no. manca ancora un pezzo.azazel wrote: Finito il settimo capitolo? posso stampare??? 10 pagine di txt eh...
Re: topic provvisorio in attesa di delibera
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Alvise
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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (pomeriggio con Harold)
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hell_en
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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (pomeriggio con Harold)
da ormai 35 anni puntualizzo che Elena era di Sparta. Elena di Sparta.

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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (pomeriggio con Harold)
infatti 'di' Troia è un errore di battitura. Era 'la'hell_en wrote: da ormai 35 anni puntualizzo che Elena era di Sparta. Elena di Sparta.
darioambro wrote:ahahah ro, tu sei davvero l'altra palla che vorrei avere![]()
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hell_en
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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (pomeriggio con Harold)
ehm....rowiz...ma secondo te io come mi chiamo?rowiz wrote: infatti 'di' Troia è un errore di battitura. Era 'la'

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Alvise
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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (pomeriggio con Harold)
suggerimento non si chiama Sparta.
lo so anche io che è Elena di Sparta, ma Alvin è americano certe sottigleizze non le afferra, per lui achille è uguale a brad pitt.
lo so anche io che è Elena di Sparta, ma Alvin è americano certe sottigleizze non le afferra, per lui achille è uguale a brad pitt.
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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (pomeriggio con Harold)
Clitennestra?hell_en wrote: ehm....rowiz...ma secondo te io come mi chiamo?
darioambro wrote:ahahah ro, tu sei davvero l'altra palla che vorrei avere![]()
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Paperone
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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (pomeriggio con Harold)
Elena la Santa, l'unica che viene ricordata il 7 di ogni mese 
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (pomeriggio con Harold)
e poi scusa, elena, ma anche tu hai scatenato una guerra tra super-potenze greche per l'irrequietezza della tua femminilità? Il mio commento era per la spartana protagonista di cotanta pace nel mondorowiz wrote: Clitennestra?
darioambro wrote:ahahah ro, tu sei davvero l'altra palla che vorrei avere![]()
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chinasky
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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (pomeriggio con Harold)
Uscita gentile gentile. Ovviamente ogni riferimento a fatte, cose, spartani e greci è puramente casuale.rowiz wrote: infatti 'di' Troia è un errore di battitura. Era 'la'
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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (pomeriggio con Harold)
Eh lo so, so un signore.chinasky wrote: Uscita gentile gentile. Ovviamente ogni riferimento a fatte, cose, spartani e greci è puramente casuale.![]()
E poi comunque ho spiegato dopo, non ce l'avevo mica co lei!
darioambro wrote:ahahah ro, tu sei davvero l'altra palla che vorrei avere![]()
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Alvise
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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (pomeriggio con Harold)
l'ultimo pezzo del capitolo 7 in due parti perchè supera i 20000 caratteri. che forum rigido
Lungo la strada verso casa, nonostante lamarezza, mi fermo in un supermercato per fare la spesa. Non vi dico i sospiri e i mugugni, mentre passo davanti agli scaffali pieni di birre e patatine. Alluscita faccio una terribile scoperta.
Credo sia la prima volta in vita mia che esco da un supermercato senza aver preso qualche porcheria. Oltretutto, metà dei prodotti indicati nella lista di Harold, che ho diligentemente acquistato, non hanno mai varcato la soglia di casa mia. C'è troppa verdura e niente carne rossa, personalmente una vera bestemmia alimentare. Al momento di mettere il tofu nel carrello mi è sgorgata anche una lacrimuccia agli angoli degli occhi.
Nellinfilare in macchina i sacchetti della spesa, vedo la samsonite blu scuro. A casa dovrò darle unocchiata più attenta, magari cè davvero qualche indizio per capire lautore di quella buffonata.
Dopo aver riposto in frigo gli alimenti più deteriorabili, mi concentro sulla valigia. La metto sul ripiano in acciaio dellisola della cucina e procedo alla ricerca in maniera meticolosa. Tiro fuori un oggetto alla volta. Lo osservo con attenzione e poi lo colloco con cura accanto alla valigia. Alla fine mi trovo davanti sei mutande bianche, sei canottiere bianche, otto paia di calzini blu, due pantaloni, uno kaki e uno da ginnastica nero, un paio di scarpe da ginnastica Nike air, nuove mai indossate, con ancora ladesivo della misura attaccato al plantare, una polo nera e una felpa grigia entrambe della Nike, oltre al casco degli Steelers e alla valigia stessa. Nonostante i miei sforzi non ho trovato nulla di significativo. Ho solo scoperto che il proprietario di quella borsa deve essere più o meno alto come me, anche se meno grasso. Passo a controllare la borsa. Dopo un quarto dora ho ispezionato ogni singola tasca e ogni singola cucitura. Il risultato? Un pezzo di carta piegato a formare una rana stilizzata. Lo apro con cura per non strapparlo, magari ha usato il suo biglietto da visita per fare lorigami. Ovviamente non è così. Si tratta di un banale scontrino stampato su carta chimica. Come spesso capita con quel procedimento di stampa, è ormai illeggibile. Lo metto sotto la luce e intravedo, più che leggere, due parole: Irish e Denver. Probabilmente, il tipo si è fatto un drink in un pub a Denver. Non sembra plausibile possano esistere degli irish pub chiamati Denver; non si può certo definirlo un nome molto irlandese.
Provo a fare mente locale per immaginare chi a Denver possa avercela con me. In quella città conosco ben poche persone. Qualche giornalista più simpatico di altri e un piccolo manipolo di ex giocatori di football. Nessuno è così intimo da farmi un tiro del genere. Daltra parte, non mi viene in mente nessuno a cui ho fatto un torto e possa avercela con me. Beh, forse qualche tifoso, a ben pensarci. Contro i Broncos ho sfoggiato due delle mie pochissime partite da quattrocento e passa yards su lancio, portandole a casa entrambe. Non so perché, mi sono sempre trovato bene in altitudine. I tifosi blu e arancio non hanno mai apprezzato questa mia passione per la montagna e qualche lettera anonima traboccante di insulti allepoca mi era pure arrivata. Ma è ormai acqua passata. Sono passati dieci anni da quelle partite. Non capisco perché qualcuno si dovrebbe prendere la briga di avercela con me, quando, al momento, in giro ci sono nemici sportivi dei Broncos nettamente migliori di me.
Ben presto mi rendo conto che questi ragionamenti però lasciano il tempo che trovano. Non è detto che il tipo sia di Denver. Il drink potrebbe esserselo fatto durante un viaggio di lavoro, chissà quando poi.
Non lo troverò mai e la cosa mi fa innervosire, e non poco.
Così, senza nemmeno starci troppo a pensare, per la frustrazione do uno schiaffo al casco degli Steelers che cade dallisola, rimbalzando rumorosamente sul pavimento in marmo.
Mi chino per raccoglierlo, quando mi blocco rendendomi improvvisamente conto di aver escluso troppo presto Daniel dalla lista dei sospetti. In fin dei conti lui era l'unico a sapere dello smarrimento dei bagagli da parte mia, se si eccettuano gli addetti dell'American Airlines. Continua a sembrarmi poco plausibile che il mio cameraman abbia organizzato uno scherzo così stupido, ma mi girano così tanto le scatole da non voler tralasciare alcuna possibilità e così lascio perdere il casco e mi metto al telefono.
Pronto, Daniel! Sono Alvin. Disturbo?
Nessun disturbo, sono qui a chiacchierare con Sonia. Ti ricordi di lei? L'abbiamo conosciuta ieri al ristorante vegetariano.
Sono così nervoso che nemmeno gli invidio l'ultimo successo femminile.
Daniel, scusa la domanda, ma mi ha fatto tu lo scherzo della Samsonite? e mentre glielo chiedo mi accorgo che è una domanda stupida e idiota. Se Daniel avesse deciso di farmi uno scherzo, avrebbe usato una valigia identica alla mia, non una completamente diversa, come quella davanti a me.
Capo, devo confessarti una cosa. Ogni tanto mi succede di non riuscire a capirti. Ecco, questo momento è uno di quegli ogni tanto. Di che stai parlando?
Niente. Mi sono espresso male. Non era vero, ma odio passare per stupido e idiota. Volevo sapere se hai detto a qualcuno del mio bagaglio perso durante il ritorno da San Diego.
Silenzio.
Non voglio sapere perchè vuoi saperlo. Comunque no, non l'ho detto a nessuno. In sincerità, non mi sembrava una di quelle notizie da divulgare ai quattro venti. Ma se vuoi mi metto a chiamare tutti i nomi sulla mia agendina.
Mi immagino già metà della popolazione femminile della città interessarsi della mia borsa.
Non occorre, grazie. e senza aggiungere altro metto giù. Anche per non essere preso ulteriormente per i fondelli.
Lungo la strada verso casa, nonostante lamarezza, mi fermo in un supermercato per fare la spesa. Non vi dico i sospiri e i mugugni, mentre passo davanti agli scaffali pieni di birre e patatine. Alluscita faccio una terribile scoperta.
Credo sia la prima volta in vita mia che esco da un supermercato senza aver preso qualche porcheria. Oltretutto, metà dei prodotti indicati nella lista di Harold, che ho diligentemente acquistato, non hanno mai varcato la soglia di casa mia. C'è troppa verdura e niente carne rossa, personalmente una vera bestemmia alimentare. Al momento di mettere il tofu nel carrello mi è sgorgata anche una lacrimuccia agli angoli degli occhi.
Nellinfilare in macchina i sacchetti della spesa, vedo la samsonite blu scuro. A casa dovrò darle unocchiata più attenta, magari cè davvero qualche indizio per capire lautore di quella buffonata.
Dopo aver riposto in frigo gli alimenti più deteriorabili, mi concentro sulla valigia. La metto sul ripiano in acciaio dellisola della cucina e procedo alla ricerca in maniera meticolosa. Tiro fuori un oggetto alla volta. Lo osservo con attenzione e poi lo colloco con cura accanto alla valigia. Alla fine mi trovo davanti sei mutande bianche, sei canottiere bianche, otto paia di calzini blu, due pantaloni, uno kaki e uno da ginnastica nero, un paio di scarpe da ginnastica Nike air, nuove mai indossate, con ancora ladesivo della misura attaccato al plantare, una polo nera e una felpa grigia entrambe della Nike, oltre al casco degli Steelers e alla valigia stessa. Nonostante i miei sforzi non ho trovato nulla di significativo. Ho solo scoperto che il proprietario di quella borsa deve essere più o meno alto come me, anche se meno grasso. Passo a controllare la borsa. Dopo un quarto dora ho ispezionato ogni singola tasca e ogni singola cucitura. Il risultato? Un pezzo di carta piegato a formare una rana stilizzata. Lo apro con cura per non strapparlo, magari ha usato il suo biglietto da visita per fare lorigami. Ovviamente non è così. Si tratta di un banale scontrino stampato su carta chimica. Come spesso capita con quel procedimento di stampa, è ormai illeggibile. Lo metto sotto la luce e intravedo, più che leggere, due parole: Irish e Denver. Probabilmente, il tipo si è fatto un drink in un pub a Denver. Non sembra plausibile possano esistere degli irish pub chiamati Denver; non si può certo definirlo un nome molto irlandese.
Provo a fare mente locale per immaginare chi a Denver possa avercela con me. In quella città conosco ben poche persone. Qualche giornalista più simpatico di altri e un piccolo manipolo di ex giocatori di football. Nessuno è così intimo da farmi un tiro del genere. Daltra parte, non mi viene in mente nessuno a cui ho fatto un torto e possa avercela con me. Beh, forse qualche tifoso, a ben pensarci. Contro i Broncos ho sfoggiato due delle mie pochissime partite da quattrocento e passa yards su lancio, portandole a casa entrambe. Non so perché, mi sono sempre trovato bene in altitudine. I tifosi blu e arancio non hanno mai apprezzato questa mia passione per la montagna e qualche lettera anonima traboccante di insulti allepoca mi era pure arrivata. Ma è ormai acqua passata. Sono passati dieci anni da quelle partite. Non capisco perché qualcuno si dovrebbe prendere la briga di avercela con me, quando, al momento, in giro ci sono nemici sportivi dei Broncos nettamente migliori di me.
Ben presto mi rendo conto che questi ragionamenti però lasciano il tempo che trovano. Non è detto che il tipo sia di Denver. Il drink potrebbe esserselo fatto durante un viaggio di lavoro, chissà quando poi.
Non lo troverò mai e la cosa mi fa innervosire, e non poco.
Così, senza nemmeno starci troppo a pensare, per la frustrazione do uno schiaffo al casco degli Steelers che cade dallisola, rimbalzando rumorosamente sul pavimento in marmo.
Mi chino per raccoglierlo, quando mi blocco rendendomi improvvisamente conto di aver escluso troppo presto Daniel dalla lista dei sospetti. In fin dei conti lui era l'unico a sapere dello smarrimento dei bagagli da parte mia, se si eccettuano gli addetti dell'American Airlines. Continua a sembrarmi poco plausibile che il mio cameraman abbia organizzato uno scherzo così stupido, ma mi girano così tanto le scatole da non voler tralasciare alcuna possibilità e così lascio perdere il casco e mi metto al telefono.
Pronto, Daniel! Sono Alvin. Disturbo?
Nessun disturbo, sono qui a chiacchierare con Sonia. Ti ricordi di lei? L'abbiamo conosciuta ieri al ristorante vegetariano.
Sono così nervoso che nemmeno gli invidio l'ultimo successo femminile.
Daniel, scusa la domanda, ma mi ha fatto tu lo scherzo della Samsonite? e mentre glielo chiedo mi accorgo che è una domanda stupida e idiota. Se Daniel avesse deciso di farmi uno scherzo, avrebbe usato una valigia identica alla mia, non una completamente diversa, come quella davanti a me.
Capo, devo confessarti una cosa. Ogni tanto mi succede di non riuscire a capirti. Ecco, questo momento è uno di quegli ogni tanto. Di che stai parlando?
Niente. Mi sono espresso male. Non era vero, ma odio passare per stupido e idiota. Volevo sapere se hai detto a qualcuno del mio bagaglio perso durante il ritorno da San Diego.
Silenzio.
Non voglio sapere perchè vuoi saperlo. Comunque no, non l'ho detto a nessuno. In sincerità, non mi sembrava una di quelle notizie da divulgare ai quattro venti. Ma se vuoi mi metto a chiamare tutti i nomi sulla mia agendina.
Mi immagino già metà della popolazione femminile della città interessarsi della mia borsa.
Non occorre, grazie. e senza aggiungere altro metto giù. Anche per non essere preso ulteriormente per i fondelli.
Last edited by Alvise on 27/05/2010, 13:25, edited 1 time in total.
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Alvise
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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (pomeriggio con Harold)
Tornando alla valigia, mi accorgo del casco per terra. Resistendo alla tentazione di prenderlo a calci, mi chino e lo raccolgo afferrandolo per la maschera. Nell’appoggiarlo sul ripiano della cucina, noto che a causa della caduta si è parzialmente staccata l'imbottitura interna. Circostanza piuttosto curiosa. Insomma: il casco è una perfetta replica di quelli professionistici. Ci vuole ben altro che una caduta da un metro d'altezza per danneggiarlo. Ok, è vero: il marmo della mia cucina è più duro dell'erba del campo di gioco, ma casco contro casco è peggio del più duro marmo del mondo. Infilo perciò la mano nell'imbottitura e vi trovo nascosto dentro un sacchettino di plastica nera.
Lo apro e mi maledico per non aver detto subito che la borsa non era mia.
All’interno del sacchettino non c’è droga, come avevo immaginato in un primo momento. No, niente droga. È qualcosa di molto peggio. Lascio di nuovo cadere a terra il casco, di cui adesso non mi interessa più nulla. Non è uno scherzo e se lo è ne ho visti pochi di gusto peggiore. Mi sa che, invece, è una bella minaccia al primo finanziatore della Fondazione Alvin Santisky.
La salivazione mi va a zero, mentre guardo il sacchettino e il suo contenuto.
Lavorando per la Fondazione non mi è difficile capire di cosa si tratti. Non si immagina nemmeno cosa ti può capitare di vedere occupandosi delle violenze sui minori. È inconcepibile cosa certe persone riescano a fare. Depravazioni e violenze inimmaginabili. Tanto per dirne una, Steve mi ha passato radiografie di bambini che avevano subito maltrattamenti in famiglia. Non da parte di mostri anonimi acquattati nell’ombra. No da parte di famigliari, genitori, parenti o amici, con il benestare dei genitori. In alcuni casi, le ossa sane si potevano indicare con numeri inferiori alle due cifre. Tutte le altre presentavano le caratteristiche tracce di saldature dove erano state rotte. E questo è il meno.
Ho visto anche le foto scattate dalla polizia scientifica nei luoghi di ritrovamento dei corpi senza vita di bambini ben più piccoli di Kevin. Si vedevano volti tumefatti, ematomi diffusi. Nei casi più rari in cui l’autore del delitto era stato un maniaco omicida operante fuori dall’ambito familiare, i segni delle violenze erano ben peggiori. Ustioni da acidi, orecchie strappate a morsi, bulbi oculari bucati, scuoiamenti. Per tacere delle condizioni dei genitali e dell’ano dei bambini. In particolare, in questa galleria degli orrori, sono piuttosto comuni le amputazioni degli arti. Quelle davanti a me erano ossa delle mani di un bambino non più grande di undici anni, accuratamente spolpate e ripulite.
Riprendo fiato.
Ricapitoliamo. Qualcuno ha preso una valigia e l’ha abbandonata in un aeroporto, dopo averci messo sopra il mio nome, il mio indirizzo, un casco che mi provoca pessimi ricordi e ci ha infilato dentro anche delle ossa di bambino, sapendo benissimo del mio impegno contro la violenza sui minori. È evidente che ha organizzato il tutto è un malato. Ce ne sono fin troppi in questo mondo. Ma malato o non malato, nessuno può permettersi di fare una cosa del genere. Se fino a trenta secondi fa stavo per alzare le mani e fregarmene di tutta quella storia, catalogandola come uno scherzo idiota, adesso non è più così. È diventato qualcosa di personale. Il casco e le ossa sono qualcosa di personale. Forse un messaggio. Non so esattamente quale, ma di certo qualcuno ce l'ha con me e io ho tutta l'intenzione di scoprire chi è, cosa vuole da me e, soprattutto, voglio farlo in fretta.
Mi monta una rabbia che prendo a calci il casco a terra, mandandolo a colpire il vetro della finestra della cucina. Non ci faccio manco caso. Anzi, se avessi per le mani chi mi ha fatto trovare quella valigia, sfonderei quel vetro con la sua testa facendolo volare di sotto.
La mie uniche tracce sono lo scontrino, per quel che vale e le ossa. E anche queste sono una strada piuttosto chiusa. Purtroppo, non è difficile trovare ossa del genere. In rete ci si può procurare ben di peggio e di gente che scava nei cimiteri ce n’è un’infinità, molta più di quanto si possa immaginare. Senza contare che basta passare nella camera mortuaria di un ospedale per raccattarne un po’. Per tacere dell’ipotesi più sconvolgente e schifosa: l’omicidio di un bambino. Ma questo per ora preferisco escluderlo. Non ammazzi uno e ne metti le ossa in una valigia con il nome di una persona famosa sopra. Chi prova piacere nel seviziare e uccidere i bambini non cerca pubblicità. Ma se lo trovassi e scoprissi che il tipo è un ammazza bambini, beh, non so se lo consegnerei alla polizia. Ho forti dubbi. Dopo quello che Steve ed io abbiamo passato, ho promesso a Steve tanti anni fa che non l’avrei fatta passare liscia a nessuno di quegli animali che ammazzano i bambini, se me ne fossi trovato uno davanti. E ho tutta l’intenzione di mantenere la promessa.
Per scrupolo, però, provo a guardare in internet se nella zona di Denver ci sono notizie su bambini seviziati o su cimiteri profanati e camere mortuarie violate. Non trovo nulla riguardante Denver. O meglio, trovo violenze varie, come in qualsiasi altro paese d’America o del mondo, ma niente che riguardi mani amputate. Non mi azzardo a intraprendere una ricerca più generica, troverei troppo materiale da controllare. Se digitassi “bambini scomparsi” mi si aprirebbero milioni di pagine web. Internet contiene migliaia di migliaia di appelli, preghiere e speranze. Oltre a centinaia di notizie agghiaccianti, che a leggerle sembrano il frutto della mente di un autore di libri horror particolarmente perverso e, in realtà, sono solo cronaca quotidiana. È difficile trovare qualche informazione utile, posto che ci sia, in questo marasma di roba. Per questo dopo qualche tentativo infruttuoso, abbandono la ricerca. Da un lato sconsolato, dall’altro rincuorato per essere finito dentro a un gioco di un imbecille dal pessimo senso dell’umorismo, ma non di un mostro assassino.
Già che ci sono, però, cambio oggetto di ricerca e per curiosità guardo anche “Irish” e “Denver”. Qui qualcosa trovo. Escludendo una pista da ballo che non credo rilasci il genere di scontrino che sta sul tavolo della mia cucina, di pub o ristoranti irish ce ne sono una dozzina circa. Non sono tanti: con un po’ di organizzazione potrei controllarli in un giorno, massimo due. Ce la potrei fare e lo farei anche, peccato che io non sappia se l'uomo risiede o meno a Denver. Senza questa informazione definire inutile il viaggio sarebbe fargli un complimento.
Mi do una manata in fronte. Ma certo! Come ho fatto a non pensarci prima? Dove ho messo il telefono? Eccolo qui.
Per la Fondazione lavorano, tra gli altri, anche alcuni investigatori privati. Si occupano di raccogliere informazioni e prove contro genitori violenti, o di proteggere le vittime che scappano di casa per fuggire da quegli stessi genitori, oppure di trovare quei padri o madri che in violazione delle norme sull'affidamento rapiscono i figli portandoli in altre città. La lista completa dei collaboratori l’ha Steve, ma alcuni nomi li conosco pure io. In particolare, conosco il nome di quello specializzato nello scovare in rete le tracce dei genitori in fuga. Ha solo diciannove anni, segni di acne sulle guance e vita sociale pari a zero, ma è il migliore in assoluto. Nessuno riesce nemmeno a stargli vicino per l’abilità che ha di trovare sempre il suo uomo o la sua donna, tranne quando deve farlo per un appuntamento galante, ovvio. Lì le sue capacità sono pari a zero. Era tra gli invitati alla cena di ieri sera, anche se non l'ho visto.
“Ciao, Deshawn.”
“Salve, signor Santisky.”
“Non farmi sentire più vecchio di quello che sono. Come ci eravamo messi d’accordo?”
“Ok… Al...”
“Scusa se te lo chiedo, ma ieri sera non c’eri alla festa, vero?”
“Beh...” Mi sembra quasi di vederlo arrossire al telefono, cercando una qualche scusa per giustificare la sua assenza, diversa dall'ammettere di aver paura delle serate mondane. “Avevo un altro impegno.” dice alla fine.
Non è una gran menzogna, ma faccio finta di credergli.
“Capisco...”
“Non mi hai chiamato per chiedermi di ieri sera, vero?” Si sentirà anche inadeguato, ma non è stupido.
“No, hai ragione. Mi serve un'informazione non facilmente reperibile.”
“Dimmi che succede.”
“Riesci a entrare nelle banche dati delle compagnie aeree?”
“Se i loro aerei volano in Nord America io ci entro. Devo togliere la prenotazione a qualcuno per metterci te?”
“Sei gentile, ma non si tratta di questo. Voglio sapere tutti i viaggi fatti da gente di nome Alvin Santisky.”
“In che periodo?”
“Diciamo nell'ultimo mese. E mi servirebbe saperlo prima di adesso.”
Deshawn si prende qualche istante per rispondere.
“Ti richiamo tra mezz'ora.”
Aspettando la chiamata inizio a camminare avanti e indietro per il salotto, facendo innumerevoli ricostruzioni. Scenari impossibili. L'unica certezza è il mio nervosismo e il tempo che sembra non passare mai. Se Deshawn non trova niente, le mie possibilità di trovare il tipo sono uguali alla quantità grassi saturi nella mia dieta: zero su zero.
Nonostante ciò, ormai ho il sospetto che, Deshawn o non Deshawn, domani prenderò comunque l’aereo per Denver e rivolterò come un calzino tutti i locali Irish della città, area metropolitana compresa. Non avrò nessuna possibilità di trovare il tipo, questo è certo, ma non posso non provarci e lasciar correre. Non posso proprio.
Allo scoccare del trentesimo minuto, provo l'irresistibile tentazione di richiamare il genio dei computer, ma riesco a trattenermi, mandando al diavolo Harold e la mia dieta. Mi verso tre dita buone di Jack Daniel's e le bevo in un sorso unico. Il telefono continua a non squillare. Inclino di nuovo la bottiglia e verso, ma questa volta non bevo. Lo squillo arriva, quando le mie labbra stanno per sfiorare il bordo del bicchiere. Lo rimetto giù bruscamente e afferro il telefono.
“Ciao, Deshawn. Stupiscimi.”
“Quanti viaggi in aereo hai fatto questo mese?”
Mi aspettavo la domanda e, quindi, rispondo senza esitazione.
“Otto.”
“Sbagliato. Dieci.”
Touchdown, Deshawn. Alvin Santisky esulta portando le braccia al cielo.
“Con l'età sto proprio diventando vecchio. Il nove e il dieci non riesco a ricordarmeli. Facciamo così io ti dico i viaggi di cui mi ricordo e tu riempi le lacune.”
“Andata.”
Gli dico i miei otto.
“Ti mancano Denver-Pittsburgh di martedì scorso e Pittsburgh-Denver di giovedì. E detto tra noi, mi piacerebbe sapere come riesci a partire da Denver lo stesso momento in cui atterri a San Diego. Non è da tutti.”
L'amico era di Denver, dopo tutto. Le possibilità aumentano: adesso sono a livello dell’alcol presente nella mia dieta, tendenti allo zero, ma non zero.
“Ti dirò. Ci vuole un discreto allenamento. Comunque grazie. Quanto ti devo per questa informazione?”
“Nulla. Le ricerche rientrano nel contratto con la tua Fondazione.”
“No, no. Questa è per una questione personale, non rientra nell'attività della Fondazione.”
“Allora diciamo che lo faccio perchè hai rotto il naso a mio padre, quando hai aiutato me e mia madre a scappare di casa.”
“Quello è stato un piacere.”
“Anche darti una mano lo è. 'Notte, Al.”
“'Notte, Deshawn, e grazie.”
Chiusa la comunicazione, rifletto sugli ultimi sviluppi e su come devo comportarmi.
Se fossi una persona di buon senso, avrei dovuto dire subito che questa valigia non è mia. Poco ma sicuro, e ancora più sicuro è il fatto che adesso dovrei chiamare l’FBI o la polizia o chiunque abbia un distintivo e consegnargli questa maledetta samsonite. Eppure di prendere il telefono non ne ho nessuna voglia. Continuo a guardare quegli ossicini. Perché io? Perché un maniaco usa proprio il mio nome? Che collegamento ci può essere? Una voce dentro di me mi ripete di sollevare il telefono di chiamare le forze dell’ordine e consegnare tutto a chi può scoprire tutti quegli indizi che sono la gioia dei telefilm: capelli, ciglia pezzi di pelle, saliva e qualsiasi altra roba da cui tirare fuori il DNA. Sicuramente poi ci saranno una tonnellata di impronte digitali, che non posso certo aver cancellato totalmente. Ma so che non chiamerò. Ho già deciso di volare a Denver e trovarmelo da me, il tipo. Tuttavia, per quanto impulsivo e stupido, non voglio che, chiunque sia il mio obbiettivo, possa cavarsela per la mia incapacità. Chiunque faccia una roba del genere, merita di essere sottoposto a indagini, possibilmente molto invasive, a un processo e magari a una bella visita in una casa di cura. Quindi, per conciliare il mio carattere – nonostante tutto è una questione personale questa – e il mio buon senso – ne ho poco, ma ce l’ho- mi do un limite per le indagini: due giorni. Se non lo trovo entro questo termine, chiamo la polizia e gli racconto tutto. Parola, farò proprio così. Se invece lo trovo… ecco, a quello non ho ancora pensato…
Improvviserò.
Chiarito il punto, mi organizzo per non rovinare ulteriormente gli indizi a disposizione delle forze dell’ordine. Vado in cucina a prendere un paio di guanti di gomma. So dove la mia governante li mette, quando finisce le pulizie. Ne recupero un paio di quelli monouso, quindi riprendo tutti i vestiti e li rimetto dentro alla valigia. Fatto questo, infilo la valigia dentro un sacchetto dell’immondizia che sigillo con del nastro adesivo. Lascio fuori solo il casco, lo scontrino e le ossa. Il primo lo metto in un sacchettino della spesa trasparente, il secondo in un porta biglietti da visita che trovo cercando nei cassetti di un cassettone all'ingresso, e poi dentro al mio portafoglio. Mi accompagnerà nel viaggio a Denver. Le ossa, invece, continuo a fissarle domandandomi come si possa fare una roba del genere. Alla fine infilo anche queste in un sacchetto per la congelazione dei cibi.
A questo punto prenoto l'aereo e prenoto l'albergo. Richiamo Daniel e gli comunico della mia latitanza dagli studi.
“Non la prenderanno molto bene alla tomba del libero pensiero.” Così il mio cameraman chiama la tv per cui lavora quando è di buon umore.
“Beh, non credo ci saranno troppi problemi. Il nostro caro direttore mi deve ancora un enorme favore per non aver spifferato alla sua dolce mogliettina di quella rossa che gli ho presentato a una festa e con cui si è rinchiuso in bagno per una mezz’ora buona. Quindi, non credo se la prenderà troppo. Oltretutto, in 'sto periodo di notizie da commentare non ce ne sono. Posso pure andarmene tranquillo per un paio di giorni. E in ogni caso non me ne frega niente. Ci vediamo al mio ritorno, allora.”
“Appoggio qualsiasi forma di ribellione. Divertiti.”
“Lo spero.” E chiudo la comunicazione.
Due ore dopo sto andando all'aeroporto. Il mio volo parte all'alba. Non mi sono nemmeno preparato il bagaglio. Non vorrei perderlo un’altra volta. Se avrò bisogno, comprerò lì in Colorado.
Lo apro e mi maledico per non aver detto subito che la borsa non era mia.
All’interno del sacchettino non c’è droga, come avevo immaginato in un primo momento. No, niente droga. È qualcosa di molto peggio. Lascio di nuovo cadere a terra il casco, di cui adesso non mi interessa più nulla. Non è uno scherzo e se lo è ne ho visti pochi di gusto peggiore. Mi sa che, invece, è una bella minaccia al primo finanziatore della Fondazione Alvin Santisky.
La salivazione mi va a zero, mentre guardo il sacchettino e il suo contenuto.
Lavorando per la Fondazione non mi è difficile capire di cosa si tratti. Non si immagina nemmeno cosa ti può capitare di vedere occupandosi delle violenze sui minori. È inconcepibile cosa certe persone riescano a fare. Depravazioni e violenze inimmaginabili. Tanto per dirne una, Steve mi ha passato radiografie di bambini che avevano subito maltrattamenti in famiglia. Non da parte di mostri anonimi acquattati nell’ombra. No da parte di famigliari, genitori, parenti o amici, con il benestare dei genitori. In alcuni casi, le ossa sane si potevano indicare con numeri inferiori alle due cifre. Tutte le altre presentavano le caratteristiche tracce di saldature dove erano state rotte. E questo è il meno.
Ho visto anche le foto scattate dalla polizia scientifica nei luoghi di ritrovamento dei corpi senza vita di bambini ben più piccoli di Kevin. Si vedevano volti tumefatti, ematomi diffusi. Nei casi più rari in cui l’autore del delitto era stato un maniaco omicida operante fuori dall’ambito familiare, i segni delle violenze erano ben peggiori. Ustioni da acidi, orecchie strappate a morsi, bulbi oculari bucati, scuoiamenti. Per tacere delle condizioni dei genitali e dell’ano dei bambini. In particolare, in questa galleria degli orrori, sono piuttosto comuni le amputazioni degli arti. Quelle davanti a me erano ossa delle mani di un bambino non più grande di undici anni, accuratamente spolpate e ripulite.
Riprendo fiato.
Ricapitoliamo. Qualcuno ha preso una valigia e l’ha abbandonata in un aeroporto, dopo averci messo sopra il mio nome, il mio indirizzo, un casco che mi provoca pessimi ricordi e ci ha infilato dentro anche delle ossa di bambino, sapendo benissimo del mio impegno contro la violenza sui minori. È evidente che ha organizzato il tutto è un malato. Ce ne sono fin troppi in questo mondo. Ma malato o non malato, nessuno può permettersi di fare una cosa del genere. Se fino a trenta secondi fa stavo per alzare le mani e fregarmene di tutta quella storia, catalogandola come uno scherzo idiota, adesso non è più così. È diventato qualcosa di personale. Il casco e le ossa sono qualcosa di personale. Forse un messaggio. Non so esattamente quale, ma di certo qualcuno ce l'ha con me e io ho tutta l'intenzione di scoprire chi è, cosa vuole da me e, soprattutto, voglio farlo in fretta.
Mi monta una rabbia che prendo a calci il casco a terra, mandandolo a colpire il vetro della finestra della cucina. Non ci faccio manco caso. Anzi, se avessi per le mani chi mi ha fatto trovare quella valigia, sfonderei quel vetro con la sua testa facendolo volare di sotto.
La mie uniche tracce sono lo scontrino, per quel che vale e le ossa. E anche queste sono una strada piuttosto chiusa. Purtroppo, non è difficile trovare ossa del genere. In rete ci si può procurare ben di peggio e di gente che scava nei cimiteri ce n’è un’infinità, molta più di quanto si possa immaginare. Senza contare che basta passare nella camera mortuaria di un ospedale per raccattarne un po’. Per tacere dell’ipotesi più sconvolgente e schifosa: l’omicidio di un bambino. Ma questo per ora preferisco escluderlo. Non ammazzi uno e ne metti le ossa in una valigia con il nome di una persona famosa sopra. Chi prova piacere nel seviziare e uccidere i bambini non cerca pubblicità. Ma se lo trovassi e scoprissi che il tipo è un ammazza bambini, beh, non so se lo consegnerei alla polizia. Ho forti dubbi. Dopo quello che Steve ed io abbiamo passato, ho promesso a Steve tanti anni fa che non l’avrei fatta passare liscia a nessuno di quegli animali che ammazzano i bambini, se me ne fossi trovato uno davanti. E ho tutta l’intenzione di mantenere la promessa.
Per scrupolo, però, provo a guardare in internet se nella zona di Denver ci sono notizie su bambini seviziati o su cimiteri profanati e camere mortuarie violate. Non trovo nulla riguardante Denver. O meglio, trovo violenze varie, come in qualsiasi altro paese d’America o del mondo, ma niente che riguardi mani amputate. Non mi azzardo a intraprendere una ricerca più generica, troverei troppo materiale da controllare. Se digitassi “bambini scomparsi” mi si aprirebbero milioni di pagine web. Internet contiene migliaia di migliaia di appelli, preghiere e speranze. Oltre a centinaia di notizie agghiaccianti, che a leggerle sembrano il frutto della mente di un autore di libri horror particolarmente perverso e, in realtà, sono solo cronaca quotidiana. È difficile trovare qualche informazione utile, posto che ci sia, in questo marasma di roba. Per questo dopo qualche tentativo infruttuoso, abbandono la ricerca. Da un lato sconsolato, dall’altro rincuorato per essere finito dentro a un gioco di un imbecille dal pessimo senso dell’umorismo, ma non di un mostro assassino.
Già che ci sono, però, cambio oggetto di ricerca e per curiosità guardo anche “Irish” e “Denver”. Qui qualcosa trovo. Escludendo una pista da ballo che non credo rilasci il genere di scontrino che sta sul tavolo della mia cucina, di pub o ristoranti irish ce ne sono una dozzina circa. Non sono tanti: con un po’ di organizzazione potrei controllarli in un giorno, massimo due. Ce la potrei fare e lo farei anche, peccato che io non sappia se l'uomo risiede o meno a Denver. Senza questa informazione definire inutile il viaggio sarebbe fargli un complimento.
Mi do una manata in fronte. Ma certo! Come ho fatto a non pensarci prima? Dove ho messo il telefono? Eccolo qui.
Per la Fondazione lavorano, tra gli altri, anche alcuni investigatori privati. Si occupano di raccogliere informazioni e prove contro genitori violenti, o di proteggere le vittime che scappano di casa per fuggire da quegli stessi genitori, oppure di trovare quei padri o madri che in violazione delle norme sull'affidamento rapiscono i figli portandoli in altre città. La lista completa dei collaboratori l’ha Steve, ma alcuni nomi li conosco pure io. In particolare, conosco il nome di quello specializzato nello scovare in rete le tracce dei genitori in fuga. Ha solo diciannove anni, segni di acne sulle guance e vita sociale pari a zero, ma è il migliore in assoluto. Nessuno riesce nemmeno a stargli vicino per l’abilità che ha di trovare sempre il suo uomo o la sua donna, tranne quando deve farlo per un appuntamento galante, ovvio. Lì le sue capacità sono pari a zero. Era tra gli invitati alla cena di ieri sera, anche se non l'ho visto.
“Ciao, Deshawn.”
“Salve, signor Santisky.”
“Non farmi sentire più vecchio di quello che sono. Come ci eravamo messi d’accordo?”
“Ok… Al...”
“Scusa se te lo chiedo, ma ieri sera non c’eri alla festa, vero?”
“Beh...” Mi sembra quasi di vederlo arrossire al telefono, cercando una qualche scusa per giustificare la sua assenza, diversa dall'ammettere di aver paura delle serate mondane. “Avevo un altro impegno.” dice alla fine.
Non è una gran menzogna, ma faccio finta di credergli.
“Capisco...”
“Non mi hai chiamato per chiedermi di ieri sera, vero?” Si sentirà anche inadeguato, ma non è stupido.
“No, hai ragione. Mi serve un'informazione non facilmente reperibile.”
“Dimmi che succede.”
“Riesci a entrare nelle banche dati delle compagnie aeree?”
“Se i loro aerei volano in Nord America io ci entro. Devo togliere la prenotazione a qualcuno per metterci te?”
“Sei gentile, ma non si tratta di questo. Voglio sapere tutti i viaggi fatti da gente di nome Alvin Santisky.”
“In che periodo?”
“Diciamo nell'ultimo mese. E mi servirebbe saperlo prima di adesso.”
Deshawn si prende qualche istante per rispondere.
“Ti richiamo tra mezz'ora.”
Aspettando la chiamata inizio a camminare avanti e indietro per il salotto, facendo innumerevoli ricostruzioni. Scenari impossibili. L'unica certezza è il mio nervosismo e il tempo che sembra non passare mai. Se Deshawn non trova niente, le mie possibilità di trovare il tipo sono uguali alla quantità grassi saturi nella mia dieta: zero su zero.
Nonostante ciò, ormai ho il sospetto che, Deshawn o non Deshawn, domani prenderò comunque l’aereo per Denver e rivolterò come un calzino tutti i locali Irish della città, area metropolitana compresa. Non avrò nessuna possibilità di trovare il tipo, questo è certo, ma non posso non provarci e lasciar correre. Non posso proprio.
Allo scoccare del trentesimo minuto, provo l'irresistibile tentazione di richiamare il genio dei computer, ma riesco a trattenermi, mandando al diavolo Harold e la mia dieta. Mi verso tre dita buone di Jack Daniel's e le bevo in un sorso unico. Il telefono continua a non squillare. Inclino di nuovo la bottiglia e verso, ma questa volta non bevo. Lo squillo arriva, quando le mie labbra stanno per sfiorare il bordo del bicchiere. Lo rimetto giù bruscamente e afferro il telefono.
“Ciao, Deshawn. Stupiscimi.”
“Quanti viaggi in aereo hai fatto questo mese?”
Mi aspettavo la domanda e, quindi, rispondo senza esitazione.
“Otto.”
“Sbagliato. Dieci.”
Touchdown, Deshawn. Alvin Santisky esulta portando le braccia al cielo.
“Con l'età sto proprio diventando vecchio. Il nove e il dieci non riesco a ricordarmeli. Facciamo così io ti dico i viaggi di cui mi ricordo e tu riempi le lacune.”
“Andata.”
Gli dico i miei otto.
“Ti mancano Denver-Pittsburgh di martedì scorso e Pittsburgh-Denver di giovedì. E detto tra noi, mi piacerebbe sapere come riesci a partire da Denver lo stesso momento in cui atterri a San Diego. Non è da tutti.”
L'amico era di Denver, dopo tutto. Le possibilità aumentano: adesso sono a livello dell’alcol presente nella mia dieta, tendenti allo zero, ma non zero.
“Ti dirò. Ci vuole un discreto allenamento. Comunque grazie. Quanto ti devo per questa informazione?”
“Nulla. Le ricerche rientrano nel contratto con la tua Fondazione.”
“No, no. Questa è per una questione personale, non rientra nell'attività della Fondazione.”
“Allora diciamo che lo faccio perchè hai rotto il naso a mio padre, quando hai aiutato me e mia madre a scappare di casa.”
“Quello è stato un piacere.”
“Anche darti una mano lo è. 'Notte, Al.”
“'Notte, Deshawn, e grazie.”
Chiusa la comunicazione, rifletto sugli ultimi sviluppi e su come devo comportarmi.
Se fossi una persona di buon senso, avrei dovuto dire subito che questa valigia non è mia. Poco ma sicuro, e ancora più sicuro è il fatto che adesso dovrei chiamare l’FBI o la polizia o chiunque abbia un distintivo e consegnargli questa maledetta samsonite. Eppure di prendere il telefono non ne ho nessuna voglia. Continuo a guardare quegli ossicini. Perché io? Perché un maniaco usa proprio il mio nome? Che collegamento ci può essere? Una voce dentro di me mi ripete di sollevare il telefono di chiamare le forze dell’ordine e consegnare tutto a chi può scoprire tutti quegli indizi che sono la gioia dei telefilm: capelli, ciglia pezzi di pelle, saliva e qualsiasi altra roba da cui tirare fuori il DNA. Sicuramente poi ci saranno una tonnellata di impronte digitali, che non posso certo aver cancellato totalmente. Ma so che non chiamerò. Ho già deciso di volare a Denver e trovarmelo da me, il tipo. Tuttavia, per quanto impulsivo e stupido, non voglio che, chiunque sia il mio obbiettivo, possa cavarsela per la mia incapacità. Chiunque faccia una roba del genere, merita di essere sottoposto a indagini, possibilmente molto invasive, a un processo e magari a una bella visita in una casa di cura. Quindi, per conciliare il mio carattere – nonostante tutto è una questione personale questa – e il mio buon senso – ne ho poco, ma ce l’ho- mi do un limite per le indagini: due giorni. Se non lo trovo entro questo termine, chiamo la polizia e gli racconto tutto. Parola, farò proprio così. Se invece lo trovo… ecco, a quello non ho ancora pensato…
Improvviserò.
Chiarito il punto, mi organizzo per non rovinare ulteriormente gli indizi a disposizione delle forze dell’ordine. Vado in cucina a prendere un paio di guanti di gomma. So dove la mia governante li mette, quando finisce le pulizie. Ne recupero un paio di quelli monouso, quindi riprendo tutti i vestiti e li rimetto dentro alla valigia. Fatto questo, infilo la valigia dentro un sacchetto dell’immondizia che sigillo con del nastro adesivo. Lascio fuori solo il casco, lo scontrino e le ossa. Il primo lo metto in un sacchettino della spesa trasparente, il secondo in un porta biglietti da visita che trovo cercando nei cassetti di un cassettone all'ingresso, e poi dentro al mio portafoglio. Mi accompagnerà nel viaggio a Denver. Le ossa, invece, continuo a fissarle domandandomi come si possa fare una roba del genere. Alla fine infilo anche queste in un sacchetto per la congelazione dei cibi.
A questo punto prenoto l'aereo e prenoto l'albergo. Richiamo Daniel e gli comunico della mia latitanza dagli studi.
“Non la prenderanno molto bene alla tomba del libero pensiero.” Così il mio cameraman chiama la tv per cui lavora quando è di buon umore.
“Beh, non credo ci saranno troppi problemi. Il nostro caro direttore mi deve ancora un enorme favore per non aver spifferato alla sua dolce mogliettina di quella rossa che gli ho presentato a una festa e con cui si è rinchiuso in bagno per una mezz’ora buona. Quindi, non credo se la prenderà troppo. Oltretutto, in 'sto periodo di notizie da commentare non ce ne sono. Posso pure andarmene tranquillo per un paio di giorni. E in ogni caso non me ne frega niente. Ci vediamo al mio ritorno, allora.”
“Appoggio qualsiasi forma di ribellione. Divertiti.”
“Lo spero.” E chiudo la comunicazione.
Due ore dopo sto andando all'aeroporto. Il mio volo parte all'alba. Non mi sono nemmeno preparato il bagaglio. Non vorrei perderlo un’altra volta. Se avrò bisogno, comprerò lì in Colorado.
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hell_en
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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (tutto)
beh? nessuno legge e commenta?
con tutta la fatica che ho fatto a leggerlo prima che venisse pubblicato...
(nel senso che io me lo sono cuccato a tarda sera, quando volevo solo svenire e dormire, e solo perchè voi poteste goderne....)
con tutta la fatica che ho fatto a leggerlo prima che venisse pubblicato...
(nel senso che io me lo sono cuccato a tarda sera, quando volevo solo svenire e dormire, e solo perchè voi poteste goderne....)
Last edited by hell_en on 28/05/2010, 16:33, edited 1 time in total.

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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (tutto)
io l'ho lettohell_en wrote: beh? nessuno legge e commenta?
con tutta la fatica che ho fatto a leggerlo prima che venisse pubblicato...
(nel senso che io me lo sono cuccato a tarda sera, quando volevo solo svenire e dormire, e solo perchè voi poteste goderne....)
interessante la scelta di Denver, e soprattutto far risultare il personaggio abbastanza odiato dai Broncos :lol2:
il nerd poteva essere reso diversamente, magari fargli dire una qualche battuta alla Sheldon
bravo Alvi, e brava la correttrice di bozze
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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chinasky
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Re: Alvin Santisky - capitolo 7 (tutto)
Lo leggerò domani. Fresco, riposato e con una birretta in mano. :gazza:hell_en wrote: beh? nessuno legge e commenta?
con tutta la fatica che ho fatto a leggerlo prima che venisse pubblicato...
(nel senso che io me lo sono cuccato a tarda sera, quando volevo solo svenire e dormire, e solo perchè voi poteste goderne....)