
"Solo i morti hanno visto la fine della guerra". Citare Platone come epilogo per un film che ci racconta la guerra, ma ci parla soprattutto di morte, toccandone vari aspetti. Dal rapporto che stabilisce chi la sfiora ripetutamente, in situazioni di estremo pericolo, fino al rapporto morboso con ciò che rimane, il corpo straziato, una salma spesso priva di una decorosa sepoltura.
Colin Farrell è un reporter di guerra, che si separa dal suo collega e si risveglia in un ospedale in cui il medico responsabile opera un crudele triage. Chi ha chance di sopravvivere, prende il codice giallo, chi non ha chance di farcela, vedrà terminare le proprie sofferenze con un colpo di pistola, prenotato dal codice blu.
Colin è fortunato, prende il giallo e torna in Europa, dove lo aspetta sua moglie, la splendida Paz Vega.
Il suo vero calvario inizia qui. Lo smarrimento, il senso di vuoto del reduce, gli incubi ricorrenti, il desiderio di tornare in prima linea e qualcosa che lo tormenterà fino alla fine, quando Christopher Lee (
Come citato in apertura, Triage esplora il delicato rapporto dell'uomo con la morte e lo fa con la tecnica del film di guerra moderno, molto esplicito nelle scene, come Hurt Locker per intenderci, anche se rispetto a quest'ultimo non ha altrettanta potenza narrativa.
Ogni scena è ragionata nel dettaglio. Il realismo della scena è metaforica dello scatto del reporter. La violenza bellica non viene mai colpevolizzata, è fattore esogeno, l'attenzione si concentra sempre sull'esito, sulla conseguenza. Non ci sono buoni e cattivi. Ci sono solo i morti e i feriti, in attesa di sapere di che colore sarà il loro cartellino.
Passato in sordina, non molto pubblicizzato, Triage è un film che merita di essere visto.







