Ecco il famoso articolo, interamente trascritto da me medesimo.

Non l'ho riletto quindi potrebbe esserci qualche errore di battitura. Sorry.
SUPERMAN E' VIOLA
Come la sua maglia, quella dei Minnesota Vikings. Adrian Lewis Peterson è il ragazzo prodigio del football americano. Stratega nato, velocissimo, è esploso nel giro di poche partite. E per gli americani è l'uomo che può vincere da solo
DI EMILIO MARRESE
Lo chiamano Purple Jesus, il Gesù Viola. Perché fa miracoli in campo (come nei bilanci dei suoi sponsor) e viene da un posto chiamati Palestine, quella del Texas però. Il viola è il colore della sua maglia, la numero 28 dei Minnesota Vikings. Il Messia del football americano è un ragazzo di 22 anni, Adrian Lewis Peterson , l'uomo nuovo che gli Stati Uniti stavano aspettando per rivedere gli stadi pieni e le folle in visibilio, quello che manacava a uno sport in crisi di campioni per ritrovare la fede. Uno di quei talenti che nascono una volta ogni dieci o vent'anni capace di vestire i panni del supereroe nelle fantasie dei bambini e diventare l'icona trascinante di tutto un movimento, come fi Michael Jordan per il basket. Nella sua prima stagione tra i professionisti della Nfl, la national football league, il profeta con casco e spalline ha già stabilito un record correndo palla in mano per 296 yards (più di 270 metri e mezzo) in una sola partita: un'impresa riuscita, in passato, solo ai più grandi di questo sport. Coloro che, oltre alle gambe, hanno in dote anche un intuito fuori dall'ordinario per leggere in anticipo i movimenti dei difensori e scartarli in una frazione di secondo: una specie di navigatore incorporato, come i pipistrelli. L'obiettivo, così, è diventato quello di superare la soglia di 2 mila yard – che è l'unità di misura dei campi da football – in tutta una stagione: un traguardo raggiunto solo da Dickerson (che detiene il primato di 2105 yards), Lewis, Sanders, Davis e da quell'OJ Simpson che, a differenza degli altri, è noto in tutto il mondo non per le sue gesta sportive, quanto per le sue vicissitudini giudiziarie. Il giornale di Minneapolis, lo “Star Tribune”, ha definito Peterson “una pozione magica: l'uomo che può vincere le partite da solo”. La sua maglia viola è tra le dieci più vendute della lega, e le aziende non riescono a tenere il passo delle richieste: devono rincorrere perché, prima del boom, ne avevano stampate pochissime, non potendo prevedere che un panchinari esordiente riuscisse a diventare una star così di botto, nel giro di cinque o sei partite. La società che gestisce il Fantasy Football, cioè quello che in Italia è il fantacalcio, ritiene che Peterson quest'anno possa valere qualcosa come 600 milioni di dollari: essendo il montepremi in palio un miliardo e mezzo, il 40 per cento dei vincitori centreranno il risultato perché hanno inserito nella loro squadra virtuale l'esplosivo asso dei Vikings.
Quella di Peterson è stata una vera e propria apparizione, visto che era stato ingaggiato come riserva nel ruolo di runningback, cioè quel giocatore che ha lo scopo di ricevere l'ovale, possibilmente alla mano e correre come una scheggia verso la meta. Un exploit inatteso, perché se già nelle categorie inferiori aveva impressionato, aveva anche lasciato molti dubbi legati alla sua fragilità fisica: pur essendo un atleta eccezionale, Peterson si fa male spesso e tanto (una frattura alla caviglia e una alla clavicola, con lunghi decorsi, ne avevano già interrotto la carriera). Può capitare, quando sei un marcantonio di un metro e 85 per un quintale che deve macinare chilometri a zig zag come una gazzella in ogni partita, braccato da avversari ancor più massicci che cercano di abbatterti a ogni passo. E, infatti, poco dopo aver stabilito il suo recente record, s'è infortunato nuovamente ai legamenti del ginocchio ed è rimasto fuori causa per una ventina di giorni, rientrando nello scorso weekend.
Oltre alle qualità innate, Peterson ha suo malgrado anche una tragica storia alle spalle, che può renderla letteraria quel tanto che piace agli americani la sua eventuale leggenda futura: un padre che s'è fatto dieci anni di galera per riciclaggio di denaro proveniente da traffico di stupefacenti, un fratellino investito ed ucciso da un ubriaco all'età di nove anni un fratello adottivo suicidatosi la sra prima che Adrian venisse scelto dai Vikings. Ce n'è in abbondanza perché i biografi più retorici possano lanciarsi nell'esaltazione del ragazzo che vola via sul campo per sfuggire al dolore.
Dopo essere stato ingaggiato la scorsa estate dalla franchigia del Minneapolis, la più grande città del Minnesota sulle sponde del Mississipi, Peterson è stato portato in parata lungo le vie principali di Palestine, il suo paese che si trova a 200 chilometri da Dallas, in mezzo a boschi di pini, e che, prima del suo avvento, aveva goduto del suo quarto d'ora di (triste) celebrità solo perché gli erano piovute in testa le macerie dello Shuttle Columbia quattro anni fa. A festeggiare Peterson, stavolta un gradito dono dal cielo, c'erano 4 mila concittadini, un quarto della popolazione locale. “Il cielo è il solo limite per chi ci crede ed è determinato”, ha detto ai bambini delle scuole il Gesù Viola, che viene da una famiglia sfigata sì, ma anche molto sportiva: il padre era giocatore di basket, la madre centometrista e lo zio giocava a football come lui. Da ragazzo praticava anche gli sport dei genitori, ma poi scelse il football quando, a fine liceo, fu premiato come miglior talento del Texas e, successivamente, di tutta la nazione. All'università di Oklhaoma si lureò miglior esordiente nella storia del campionato universitario.
Peterson ha firmato per i Minnosota Vikings un contratto di cinque anni da 40.5 milioni di dollari e a cominciato a comprare case e auto a tutto il parentado. Lui pare che continui a nutrirsi di sardine e wurstel, nella villa vicino Minneapolis dove vive col fratello rasta Derrick e dove ogni tanto va a trovarlo la figlia di due anni. Si è fatto dipingere i pavimento di viola e in una nicchia del bagno ha un busto bronzeo di Giulio Cesare, forse perché gli sa di fino. Nel sobborgo tutti indossano la sua t-shirtdi gioco e le vicine gli portano dolci e manicaretti: sono soddisfazioni per un nero in una città dalla tradizione fortemente razzista e segregazionista che detiene il più alto tasso di povertà tra gli afroamericani di tutti gli Usa.
“Voglio essere il miglio giocatore che abbia mai praticato questo sport”, ha dichiarato un po' sbruffone presentandosi a Minneapolis: “Voglio correre tanto, correre e costruire un ciclo, sentire la gente che urla il mio nome e sentire che guarda con piacere le partite in cui sono in campo, perché io da un momento all'altro posso inventare qualcosa di nuovo e di spettacolare”. Parole grosse, per una riserva. Ma, evedentemente, sapeva cosa diceva, il Salvatore del football.