Il tragico destino del genio della tattica
Poco hanno tramandato le cronache, a proposito della vita di Arpad Veisz, che negli anni tra le due guerre fu uno grandi maestri di panchina del calcio italiano. La stessa dizione del cognome è incerta, variando da Weisz (qualcuno azzarda perfino un Weiss) a Veisz, soluzione che scegliamo senza certezza di verità. Era ungherese, arrivò in Italia nei primi anni Venti, chiamatovi dall’Inter che andava riprendendosi da un robusto spavento e si riprotteva coi fatti di non attraversare più simili avversità. Arpad Veisz era un’ala sinistra con 6 presenza in Nazionale.
Diede una buona prova di sé (3 gol in 10 partite nel 1925-26) ma soprattutto dimostrò una spiccata attitudine all’istruzione dei giocatori. Passare dal campo alla panchina fu dunque naturale.
L’Internazione si era potenziata con l’arrivo del centromediano Bernardini, che si trovò a meraviglia invece al centro dell’attacco, realizzando dieci reti. La squadra si piazzò al quinto posto nel girone finale e per la stagione successiva venne ingaggiato il terzino della Nazionale Allemandi, per portare la difesa al livello dell’attacco. Ma il 5 novembre 1927 accadde l’imprevedibile: Allemandi, invischiato in uno scandalo che fece epoca, venne squalificato a vita per illecito, nell’ambito della sentenza che revocava al Torino lo scudetto della stagione precedente. Veisz si trovò così senza l’indispensabile rinforzo per la terza linea. Secondo il racconto che poi ne avrebbe fatto Bernanrdini, acuto osservatore, fu nell’occasione che Veisz diede prova di grande sagacia tattica, potenziando la difesa nerazzurra “con un espediente: la linea dei cinque terzini, Veisz, studioso di cose calcistiche e sempre al corrente di quanto all’estero avveniva in materia, esperimentò la stessa tattica che Chapman aveva messo in pratica”.
I cinque terzini
Herbert Chapman era il tecnico dell’Arsenal che aveva risposto alla restrizione della regola del fuorigioco ideando il Sistema.
L’idea di Veisz consisteva in una vera e propria anticipazione sistemista, nel calcio italiano ancora lontanissimo dal recepire l’innovazione inglese: “strappare le mezzali al vero gioco di prima linea e incastrarle all’altezza della seconda linea, per il doppio compito di arginare elanciare di volta in volta i tre uomini rimasti all’attacco. Di riflesso il centromediano rimaneva costantemente arretrato e i laterali diventavano le ombre delle ali avversarie”.
Se si pensa che Veisz era un prodotto del calcio danubiano, l’idea di arretrare le mezzali dall’attacco al centrocampo ha qualcosa di rivoluzionario. A quel punto l’Inter giostrava con una linea difensiva di cinque terzini: i terzini veri e propri, liberi da compiti di marcatura, i mediani, che marcavano le ali, e il centromediano, che non dovendo più pensare a organizzare il rilancio del gioco, poteva dedicarsi eslusivamente alla marcatura del centravanti, come stopper ante litteram. L’Inter chiuse settima nel girone finale e Veisz venne sostituito dall’ungherese Viola. Tornò nella stagione successiva, prima edizione del girone unico, quando per volere del Regime l’Internazionale era diventata Ambrosiana. Veisz ormai era padrone del ruolo e la “riservetta di qualità”, come all’esordio Roghi aveva definito Giuseppe Meazza, era già il miglior giocatore italiano. Veisz vinse lo scudetto e l’anno dopo colse il quinto posto, abbastanza per cambiare aria. Salvò il Bari, dimostrandosi tecnico per tutte le stagioni, poi fu riportato in nerazzurro, dove colse due secondi posti consecutivi.
Tragedia nel silenzio
Fu allora che arrivò la chiamata di Bologna, una delle piazze più prestigiose dell’epoca, fresca di due Coppe Mitropa (la Champions League del tempo), a sostituire dalla quindicesima giornata del campionato 1934-35 l’ungherese Lajos Kovacs. Chiuso il torneo al sesto posto, Veisz riorganizzò la squadra, preparando il periodo più fulgido della storia rossoblù. Fece ingaggiare dal presidente Dall’Ara un preparatore atletico, Filippo Pascucci, dal River Plate, col compito di occuparsi anche delle giovanili, e disegnò uno squadrone formidabile, che utilizzando appena 14 elementi (altro che rosa allargata!) vinse il campionato 1935-36 e fece iil bis in quello successivo, quando ebbe il grande centromediano uruguaiano Andreolo e la scommessa Fiorini in difesa in luogo di Monzeglio, ceduto alla Roma. Al termine della stagione, il Bologna di Veisz raggiunse il culmine, tramandandosi alla storia come probabilmente il più forti di tutti i tempi, andando a vincere il Torneo dell’Esposizione di Parigi, una sorta di Mondiale per club. In occasione del trionfo per 4-1 sul Sochaux, il giornale sportivo parigino “Auto” commentava significativamente: “Il Bologna ha giocato come una squadra di professionisti inglesi, ma all’italiana”. La finale venne vinta con lo stesso punteggio, 4-1, sul Chelsea. I giocatori erano tutti con il loro tecnico, abile non solo nella “lettura” delle partite, ma anche come gestore di uomini. Autorevole senza bisogno di essere autoritario (non alzava mai la voce), aveva un modo tutto suo per… punire chi sbagliava: lo invitava a pranzo a casa sua e nell’amabile atmosfera conviviale lo convinceva a emendarsi. Dopo un quinto posto, prima del terzo trionfo tricolore personale in quattro anni l’artefice del più grande Bologna della storia sparisce per sempre di scena. Arpad Veisz era ebreo e a fine ottobre 1938 venne espulso dall’Italia in base alle leggi razziali. Nel silenzio generale (nemmeno una riga sugli organi di stampa), se ne andò, prima a Parigi poi in Olanda. Anni dopo si seppe che era perito assieme alla famiglia in un lager.
Carlo F. Chiesa
Note del Reverendo dal WEB:
1. Veisz era la versione italianizzata dal regime fascista, lo stesso József Viola divenne Giovanni Viola.
2. In Olanda Weisz allenò con ottimi risultati la piccola squadra locale del D.F.C. (Dordrechtsche Football Club)
3.Le SS arrestano la sua famiglia il 7 agosto del ‘42 e la prelevano dal campo di Westerbork, lo stesso dal quale passerà Anna Frank, il 2 ottobre. Weisz viene invece dirottato su Cosel, campo di lavoro dell’ Alta Slesia, più tardi è deportato a Auschwitz. Resiste alla fame e al freddo 16 mesi, lo trovano morto la mattina del 31 gennaio del ‘44. La moglie Elena (nata Ilona Rechnitzer, pure lei ebrea ungherese) e i figli Roberto e Clara morirono nelle camere a gas nello stesso 42.
Proprio nel 2007, Matteo Marani giornalista del Guerin Sportivo ha pubblicato “Dallo scudetto ad Auschwitz”. Nel libro, Marani ripercorre dopo una lunga indagine, la vita e la carriera di uno degli allenatori più vincenti degli anni 30, ma oggi quasi del tutto dimenticato.
http://www.internetbookshop.it/code/978 ... hwitz.html