Nono, Rovigo per esempio, nella cartina è attaccata a Padova(e per me sarebbe giusto visto che i collegamenti anche autostradali e di "abitudini") nell'elenco è attaccata con Verona con cui non spartisce NULLA.
Padova attaccata a Treviso che non si sono mai mai mai viste come province, si e no con il Rugby, Treviso che avrebbe avuto molto più senso con Belluno(come era nella cartina) o Venezia, che restano da sole non si sa perché...
Ti sembra uguale?
Ti cito:
Parlando di Veneto e Emilia
Io ho boldato "parlando di Emilia" (che nella cartina e nella lista è messa nello stesso modo), e lo confermi indirettamente tu citando solo esempi del Veneto.
ma allora perchè prima hai citato l'Emilia?
Porsche 928 wrote:
Nono, Rovigo per esempio, nella cartina è attaccata a Padova(e per me sarebbe giusto visto che i collegamenti anche autostradali e di "abitudini") nell'elenco è attaccata con Verona con cui non spartisce NULLA.
Padova attaccata a Treviso che non si sono mai mai mai viste come province, si e no con il Rugby, Treviso che avrebbe avuto molto più senso con Belluno(come era nella cartina) o Venezia, che restano da sole non si sa perché...
Ti sembra uguale?
Ti cito:
Parlando di Veneto e Emilia
Io ho boldato "parlando di Emilia" (che nella cartina e nella lista è messa nello stesso modo), e lo confermi indirettamente tu citando solo esempi del Veneto.
ma allora perchè prima hai citato l'Emilia?
Le parole sono importanti (cit.)
Comunque anche in Emilia si poteva fare di piu, per esempio:
Porsche 928 wrote:Bologna e Ferrara per esempio potevano essere accorpate.
P.S. Hai completamente ragione ma il boldato in alcune grandezze dei caratteri non si vede un cazzo(tanto per girarci attorno).
Nono, Rovigo per esempio, nella cartina è attaccata a Padova(e per me sarebbe giusto visto che i collegamenti anche autostradali e di "abitudini") nell'elenco è attaccata con Verona con cui non spartisce NULLA.
Padova attaccata a Treviso che non si sono mai mai mai viste come province, si e no con il Rugby, Treviso che avrebbe avuto molto più senso con Belluno(come era nella cartina) o Venezia, che restano da sole non si sa perché...
Ti sembra uguale?
Belluno credo sia per la sua caratteristica prevalentemente montana, risulta un territorio piuttosto complicato da gestire con altri.
Sondrio e Belluno anche se non hanno i requisiti di popolazione e superficie restano separate perchè sono principalmente montane.
Piuttosto non capisco perchè anche nelle province che sono rimaste intoccate si dovrà andare a votare ancora a novembre 2013 visto che vengono azzerate tutte le giunte. Che è uno spreco di soldi per le province che hanno votato nel 2011/12.
Ange86 wrote:Sondrio e Belluno anche se non hanno i requisiti di popolazione e superficie restano separate perchè sono principalmente montane.
Piuttosto non capisco perchè anche nelle province che sono rimaste intoccate si dovrà andare a votare ancora a novembre 2013 visto che vengono azzerate tutte le giunte. Che è uno spreco di soldi per le province che hanno votato nel 2011/12.
Già. Comunque è l'intera manovra ad avere poco senso, secondo me. La cosa più sensata - posto che io NON sono per l'abolizione delle province in quanto ente amministrativo, visto che non è pensabile che le regioni gestiscano il rapporto con i microcomuni montani di cui è piena l'Italia - era trasformarle da ente politico/consiliare in ente amministrativo, emanazione del consiglio regionale. Lasciando più autonomia alle regioni sul come fare la divisione, a saldi invariati (o anche ridotti, e decisi dal governo centrale). Ovviamente, questo prevederebbe anche un federalismo serio a livello regionale, altrimenti meglio il centralismo francese.
Grillo e Di Pietro, il mito infranto del partito degli onesti
Dunque la stagione politica di Di Pietro pare giunta al capolinea: è stato per anni il leader della protesta, ora al massimo diventerà un grillino di complemento. Non è la prima volta che un integerrimo trova qualcuno più integerrimo di lui: accadde anche a Robespierre, e parabole del genere le ha raccontate benissimo perfino Alberto Sordi con i suoi film, dal «Vigile» al «Moralista».
Non stupiscono quindi né la cancellazione del nome dal simbolo del partito (quante icone, in politica, sono diventate all’improvviso motivo di imbarazzo), né la probabile dissoluzione della stessa Italia dei Valori. A stupire, piuttosto, è la reazione, diciamo così, «garantista», dell’intero fronte, diciamo così, «giustizialista».
Di Pietro è difeso a sciabola sfoderata sia dal «Fatto quotidiano» sia da Beppe Grillo, il quale l’ha addirittura proposto per il Quirinale. «Certamente meglio lui, uomo onesto, di Napolitano, il peggior presidente che abbiamo avuto», ha detto più o meno il comico e nuotatore genovese, e basterebbe questo per far capire di chi e di che cosa stiamo parlando.
Comunque. Perché chi è sempre stato tanto spietato con tutti i politici indagati o anche solo chiacchierati è ora tanto indulgente con Di Pietro? Perché le inchieste di Milena Gabanelli sono il Verbo quando toccano i professionisti della politica e spazzatura quando toccano quelli dell’antipolitica?
Azzardando una prima ipotesi benevola, si potrebbe dire questo: Grillo e il fronte giustizialista che lo sostiene non vogliono che si cada nell’equivoco del «tutti colpevoli quindi tutti innocenti». Non vogliono insomma che si corra il rischio di mettere ogni cosa e ogni persona sullo stesso piano. Questa è una preoccupazione legittima perché, effettivamente, sul motto «non facciamo i moralisti perché tanto tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare» c’è chi ci ha marciato, in questi anni.
Ma è chiaro che questa ipotesi benevola non basta a spiegare il motivo di tanto accanimento alla rovescia sul caso Di Pietro. Perché è certamente possibile che il leader dell’Italia dei Valori non abbia commesso alcun reato, e che possa chiarire tutto ciò che riguarda l’utilizzo del denaro ricevuto per l’attività politica. Ma è ancora più certo che, in casi analoghi e anche per molto meno, Grillo e i suoi alleati giornalistici non hanno usato la stessa clemenza. Hanno piuttosto gridato al ladro, chiesto immediate dimissioni, invocato ergastolo politico, suggerito di buttare via la chiave.
E allora, perché? Avanziamo un’altra ipotesi, questa. La scoperta della non impeccabilità di Di Pietro (che non impeccabile lo è a prescindere da quanto denunciato da Report: basta pensare alla scelta di tanti dirigenti sbagliati nel partito) smaschera il nulla politico che si nasconde dietro tutto quel fronte che da anni sta vivendo e lucrando sui peccati altrui.
Intendiamoci: meno male che c’è chi denuncia, punta il dito, s’indigna. Non ci fosse, politici e affaristi sarebbero ancor più liberi e indisturbati nelle loro razzie. Ma denunciare, puntare il dito e indignarsi, anche quando è legittimo, non è sufficiente per candidarsi a guidare un Paese. Per questo diciamo che tanta furia garantista pro Di Pietro è dovuta al fatto che quel che emerge sull’Italia dei Valori smaschera il nulla che c’è dietro a quel partito, ma anche dietro a Grillo e ai suoi sodali. Cioè dietro a tutto quel movimento di protesta che periodicamente si affaccia sulla scena di ogni nazione, denunciando (non senza ragioni) il marcio del potere, ma fermandosi lì.
Come si è presentato, quasi vent’anni fa, Di Pietro in politica? «Sono l’uomo dalle mani pulite». Come si chiama il suo partito. «Dei Valori». È di destra o di sinistra? «Sono onesto». Che programmi ha per la ripresa economica? «I corrotti in galera». E la sanità? «Non bisogna rubare». E l’Europa, l’America, i mercati emergenti, la questione ambientale, la bioetica? «Io non rubo». Tutto così. La verginità, anzi l’immacolata concezione come unica ragione sociale.
Ecco perché quando il mito dell’onestà assoluta si rivela per quello che è - un mito, appunto - non resta più niente. A Di Pietro e al suo successore Beppe Grillo.
Grillo e Di Pietro, il mito infranto del partito degli onesti
Dunque la stagione politica di Di Pietro pare giunta al capolinea: è stato per anni il leader della protesta, ora al massimo diventerà un grillino di complemento. Non è la prima volta che un integerrimo trova qualcuno più integerrimo di lui: accadde anche a Robespierre, e parabole del genere le ha raccontate benissimo perfino Alberto Sordi con i suoi film, dal «Vigile» al «Moralista».
Non stupiscono quindi né la cancellazione del nome dal simbolo del partito (quante icone, in politica, sono diventate all’improvviso motivo di imbarazzo), né la probabile dissoluzione della stessa Italia dei Valori. A stupire, piuttosto, è la reazione, diciamo così, «garantista», dell’intero fronte, diciamo così, «giustizialista».
Di Pietro è difeso a sciabola sfoderata sia dal «Fatto quotidiano» sia da Beppe Grillo, il quale l’ha addirittura proposto per il Quirinale. «Certamente meglio lui, uomo onesto, di Napolitano, il peggior presidente che abbiamo avuto», ha detto più o meno il comico e nuotatore genovese, e basterebbe questo per far capire di chi e di che cosa stiamo parlando.
Comunque. Perché chi è sempre stato tanto spietato con tutti i politici indagati o anche solo chiacchierati è ora tanto indulgente con Di Pietro? Perché le inchieste di Milena Gabanelli sono il Verbo quando toccano i professionisti della politica e spazzatura quando toccano quelli dell’antipolitica?
Azzardando una prima ipotesi benevola, si potrebbe dire questo: Grillo e il fronte giustizialista che lo sostiene non vogliono che si cada nell’equivoco del «tutti colpevoli quindi tutti innocenti». Non vogliono insomma che si corra il rischio di mettere ogni cosa e ogni persona sullo stesso piano. Questa è una preoccupazione legittima perché, effettivamente, sul motto «non facciamo i moralisti perché tanto tutti abbiamo qualcosa da farci perdonare» c’è chi ci ha marciato, in questi anni.
Ma è chiaro che questa ipotesi benevola non basta a spiegare il motivo di tanto accanimento alla rovescia sul caso Di Pietro. Perché è certamente possibile che il leader dell’Italia dei Valori non abbia commesso alcun reato, e che possa chiarire tutto ciò che riguarda l’utilizzo del denaro ricevuto per l’attività politica. Ma è ancora più certo che, in casi analoghi e anche per molto meno, Grillo e i suoi alleati giornalistici non hanno usato la stessa clemenza. Hanno piuttosto gridato al ladro, chiesto immediate dimissioni, invocato ergastolo politico, suggerito di buttare via la chiave.
E allora, perché? Avanziamo un’altra ipotesi, questa. La scoperta della non impeccabilità di Di Pietro (che non impeccabile lo è a prescindere da quanto denunciato da Report: basta pensare alla scelta di tanti dirigenti sbagliati nel partito) smaschera il nulla politico che si nasconde dietro tutto quel fronte che da anni sta vivendo e lucrando sui peccati altrui.
Intendiamoci: meno male che c’è chi denuncia, punta il dito, s’indigna. Non ci fosse, politici e affaristi sarebbero ancor più liberi e indisturbati nelle loro razzie. Ma denunciare, puntare il dito e indignarsi, anche quando è legittimo, non è sufficiente per candidarsi a guidare un Paese. Per questo diciamo che tanta furia garantista pro Di Pietro è dovuta al fatto che quel che emerge sull’Italia dei Valori smaschera il nulla che c’è dietro a quel partito, ma anche dietro a Grillo e ai suoi sodali. Cioè dietro a tutto quel movimento di protesta che periodicamente si affaccia sulla scena di ogni nazione, denunciando (non senza ragioni) il marcio del potere, ma fermandosi lì.
Come si è presentato, quasi vent’anni fa, Di Pietro in politica? «Sono l’uomo dalle mani pulite». Come si chiama il suo partito. «Dei Valori». È di destra o di sinistra? «Sono onesto». Che programmi ha per la ripresa economica? «I corrotti in galera». E la sanità? «Non bisogna rubare». E l’Europa, l’America, i mercati emergenti, la questione ambientale, la bioetica? «Io non rubo». Tutto così. La verginità, anzi l’immacolata concezione come unica ragione sociale.
Ecco perché quando il mito dell’onestà assoluta si rivela per quello che è - un mito, appunto - non resta più niente. A Di Pietro e al suo successore Beppe Grillo.
Che poi sarebbe bastato guardare i suoi traffici poco limpidi che ha da sempre denunciato Ferrara sul foglio, l'elefantino sarà pure quel che è, ma su quelle cose Di Pietro è sempre stato piuttosto vago.
io non so se sia solo un modo per farsi vedere e quindi puntare ad un posto in Parlamento, ma dopo Favia, un altro consigliere comunale bolognese (Favia ora è in Regione, lo so :D), Federica Salsi, invitata a Ballarò non le ha mandate a dire a Grillo
Bugani isola la Salsi: ''Momento dolorosissimo''
Non accetta le accuse di maschilismo Massimo Bugani. E così, durante il consiglio comunale di Bologna, il consigliere del M5S ha preso le distanze in tutti i sensi dalla collega Federica Salsi, criticata pesantemente - nei giorni scorsi - da Beppe Grillo per aver partecipato a una puntata di ''Ballarò''. "Ci sono momenti davvero dolorosissimi nella vita, in cui si deve osservare il mondo da un diverso punto di vista, pagandone anche magari le conseguenze. Questo per me è uno di quei momenti", ha detto Bugani che poi, insieme al collega Marco Piazza, ha lasciato le sedie accanto a Salsi e si è spostato in fondo all'aula
Cominciano a far paura pure a me sta manica d'invasati. Già Grillo è fuori come una zucca, se i suoi adepti sono questi... per forza che la Salsi li ha paragonati a Scientology
sempre sulla stessa falsariga,guardate pure il linguaggio utilizzato e i giornalisti come bersaglio,tutti simili a ben altra tradizione,a me questi qua spaventano eccome
Io sono sempre più preoccupato. Soprattutto perché ogni volta che si spinge (Beppe) o si spingono (i suoi fedeli) oltre, nella deriva antidemocratica e fascistoide, il loro consenso - invece di calare - aumenta.
Spree wrote:Io sono sempre più preoccupato. Soprattutto perché ogni volta che si spinge (Beppe) o si spingono (i suoi fedeli) oltre, nella deriva antidemocratica e fascistoide, il loro consenso - invece di calare - aumenta.
in un paese un minimo destrorso di suo ed in crisi come l'Italia la cosa stupisce fino a un certo punto,a me inquieta tantissimo il linguaggio e i bersagli scelti dalla critica grillina,che ricordano tanto bersagli scelti nella prima metà del secolo scorso