Re: Naufraghi 2.0

E' il luogo in cui potete parlare di tutto quello che volete, in particolare di tutti gli argomenti non strettamente attinenti allo sport americano...
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Robyus
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Robyus »

frog wrote: PREMESSA:.......
che dire, se non sciapò (cit.) :notworthy:
Dazed and Confused
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Dazed and Confused »

Non ci ho capito nulla, però mi piace.  :metal:
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Sine
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Sine »

Finalmente il forum funziona... :roll:

Comunque i miei vivissimi complimenti agli ultimi tre racconti. Anche se con Frog mi girava la testa :lol2:

Poi tra un po' dovrei averne uno serio pure io da postare. Ma sono in periodo esami, per cui non so quando lo finirò.
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MattBellamy
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Re: Naufraghi 2.0

Post by MattBellamy »

Complimenti a tutti davvero...  :notworthy:
Ah come gli ho gia detto, Spree può fare molto meglio... L'incipit con risveglio post-sbronza-scopata è un pò inflazionato..
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ripper23
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Re: Naufraghi 2.0

Post by ripper23 »

Due mosche vagavano silenziosamente, stagliandosi sul bianco sporco del muro, al di sotto del lampadario. Si muovevano a spirale, disegnando nell’aria piccole circonferenze, in una danza per me assolutamente ipnotica. A intervalli più o meno regolari, le due velocizzavano il tranquillo volo, scontrandosi in aria e procedendo a braccetto per pochi centimetri, avendo come unico scopo quello di perpetuare la specie, di certo non in pericolo. Una delle due giocava a fare la schizzinosa, si allontanava per alcuni secondi, salvo poi ritornare sempre lì, sotto il lampadario, a consumare con l’amato l’ennesimo atto carnale.

La sigaretta era giunta ormai al filtro quando una terza mosca, attirata dallo spettacolo o forse solo per un caso fortuito, si andò a posare sul lampadario, e da buon voyeur osservò per cinque minuti il porno amatoriale. Dopo qualche legittima esitazione, anche la terza mosca si unì al ballo, e ruotando ripetutamente su se stessa aspettava il momento giusto per unirsi al gioco, momento che tra l’altro non tardò ad arrivare. Le tre continuavano a ruotare, sparendo a coppie dalla mia vista per pochi secondi, in un atto sessuale troppo breve anche per le mogli più rassegnate.

Persino io fui costretto a rendermene conto con rammarico e desolazione. Stavo assistendo a un’orgia tra mosche.

Scostai il lenzuolo (il sudario?) e arrancando mi alzai dal letto. Qualcuno dice che la doccia scozzese fa bene, tonifica i muscoli. Adesso, capisco il salutismo, ma invito chiunque a fare per tutta la vita una doccia che non mantiene l’acqua calda per più di 3 minuti e mezzo. I miei muscoli sono sicuramente tonificati, ma la mia igiene personale ne risente, e non poco. Indossai un paio di jeans logori e strappati (benedetta la moda) e una maglietta dal gusto discutibile che mi era stata regalata dai miei a natale. Il sole stava tramontando, e le persone per strada correvano. Verso cosa o via da chi non mi era dato sapere. La mia Ford era parcheggiata in modo inguardabile, e l’odore all’interno della vettura era un misto di tabacco, erba, vomito, ambra magique.

Il traffico scorreva veloce mentre mi dirigevo verso l’appartamento in centro dell’ultima ragazzina che Marco cercava di circuire. Arrivato a destinazione, parcheggiai senza difficoltà, e mi accesi una sigaretta. Marco come previsto non si fece attendere, e aveva la stessa faccia di mio padre quando dà un’occhiata al mio libretto universitario, una faccia fatta di rabbia e rassegnazione. Entrò bestemmiando, e chiuse la portiera con una tale violenza che il cd nello stereo saltò per un paio di secondi.

- Niente, eh?
- Vaffanculo.
- E’ la serratura, amico. La chiave è troppo grossa, cercatene una che abbia la serratura già forzata.
Rise. Funzionava sempre.
- Fanculo queste sedicenni finte troie, disse
- Sei pronto?
- Certo, hai tutto?

La chiave d’accensione rispose al posto mio. Percorremmo Strada Maggiore immettendoci poi sui viali in un silenzio inusuale ma assolutamente comprensibile. Imboccando Via Massarenti abbassai leggermente il volume dello stereo.

- SLK Kompressor, giusto?
- SLK Kompressor. Comprata con i soldi dei contribuenti.

Parcheggiai vicino all’ospedale, ed entrammo in un bar dall’ottimo aspetto ma dal pessimo odore in cui veniva servito un aperitivo. Avevamo deciso che sarebbe stato meglio far passare qualche ora, in modo da avere la complicità del buio e del silenzio. Mentre bevevo la mia terza birra notai che un paio di ragazze ci stavano fissando attraverso le teste di coppiettine innamorate, quarantenni in cerca di figa, adolescenti in libera uscita. Sorrisi ammiccante, ma le due si girarono immediatamente con un velo di disgusto sul volto. Guardai marco, che sembrava ipnotizzato dalle scritte graffiate sul tavolo in legno, e capii il motivo per cui ci guardavano. Non eravamo altro che due mentecatti che bevono birre su birre senza mai scambiare una parola. Avevamo degli sguardi allucinati, che mostravano rabbia per nascondere la paura.

Erano passate già diverse ore da quando ci eravamo seduti a quel tavolo e il culo iniziava a farmi male. Il suono della campana segnalava per gli altri l’ora di tornare a casa. Per noi era arrivato il momento di agire. Marco si svegliò dal suo torpore apparente e senza neanche aspettare che finissi la mia birra si lanciò verso la porta d’uscita. Lo raggiunsi alla macchina e aprii il portellone del bagagliaio.

La presi. Era un gioiellino.

Mi era costata mesi di studio, esperimenti andati male, sacrifici. Ma era nelle mie mani, pronta a esplodere. Se quel professore aveva deciso di farci rimanere all’università ancora per molto tempo, avevamo perlomeno tutto il diritto di impiegarlo come ci pareva.

Imboccammo ad ampie falcate Via Paolo Fabbri alla ricerca del nostro obiettivo da 40 mila euro e la trovammo solo all’angolo con via Palmieri, distante una ventina di metri dal portone del nostro. L’effetto, una volta affacciatosi alla finestra per il botto, non sarebbe stato lo stesso, ma non eravamo nelle condizioni di rimandare ancora. Mi accucciai per terra e con delicatezza attaccai l’ordigno sotto l’auto, premendo poi il pulsante di accensione.

Avevamo pochi minuti prima che la Mercedes si trasformasse in un fuoco d’artificio particolarmente costoso, ma non avevamo comunque intenzione di spenderli ammirandola da vicino. Ci appollaiammo dietro una Volkswagen azzurra, a distanza di sicurezza. Le lancette del mio orologio erano dispettose, la fronte imperlata di sudore, la respirazione faticosa.

Fu quando mancavano solo pochi secondi che alzai lo sguardo e per la prima volta pensai che avrei fatto meglio a starmene a casa quel pomeriggio. Una donna, dal viso gentile e i tratti orientali, sbucò all’improvviso dall’angolo spingendo delicatamente un passeggino e intonando, quasi con un sussurro, una dolce nenia nella sua lingua.

L’urlo di Marco fu sovrastato dall’esplosione. I miei singhiozzi dalle sirene.

Sono sdraiato su questa scomoda branda e tutto a un tratto, l’espressione “sole a scacchi” ha un che di familiare per me. Due mosche si notano a fatica sull’intonaco sporco delle pareti. E’ più difficile vederle, rispetto a qualche anno fa. Sono lì che ruotano e ruotano, scopando.

Cristo, quanto vorrei essere una mosca.
Non commettere atti che non siano puri
cioè non disperdere il seme.
Feconda una donna ogni volta che l'ami
così sarai uomo di fede:

Poi la voglia svanisce e il figlio rimane
e tanti ne uccide la fame.
Io, forse, ho confuso il piacere e l'amore:
ma non ho creato dolore.
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DH-12
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Re: Naufraghi 2.0

Post by DH-12 »

:applauso:
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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Alvise »

:applauso: a me è piaciuto.
Robyus
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Robyus »

ripper23 wrote: Due mosche vagavano...
Anche a me è piaciuto :applauso:

la parte finale mi ha ricordato molto una scena di Arrivederci amore, ciao
MattBellamy
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Re: Naufraghi 2.0

Post by MattBellamy »

Bella ripper  :applauso:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by frog »

Mi accodo sinceramente ai complimenti, :applauso:
Ebbene si: son ancor chi

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frog
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Re: Naufraghi 2.0

Post by frog »

Sine wrote: Ovviamente solito grande Alvise, ma aspetto qualche puntata in più per commentare meglio :gogogo:


Giusto per non spegnere questo topic nell'attesa, posto qua una grandissima cazzata che avevo scritto tempo fa.
Senza nessunissima prestesa, un'intervista immaginaria a Sasha Vujacic scritta pochi giorni dopo gli 81 punti di Kobe :gogogo:


Inviato: "Ciao Sasha!"
Sasha: "No grazie, non compro nulla"

I: "Eh? Ma Sasha, sono un giornalista, non mi riconosci? Mi chiamo Peter V."
S: "Giornalista... Uhm... Un mio amico una volta m'aveva detto di averne visto uno, ma pensavo scherzasse..."

I: "Sì vabbe'... Senti, allora i primi commenti a caldo su questa prestazione quantomeno storica?"
S: "Addirittura storica? Sì, certo, ho giocato bene, molto bene per la verità, ma in fondo sono sempre 3 punti e 2 rimbalzi. Penso di aver fatto meglio, una volta..."

I: "Ma perchè non ho intervistato Vanessa e la figlia... Dicevo degli 81 di Kobe, Sasha!"
S: "Ah beh, come se ci fosse qualcosa di speciale. Tira in 3 azioni su 4, che c'è di strano?

I: "Beh, per le statistiche ha superato Baylor, record dei Lakers, e davanti a se' ha solo i 100 di Wilt in tutta la storia. MJ, per gradire, si è fermato a 69..."
S: "Bel numero il sessantanove! Mi ricordo una volta in cui con una Laker Girl appena conosciut...

I: "EHM! Stavamo dicendo. Mi vorresti fare un commento intelligente su questa benedetta prova balistica di Kobe, la seconda nella storia NBA?"
S: "Okok, d'accordo, che modi... Non si può nemmeno far conversazione...
Ritengo che abbia fatto una buona partita, migliore di altre, ma quel che conta è che ci abbia portati alla vittoria..."

I: "Sia bendetto il cielo... Ehm, quindi dicevi, in fondo la vittoria è la cosa più importante, ricordiamo che se contro Dallas (i 62 punti ndr) dopo tre quarti la gara era già morta, qui fino a 5 minuti c'era da soffrire. E 55 punti nel secondo tempo di Kobe fanno impressione..."
V: "Sì, davvero bravo, lo confesso. Questo però non scriverlo, se la tirà già abbastanza in spogliatoio perchè ce l'ha lungo, figurati se viene a sapere che qualche suo compagno ha detto che ha fatto una buona partita..."

I: "Ma...scusa, vorresti dirmi che ha fatto 81 punti e nessuno di voi gli ha fatto i complimenti?"
S: "Ma per carità, ci siamo incazzati come delle bestie perchè non ce l'ha passata abbastanza. Già il suo ego è talmente grande da avere domicilio proprio, non servono altri aiuti esterni."

I: "Cambiando discorso, dimmi, come vi eravate preparati il giorno prima, per questa partita?"
S: "Certe cose non dovrei dirtele, ma farò un'eccezione per te, Frank"
I: "Peter"
S: "Come vuoi tu, Frank, dicevamo... L'ultima parte di allenamento prevedeva un esercizio innovativo. Io, Lamar (Odom), Brian (Cook), Quami (Brown) e Smush (Parker) difendevamo su Kobe che doveva segnarci in faccia almeno 30 punti su 30 possessi.

I: "Ah, innovativo perchè per la prima volta smascheravate il vostro gioco e dichiaravate apertamente la vostra dipendenza da Kobe?"
S: "Ma sei scemo? Come se qualcuno avesse mai pensato il contrario. No, innovativo perchè per la prima volta accanto a Kobe c'erano quattro manichini parlanti che ripetevano una frase preregistrata: "Passa, Passa, Passa!!!". Sai com'è, altrimenti Kobe non si immedesima il giusto nella gara e poi si lamenta con Phil (Jackson) che non è abbastanza coccolato..."

I: "Incredibile... Ma il coach permette tutto ciò?"
S: Chi, Phil? Ma scherzi? Pensa che la notte dormono insieme, lui e Kobe. Non ti dico le incomprensioni con Vanessa e la figlioletta a questo riguardo.
C'è da dire che per ora nessuno ha avuto da ridire in Colorado, per cui, contenti loro..."

I: "Un'ultima cosa, prima di lasciarti. Voi due siete "l'Italia" dei Lakers. Tu hai giocato ad Udine con ottimi risultati, lui ha fatto qualche anno nelle giovanili di Reggio Emilia, da bambino. Parlate italiano, tra di voi, a volte?"
S: "Mi piacerebbe, anche perchè non vorrei farmi capire mentre insulto quel ricchione di Quami, il problema è che lui parla emiliano, io friulano. E' un calvario.
Poi dai, con che coraggio, è pure milanista..."
I: "Perchè tu chi tifi? Si parla tanto della sua fede rossonera, ma di te molto è ancora sconosciuto."
S: "Io tifo pe'maggico, stai a scherzà?"

I: "Eh? Ma tu non parlavi friulano?"
S: "Laziale Maiale!! Laziale Maiale!! Per te finisce male!! Maggicoooo Maggicoooo..."

I: "Ehm, grazie mille, direi che per questa volta può bastare. Grazie Sasha per il tuo tempo..."
S: "E ti pare, tanto non ho nulla da fare adesso. Aspetto tra una mezz'oretta un'altra Laker Girl, che una volta mentre stavo facendo la docci..."

I: "GRAZIE SASHA, alla prossima!!"
S: "Di nulla Frank, dovere!"
I: "Veramente mi chiamo...vabbe', lascia perdere, non mi pagano abbastanza per questo..."
Scusa, ma non resisto, almeno fino a quando Kobe è nel bene e nel male la bandiera dei Lakers, mi tocca rispondere con un altro pezzo dell'epoca:

Eccheccazzo 81,non rispetta più nessuno !!!
Anche il Jordan sverniciato chissà cosa avrà pensato
Chamberlino lassù a 100 ha sentito un po’ di vento
E coach Zen sul suo gran trono ? Avrà detto un bel “Tio Bono !?!”
Certo Acnumber, PDBE, Thundermike e altri c’è né
Che l’han detto a più riprese, ma suvvia è assai palese
Con Toronto non c’è storia non è stata vera gloria
Poi due assist solamente e ai compagni ? Poco o niente
Non ci siamo caro Kobe non si fanno certe robe
Se vuoi fare lo sborone metti insieme un bel centone
Quando vai dai pistonari che son proprio cazzi amari
MVP ? Ma vuoi scherzare ? Non c’è neanche da parlare
Col tuo stare li a segnare tendi troppo a esagerare
Non hai visto il canadese coi compagni assai cortese ?
Su non fare quella faccia dai non è che tu non piaccia
Dai che sei anche tu bravino sei un gran secon violino
Come dici ? L’hai già fatto ? Quello grosso ha vinto tutto ?
Tu però sei permaloso metti l’ego un po’ a riposo
Che se insieme all’ottantello porti a casa qualche anello
Le tue splendide donnine ti faranno le moine
E il Kobetto un po’ montato verrà poi dimenticato
Anche giù nel Colorado sarà tutto più sbiadido
Su coraggio fatti forza mangia un poco di scamorza
E vedrai che in qualche mese avrai fatto nuove imprese
I Kobisti, le cubiste, tutti a farti mille feste
Tu non starli ad ascoltare non ti devi mai scordare
Che per essere il migliore non ti basta solo il cuore
Devi usare anche il cervello e vedrai che questo e quello
Messi insieme al tuo talento ti faranno in un momento
Far salire sulla cima dove sta quello di prima
Che in attesa dell’erede guarda quello che succede
È da un po’ che sta aspettando con lo scettro del comando
“Kobe Bryant ?” va dicendo
“Sembra proprio stia arrivando !!!“
Ebbene si: son ancor chi

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Cammellaio Patto
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Cammellaio Patto »

Irene.


Avevo aperto l’attività il 26 di marzo. Mi ricordo che pioveva forte e c’erano macchie d’oro nelle finestre della casa del mugnaio. Passavo lì tutte la mattine, oltre le colline fino alla chiesa. È li che tanti anni fa ho conosciuto mia moglie. Adesso lei riposa in mezzo a un campo di grano.
Avevo messo da parte dei soldi in cinque anni di lavoro, così rilevai l’attività di un vecchio che
vendeva animali in fondo alla strada del tabacco, dove si diceva che una volta crescessero alte piante di tabacco selvatico. Ma questo molto tempo fa. E’ un lunga strada sterrata che collegava tutti i paesi della valle, dalla montagna scendeva fino al fiume e lì finiva, perché lì quando ero piccolo c’era un ponte di pietra e la strada continuava fino alle grandi città del nord. Non so perché la chiamassero così, in realtà da queste parti non ci sono mai state piantagioni di tabacco. Mi ricordo che c’era sempre un vecchio seduto su una pietra sul ciglio della strada e masticava tabacco, per questo io continuo a chiamarla via del tabacco. Ogni tanto passava un carro di un contadino che andava in paese a comprare quello che gli serviva, venivano giù una decina alla volta e per un mese non li vedevi più.
Io conoscevo il figlio di un contadino, andavamo insieme a fare il bagno nel fiume ma poi non l’ho più visto, avevo dieci anni.
Insomma, ero lungo la strada del tabacco, avevo un vestito nuovo perché era il primo giorno e volevo fare bella figura. Mentre ero all’altezza della casa del mugnaio mi fermai per ascoltare una canzone che veniva da un fosso lungo la strada, un uomo cantava una canzone sulla morte della sua Lucinda.
Più tardi quella sera, poco prima di chiudere il negozio venni a sapere che la notte prima c’era stato un omicidio lungo la via del tabacco, un uomo aveva ucciso la moglie con un colpo di fucile al petto, non si sapeva ancora perché. Poi l’uomo era scappato e lo stavano ancora cercando. Mi tornò in mente la canzone che avevo sentito quella mattina mentre andavo al negozio,  quello fu il mio primo incontro con lui.
Lo rividi pochi giorni dopo, una folla di gente lo aveva legato, e lo spingeva lungo la strada del tabacco. L’avevano appena trovato davanti al fiume, dormiva. Adesso lo stavano trascinando all’albero dove impiccavano i ladri e gli assassini. Vidi tutta la scena dalla collina, lo legarono mani e piedi, poi gli misero un cappio al collo e lo tirarono su con la corda, lui si divincolava ma non poteva neanche a gridare. A fianco c’era uno sterminato campo di grano, e la luce del sole ci si infilava. L’agonia durò pochi minuti, poi gli spasmi del corpo finirono e restò fermo, quasi sereno, dondolando col vento. La folla si sciolse velocemente e ognuno faceva ritorno al suo paese lungo la strada del tabacco. Tra le persone che erano lì sotto la vidi, Irene, aveva sedici anni. Tornava a casa con i genitori.
Due anni dopo ci sposammo, il giorno del matrimonio la presi e corremmo fino al negozio. Mi chiese cosa volessi fare, le risposi che dovevo liberare tutti gli animali, per la storia di quell’assassino che avevano impiccato due anni prima. Avevo paura che il suo fantasma potesse perseguitarci perché ci eravamo conosciuti il giorno della sua morte. Così aprii tutte le gabbie e liberai gli animali, li feci correre verso l’aia e poi fino alla strada del tabacco, e da lì li guardammo correre via in tutte le direzioni, verso la collina e il fiume, lungo la strada che portava ai paesi, verso la casa del mugnaio.



Lucinda.

Avevo aperto gli occhi quella mattina in un pozza nera e appiccicosa di fango, pioveva e pioveva e io ero ancora stanco. Avevo detto che la mia anima se la sarebbe presa il diavolo un giorno. Era successo giusto il giorno prima. Tornavo a casa dopo una giornata a spostare casse di legna e a pulire l’aia. Ero stanco, dio se ero stanco!, e tutto quello che volevo era tornare e casa e vedere mia moglie. Non chiedevo altro che un po’ di serenità.
Ma lo sentivo nell’aria che non sarebbe andata così, l’aria era secca e non mi riusciva di scacciare dalla faccia. Tornai a casa e vidi mia moglie con un uomo, lui la stava spogliando e le parlava piano. Nel momento in cui presi il fucile sotto la dispensa sapevo che il diavolo alla fine era venuto e si  stava prendendo la mia anima, e che forse dio mi avrebbe lasciato a lui. Non sentivo neanche le loro grida tanto urlavo forte; premetti il grilletto e la cartuccia portò via metà della faccia dell’uomo.
Sapevo che sarebbe arrivato quel giorno, avevo pregato che non arrivasse mai, ma l’avevo visto nei sogni e in un certo senso lo aspettavo. Lei urlava e piangeva, io presi il corpo dell’uomo e lo portai via. Ero fuori di me, scavai un buca appena davanti la porta di casa, sotto l’albero più bello della strada, e ci buttai dentro il corpo.
Quella sera andai a vedere il salice lungo la strada del tabacco perchè mia moglie mi diceva che mi avrebbero impiccato, lei che mi tradiva con uno morto. Così andai a vedere quest’albero. La verità è che tutto quello che volevo era solo un po’ di serenità la sera dopo una giornata di lavoro. Pensai come sarebbe stato il mio corpo appeso lì, dove avrei preferito essere impiccato, a quale ramo intendo. Di notte quell’albero sembrava ancora più forte e resistente. Chiesi al Signore che il giorno in cui mi avessero impiccato almeno mi ci lasciassero un po’, che non mi tirassero subito giù a terra, ma che mi lasciassero appeso un po’, a dondolare col vento. Non volevo tornare a terra, forse avevo paura di essere sepolto. Sarebbe cambiato qualcosa forse?
Tornai a casa la notte, avevo con me il fucile, era lì che era finita la mia anima e non potevo liberarmene. Glielo dissi anche a mia moglie quando tornai a casa, ma non mi rispose. Quella notte non andai a letto, sono stato tutta la notte in piedi a puntare il fucile contro lei che dormiva. Alla fine vidi che il sole stava per sorgere, la luce entrava debole dalla finestra. Aspettai che la luce fosse più forte, per non farla morire al buio, poi le sparai.
Ho passato questi giorni un po’ nascondendomi, un po’ cercando di farmi trovare. Ho scritto una canzone sulla mia storia e su quella di mia moglie, e la canto spesso.
Mi chiedo come facciano i pesci a vivere senza stare mai fermi. Questa mattina mi sono venuti a prendere in tanti, giù al fiume, qualcuno deve avermi visto. Forse il mugnaio o qualche ragazza che scappa da un padre severo. Adesso che sono legato mani e piedi, e con un cappio intorno al collo cerco il ramo che avevo scelto perchè spero di essere fortunato. Vorrei tanto che mi lasciassero appeso, al ramo che vogliono, ma che mi lascino per un po’. Già comincio a vedere dove parte la via del tabacco, su sulla collina fino al fiume.
Last edited by Cammellaio Patto on 03/07/2007, 21:10, edited 1 time in total.
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Paperone »

ripper23 wrote:
:applauso: :applauso:
e per di più è ambientato a Bologna.
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Alvise
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Alvise »

non ce ne sarebbe bisogno, ma approfitto di questo momento così prolifico per infilare la parte che dazed detesterà di più (la partita).


Sei ore dopo, mi trovavo sugli spalti della Abraham Lincoln High School di Detroit insieme ad alcuni ragazzi dai visi poco socievoli e con una bandana nera legata al polso destro. Non proprio la compagnia abituale per un incontro di high school. Di solito sono sempre circondato da genitori rumorosi e muniti di telecamere più o meno costose pronti a registrare ogni virgola in campo. Qui i genitori c’erano anche, ma stavano ben attenti a lasciare il massimo spazio tra loro e i ragazzi con la bandana e di qualsivoglia oggetto costoso nessuna traccia. Di tifosi ospiti nemmeno uno. Come si suol dire, paese che vai usanze che trovi.
Mi ero seduto in mezzo, nei posti lasciati liberi tra i mistz, il nome della gang di Jamal e una ventina di genitori strabici per la necessità di guardare contemporaneamente il campo e le tribune alla loro sinistra, timorosi com’erano di qualche atto di violenza. Per conto mio, non mi preoccupavo più di tanto. Una generosa zaffata di maria mi aveva assicurato che per quel giorno non ci sarebbero stati pericoli.
All’estremità delle tribune, quasi in disparte, per quanto indossasse i colori sociali dei mistz, c’era un ragazzo dall’aria tranquilla con uno spinello pendulo in bocca e le mani intente a preparare il successivo. I suoi occhi erano fissi sul campo. Le sue dita si muovevano in automatico, non doveva nemmeno controllarle. Un vero professionista nell’arte dell’arrotolamento. Aveva un atteggiamento serafico e per quel mistero della vita, chiamato istinto, lo trovai subito simpatico. Per lo stesso inspiegabile accidente trovavo invece insopportabile un tipo, che stava in piedi in mezzo alla banda. Portava il cappuccio calato più in basso del cavallo dei pantaloni, che nel caso di specie era ad altezza talloni. Non ne vedevo gli occhi, ma la bocca virava verso il basso, con un aspetto che non mi piaceva per nulla. Gli altri membri della congrega erano piuttosto insignificanti. Ne vedi a centinaia di uguali nelle bande di Los Angeles a Watts. Annoiati, inutili, per lo più stupidi e destinati a morire per quattro soldi e un pugno di droga, senza lasciare alcun ricordo di sè. Nemmeno nei propri famigliari. Tutto questo era solo un giudizio superficiale, dettato dall’esperienza che ormai mi ero fatti di certi ambienti.. Un giudizio, peraltro, assolutamente inattendibile, è ovvio. Con gli anni ho capito che la prima sensazione quasi immancabilmente ci azzecca, e quel quasi mi porta a essere sempre disponibile a rivedere le mie impressioni iniziali. Detto questo, nel caso specifico, speravo di non doverle rivedere, perché diversamente avrebbe significato dover conoscere quelle persone. C’era un’alta probabilità che succedesse, ma non me l’auguravo proprio.
Al momento dell’entrata in campo delle squadre non ebbi difficoltà a riconoscere Jamal. Era l’unico giocatore in campo con una bandana nera legata al polso. Ero proprio curioso di vederlo in azione. Alla fine della prima azione ero proprio curioso di scoprire se era ancora in grado di camminare. La sua linea offensiva, infatti, aveva deciso che guardare l’erbetta crescere era ben più interessante di una sciocca partita di football e al primo snap si erano alzati con una velocità bradipesca facendosi superare da tutta la linea difensiva che, felice di tale scelta naturista, aveva deciso a sua volta di seminare il campo con i resti di Jamal a mo’ di fertilizzante. L’azione era iniziata come un normale primo drive in shoot gun formation, quattro ricevitori all’esterno e un running back alle spalle di Jamal. La linea offensiva pronta a bloccare per dare, oltre allo spazio, anche il tempo per cercare il ricevitore. Jamal due passi dietro al centro, per aver un po’ di spazio per fare il primo lancio. La linea difensiva, invece, dichiarava un blitz totale con 6 uomini sulla linea di scrimmage. Allo snap il pallone partiva in direzione di Jamal, mentre i suoi compagni appunto rimanevano piegati a terra impiegandoci un’eternità per mettersi in piedi. Risultato: dopo meno di un decimo di secondo dallo snap, Jamal riceveva il pallone; dopo due decimi di secondo, Jamal si trova davanti cinque difensori avversari a mo' di gadget in omaggio con il pallone. Altri quattro decimi di secondo e l’azione era finita. Jamal era ricoperto di maglie rosse, ma incredibilmente non solo non aveva perso yard nell’azione ma, grazie a due finte della serie ora sono qui ora non ci sono più, era persino riuscito a guadagnarne una. Dato che in tre tentativi se ne dovrebbero conquistare dieci non sembrerebbe una grande impresa, ma averlo fatto da solo, senza alcun blocco e con tre bestioni sulla schiena più altri tre lasciati a cercarlo in mezzo al campo, lo era senza dubbio. Con tali presupposti sarebbe stato notevole anche sopravvivere e lui, a giudicare i gesti nervosi con cui si toglieva le zolle di terra rimaste incastrate nella mascherina del casco, non aveva riportato alcun danno. O forse era troppo infuriato con la sua linea per sentire male. Il ragazzo mi piaceva. Chiamò a sé i compagni di reparto per esprimere i propri dubbi sulla loro attitudine alla partita. Le migliori imprecazioni della mia vita le ho inventate in quei frangenti e ho sempre ringraziato che non vi fosse un microfono a registrare le mie parole. Mia madre non me l’avrebbe perdonato mai.. Dopo qualche secondo di cazziatone da un lato e pacche di entusiasmo dall’altro, le due squadre tornarono a posizionarsi dietro al pallone collocato dall’arbitro a terra sulle 27. La seconda azione non presentava alcuna variazione negli schieramenti. Ovviamente la squadra di Jamal puntava sul suo braccio e sulla sua mobilità (io, dopo la prima, anche sul suo istinto di conservazione); altrettanto ovviamente la squadra avversaria, conoscendolo, aveva deciso di impedirgli qualsiasi mossa blitzando e blitzand e blitzando, per non dargli il tempo di correre né di lanciare. E se la linea offensiva di Jamal era quella vista nella prima azione, il coach avversario aveva ragione da vendere.
La seconda azione ricalcò pedissequamente la prima. I bianchi, con l’eccezione di Jamal, tutti fermi anche dopo lo snap. I rossi come delle furie a cercare di placcare un puntolino bianco che appariva e scompariva dal campo a suo piacimento. Il primo placcaggio va a vuoto. Jamal alza il braccio per lanciare. Si abbassa e nel contempo ruota su se stesso per evitare il secondo placcaggio. Torna in posizione di lancio e, prima che il terzo e il quarto placcatore si avventino su di lui da due lati opposti, fa partire una bomba in direzione di un ricevitore smarcatissimo posizionato sulla linea delle 37 yards. Il rumore del doppio placcaggio si sente fin sugli spalti. Persino i ragazzi della banda si zittiscono. Il pallone intanto vola nell’aria con una rotazione invidiabile, in considerazione della velocità con cui Jamal si era visto costretto a lanciare. Il ricevitore alza le braccia. Nessuno che lo marchi. Nessuno nel raggio di tre metri da lui. Gli avversari erano troppo impegnati a stecchire Jamal per preoccuparsi di lui. Sarebbe primo down e tre nuovi tentativi solo che, per l’emozione di trovarsi da solo a passeggiare in un campo da football, il ricevitore lascia cadere il calibratissimo pallone lanciatogli contro. Incompleto e, quindi, si rimane sulle 27 con un altro tentativo per percorrere nove yard. Al diavolo, ma come ha fatto a far cadere quel pallone? Ci voleva impegno. E innegabilmente il ricevitore ce ne aveva messo. Jamal, per la rabbia e lo sconforto di quel banalissimo errore, tirò un pugno sul terreno mentre era ancora lungo sul campo. Lo capivo, era veramente un lancio elementare da prendere e non c’è niente di peggio che essere menato di brutto e vedere i tuoi sforzi mandati in frantumi da una disattenzione di un tuo compagno. Può capitare, ovvio. Ma in quel momento ti verrebbe da mangiargli la testa. Io non l’ho mai fatto, ma non conoscevo il carattere di Jamal, magari quando l’ultima maglietta rossa si fosse decisa ad alzarsi dalla sua schiena, sarebbe balzato in piedi come una tigre e sarebbe andato a divorare il suo povero ricevitore che continuava a fissarsi le mani incredulo per quell’errore. Jamal non sbranò il suo ricevitore, ma rimessosi in piedi con calma chiamò i suoi compagni attorno a sé. Terza azione e almeno nove yard da conquistare.
Come prevedibile, gli schemi rimasero i medesimi sia in attacco che in difesa. Allo snap successe un miracolo. Un ragazzo della linea offensiva decideva che sì, per quella volta poteva pure alzarsi a velocità normale e sì, poteva anche cercare di bloccare il suo diretto avversario. Risultato: dal lato destro per la prima volta ne entrava uno solo. Jamal registrava immediatamente l’evento e, prima fintava un lancio per guadagnare qualche frazione di secondo, poi scattava velocissimo da quel lato, proteggendo al meglio il pallone. Era uno spettacolo in movimento. Correva con una rapidità e un’imprevedibilità da lasciare ammirati. Mi venne in mente una frase pronunciata dall’allenatore di Jamal, durante un’intervista: “È così veloce che a volte ti viene il dubbio che possa ricevere i propri lanci.” A sentirla sembrava una sparata, ma a vederlo giocare iniziavi a ritenerlo possibile. Quando finalmente i rossi lo fermavano si era mangiato ampiamente le nove yard che mancavano. Applaudii. Lo stesso con minore entusiasmo fecero i genitori. Forse infastiditi dalle urla e dalle parolacce urlate dalla crew alla mia sinistra. In effetti, non erano proprio da sermone della beata chiesa evangelica del settimo angelo della quinta stella del dodicesimo proselito, ma rendevano chiaro il concetto. Grandissima giocata e in culo ai compagni.
Dopo quel primo drive, però, tutto iniziò a girare a dovere. I blitz diventarono meno efficaci e Jamal dominò in lungo e in largo. Ottimo braccio, ottimo rilascio e buona visione di gioco, anche se non testatissima da una difesa che sul profondo proprio non sapeva coprire.
Il ragazzo faceva paura per il potenziale e per quello che già dimostrava di possedere. Carattere, velocità e precisione. Comprensibile che fosse già sotto osservazione da parte di qualche scout NFL. Mi ci giocavo tre anni di stipendio che tra i genitori ce n’era qualcuno. Comunque dopo poco arrivava un passaggio da 30 yards con conseguente TD. Anche la gittata era ottima. Sì, proprio un bel prospetto. A fine primo tempo la squadra di Jamal era avanti 24 a 10. La difesa del suo liceo era inguardabile, ma fortunatamente lo era altrettanto l’attacco dei rossi che dipendevano troppo da un runningback bravino, ma assai prevedibile. Alla mia sinistra i ragazzi approfittavano della tranquillità dell’intervallo per continuare a farsi canne e a urlare. Alla mia destra alcuni genitori si alzarono tanto per sgranchirsi le gambe, altri rimasero ai loro posti. Decisi di fare una capatina a visitare il mio collaboratore e lo trovai a bordo campo, seduto a terra con il suo pezzo di legno in bocca.
“Che ne pensi?”
“Che in questa zona la vita deve essere bella dura.”
“Intendevo del nostro prospetto.” Scossi la testa: non capiva mai le priorità.
“Scusa, è che questo quartiere mi ricorda quello dove sono cresciuto io e non è stato un bel crescere. Vedo i tag delle bande. Vedo desolazione. E vedo abbandono. Guarda la scuola, sembra essere tenuta insieme da una preghiera. No, non mi piace questo posto. Prima ce ne andiamo e meglio starò…. Ah, e sì, mi sembra bravetto.”
“Bravetto? Come bravetto! È un artista, un genio.”
Albert nemmeno si girò a guardarmi: aveva lo sguardo perso oltre il campo, fisso su un gruppo di caseggiati popolari. Alti, brutti e fatiscenti.
“Se sai la risposta perché mi fai le domande?”
Pessimo umore.
“Partiamo appena fatta l’intervista. Tranquillo.”
Si voltò verso di me, con un sorriso un po’ tirato.
“Non ti preoccupare, mi son solo perso nei miei ricordi. Devo essermi svegliato dal lato sbagliato stamattina.”
Mi guardai attorno. Era facile svegliarsi dal lato sbagliato quando avevi una vista così desolante davanti. I giocatori, intanto, stavano rientrando in campo.
“Giurin giuretto la prossima volta scelgo un giocatore a Venice Beach.”
Il sorriso prese un po’ di calore.
“Va sugli spalti. Va! Che ti conosco, il prossimo, se sarò fortunato, sarà in Alaska.”
E mi diede una pacca sulla spalla. Tornai a posto, senza aggiungere altro, riflettendo, per l'ennesima volta, sul fatto che il mio cameraman mi conosce troppo bene. Il secondo tempo fu piuttosto scialbo, anche perché al primo drive offensivo Jamal spaccò in due la difesa con una corsa da oltre sessanta yards, altri sette punti segnati e partita completamente chiusa.
Aspettai la fine, sempre più avvolto dagli effluvi di marijuana e dall’oscurità che iniziava a calare sul campo e sugli spalti.
[continua]
frog
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Re: Naufraghi 2.0

Post by frog »

Te lo dico come un complimento, come stile mi ricordi Faletti
Ebbene si: son ancor chi

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