Re: Naufraghi 2.0
Posted: 23/07/2007, 21:07
uppo con il solito sistema, perchè voglio il finale di sine e la possibilità di leggere un altro dialogo surreale del cappellaio matto.
Jeremy si alzò.
“Li accompagno io.” Beh, era andata bene con Jeremy, qualche battuta prima di arrivare alla macchina magari veniva fuori.
Jamal diede il suo beneplacito.
“Con lui siete in buone mani. Alvin, spero di rivederti fuori da questo quartiere.” concluse Jamal tornando a sedersi e dando un pizzicotto sulla guancia a Lil' J, che sorrise rilassato. Cinque minuti prima eravamo sulla soglia di una strage e adesso tutti tranquilli sempre allo stesso tavolo. Double T non salutò, ma rimase a succhiare dalla cannuccia aria e acqua ghiacciata. Se il comportamento di Jamal e Lil' J non lo capivo, Double T mi terrorizzava. Era completamente pazzo. E detto da me, ha un certo peso.
Fui felice di uscire da lì.
Le porte automatiche del fast food non ebbero nemmeno il tempo di richiudersi che Jeremy tirò fuori una canna, l’accese e me la passò, dicendo:
“Double T è un vero coglione….” Stavo per confermarlo, quando Jeremy completò la frase. “ma è mio fratello e quindi lo sopporto.” Tenni per me la mia opinione. "So che per voi due può sembrare strano, ma Double T non ci sta tutto con la testa, però ha le sue regole. Benché per gli altri sia oggettivamente pericoloso, ha fatto cose per me e Jamal che non potreste nemmeno immaginare. Non farebbe mai niente per ferire me o Jamal."
Aspirai forte la canna. Fatti loro se volevano stare accanto a quella bomba a tempo. Ragionando su quanto successo nemmeno un mese prima con il coglione innaffiato di martini che aveva investito Harold, potrei apparire come il bue che dà del cornuto all'asino. Però, Double T mi ricordava certi miei compagni di squadra, così strafatti di sostanze dopanti da non distinguere più il campo dalla vita quotidiana ed erano finiti per placcare mogli, fidanzate o semplici vicini con la stessa ferocia che avrebbero utilizzato per un bestione di cento e passa chili completo di protezioni, e si erano pure stupiti quando mogli, fidanzate o vicini avevano fatto crack. A parere mio, a Double T mancava poco per quel placcaggio. Sperai di sbagliarmi. Jeremy, forse cogliendo i miei pensieri e volendo interromperli, o forse solo perchè quello era il motivo per cui si era offerto di accompagnarci, si rivolse di nuovo a me.
“Vuoi sapere com’è Jamal?”
“Sì.” Non aggiunsi altro, perché non c’era altro da aggiungere.
“Beh, Jamal è un grandissimo. Non farti fottere dal suo atteggiamento. Devi essere un figo per non lasciarti schiacciare dalla vita, quando tuo padre non lo conosci, tua madre è una puttana alcolizzata ciucciacazzi e tuo fratello l’hai conosciuto solo per sei anni e poi un proiettile se l’è portato via, mentre ti sorrideva mangiando un gelato comprato da te.”
“Per questo non ride mai?” Intervenne Daniel.
“Jamal non ride mai? Beh, cazzo, prova tu a ridere qui. Nessuno ride, quando statisticamente può schiattare dieci volte più facilmente di qualsiasi altro americano. E, se non muori, sei un tossico a vita, alcol o droga, cambia poco. Io per ridere mi strafaccio di canne. Il mio futuro è già scritto. Solo Jamal potrebbe salvare me e altri della banda.”
“Perché sei così sicuro di non poterti salvare da solo?” chiese Daniel espirando il suo turno di maria.
“Perché sono un negro.”
Mentre Daniel a quella risposta aveva iniziato a contare fino a due miliardi, partendo dai decimali, per non scassare la sua telecamera in testa a Jeremy, io mi limitai ad osservare come nella mia vita avevo conosciuto una marea di bianchi e di neri cresciuti in quartieri ghetto e usciti, con sforzi sovraumani, ma usciti, come Steve Parker. “Non è solo questione di pelle.”
“Senti, signor Santisky, so tutto di te. Non venirmi a spiegare come gira il mondo. Tu non sai cosa significa essere un negro. Tu sei cresciuto a torta di mele e ideali da sogno americano. Che ne vuoi sapere tu?”
Vero. Anche a tacere di Steve, perché quella è una storia a parte, che ne potevo sapere? In fin dei conti, come ebreo, ho sempre avuto una magnifica e ricca vita. Non conta che mio padre abbia rotto tutti i ponti con la sua famiglia, tutt'altro che ricca peraltro, per sposare mia madre. Non conta che i miei genitori fossero dei semplici insegnanti. No, quello che conta è che mio padre era ebreo e quindi per definizione ricco. Non tutti gli ebrei sono ricchi banchieri o commercianti di diamanti, non tutti gli italiani sono mafiosi. Mio nonno materno lavorava in banca come cassiere. Lui le rapine le ha subite, mica fatte. Ma, dico io, perché una minoranza deve sempre prendersela con un'altra minoranza pensando che stia meglio? Per i neri gli ebrei controllano i bianchi per sottometterli; per i bianchi gli ebrei sobillano i neri per farli cadere. Insomma, le prendiamo da tutti. Non conta poi che io sia un ateo da sempre e che, essendo figlio di una non ebrea, non sia neppure ebreo. Il cognome basta e avanza. Ho passato una vita a sentirmi dare dello strozzino o dell'avaro, per quanto sia sempre stato uno con le mani bucate. E meno male che il mix rabbi-paisà ha creato un bestione di un metro e novanta per cento chili, se no mi sarei sorbito pure tutte le battute sugli ebrei piccoli e con la naso grande. Insomma, di cose da dire sull'argomento ne avevo un bel po', sempre tacendo di Steve. Mentre mi controllavo per non riversare su Jeremy tutte le parole che mi sono cresciute dentro negli anni sui luoghi comuni e le cazzate razziali, Daniel prese la parola.
“Senti, ragazzino. In mezzo ai razzisti ci sono cresciuto. Mia madre era più nera di te e mio padre un mangiaspaghetti. È tutta la vita che mi chiamano negro bastardo. Ma non ho mai preso in mano una pistola come il tuo fratellino e l’ho puntata contro un mio amico.”
Jeremy si riprese la canna, sorridendo sconsolato.
“Tashaun non era così una volta, te l’assicuro. È questo quartiere che ce l’ha fatto diventare. Voglio vedere se non prendi in mano una pistola quando ne hai bisogno per salvarti la vita."
Daniel rimase in silenzio per un po'.
"Voglio credere di aver sempre evitato le situazioni in cui avrei dovuto usare una pistola. Ma forse hai ragione tu. Sono stato un nero fortunato."
"Qui non esistono negri fortunati. Già negri, non neri, perché il cambiare la parola non toglie il disprezzo che si nasconde nelle persone che la pronunciano. E questo tu – indicò il mio cameraman – lo dovresti sapere.”
Daniel assentì. Aveva uno sguardo differente dal solito. Il suo sorriso simpatico era nascosto da un’ombra proveniente dal passato. Sì, lui sapeva cosa voleva dire essere un negro in America.
“Però, attenzione, il mio discorso non riguardava il problema razziale. Manco per il cazzo.” Riprese Jeremy sempre più infervorato. “L’integrazione, l’uguaglianza e con loro i neri e i bianchi, sono fuori da questo quartiere, come il diritto di scandalizzarsi per il razzismo è fuori di qui. Qui, invece, in questa zona di Detroit, dove tutto è marcio e senza speranza, si è ancora schiavi negri, schiavi di cui nessuno si interessa. Voi non potete capire. Bianchi, neri, gialli o a pois, il colore non conta un cazzo: quel che conta è essere dentro a questo quartiere o fuori. Se sei dentro, sei un negro, anche se hai occhi azzurri e capelli biondi. Qui un coglione strafatto di crack può ucciderti solo perché hai una maglietta di un colore che gli fa schifo. E se sei una ragazza, ritieniti fortunata se a stuprarti per primo non è il tuo patrigno. Per inciso, i padri qua attorno sono una minoranza in via d’estinzione. Ti vien quasi da pensare che tutti i bambini siano figli dello spirito santo, dato che il papi manca sempre. Di patrigni, invece, quanti ne vuoi.”
Una sbuffata di maria e le labbra di Jeremy virarono all’ingiù. “Patrigno. Un modo molto gentile per definire un tizio che si scopa tua madre e a volte si trastulla anche con te. Tanto tua madre non dice niente.
Di fronte a tutto questo, cosa cazzo può fregarcene dell’opinione di quelli lì fuori? Quelli al massimo possono fare finta di scandalizzarsi, ma se vivessero qui non avrebbero nemmeno il tempo per scandalizzarsi, sarebbero morti e basta. Niente di più. Questa è una riserva. Una giungla. Con le sue regole rigide, e la più rigida di tutte è che non puoi uscire di qui. Non c’è strada.” Si fermò, come folgorato da un’idea improvvisa.
“Volete capire cosa intendo?”
Mi voltai verso Daniel, il quale fece spallucce come a dire: “Il capo sei tu, ma io lo seguirei.”
“Sì.” Dissi infine.
[continua...]
Jeremy si alzò.
“Li accompagno io.” Beh, era andata bene con Jeremy, qualche battuta prima di arrivare alla macchina magari veniva fuori.
Jamal diede il suo beneplacito.
“Con lui siete in buone mani. Alvin, spero di rivederti fuori da questo quartiere.” concluse Jamal tornando a sedersi e dando un pizzicotto sulla guancia a Lil' J, che sorrise rilassato. Cinque minuti prima eravamo sulla soglia di una strage e adesso tutti tranquilli sempre allo stesso tavolo. Double T non salutò, ma rimase a succhiare dalla cannuccia aria e acqua ghiacciata. Se il comportamento di Jamal e Lil' J non lo capivo, Double T mi terrorizzava. Era completamente pazzo. E detto da me, ha un certo peso.
Fui felice di uscire da lì.
Le porte automatiche del fast food non ebbero nemmeno il tempo di richiudersi che Jeremy tirò fuori una canna, l’accese e me la passò, dicendo:
“Double T è un vero coglione….” Stavo per confermarlo, quando Jeremy completò la frase. “ma è mio fratello e quindi lo sopporto.” Tenni per me la mia opinione. "So che per voi due può sembrare strano, ma Double T non ci sta tutto con la testa, però ha le sue regole. Benché per gli altri sia oggettivamente pericoloso, ha fatto cose per me e Jamal che non potreste nemmeno immaginare. Non farebbe mai niente per ferire me o Jamal."
Aspirai forte la canna. Fatti loro se volevano stare accanto a quella bomba a tempo. Ragionando su quanto successo nemmeno un mese prima con il coglione innaffiato di martini che aveva investito Harold, potrei apparire come il bue che dà del cornuto all'asino. Però, Double T mi ricordava certi miei compagni di squadra, così strafatti di sostanze dopanti da non distinguere più il campo dalla vita quotidiana ed erano finiti per placcare mogli, fidanzate o semplici vicini con la stessa ferocia che avrebbero utilizzato per un bestione di cento e passa chili completo di protezioni, e si erano pure stupiti quando mogli, fidanzate o vicini avevano fatto crack. A parere mio, a Double T mancava poco per quel placcaggio. Sperai di sbagliarmi. Jeremy, forse cogliendo i miei pensieri e volendo interromperli, o forse solo perchè quello era il motivo per cui si era offerto di accompagnarci, si rivolse di nuovo a me.
“Vuoi sapere com’è Jamal?”
“Sì.” Non aggiunsi altro, perché non c’era altro da aggiungere.
“Beh, Jamal è un grandissimo. Non farti fottere dal suo atteggiamento. Devi essere un figo per non lasciarti schiacciare dalla vita, quando tuo padre non lo conosci, tua madre è una puttana alcolizzata ciucciacazzi e tuo fratello l’hai conosciuto solo per sei anni e poi un proiettile se l’è portato via, mentre ti sorrideva mangiando un gelato comprato da te.”
“Per questo non ride mai?” Intervenne Daniel.
“Jamal non ride mai? Beh, cazzo, prova tu a ridere qui. Nessuno ride, quando statisticamente può schiattare dieci volte più facilmente di qualsiasi altro americano. E, se non muori, sei un tossico a vita, alcol o droga, cambia poco. Io per ridere mi strafaccio di canne. Il mio futuro è già scritto. Solo Jamal potrebbe salvare me e altri della banda.”
“Perché sei così sicuro di non poterti salvare da solo?” chiese Daniel espirando il suo turno di maria.
“Perché sono un negro.”
Mentre Daniel a quella risposta aveva iniziato a contare fino a due miliardi, partendo dai decimali, per non scassare la sua telecamera in testa a Jeremy, io mi limitai ad osservare come nella mia vita avevo conosciuto una marea di bianchi e di neri cresciuti in quartieri ghetto e usciti, con sforzi sovraumani, ma usciti, come Steve Parker. “Non è solo questione di pelle.”
“Senti, signor Santisky, so tutto di te. Non venirmi a spiegare come gira il mondo. Tu non sai cosa significa essere un negro. Tu sei cresciuto a torta di mele e ideali da sogno americano. Che ne vuoi sapere tu?”
Vero. Anche a tacere di Steve, perché quella è una storia a parte, che ne potevo sapere? In fin dei conti, come ebreo, ho sempre avuto una magnifica e ricca vita. Non conta che mio padre abbia rotto tutti i ponti con la sua famiglia, tutt'altro che ricca peraltro, per sposare mia madre. Non conta che i miei genitori fossero dei semplici insegnanti. No, quello che conta è che mio padre era ebreo e quindi per definizione ricco. Non tutti gli ebrei sono ricchi banchieri o commercianti di diamanti, non tutti gli italiani sono mafiosi. Mio nonno materno lavorava in banca come cassiere. Lui le rapine le ha subite, mica fatte. Ma, dico io, perché una minoranza deve sempre prendersela con un'altra minoranza pensando che stia meglio? Per i neri gli ebrei controllano i bianchi per sottometterli; per i bianchi gli ebrei sobillano i neri per farli cadere. Insomma, le prendiamo da tutti. Non conta poi che io sia un ateo da sempre e che, essendo figlio di una non ebrea, non sia neppure ebreo. Il cognome basta e avanza. Ho passato una vita a sentirmi dare dello strozzino o dell'avaro, per quanto sia sempre stato uno con le mani bucate. E meno male che il mix rabbi-paisà ha creato un bestione di un metro e novanta per cento chili, se no mi sarei sorbito pure tutte le battute sugli ebrei piccoli e con la naso grande. Insomma, di cose da dire sull'argomento ne avevo un bel po', sempre tacendo di Steve. Mentre mi controllavo per non riversare su Jeremy tutte le parole che mi sono cresciute dentro negli anni sui luoghi comuni e le cazzate razziali, Daniel prese la parola.
“Senti, ragazzino. In mezzo ai razzisti ci sono cresciuto. Mia madre era più nera di te e mio padre un mangiaspaghetti. È tutta la vita che mi chiamano negro bastardo. Ma non ho mai preso in mano una pistola come il tuo fratellino e l’ho puntata contro un mio amico.”
Jeremy si riprese la canna, sorridendo sconsolato.
“Tashaun non era così una volta, te l’assicuro. È questo quartiere che ce l’ha fatto diventare. Voglio vedere se non prendi in mano una pistola quando ne hai bisogno per salvarti la vita."
Daniel rimase in silenzio per un po'.
"Voglio credere di aver sempre evitato le situazioni in cui avrei dovuto usare una pistola. Ma forse hai ragione tu. Sono stato un nero fortunato."
"Qui non esistono negri fortunati. Già negri, non neri, perché il cambiare la parola non toglie il disprezzo che si nasconde nelle persone che la pronunciano. E questo tu – indicò il mio cameraman – lo dovresti sapere.”
Daniel assentì. Aveva uno sguardo differente dal solito. Il suo sorriso simpatico era nascosto da un’ombra proveniente dal passato. Sì, lui sapeva cosa voleva dire essere un negro in America.
“Però, attenzione, il mio discorso non riguardava il problema razziale. Manco per il cazzo.” Riprese Jeremy sempre più infervorato. “L’integrazione, l’uguaglianza e con loro i neri e i bianchi, sono fuori da questo quartiere, come il diritto di scandalizzarsi per il razzismo è fuori di qui. Qui, invece, in questa zona di Detroit, dove tutto è marcio e senza speranza, si è ancora schiavi negri, schiavi di cui nessuno si interessa. Voi non potete capire. Bianchi, neri, gialli o a pois, il colore non conta un cazzo: quel che conta è essere dentro a questo quartiere o fuori. Se sei dentro, sei un negro, anche se hai occhi azzurri e capelli biondi. Qui un coglione strafatto di crack può ucciderti solo perché hai una maglietta di un colore che gli fa schifo. E se sei una ragazza, ritieniti fortunata se a stuprarti per primo non è il tuo patrigno. Per inciso, i padri qua attorno sono una minoranza in via d’estinzione. Ti vien quasi da pensare che tutti i bambini siano figli dello spirito santo, dato che il papi manca sempre. Di patrigni, invece, quanti ne vuoi.”
Una sbuffata di maria e le labbra di Jeremy virarono all’ingiù. “Patrigno. Un modo molto gentile per definire un tizio che si scopa tua madre e a volte si trastulla anche con te. Tanto tua madre non dice niente.
Di fronte a tutto questo, cosa cazzo può fregarcene dell’opinione di quelli lì fuori? Quelli al massimo possono fare finta di scandalizzarsi, ma se vivessero qui non avrebbero nemmeno il tempo per scandalizzarsi, sarebbero morti e basta. Niente di più. Questa è una riserva. Una giungla. Con le sue regole rigide, e la più rigida di tutte è che non puoi uscire di qui. Non c’è strada.” Si fermò, come folgorato da un’idea improvvisa.
“Volete capire cosa intendo?”
Mi voltai verso Daniel, il quale fece spallucce come a dire: “Il capo sei tu, ma io lo seguirei.”
“Sì.” Dissi infine.
[continua...]