posto anche io le mie impressioni sul boss. recensione che ho pubblicato sul mio blog
http://barnecchi.splinder.com/
Ci vuole coraggio a dire basta. Prendete l’alcool e il fumo, due vizi. In quanti riescono veramente ad allontanarsi?
Chiudere con se stessi allora?
Se si butta un rapido sguardo a quello che è stata la storia della musica del dopoguerra, balza all’occhio un dato prima di tutti: in pochi hanno saputo davvero dire basta. Quelli che ci sono riusciti? Sotto qualche metro di terra o sparsi in giro per il mondo. Persino Jim Morrison decise di farsi il bagno con un paio d’anni di ritardo sulla tabella di marcia dell’indiscutibile grandezza.
Bruce Springsteen fa parte della più ampia categoria di quelli che di coraggio ne hanno avuto decisamente meno, ma è un perseverare che non gli ha impedito di mantenere quella dignità che tanti altri (chi ha detto Rolling Stones e AC/DC?) hanno smarrito lungo le vie di una carriera infinita. Working on a dream è il secondo album in poco meno di 2 anni che pubblica con la E Street Band (Federici a parte, RIP) dopo un silenzio che aveva visto uscire solo The Rising negli ultimi 15 anni.
Fa specie dirlo visto il personaggio in questione, ma questo è probabilmente l’album più leggero e commerciale della sua oramai trentennale carriera. A 60 anni il Boss da un giro di vite alla sua America, alle storie di un’umanità infinità nelle sue paure e insicurezze e lanciandola verso un futuro roseo da raggiungere col duro lavoro e con la passione di chi si sente diverso. Un disco che assume tonalità diverse nelle tracce che lo compongono, come il libretto che lo presenta: una pagina blu, l’altra arancio, questa fredda, questa calda. Si va dalla splendida ballata western dalle tinte morriconiane “Outlaw Pete”, una composizione musicalmente sontuosa con una base d’archi quasi mitologica, a spunti di progressive e pop, sempre più presente nelle melodie Springsteeniane.
Chiariamo subito un punto: il disco è bello e se fosse di qualsiasi altro cantautore sarebbe addirittura eccellente, sta di fatto che lo Springsteen così ottimista e disimpegnato non convince fino in fondo. Le sonorità della E Street Band sono quasi del tutto irriconoscibili, coperte da uno strato di positività che arriva a mascherare quella verità da sempre percepibile nelle note del Boss. Boss che sembra aver avvertito da par suo la crisi, una crisi che ha amplificato irrimediabilmente quello stagno che stava a separare i ricchi dai poveri, eliminando quella middle class di cui l’uomo del New Jersey si è sempre fatto alfiere e portabandiera. Il Working Class Hero per eccellenza.
Sembrano quindi mancare i riferimenti storici e naturali che hanno contraddistinto la sua discografia; va da sé che i brani di maggior ispirazione siano quelli in apertura e chiusura, gli unici veramente sofferti, sentiti, sinceri, volubili, come il pezzo che si è aggiudicato il Golden Globe accompagnando “The Wrestler”, la già citata “Outlaw Pete” e “The Last Carnival”, in memoria dell’amico Danny Federici che da poco batte sui tasti da lassù.
Il discorso fatto fino ad ora non vuole minimamente andare a scalfire l’uomo e artista Springsteen, uno dei più sensibili e attenti alle problematiche socio-politiche americane delle ultime decadi. E’ solo un appunto fatto da un’inutile e sciocco commentatore esterno che non capisce quanto può essere difficile abbandonare una cosa quando la si vive in maniera così intima, così erotica e così poco razionale. Il performer rimane gigante, quello di Born To Run o del 1985. A parte le cazzate, welcome back Boss.