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Alvise
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (tutto)

Post by Alvise »

Angyair wrote: O l'avevo capito io da solo o comunque mi sembra che l'avevi già detto che la fondazione era sua (mi sembra durante la telefonata di Steve).

no, no pirla io, :lol2: Dopo aver aggiunto il dialogo con Steve, mi son dimenticato di togliere quella frase. provvedo subito, come ho provveduto a eliminare la ripetizione nella frase indicata da China.
Appena arrivo a metà (più o meno dove c'è il capitolo su cui pol dovrebbe darmi indicazioni) mi fermo a rileggere e riordinare. di contraddizioni ce ne dovrebbero essere non poche essendo a puntate. me ne scuso. 
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azazel
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (tutto)

Post by azazel »

Comunicazione di servizio: mi sono finalmente messo al pari (con questo, non con l' altro....) quindi si può procedere con il capitolo 6, grazie.
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (tutto)

Post by Luca79 »

Alvise, dai che vai in stampa http://www.gruppoalbatros.it/
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Re: Alvin Santisky - capitolo 5 (tutto)

Post by Alvise »

lo posto adesso che così nessuno lo legge e soprattutto frego aza.  :lol2:

Capitolo 6






L'uomo si alza senza bisogno di alcuna sveglia. La giornata è tutta programmata da settimane. Ogni sua singola azione da lì a due giorni è stata prevista e analizzata  in ogni suo possibile sviluppo. Questa volta la porta avrà il suo ricordino. Non ha alcun dubbio. Mentre scende le scale che lo portano al pian terreno l'uomo sente che il fremito che precede i suoi viaggi accrescersi istante dopo istante. Avrebbe voglia di mettersi subito in auto e lanciarsi sulla Interstate 70 fino alla sua meta.
Prima però deve pulire la cucina. Le regole della casa hanno sempre la precedenza e sono rigidamente codificate. Ogni stanza ha la sua specifica e precisa trafila da seguire. In cucina si inizia spolverando i vasi sopra i pensili, quindi i pensili stessi. Terminato il lavoro in alto, si passa al ripiano della cucina e ai vari mobili. Quindi, si aspira e si lava il pavimento. L'ordine dei lavori non muta mai.
Una volta terminato, l'uomo controlla l'orologio. Sono le nove e un quarto. Si compiace con sé stesso. È in perfetta tabella di marcia. A questo punto va a farsi una doccia. Quindi, indossa un paio di blue jeans, una T-shirt verde militare e una camicia rossa di flanella a quadrettoni neri; un abbigliamento, piuttosto, convenzionale. Niente che attiri l'attenzione. All'uomo non piace attirare l'attenzione.
Da una porta in cucina accede in garage, una piccola costruzione in legno costruita in aderenza alla casa. Qui l'aspetta la sua Toyota Camry LE del 2002, di colore grigio metallizzato. È una macchina comune e, piuttosto, anonima. In particolare quel modello, della quinta serie della Camry, è stato il più venduto negli Stati Uniti nel periodo 2001-2006. Non ce l'hanno tutti, ma molti sì. Soprattutto nelle grandi città. Ed è lì che ha intenzione di andare l'uomo.
Come in cucina, poco prima, l'attività nel garage si svolge in maniera puntigliosa, seguendo un ordine ben preciso, maniacale. Innanzitutto, dopo aver verificato per l'ennesima volta i suoi appunti, l'uomo si siede in terra davanti alla sua auto e, grazie a un avvitatore a batterie, stacca la targa in pochi istanti e la sostituisce con un'altra del Missouri, preparata in precedenza. Il numero stampigliato sulla nuova targa coincide con quello di un'altra Toyota Camry LE del 2002 di colore grigio metallizzato. La targa è una perfetta riproduzione dell’originale. Così nello spiacevole caso in cui dei testimoni oculari vedessero la sua auto nei pressi della casa del suo obbiettivo, le indagini finirebbero in un vicolo chiuso. Dopo aver reso per qualche giorno la vita di un certo Timothy Sterling, l'intestatario della targa, un vero inferno. L'accusa di rapimento di minore non è molto apprezzata dalle autorità, ma soprattutto porta a un vero e proprio linciaggio mediatico. A quel pensiero l'uomo ebbe quasi la tentazione di farsi vedere da qualcuno. Tanto per vedere cosa sarebbe successo.
“Non fare l'idiota.” la porta lo richiamò subito all'ordine. “Non si corrono rischi inutili.”
L'uomo fa un moto di assenso al nulla presente nel suo garage e passa a lavorare sulla targa posteriore.
Finito di montarla controlla il portabagagli. La borsa con i vestiti da lavoro, quelli di ricambio e la videocamera c'è. La borsa con qualche attrezzo sempre utile all'occorrenza pure. Ottimo. Infila nella prima sacca i fogli che contengono le informazioni raccolte nelle ultime settimane su suoi possibili bersagli. Richiude il bagagliaio, apre il garage e va a sedersi al volante. Accende il motore ed esce nel vialetto. Quindi torna in casa e controlla di aver chiuso tutte le porte e le finestre, una per una. Inserisce l'allarme e torna in macchina.
Prima di prendere l'intestate 70 si ferma a una stazione di servizio dove riempie il serbatoio fino all'orlo. Mentre il contatore della pompa sta contando i galloni, l'uomo si volta verso est e pensa a quanto l'aspetta. È la parte peggiore della sua missione.
Il viaggio è molto lungo e noioso. Oltre seicentotredici miglia. Gli basterebbe una sola sosta per la benzina per coprire le seicentotredici miglia di strada che lo separano dalla sua meta. Ma a un certo punto deve accostare per sgranchirsi le gambe e smettere di tenere lo sguardo su quella lingua di strada grigia eternamente uguale a se stessa che è l'Interstate 70. La prima sosta è prevista dopo oltre duecento cinquanta miglia a Oakley. Lì mangerà anche un boccone. Poi si fermerà una seconda volta a Salina. Non gli va proprio di sorbirsi seicento e passa miglia in sole due tappe. Infine, finalmente Kansas City. Se tutto va bene dovrebbe essere di ritorno mercoledì. E di solito va sempre bene.
L'interstate 70 è una striscia dritta di asfalto senza guardrail persa in un altipiano pianeggiante di cui non si vede mai la fine Passa tra campi e campi di dimensioni impossibili. Tutto coltivato, tutto arato, tutto appiattito a livello dell'orizzonte. A distrarre l'occhio una volta ogni dieci miglia ci pensa una casa con la stalla e i silos per il grano. Anche dove il terreno non è liscio come una lastra di metallo lucidata, le ondulazioni del terreno non possono certo assurgere al nome di colline. Al massimo quel territorio potrebbe definirsi pianura con l'acne. Nessuna città o paese  si trova lungo la strada, bisogna sempre prendere un'uscita e dietro a qualche albero, gli unici alberi del Kansas, che crescono vicino all'Interstate trovi quattro case disperse nel nulla. I paesi sono piccoli reticolati di strade con case basse, rare quelle a due piani in legno. Tutte hanno il loro praticello il loro albero con l'altalena e un ammasso di noia grande così. I negozi sono piccoli cubi di cemento a un piano lungo la via principale.
Insomma, non c'è nulla di interessante da vedere. E anche i veicoli che si incontrano sono pochi se non rari. Quella strada non è altro che un unico rettilineo senza vita. A essere precisi, durante il percorso ci sono anche delle curve, ma a percorrerle non te ne rendi conto data l'ampiezza del loro raggio. Rimanere svegli e concentrati è un'impresa titanica. Nulla che ti stimoli. Tutto così sempre uguale. Una noia mortale. Oltretutto l'uomo non accende nemmeno la radio. Non l'accende mai. Disapprova la musica in auto. L'uomo non supera mai i limiti di velocità. E così il viaggio diventa ancora più lungo in quegli eterni rettilinei che invitano ad andare a tavoletta. In teoria sa a memoria tutti i punti della statale dove si posizionano i poliziotti per fare i controlli e pizzicare i trasgressori. Non avrebbe difficoltà a correre sugli altri tratti e dimezzare i tempi del suo viaggio. Ma non lo fa. Lui rispetta la legge.    
All'intersezione della Interstate 70 con la U.S. 40 Eagle Eye, L'uomo mette la freccia ed esce. Cento metri dopo rimette la freccia a sinistra ed entra nella stazione di servizio della Shell. Fa benzina e si rimette in macchina, dirigendosi verso il centro di Oakley. Il punto più alto della zona non è il campanile del municipio o di una delle chiese delle più varie confessioni presenti, ma i silos del grano che dominano la via di accesso al paese.
Gira a destra ed entra in Freeman avenue, e si ferma a un Pizza Hut, un piccolo edificio con il caratteristico tetto rosso costruito su uno spiazzo di asfalto e terra battuta. L'uomo ordina a un ragazzo brufoloso con i denti storti, una pizza al salamino piccante da portare via e una coca. Una volta servito rimonta in macchina e si dirige verso il centro di Oakley. Supera i binari della ferrovia e prosegue sulla strada fino a immettersi nella Center Avenue la strada principale di questo paese di poco più di duemila abitanti. Qui si trovano la maggior parte dei negozi e anche le scuole, dalle elementari alla senior High School. L'uomo guarda l'orologio. Non è nemmeno mezzogiorno. Ma lui ha fame e, quindi, non se ne preoccupa. Oltretutto dato l'orario in giro non c'è nessuno. I ragazzi sono a scuola ad attendere con trepidazione il suono della campanella per la pausa pranzo. I genitori a lavorare o a preparare il pranzo a casa. L'uomo parcheggia proprio accanto alla Oakley High School e si dirige, a piedi, al campo da football dei Plaismen che sorge proprio dietro la scuola. Passando accanto all'edificio rosso, vede dietro alle veneziane le teste degli studenti. Adesso non c'è proprio nessuno in giro. Ottimo. Per quanto ci sia il sole la temperatura in effetti è, piuttosto, bassa. Il campo ha una tribuna in pietra da un lato e una tribuna in ferro sull'altro. Ed è proprio su queste che si dirige l'uomo con il cartone della sua pizza.
Arrivato a metà pizza si ferma a sorseggiare la coca cola. Il sole è alto, ma proprio non gli va di scaldare. L'uomo mette giù anche la lattina e infila le mani in tasca, lasciando vagare lo sguardo sulla linea dell'orizzonte con il pensiero rivolto alla sua destinazione e allo scopo del suo viaggio. Questa volta non deluderà la porta.
“Ciao.”
L'uomo si volta di scatto nella direzione da cui è arrivato il saluto. Si trova davanti un bambino con i capelli biondi tagliati a spazzola. Indossa un paio di blue jeans, una maglietta arancione con sopra una scimmietta e un paio di nike air con i lacci slegati.
Avrà cinque anni, è troppo piccolo per andare a scuola, ma anche troppo piccolo per andarsene in giro da solo. L'uomo si guarda intorno. Non vede nessuno nei pressi. Che il bambino sia veramente da solo?
“E tu che ci fai qui?” chiede con tono gentile, l'uomo riprendendo in mano la lattina da cui sorseggia un po' della sua coca.
“La mia nonna non stava bene. Così sono venuto qui con il mio papà. Sai lui si occupa del campo di football.”
“Davvero?”
Il bambino annuisce orgoglioso. Avrà tempo per capire che avere per padre un custode non è sto grande onore. L'uomo è sul punto di spiegarglielo, ma poi si blocca. I futuri compagni di classe del bambino saranno molto più bravi di lui nel farlo.
“E dove si trova adesso il tuo papà? Io non lo vedo.”
Il bambino si gira. Alza il braccino dove si vedono ancora le pieghette di grasso vicino all'articolazione del gomito e con il ditino piccolo e grassoccio indica le tribune in pietra.
“È negli spogliatoi.”
“E come mai tu non sei con lui?”
il bambino scuote la testa.
“Non potevo.”
“Non potevi?” chiede incuriosito l'uomo.
Il bambino adesso annuisce con tutto il corpo.
“Papà è dovuto andare lì con la maestra di inglese. Deve mostrargli qualcosa.”
“E tu non potevi andare con loro.”
“No. Papà ha detto che mi sarei divertito di più qui al campo.”
E probabilmente tuo padre si sta divertendo di più negli spogliatoi giocando al dottore con la maestra, pensa l'uomo.
“E non ha paura che possa succederti qualcosa?”
Il bambino aggrotta la fronte come a dire: ehi io sono grande so badare a me stesso.
“Ehi non ti arrabbiare.”
“Non c'è nessuno in giro a parte te.”
L'uomo non riesce a trattenere un sorriso. Il bambino lo prende per un gesto di simpatia nei propri confronti. Non lo è.
“E tua madre?”
“Lavora da quello che vende trattori sulla strada per arrivare qui.”
L'uomo se lo ricorda il posto. Si trova dal lato opposto della strada rispetto al distributore dove ha fatto benzina.
“Come ti chiami?” chiede il bambino.
“Steve.” mente l'uomo come al suo solito.
“Io Jonathan Ritchie.”
Mentre parla, la mano dell'uomo inizia a giocare con lo scontrino di pizza hut, trasformando il pezzo di carta in una piccola rana.
“Che bellaaaaaaaaaaaaa.” grida il bambino che non ha perso di vista i gesti dell'uomo.
“Ti piace?”
“Sì, sì.” risponde d'un fiato il bambino.
“Se mi accompagni alla macchina te ne do uno più grande e bella.”
“Davvero?”
L'uomo fa un gesto di assenso.
“Finisco la pizza e andiamo.”
Il volto del ragazzo si apre in un largo sorriso e per la gioia si mette a correre sue giù dalle tribune.
Anche l'uomo piega le labbra all'insù, guardandosi attorno e notando che sono ancora soli. Non si dovrebbe permettere al proprio figlio di andarsene a zonzo in quella maniera. Il mondo è pieno di malintenzionati. In due bocconi termina il suo pranzo.
“Non vuoi andare ad avvertire tuo padre?”
“Oh no. Non gli piace essere disturbato. Si è persino chiuso dentro.”
“Eh già deve essere brutto essere interrotto sul più bello.” osserva divertito l'uomo.
Il bambino scuote la testa.
“Non capisco.”
“Capirai, capirai.”
“Comunque. È lì da molto?”
“No è appena entrato.”
“Va bene. Allora andiamo.”
L'uomo cammina con calma senza fretta, mentre il bambino gli saltella attorno. L'uomo osserva il bambino. È alto poco più di un metro e ad occhio e croce pesa sui trentacinque chili. Sollevarlo sarebbe un gioco da ragazzi. In strada non c'è nessuno. Un paio di macchine passano, ma le persone alla guida non prestano ai due alcuna attenzione. Un gesto e via. Nessuno potrebbe mai rintracciarlo.
Arrivati all'auto l'uomo si dirige verso il portabagagli.
“La tengo qui dentro.”
Tira fuori di tasca le chiavi e apre. Il bambino si affaccia al bordo per vedere all'interno.
“Attento che cadi dentro. Non sai che la curiosità uccise il gatto?”
Il bambino non l'ascolta, ma si allunga ancora di più.
L'uomo lo guarda. Quindi, guarda attorno. Oakley è proprio una città tranquilla. A quell'ora sembra addirittura disabitata.
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Re: Alvin Santisky - capitolo 6 (inizio)

Post by multiple »

Alvise wrote: Dopo aver reso per qualche giorno al vita di un certo Timothy Sterling, l'intestatario della targa, un vero inferno.

[...]

Supera i binari della ferrovia e prosegue sulla strada fino a immettersi nella Center  Avenue al strada principale di questo paese di poco più di duemila abitanti.

[...]

L'uomo parcheggia proprio accanto alla Oakley High School e si dirige verso a piedi al campo da football dei Plaismen che sorge proprio dietro la scuola.
Mi sembrava di aver notato anche un'altra cosa ma non ricordo e non la ritrovo...
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Re: Alvin Santisky - capitolo 6 (inizio)

Post by hell_en »

io questo non mi ricordo proprio di averlo letto. non posso aver lasciato degli errori simili...trisciuzzi, con chi vai a letto adesso? sceglilo meglio, che non sa l'italiano. :gazza:
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Re: Alvin Santisky - capitolo 6 (inizio)

Post by multiple »

hell_en wrote: io questo non mi ricordo proprio di averlo letto. non posso aver lasciato degli errori simili...trisciuzzi, con chi vai a letto adesso? sceglilo meglio, che non sa l'italiano. :gazza:
c'e' anche qualche virgola che non mi torna un gran che, ma magari sono io che sbaglio (non sono mai stato forte in "punteggiatura")
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Re: Alvin Santisky - capitolo 6 (inizio)

Post by Alvise »

L'uomo si china.
Afferra una scatoletta di legno. La apre e ne tira fuori un origami di carta a forma di rana e uno a forma di cigno. Sono grandi e perfetti.
“Quale preferisci?”
Si vede subito che il bambino non sa decidersi.
“Va bene ho capito. Prendili tutti e due.”
Il bambino salta letteralmente sul posto.
“Aspetti. Io non te li faccio pagare, ma per averli tu devi fare una cosa per me.”
Il piccolo Jonathan manco ascolta. È troppo impegnato ad tendere le mani in direzione degli origami.
“Aspetta. Hai sentito quanto ti ho detto?”
“Sì, ma adesso me li dai?”
“Se non mi ascolti, non te li do.” L'uomo fa il gesto di rimettere il cigno e la rana nella scatola.
Jonathan inizia ad agitarsi.
“Va bene. Cosa devo fare?”
“Nasconderli a tuo padre e farli vedere solo stasera a tua madre. E se ti chiede come li hai avuti dirgli che te li ho dati io.”
“Tutto qui?”
“Tutto qui.”
“Va bene.” dice entusiasta il bambino che si pensava chissàche.   “Li nascondo nello zainetto e poi li faccio vedere alla mamma.”
“Bene.” l'uomo sorride e consegna i suoi origami al bambino. Il padre di Jonathan avrà una pessima sorpresa per cena. Sua moglie prima chiederà come mai il bambino era da solo e poi come mai il marito era in compagnia della maestra.
“Bene io vado ciao, Jonathan e comportati bene.”
Gli mette una mano sulla testa e gli dà una spazzolata.
“Sì Steve.”
L'uomo, quindi, rientra in macchina e parte. Jonathan continua a salutarlo anche quando la macchina gira l'angolo e non è più visibile. 
Intanto, la Toyota Camry si dirige verso la Interstate 70. Per arrivare a Kansas City manca ancora un sacco di strada e il suo proprietario ha perso fin troppo tempo.

Durante il resto del viaggio l'uomo riflette sulle sue prossime mosse una volta raggiunta la meta. Una cosa è certa. questa volta, al contrario di Pittsburgh dove si è limitato a cogliere al volo l'occasione, opererà secondo il solito schema affinato negli anni. Non è niente di complicato. Si basa tutto sul semplice principio secondo cui il posto più sicuro dove procurarsi un bambino è casa sua. Al contrario di quanto si possa pensare i posti pubblici dove si radunano un sacco di persone, non vanno bene. Troppi problemi e troppi rischi inutili.
Ad esempio i centri commerciali sono pieni di telecamere a causa dei taccheggiatori. E se qualche volta ti può andare bene, alla lunga vieni ripreso e da lì ad avere il tuo faccione sul telegiornale della sera ed essere catturato il passo è assai breve. I parchi giochi o le uscite delle scuole sono pure peggio. Dopo nemmeno due minuti che stai a gironzolare da solo qualche mamma si mette a scrutarti e a giocare con la macchina fotografica dei cellulari.
In questi luoghi i genitori o i bambini stanno attenti. Ma a casa loro no. Lì abbassano le difese. Sopratutto i genitori. Ed è stupido perché basta leggere le statistiche e scopri che il 90 percento degli abusi fisici, sessuali o psicologici avvengono tra le mura domestiche e negli altri casi avvengono in luoghi dove sono proprio i genitori a portare i loro figli, associazioni religiose, scuole, gruppi sportivi. Gli abusi da parte di estranei sono una percentuale statistica assolutamente irrilevante, nonostante quanto si potrebbe supporre guardando la televisione. Eppure tutti si preoccupano di quanto succede in giro e in casa i controlli sono minimi. Non si controlla lo zio pervertito, il padre manesco o la madre con la sindrome da post parto che ammazza i figli, ma quasi mai ammazza sé stessa. Non si guarda l'allenatore di baseball a cui piace giocare con le mazze dei suoi allievi,  o l'insegnate di ripetizione che si diverte a scoparsi l'allievo dodicenne, perchè incapace di avere un rapporto sentimentale maturo. No tutto questo non si vede, mai, ma si teme il fantomatico mostro nascosto dietro una siepe. Quello sì che si teme. Ehi notizia flash per tutti i genitori preoccupatevi di più della realtà e meno della fantasia.
L'uomo apprezza molto questo modo di ragionare. Va tutto a suo favore. Per quanto sia l'incarnazione di qualsiasi timore di una mamma, - la prova che anche la fantasia più terribile può diventare realtà - anche lui preferisce agire dentro le case. Perchè appunto lì è più sicuro per lui.
L'uomo ha scoperto da tempo come agire. Questo l'ha portato a entrare in motorizzazione. Un lavoro noioso con una marea di tempi morti, ma dall'inequivocabile utilità. Un accesso illimitato a tutte le banche dati d'America, senza nessuna necessità di entrare nelle forze dell'ordine. Per lui è facile accedere ai dati personali delle persone: stato civile, patrimoniale, età, indirizzi di casa e del luogo di lavoro. Tutto quello che può essere catalogato e registrato da una persona è a sua disposizione con un paio di tocchi sulla sua tastiera in ufficio. Tra una pratica e l'altra, con tutto il tempo del mondo a sua disposizione e nessuno a controllarlo – in fin dei conti era solo uno statale di second'ordine -  sceglieva una città e iniziava la sua ricerca. Per i suoi scopi cerca persone di sesso femminile divorziate da poco con un unico figlio, di massimo 13 anni. Livello economico medio basso. Tale da costringere la donna a stare fuori casa tutto il giorno per lavorare e nel contempo non permetterle l'utilizzo di babysitter. Ovviamente la donna deve risiedere in case singole, in periferia, senza altri parenti conviventi, figlio a parte.
La mamma con il figlio in casa si sente tranquilla ritenendolo al sicuro. Illusa. Nessuna telecamera e nessun allarme. Se hai i soldi per un allarme li hai anche per una babysitter. Entrare è una pura formalità. Quando non basta una spallata, ci son sempre le finestre da aprire con un semplice gancio di metallo. Una volta dentro non occorre nemmeno stare attenti a non fare rumore. Ci pensano già le vittime. L'uomo ringrazia dio per l'invenzione dei videogames. Gli facilitano il lavoro e di molto. Non tanto la wii. Troppo attiva. La vittima si muove e anche se in maniera molto limitata si accorge di quanto gli avviene attorno. Invece, con la PS3 o l'Xbox si va sul velluto. Se stanno giocando gli può arrivare fino a tre millimetri di distanza cantando a squarciagola la colonna sonora de “Lo squalo”, che loro manco se ne accorgono, intenti come sono a sterminare soldati o mostri, tenendo il volume del televisore al massimo.
È una vera delizia, per l'uomo, entrare nella stanza e mettersi a osservarli, mentre giocano senza percepire il suo arrivo, quindi, togliere la spina e godersi la sequenza di espressioni sul volto della sua vittima. Rabbia, stupore e finalmente terrore.

Alle sette di sera, l'uomo arriva a Kansas City, ai confini orientali del Kansas. Ma è la città sbagliata. Lui deve attraversare il Kansas River attraversando il viadotto Lewis & Clark, uscendo così dal Kansas ed entrare nel Missouri per entrare nella Kansas City, giusta. L'ora tarda non gli permette di entrare subito in azione. Le mamme della sua lista sono ormai rientrate a casa dal lavoro. Inoltre, è piuttosto stanco e non gli piace mettersi in azione in quelle condizioni. Rischierebbe di commettere stupidi errori di disattenzione. La cosa migliore è cercasi un motel dove andare a dormire e aspettare il mattino dopo per agire.
La scelta dell'albergo è un lavoretto semplice. Basta che sia di livello basso con un addetto del turno di notte così annoiato dal proprio lavoro da prestare ai clienti per una notte tanta attenzione quanta quella che presta al proprio aspetto. Nessuna o poco più. Criteri abbastanza facili da soddisfare. E infatti già al primo tentativo, ormai ha una certa esperienza in materia, azzecca il posto giusto. Al Rainbow Inn, un motel dai colori, improponibili, quando era sto costruito, ormai ingrigiti in un orrore desolato e sporco, trova alla reception un tipo piuttosto grasso, dai capelli unti, con gli occhi calamitati su un reality show trasmesso nel televisore che tiene a lato del bancone. In quel momento c'è una bella ragazza in costume da bagno che sguazza in una piscina di panna cercando qualcosa.
“Salve.” dice l'uomo.
L'addetto alla reception senza spostare gli occhi dallo schermo si produce in un suono gutturale in risposta.
“C'è una stanza libera per un paio di notti?” chiede l'uomo.
Altro suono gutturale.
L'uomo lo interpreta come un assenso perché il tipo gli mette sul bancone il registro da compilare, insieme a una scheda con prezzi e una chiave, mentre gli occhi rimangono incollati sul fondo schiena della ragazza abilmente inquadrato dal regista del reality.
“Pagamento anticipato.”
Allora sa parlare, pensa tra sé l'uomo, impegnato a compilare i moduli: questa volta usa il nome Stephen Michael Tensi, detto Steve, nato a Cincinnati l'otto dicembre 1942, professionista come quarterback dal '65 al '70 in AFL e poi in NFL. Alto, ma scarso. È un nome sicuro da utilizzare. Dubita che il tipo dell'albergo possa conoscerlo, ma ancora di più dubita che legga i dati scritti sul registro. Avrebbe potuto usare come nome anche Marilyn Monroe, che sarebbe andato bene comunque. Lascia giù i soldi per due notti, anche se spera di fermarsi una sola, e prende la chiave della camera.
La stanza è squallida quasi quanto l'esterno, se non di più. Due letti con le molle sfondate. Una lampada con il paralume sporco, storto e pure bucato sul lato verso il muro, in modo che si veda meno. Il bagno sembra la colonia estiva di un numeroso gruppo di scarafaggi, ma l'acqua dalla doccia dopo qualche istante di esitazione esce ed è pure calda. L'uomo pensava peggio. Comunque, prende il suo sacco a pelo da viaggio e lo srotola sopra al letto. Con quelle lenzuola non ha la minima voglia di entrare in contatto. Non occorre la luce ultravioletta per vedere che sono sporche di qualsiasi cosa un essere umano possa produrre.
Prima di addormentarsi controlla la sua lista. Comprende cinque indirizzi. Domani andrà a visitarli, sperando di trovare subito quello che cerca. In quella città e in quella stanza ci vuole rimanere il meno possibile. 
Last edited by Alvise on 29/04/2010, 10:09, edited 1 time in total.
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Re: Alvin Santisky - capitolo 6 (inizio)

Post by multiple »

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Re: Alvin Santisky - capitolo 6 (inizio)

Post by Alvise »

multiple wrote: scoparsi l'allievo di dodicenne
beh che vuoi, l'ultima lettura la'vevo fatta all'irish :gogogo:
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Re: Alvin Santisky - capitolo 6 (inizio)

Post by hell_en »

e fosse solo quello, l'errore... :carezza:
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Re: Alvin Santisky - capitolo 6 (inizio)

Post by azazel »

Questi capitoli sull' uomo sono sempre troppo corti....
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Re: Alvin Santisky - capitolo 6 (inizio)

Post by Alvise »

azazel wrote: Questi capitoli sull' uomo sono sempre troppo corti....
bieco espediente narrativo.
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Re: Alvin Santisky - capitolo 6

Post by chinasky »

Mi piaceva il bambino al campo da football, sono contento che non gli sia accaduto nulla. Mi piace anche suo padre, ingiusto farlo scannare dalla moglie. Qualche errorino qua e là, c'è anche una minuscola che apre una frase, alvi, dì a quella con cui vai a letto ora che stia più attenta se no poi va tutto corretto da capo.
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Re: Alvin Santisky - capitolo 6

Post by azazel »

Quando iniziano i salti temporali? E quando inserirai le risate finte?
Join the third.
This is unbelievably believable.
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