rene144 wrote:
Premesso che siano polemiche puerili, credo che la logica di fondo sia:
- Se qualcuno afferma che esista qualcosa in cui non credo, allora non dovrebbe farmi nè caldo nè freddo. Se domani io dicessi di credere nel Pollogigio, a nessun altro dovrebbe suonare come offensivo (ben altro sarebbe una costrizione nel credere nel Pollogigio).
- Se qualcuno afferma che non esista il Pollogigio, ed io ci credo, allora è offensivo verso i miei sentimenti ed i miei pensieri. Insomma, se non ci credi te lo tieni per te.
Tutto puerile, ripeto, ma sostanzialmente credo che il concetto di fondo sia che se non credi in qualcosa, è inutile che tu vada a sbandierarlo, cercando di non far credere neanche gli altri. Che ti cambia? Invece ai credenti cambia.
Boh, sinceramente, non vedo la differenza. Il discorso è viziato dall'assunzione di fondo che il credere (in sè, come dici tu, non in qualcosa in particolare) abbia un qualche tipo di superiorità ontologic/sentimentale sul non credere. Non è così: non credere è una scelta consapevole, fatta di riflessioni e - perché no - di sofferenze, tanto quanto credere. Non è menefreghismo, come pare intuire dal "che ti cambia?". Sbandierare la Verità contro le mie convinzioni, bé, quantomeno non è gentile.Se tu affermi che una certa cosa che io ritengo non esista invece è assolutamente esistente, beh, mi dai del (a scelta): 1)Ignorante perché non conosco la Verità 2)Stupido perché conosco la Verità ma non la capisco 3)Schiavo del male perché conosco la verità e la capisco ma scelgo
il lato oscuro della forza. In effetti., se ci si limitasse a dire "io/noi credo/crediamo" sarebbe un discorso, affermare che "Dio - o chi/cosa per lui) esiste" è ben altra.
E poi: oltre al fatto che mi sembra di avere mostrato come cambi, e parecchi, in linea teorica, a un a-qualcosa (nel caso di specie, ateo), sentire l'affermazionesicura e assoluta dell'esisenza, per tutti, di ciò in cui non si crede, ci sarebbe anceh un piano pratico, e cioè gli enormi e pervasivi vantaggi di cui gode il cristianesimo cattolico nel nostro paese, oltre al continuo proselitismo che invece - agli atei - è proibito. Dunque ammettiamo che il credente dica A (sorvolo sul fatto che ci siano talmente tante religioni che uno dice A1, uno A2, uno A3, eccetera. Con le sottodifferenze si potrebbe anche dire A1.I, A1.II, A3.III...), il non credente dica B. Ammettiamo anche che entrambi sono certi della loro idea, e credono che sia un bene per gli altri convincersene. Ora, perché il credente può urlare A a squarciagola, sparato nelle scuole, nelle televisioni pubbliche, finanziato per i luoghi di culto e non, e chi più ne ha più ne metta, e il non credente non può neanche ritagliarsi uno spazietto?
Misttero della fede.
Che con la questione c'entra poco. Ma anche se fosse, non mi pare scandalosa. Anzi.
Per un ateo, equivarrebbe a dire che "la propria morale prevale sulla legge degli uomini". Del tipo che se il tuo Stato ti obbliga (mettiamo) a far fuori tutti gli ebrei, cosa che cozzerebbe, e molto, con la tua morale, allora è giusto che tu, in quanto persona con una serie di credenze/leggimorali/idee, non le segua. Poi sei te a vedertela col tuo Stato. Che non rappresenta il bene assoluto nè un soggetto granitico. Da lì riparte tutto. Può essere benissimo che quelle credenze/leggi/morali si ritrovino ad averle la maggior parte dei cittadini, e che questi facciano in modo, in vari modi, di farle divertare leggi, e quindi parti integranti, appunto, di quello stato con cui prima non andavi d'accordo.
Quando poi le istituzioni sono in aperto conflitto al loro stesso interno per mancanza di indirizzi precisi su certe questioni vuol dire che qualcosa è mancato. E la colpa è, ancora una volta, del legislatore.
Oddio me l'ero perso.
Concorso, trova gli errori.
1)l'equivalenza è errata. Implicito nel discorso del cardinale - sfido chiunque a negarlo - c'è un "la legge di Dio prevale su qualsiasi morale umana". Le leggi degli uomini sono solo un'estensione della morale degli uomini - almeno in democrazia, della maggioranza degli uomini, della volontà generale, ma non sono gli uomini a capire il Bene e il Male, è Dio. E, casualmente, quello che si è autodefinito l'interprete della sua volontà sulla terra, con tutte le diramazioni che ne conseguono. Quindi, non si tratta semplicemente di mettere la morale davanti alla legge, ma di mettere Dio davanti all'uomo. Non è esattamente la stessa cosa, e quindi le due frasi non si equivalgono per niente
2)Anche ammettendo che sia giusto che quando una legge dello stato cozza con la tua morale tu possa e deva non seguirla (e nonne sono del tutto certo. Viva Rousseau.), il punto focale è, che nella frase "la propria morale prevale sulla legge degli uomini" (che, insisto, non equivale per nulla a quella del cardinale) c'è quel la propria morale che salva il genere umano e la libertà dell'individuo. Proprio quella libertà tanto sbandierata quando si parla dell'uomo creato da Dio, che è poi spietatmente negata in quanto "le leggi di Dio" sono obbligatorie da seguire, non la tua morale. La morale di Dio, se volete, su cui tu non hai né parola in merito, perché è lui che te la dona, né, in fondo, diritto di comprendere (Abramo - Isacco, disegno provvidenziale, il male per un bene più grande, potrei continuare). Un po' diverso anche questo punto.
La scienza può solo aggiungere; davvero non vedo come e che cosa possa togliere.