Re: Naufraghi 2.0
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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0
Il mio avversario era un po’ dubbioso sul da farsi. Insomma, bisognava anche capirlo, mica era abituato ad affrontare gente della sua stazza. Dopo qualche istante, che mi permise di ridurre la distanza tra noi, caricò il braccio indietro con il chiaro intento di frustarmi con la sua cintura. Nel fare questo gesto anche il suo peso si spostò indietro e io, al posto che scappare per evitare il colpo, mi avvicinai ancora di più. In questo modo la frusta avrebbe perso ogni efficacia. O almeno così speravo.
Andò bene. La frustata partì, ma mi colpì prima di essersi dispiegata completamente e aver raggiunto la massima velocità. Non fu altro che uno schiaffo sul braccio, nemmeno troppo forte. Piegai la testa per evitare il ritorno della fibbia, che finì ad attorcigliarsi attorno al mio braccio sinistro. Afferrai la cinghia con la destra e la tirai a me strappandogliela di mano. Ero stato piuttosto rapido e non gli avevo dato tempo di reagire. La sua bella cintura borchiata pendeva inerme nella mia mano. La gettai a terra e mi avvicinai ancora. Ormai ci trovavamo a circa un metro l’uno dall’altro. Distanza perfetta per un cazzotto. E, infatti, lui cercò di colpirmi in maniera assai goffa. Schivai il pugno con facilità. Sbronzo com’era faceva fatica a stare in piedi, figurarsi colpirmi. Gli presi quindi il polso con la destra, mentre con la sinistra feci leva sul gomito. Per evitare che il braccio si rompesse, lui fu costretto ad accompagnare il movimento, finendo sul pavimento a pancia in giù. A quel punto lo bloccai, mettendo il ginocchio sinistro sopra la sua spalla. Ruotando la mano potevo tranquillamente spezzargli il polso. Un bell'inizio. fargli uscire l'osso dalla carne del polso. Ci riflettei un attimo, non era ancora il momento di farlo urlare come un neonato. Ma io volevo che si muovesse. Così lo lasciai andare e lo feci rialzare. Sbraitò qualcosa. E mi caricò di nuovo a testa bassa. Lo aspettavo e questa volta fui io a colpire. K.O. alla prima ripresa. Destro al fegato e sinistro al mento che mi si offriva in tutta la sua bellezza. Non diventi certo un buon combattente, menando bambini e donne indifese, mentre io avevo passato la vita a scappare e a lottare con bestioni di cento e passa chili. Fu fin troppo facile e infatti finì subito, con lui bell’addormentato ai miei piedi. cazzo. che delusione. speravo di lavorarmelo un po' prima di mandarlo a tappeto e, invece, niente. Aspettai un secondo o due... Magari riprendeva conoscenza e si ricominciava... Nulla. avrei dovuto rompergli il polso sensa preoccuparmi troppo di tempi e modi. Sono troppo sensibile è questo il mio problema.
“Contento adesso?” mi chiese Daniel dalla finestra.
Jeremy, accanto a lui, mi regalò un’espressione compiaciuta. Continuavo a stupirlo positivamente.
“Mica tanto. Ma non ti preoccupare non ho ancora finito...” Risposi con un bel sorriso. Quel peso morto ai miei piedi avrebbe pagato anche il conto per Double T.
“Ommioddiochecosavetefatto?” A parlare con un tono particolarmente disperato erano stati i vestiti, volevo dire la signora Gerosa. “Credi di averci fatto un favore? Questa sera si era ormai sfogato. Un paio di colpi ancora e sarebbe crollato ubriaco, ma adesso, quando tu e i tuoi amici ve ne sarete andati, con chi credete se la prenderà? E pensate che si accontenterà di qualche colpo con la cintura e un paio di sberle? Veramente grazie, buon samaritano del cazzo.”
Non badai ai vestiti, erano troppo usurati e ormai sformati dal troppo utilizzo per capire cosa avessi intenzione di fare. Mi rivolsi piuttosto al ragazzo.
“Non dare retta a tua madre, tuo padre se la potrà prendere con voi solo se vi farete trovare da lui. Ma io vi posso dare il tempo necessario per andarvene tranquilli. Che ne dici, mi devo fermare?”
“Ray, digli di fermarsi. Se no tuo padre ci ammazzerà. Digli di fermarsi.” La voce della donna nascondeva, dietro a un velo di autorità, un terrore puro. Provai pena per lei, ma anche dietro alla mia pena c’era nascosto qualcosa: disprezzo, perché permetteva a suo marito di picchiare suo figlio, Ray, impunemente.
“Ray, mi devo fermare?” chiesi di nuovo al ragazzo.
Ray guardò prima sua madre e poi suo padre. Aveva dei bellissimi occhi neri. Erano intelligenti e avevano la stessa determinazione che avevo visto in quelli di Steve nella notte dell’addio al celibato. Avrebbe avuto un grande futuro, se gliene fosse stato lasciato uno.
“Allora, mi devo fermare?” insistetti.
“No, no, NOOOOO!” iniziò con un sussurro e finì con un urlo liberatorio intriso di lacrime.
Assentii e con un certo entusiasmo afferrai la caviglia del signor Gerosa e posizionai la sua gamba tesa davanti a me. Misi il mio piede sul suo ginocchio e, sorridendo a Daniel, spinsi giù con tutta la mia forza.
Un rumore di rami secchi spezzati fu seguito dal grido del signor Gerosa, che iniziò ad agitarsi nel tentativo di arrivare al ginocchio, ma per quanto si sforzasse non riusciva a tirarsi su e così si limitava a rotolare per terra, gemendo. Guardai Ray, non c'era compassione nei suoi occhi. Guardai la madre: aveva paura, ma leggevo anche gioia irrefrenabile nel vedere quell'animale di suo marito agitarsi come un maiale nella merda. Era uno spettacolo, in effetti. E più si agitava e più soffriva.
Guardando i suoi pantaloni, non c'era da stupirsene troppo. Alcune macchie nere si stavano formando sul tessuto. Sangue. Mi sa che avevo tirato un po' troppo e l'osso aveva bucato la carne attorno al ginocchio. Soffriva e molto. A mio insindacabile giudizio, ancora troppo poco, però. Perciò torsi la caviglia. Le urla aumentarono. Chissà se il tipo al piano di sopra riusciva ancora a seguire il suo film alla televisione. Con tutte quelle grida non doveva essere facile. Per essere sicuro che gli fosse proprio impossibile, diedi una pacchetta amichevole alla coscia del signor Gerosa. Un buffetto, niente di più, ma lui non parve apprezzare. Si era portato le mani al volto e aveva iniziato a gridare che nemmeno un bestemmiatore all'inferno. Lo lasciai tranquillo qualche secondo e, quando il volume delle sue urla si abbassò leggermente, gli diedi un altro buffetto.
Avrei potuto proseguire con quel giochetto all'infinito. Farlo placare e poi colpirlo di nuovo. Era divertente, molto divertente. Ma non ero lì solo per il mio divertimento e così lasciai cadere la gamba a terra. Il signor Gerosa continuava a lamentarsi, ma io dovevo parlare per cui mi voltai verso di lui e gli tirai un calcio alla tempia. Tornò a dormire.
Silenzio.
Ottimo.
Mi rivolsi alla signora Gerosa.
“Il suo affettuoso marito, a causa dell’improvviso e inspiegabile incidente testè occorsogli, dovrà sottoporsi a cure per una lesione alla cartilagine del ginocchio e ai legamenti. Non sarà una cosa breve, bisogna che si faccia forza, perché il suo affettuoso marito se ne starà fuori dalle palle per un bel po’. Lei, quindi, ha tutto il tempo di andarsene da questa topaia e portare con sé suo figlio.”
“Ma io l’amo.” Replicò in un sussurro la signora Gerosa. La solita pietosa menzogna che ci si racconta per poter sopravvivere giorno dopo giorno. Non persi tempo a spiegarle che avrebbe potuto trovare di meglio. Probabilmente, dopo tanti soprusi, non mi avrebbe creduto. Fui invece molto diretto.
“Lei è liberissima di gettare nel cesso la sua vita e farsi massacrare da un imbecille frustrato ogni giorno della sua vita, ma questo non l’autorizza a fare altrettanto con suo figlio. Io adesso le do la possibilità di cambiare le cose. Se lei, però, non lo farà, sarà solo colpa sua e io non avrò nessun tipo di remora a denunciarla per complicità nei maltrattamenti ai danni di suo figlio.”
Detto questo, presi il portafoglio e tirai fuori un bigliettino da visita dell’avvocato Steve Parker e glielo porsi.
“Quando arriverà l’ambulanza che si porterà via suo marito, chiami questo studio legale. Si occuperà di tutto.”
"Ma noi non abbiamo soldi." disse guardandosi attorno, come se l'aspetto del suo appartamento potesse spiegare tutto. E, in effetti, spiegava proprio tutto.
"Signora, le ho detto che si occuperà di tutto quello studio legale. Le spese mediche per suo marito saranno ovviamente a carico mio, mentre per quanto riguarda lei e Ray non si angusti. Hanno anni di esperienza nell'affrontare certe problematiche. Deve fare solo una semplice telefonata, non si penta tutta la vita di non averla fatta per paura, per orgoglio o per la vergogna. È solo una telefonata. La faccia.”
Ray aveva seguito tutta la scena, guardando ora me, ora sua madre. Man mano che io parlavo, la gioia rancorosa che aveva accolto la rottura del ginocchio di suo padre da parte mia, aveva lasciato il posto a un sentimento di speranza per una vita senza violenze. Adesso, quando io non avevo altro da aggiungere, osservava sua madre, supplicandola con lo sguardo di fare quanto io le avevo suggerito. Gli occhi della signora Gerosa incontrarono quello sguardo e finalmente lei capì cosa fosse giusto fare.
"Ray, andiamo a chiamare l'ambulanza per tuo padre... e poi chiameremo questo famoso studio legale."
"Sìììììììììììììììì." gridò il ragazzo, correndo ad abbracciarla. Anche la signora Gerosa si lasciò andare all'emozione e scoppiò a piangere, mentre con una mano accarezzava la testa del figlio sussurrandogli parole d'amore.
A quel punto, il buon samaritano del cazzo poteva anche togliere il disturbo. E, così senza dire altro, mi diressi alla finestra.
"Dove va?" mi chiese la signora Gerosa. Forse non ero più un buon samaritano del cazzo, dopotutto.
Sorrisi.
"Direi che non c'è più bisogno di me. Quello che mi sentivo in dovere di fare l'ho fatto, la parte difficile adesso spetta a voi. Quindi, in bocca al lupo e addio."
Niente da fare. Conosco i miei limiti. Sono solo un gorilla. Finché si tratta di usare i muscoli, me la cavo anche, ma saluti e ringraziamenti, insomma l'interazione con gli altri a parole e non coi fatti, non fa per me. Steve avrebbe saputo cosa dire. Io, invece, mi sentivo semplicemente di troppo. Volevo solo uscire da quell'appartamento il più velocemente possibile.
Peccato che Ray avesse altri programmi. Programmi assai imbarazzanti. Si divincolò da sua madre e mi corse dietro, abbracciandomi all'altezza della vita. E adesso? Che dovevo fare?
"Grazie." e il suo volto scomparve nella mia voluminosa pancia. Arrossii, come non mai in vita mia. Non sapevo cosa rispondere e così come sua madre poco prima, gli accarezzai la testa. Nella breve scazzottata con il padre di Ray, però, doveva essermi finito qualcosa negli occhi senza che me ne accorgessi, perché li sentii diventare umidi. Dovevano essere irritati.
Allontanai il bambino, che nel frattempo aveva lasciato due sbuffi d’acqua e sale sul mio giubbotto. Anche a lui doveva essere finito qualcosa negli occhi.
"Ray, io devo andare. Tu adesso occupati di tua madre, avrà molto bisogno di te. E mi raccomando, falle scegliere un uomo migliore la prossima volta, capito?"
Lui annuì, tutto convinto. A quel punto lo salutai con un buffetto sulla guancia e finalmente arrivai alla finestra, sperando che i due fuori avessero pietà di me. Ovviamente Daniel non ne ebbe nessuna. Quando fui in piedi sulla scala antincendio, mi apostrofò ridacchiando:
"Ma guardatelo, quel duro di Alvin Santisky è rosso come un peperone troppo maturo."
"Smettila, Daniel, non puoi approfittartene così."
"Ti ricordo che mi hai portato a Detroit, eccome se posso approfittarmene, mio bel sentimentalone. Sono lacrime quelle che vedo nei tuoi occhi?"
Colpito e affondato. Fortunatamente Jeremy venne in mio aiuto.
"Non dargli retta, Alvin. Sei stato immenso!" Fin qui tutto bene, ma poi iniziò a ripetere il mio nome, agitandosi come un tifoso sugli spalti. Dovevo scappare da lì, così iniziai a scendere, allontanandomi dal sorrisetto sarcastico di Daniel e dagli incitamenti di Jeremy. Arrivato in strada, però mi resi conto che mi toccava aspettarli. Fu un errore. Il primo a parlare fu Jeremy.
"Cazzo, altro che torte di mele! Sei un cazzo di giustiziere della notte." Era un complimento? Probabilmente sì, sicuramente non lo erano le parole di Daniel.
"Già, di giorno è un mediocre e dispotico giornalista televisivo, ma quando le ombre della sera si allungano si trasforma in Superalvin il vendicatore dei deboli, il difensore degli oppressi, il paladino dei perseguitati."
Lo guardai storto, ma ottenni solo il risultato di farlo sghignazzare ancora di più.
Jeremy si mise a ridere. “Vero, vero, e tu sei il suo inseparabile compagno, quello che non fa nulla e parla sempre." e giù altre risate. A quel punto, vedendo la faccia di Daniel a quella frase, non riuscii a trattenermi e mi unii alle risate e così in quel vicolo buio le grida di poco prima furono sostituite da risate e schiamazzi che non avevano nessuna intenzione di smettere, anche perchè, appena qualcuno riusciva a riprendere un attimo di controllo, qualcun altro usciva con una battuta ancora più assurda sui miei supposti poteri che, per cercare di mantenere un minimo di contegno, evito di elencare.
[continua...]
Andò bene. La frustata partì, ma mi colpì prima di essersi dispiegata completamente e aver raggiunto la massima velocità. Non fu altro che uno schiaffo sul braccio, nemmeno troppo forte. Piegai la testa per evitare il ritorno della fibbia, che finì ad attorcigliarsi attorno al mio braccio sinistro. Afferrai la cinghia con la destra e la tirai a me strappandogliela di mano. Ero stato piuttosto rapido e non gli avevo dato tempo di reagire. La sua bella cintura borchiata pendeva inerme nella mia mano. La gettai a terra e mi avvicinai ancora. Ormai ci trovavamo a circa un metro l’uno dall’altro. Distanza perfetta per un cazzotto. E, infatti, lui cercò di colpirmi in maniera assai goffa. Schivai il pugno con facilità. Sbronzo com’era faceva fatica a stare in piedi, figurarsi colpirmi. Gli presi quindi il polso con la destra, mentre con la sinistra feci leva sul gomito. Per evitare che il braccio si rompesse, lui fu costretto ad accompagnare il movimento, finendo sul pavimento a pancia in giù. A quel punto lo bloccai, mettendo il ginocchio sinistro sopra la sua spalla. Ruotando la mano potevo tranquillamente spezzargli il polso. Un bell'inizio. fargli uscire l'osso dalla carne del polso. Ci riflettei un attimo, non era ancora il momento di farlo urlare come un neonato. Ma io volevo che si muovesse. Così lo lasciai andare e lo feci rialzare. Sbraitò qualcosa. E mi caricò di nuovo a testa bassa. Lo aspettavo e questa volta fui io a colpire. K.O. alla prima ripresa. Destro al fegato e sinistro al mento che mi si offriva in tutta la sua bellezza. Non diventi certo un buon combattente, menando bambini e donne indifese, mentre io avevo passato la vita a scappare e a lottare con bestioni di cento e passa chili. Fu fin troppo facile e infatti finì subito, con lui bell’addormentato ai miei piedi. cazzo. che delusione. speravo di lavorarmelo un po' prima di mandarlo a tappeto e, invece, niente. Aspettai un secondo o due... Magari riprendeva conoscenza e si ricominciava... Nulla. avrei dovuto rompergli il polso sensa preoccuparmi troppo di tempi e modi. Sono troppo sensibile è questo il mio problema.
“Contento adesso?” mi chiese Daniel dalla finestra.
Jeremy, accanto a lui, mi regalò un’espressione compiaciuta. Continuavo a stupirlo positivamente.
“Mica tanto. Ma non ti preoccupare non ho ancora finito...” Risposi con un bel sorriso. Quel peso morto ai miei piedi avrebbe pagato anche il conto per Double T.
“Ommioddiochecosavetefatto?” A parlare con un tono particolarmente disperato erano stati i vestiti, volevo dire la signora Gerosa. “Credi di averci fatto un favore? Questa sera si era ormai sfogato. Un paio di colpi ancora e sarebbe crollato ubriaco, ma adesso, quando tu e i tuoi amici ve ne sarete andati, con chi credete se la prenderà? E pensate che si accontenterà di qualche colpo con la cintura e un paio di sberle? Veramente grazie, buon samaritano del cazzo.”
Non badai ai vestiti, erano troppo usurati e ormai sformati dal troppo utilizzo per capire cosa avessi intenzione di fare. Mi rivolsi piuttosto al ragazzo.
“Non dare retta a tua madre, tuo padre se la potrà prendere con voi solo se vi farete trovare da lui. Ma io vi posso dare il tempo necessario per andarvene tranquilli. Che ne dici, mi devo fermare?”
“Ray, digli di fermarsi. Se no tuo padre ci ammazzerà. Digli di fermarsi.” La voce della donna nascondeva, dietro a un velo di autorità, un terrore puro. Provai pena per lei, ma anche dietro alla mia pena c’era nascosto qualcosa: disprezzo, perché permetteva a suo marito di picchiare suo figlio, Ray, impunemente.
“Ray, mi devo fermare?” chiesi di nuovo al ragazzo.
Ray guardò prima sua madre e poi suo padre. Aveva dei bellissimi occhi neri. Erano intelligenti e avevano la stessa determinazione che avevo visto in quelli di Steve nella notte dell’addio al celibato. Avrebbe avuto un grande futuro, se gliene fosse stato lasciato uno.
“Allora, mi devo fermare?” insistetti.
“No, no, NOOOOO!” iniziò con un sussurro e finì con un urlo liberatorio intriso di lacrime.
Assentii e con un certo entusiasmo afferrai la caviglia del signor Gerosa e posizionai la sua gamba tesa davanti a me. Misi il mio piede sul suo ginocchio e, sorridendo a Daniel, spinsi giù con tutta la mia forza.
Un rumore di rami secchi spezzati fu seguito dal grido del signor Gerosa, che iniziò ad agitarsi nel tentativo di arrivare al ginocchio, ma per quanto si sforzasse non riusciva a tirarsi su e così si limitava a rotolare per terra, gemendo. Guardai Ray, non c'era compassione nei suoi occhi. Guardai la madre: aveva paura, ma leggevo anche gioia irrefrenabile nel vedere quell'animale di suo marito agitarsi come un maiale nella merda. Era uno spettacolo, in effetti. E più si agitava e più soffriva.
Guardando i suoi pantaloni, non c'era da stupirsene troppo. Alcune macchie nere si stavano formando sul tessuto. Sangue. Mi sa che avevo tirato un po' troppo e l'osso aveva bucato la carne attorno al ginocchio. Soffriva e molto. A mio insindacabile giudizio, ancora troppo poco, però. Perciò torsi la caviglia. Le urla aumentarono. Chissà se il tipo al piano di sopra riusciva ancora a seguire il suo film alla televisione. Con tutte quelle grida non doveva essere facile. Per essere sicuro che gli fosse proprio impossibile, diedi una pacchetta amichevole alla coscia del signor Gerosa. Un buffetto, niente di più, ma lui non parve apprezzare. Si era portato le mani al volto e aveva iniziato a gridare che nemmeno un bestemmiatore all'inferno. Lo lasciai tranquillo qualche secondo e, quando il volume delle sue urla si abbassò leggermente, gli diedi un altro buffetto.
Avrei potuto proseguire con quel giochetto all'infinito. Farlo placare e poi colpirlo di nuovo. Era divertente, molto divertente. Ma non ero lì solo per il mio divertimento e così lasciai cadere la gamba a terra. Il signor Gerosa continuava a lamentarsi, ma io dovevo parlare per cui mi voltai verso di lui e gli tirai un calcio alla tempia. Tornò a dormire.
Silenzio.
Ottimo.
Mi rivolsi alla signora Gerosa.
“Il suo affettuoso marito, a causa dell’improvviso e inspiegabile incidente testè occorsogli, dovrà sottoporsi a cure per una lesione alla cartilagine del ginocchio e ai legamenti. Non sarà una cosa breve, bisogna che si faccia forza, perché il suo affettuoso marito se ne starà fuori dalle palle per un bel po’. Lei, quindi, ha tutto il tempo di andarsene da questa topaia e portare con sé suo figlio.”
“Ma io l’amo.” Replicò in un sussurro la signora Gerosa. La solita pietosa menzogna che ci si racconta per poter sopravvivere giorno dopo giorno. Non persi tempo a spiegarle che avrebbe potuto trovare di meglio. Probabilmente, dopo tanti soprusi, non mi avrebbe creduto. Fui invece molto diretto.
“Lei è liberissima di gettare nel cesso la sua vita e farsi massacrare da un imbecille frustrato ogni giorno della sua vita, ma questo non l’autorizza a fare altrettanto con suo figlio. Io adesso le do la possibilità di cambiare le cose. Se lei, però, non lo farà, sarà solo colpa sua e io non avrò nessun tipo di remora a denunciarla per complicità nei maltrattamenti ai danni di suo figlio.”
Detto questo, presi il portafoglio e tirai fuori un bigliettino da visita dell’avvocato Steve Parker e glielo porsi.
“Quando arriverà l’ambulanza che si porterà via suo marito, chiami questo studio legale. Si occuperà di tutto.”
"Ma noi non abbiamo soldi." disse guardandosi attorno, come se l'aspetto del suo appartamento potesse spiegare tutto. E, in effetti, spiegava proprio tutto.
"Signora, le ho detto che si occuperà di tutto quello studio legale. Le spese mediche per suo marito saranno ovviamente a carico mio, mentre per quanto riguarda lei e Ray non si angusti. Hanno anni di esperienza nell'affrontare certe problematiche. Deve fare solo una semplice telefonata, non si penta tutta la vita di non averla fatta per paura, per orgoglio o per la vergogna. È solo una telefonata. La faccia.”
Ray aveva seguito tutta la scena, guardando ora me, ora sua madre. Man mano che io parlavo, la gioia rancorosa che aveva accolto la rottura del ginocchio di suo padre da parte mia, aveva lasciato il posto a un sentimento di speranza per una vita senza violenze. Adesso, quando io non avevo altro da aggiungere, osservava sua madre, supplicandola con lo sguardo di fare quanto io le avevo suggerito. Gli occhi della signora Gerosa incontrarono quello sguardo e finalmente lei capì cosa fosse giusto fare.
"Ray, andiamo a chiamare l'ambulanza per tuo padre... e poi chiameremo questo famoso studio legale."
"Sìììììììììììììììì." gridò il ragazzo, correndo ad abbracciarla. Anche la signora Gerosa si lasciò andare all'emozione e scoppiò a piangere, mentre con una mano accarezzava la testa del figlio sussurrandogli parole d'amore.
A quel punto, il buon samaritano del cazzo poteva anche togliere il disturbo. E, così senza dire altro, mi diressi alla finestra.
"Dove va?" mi chiese la signora Gerosa. Forse non ero più un buon samaritano del cazzo, dopotutto.
Sorrisi.
"Direi che non c'è più bisogno di me. Quello che mi sentivo in dovere di fare l'ho fatto, la parte difficile adesso spetta a voi. Quindi, in bocca al lupo e addio."
Niente da fare. Conosco i miei limiti. Sono solo un gorilla. Finché si tratta di usare i muscoli, me la cavo anche, ma saluti e ringraziamenti, insomma l'interazione con gli altri a parole e non coi fatti, non fa per me. Steve avrebbe saputo cosa dire. Io, invece, mi sentivo semplicemente di troppo. Volevo solo uscire da quell'appartamento il più velocemente possibile.
Peccato che Ray avesse altri programmi. Programmi assai imbarazzanti. Si divincolò da sua madre e mi corse dietro, abbracciandomi all'altezza della vita. E adesso? Che dovevo fare?
"Grazie." e il suo volto scomparve nella mia voluminosa pancia. Arrossii, come non mai in vita mia. Non sapevo cosa rispondere e così come sua madre poco prima, gli accarezzai la testa. Nella breve scazzottata con il padre di Ray, però, doveva essermi finito qualcosa negli occhi senza che me ne accorgessi, perché li sentii diventare umidi. Dovevano essere irritati.
Allontanai il bambino, che nel frattempo aveva lasciato due sbuffi d’acqua e sale sul mio giubbotto. Anche a lui doveva essere finito qualcosa negli occhi.
"Ray, io devo andare. Tu adesso occupati di tua madre, avrà molto bisogno di te. E mi raccomando, falle scegliere un uomo migliore la prossima volta, capito?"
Lui annuì, tutto convinto. A quel punto lo salutai con un buffetto sulla guancia e finalmente arrivai alla finestra, sperando che i due fuori avessero pietà di me. Ovviamente Daniel non ne ebbe nessuna. Quando fui in piedi sulla scala antincendio, mi apostrofò ridacchiando:
"Ma guardatelo, quel duro di Alvin Santisky è rosso come un peperone troppo maturo."
"Smettila, Daniel, non puoi approfittartene così."
"Ti ricordo che mi hai portato a Detroit, eccome se posso approfittarmene, mio bel sentimentalone. Sono lacrime quelle che vedo nei tuoi occhi?"
Colpito e affondato. Fortunatamente Jeremy venne in mio aiuto.
"Non dargli retta, Alvin. Sei stato immenso!" Fin qui tutto bene, ma poi iniziò a ripetere il mio nome, agitandosi come un tifoso sugli spalti. Dovevo scappare da lì, così iniziai a scendere, allontanandomi dal sorrisetto sarcastico di Daniel e dagli incitamenti di Jeremy. Arrivato in strada, però mi resi conto che mi toccava aspettarli. Fu un errore. Il primo a parlare fu Jeremy.
"Cazzo, altro che torte di mele! Sei un cazzo di giustiziere della notte." Era un complimento? Probabilmente sì, sicuramente non lo erano le parole di Daniel.
"Già, di giorno è un mediocre e dispotico giornalista televisivo, ma quando le ombre della sera si allungano si trasforma in Superalvin il vendicatore dei deboli, il difensore degli oppressi, il paladino dei perseguitati."
Lo guardai storto, ma ottenni solo il risultato di farlo sghignazzare ancora di più.
Jeremy si mise a ridere. “Vero, vero, e tu sei il suo inseparabile compagno, quello che non fa nulla e parla sempre." e giù altre risate. A quel punto, vedendo la faccia di Daniel a quella frase, non riuscii a trattenermi e mi unii alle risate e così in quel vicolo buio le grida di poco prima furono sostituite da risate e schiamazzi che non avevano nessuna intenzione di smettere, anche perchè, appena qualcuno riusciva a riprendere un attimo di controllo, qualcun altro usciva con una battuta ancora più assurda sui miei supposti poteri che, per cercare di mantenere un minimo di contegno, evito di elencare.
[continua...]
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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0
Nel percorso fino alla macchina, passammo davanti anche ai due poliziotti rigorosamente seduti nella loro autovettura, rigorosamente fermi. I loro volti erano esterrefatti. Non capitava spesso di vedere qualcuno divertirsi in maniera scanzonata in quel quartiere. Nel vederli così stupiti., le nostre risa aumentarono di intensità e quasi dovemmo reggerci l'un l'altro per non finire lunghi distesi davanti alla macchina di pattuglia. Non smettemmo di ridere finchè non arrivammo al piazzale della scuola. L'essere prossimi al commiato dell'addio ci tolse un po' di gioia. La macchina c’era ancora e pure le ruote. Il servizio di sorveglianza dei mistz funzionava ottimamente, dovevo convenirne.
Daniel si avvicinò a Jeremy.
"Ciao, Negro!"
"Ciao, Mangiaspaghetti!"
Si abbracciarono. Avevano in comune più di quanto io potessi cogliere.
Una volta lasciatisi, fu il mio turno di salutare Jeremy.
"Grazie di tutto. È stato molto istruttivo."
"Grazie a te, per avermi fatto assistere a una delle mirabolanti imprese dell'incredibile Superalvin."
E scoppiò di nuovo a ridere. Subito Daniel si aggregò e pochi istanti dopo si ritrovarono abbracciati a ridere alle spalle del povero vecchio Alvin Santisky. Li guardai un attimo ed ebbi una fitta, rendendomi conto che di lì a poco io e Daniel saremmo tornati a Los Angeles, al sicuro nei nostri appartamenti, mentre Jeremy sarebbe rimasto lì, tra uno spacciatore e una pistola di suo fratello. Mi fece un'enorme tenerezza. Al contrario di Jamal non era rabbioso, era disilluso. Si sentiva uno sconfitto, senza prospettive e non aveva nemmeno 18 anni. Eppure, per me quel ragazzo di qualità ne aveva. Solo non credeva più in se stesso. E come dargli torto, dopo essere passato da superstar a zoppo? È un problema che, in forma diversa, ho avuto anche io, ma almeno la vita da superstar io me la sono goduta e la rimpiango. Lui su quella vita ci recrimina. Tutt’altra cosa.
"Hai mai sentito parlare della fondazione Alvin Santisky per giovani di talento con problemi economici?"
Jeremy smise di colpo di ridere e mi guardò con aria interrogativa. Anche Daniel mi guardò, ma sul suo volto c'era sorpresa. Il mio cameraman sapeva che non esisteva alcuna fondazione Alvin Santisky per l'aiuto dei ragazzi poveri.
"Per motivi fiscali, che non sto qui a spiegare, ho messo a disposizione una discreta somma a favore di quei ragazzi che, pur avendo delle capacità, non possono permettersi la retta di un'università, né hanno ottenuto i voti necessari per l’ottenimento di una borsa di studio a causa delle pessime scuole da loro frequentate. A gestire il tutto è l'ateneo di UCLA. Decideranno loro se sei l'altezza o meno."
"E perchè lo dici a me?"
"Perchè voglio che tu mi invii qualcosa. Hai detto di voler diventare uno scrittore e raccontare la vita di questo quartiere. Bene, questa è la tua occasione. Ecco il mio indirizzo, spediscilo qui." E tirai fuori il biglietto. Lui non lo prese.
"Mi stai prendendo per il culo?" Incrociò le braccia e mi guardò con aria di sfida, in un atteggiamento più consono al fratello. Quando la vita ti prende a mazzate, diventa difficile fidarsi degli altri. Cambiai atteggiamento. A ogni situazione il suo linguaggio.
"Se ti volessi prendere per il culo, ti solleverei e ti sbatterei lì sul cofano della macchina. Prendi il biglietto. Sono o non sono Superalvin, il difensore degli oppressi? E non eri tu che volevi scappare da qui? Adesso ti concedi pure il lusso di rifiutare una possibilità che ti viene offerta? Ok che sei negro, ma vuoi essere anche un negro stupido?"
“Tu sei pazzo!” disse scuotendo la testa, però prese il biglietto e lo infilò in tasca.
"Io non sono bravo a scrivere." Borbottò. Mi sembrava di sentire la signora Gerosa.
"Tu smetti di fare il povero negro perseguitato e provaci." Detto questo feci un gesto con la testa a Daniel e andammo alla macchina. Quando ci allontanammo, guardai nello specchietto retrovisore. Jeremy era ancora lì a fissare il biglietto da visita.
Dopo qualche chilometro, Daniel si girò verso di me.
"Fondazione Alvin Santisky per il recupero dei giovani dotati?"
"Beh, forse ho mentito un pochino sul fatto che esista già. Ma stiamo a sindacare sulle parole?"
"Chi, io? Non mi permetterei mai."
"Era da un po' che mi girava in testa l'idea. Da quando Harold si è fatto male. Mi farà avere un sacco di sgravi fiscali. Penso che Steve farà salti di gioia all’idea. "
"Già, già, per gli sgravi fiscali. Sicuro."
"Che fai, metti in dubbio quel che dico?"
Scosse la testa.
"Alvin, non ho ancora capito fino a che punto sei pazzo, però ti dico una cosa."
"Cosa?"
"Mi piace il tuo stile." Ficcò nel lettore un cd degli ACDC e in bocca il solito pezzo di legno. "Avanti fino all'inferno, amico."
E mi sa che Daniel un po’ di sfiga porta, perché dopo quella notte, l’inferno arrivò con tutto il suo disgusto, il suo fetore e la sua violenza e durò per oltre due settimane.
Finii per mia colpa, lo confesso in una brutta storia, senza capo, né coda, una storia sicuramente da non raccontare e possibilmente, con un po' di fortuna, da dimenticare.
Per riuscirci, durante il viaggio di ritorno a casa scelsi il sistema, a mio modo di vedere, più diretto ed efficace: alcol e divano. Nulla di più e nulla di meno. Arrivato al cancello di casa, col senno di poi, sarei dovuto andare dritto a cercare la mia scorta segreta di Macallan full proof 25 anni, fregandomene del mondo. In fin dei conti, il mondo non lo sentivo da due settimane, come provavano le trecento chiamate non risposte sul mio cellulare. Non sarebbe stato un grande sforzo.
Invece, l’abitudine mi fece deviare verso la cassetta della posta. Iniziai a scartabellare quell’ammasso di carta. Pubblicità… pubblicità… pubblicità… lettera da Detroit. Lasciai da parte la sbronza e mi misi a leggere.
[continua...]
Daniel si avvicinò a Jeremy.
"Ciao, Negro!"
"Ciao, Mangiaspaghetti!"
Si abbracciarono. Avevano in comune più di quanto io potessi cogliere.
Una volta lasciatisi, fu il mio turno di salutare Jeremy.
"Grazie di tutto. È stato molto istruttivo."
"Grazie a te, per avermi fatto assistere a una delle mirabolanti imprese dell'incredibile Superalvin."
E scoppiò di nuovo a ridere. Subito Daniel si aggregò e pochi istanti dopo si ritrovarono abbracciati a ridere alle spalle del povero vecchio Alvin Santisky. Li guardai un attimo ed ebbi una fitta, rendendomi conto che di lì a poco io e Daniel saremmo tornati a Los Angeles, al sicuro nei nostri appartamenti, mentre Jeremy sarebbe rimasto lì, tra uno spacciatore e una pistola di suo fratello. Mi fece un'enorme tenerezza. Al contrario di Jamal non era rabbioso, era disilluso. Si sentiva uno sconfitto, senza prospettive e non aveva nemmeno 18 anni. Eppure, per me quel ragazzo di qualità ne aveva. Solo non credeva più in se stesso. E come dargli torto, dopo essere passato da superstar a zoppo? È un problema che, in forma diversa, ho avuto anche io, ma almeno la vita da superstar io me la sono goduta e la rimpiango. Lui su quella vita ci recrimina. Tutt’altra cosa.
"Hai mai sentito parlare della fondazione Alvin Santisky per giovani di talento con problemi economici?"
Jeremy smise di colpo di ridere e mi guardò con aria interrogativa. Anche Daniel mi guardò, ma sul suo volto c'era sorpresa. Il mio cameraman sapeva che non esisteva alcuna fondazione Alvin Santisky per l'aiuto dei ragazzi poveri.
"Per motivi fiscali, che non sto qui a spiegare, ho messo a disposizione una discreta somma a favore di quei ragazzi che, pur avendo delle capacità, non possono permettersi la retta di un'università, né hanno ottenuto i voti necessari per l’ottenimento di una borsa di studio a causa delle pessime scuole da loro frequentate. A gestire il tutto è l'ateneo di UCLA. Decideranno loro se sei l'altezza o meno."
"E perchè lo dici a me?"
"Perchè voglio che tu mi invii qualcosa. Hai detto di voler diventare uno scrittore e raccontare la vita di questo quartiere. Bene, questa è la tua occasione. Ecco il mio indirizzo, spediscilo qui." E tirai fuori il biglietto. Lui non lo prese.
"Mi stai prendendo per il culo?" Incrociò le braccia e mi guardò con aria di sfida, in un atteggiamento più consono al fratello. Quando la vita ti prende a mazzate, diventa difficile fidarsi degli altri. Cambiai atteggiamento. A ogni situazione il suo linguaggio.
"Se ti volessi prendere per il culo, ti solleverei e ti sbatterei lì sul cofano della macchina. Prendi il biglietto. Sono o non sono Superalvin, il difensore degli oppressi? E non eri tu che volevi scappare da qui? Adesso ti concedi pure il lusso di rifiutare una possibilità che ti viene offerta? Ok che sei negro, ma vuoi essere anche un negro stupido?"
“Tu sei pazzo!” disse scuotendo la testa, però prese il biglietto e lo infilò in tasca.
"Io non sono bravo a scrivere." Borbottò. Mi sembrava di sentire la signora Gerosa.
"Tu smetti di fare il povero negro perseguitato e provaci." Detto questo feci un gesto con la testa a Daniel e andammo alla macchina. Quando ci allontanammo, guardai nello specchietto retrovisore. Jeremy era ancora lì a fissare il biglietto da visita.
Dopo qualche chilometro, Daniel si girò verso di me.
"Fondazione Alvin Santisky per il recupero dei giovani dotati?"
"Beh, forse ho mentito un pochino sul fatto che esista già. Ma stiamo a sindacare sulle parole?"
"Chi, io? Non mi permetterei mai."
"Era da un po' che mi girava in testa l'idea. Da quando Harold si è fatto male. Mi farà avere un sacco di sgravi fiscali. Penso che Steve farà salti di gioia all’idea. "
"Già, già, per gli sgravi fiscali. Sicuro."
"Che fai, metti in dubbio quel che dico?"
Scosse la testa.
"Alvin, non ho ancora capito fino a che punto sei pazzo, però ti dico una cosa."
"Cosa?"
"Mi piace il tuo stile." Ficcò nel lettore un cd degli ACDC e in bocca il solito pezzo di legno. "Avanti fino all'inferno, amico."
E mi sa che Daniel un po’ di sfiga porta, perché dopo quella notte, l’inferno arrivò con tutto il suo disgusto, il suo fetore e la sua violenza e durò per oltre due settimane.
Finii per mia colpa, lo confesso in una brutta storia, senza capo, né coda, una storia sicuramente da non raccontare e possibilmente, con un po' di fortuna, da dimenticare.
Per riuscirci, durante il viaggio di ritorno a casa scelsi il sistema, a mio modo di vedere, più diretto ed efficace: alcol e divano. Nulla di più e nulla di meno. Arrivato al cancello di casa, col senno di poi, sarei dovuto andare dritto a cercare la mia scorta segreta di Macallan full proof 25 anni, fregandomene del mondo. In fin dei conti, il mondo non lo sentivo da due settimane, come provavano le trecento chiamate non risposte sul mio cellulare. Non sarebbe stato un grande sforzo.
Invece, l’abitudine mi fece deviare verso la cassetta della posta. Iniziai a scartabellare quell’ammasso di carta. Pubblicità… pubblicità… pubblicità… lettera da Detroit. Lasciai da parte la sbronza e mi misi a leggere.
[continua...]
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Pollack
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- Joined: 02/09/2005, 14:37
Re: Naufraghi 2.0
Mentre studiavo per letteratura inglese ho tentato una rielaborazione del racconto The Araby dai Dubliners di Joyce
In pratica the Araby è una storiella estratta dai Dubliners in cui un ragazzino che vive a north richmond street si innamora descrive i piccoli momenti di vita quotidiana e tra questi della sua prima sbandata per una chica.
La famosissima sorella di Mangan.
La spia, la segue, è sempre nei suoi pensieri, ha tremolii allo stomaco, non riesce più a studiare e la routine di vita quotidiana lo ammazza poverino.
Tra le altre come nelle migliori storie oltre a non saperne il nome non si parlano nemmeno i due, fino a che un giorno lei gli si avvicina nel retro di un posto scuro e gli chiede se lui ci va al bazaar questo sabato, lei non può che ha degli sbattimenti con la scuola fuori dal normale però le piacerebbe.
Lui ovvio come è oltre a prendersi malissimo e non rispondere nemmeno al saluto iniziale dice che se ci va le porta qualcosa.
E da lì l'agonia, metti che sia un martedì o un mercoledì, quei due o tre giorni che di solito volano iniziano a farsi lenti come nemmeno fosse sotto esame.
Inizia a mitizzare la schifezza del bazar che di solito non si sarebbe mai cagato se la fighettina non avesse aperto bocca e inizia a frequentare di meno gli amici, esci più di rado, ti fai meno seghe ma più coincise e pensate, insomma soffri e ne sei felice.
Poi arriva il famigerato sabato e la mattina presto alle sei è già in piedi e chiede allo zio carpentiere se la sera stessa lo porta o almeno gli da i picci per andare dato che è ancora un pupo.
Lo zio dice vai tra che ci andiamo stassera assieme.
Si fanno le cinque e lo zio non compare, intanto nello stomaco si attanaglia una consapevolezza che non comparirà, l'unica volta del cazzo in cui deve arrivare in tempo non ci arriva, e tu lo sai, aspetti attaccato con la disperazione dell'innamorato ma dentro di te sai già che è andata e lo spirito si affievolisce.
Poi alle nove di sera arriva lo zio, mezzo ubriaco, che si è totalmente dimenticato della tua importantissima visita al bazar, l'unica cosa che conta per te da una settimana ormai.
E ti gira anche il cazzo.
Glielo dici, ti fai mollare il dinero e corri come un pazzo sperando di arrivare per le dieci l'orario di chiusura.
E i mezzi sono lenti, ci credo sei nel 1915 voglio vedere che sono lenti, ma oltre che lenti sono in ritardo e passi anche questi ultimi tratti di attesa angosciato dal non riuscire, dal non perdere la giusta coincidenza smadonnando sui turisti che chiedono informazioni all'autista e ti fanno aspettare.
Arrivi alle dieci meno cinque.
Ce l'hai fatta.
Sei un grande.
Entri e il posto ti sembra più piccolo e più scuro di quello che ti eri immaginato, e le cose che devi comprare sono le stesse che trovi in un unieuro qualsiasi.
Ti avvicini comunque a dei cd e vedi che sono anche usati, senti parlare la tipa dietro al bancone con l'amica al cellulare e capisci che è della tua zona.
E d'un tratto l'incantesimo svanisce, te ne esci avvilito, e dietro si chiudono le porte del bazar e con questo socchiudersi sai già che la tipa non valeva la pena lo sbatti.
Ci si sono messe di mezzo i mille ritardi di vita quotidiana a farti passare la voglia e il sentimento di comprare qualcosa.
E' una sconfitta per l'amore, è un sconfitta per te stesso, è una sconfitta per il genere umano, ma è quello che ci riserva la vita.
In pratica the Araby è una storiella estratta dai Dubliners in cui un ragazzino che vive a north richmond street si innamora descrive i piccoli momenti di vita quotidiana e tra questi della sua prima sbandata per una chica.
La famosissima sorella di Mangan.
La spia, la segue, è sempre nei suoi pensieri, ha tremolii allo stomaco, non riesce più a studiare e la routine di vita quotidiana lo ammazza poverino.
Tra le altre come nelle migliori storie oltre a non saperne il nome non si parlano nemmeno i due, fino a che un giorno lei gli si avvicina nel retro di un posto scuro e gli chiede se lui ci va al bazaar questo sabato, lei non può che ha degli sbattimenti con la scuola fuori dal normale però le piacerebbe.
Lui ovvio come è oltre a prendersi malissimo e non rispondere nemmeno al saluto iniziale dice che se ci va le porta qualcosa.
E da lì l'agonia, metti che sia un martedì o un mercoledì, quei due o tre giorni che di solito volano iniziano a farsi lenti come nemmeno fosse sotto esame.
Inizia a mitizzare la schifezza del bazar che di solito non si sarebbe mai cagato se la fighettina non avesse aperto bocca e inizia a frequentare di meno gli amici, esci più di rado, ti fai meno seghe ma più coincise e pensate, insomma soffri e ne sei felice.
Poi arriva il famigerato sabato e la mattina presto alle sei è già in piedi e chiede allo zio carpentiere se la sera stessa lo porta o almeno gli da i picci per andare dato che è ancora un pupo.
Lo zio dice vai tra che ci andiamo stassera assieme.
Si fanno le cinque e lo zio non compare, intanto nello stomaco si attanaglia una consapevolezza che non comparirà, l'unica volta del cazzo in cui deve arrivare in tempo non ci arriva, e tu lo sai, aspetti attaccato con la disperazione dell'innamorato ma dentro di te sai già che è andata e lo spirito si affievolisce.
Poi alle nove di sera arriva lo zio, mezzo ubriaco, che si è totalmente dimenticato della tua importantissima visita al bazar, l'unica cosa che conta per te da una settimana ormai.
E ti gira anche il cazzo.
Glielo dici, ti fai mollare il dinero e corri come un pazzo sperando di arrivare per le dieci l'orario di chiusura.
E i mezzi sono lenti, ci credo sei nel 1915 voglio vedere che sono lenti, ma oltre che lenti sono in ritardo e passi anche questi ultimi tratti di attesa angosciato dal non riuscire, dal non perdere la giusta coincidenza smadonnando sui turisti che chiedono informazioni all'autista e ti fanno aspettare.
Arrivi alle dieci meno cinque.
Ce l'hai fatta.
Sei un grande.
Entri e il posto ti sembra più piccolo e più scuro di quello che ti eri immaginato, e le cose che devi comprare sono le stesse che trovi in un unieuro qualsiasi.
Ti avvicini comunque a dei cd e vedi che sono anche usati, senti parlare la tipa dietro al bancone con l'amica al cellulare e capisci che è della tua zona.
E d'un tratto l'incantesimo svanisce, te ne esci avvilito, e dietro si chiudono le porte del bazar e con questo socchiudersi sai già che la tipa non valeva la pena lo sbatti.
Ci si sono messe di mezzo i mille ritardi di vita quotidiana a farti passare la voglia e il sentimento di comprare qualcosa.
E' una sconfitta per l'amore, è un sconfitta per te stesso, è una sconfitta per il genere umano, ma è quello che ci riserva la vita.

-
Alvise
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Re: Naufraghi 2.0
Ciao Alvin,
forse non è lo scritto che ti aspettavi di ricevere, e in sincerità non è lo scritto che avrei voluto mandarti. Ma questo devo scriverti e tu questo spero leggerai. Ti voglio e devo scrivere perché sono stufo di leggere e ascoltare cazzate su Jamal e sugli altri.
Non è stato un regolamento di conti. Non è stato il solito negro che ammazza un altro negro perchè ha ficcato il suo uccello nella fessura sbagliata. Non è stato un atto di violenza ingiustificato. È stato un atto di semplice giustizia. Come ti ho già raccontato, se vivi nel ghetto negro di Detroit sei una bestia e la tua legge è quella della giungla.
Non ci si scappa. Jamal, tuttavia, il modo di uscire l’aveva trovato, e con lui probabilmente sarebbero riusciti a scappare anche altri. Ma non è successo, e a farsi fottere la nostra vita. Non posso sopportare però che, oltre a questo, voi che state fuori veniate a farci la ramanzina, sputando sentenze su quello che è avvenuto quella maledettissima notte di due settimane fa. Noi siamo i negri che non volete vedere? Bene, lasciateci vivere a modo nostro, lasciateci applicare le nostre leggi e rendete giustizia a Jamal.
Ha fatto bene. Ha fatto quello che voi avreste dovuto fare. Ha fatto quello che io avrei dovuto fare.
Adesso mettiti comodo. Non sarò breve. Non sarò breve per un cazzo. Troppe balle sintetiche mi è toccato leggere. Tanto io mica devo riferire a qualcuno sul numero di battute che devo utilizzare. Andiamo con ordine. Era nato tutto due settimane fa, quando sei venuto a intervistare Jamal. Ti ricordi? C'eri proprio piaciuto quella sera, sai? Non ci avevi trattato come gente di serie b e, soprattutto, non ci trasmettevi il disprezzo ipocrita di quelli di fuori. Anche quelli che leccavano il culo a Jamal si vedeva che disprezzavano lui, la sua famiglia e i suoi amici. Tu no! Eri riuscito ad andare oltre gli atteggiamenti da duro di Jamal. Non lo consideravi il solito negro da mungere, ma ti eri accorto che Jamal aveva un cervello e, soprattutto, aveva un cuore. E per questo ti apprezzavo. Per te Jamal era un campione, il resto contava un cazzo e questo ci piaceva. Quella sera tutto sembrava andare bene, ma era l’inizio della fine dei sogni di fuga di molti di noi. Sicuramente era l’inizio della fine di Jamal. Ti ricorderai la sparata di Double T. Io, come gli altri, l'avevo presa come la sua ennesima cazzata alla Shaft. Ma non lo era, e tu avevi ragione. Avevi visto lungo, amico. Nulla da dire.
Due settimane dopo l’epilogo. Era una di quelle serate in cui i tombini di dowtown si mettono a respirare, inondando le strade con sbuffi di vapore puzzolente e malsano. Al numero dodici di Lincoln Avenue, avevamo organizzato una festa dei mistz. Come al solito, sebbene fossero le undici passate e i woofer dell’impianto stereo pulsassero a ritmi impazziti, i vicini non si lamentavano. Non sarebbe stato salutare, quella era la via dei mistz e lì le regole eravamo noi a scriverle. Musica, alcol e gridolini era tutto quello che proveniva dalla casa davanti a cui erano parcheggiate un paio di macchine con le sospensioni ribassate e i neon blu, perennemente accesi. Una serata normale, per chi non ha mai nulla da fare la mattina dopo. Era una delle tante feste che la banda organizzava. Non è difficile, quando non si hanno parenti da sbattere fuori. Tutto nella norma e tutto indirizzato a ottenere dei gran mal di testa o belle scopate mal protette.
Era una festa del nostro gruppo. Dei ragazzi di Jamal, come ci chiamavano i veri boss dei Mistz, quelli, per intenderci, che avevano scollinato i teen ancora eretti sui loro piedi. Un record non indifferente per i membri della banda o del quartiere.
Dietro ai vetri appannati, le luci del primo piano erano tutte accese, quelle del secondo no, ma se qualcuno avesse avuto del tempo da perdere ad abituare gli occhi, avrebbe notato dei movimenti sincopati, in quel buio. Dimenticati, però, le feste piene di splendide ragazze, tutte curve e desiderio che vedi in televisione. Non è uno spot di MTV e nemmeno un film di Hollywood. Qui le ragazze non sono tutte bellissime e sexy. Ci sono di quei cessi, che ti domandi dove nascondono la levetta per tirare l'acqua, perchè una levetta ci deve essere. Qui l’alimentazione è quella che è: economica e piena di grassi. Il risultato non può certo implicare pelli lisce da sfilata di costumi da bagno. Si cresce presto e si appassisce presto.
Quella sera non faceva eccezione. Era pieno di ragazzine di tredici, quattordici anni che si vestono da prostitute trentenni. Le stesse ragazze a diciassette anni sono spesso incinte e quando ne avranno diciotto, di anni, saranno incinte per la seconda volta, ma di un padre diverso, perché il primo è già scomparso e anche il secondo se non l’ha fatto, manca poco. Ricordati la storia dei patrigni. Uomo che va, uomo che viene.
Questo non vuol dire che non ci siano anche un paio di ragazze da far ululare anche un bianco cresciuto a torta di mele come te. Solo sono la totale minoranza e di solito già con il timbro di questo o quel capobanda, tatuato sul loro bel culetto. A quella festa, come in molte altre, belle e brutte erano in fila davanti ai pantaloni di Jamal e lui poteva scegliere con tutto comodo. Io raccatto quel che c'è, di solito, tanto il più delle volte sono così fatto che manco mi ricordo che c'era una festa. Alcune volte va male, altre va bene, ma l'importante è divertirsi no? E spesso quelle che mi hanno divertito di più erano quelle di cui cercavo la levetta. I ragazzi durante la festa sono tutti o alcolizzati, o drogati, o più probabilmente entrambe le cose. E non che dopo la festa la situazione cambi granchè. E non condanniamoli troppo. È un modo come un altro per non vedere quanto schifo faccia la loro vita.
Mentre, come detto, il secondo piano era riservato a un ben preciso tipo di attività e chi prima arrivava meglio alloggiava, al pianterreno ogni stanza aveva il suo divertimento specifico. In cucina c’era la bisca. Il tavolo era riservato al poker e il pavimento ai lanci dei dadi. Soldi raccolti con droga e piccoli furti passavano di mano nel giro di un insulto. Nel salotto, invece, i mobili erano stati accatastati contro un muro per fare spazio ai ballerini e alla postazione del dj. La musica vibrava come una gatta in calore fino all’inizio del quartiere. Non era ancora il momento dei ritmi lenti da fine serata. No, in quel preciso momento volevi spaccarti ossa e polmoni, mostrando al mondo quanto eri bravo nel tenere i ritmi più folli. Ovviamente, il mio ginocchio era già scassato abbastanza, per cui non ero lì ad agitare il mio culo nero. Io stavo nella camera accanto. Data la struttura dell’edificio, in un altro quartiere, magari quella stanza sarebbe stata riservata allo studio del pater familias (Alvin, se te lo domandassi è latino, vuol dire padre famiglia, come ben sai sono un povero negro colto, io). Ci sarebbe stata una biblioteca, piena di libri, magari mai letti. I bianchi fuori di qui se la tirano, ma a leggere non è che poi siano diversi dai negri della nostra riserva. Una scrivania in legno con sopra un bel computer pieno di siti porno, perché queste cose si fanno, ma non si dicono e poi chissà cosa penserebbe la sua brava mogliettina e la sua figliola. Begli ipocriti. No, da noi nessun mobile in legno, ma un televisore al plasma caduto da un camion e una bella playstation. Un divano per i giocatori e altri mobili spaiati per gli spettatori. Tutti rigorosamente impegnati a fumare. Perché giocare è bello, ma vedere i colori da cannati è meglio. Fidati. So di cosa parlo.
In quel momento alla console eravamo io e Jamal impegnati in una partita senza ritorno a NBA 2k7. Mancavano pochi secondi alla fine. Lui avanti di due punti giocando con i Miami Heat, ma io avevo il possesso palla, Kobe e i miei Los Angeles Lakers. Lo so, sono di Detroit, dovrei odiare i Lakers e tifare Pistons. Vero, sacrosanto, una fottuta verità. Ma la sai una cosa? Io odio Detroit e, quindi, si fotta Detroit e con lei si fottano pure i Pistons, preferisco centomila volte i Lakers. Almeno a Los Angeles c’è il sole e non un freddo da ghiaccioli sul culo che dura un’eternità e qualche bestemmia. Comunque, io avevo palla in mano con Kobe. Faccio un’esitazione, ma Jamal mi marca stretto con Wade, allora passo sotto a Turiaf come se cercassi il canestro del pareggio. Lui ci casca, non è un granchè ai videogames. Tutta la sua squadra va a difendere sotto. E io lo frego. All’ultimo secondo ripasso la palla fuori e Kobe, col cazzo che sbaglia. Sorpasso, sirena di fine partita, vittoria e sbeffeggio, perché lo sbeffeggio ci sta sempre.
“Jamal, come avevi detto? Mi facevi un culo così che manco un frocio?
Lui ha scosso la testa, lanciando via il joypad.
“Sta zitto, che solo in un gioco del cazzo come questo Kobe la mette dentro e poi Shaquille ormai non segna nemmeno nei videogames. Cazzo. Se avesse messo dentro un paio delle sue schiacciate, saresti stato perso fin dal primo quarto.”
“Eh già, eh sì, però io ho vinto e tu hai perso. Quindi adesso lascia il posto al nuovo sfidante, negro.”
“Nessun problema.” fa, alzandosi per lasciare libero il posto sul divano accanto a me. “Il virtuale poi mi ha stufato. Ho voglia di occuparmi di un po’ di reale. Se mi capisci.” E perché proprio non potessi fraintendere si toccò il pacco.
“Prede della serata?”
“Bah, sono indeciso tra Mary (la più carina della festa) e Jasmine (la seconda più carina della festa). È un grosso problema, non so chi scegliere. Mary ha un culo da favola, ma Jasmine ha una bocca che ti toglie persino l’acido lattico della partita che devi ancora giocare.”
“Non vedo il problema” replicai, accendendomi una canna. “Fatti una doppia, tanto con te ci stanno.”
“Non hai tutti i torti. Tanto gioco dopodomani. Me la posso anche permettere una bella doppia. Ok, vado sopra. Se qualcuno chiede di me, mandalo a cagare, ok?”
“Nessun problema, ancora una partita e anche io lascio il posto per cercare un po’ di realtà.” Lui uscì dalla stanza e io mi misi a giocare con Terrel, un ciccione dall’alito più pesante di lui, e Terrel supera la tonnellata, tanto per rendere l’idea. Non bastasse l’alito, il ciccione si sceglie i Pistons. Non ho avuto alcuna pietà. Lui segnò come se fosse una partita di football americano, io come una di bowling. Alla fine l’avevo doppiato.
Avevo dimostrato la mia assoluta superiorità, potevo pure smettere. Chiamai Lil’ J, che di solito sta sempre sul divano degli spettatori perché essendo il più piccolo non riesce mai a giocare per quanto lo desideri, e gli lascio il mio joypad.
“Tieni alto il nome della mia squadra. Io adesso vado a pisciare un po’ e poi mi cerco qualcosa da fare di là.”
“Vai a scopare?” Non riuscii a non sorridere. Per lui scopare era ancora una meta lontana. Fra un paio di anni, anche lui avrebbe perso le sue giornate a cercare di ficcare la sua carne nella carne di qualsiasi altro essere di sesso femminile del quartiere, probabilmente finendo per disseminare il mondo di Lil’ J ancora più Lil’.
“Sì, nanetto, vado a scopare. Ma adesso sta attento, che sei già sotto.”
Mentre uscivo, mi urtò la sorella del nanetto, Susanne, ma si faceva chiamare Suzie. Si era messa un rossetto troppo appariscente, tanto da renderle il sorriso lascivo, quasi da puttana. I capelli, pettinati accuratamente, ricadevano a ciocca sull’occhio sinistro con il chiaro intento di rendere lo sguardo misterioso. Il trucco era abbondante, con un risultato semplicemente ridicolo, su quel volto infantile. L’abbigliamento manteneva lo stesso andazzo e si riassumeva in pochi centimetri quadrati di tessuto, equamente suddiviso tra un top striminzito nero su un paio di tettine appena abbozzate e una minigonna così corta che nemmeno si vedeva. Eppure, nonostante questo, rimaneva pur sempre una bambina di dodici anni. Dalla gonna, infatti, sbucavano un paio di mutandine rosa su cui erano stampigliati dei teneri orsacchiotti di peluche. A quel particolare non potei non sorridere. Era niente più di una ninfetta che vuole essere guardata, ma ignora completamente il significato e soprattutto le conseguenze degli sguardi che vuole provocare.
“Lil’ J, sei qui?”
“Uh-uh.” che tradotto dal videogiochese significa: sì, sorellona, sono qui, a rincoglionirmi davanti allo schermo, quindi non rompere il cazzo e vai a fare un giro.
“Beh.” Voce insofferente, ma con uno sguardo vagante. “Io mi sto annoiando, vado a casa con Tammy.” Che tradotto dal femminese tendente alla troiaggine significa: uno mi piace, mi ha invitato fuori a fare un giro e credo che accetterò di brutto. Tammy è gentile e mi copre. Capito, stupido di un fratello minore?
“Uh, uh.” Che tradotto dal videogiochese significa: uh, uh. Perché Lil’ J non è che fosse abbastanza scafato per capire il femminese tendente alla troiaggine e, poi, a dirla tutta quando si tratta di parenti, non si è mai abbastanza scafati.
In ogni caso, dopo pochi secondi Suzie si voltò per uscire, mentre Lil’ J indifferente rimaneva incollato allo schermo. Quando Suzie mi passò accanto per andare “a casa con Tammy” non riuscii a trattenermi dal sussurrare.
“Stai attenta, Suzie. Stai attenta.”
Si fermò e mi guardò con l’unico occhio in grado di superare la barriera di spuma e capelli creata dalla sua pettinatura. Aveva l’atteggiamento della sbruffona di quella che sa quel che fa. Avrei dovuto dirglielo che non sapeva una sega. Ma erano anche cazzi suoi. Mi limitai a ripeterle di stare attenta e lei strafottente se ne andò.
Io, non me ne curai ed andai a cercare una levetta. Non ebbi difficoltà a trovarla, con tutte le canne che mi ero già sparato. Una ventina di minuti dopo ero impegnato in un ballo lentissimo il cui unico scopo consisteva nel ravanare in un reggiseno della mia compagna di danze, quando entrò nel salotto Double T tutto sorridente e rumoroso. Doveva averne combinata una delle sue. Mi feci l’appunto mentale di chiedergli cosa avesse combinato e poi tornai al mio reggiseno. Era troppo pieno e troppo vitale perché le cazzate di quel ciucciacazzi di mio fratello potessero distrarmi. Grave errore. Un urlo infantile invase il salotto, interrompendo la mia produttiva attività.
[con il prossimo finisce, finalmente.]
forse non è lo scritto che ti aspettavi di ricevere, e in sincerità non è lo scritto che avrei voluto mandarti. Ma questo devo scriverti e tu questo spero leggerai. Ti voglio e devo scrivere perché sono stufo di leggere e ascoltare cazzate su Jamal e sugli altri.
Non è stato un regolamento di conti. Non è stato il solito negro che ammazza un altro negro perchè ha ficcato il suo uccello nella fessura sbagliata. Non è stato un atto di violenza ingiustificato. È stato un atto di semplice giustizia. Come ti ho già raccontato, se vivi nel ghetto negro di Detroit sei una bestia e la tua legge è quella della giungla.
Non ci si scappa. Jamal, tuttavia, il modo di uscire l’aveva trovato, e con lui probabilmente sarebbero riusciti a scappare anche altri. Ma non è successo, e a farsi fottere la nostra vita. Non posso sopportare però che, oltre a questo, voi che state fuori veniate a farci la ramanzina, sputando sentenze su quello che è avvenuto quella maledettissima notte di due settimane fa. Noi siamo i negri che non volete vedere? Bene, lasciateci vivere a modo nostro, lasciateci applicare le nostre leggi e rendete giustizia a Jamal.
Ha fatto bene. Ha fatto quello che voi avreste dovuto fare. Ha fatto quello che io avrei dovuto fare.
Adesso mettiti comodo. Non sarò breve. Non sarò breve per un cazzo. Troppe balle sintetiche mi è toccato leggere. Tanto io mica devo riferire a qualcuno sul numero di battute che devo utilizzare. Andiamo con ordine. Era nato tutto due settimane fa, quando sei venuto a intervistare Jamal. Ti ricordi? C'eri proprio piaciuto quella sera, sai? Non ci avevi trattato come gente di serie b e, soprattutto, non ci trasmettevi il disprezzo ipocrita di quelli di fuori. Anche quelli che leccavano il culo a Jamal si vedeva che disprezzavano lui, la sua famiglia e i suoi amici. Tu no! Eri riuscito ad andare oltre gli atteggiamenti da duro di Jamal. Non lo consideravi il solito negro da mungere, ma ti eri accorto che Jamal aveva un cervello e, soprattutto, aveva un cuore. E per questo ti apprezzavo. Per te Jamal era un campione, il resto contava un cazzo e questo ci piaceva. Quella sera tutto sembrava andare bene, ma era l’inizio della fine dei sogni di fuga di molti di noi. Sicuramente era l’inizio della fine di Jamal. Ti ricorderai la sparata di Double T. Io, come gli altri, l'avevo presa come la sua ennesima cazzata alla Shaft. Ma non lo era, e tu avevi ragione. Avevi visto lungo, amico. Nulla da dire.
Due settimane dopo l’epilogo. Era una di quelle serate in cui i tombini di dowtown si mettono a respirare, inondando le strade con sbuffi di vapore puzzolente e malsano. Al numero dodici di Lincoln Avenue, avevamo organizzato una festa dei mistz. Come al solito, sebbene fossero le undici passate e i woofer dell’impianto stereo pulsassero a ritmi impazziti, i vicini non si lamentavano. Non sarebbe stato salutare, quella era la via dei mistz e lì le regole eravamo noi a scriverle. Musica, alcol e gridolini era tutto quello che proveniva dalla casa davanti a cui erano parcheggiate un paio di macchine con le sospensioni ribassate e i neon blu, perennemente accesi. Una serata normale, per chi non ha mai nulla da fare la mattina dopo. Era una delle tante feste che la banda organizzava. Non è difficile, quando non si hanno parenti da sbattere fuori. Tutto nella norma e tutto indirizzato a ottenere dei gran mal di testa o belle scopate mal protette.
Era una festa del nostro gruppo. Dei ragazzi di Jamal, come ci chiamavano i veri boss dei Mistz, quelli, per intenderci, che avevano scollinato i teen ancora eretti sui loro piedi. Un record non indifferente per i membri della banda o del quartiere.
Dietro ai vetri appannati, le luci del primo piano erano tutte accese, quelle del secondo no, ma se qualcuno avesse avuto del tempo da perdere ad abituare gli occhi, avrebbe notato dei movimenti sincopati, in quel buio. Dimenticati, però, le feste piene di splendide ragazze, tutte curve e desiderio che vedi in televisione. Non è uno spot di MTV e nemmeno un film di Hollywood. Qui le ragazze non sono tutte bellissime e sexy. Ci sono di quei cessi, che ti domandi dove nascondono la levetta per tirare l'acqua, perchè una levetta ci deve essere. Qui l’alimentazione è quella che è: economica e piena di grassi. Il risultato non può certo implicare pelli lisce da sfilata di costumi da bagno. Si cresce presto e si appassisce presto.
Quella sera non faceva eccezione. Era pieno di ragazzine di tredici, quattordici anni che si vestono da prostitute trentenni. Le stesse ragazze a diciassette anni sono spesso incinte e quando ne avranno diciotto, di anni, saranno incinte per la seconda volta, ma di un padre diverso, perché il primo è già scomparso e anche il secondo se non l’ha fatto, manca poco. Ricordati la storia dei patrigni. Uomo che va, uomo che viene.
Questo non vuol dire che non ci siano anche un paio di ragazze da far ululare anche un bianco cresciuto a torta di mele come te. Solo sono la totale minoranza e di solito già con il timbro di questo o quel capobanda, tatuato sul loro bel culetto. A quella festa, come in molte altre, belle e brutte erano in fila davanti ai pantaloni di Jamal e lui poteva scegliere con tutto comodo. Io raccatto quel che c'è, di solito, tanto il più delle volte sono così fatto che manco mi ricordo che c'era una festa. Alcune volte va male, altre va bene, ma l'importante è divertirsi no? E spesso quelle che mi hanno divertito di più erano quelle di cui cercavo la levetta. I ragazzi durante la festa sono tutti o alcolizzati, o drogati, o più probabilmente entrambe le cose. E non che dopo la festa la situazione cambi granchè. E non condanniamoli troppo. È un modo come un altro per non vedere quanto schifo faccia la loro vita.
Mentre, come detto, il secondo piano era riservato a un ben preciso tipo di attività e chi prima arrivava meglio alloggiava, al pianterreno ogni stanza aveva il suo divertimento specifico. In cucina c’era la bisca. Il tavolo era riservato al poker e il pavimento ai lanci dei dadi. Soldi raccolti con droga e piccoli furti passavano di mano nel giro di un insulto. Nel salotto, invece, i mobili erano stati accatastati contro un muro per fare spazio ai ballerini e alla postazione del dj. La musica vibrava come una gatta in calore fino all’inizio del quartiere. Non era ancora il momento dei ritmi lenti da fine serata. No, in quel preciso momento volevi spaccarti ossa e polmoni, mostrando al mondo quanto eri bravo nel tenere i ritmi più folli. Ovviamente, il mio ginocchio era già scassato abbastanza, per cui non ero lì ad agitare il mio culo nero. Io stavo nella camera accanto. Data la struttura dell’edificio, in un altro quartiere, magari quella stanza sarebbe stata riservata allo studio del pater familias (Alvin, se te lo domandassi è latino, vuol dire padre famiglia, come ben sai sono un povero negro colto, io). Ci sarebbe stata una biblioteca, piena di libri, magari mai letti. I bianchi fuori di qui se la tirano, ma a leggere non è che poi siano diversi dai negri della nostra riserva. Una scrivania in legno con sopra un bel computer pieno di siti porno, perché queste cose si fanno, ma non si dicono e poi chissà cosa penserebbe la sua brava mogliettina e la sua figliola. Begli ipocriti. No, da noi nessun mobile in legno, ma un televisore al plasma caduto da un camion e una bella playstation. Un divano per i giocatori e altri mobili spaiati per gli spettatori. Tutti rigorosamente impegnati a fumare. Perché giocare è bello, ma vedere i colori da cannati è meglio. Fidati. So di cosa parlo.
In quel momento alla console eravamo io e Jamal impegnati in una partita senza ritorno a NBA 2k7. Mancavano pochi secondi alla fine. Lui avanti di due punti giocando con i Miami Heat, ma io avevo il possesso palla, Kobe e i miei Los Angeles Lakers. Lo so, sono di Detroit, dovrei odiare i Lakers e tifare Pistons. Vero, sacrosanto, una fottuta verità. Ma la sai una cosa? Io odio Detroit e, quindi, si fotta Detroit e con lei si fottano pure i Pistons, preferisco centomila volte i Lakers. Almeno a Los Angeles c’è il sole e non un freddo da ghiaccioli sul culo che dura un’eternità e qualche bestemmia. Comunque, io avevo palla in mano con Kobe. Faccio un’esitazione, ma Jamal mi marca stretto con Wade, allora passo sotto a Turiaf come se cercassi il canestro del pareggio. Lui ci casca, non è un granchè ai videogames. Tutta la sua squadra va a difendere sotto. E io lo frego. All’ultimo secondo ripasso la palla fuori e Kobe, col cazzo che sbaglia. Sorpasso, sirena di fine partita, vittoria e sbeffeggio, perché lo sbeffeggio ci sta sempre.
“Jamal, come avevi detto? Mi facevi un culo così che manco un frocio?
Lui ha scosso la testa, lanciando via il joypad.
“Sta zitto, che solo in un gioco del cazzo come questo Kobe la mette dentro e poi Shaquille ormai non segna nemmeno nei videogames. Cazzo. Se avesse messo dentro un paio delle sue schiacciate, saresti stato perso fin dal primo quarto.”
“Eh già, eh sì, però io ho vinto e tu hai perso. Quindi adesso lascia il posto al nuovo sfidante, negro.”
“Nessun problema.” fa, alzandosi per lasciare libero il posto sul divano accanto a me. “Il virtuale poi mi ha stufato. Ho voglia di occuparmi di un po’ di reale. Se mi capisci.” E perché proprio non potessi fraintendere si toccò il pacco.
“Prede della serata?”
“Bah, sono indeciso tra Mary (la più carina della festa) e Jasmine (la seconda più carina della festa). È un grosso problema, non so chi scegliere. Mary ha un culo da favola, ma Jasmine ha una bocca che ti toglie persino l’acido lattico della partita che devi ancora giocare.”
“Non vedo il problema” replicai, accendendomi una canna. “Fatti una doppia, tanto con te ci stanno.”
“Non hai tutti i torti. Tanto gioco dopodomani. Me la posso anche permettere una bella doppia. Ok, vado sopra. Se qualcuno chiede di me, mandalo a cagare, ok?”
“Nessun problema, ancora una partita e anche io lascio il posto per cercare un po’ di realtà.” Lui uscì dalla stanza e io mi misi a giocare con Terrel, un ciccione dall’alito più pesante di lui, e Terrel supera la tonnellata, tanto per rendere l’idea. Non bastasse l’alito, il ciccione si sceglie i Pistons. Non ho avuto alcuna pietà. Lui segnò come se fosse una partita di football americano, io come una di bowling. Alla fine l’avevo doppiato.
Avevo dimostrato la mia assoluta superiorità, potevo pure smettere. Chiamai Lil’ J, che di solito sta sempre sul divano degli spettatori perché essendo il più piccolo non riesce mai a giocare per quanto lo desideri, e gli lascio il mio joypad.
“Tieni alto il nome della mia squadra. Io adesso vado a pisciare un po’ e poi mi cerco qualcosa da fare di là.”
“Vai a scopare?” Non riuscii a non sorridere. Per lui scopare era ancora una meta lontana. Fra un paio di anni, anche lui avrebbe perso le sue giornate a cercare di ficcare la sua carne nella carne di qualsiasi altro essere di sesso femminile del quartiere, probabilmente finendo per disseminare il mondo di Lil’ J ancora più Lil’.
“Sì, nanetto, vado a scopare. Ma adesso sta attento, che sei già sotto.”
Mentre uscivo, mi urtò la sorella del nanetto, Susanne, ma si faceva chiamare Suzie. Si era messa un rossetto troppo appariscente, tanto da renderle il sorriso lascivo, quasi da puttana. I capelli, pettinati accuratamente, ricadevano a ciocca sull’occhio sinistro con il chiaro intento di rendere lo sguardo misterioso. Il trucco era abbondante, con un risultato semplicemente ridicolo, su quel volto infantile. L’abbigliamento manteneva lo stesso andazzo e si riassumeva in pochi centimetri quadrati di tessuto, equamente suddiviso tra un top striminzito nero su un paio di tettine appena abbozzate e una minigonna così corta che nemmeno si vedeva. Eppure, nonostante questo, rimaneva pur sempre una bambina di dodici anni. Dalla gonna, infatti, sbucavano un paio di mutandine rosa su cui erano stampigliati dei teneri orsacchiotti di peluche. A quel particolare non potei non sorridere. Era niente più di una ninfetta che vuole essere guardata, ma ignora completamente il significato e soprattutto le conseguenze degli sguardi che vuole provocare.
“Lil’ J, sei qui?”
“Uh-uh.” che tradotto dal videogiochese significa: sì, sorellona, sono qui, a rincoglionirmi davanti allo schermo, quindi non rompere il cazzo e vai a fare un giro.
“Beh.” Voce insofferente, ma con uno sguardo vagante. “Io mi sto annoiando, vado a casa con Tammy.” Che tradotto dal femminese tendente alla troiaggine significa: uno mi piace, mi ha invitato fuori a fare un giro e credo che accetterò di brutto. Tammy è gentile e mi copre. Capito, stupido di un fratello minore?
“Uh, uh.” Che tradotto dal videogiochese significa: uh, uh. Perché Lil’ J non è che fosse abbastanza scafato per capire il femminese tendente alla troiaggine e, poi, a dirla tutta quando si tratta di parenti, non si è mai abbastanza scafati.
In ogni caso, dopo pochi secondi Suzie si voltò per uscire, mentre Lil’ J indifferente rimaneva incollato allo schermo. Quando Suzie mi passò accanto per andare “a casa con Tammy” non riuscii a trattenermi dal sussurrare.
“Stai attenta, Suzie. Stai attenta.”
Si fermò e mi guardò con l’unico occhio in grado di superare la barriera di spuma e capelli creata dalla sua pettinatura. Aveva l’atteggiamento della sbruffona di quella che sa quel che fa. Avrei dovuto dirglielo che non sapeva una sega. Ma erano anche cazzi suoi. Mi limitai a ripeterle di stare attenta e lei strafottente se ne andò.
Io, non me ne curai ed andai a cercare una levetta. Non ebbi difficoltà a trovarla, con tutte le canne che mi ero già sparato. Una ventina di minuti dopo ero impegnato in un ballo lentissimo il cui unico scopo consisteva nel ravanare in un reggiseno della mia compagna di danze, quando entrò nel salotto Double T tutto sorridente e rumoroso. Doveva averne combinata una delle sue. Mi feci l’appunto mentale di chiedergli cosa avesse combinato e poi tornai al mio reggiseno. Era troppo pieno e troppo vitale perché le cazzate di quel ciucciacazzi di mio fratello potessero distrarmi. Grave errore. Un urlo infantile invase il salotto, interrompendo la mia produttiva attività.
[con il prossimo finisce, finalmente.]
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frog
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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0
avrei preferito da parte di frog un racconto di maggior lunghezza. troppo criptico.
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The goat
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Re: Naufraghi 2.0
Dopo l'imponente racocnto di alvise, vado io.
Posso?
Chi tace acconsente quindi posto uno stralcio (in realtà un capitolo, ma dire stralcio fa più figo) di un racconto vagamente (pseudo)autobiografico scritto ormai diversi anni fa.
Ho scelto questo capitolo perchè è abbastanza interlocutorio, diciamo cioè assestante dal resto del romanzo. Non ha bisogno nè di un prequel, nè di un sequel.
In bocca al lupo.
Lucy In The Sky With Diamond
“Se le porte della percezione
fossero superate, tutto
apparirebbe com’è, infinito…
La strada dell’eccesso conduce
al palazzo della sapienza”
W. Blake
Correva l’anno 1938 quando il dottor Albert Hoffman, promettente chimico svizzero, cercando di ottenere uno stimolatore della circolazione sanguigna, aveva intrapreso una serie di esperimenti sugli alcaloidi contenuti nella segale cornuta ed era riuscito a sintetizzare, nei laboratori farmaceutici della Sandoz, la Dietilamide dell’Acido Lisergico.
Cinque anni dopo, alle due del pomeriggio del diciannove aprile del 1943, Hoffman diluì con circa 10cc d’acqua, 0,5cc di acido lisergico.
Ingerì la soluzione, sperimentandone gli effetti in prima persona.
Il chimico, a sua insaputa, si era fatto il primo trip nella storia dell’umanità. Aveva creato e provato il più potente allucinogeno mai sintetizzato in laboratorio. Il famigerato LSD.
Probabilmente Hoffman ignorava le conseguenze che i suoi esperimenti avrebbero portato nel mondo nel volgere di pochissimi anni. Sicuramente non sapeva di avere appena aperto quella che William Blake, un paio di secoli prima, aveva chiamato porta della percezione.
Una ventina d’anni dopo quel viaggio, a metà degli anni sessanta, l’LSD sarebbe stata alla base della Rivoluzione Psichdelica che avrebbe coinvolto ed incendiato migliaia di giovani, conquistato musicisti, scrittori, intellettuali, avrebbe aperto le nuove frontiere della percezione.
Nel 1965, Ken Kesey era ricco e famoso. La sua ultima opera, “Qualcuno volò sul nido del cuculo” era diventato un libro cult per i giovani statunitensi e ben presto il cinema ne avrebbe fatto un’icona per i giovani di tutto il mondo.
Kesey era uno strenue difensore della libertà assoluta, l’utilizzo incontrollato di acido per viaggi senza timori nelle profondità del proprio io, della propria mente. Era in disaccordo in questo con altri suoi illustri colleghi e scienziati, che premevano per un uso più controllato delle droghe.
Kesey viveva ed operava a San Francisco. Alla periferia della città californiana mise a disposizione una fattoria di sua proprietà per dare il via agli Acid Test. Attorno a lui ruotavano centinaia di giovani della città californiana e neonati gruppi che faranno la storia della musica.
Non strinse mai i rapporti con Hoffman, al contrario di un altro poeta dell’epoca. O forse sarebbe più corretto dire profeta.
Agli inzi del ‘66, qualche giorno dopo uno degli Acdi Test più riusciti di sempre, cui si narra avevano preso parte più di duemila ragazzai, Allen Gingsberg si aggirava per le strade di San Francisco con una tunica bianca facendo proseliti fra i giovani locali.
Nasceva in quei giorni la grande nazione hippie che nel giro di qualche anno, avrebbe attraversato da costa a costa tutti gli Stati Uniti, per ritrovarsi sulle sponde dell’Atlantico in quello splendido e bugiardo mito che è stato Woodstock.
Qualche anno prima Gingsberg aveva avuto una visione. In un appartamento di Harlem aveva visto William Blake apparirgli di persona. Quello fu il grande momento della sua vita, e Ginsberg con gioia raccontò alla sua famiglia e ai suoi amici che aveva trovato finalmente Dio.
William Blake, poeta, scrittore, visionario, ribelle, pittore, vissuto in Inghilterra a cavallo tra il diciottesimo e diciannovesimo secolo, era stato il primo a parlare di porte della percezione.
Quasi duecento anni dopo, nel 1954, Aldous Huxley ne prendeva in prestito il termine in un celebre trattato che spingeva all’uso di allucinogeni.
James Douglas Morrison era un giovane studente di UCLA, quando ebbe l’occasione di leggere l’opera di Huxley. Fu allora che decise di chiamare il nenonato gruppo di cui egli era compositore e cantante, The Doors.
A partire dalla metà degli anni sessanta, l’LSD ha fatto il giro del mondo. Ha travolto, incuriosito, incendiato, bruciato, creato, mitizzato, ha aperto e chiuso, ha illuminato, terrorizzato, rivelato, distrutto.
Ma soprattutto ha spinto i giovani verso una nuova percezione, normalmente preclusa ai comuni mortali.
Correva l’estate del 1992. Inizi di agosto.
Avevo appena compiuto sedici anni. Ero in vacanza in Sicilia.
Qualche mese prima, mille chili di tritolo erano esplosi sull’autostrada Trapani-Palermo, all’altezza di Capaci. Del giudice Falcone, sua moglie, tre agenti di scorta e due passanti, resterà solo il ricordo.
Qualche giorno prima il mio arrivo in Sicilia, un’autobomba era esplosa in via D’Amelio a Palermo, portandosi dietro un altro triste carico di morti. Il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.
Correva l’agosto del 1992.
Tangentopoli era una bufera appena abbattutasi sull’Italia e ben lontana da essere vicina alla fine. Agli inizi dell’anno, un’inchiesta condotta da un pool di magistrati di Milano, capitanati da Antonio Di Pietro e denominata “Mani pulite” aveva portato all’arresto di un ingegnere milanese, affiliato al partito socialista. E’ una goccia in un oceano. In realtà ben presto diventerà una pioggia torrenziale. Un alluvione. Un tornado.
Un paio di anni dopo si conteranno 4525 personaggi in carcere, 25400 avvisi di garanzia, 1069 uomini politici coinvolti, 10 suicidi.
Il muro di Berlino era crollato da meno di tre anni. Le due Germanie erano state unite. L’impero sovietico sgretolato. Il comunismo caduto e rinnegato da chi fino a qualche giorno prima l’aveva incensato.
L’Italia non si era qualificata agli Europei, vinti dalla Danimarca, chiamata a sostituire la Jugoslavia. I Bulls avevano appena vinto il loro secondo titolo NBA. Alle olimpiadi di Barcellona aveva fatto il suo esordio il Dream Team, vincendo l’oro a mani basse.
Micheal Jordan era il miglior cestista del pianeta. Indurain il miglior ciclista. Van Basten il miglior calciatore. Tomba il miglior sciatore. Di Pietro la migliore persona. Del pianeta, dell’universo e anche oltre.
Correva l’estate del 1992. E tutto questo non mi apparteneva.
Il mio mondo si riduceva ad una ragazza statunitense di nome Sarah, al mio primo incontro con l’acido e la conoscenza di una terra, sì piena di contraddizioni, ma meravigliosa. Le città, il mare, gli alberi, la vita, i colori, i sapori, mi avevano dato modo di riflettere. Cristo poteva anche essersi fermato ad Eboli, ma suo padre, l’Onnipotente, era sicuramente sceso molto più a sud.
Nell’afa siciliana, la dolce penombra di una pineta sulle rive del mare, si rivelò il luogo ideale per fare conoscenza col mio primo trip.
Ho un bellissimo ricordo.
Un pomeriggio come tanti. Una pineta. Un po’ di acido nello zaino, rimediato la sera prima. I dubbi, le paure, ma anche la curiosità, la voglia.
Sarah al mio fianco. Io e lei, così intimamente soli. Non rimanemmo neanche troppo a pensarci. Ingurgitammo mezza pasticca. E aspettammo.
All’inizio non successe nulla. Iniziavo persino a dubitare potesse succedere qualcosa.
Poi accadde. Non saprei dire quando, né come. Mi ritrovai a seguire il corso dei miei pensieri. Lasciai fare. Lasciai campo libero alla mia mente, senza che potessi controllarla, oppormi.
Niente di tragico, di traumatico. Sensazioni soavi. La visione di cose diverse. Non false, non inventate. Semplicemente diverse.
Avevo aperto la mia porta della percezione.
Davanti ai miei occhi gli alberi cominciarono ad invecchiare. Erano alberi, ma fra la corteggia si potevano distinguere dei volti. Visi di essere umani. Veri, naturali, realistici.
Ricordo che in quel preciso momento ebbi l’ultimo pensiero coerente del pomeriggio. Tolkien doveva essersi fatto d’acido prima di scrivere degli Ent. Anche se chiamarlo pensiero coerente forse è eccessivo.
Poi quei volti iniziarono ad invecchiare. Con rapidità sconvolgente.
Mi voltai a guardare Sarah. Ma il suo sguardo, la sua mente erano altrove. Non vedeva ciò che vedevo io. L’acido aveva dischiuso un’altra porta per lei.
Era a non più di una decina di centimetrimetri da me, ma mi sembrava distante anni luce. Anche fisicamente. Allungare una mano per toccarle un braccio mi sembrava un’impresa disperata
Lo spazio ed il tempo si erano dilatati. Non avevano più consistenza reale.
Chissà dov’era in quel momento. Cosa stesse vedendo.
Avevo conosciuto Sarah qualche giorno prima a Taormina. Me n’ero innamorato quasi subito.
Lei, bionda, bella, giovane, americana. Un anno in meno di me, una pelle liscia e profumata, labbra rosse e carnose. Un tatuaggio sul polpaccio, un piccolo serpente che le si attorcigliava attorno alla sua caviglia. Un altro dietro la spalla. Un piercing sul sopracciglio destro. Fumava marlboro. E sapeva rollare meglio di tutti noi maschi. Anche con una mano sola, mentre nella notte saltavamo cancelli e camminavamo attraverso sentieri bui e spinosi, per arrivare in spiaggia.
Me ne disainnamorai quel pomeriggio di agosto in pineta.
Improvvisamente l’avevo vista invecchiare davanti ai miei occhi. Il suo volto si era fatto sempre più rugoso, la sua pelle opaca e i suoi occhi acquosi. La sua bellezza andava scemando.
Una sequenza di immagini attraversò la mia mente. Mi raccontanarono una storia. La storia di Sarah, la ragazza alternativa. Sarah, senza vincoli e legami. Sarah che prendeva il sole in topless, che aveva i capelli di mille colori, che rollava meglio di noi e fumava più di tutti. Sarah che beveva un casino e che baciava come una novella Dea dell’amore. Sarah che voleva diventare poetessa e girare il mondo in moto.
Non so come, ma improvvisamente seppi che di lì a qualche tempo, avrebbe avuto un marito di nome James. Due figli, sin dall’infanzia tendenti all’obesità, un maschio ed una femmina di nome Jack e Susan. Un cane di nome Bob. Una bella casa a due piani, zona giorno di sotto, zona notte di sopra. Una macchina con cambio automatico e sempre col pieno. Un lavoro sicuro e vincente. E tutta l’America attorno per sentirsi importante.
Il suo presente era una barchetta di carta che scivolava veloce e spensierata fra le lievi increspature di un riganolo d’acqua. Per questo mi ero innamorato di lei. Ma il suo futuro era un’enorme nave. La vidi realmente farsi largo fra un oceano di alberi.
Era un transatlantico di dimensioni maestose, che, forte della sua stazza e delle sua potenza, solcava sicuro e rispettato i mari della vita. Niente e nessuno avrebbe potuto fermare tale colosso.
Guardare allontanarsi la nave imponente e fiera, assoggetare l’oceano sotto di lei, incuteva in me un senso di tristezza, ma forse anche di rispetto.
Sentì qualcuno che mi posò una mano sulla spalla. Mi girai stancamente a guardare.
Era mio padre. Come sarebbe stato di lì a qualche anno, con qualche capello bianco in più e qualcun altro in meno, ma irrevocabilmente lui. Mi guardò con occhi pieni di affetto.
Adesso eravamo entrambi sul bordo dell’oceano a vedere la nave andar via.
Parlò:
“Un giorno anche il tuo futuro avrà l’aspetto una nave di quelle dimensioni. Forse anche più grande…”.
Era una minaccia?
“…e scivolerai sicuro fra le insidie della vita. Guardala. Niente e nessuno potrebbe mai fermarla”.
Disse quelle parole con l’aria di chi la sapeva lunga. Di chi non sbaglia un colpo. Poi sotto la nave si aprì un vortice. Affondò, scomparendo fra gli abissi oceanici, per non risalire mai più.
Ci guardammo perplessi. Scrollammo le spalle e tornammo indietro.
Non ricordo più nulla di quel pomeriggio. Forse mi addormentai.
Qualche anno dopo l’esperienza in pineta, ricevetti l’ultima lettera da Sarah, in cui mi annunciava il suo prossimo matrimonio con un facoltoso avvocato di Boston, tale James Morgan. Era rimasta incinta ed aspettava un bel pargoletto che con ogni probabilità avrebbero chiamato con il nome del nonno paterno, Jack. Aveva ormai da tempo smesso di fumare e di bere. Si era tolta il piercing, copriva il tatuaggio alla caviglia con stivaletti alla moda. E votava repubblicano per un paese più sicuro.
Aveva appena compiuto vent’anni. Ma tutti i suoi sogni erano svaniti. Li aveva accantonati, messi semplicemente da parte. O forse li aveva dimenticati.
Era uscita definitivamente da quello strano mondo distorto ed ovattato che è quello dei giovani, questi pigri e nostalgici sognatori. Questi guerrieri senza passato e dal futuro incerto. Coloro che con le loro incognite, le loro paure, le loro speranze, muovono e turbano il mondo.
Ma purtroppo si fermano lì. Dovrebbero contrastare le avversioni con la forza della loro età, con lo splendore della loro bellezza. Dovrebbero portare avanti le loro rivoluzioni, affrontare il futuro, afferrarlo per il bavero e dirigerlo nella direzione giusta. In realtà inebetiscono davanti alla demenzialità televisiva, stonano le loro esistenze fra cellulari e walkman, riducono il loro mondo ad un insieme di frasi senza senso. I loro scopi si infrangono contro la loro indolenza. Le loro aspettative contro l’indifferenza degli adulti, di chi questi problemi li ha ormai messi da parte.
Finchè non arriva il bel giorno in cui magicamente si mette tutto da parte e si entra nel mondo degli adulti. Per Sarah quel giorno era già arrivato a vent’anni.
Non ho mai raccontato alla piccola americana di quel che avevo visto quel pomeriggio in pineta. Né lei mi ha mai parlato delle sue visioni.
Quando ci risvegliammo dal sonno profondo che ci aveva colti, era sera inoltrata. Intontiti e senza parlare ci eravamo semplicemente rimessi in cammino per tornare alla civiltà, alla vita di tutti i giorni. Alla realtà ben visibile agli occhi di tutti.
E presto entrambi dimenticammo.
Non avevo più pensato al mio incontro con l’LSD, a Sarah, agli alberi di quella pineta, alla Sicilia, per molto tempo, finchè tutto non mi ritornò alla mente la notte dopo il concerto di Roma.
Quella notte mi rigiravo fra le coperte e nella mia mente risuonavano le parole di Hoffman:
“Ogni tanto abbiamo bisogno di una visione, di uno sguardo d’insieme sull’esistenza e sulle ragioni spirituali primigenie, sì da osservare il nostro posto nell’universo ed i nostri vincoli e problemi quotidiani dalla corretta prospettiva e con il giusto discernimento.”
Più che giusto.
Ma a volte non serve farsi d’acido per vedere tutto dalla giusta prospettiva.
A volte basta molto meno.
Incontrare la persona segretamente amata, dopo mesi e mesi di rincorse. Guardarla. E tutto si chiarisce nella mente.
Mi bastò quella misera, intuile, meravigliosa serata per capire in quale grosso casino mi ero immischiato.
E non ci volevano Blake, Kesey, Gingsberg, Huxley o Hoffman per capirlo.
Tanto valeva a quel punto andare fino in fondo.
Posso?
Chi tace acconsente quindi posto uno stralcio (in realtà un capitolo, ma dire stralcio fa più figo) di un racconto vagamente (pseudo)autobiografico scritto ormai diversi anni fa.
Ho scelto questo capitolo perchè è abbastanza interlocutorio, diciamo cioè assestante dal resto del romanzo. Non ha bisogno nè di un prequel, nè di un sequel.
In bocca al lupo.
Lucy In The Sky With Diamond
“Se le porte della percezione
fossero superate, tutto
apparirebbe com’è, infinito…
La strada dell’eccesso conduce
al palazzo della sapienza”
W. Blake
Correva l’anno 1938 quando il dottor Albert Hoffman, promettente chimico svizzero, cercando di ottenere uno stimolatore della circolazione sanguigna, aveva intrapreso una serie di esperimenti sugli alcaloidi contenuti nella segale cornuta ed era riuscito a sintetizzare, nei laboratori farmaceutici della Sandoz, la Dietilamide dell’Acido Lisergico.
Cinque anni dopo, alle due del pomeriggio del diciannove aprile del 1943, Hoffman diluì con circa 10cc d’acqua, 0,5cc di acido lisergico.
Ingerì la soluzione, sperimentandone gli effetti in prima persona.
Il chimico, a sua insaputa, si era fatto il primo trip nella storia dell’umanità. Aveva creato e provato il più potente allucinogeno mai sintetizzato in laboratorio. Il famigerato LSD.
Probabilmente Hoffman ignorava le conseguenze che i suoi esperimenti avrebbero portato nel mondo nel volgere di pochissimi anni. Sicuramente non sapeva di avere appena aperto quella che William Blake, un paio di secoli prima, aveva chiamato porta della percezione.
Una ventina d’anni dopo quel viaggio, a metà degli anni sessanta, l’LSD sarebbe stata alla base della Rivoluzione Psichdelica che avrebbe coinvolto ed incendiato migliaia di giovani, conquistato musicisti, scrittori, intellettuali, avrebbe aperto le nuove frontiere della percezione.
Nel 1965, Ken Kesey era ricco e famoso. La sua ultima opera, “Qualcuno volò sul nido del cuculo” era diventato un libro cult per i giovani statunitensi e ben presto il cinema ne avrebbe fatto un’icona per i giovani di tutto il mondo.
Kesey era uno strenue difensore della libertà assoluta, l’utilizzo incontrollato di acido per viaggi senza timori nelle profondità del proprio io, della propria mente. Era in disaccordo in questo con altri suoi illustri colleghi e scienziati, che premevano per un uso più controllato delle droghe.
Kesey viveva ed operava a San Francisco. Alla periferia della città californiana mise a disposizione una fattoria di sua proprietà per dare il via agli Acid Test. Attorno a lui ruotavano centinaia di giovani della città californiana e neonati gruppi che faranno la storia della musica.
Non strinse mai i rapporti con Hoffman, al contrario di un altro poeta dell’epoca. O forse sarebbe più corretto dire profeta.
Agli inzi del ‘66, qualche giorno dopo uno degli Acdi Test più riusciti di sempre, cui si narra avevano preso parte più di duemila ragazzai, Allen Gingsberg si aggirava per le strade di San Francisco con una tunica bianca facendo proseliti fra i giovani locali.
Nasceva in quei giorni la grande nazione hippie che nel giro di qualche anno, avrebbe attraversato da costa a costa tutti gli Stati Uniti, per ritrovarsi sulle sponde dell’Atlantico in quello splendido e bugiardo mito che è stato Woodstock.
Qualche anno prima Gingsberg aveva avuto una visione. In un appartamento di Harlem aveva visto William Blake apparirgli di persona. Quello fu il grande momento della sua vita, e Ginsberg con gioia raccontò alla sua famiglia e ai suoi amici che aveva trovato finalmente Dio.
William Blake, poeta, scrittore, visionario, ribelle, pittore, vissuto in Inghilterra a cavallo tra il diciottesimo e diciannovesimo secolo, era stato il primo a parlare di porte della percezione.
Quasi duecento anni dopo, nel 1954, Aldous Huxley ne prendeva in prestito il termine in un celebre trattato che spingeva all’uso di allucinogeni.
James Douglas Morrison era un giovane studente di UCLA, quando ebbe l’occasione di leggere l’opera di Huxley. Fu allora che decise di chiamare il nenonato gruppo di cui egli era compositore e cantante, The Doors.
A partire dalla metà degli anni sessanta, l’LSD ha fatto il giro del mondo. Ha travolto, incuriosito, incendiato, bruciato, creato, mitizzato, ha aperto e chiuso, ha illuminato, terrorizzato, rivelato, distrutto.
Ma soprattutto ha spinto i giovani verso una nuova percezione, normalmente preclusa ai comuni mortali.
Correva l’estate del 1992. Inizi di agosto.
Avevo appena compiuto sedici anni. Ero in vacanza in Sicilia.
Qualche mese prima, mille chili di tritolo erano esplosi sull’autostrada Trapani-Palermo, all’altezza di Capaci. Del giudice Falcone, sua moglie, tre agenti di scorta e due passanti, resterà solo il ricordo.
Qualche giorno prima il mio arrivo in Sicilia, un’autobomba era esplosa in via D’Amelio a Palermo, portandosi dietro un altro triste carico di morti. Il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.
Correva l’agosto del 1992.
Tangentopoli era una bufera appena abbattutasi sull’Italia e ben lontana da essere vicina alla fine. Agli inizi dell’anno, un’inchiesta condotta da un pool di magistrati di Milano, capitanati da Antonio Di Pietro e denominata “Mani pulite” aveva portato all’arresto di un ingegnere milanese, affiliato al partito socialista. E’ una goccia in un oceano. In realtà ben presto diventerà una pioggia torrenziale. Un alluvione. Un tornado.
Un paio di anni dopo si conteranno 4525 personaggi in carcere, 25400 avvisi di garanzia, 1069 uomini politici coinvolti, 10 suicidi.
Il muro di Berlino era crollato da meno di tre anni. Le due Germanie erano state unite. L’impero sovietico sgretolato. Il comunismo caduto e rinnegato da chi fino a qualche giorno prima l’aveva incensato.
L’Italia non si era qualificata agli Europei, vinti dalla Danimarca, chiamata a sostituire la Jugoslavia. I Bulls avevano appena vinto il loro secondo titolo NBA. Alle olimpiadi di Barcellona aveva fatto il suo esordio il Dream Team, vincendo l’oro a mani basse.
Micheal Jordan era il miglior cestista del pianeta. Indurain il miglior ciclista. Van Basten il miglior calciatore. Tomba il miglior sciatore. Di Pietro la migliore persona. Del pianeta, dell’universo e anche oltre.
Correva l’estate del 1992. E tutto questo non mi apparteneva.
Il mio mondo si riduceva ad una ragazza statunitense di nome Sarah, al mio primo incontro con l’acido e la conoscenza di una terra, sì piena di contraddizioni, ma meravigliosa. Le città, il mare, gli alberi, la vita, i colori, i sapori, mi avevano dato modo di riflettere. Cristo poteva anche essersi fermato ad Eboli, ma suo padre, l’Onnipotente, era sicuramente sceso molto più a sud.
Nell’afa siciliana, la dolce penombra di una pineta sulle rive del mare, si rivelò il luogo ideale per fare conoscenza col mio primo trip.
Ho un bellissimo ricordo.
Un pomeriggio come tanti. Una pineta. Un po’ di acido nello zaino, rimediato la sera prima. I dubbi, le paure, ma anche la curiosità, la voglia.
Sarah al mio fianco. Io e lei, così intimamente soli. Non rimanemmo neanche troppo a pensarci. Ingurgitammo mezza pasticca. E aspettammo.
All’inizio non successe nulla. Iniziavo persino a dubitare potesse succedere qualcosa.
Poi accadde. Non saprei dire quando, né come. Mi ritrovai a seguire il corso dei miei pensieri. Lasciai fare. Lasciai campo libero alla mia mente, senza che potessi controllarla, oppormi.
Niente di tragico, di traumatico. Sensazioni soavi. La visione di cose diverse. Non false, non inventate. Semplicemente diverse.
Avevo aperto la mia porta della percezione.
Davanti ai miei occhi gli alberi cominciarono ad invecchiare. Erano alberi, ma fra la corteggia si potevano distinguere dei volti. Visi di essere umani. Veri, naturali, realistici.
Ricordo che in quel preciso momento ebbi l’ultimo pensiero coerente del pomeriggio. Tolkien doveva essersi fatto d’acido prima di scrivere degli Ent. Anche se chiamarlo pensiero coerente forse è eccessivo.
Poi quei volti iniziarono ad invecchiare. Con rapidità sconvolgente.
Mi voltai a guardare Sarah. Ma il suo sguardo, la sua mente erano altrove. Non vedeva ciò che vedevo io. L’acido aveva dischiuso un’altra porta per lei.
Era a non più di una decina di centimetrimetri da me, ma mi sembrava distante anni luce. Anche fisicamente. Allungare una mano per toccarle un braccio mi sembrava un’impresa disperata
Lo spazio ed il tempo si erano dilatati. Non avevano più consistenza reale.
Chissà dov’era in quel momento. Cosa stesse vedendo.
Avevo conosciuto Sarah qualche giorno prima a Taormina. Me n’ero innamorato quasi subito.
Lei, bionda, bella, giovane, americana. Un anno in meno di me, una pelle liscia e profumata, labbra rosse e carnose. Un tatuaggio sul polpaccio, un piccolo serpente che le si attorcigliava attorno alla sua caviglia. Un altro dietro la spalla. Un piercing sul sopracciglio destro. Fumava marlboro. E sapeva rollare meglio di tutti noi maschi. Anche con una mano sola, mentre nella notte saltavamo cancelli e camminavamo attraverso sentieri bui e spinosi, per arrivare in spiaggia.
Me ne disainnamorai quel pomeriggio di agosto in pineta.
Improvvisamente l’avevo vista invecchiare davanti ai miei occhi. Il suo volto si era fatto sempre più rugoso, la sua pelle opaca e i suoi occhi acquosi. La sua bellezza andava scemando.
Una sequenza di immagini attraversò la mia mente. Mi raccontanarono una storia. La storia di Sarah, la ragazza alternativa. Sarah, senza vincoli e legami. Sarah che prendeva il sole in topless, che aveva i capelli di mille colori, che rollava meglio di noi e fumava più di tutti. Sarah che beveva un casino e che baciava come una novella Dea dell’amore. Sarah che voleva diventare poetessa e girare il mondo in moto.
Non so come, ma improvvisamente seppi che di lì a qualche tempo, avrebbe avuto un marito di nome James. Due figli, sin dall’infanzia tendenti all’obesità, un maschio ed una femmina di nome Jack e Susan. Un cane di nome Bob. Una bella casa a due piani, zona giorno di sotto, zona notte di sopra. Una macchina con cambio automatico e sempre col pieno. Un lavoro sicuro e vincente. E tutta l’America attorno per sentirsi importante.
Il suo presente era una barchetta di carta che scivolava veloce e spensierata fra le lievi increspature di un riganolo d’acqua. Per questo mi ero innamorato di lei. Ma il suo futuro era un’enorme nave. La vidi realmente farsi largo fra un oceano di alberi.
Era un transatlantico di dimensioni maestose, che, forte della sua stazza e delle sua potenza, solcava sicuro e rispettato i mari della vita. Niente e nessuno avrebbe potuto fermare tale colosso.
Guardare allontanarsi la nave imponente e fiera, assoggetare l’oceano sotto di lei, incuteva in me un senso di tristezza, ma forse anche di rispetto.
Sentì qualcuno che mi posò una mano sulla spalla. Mi girai stancamente a guardare.
Era mio padre. Come sarebbe stato di lì a qualche anno, con qualche capello bianco in più e qualcun altro in meno, ma irrevocabilmente lui. Mi guardò con occhi pieni di affetto.
Adesso eravamo entrambi sul bordo dell’oceano a vedere la nave andar via.
Parlò:
“Un giorno anche il tuo futuro avrà l’aspetto una nave di quelle dimensioni. Forse anche più grande…”.
Era una minaccia?
“…e scivolerai sicuro fra le insidie della vita. Guardala. Niente e nessuno potrebbe mai fermarla”.
Disse quelle parole con l’aria di chi la sapeva lunga. Di chi non sbaglia un colpo. Poi sotto la nave si aprì un vortice. Affondò, scomparendo fra gli abissi oceanici, per non risalire mai più.
Ci guardammo perplessi. Scrollammo le spalle e tornammo indietro.
Non ricordo più nulla di quel pomeriggio. Forse mi addormentai.
Qualche anno dopo l’esperienza in pineta, ricevetti l’ultima lettera da Sarah, in cui mi annunciava il suo prossimo matrimonio con un facoltoso avvocato di Boston, tale James Morgan. Era rimasta incinta ed aspettava un bel pargoletto che con ogni probabilità avrebbero chiamato con il nome del nonno paterno, Jack. Aveva ormai da tempo smesso di fumare e di bere. Si era tolta il piercing, copriva il tatuaggio alla caviglia con stivaletti alla moda. E votava repubblicano per un paese più sicuro.
Aveva appena compiuto vent’anni. Ma tutti i suoi sogni erano svaniti. Li aveva accantonati, messi semplicemente da parte. O forse li aveva dimenticati.
Era uscita definitivamente da quello strano mondo distorto ed ovattato che è quello dei giovani, questi pigri e nostalgici sognatori. Questi guerrieri senza passato e dal futuro incerto. Coloro che con le loro incognite, le loro paure, le loro speranze, muovono e turbano il mondo.
Ma purtroppo si fermano lì. Dovrebbero contrastare le avversioni con la forza della loro età, con lo splendore della loro bellezza. Dovrebbero portare avanti le loro rivoluzioni, affrontare il futuro, afferrarlo per il bavero e dirigerlo nella direzione giusta. In realtà inebetiscono davanti alla demenzialità televisiva, stonano le loro esistenze fra cellulari e walkman, riducono il loro mondo ad un insieme di frasi senza senso. I loro scopi si infrangono contro la loro indolenza. Le loro aspettative contro l’indifferenza degli adulti, di chi questi problemi li ha ormai messi da parte.
Finchè non arriva il bel giorno in cui magicamente si mette tutto da parte e si entra nel mondo degli adulti. Per Sarah quel giorno era già arrivato a vent’anni.
Non ho mai raccontato alla piccola americana di quel che avevo visto quel pomeriggio in pineta. Né lei mi ha mai parlato delle sue visioni.
Quando ci risvegliammo dal sonno profondo che ci aveva colti, era sera inoltrata. Intontiti e senza parlare ci eravamo semplicemente rimessi in cammino per tornare alla civiltà, alla vita di tutti i giorni. Alla realtà ben visibile agli occhi di tutti.
E presto entrambi dimenticammo.
Non avevo più pensato al mio incontro con l’LSD, a Sarah, agli alberi di quella pineta, alla Sicilia, per molto tempo, finchè tutto non mi ritornò alla mente la notte dopo il concerto di Roma.
Quella notte mi rigiravo fra le coperte e nella mia mente risuonavano le parole di Hoffman:
“Ogni tanto abbiamo bisogno di una visione, di uno sguardo d’insieme sull’esistenza e sulle ragioni spirituali primigenie, sì da osservare il nostro posto nell’universo ed i nostri vincoli e problemi quotidiani dalla corretta prospettiva e con il giusto discernimento.”
Più che giusto.
Ma a volte non serve farsi d’acido per vedere tutto dalla giusta prospettiva.
A volte basta molto meno.
Incontrare la persona segretamente amata, dopo mesi e mesi di rincorse. Guardarla. E tutto si chiarisce nella mente.
Mi bastò quella misera, intuile, meravigliosa serata per capire in quale grosso casino mi ero immischiato.
E non ci volevano Blake, Kesey, Gingsberg, Huxley o Hoffman per capirlo.
Tanto valeva a quel punto andare fino in fondo.
Last edited by The goat on 08/09/2007, 0:34, edited 1 time in total.

Abbey Road è dolce e universale come il caffè di Starbucks
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BruceSmith
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Re: Naufraghi 2.0
vai fino in fondo, luigi.
lele_warriors wrote: mi auguro vi tirino sotto a voi senza motivo
IL Poz wrote: Ah se c'è Brusmit non vengo.
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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0
goat torna a scrivere come una macchina. fallo!
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Re: Naufraghi 2.0
Ho talmente poco tempo in sto periodo che non solo non riesco a finire quello che avevo cominciato quest'estate, ma non riesco nemmeno a leggere gli ultimi post di Alvise, Pollack ed il racconto di Goat...
Appena la trovo posterò un'altra robetta, speriamo di trovare più tempo nei prossimi giorni per finire quella più impegnata e sicuramente scritta meglio
Appena la trovo posterò un'altra robetta, speriamo di trovare più tempo nei prossimi giorni per finire quella più impegnata e sicuramente scritta meglio
Last edited by Sine on 11/09/2007, 16:34, edited 1 time in total.

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ale23
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Re: Naufraghi 2.0
qualcuno di voi ha visto "Alla Deriva"?

"There's so many emotions at the end of the season. And nobody likes to talk about it, but one of them is ROMBOFIGA. But me, I like the ROMBOFIGA" Lebron James- Sine
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Re: Naufraghi 2.0
Immagino tu sappia chi sono.
Perlomeno lo spero.
L'altra cosa che spero e che in questo caso purtroppo difficilmente corrisponderà a realtà, è che tu possa già immaginare il perchè di questa lettera.
Non che sia realmente importante, sia chiaro, del resto che tu lo sappia già o meno, tra poco leggerai quel che ho da dirti, dopodichè toccherà a te agire di conseguenza.
Credimi, vorrei dirti tutto questo e molto di più di persona, faccia a faccia, non mi è mai piaciuto fare le cose per conto di terzi, anche quando il "terzi" è riferito ad un pezzo di carta, freddo, insignificante, impersonale e cinico. Voglio dire, come puoi leggere le mie emozioni guardando un foglio scritto? Come posso io studiare le tue reazioni, rispondere alle tue obiezioni? Capire se menti o no? Come possiamo litigare?
Dio mio, quanto vorrei litigare, urlare, stare male, incazzarmi come una bestia. E subito dopo stare meglio.
Beh, te lo ripeto, vorrei poterlo evitare, ma come ben sai purtroppo non è possibile. Così vicini eppure così lontani.
Ma veniamo al dunque.
Sono stufo, e quando scrivo stufo credimi non hai idea di quanto. Davvero, io non so più cosa fare. Il punto è che mi sono rotto letteralmente le palle di stare a guardare come annienti il nostro rapporto. Sono sicuro che questo stupido foglio, queste stupide righe, non risolveranno nulla, ma è l'unico modo per dare voce a quel che penso senza fraintendimenti. Non mi sono mai sentito una merda come in questi ultimi tempi, davvero. Forse invece che merda dovrei usare "inutile", ma non credo che cambi la sostanza.
Dimmelo, cos'ha la nostra relazione ormai? Nient'altro che giorni e giorni di silenzi imbarazzati, di distacco e di incomprensioni.
E la cosa peggiore, quella che mi fa star male ogni volta che ci penso, è che non te ne frega assolutamente nulla. Cazzo, non sai quanto mi girano i coglioni ogni volta che ci penso. Ma ce le palle per dirmi certe cose apertamente? Per dirmi che non ha più senso tutto questo?
Ma figuriamoci, molto più comodo lasciare le cose come stanno, tanto prima o poi moriranno da sole e tu non potrai dire di esserne colpevole, vero?
Diciamocelo, tanto a te questa situazione non pesa più di tanto, stai bene al mondo lo stesso. Chi se ne frega se poi c'è chi sta male ogni fottutissimo giorno.
Che schifo. Ma cristo, quando la mattina ti guardi allo specchio, come direbbe quello sfigato di Masini, non lo senti il vuoto dentro?
Fammi fare un paio di respiri profondi o esplodo, va.
Uff...
Ok, sì, lo ammetto, di stronzate ne ho fatte anche io. Non poche. Forse troppe.
Ma sempre in buona fede, e quello che è sempre stato palese è quanto per me tu fossi importante. A volte voler bene a qualcuno fino a questo punto porta a fare cose che non faresti mai nella vita. Cose che al momento pensi siano giuste, nell'irrazionalità dei tuoi sentimenti, ma che poi finisci per rimpiangere per il resto dei tuoi giorni.
Non dico che non debba finire prima o poi, posso capirlo, per quanto stia male solo all'idea, ma non penso assolutamente di meritarmi questa situazione.
Ormai è mesi che mi aspetto le tue fatidiche parole, ma niente! Niente di niente!
Ora tocca a me.
Se penso a quando prendevamo le decisioni sempre insieme, quando per te i miei consigli erano oro colato, quando passavamo tutto il tempo assieme, quando eravamo felici. Sì, mi sentivo importante, sentivo che c'era qualcuno che mi considerava imprescindibile.
Era bello, bellissimo sapere che c'era una persona che pendeva dalle tue labbra e non aspettava altro che una tua parola.
E poi dai, d'accordo che la nostra relazione è cominciata più tardi, ma ci conosciamo da quando siamo nati, ti sembra questo il modo di mettere fine a più di vent'anni passati insieme? Non ce l'hai un po' di decenza?
Poi vabbe', non farmi parlare di quel cazzone del tuo "amico". D'accordo, anche lui lo conosci da una vita, ma da quando ascoltarlo ti ha portato benefici? Eh?
Porca miseria, c'era un momento in cui tra la mia opinione e la sua andavi ad occhi chiusi sulla mia. E dimmi una sola volta in cui hai dovuto pentirti di avermi dato ascolto.
Guarda, non farmi neanche pensare a che tipo di discorsi possa farti uno così, non penso nemmeno sia in grado di mettere insieme una frase di senso compiuto.
Cos'avrà poi di tanto irresistibile quello lì...
Non rispondermi, è una domanda stupida la mia e di cui non voglio conoscere la risposta, del resto sembra che siano tipi del genere a governare il mondo.
Mentre per gli "intellettuali" come me ormai di posto ce n'è poco.
Sì, lo so cosa stai pensando. Che sono geloso.
E cazzo se sono geloso!! Forse non dovrei??
Scaricato con sufficienza per dei coglioni! Ah, dovrei sentirmi bene dovrei...
Vabbe', senti, finiamola qua, tanto come sempre poi a passare giornate di merda sarò io, non te. Mentre sarò a riempirmi di bile te sarai a spassartela col tuo "amico".
Tornerai a cercarmi, ne sono sicuro.
Ma sai che ti dico? Tieniti il tuo amico, io me ne vado.
Vaffanculo.
Firmato, il tuo cervello.
Perlomeno lo spero.
L'altra cosa che spero e che in questo caso purtroppo difficilmente corrisponderà a realtà, è che tu possa già immaginare il perchè di questa lettera.
Non che sia realmente importante, sia chiaro, del resto che tu lo sappia già o meno, tra poco leggerai quel che ho da dirti, dopodichè toccherà a te agire di conseguenza.
Credimi, vorrei dirti tutto questo e molto di più di persona, faccia a faccia, non mi è mai piaciuto fare le cose per conto di terzi, anche quando il "terzi" è riferito ad un pezzo di carta, freddo, insignificante, impersonale e cinico. Voglio dire, come puoi leggere le mie emozioni guardando un foglio scritto? Come posso io studiare le tue reazioni, rispondere alle tue obiezioni? Capire se menti o no? Come possiamo litigare?
Dio mio, quanto vorrei litigare, urlare, stare male, incazzarmi come una bestia. E subito dopo stare meglio.
Beh, te lo ripeto, vorrei poterlo evitare, ma come ben sai purtroppo non è possibile. Così vicini eppure così lontani.
Ma veniamo al dunque.
Sono stufo, e quando scrivo stufo credimi non hai idea di quanto. Davvero, io non so più cosa fare. Il punto è che mi sono rotto letteralmente le palle di stare a guardare come annienti il nostro rapporto. Sono sicuro che questo stupido foglio, queste stupide righe, non risolveranno nulla, ma è l'unico modo per dare voce a quel che penso senza fraintendimenti. Non mi sono mai sentito una merda come in questi ultimi tempi, davvero. Forse invece che merda dovrei usare "inutile", ma non credo che cambi la sostanza.
Dimmelo, cos'ha la nostra relazione ormai? Nient'altro che giorni e giorni di silenzi imbarazzati, di distacco e di incomprensioni.
E la cosa peggiore, quella che mi fa star male ogni volta che ci penso, è che non te ne frega assolutamente nulla. Cazzo, non sai quanto mi girano i coglioni ogni volta che ci penso. Ma ce le palle per dirmi certe cose apertamente? Per dirmi che non ha più senso tutto questo?
Ma figuriamoci, molto più comodo lasciare le cose come stanno, tanto prima o poi moriranno da sole e tu non potrai dire di esserne colpevole, vero?
Diciamocelo, tanto a te questa situazione non pesa più di tanto, stai bene al mondo lo stesso. Chi se ne frega se poi c'è chi sta male ogni fottutissimo giorno.
Che schifo. Ma cristo, quando la mattina ti guardi allo specchio, come direbbe quello sfigato di Masini, non lo senti il vuoto dentro?
Fammi fare un paio di respiri profondi o esplodo, va.
Uff...
Ok, sì, lo ammetto, di stronzate ne ho fatte anche io. Non poche. Forse troppe.
Ma sempre in buona fede, e quello che è sempre stato palese è quanto per me tu fossi importante. A volte voler bene a qualcuno fino a questo punto porta a fare cose che non faresti mai nella vita. Cose che al momento pensi siano giuste, nell'irrazionalità dei tuoi sentimenti, ma che poi finisci per rimpiangere per il resto dei tuoi giorni.
Non dico che non debba finire prima o poi, posso capirlo, per quanto stia male solo all'idea, ma non penso assolutamente di meritarmi questa situazione.
Ormai è mesi che mi aspetto le tue fatidiche parole, ma niente! Niente di niente!
Ora tocca a me.
Se penso a quando prendevamo le decisioni sempre insieme, quando per te i miei consigli erano oro colato, quando passavamo tutto il tempo assieme, quando eravamo felici. Sì, mi sentivo importante, sentivo che c'era qualcuno che mi considerava imprescindibile.
Era bello, bellissimo sapere che c'era una persona che pendeva dalle tue labbra e non aspettava altro che una tua parola.
E poi dai, d'accordo che la nostra relazione è cominciata più tardi, ma ci conosciamo da quando siamo nati, ti sembra questo il modo di mettere fine a più di vent'anni passati insieme? Non ce l'hai un po' di decenza?
Poi vabbe', non farmi parlare di quel cazzone del tuo "amico". D'accordo, anche lui lo conosci da una vita, ma da quando ascoltarlo ti ha portato benefici? Eh?
Porca miseria, c'era un momento in cui tra la mia opinione e la sua andavi ad occhi chiusi sulla mia. E dimmi una sola volta in cui hai dovuto pentirti di avermi dato ascolto.
Guarda, non farmi neanche pensare a che tipo di discorsi possa farti uno così, non penso nemmeno sia in grado di mettere insieme una frase di senso compiuto.
Cos'avrà poi di tanto irresistibile quello lì...
Non rispondermi, è una domanda stupida la mia e di cui non voglio conoscere la risposta, del resto sembra che siano tipi del genere a governare il mondo.
Mentre per gli "intellettuali" come me ormai di posto ce n'è poco.
Sì, lo so cosa stai pensando. Che sono geloso.
E cazzo se sono geloso!! Forse non dovrei??
Scaricato con sufficienza per dei coglioni! Ah, dovrei sentirmi bene dovrei...
Vabbe', senti, finiamola qua, tanto come sempre poi a passare giornate di merda sarò io, non te. Mentre sarò a riempirmi di bile te sarai a spassartela col tuo "amico".
Tornerai a cercarmi, ne sono sicuro.
Ma sai che ti dico? Tieniti il tuo amico, io me ne vado.
Vaffanculo.
Firmato, il tuo cervello.
Last edited by Sine on 11/09/2007, 17:41, edited 1 time in total.

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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0
nooooooooooooooooomelosono rovinato da solo. ho aperto la pagina e sono volato in fondo e prima che fosse troppo tardi ho letto le ultime righe. sono un imbecille, perchè leggendolo mi piaceva e il colpo di scena finale doveva essere ottimo. 
- Sine
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Re: Naufraghi 2.0
:lol2:Alvise wrote: nooooooooooooooooomelosono rovinato da solo. ho aperto la pagina e sono volato in fondo e prima che fosse troppo tardi ho letto le ultime righe. sono un imbecille, perchè leggendolo mi piaceva e il colpo di scena finale doveva essere ottimo.![]()
Ho fatto una piccola modifica, almeno spero che vada un po' meglio, in effetti era facilissimo bruciarsi tutto leggendo l'ultima riga

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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0
bella idea. potevi farlo prima però... :gazza:Sine wrote: :lol2:
Ho fatto una piccola modifica, almeno spero che vada un po' meglio, in effetti era facilissimo bruciarsi tutto leggendo l'ultima riga![]()
