questo periodo non succede niente di niente e fino ad aprile le cose cambieranno poco. Per cui questo vuoto di notizie va riempito con interviste inconcludenti in attesa dell'arrivo di qualcosa di più sostanzioso. Odio marzo. Per il football è un pessimo mese.
Ora, dato che Daniel è un vegetariano convinto ed è anche di gusti difficili (mica gli vanno bene tutti i ristoranti dove la carne è bandita: no, lui vuole solo il suo preferito; degli altri non si fida) il nostro pranzo di lavoro si svolge in localino ad un isolato dal Rockfeller Center.
Dato che io, invece, sono un sano carnivoro di gusti facili, di solito lo accompagno solo dopo aver depredato il Burger King lì vicino. Oggi, purtroppo, a furia di pensare alla mia ciccia, ho una leggera nausea e così mi limito all'insalata arcobaleno, su spassionato consiglio di Daniel.
Al primo assaggio ho già una crisi di astinenza da carne rossa. Allora mi concentro sugli appunti che mi sono portato dietro. Ho una lista di dieci giocatori che, per un motivo o per un altro, vorrei intervistare. Sono indeciso con chi iniziare. Un fastidioso cicaleccio mi distoglie dalle mie valutazioni: Daniel. Dopo nemmeno dodici minuti dal nostro ingresso, ha già attaccato bottone con una bella ragazza dai capelli neri e gli occhi verdi, seduta al tavolo accanto al nostro.
Alzo lo sguardo dalle mie carte e mi rivolgo al mio commensale.
“Ma come fai?”
Lui sorride.
“Sono solo simpatico.”
“Anche io sono simpatico, ma mica ho mai avuto questo successo, nemmeno quando ero un giocatore famoso e osannato!” L’ex quarterback NFL che rimpiange i bei tempi andati.
Detto questo, mi rimetto a leggere. Dopo qualche istante, un dito indice si mette a ticchettare sul foglio. Rialzo lo sguardo e vedo il faccione di Daniel che mi fissa.
“Alvin, posso chiederti un favore?”
“Dimmi pure.”
“Quando torniamo in studio mi presti il tuo vocabolario? Ho il sospetto che la voce “simpatico” contenuta nel tuo non sia quella riportata dal mio. Una semplice curiosità.”
Detto questo, si volta e torna a intrattenersi con la sua nuova conquista. Battendo il mio indice sul tavolo richiamo la sua attenzione.
“Già che ci sei, controlla anche la parola “licenziato”. Una semplice informazione.”
“Simpatico…” dice con una smorfia, strascicando le vocali.
“Visto che avevo ragione e lo sono?” e mi rimetto a leggere, felice come un bambino.
Mentre torniamo in studio per la trasmissione pomeridiana, gli pongo una domanda che mi frulla in testa.
“Daniel, sii sincero, secondo te sono molto grasso?”
Il mio cameraman mi squadra un attimo. E poi sorride.
“Alvin, ma che ti salta in mente? Grasso? Maddai. Solo perché uso il grandangolo quando devo inquadrarti, perché dovresti pensare di essere grasso?”
Perché gliel’ho chiesto? Comunque, il simpaticone del mio cameraman è la terza persona in due giorni che mi da del ciccione. Questo purtroppo significa che mi toccherà chiamare Harold. Senza regole precise, so benissimo di non essere in grado di sottopormi a una dieta seria. Oltretutto, lui sa quali esercizi il mio fisico, ammaccato, si può permettere e quali risulterebbero più dannosi che altro.
E poi la sto facendo fin troppo grossa con Harold. Se è vero che l'unico aspetto positivo che ho trovato al momento di appendere il casco al chiodo, era quello di poter finalmente rompere i contatti con lui, è anche vero che lavora a Los Angeles e a New York ci viene di rado, tanto per controllare la filiale della sua società di fitness. Quindi, forse, e ribadisco il forse, me la cavo con una telefonata. Mica devo incontrarlo per forza. Una telefonatina, quattro chiacchiere per nulla impegnative e avrei avuto tutte le dritte necessarie.
Il resto della giornata agli studi si risolve nel solito tran tran. Parlo cinque minuti al tavolo delle ultime voci infondate di mercato e assisto alla messa in onda della mia intervista montata da Daniel. Sono soddisfatto, ma ho già la testa rivolta al quasi pseudo appuntamento della serata con Liza. Tornando a casa per prepararmi all'uscita ripenso ad Harold. Lo chiamerò domani mattina, appena svegliato.
Ma ora smettiamo di parlare di lui e pensiamo alla serata. Devo essere perfetto, magnifico, irresistibile. Se voglio coltivare ancora la speranza di riconquistare Liza, stasera non c'è spazio per gli errori.
La preparazione, iniziata con bella doccia e dieci minuti allo specchio per radermi bene, incontra un ostacolo al momento della vestizione. Come abbigliarsi? La serata per la fondazione non impone alcun tipo di abbigliamento. Ognuno può presentarsi come gli pare. E io come posso vestirmi? Molto elegante? Potrei mandare il messaggio sbagliato, rendendo palese che io vedo il tutto come un appuntamento galante. Casual? Se esagero, rischio di dare l'idea opposta: che non mi interessa niente né di Liza, né della raccolta fondi. Sarebbe pure peggio. Dilemma. Tiro fuori dall'armadio vari vestiti di cui manco sapevo l'esistenza e dopo averli soppesati, guardati, misurati per vedere se ci entro ancora, e, infine, scartati, li rimetto nell'armadio. Quando mi rendo conto che di quel passo potrei essere pronto per il diciottesimo compleanno di Kevin, punto su una via di mezzo forse banale, ma di certo non sciatta: uno spezzato, pantaloni grigi di flanella, camicia azzurra e giacca blu. Al momento di allacciare la cintura noto che ormai utilizzo l'ultimo buco disponibile. Domani devo decisamente chiamare Harold, purtroppo.
Mentre mi do un'ultima occhiata allo specchio, mi chiedo se non sto anticipando i tempi con Liza. Forse prima dovrei rimettermi in sesto e non presentarmi a lei con un pneumatico legato alla vita. No. Ho rimandato fin troppo.
E poi stasera non è manco un appuntamento serio.... per lei.
Prima di uscire per andare a prendere il taxi in strada – è il mezzo migliore per arrivare al locale dove si tiene la festa – mi squilla il telefono.
“Pronto?”
“Ciao Alvin, sono Steve.”
“Ciao Steve. Che c'è?”
“C'è che non mi hai detto se vieni stasera?”
“Dovevo?”
“Sì, sai quella sigla RSVP in bella vista nel tuo invito?”
“Devo averla letta in effetti, ma pensavo fosse un errore di battitura.”
“Si tratta di un acronimo che sta Répondez, s'il vous plaît, che in francese significa Rispondete, per favore. Tutto chiaro adesso?”
“Mi sono perso più o meno ad acronimo.”
Mi metto a ridere e lui mi segue.
“Vengo, vengo. Ti pare che possa mancare? E mi porto dietro anche Liza.”
Smette di ridere.
“Stai scherzando?”
“No, no. Gliel'ho chiesto e lei ha accettato. Anche grazie a un intervento provvidenziale di Kevin. Devo ammetterlo.”
“Incredibile.”
“Non ci posso credere nemmeno io, in effetti.”
Nel lungo silenzio seguente tutti e due arriviamo a concludere che Liza deve essere impazzita.
A riprendere a parlare per primo è Steve.
“Tornando al fatto che non mi hai avvisato. Sai già qual è la punizione vero?”
“Nooo. Il discorso di benvenuto, no. Lo detesto.”
“Ti tocca. La fondazione ha il tuo nome, dopo tutto.”
“Uffa. Ma sei tu a gestirla.”
“Niente scuse. Se no ricordo a Liza tutti i milioni di motivi per cui dovrebbe starti lontana.” ridacchia.
“Cedo alla violenza.” concludo sconsolato.
“Bene, a dopo.”
“A dopo.”
Steve ed io ci conosciamo da quando eravamo piccoli. Lo considero mio fratello e non solo perchè per varie vicissitudini della vita abbiamo convissuto per anni sotto lo stesso tetto. Vivevamo molto vicini, anche se in quartieri diversi. Lui evitava le strade del Bronx, io mi godevo il Greenwich Village. Distanza: tre strade, poche centinaia di metri, ma per molti aspetti due universi di distanza. In mezzo sorgeva la scuola elementare a cui entrambi eravamo iscritti. La nostra amicizia è nata lì. Ci sono bastati pochissimi attimi per diventare inseparabili, nonostante tutte le differenze esistenti tra noi. E non tanto, o meglio, non solo perché lui era un afroamericano, figlio di un operaio e di una donna di servizio, e io un bianco, mezzo ebreo mezzo italiano, figlio di due insegnanti, al tempo assistenti universitari. Le differenze erano in primis caratteriali. Io adoravo impegnarmi in qualsiasi sport mi capitasse a tiro. Mi piaceva e mi piace tutt’ora leggere, questo sì, con due genitori insegnanti non poteva essere altrimenti. Ma leggere è una cosa, studiare è un’altra. E nella seconda già allora spiccavo per la mia pigrizia. Steve era l’opposto. Fin da allora dimostrava le particolari attitudini che l’avrebbero contraddistinto anche in seguito. Era meticoloso, preciso, sempre preparato e alzava immancabilmente per primo la mano quando l’insegnante formulava una domanda alla classe. Spesso mia madre mi suggeriva di invitarlo da noi, nella vana speranza che la sua presenza mi tenesse maggiormente sui libri di testo. Per un po’ ci riusciva anche, poi io lo sequestravo e lo trascinavo fuori a giocare con gli altri ragazzi del quartiere. E dato che se non c’ero io, lui non usciva a prendere un po’ d’aria, con la stessa frequenza con cui mia madre invitava Steve, la signora Parker invitava me.
Ci siamo separati solo all’università. Entrambi abbiamo ottenuto la borsa di studio, lui per i voti, io per il mio braccio. Lui Harvard, facoltà di legge, io UCLA, facoltà di football. E dopo pochi anni, lui laureato magna cum laude, io, beh, come all american. Siamo la nemesi dei preconcetti razzisti. Io mezzo ebreo buon atleta, lui nero e ottimo avvocato. Un afroamericano non sa solo correre e saltare, un ebreo non deve per forza essere un avvocato o uno psicanalista. Dopo l’università sono stato scelto al draft dai Arizona Cardinals e il mio contratto l’ha stipulato lui, come mio agente esclusivo. Ha sempre gestito il mio patrimonio facendomi ottenere contratti migliori di quanto meritassi, e investendo i miei proventi in maniera assai lucrativa. Ecco spiegato come io mi possa permettere un attico a Central Park, nonostante la mia depressione e la mia carriera lunga, ma non certo da mega contratti a nove cifre. Tutto merito di Steve, che mi ha anche impedito di scialacquare tutto. Senza di lui, dopo il ritiro mi sarei ritrovato a cercare un lavoro come rivenditore d'auto come vari altri ex giocatori.
Dopo l'università aveva declinato varie offerte dai migliori studi della west coast per aprire, con il mio aiuto finanziario, un piccolo studio qui nel Bronx, specializzato nella tutela dei minori e delle donne. E adesso il suo è uno degli studi più importanti della nazione e leader nel campo del diritto di famiglia.
Al contrario di me, non ha mai divorziato e non ci è nemmeno mai arrivato vicino. Steve e Caroline si amano come il primo giorno e a loro si sono aggiunti anche due gemellini, Aaron e Alvin, in onore del nonno adottivo e dello zio adottivo, e una splendida bambina di nome Ellen.
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chinasky
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (prima parte: mattina)
Lo leggo più tardi, ora sto lavorando.
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multiple
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (prima parte: mattina)
il simpaticone del mio cameraman è la terza persona in due giorni che mi da del ciccione.
Dopo l’università sono stato scelto al draft dai Arizona Cardinals
-> Bella questa!Siamo la nemesi dei preconcetti razzisti. Io mezzo ebreo buon atleta, lui nero e ottimo avvocato.
Occhio che ti trovi a girare nudo per l'eternità punto da vespe e mosconi.Alvise wrote: io ho delegato a pol
Last edited by multiple on 29/03/2010, 12:25, edited 1 time in total.
THIRD PLAYIT BOWL WINNER :figo:
http://nflgames.altervista.org
THE PASS!
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polpaol
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (prima parte: mattina)
multiple wrote:
Occhio che ti trovi a girare nudo per l'eternità punto da vespe e mosconi.
....IO HO GIOCATO IN UNA GRANDE.... GIOCAVO NEL VERONA..... ABBIAMO VINTO UNO SCUDETTO...ERA UNA GRANDISSIMA SQUADRA QUELLA...LA MIGLIORE DITUTTE
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (prima parte: mattina)
http://it.wikipedia.org/wiki/Inferno_-_Canto_terzopolpaol wrote:![]()
darioambro wrote:ahahah ro, tu sei davvero l'altra palla che vorrei avere![]()
![]()
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polpaol
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (prima parte: mattina)
ah ecco.. dante.. ed io che pensavo di essermi perso una citazione di qualche film interessante :paper:rowiz wrote: http://it.wikipedia.org/wiki/Inferno_-_Canto_terzo
....IO HO GIOCATO IN UNA GRANDE.... GIOCAVO NEL VERONA..... ABBIAMO VINTO UNO SCUDETTO...ERA UNA GRANDISSIMA SQUADRA QUELLA...LA MIGLIORE DITUTTE
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (prima parte: mattina)
E' ancora troppo presto (cit.) ?
Lascia stare il fatto che non ho ancora letto l' ultima parte, ma mi ero promesso di leggerla quando usciva la prossima...mi vuoi far aspettare ancora molto?
Lascia stare il fatto che non ho ancora letto l' ultima parte, ma mi ero promesso di leggerla quando usciva la prossima...mi vuoi far aspettare ancora molto?
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (prima parte: mattina)
va bene, stasera la posto.azazel wrote: E' ancora troppo presto (cit.) ?
Lascia stare il fatto che non ho ancora letto l' ultima parte, ma mi ero promesso di leggerla quando usciva la prossima...mi vuoi far aspettare ancora molto?
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (prima parte: mattina)
come promesso posto. il finale del capitolo 5
Il taxi si ferma davanti alla porta della mia ex casa. Esco e mi avvio. Prima di suonare il campanello, mi fisso ancora una volta la pancia, scuotendo la testa. Inspiro per limitare un po' l'effetto cinemascope, suono e aspetto.
“Mi raccomando, Alvin, nessuna cazzata. Non accelerare i tempi, non essere aggressivo, non ricoprirla di complimenti se no si allontanerà. Controllo, mi raccomando, controllo.”
Poi si apre la porta e la vedo.
“Sei bellissima.”. E al diavolo tutti i buoni propositi di essere educato, ma distaccato.
Mi aspetto in risposta una battuta acida, o anche solo una porta che si chiude in faccia, nell'ordine, a me e ai miei sogni. Invece, un leggero rossore colora le guance della mia ex moglie:
“Grazie.”
Sarà che con l'età sto diventando sdolcinato, ma mi prende qualcosa qui nel petto, e questa volta non ho mangiato quattro involtini primavera.
“Kevin dov'è?” chiedo dopo qualche istante necessario a riprendere il controllo.
Liza esce chiudendosi la porta alle spalle.
“È in camera sua.”
E non viene a salutarmi? penso. Ma anche se non formulo la domanda, mi si deve leggere bene in viso.
“Oggi è tornato alla carica per stasera, e quando ho ribadito che lui non può venire, per protesta si è chiuso in camera.”
“Mi sembra una reazione un po' esagerata. Non è da lui.”
“Credo che veda la nostra uscita serale come un appuntamento e non vorrebbe perderselo.”
Liza alza gli occhi al cielo, poi mi fissa con aria inquisitrice. Le viene il dubbio che io possa pensarla come Kevin ed è già pronta a tagliarmi le gambe. Un brivido inizia a corrermi lungo la schiena. Alvin, sta attento. Devi dire la cosa giusta. Non ti azzardare a sbagliare.
“È ancora un bambino, bisogna capirlo, prima o poi accetterà la situazione.” mente l'ex giocatore di football che non ha accettato un bel niente di niente.
La mia ex moglie annuisce. Ho detto la cosa giusta! Ho detto la cosa giusta! Evvai!
Mentre ci allontaniamo verso il taxi, per un impulso improvviso mi volto un attimo indietro e intravedo a una delle finestre del primo piano Kevin che ci guarda. Forse me lo immagino solo – a causa della distanza non vedo benissimo il suo volto – ma sono quasi certo mi abbia fatto l'occhiolino.
La serata per raccolta fondi si svolge a Central Park, alla Boathouse, un ristorante famoso per i banchetti di nozze e la splendida vista sul laghetto, noto semplicemente come Il Lago.
All'ingresso c'è un caratteristico cancello di ferro battuto nero, incardinato su due colonne di mattoni rossi sormontati da due capitelli bianchi su cui è appoggiata una pergola in legno ricoperta di viti.
Accanto alla colonna di destra c’è un treppiede che sostiene un cartello con su scritto: “FONDAZIONE ALVIN SANTISKY CONTRO LA VIOLENZA SUI MINORI-FESTA PRIVATA”
Attorno al cancello c’è un bel manipolo di fotografi. La cosa non mi stupisce, alcuni degli invitati sono personaggi molto in vista della città di New York, e quindi, anche degli Stati Uniti. Inoltre, tra loro ci sono vari giornalisti seri, mica come me, e anche il proprietario di una enorme catena di giornali. Un’ottima occasione per fare pubblicità alla fondazione e a loro stessi. Saluto i fotografi che conosco - un paio di loro ci raggiungeranno all’interno - e mi presento all’addetto al controllo degli inviti. Dietro di lui, un gorilla pronto a evitare possibili contestazioni.
Superato questo controllo entriamo e ci troviamo davanti un ragazzo, dai capelli ben pettinati all’indietro. Si occupa dei nostri cappotti e ci indica la strada verso il salone interno.
Ci accorgiamo subito di non essere i primi arrivati. Il salone è abbastanza pieno. Riconosco una famosa presentatrice di talk show, molto sensibile alle tematiche di cui si occupa la fondazione. Steve ha partecipato in più occasioni alle sue trasmissioni e i due sono diventati grandi amici. Due giornalisti premi pulitzer, alcuni ricchi industriali e imprenditori, tra i maggiori sovvenzionatori, e qualche nome sportivo: giocatori dei Giants, un paio degli Yankees, e vari personaggi dello spettacolo. Accanto a loro, un sacco di visi anonimi, non abituati ai riflettori; perché questa sera non tutti i presenti sono ricchi e/o famosi, ma tutti in un modo o nell'altro sono stati toccati dal problema della violenza ai minori.
Tra tanti volti famosi, Liza e io ci dirigiamo verso un gruppetto in disparte a un paio di metri dal buffet: i miei genitori e i genitori di Steve.
Mio padre sta guardando il lago, mentre mia madre chiacchiera con la mamma di Steve, stando bene attenta, però, a non perdere di vista suo marito, perchè mio padre può essere definito, in totale onestà, un disadattato sociale incapace di vivere nel consesso umano. Questo non è causato da qualche tara mentale, anzi. Semplicemente mio padre è troppo intelligente per abbassarsi al livello della maggior parte delle persone. Prova una profonda idiosincrasia per tutti quei principi che regolano la vita civile.
“Se posso dire che Shamsi Adad I regnò su Assur fino al 1781 a.c., quando morì; che il Vesuvio ha eruttato nel 79 a.c.; che il fogliame di un sempreverde è verde, potrò anche dire che una donna è una cicciona e un uomo è un inqualificabile stupido o no? Sempre fatti sono.”
Oltretutto, è difficile parlarci. Lui trova molto più proficuo perdersi nei suoi pensieri, circondato dai suoi adorati personaggi storici ormai morti e sepolti che interagire con i vivi: “Noiosissimi e così supponenti da non comprendere mai dagli errori del passato.”
Non di rado, quando vivevo ancora con i miei e c'era gente a cena, vedevo mio padre alzarsi e andare nel suo studio, incurante dei commensali, per tornare dopo un'oretta e chiedere stupito quando fossero arrivati gli ospiti. Mia madre mi assicura che quest'abitudine non l'ha mai persa, come anche quella di annotarsi dappertutto le idee che improvvisamente lo assalgono. Questo ha costretto mia madre a buttare via un infinità di camicie i cui polsini erano ormai un accozzaglia di date e riflessioni e a utilizzare sempre una tovaglia di carta per quando si mangia (non con gli ospiti, questo è ovvio).
La sua presenza a una serata prettamente mondana come questa sta a sottolineare l'enorme affetto che prova per Steve.
Se mio padre è un tipo magro e nervoso, sempre perso dietro a qualche ragionamento, mia madre invece è il suo opposto. Grassottella e dai lineamenti delicati, riversa tutta la sua attenzione all'esterno, pronta a cogliere ogni particolare attorno a lei. Per queste sue caratteristiche, e per un’intelligenza certo non inferiore a quella di mio padre, è una critica feroce dei vizi di chi le sta attorno e, detta in sincerità, ha un che di diabolico come riesca a cogliere sempre i lati più nascosti delle persone con cui viene in contatto. Una dote del genere sarebbe utile in moltissimi campi, ma mia madre si limita a registrare e catalogare, riversando il tutto in alcuni libri satirici che ogni tanto pubblica sotto pseudonimo, e il cui ricavato viene devoluto in toto alla fondazione.
In una serata come questa, però, è troppo impegnata a occuparsi di mio padre, impedendogli di fare qualche uscita fuori luogo, o di piantarla in asso per tornare a casa e controllare non so quale ricerca filologica, per verificare la correttezza di una teoria su non so quale sovrano assiro che gli è venuta in mente tra una tartina e l'altra.
Mi avvicino ai miei. Mia mamma ci vede subito e, notando Liza accanto a me, si illumina.
“Ciao, papà!”
Mio padre sposta lo sguardo dal laghetto a me. Mi osserva per qualche istante in silenzio.
“Alvin, sai che sei ingrassato?”
Abbasso la testa.
“Sì, papà…”
Mia madre, invece, continua a fissare Liza sorridendo.
Poggio le mani sulle spalle di mia madre e mi chino per baciarla. Approfitto della posizione per sussurrarle all'orecchio: “Mamma, togliti quell'espressione beata dal volto: io e Liza non ci siamo rimessi insieme.”
Mentre provo ad allontanarmi mi accorgo che lei mi tiene per la giacca.
“La mia espressione beata? Ma ti sei visto quando le stai accanto?”
Colpito e affondato.
A questo punto, la mia dolce genitrice si rivolge a Liza, indicando il sottoscritto.
“Come si sta comportando?”
“Per ora non c’è male.” risponde la mia ex moglie.
Mia madre si produce in un'espressione contrita.
“Non facciamoci illusioni.”
“Mamma!!!”
Rispetto ai miei genitori, quelli di Steve sono più normali.
Robert Jenkins, il patrigno del mio amico, mi si avvicina dandomi una manata sulla spalla.
“Ho visto il tuo pezzo oggi in televisione. Non male. Io quel quarterback lo detesto. Può piacere solo ai suoi tifosi, ma devo ammettere che sei riuscito a renderlo sopportabile”.
“Grazie, ma il merito è del mio montatore. Se fosse stato per me, l'avrei strangolato.”
Robert scoppia a ridere. “Quello avrei voluto proprio vederlo.”
Rosalind Stewart Jenkins, la mamma di Steve, invece, sta in disparte e mi sorride semplicemente. Contraccambio il sorriso e, non so per quale ragione, mi torna in mente quando mi preparava il tè al pomeriggio, trent'anni fa.
“Dov'è Steve?” chiedo.
“Eccolo che arriva.” interviene Robert.
Steve, al contrario del sottoscritto, non si è preoccupato troppo del suo aspetto. Non è una novità. Indossa un paio di blue jeans e un maglioncino rosso. Sua moglie Caroline, invece, è splendida in un elegante tailleur blu scuro.
“Scusate il ritardo. Ho dovuto preparare in tutta fretta un'istanza a un giudice.” e sfodera il sorriso che l'ha reso famosissimo nelle aule dei tribunali. Avete presente come vi sentite quando, di ritorno a casa dopo una giornata di duro lavoro, riuscite finalmente a sprofondare nella vostra poltrona preferita? Ecco, il sorriso di Steve vi trasmette la stessa sensazione, e vi viene naturale parlargli come a un amico di vecchia data.
“La scusa dell'istanza dell'ultimo minuto con noi non puoi usarla.” puntualizzo. “Tanto lo sappiamo che sei un ritardatario cronico. Vero, Caroline?”
“Vero.” mi risponde sua moglie. “Dopo vent'anni che lo conosco, per me rimane ancora un mistero come riesca a perdere ore e ore davanti agli armadi per poi vestirsi in questa maniera.”
“La smettiamo di prendere in giro un povero padre di famiglia?”
“Ok, ok, padre di famiglia. Ricordati piuttosto di passare da casa mia. Prima al telefono mi sono dimenticato di dirti di aver raccolto tanti di quei cimeli autografati durante le interviste di queste ultime settimane, da riuscire a fare non una, ma due aste di raccolte fondi.”
“Ottimo, ma non pensare di cavartela così. Ti ricordo che stasera il discorsetto di benvenuto te lo devi sorbire anche tu. Non vado lì da solo.”
“Lo so, lo so. Anzi, facciamolo subito: via il dente via il dolore.”
“Ok.”
Ci dirigiamo entrambi davanti al buffet. I partecipanti alla serata si voltano a guardarci. Il primo a parlare è Steve.
“Amiche e amici, permettetemi una piccola premessa alla serata. Questa cena non è stata organizzata per raccogliere fondi. Non fraintendetemi, non rifiuteremo qualsiasi offerta voleste farci. Sapete bene che i soldi per i nostri progetti non bastano mai. Ma, scusate se mi ripeto, questa cena non è stata organizzata per raccogliere fondi. Siamo qui per ringraziarci l’un l’altro per l'ottimo lavoro svolto. Perché tutti noi qui presenti abbiamo contribuito a rendere la fondazione quella che è oggi. Qui non ci sono solo finanziatori che staccano un assegno per lavarsi la coscienza, qui ci sono persone che si sono impegnate per un obbiettivo comune. Chi ha procurato case rifugio, chi ha pubblicizzato la nostra causa, chi ci ha procurato materiale, chi ha usato il suo tempo e il suo impegno per aiutarci a proteggere i più deboli. Nessuno di noi si è tirato indietro, e questa sera festeggiamo i quindici anni di questa nostra piccola fondazione, perché da domani dobbiamo ricominciare ad affrontare incubi che, purtroppo, non avranno mai fine. Incubi che uccidono quattro bambini ogni maledetto giorno dell'anno. Nel solo 2006, oltre centotrentamila bambini sono stati oggetto di abusi sessuali. Trecentoventicinquemila sono...” Steve si ferma di colpo. Si guarda intorno e sorride. Quel famoso sorriso. “Scusate. Mi stavo già lanciando nel solito discorso di raccolta fondi. Ero già pronto a snocciolarvi dati su dati sugli abusi negli Stati Uniti. Poi mi sono ricordato dove mi trovo e chi ho davanti. Voi quei numeri li sapete forse meglio di me. Sapete tutti fin troppo bene di cosa parlo, non devo certo spiegare a voi quello che c’è fuori da questo locale. Quindi scusate ancora. È stata la forza dell’abitudine. Per punirmi, nonostante la mia ben nota logorrea, mi fermo qui. Signore e signori, anzi, amiche e amici, grazie di essere qui stasera. A noi.”
Tutti i presenti alzano il calice e contraccambiano il brindisi. Adesso tocca a me. Faccio un profondo respiro e mi lancio.
“Perdonatemi, se prendo qualche istante per parlare di me. Ma devo a tutti voi delle profonde scuse. E questa è l’occasione giusta per farle. Come alcuni sanno, ho avuto vari problemi con l'alcol; problemi che negli ultimi tempi mi hanno tenuto lontano dalla fondazione, più di quanto avrei voluto. Di questo chiedo scusa a tutti voi, che avete dovuto sopperire alle mie mancanze e alla mia debolezza di carattere.” Steve cerca di interrompermi, ma lo fermo con gesto della mano. “Sono stato un pessimo esempio, un mediocre padre, un mediocre marito -la mia ex moglie laggiù può testimoniare- e un mediocre membro di questa fantastica fondazione, ma senza volermi dare alcuna giustificazione. Non ce l'ho. Una cosa deve essere chiara. Si può essere un mediocre padre perchè troppo indaffarati con il lavoro o con i propri interessi, si può essere un mediocre marito, perchè infedeli o semplicemente incapaci di accettare di dover crescere e tutte le responsabilità che questo comporta. Può succedere e spetta a ognuno di noi convivere con la propria coscienza…” Guardo Liza per una frazione di secondo. “…e cercare di porre rimedio ai propri errori.”
Torno a guardare davanti a me. “Ma questa fondazione e la battaglia che porta avanti non riguarda padri e mariti mediocri, riguarda criminali. Nulla che sia lavoro, sesso o alcol può giustificare la violenza nei confronti dei propri cari. Nulla. Per questo, grazie a Steve e grazie a voi, da quindici anni la fondazione che indegnamente porta il mio nome lotta per perseguire e punire questi criminali.” Mi volto verso Steve. “Sono già passati quindici anni. Ti rendi conto?” Lui annuisce. “Come sapete l’idea della fondazione è partita da Steve e io mi sono aggregato subito, con tutto l’entusiasmo di cui è capace un ventenne. Eravamo giovani, inesperti, ma credevamo per esperienza diretta che fosse necessario fare qualcosa affiancando le istituzioni pubbliche, con un sistema volto a prevenire e proteggere i più deboli, saltando tanti passaggi burocratici più dannosi che utili e, a volte, eludendoli proprio. Quando finalmente, grazie al mio contratto da professionista redatto dall'uomo alla mia destra, abbiamo avuto i soldi, non ci è sembrato vero di poterci mettere in proprio, assumendo la direzione di tutto. Ovviamente, io mi sono limitato al nome e a fare pubblicità per avviare la fondazione. Ma la gestione diretta e quotidiana è ricaduta tutta su Steve.”
Steve prova ancora una volta a dire qualcosa, ma lo blocco di nuovo mettendogli una mano sul braccio.
“Lasciami parlare. Anche io voglio dire una cosa che tutti i presenti in questa sala conoscono. Se una piccola fondazione in quindici anni si è trasformata in un’organizzazione presente in tutti gli Stati Uniti, il merito è tutto tuo. A noi e a Steve Parker.”
“Ad Alvin Santisky.” Fa lui di rimando.
Ci abbracciamo e io mi commuovo, mentre in molti applaudono. Con gli anni sto proprio diventando un sentimentalone. Di sto passo un giorno guarderò anche Via col vento… e mi piacerà pure…
Dopo un paio di strette di mano ai nostri ospiti, torniamo dai nostri familiari. I miei genitori non sembrano nemmeno essersi accorti del nostro discorso. Mia madre sta impedendo a mio padre di scrivere su un tovagliolo del locale. Sono proprio incorreggibili.
Il taxi si ferma davanti alla porta della mia ex casa. Esco e mi avvio. Prima di suonare il campanello, mi fisso ancora una volta la pancia, scuotendo la testa. Inspiro per limitare un po' l'effetto cinemascope, suono e aspetto.
“Mi raccomando, Alvin, nessuna cazzata. Non accelerare i tempi, non essere aggressivo, non ricoprirla di complimenti se no si allontanerà. Controllo, mi raccomando, controllo.”
Poi si apre la porta e la vedo.
“Sei bellissima.”. E al diavolo tutti i buoni propositi di essere educato, ma distaccato.
Mi aspetto in risposta una battuta acida, o anche solo una porta che si chiude in faccia, nell'ordine, a me e ai miei sogni. Invece, un leggero rossore colora le guance della mia ex moglie:
“Grazie.”
Sarà che con l'età sto diventando sdolcinato, ma mi prende qualcosa qui nel petto, e questa volta non ho mangiato quattro involtini primavera.
“Kevin dov'è?” chiedo dopo qualche istante necessario a riprendere il controllo.
Liza esce chiudendosi la porta alle spalle.
“È in camera sua.”
E non viene a salutarmi? penso. Ma anche se non formulo la domanda, mi si deve leggere bene in viso.
“Oggi è tornato alla carica per stasera, e quando ho ribadito che lui non può venire, per protesta si è chiuso in camera.”
“Mi sembra una reazione un po' esagerata. Non è da lui.”
“Credo che veda la nostra uscita serale come un appuntamento e non vorrebbe perderselo.”
Liza alza gli occhi al cielo, poi mi fissa con aria inquisitrice. Le viene il dubbio che io possa pensarla come Kevin ed è già pronta a tagliarmi le gambe. Un brivido inizia a corrermi lungo la schiena. Alvin, sta attento. Devi dire la cosa giusta. Non ti azzardare a sbagliare.
“È ancora un bambino, bisogna capirlo, prima o poi accetterà la situazione.” mente l'ex giocatore di football che non ha accettato un bel niente di niente.
La mia ex moglie annuisce. Ho detto la cosa giusta! Ho detto la cosa giusta! Evvai!
Mentre ci allontaniamo verso il taxi, per un impulso improvviso mi volto un attimo indietro e intravedo a una delle finestre del primo piano Kevin che ci guarda. Forse me lo immagino solo – a causa della distanza non vedo benissimo il suo volto – ma sono quasi certo mi abbia fatto l'occhiolino.
La serata per raccolta fondi si svolge a Central Park, alla Boathouse, un ristorante famoso per i banchetti di nozze e la splendida vista sul laghetto, noto semplicemente come Il Lago.
All'ingresso c'è un caratteristico cancello di ferro battuto nero, incardinato su due colonne di mattoni rossi sormontati da due capitelli bianchi su cui è appoggiata una pergola in legno ricoperta di viti.
Accanto alla colonna di destra c’è un treppiede che sostiene un cartello con su scritto: “FONDAZIONE ALVIN SANTISKY CONTRO LA VIOLENZA SUI MINORI-FESTA PRIVATA”
Attorno al cancello c’è un bel manipolo di fotografi. La cosa non mi stupisce, alcuni degli invitati sono personaggi molto in vista della città di New York, e quindi, anche degli Stati Uniti. Inoltre, tra loro ci sono vari giornalisti seri, mica come me, e anche il proprietario di una enorme catena di giornali. Un’ottima occasione per fare pubblicità alla fondazione e a loro stessi. Saluto i fotografi che conosco - un paio di loro ci raggiungeranno all’interno - e mi presento all’addetto al controllo degli inviti. Dietro di lui, un gorilla pronto a evitare possibili contestazioni.
Superato questo controllo entriamo e ci troviamo davanti un ragazzo, dai capelli ben pettinati all’indietro. Si occupa dei nostri cappotti e ci indica la strada verso il salone interno.
Ci accorgiamo subito di non essere i primi arrivati. Il salone è abbastanza pieno. Riconosco una famosa presentatrice di talk show, molto sensibile alle tematiche di cui si occupa la fondazione. Steve ha partecipato in più occasioni alle sue trasmissioni e i due sono diventati grandi amici. Due giornalisti premi pulitzer, alcuni ricchi industriali e imprenditori, tra i maggiori sovvenzionatori, e qualche nome sportivo: giocatori dei Giants, un paio degli Yankees, e vari personaggi dello spettacolo. Accanto a loro, un sacco di visi anonimi, non abituati ai riflettori; perché questa sera non tutti i presenti sono ricchi e/o famosi, ma tutti in un modo o nell'altro sono stati toccati dal problema della violenza ai minori.
Tra tanti volti famosi, Liza e io ci dirigiamo verso un gruppetto in disparte a un paio di metri dal buffet: i miei genitori e i genitori di Steve.
Mio padre sta guardando il lago, mentre mia madre chiacchiera con la mamma di Steve, stando bene attenta, però, a non perdere di vista suo marito, perchè mio padre può essere definito, in totale onestà, un disadattato sociale incapace di vivere nel consesso umano. Questo non è causato da qualche tara mentale, anzi. Semplicemente mio padre è troppo intelligente per abbassarsi al livello della maggior parte delle persone. Prova una profonda idiosincrasia per tutti quei principi che regolano la vita civile.
“Se posso dire che Shamsi Adad I regnò su Assur fino al 1781 a.c., quando morì; che il Vesuvio ha eruttato nel 79 a.c.; che il fogliame di un sempreverde è verde, potrò anche dire che una donna è una cicciona e un uomo è un inqualificabile stupido o no? Sempre fatti sono.”
Oltretutto, è difficile parlarci. Lui trova molto più proficuo perdersi nei suoi pensieri, circondato dai suoi adorati personaggi storici ormai morti e sepolti che interagire con i vivi: “Noiosissimi e così supponenti da non comprendere mai dagli errori del passato.”
Non di rado, quando vivevo ancora con i miei e c'era gente a cena, vedevo mio padre alzarsi e andare nel suo studio, incurante dei commensali, per tornare dopo un'oretta e chiedere stupito quando fossero arrivati gli ospiti. Mia madre mi assicura che quest'abitudine non l'ha mai persa, come anche quella di annotarsi dappertutto le idee che improvvisamente lo assalgono. Questo ha costretto mia madre a buttare via un infinità di camicie i cui polsini erano ormai un accozzaglia di date e riflessioni e a utilizzare sempre una tovaglia di carta per quando si mangia (non con gli ospiti, questo è ovvio).
La sua presenza a una serata prettamente mondana come questa sta a sottolineare l'enorme affetto che prova per Steve.
Se mio padre è un tipo magro e nervoso, sempre perso dietro a qualche ragionamento, mia madre invece è il suo opposto. Grassottella e dai lineamenti delicati, riversa tutta la sua attenzione all'esterno, pronta a cogliere ogni particolare attorno a lei. Per queste sue caratteristiche, e per un’intelligenza certo non inferiore a quella di mio padre, è una critica feroce dei vizi di chi le sta attorno e, detta in sincerità, ha un che di diabolico come riesca a cogliere sempre i lati più nascosti delle persone con cui viene in contatto. Una dote del genere sarebbe utile in moltissimi campi, ma mia madre si limita a registrare e catalogare, riversando il tutto in alcuni libri satirici che ogni tanto pubblica sotto pseudonimo, e il cui ricavato viene devoluto in toto alla fondazione.
In una serata come questa, però, è troppo impegnata a occuparsi di mio padre, impedendogli di fare qualche uscita fuori luogo, o di piantarla in asso per tornare a casa e controllare non so quale ricerca filologica, per verificare la correttezza di una teoria su non so quale sovrano assiro che gli è venuta in mente tra una tartina e l'altra.
Mi avvicino ai miei. Mia mamma ci vede subito e, notando Liza accanto a me, si illumina.
“Ciao, papà!”
Mio padre sposta lo sguardo dal laghetto a me. Mi osserva per qualche istante in silenzio.
“Alvin, sai che sei ingrassato?”
Abbasso la testa.
“Sì, papà…”
Mia madre, invece, continua a fissare Liza sorridendo.
Poggio le mani sulle spalle di mia madre e mi chino per baciarla. Approfitto della posizione per sussurrarle all'orecchio: “Mamma, togliti quell'espressione beata dal volto: io e Liza non ci siamo rimessi insieme.”
Mentre provo ad allontanarmi mi accorgo che lei mi tiene per la giacca.
“La mia espressione beata? Ma ti sei visto quando le stai accanto?”
Colpito e affondato.
A questo punto, la mia dolce genitrice si rivolge a Liza, indicando il sottoscritto.
“Come si sta comportando?”
“Per ora non c’è male.” risponde la mia ex moglie.
Mia madre si produce in un'espressione contrita.
“Non facciamoci illusioni.”
“Mamma!!!”
Rispetto ai miei genitori, quelli di Steve sono più normali.
Robert Jenkins, il patrigno del mio amico, mi si avvicina dandomi una manata sulla spalla.
“Ho visto il tuo pezzo oggi in televisione. Non male. Io quel quarterback lo detesto. Può piacere solo ai suoi tifosi, ma devo ammettere che sei riuscito a renderlo sopportabile”.
“Grazie, ma il merito è del mio montatore. Se fosse stato per me, l'avrei strangolato.”
Robert scoppia a ridere. “Quello avrei voluto proprio vederlo.”
Rosalind Stewart Jenkins, la mamma di Steve, invece, sta in disparte e mi sorride semplicemente. Contraccambio il sorriso e, non so per quale ragione, mi torna in mente quando mi preparava il tè al pomeriggio, trent'anni fa.
“Dov'è Steve?” chiedo.
“Eccolo che arriva.” interviene Robert.
Steve, al contrario del sottoscritto, non si è preoccupato troppo del suo aspetto. Non è una novità. Indossa un paio di blue jeans e un maglioncino rosso. Sua moglie Caroline, invece, è splendida in un elegante tailleur blu scuro.
“Scusate il ritardo. Ho dovuto preparare in tutta fretta un'istanza a un giudice.” e sfodera il sorriso che l'ha reso famosissimo nelle aule dei tribunali. Avete presente come vi sentite quando, di ritorno a casa dopo una giornata di duro lavoro, riuscite finalmente a sprofondare nella vostra poltrona preferita? Ecco, il sorriso di Steve vi trasmette la stessa sensazione, e vi viene naturale parlargli come a un amico di vecchia data.
“La scusa dell'istanza dell'ultimo minuto con noi non puoi usarla.” puntualizzo. “Tanto lo sappiamo che sei un ritardatario cronico. Vero, Caroline?”
“Vero.” mi risponde sua moglie. “Dopo vent'anni che lo conosco, per me rimane ancora un mistero come riesca a perdere ore e ore davanti agli armadi per poi vestirsi in questa maniera.”
“La smettiamo di prendere in giro un povero padre di famiglia?”
“Ok, ok, padre di famiglia. Ricordati piuttosto di passare da casa mia. Prima al telefono mi sono dimenticato di dirti di aver raccolto tanti di quei cimeli autografati durante le interviste di queste ultime settimane, da riuscire a fare non una, ma due aste di raccolte fondi.”
“Ottimo, ma non pensare di cavartela così. Ti ricordo che stasera il discorsetto di benvenuto te lo devi sorbire anche tu. Non vado lì da solo.”
“Lo so, lo so. Anzi, facciamolo subito: via il dente via il dolore.”
“Ok.”
Ci dirigiamo entrambi davanti al buffet. I partecipanti alla serata si voltano a guardarci. Il primo a parlare è Steve.
“Amiche e amici, permettetemi una piccola premessa alla serata. Questa cena non è stata organizzata per raccogliere fondi. Non fraintendetemi, non rifiuteremo qualsiasi offerta voleste farci. Sapete bene che i soldi per i nostri progetti non bastano mai. Ma, scusate se mi ripeto, questa cena non è stata organizzata per raccogliere fondi. Siamo qui per ringraziarci l’un l’altro per l'ottimo lavoro svolto. Perché tutti noi qui presenti abbiamo contribuito a rendere la fondazione quella che è oggi. Qui non ci sono solo finanziatori che staccano un assegno per lavarsi la coscienza, qui ci sono persone che si sono impegnate per un obbiettivo comune. Chi ha procurato case rifugio, chi ha pubblicizzato la nostra causa, chi ci ha procurato materiale, chi ha usato il suo tempo e il suo impegno per aiutarci a proteggere i più deboli. Nessuno di noi si è tirato indietro, e questa sera festeggiamo i quindici anni di questa nostra piccola fondazione, perché da domani dobbiamo ricominciare ad affrontare incubi che, purtroppo, non avranno mai fine. Incubi che uccidono quattro bambini ogni maledetto giorno dell'anno. Nel solo 2006, oltre centotrentamila bambini sono stati oggetto di abusi sessuali. Trecentoventicinquemila sono...” Steve si ferma di colpo. Si guarda intorno e sorride. Quel famoso sorriso. “Scusate. Mi stavo già lanciando nel solito discorso di raccolta fondi. Ero già pronto a snocciolarvi dati su dati sugli abusi negli Stati Uniti. Poi mi sono ricordato dove mi trovo e chi ho davanti. Voi quei numeri li sapete forse meglio di me. Sapete tutti fin troppo bene di cosa parlo, non devo certo spiegare a voi quello che c’è fuori da questo locale. Quindi scusate ancora. È stata la forza dell’abitudine. Per punirmi, nonostante la mia ben nota logorrea, mi fermo qui. Signore e signori, anzi, amiche e amici, grazie di essere qui stasera. A noi.”
Tutti i presenti alzano il calice e contraccambiano il brindisi. Adesso tocca a me. Faccio un profondo respiro e mi lancio.
“Perdonatemi, se prendo qualche istante per parlare di me. Ma devo a tutti voi delle profonde scuse. E questa è l’occasione giusta per farle. Come alcuni sanno, ho avuto vari problemi con l'alcol; problemi che negli ultimi tempi mi hanno tenuto lontano dalla fondazione, più di quanto avrei voluto. Di questo chiedo scusa a tutti voi, che avete dovuto sopperire alle mie mancanze e alla mia debolezza di carattere.” Steve cerca di interrompermi, ma lo fermo con gesto della mano. “Sono stato un pessimo esempio, un mediocre padre, un mediocre marito -la mia ex moglie laggiù può testimoniare- e un mediocre membro di questa fantastica fondazione, ma senza volermi dare alcuna giustificazione. Non ce l'ho. Una cosa deve essere chiara. Si può essere un mediocre padre perchè troppo indaffarati con il lavoro o con i propri interessi, si può essere un mediocre marito, perchè infedeli o semplicemente incapaci di accettare di dover crescere e tutte le responsabilità che questo comporta. Può succedere e spetta a ognuno di noi convivere con la propria coscienza…” Guardo Liza per una frazione di secondo. “…e cercare di porre rimedio ai propri errori.”
Torno a guardare davanti a me. “Ma questa fondazione e la battaglia che porta avanti non riguarda padri e mariti mediocri, riguarda criminali. Nulla che sia lavoro, sesso o alcol può giustificare la violenza nei confronti dei propri cari. Nulla. Per questo, grazie a Steve e grazie a voi, da quindici anni la fondazione che indegnamente porta il mio nome lotta per perseguire e punire questi criminali.” Mi volto verso Steve. “Sono già passati quindici anni. Ti rendi conto?” Lui annuisce. “Come sapete l’idea della fondazione è partita da Steve e io mi sono aggregato subito, con tutto l’entusiasmo di cui è capace un ventenne. Eravamo giovani, inesperti, ma credevamo per esperienza diretta che fosse necessario fare qualcosa affiancando le istituzioni pubbliche, con un sistema volto a prevenire e proteggere i più deboli, saltando tanti passaggi burocratici più dannosi che utili e, a volte, eludendoli proprio. Quando finalmente, grazie al mio contratto da professionista redatto dall'uomo alla mia destra, abbiamo avuto i soldi, non ci è sembrato vero di poterci mettere in proprio, assumendo la direzione di tutto. Ovviamente, io mi sono limitato al nome e a fare pubblicità per avviare la fondazione. Ma la gestione diretta e quotidiana è ricaduta tutta su Steve.”
Steve prova ancora una volta a dire qualcosa, ma lo blocco di nuovo mettendogli una mano sul braccio.
“Lasciami parlare. Anche io voglio dire una cosa che tutti i presenti in questa sala conoscono. Se una piccola fondazione in quindici anni si è trasformata in un’organizzazione presente in tutti gli Stati Uniti, il merito è tutto tuo. A noi e a Steve Parker.”
“Ad Alvin Santisky.” Fa lui di rimando.
Ci abbracciamo e io mi commuovo, mentre in molti applaudono. Con gli anni sto proprio diventando un sentimentalone. Di sto passo un giorno guarderò anche Via col vento… e mi piacerà pure…
Dopo un paio di strette di mano ai nostri ospiti, torniamo dai nostri familiari. I miei genitori non sembrano nemmeno essersi accorti del nostro discorso. Mia madre sta impedendo a mio padre di scrivere su un tovagliolo del locale. Sono proprio incorreggibili.
Last edited by Alvise on 08/04/2010, 10:14, edited 1 time in total.
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Alvise
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (prima parte: mattina)
in due pezzi causa limite di 20mila caratteri.
Tutto sta andando bene. Sono con la mia famiglia, ho accanto Liza, non ho ancora fatto gaffe. Tutto è perfetto quando improvvisamente mi suona il cellulare. La suoneria è al minimo e nessuno si volta. Sullo schermo appare il nome di Harold. Mi allontano un attimo dal gruppo per rispondere. Liza, come quasi tutti gli abitanti di questo pianeta, esclusa mia madre, non sopporta Harold. Non ho mai capito il perchè. Intendo della simpatia di mia madre verso Harold, sull'antipatia ce ne sono milioni di ragioni, alcune penalmente perseguibili.
“Pronto?”
“Oh, finalmente rispondi, che cazzo stavi facendo? Una sega?”
Cosa stavo dicendo sulla sua simpatia?
“No, sono a una serata della mia fondazione contro le violenze ai bambini.”
Uno sbuffo annoiato mi riempie il padiglione auricolare.
“Ok. Ti vengo a salvare. Dimmi dove ti trovi.”
Sudo freddo. Non oso immaginare l'ingresso di Harold in quell'ambiente.
“No no. Stasera nessuno viene a prendere nessuno. Devo rimanere qui. È la mia fondazione mica posso andarmene.”
“Che palle che sei, vecchio.”
Finalmente realizzo.
“Sei a New York?”
“Certo, sono arrivato appena adesso. Non posso mica stare a Los Angeles a farmi rubare i soldi dai pezzenti che lavorano per me. Se non li tieni d'occhio, questi te lo mettono nel culo alla velocità della luce.”
Ho già voglia di spegnere il cellulare.
“Sono secoli che non ti fai sentire. Se non ti chiamo io, non ci sentiremmo mai.”
Ha ragione, ma sia mai che glielo dica.
“Ti sbagli. Stavo giusto per chiamarti. Solo non volevo disturbarti (menzogna). L'avrei fatto domani mattina.”
“Allora hai bisogno di un favore. Cosa cazzo ti serve?”. Fine, elegante e diretto. A questo punto è inutile girarci intorno.
“Mi serve una mano per rimettermi in carreggiata. Ho una pancia così larga che la cintura fa il giro di tre stati prima di potersi chiudere.”
“Troppe seghe. Se scopassi di più, avresti meno pancia. Senti cosa facciamo: domani ti porto da una troietta che conosco. Una di quelle brave, eh. Ti giuro che dopo un pomeriggio sotto le sue amorevoli cure, avrai perso come minimo cinque, sei chili.” La frase si conclude con una bella risata asinina.
“Smettila. Ci vuole altro per rimettermi in forma. Ho bisogno di un programma serio che tenga conto anche del mio ginocchio.”
“Mmmm, va beh.” Sono certo avrebbe preferito l’idea di farmi sbattere dalla troietta, per poi magari farci un giro anche lui. “Allora, senti che facciamo: domani mattina sei libero?”
“Sì!” Il lunedì è il mio giorno di riposo quando il campionato è in pausa.
“Ottimo. Allora ti fisso per domani mattina una visita medica per un check up completo. Sai come funziona, quindi non mangiare niente prima.”
“Per me va bene.”
“Perfetto, adesso chiamo quel cretino del mio direttore e gli dico di metterti in priorità assoluta. Così non perdiamo tempo. Farò slittare qualche cicciona adiposa, nessun problema. Quando avremo le analisi complete, vieni da me e decidiamo il da farsi. Ok?”
“Ok e grazie.”
“Sai che per te farei qualsiasi cosa. Bene, a più avanti allora.” E la comunicazione viene interrotta. Tipico di Harold, non saluta mai.
Adesso, magari suona strano che la persona da me dipinta come un bastardo insensibile ed egoista, mi chiami amico e si sbatta per esaudire ogni mio desiderio. È solo per un bel favore che gli ho fatto ai tempi del college, tutto qui. Steve, che ha tutti i difetti del mondo, ha il pregio di essere riconoscente. Il favore è stato grande e da quel momento lui si sente obbligato a prestarmi ogni aiuto possibile.
“Chi era?” mi chiede Liza.
Mento.
“Nessuno. Lavoro.”
Come promesso Liza ed io ci accomiatiamo piuttosto presto. La serata è solo una cena con buffet dove si chiacchiera e ci si rilassa, ma non è niente di impegnativo. Ognuno può arrivare e andarsene senza alcuna formalità. La scelta migliore per chi ha molti impegni, come certe persone intervenute solo per un saluto e poi diretti ad altri impegni mondani o d’affari, o per chi di suo non potrebbe permettersi una serata del genere e ne approfitta per mangiare quanto vuole senza preoccuparsi del conto. Un modo da parte mia e di Steve di ringraziare chi ci ha dato una mano in questi anni. Comunque, alla fine salutiamo tutti i parenti e amici che riusciamo a incontrare e ci avviamo verso casa.
Questo è il momento più duro di tutta la serata. In confronto, il discorso è stato un giochetto, come pure affrontare i miei genitori. Come mi devo comportare al momento dei saluti? So anche la risposta. Un maniera corretta: un bacio sulla guancia, molto formale e via. Nessun tentativo di entrare in casa, né di ottenere un bacio più intenso, ma soprattutto, Alvin, non chiederle se è stata bene con te. Chiedile, piuttosto, se non si è annoiata alla cena della fondazione, ma non riferirti solo a te, facendo intendere che per te questa era un’uscita a due. Per carità. Manderesti tutto al diavolo. E tu non vuoi mandare tutto al diavolo, vero? No. Non voglio. Non lo voglio in maniera così intensa che manco mi ricordo di stare riflettendo tra me e me e mi metto a scuotere la testa a destra e a sinistra.
“Che stai facendo?” mi chiede Liza.
“Io? Niente, niente.” Figura di m….
A questo punto entro in stato catatonico fino a quando non arriviamo da lei. Mi giro verso la maniglia della mia portiera per poter scendere e accompagnarla fino alla porta. Questo sì, potrò farlo, no? No. Lei mi sfiora una guancia. Mi volto verso di lei. Il suo viso sarà a venti centimetri dal mio. Sento il suo profumo. È sempre lo stesso, non l’ha cambiato. Mi faceva girare la testa quando l’ho conosciuta e ancora adesso mi provoca lo stesso effetto. Mi irrigidisco per non permettere al mio collo di piegarsi in avanti e cercare di baciarla. Ommioddio quanto vorrei farlo. La guardo negli occhi. Liza è tanto seria quanto bella.
Si avvicina e mi bacia sulla guancia. Sento le sue labbra il suo respiro e una vampata di calore si propaga per tutto il mio corpo.
“Buonanotte Alvin. È stato uno splendido appuntamento.” e prima che io possa ribattere è già fuori dal taxi.
“Ma...”
“Andata male, eh?” interviene il tassista.
“In tutta sincerità, credo fossero anni che non mi andava così bene.”
Arrivato a casa, sono così eccitato che mi addormento dopo quattro ore. L'ho detto che tutto mi va alla grande in questo periodo?
Tutto sta andando bene. Sono con la mia famiglia, ho accanto Liza, non ho ancora fatto gaffe. Tutto è perfetto quando improvvisamente mi suona il cellulare. La suoneria è al minimo e nessuno si volta. Sullo schermo appare il nome di Harold. Mi allontano un attimo dal gruppo per rispondere. Liza, come quasi tutti gli abitanti di questo pianeta, esclusa mia madre, non sopporta Harold. Non ho mai capito il perchè. Intendo della simpatia di mia madre verso Harold, sull'antipatia ce ne sono milioni di ragioni, alcune penalmente perseguibili.
“Pronto?”
“Oh, finalmente rispondi, che cazzo stavi facendo? Una sega?”
Cosa stavo dicendo sulla sua simpatia?
“No, sono a una serata della mia fondazione contro le violenze ai bambini.”
Uno sbuffo annoiato mi riempie il padiglione auricolare.
“Ok. Ti vengo a salvare. Dimmi dove ti trovi.”
Sudo freddo. Non oso immaginare l'ingresso di Harold in quell'ambiente.
“No no. Stasera nessuno viene a prendere nessuno. Devo rimanere qui. È la mia fondazione mica posso andarmene.”
“Che palle che sei, vecchio.”
Finalmente realizzo.
“Sei a New York?”
“Certo, sono arrivato appena adesso. Non posso mica stare a Los Angeles a farmi rubare i soldi dai pezzenti che lavorano per me. Se non li tieni d'occhio, questi te lo mettono nel culo alla velocità della luce.”
Ho già voglia di spegnere il cellulare.
“Sono secoli che non ti fai sentire. Se non ti chiamo io, non ci sentiremmo mai.”
Ha ragione, ma sia mai che glielo dica.
“Ti sbagli. Stavo giusto per chiamarti. Solo non volevo disturbarti (menzogna). L'avrei fatto domani mattina.”
“Allora hai bisogno di un favore. Cosa cazzo ti serve?”. Fine, elegante e diretto. A questo punto è inutile girarci intorno.
“Mi serve una mano per rimettermi in carreggiata. Ho una pancia così larga che la cintura fa il giro di tre stati prima di potersi chiudere.”
“Troppe seghe. Se scopassi di più, avresti meno pancia. Senti cosa facciamo: domani ti porto da una troietta che conosco. Una di quelle brave, eh. Ti giuro che dopo un pomeriggio sotto le sue amorevoli cure, avrai perso come minimo cinque, sei chili.” La frase si conclude con una bella risata asinina.
“Smettila. Ci vuole altro per rimettermi in forma. Ho bisogno di un programma serio che tenga conto anche del mio ginocchio.”
“Mmmm, va beh.” Sono certo avrebbe preferito l’idea di farmi sbattere dalla troietta, per poi magari farci un giro anche lui. “Allora, senti che facciamo: domani mattina sei libero?”
“Sì!” Il lunedì è il mio giorno di riposo quando il campionato è in pausa.
“Ottimo. Allora ti fisso per domani mattina una visita medica per un check up completo. Sai come funziona, quindi non mangiare niente prima.”
“Per me va bene.”
“Perfetto, adesso chiamo quel cretino del mio direttore e gli dico di metterti in priorità assoluta. Così non perdiamo tempo. Farò slittare qualche cicciona adiposa, nessun problema. Quando avremo le analisi complete, vieni da me e decidiamo il da farsi. Ok?”
“Ok e grazie.”
“Sai che per te farei qualsiasi cosa. Bene, a più avanti allora.” E la comunicazione viene interrotta. Tipico di Harold, non saluta mai.
Adesso, magari suona strano che la persona da me dipinta come un bastardo insensibile ed egoista, mi chiami amico e si sbatta per esaudire ogni mio desiderio. È solo per un bel favore che gli ho fatto ai tempi del college, tutto qui. Steve, che ha tutti i difetti del mondo, ha il pregio di essere riconoscente. Il favore è stato grande e da quel momento lui si sente obbligato a prestarmi ogni aiuto possibile.
“Chi era?” mi chiede Liza.
Mento.
“Nessuno. Lavoro.”
Come promesso Liza ed io ci accomiatiamo piuttosto presto. La serata è solo una cena con buffet dove si chiacchiera e ci si rilassa, ma non è niente di impegnativo. Ognuno può arrivare e andarsene senza alcuna formalità. La scelta migliore per chi ha molti impegni, come certe persone intervenute solo per un saluto e poi diretti ad altri impegni mondani o d’affari, o per chi di suo non potrebbe permettersi una serata del genere e ne approfitta per mangiare quanto vuole senza preoccuparsi del conto. Un modo da parte mia e di Steve di ringraziare chi ci ha dato una mano in questi anni. Comunque, alla fine salutiamo tutti i parenti e amici che riusciamo a incontrare e ci avviamo verso casa.
Questo è il momento più duro di tutta la serata. In confronto, il discorso è stato un giochetto, come pure affrontare i miei genitori. Come mi devo comportare al momento dei saluti? So anche la risposta. Un maniera corretta: un bacio sulla guancia, molto formale e via. Nessun tentativo di entrare in casa, né di ottenere un bacio più intenso, ma soprattutto, Alvin, non chiederle se è stata bene con te. Chiedile, piuttosto, se non si è annoiata alla cena della fondazione, ma non riferirti solo a te, facendo intendere che per te questa era un’uscita a due. Per carità. Manderesti tutto al diavolo. E tu non vuoi mandare tutto al diavolo, vero? No. Non voglio. Non lo voglio in maniera così intensa che manco mi ricordo di stare riflettendo tra me e me e mi metto a scuotere la testa a destra e a sinistra.
“Che stai facendo?” mi chiede Liza.
“Io? Niente, niente.” Figura di m….
A questo punto entro in stato catatonico fino a quando non arriviamo da lei. Mi giro verso la maniglia della mia portiera per poter scendere e accompagnarla fino alla porta. Questo sì, potrò farlo, no? No. Lei mi sfiora una guancia. Mi volto verso di lei. Il suo viso sarà a venti centimetri dal mio. Sento il suo profumo. È sempre lo stesso, non l’ha cambiato. Mi faceva girare la testa quando l’ho conosciuta e ancora adesso mi provoca lo stesso effetto. Mi irrigidisco per non permettere al mio collo di piegarsi in avanti e cercare di baciarla. Ommioddio quanto vorrei farlo. La guardo negli occhi. Liza è tanto seria quanto bella.
Si avvicina e mi bacia sulla guancia. Sento le sue labbra il suo respiro e una vampata di calore si propaga per tutto il mio corpo.
“Buonanotte Alvin. È stato uno splendido appuntamento.” e prima che io possa ribattere è già fuori dal taxi.
“Ma...”
“Andata male, eh?” interviene il tassista.
“In tutta sincerità, credo fossero anni che non mi andava così bene.”
Arrivato a casa, sono così eccitato che mi addormento dopo quattro ore. L'ho detto che tutto mi va alla grande in questo periodo?
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (tutto)
chapeau
darioambro wrote:ahahah ro, tu sei davvero l'altra palla che vorrei avere![]()
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chinasky
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (tutto)
Rileggi l'ultima frase della prima parte alvi, mi pare che qualcosa non torni.
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (tutto)
O l'avevo capito io da solo o comunque mi sembra che l'avevi già detto che la fondazione era sua (mi sembra durante la telefonata di Steve).