arghhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh ok non credo avrò più il coraggio di farmi vedere su questo forum... :sbadat:chinasky wrote: J-Lo ha il culo come un baule?
Ah, Alvi, dopo lo leggo tutto, giuro, ma ai Clash mi sono fermato. E' I'm so bored with the USA, non of USA... proprio tu, proprio tu...![]()
Re: topic provvisorio in attesa di delibera
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Alvise
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (prima parte)
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (prima parte)
Per così poco?! Sai bene che siamo essere molto comprensivi qui su questo forum, vogliamo bene anche a gente come darioambro....Alvise wrote: arghhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh ok non credo avrò più il coraggio di farmi vedere su questo forum... :sbadat:
Join the third.
This is unbelievably believable.
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Alvise
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (prima parte)
per molti non è roba nuova, ma intanto vado avanti: capitolo 3 seconda parte
Alle 15.00 sono seduto sugli spalti in legno a vedere la partita di mio figlio. Come da accordi, sono travestito. Mi sono nascosto dietro un paio di occhiali da sole, sebbene la giornata sia tutt’altro che solare, e sotto un cappellino da baseball dei New York Mets con visiera lunga. Indossare il cappellino mi è costato cinque minuti di iperventilazione e di giuramenti ai miei capelli che era per una buona causa e che nei limiti del possibile non sarebbe successo mai più di schiacciarli con un cappello da baseball. Accanto a me, è seduto un tipo con il giubbotto dei Jets. Tentazione football, ma io stoico resisto. Stavolta non ci casco. Mi concentro su mio figlio. Il travestimento, però, è solo uno dei trucchi a cui ricorro. C’era anche da affrontare la noia strutturale del baseball.
Dai, del baseball è bello parlarne, è bello discuterne ed è bello litigarci, ma vederlo dovrebbe essere severamente vietato, se non a condizione di avere del cibo per riempire quel tempo morto che inizia con il primo lancio del match e finisce con l’ultimo. Io mi annoio, e di brutto, e inizio a sbadigliare ancora prima dell'inno nazionale. Ma questa volta ho affrontato il problema sbadigli di petto, da vero uomo, applicando l’antico adagio secondo cui è difficile sbadigliare con la bocca piena; per cui, alla faccia della dieta, ricorro all’aiuto di tre hot dog, quattro birre (alcoliche, sugli spalti sono in compagnia o no?), un pacchetto di popcorn king size e qualche barretta di cioccolato, il tutto acquistato in un drugstore lungo la strada dagli studi al campo, in previsione dell'arduo compito che mi aspettava. Grazie a questo astuto sotterfugio, riesco a limitarmi a una media per inning di soli due sbadigli: la migliore prestazione della mia vita di fronte a una partita di baseball. Persino quando al college avevo giocato qualche partita come lanciatore, ho collezionato un numero di bocche aperte a voragine più elevato.
Non solo, confesso la sinistra circostanza che non mi sto annoiando più di tanto, anzi. Quando mio figlio sale sul monte di lancio, sono a soggetto ad attacchi di panico tali che mi dimentico persino del cibo e della noia. Inizio a sudare come un ghiacciolo chiuso in una sauna e mi innervosisco più di quanto mi sia mai capitato in carriera. A ogni lancio trattengo il fiato e chiedo a chi mi sta accanto se il battitore è forte o meno. Al terzo inning rischio di essere sbattuto fuori perché ho rotto le balle a tutta la tribuna. Al termine del sesto inning mio figlio riesce a salvarsi da due uomini in seconda e in terza con un solo out a suo favore. I successivi due vengono eliminati al piatto, senza nessuna pietà. Quando l’arbitro chiama l’ultimo strike, il cappellino dei Mets finisce in cielo e io mi ritrovo abbracciato al tifoso dei Jets. Non apprezza moltissimo. Io gli spiego che sono il padre del lanciatore. Lui annuisce, si stacca e si sposta un paio di metri più in là. Vado a riprendere il cappellino e torno a sedermi, domandandomi se per caso qualcuno non mi ha preso per quello che non sono. Mio figlio tornando nel dugout, mi sorride. È stanco, ma soddisfatto. Devo ripeterlo. Mi sorride. È un evento piuttosto raro nella nostra relazione padre-figlio. Dopo il divorzio da sua madre, oserei dire rarissimo se non unico. Io dietro agli occhiali da sole e al cappellino sorrido di rimando, felice di essere per una volta riuscito a non deluderlo. La partita finisce sei a due per la squadra di Kevin, con lui eletto lanciatore vincente. Io mi precipito verso la panchina per fargli i complimenti. Lui li accoglie, ma non è entusiasta come avrei voluto. Non basta certo una partita per essere eletto padre dell’anno. Lo so.
Mentre lui raccoglie la sua roba, mi capita di sentire un dialogo tra due suoi compagni e mi faccio i complimenti per il mio assoluto e totale autocontrollo.
“Bah, due stagioni vincenti non li rendono una gran squadra. Dai, parliamo dei Cards. Son sempre stati una squadraccia. Non hanno avuto un giocatore decente negli ultimi trent’anni…”
Eresia, bestemmia. Fitta al cuore e quasi infarto. Anche escludendo me, e non capisco perché escludere me, perché qualche annata sopra le righe l’ho avuta pure io, comunque, anche escludendo il sottoscritto, ho un elenco infinito di splendidi giocatori passati per Arizona. Chi sono quei bambocci per parlare in quella maniera? Adesso li metto in regola io. E sono pronto a snocciolarlo, quando mi ricordo della promessa a Kevin e desisto.
“Kevin, ti aspetto alla macchina.” dico con una voce troppo alta rispetto al necessario e mi allontano in tutta fretta prima di uscirmene con qualcosa di cui mi pentirei sicuramente.
Appena chiuso lo sportello lancio il berretto dei Mets sul sedile posteriore. E con orgoglio e pure un po’ di incazzatura mi calco in testa il mio sbrindellatissimo, vissutissimo e, soprattutto, amatissimo cappellino degli ARIZONA CARDINALS. Respiro un paio di volte per riprendere il controllo. Chi mi conosce un po’ sa che toccarmi i Cards mi fa veramente incazzare di brutto.
“Ciao, papà!” mi saluta mio figlio salendo accanto a me. Poi, fatto straordinario, si allunga sul sedile e mi viene a dare un bacio sulla guancia. Non l’ha mai fatto se non dietro esplicita richiesta mia oppure ordine di sua madre.
Sono sbigottito e lui se ne accorge.
“Sei stato bravo. Ti sei presentato in incognito, come un agente segreto, anche se si vedeva benissimo che eri tu. Non hai parlato di football con nessuno, ma hai seguito la partita e non ti sei nemmeno arrabbiato quando Mike e C.J. hanno fatto il loro siparietto davanti a te.” dice mio figlio, mentre si allaccia la cintura con l’aria più innocente e innocua del mondo. Che bastardo.
“Mi hai messo alla prova!”
“Sì!” Sempre più serafico.
“Non era una domanda, era un’affermazione. Mio figlio mi mette alla prova. Ma ti rendi conto?”
“Sì!” Nessun pentimento. Dodici anni e si permette di organizzare una meschina messinscena per verificare se suo padre mantiene o meno la parola, colpendolo, peraltro, nei suoi affetti più cari, e non si pente nemmeno? Ho a che fare con un futuro Al Capone. Poi dopo lo sfogo, mentre guardo i suoi occhi neri e il suo sorriso divertito, capisco di essermelo meritato. Troppo spesso ho anteposto il football a lui. Una piccola rivincita se la doveva pur prendere.
“Andiamo a mangiare qualcosa, avrai fame, piccolo terrorista emotivo.”
In quel momento squilla il cellulare di Kevin.
“Sì, mamma, tutto a posto. No, mamma, non se ne è andato via a metà partita inventandosi qualche appuntamento. Sì, mamma, te lo giuro. No, mamma, non mi ha dato dei soldi perché lo coprissi.”
“Liza, guarda che sono qui.” intervengo, tanto per rassicurarla. Che poi non so quanto il fatto che io sia lì la rassicuri, ma tant’è.
“Sentito, mamma? Adesso andiamo a mangiare qualcosa. No, mamma, non mi porta in un fast food. Tranquilla. Sì, mamma, ti voglio bene.” Chiusa la conversazione si rivolge a me. “Sai come è fatta, si preoccupa sempre. Tu piuttosto dirigiti al primo Kentucky Fried Chicken che trovi, che ho un buco così in pancia.”
“Non si era detto niente fast food?” faccio notare io sollevando un sopracciglio.
“Ehi, sono un bambino di dodici anni. Nessuno si aspetta da me che io obbedisca alla mamma.”
“Vero, ma io…”
“Tu sei un bambino di quaranta e passa anni che non vuole deludere il suo unico figlio maschio vero?” e sbatte gli occhi con tale sfrontatezza da farmi sorridere.
“Te ne approfitti e non ti vergogni nemmeno ad ammetterlo. Impressionante. Lascia stare il baseball, diventerai un grande avvocato come lo zio Steve. E adesso, Kentucky Fried Chicken, arriviamo!”
Un quarto d’ora dopo sto divorando cosce di pollo fritte alla facciaccia del mio dietologo.
“Eh, Karen, come sta?” Le mie ex mogli, unite dal mio fascino, hanno sempre fatto comunella ai miei danni e così Karen e Kevin son cresciuti proprio come fratello e sorella. Sempre insieme.
“Non benissimo. Al momento sta affrontando un passaggio molto critico nella sua evoluzione sessuale. Non accetta il suo corpo, eppure sente il prorompente fascino del corpo maschile. Questo la spinge a non piacersi, finendo per cercare di omologarsi a modelli negativi tanto in voga nella nostra massificazione moderna rischiando, così, di rovinarsi con anoressia o altri problemi connaturati all’aspetto esteriore.”
Una coscia di pollo rimane sospesa a mezz’aria davanti alla mia bocca aperta. Ok, ok, mio figlio è molto intelligente, ha preso da sua madre e dai nonni, ma questo è troppo. A dodici anni non puoi parlare in quella maniera. Saresti un mostro.
“Non fare quella faccia. Ti sto solo dicendo quello che ho sentito raccontare da mia madre a zia Vivian ieri l’altro, mentre giocavo con la playstation in salotto.” Vivian, la mia prima ex moglie.
“Non pensavo che Karen fosse così in crisi, forse dovrei parlarle.”
Kevin da un bel morso al suo hamburger di pollo.
“Sei impazzito? Mia madre e la zia non sapevano come comportarsi, ma su un punto erano d’accordo. Meglio se tu ne rimani fuori.”
“Perché scusa?” La coscia di pollo termina finalmente il suo volo, finendo masticata allegramente. Non siamo il massimo dell’educazione a tavola, ma non è certo il momento di pensare a certe cose, e poi il fast food è zona franca dall’etichetta a tavola.
“Perché tu sei un caterpillar emozionale. Per te tutto è bianco o nero, ti sfuggono completamente le sfumature. E poi sei una figura maschile, in questo momento causa di confusione per Karen.”
E io che l’ho sempre visto come un pregio, vedere il bianco e il nero ben distinti.
“Hanno detto altro di me?”
“Vuoi veramente saperlo?”
“Non ci penso nemmeno. Però con Karen mi piacerebbe uscire lo stesso. Starò alla finestra e non dirò niente.”
“Mi sembra giusto, ma questo fine settimana è via con la zia e lo zio Rudolph, nella casa a Bedford Corners.”
Lo zio Rudolph è il nuovo marito di Vivian. Non abbiamo mai fatto grande amicizia. In fin dei conti, lui è quello che si scopa la mia ex moglie e io quello che si scopava sua moglie. Non si può dire l'argomento in comune più adatto per rompere il ghiaccio.
Intanto Kevin, indifferente alle mie riflessioni, continua a parlare di Karen.
“Comunque, riconquistare lei sarà molto più difficile che riconquistare me. Io ho dodici anni, i miei problemi emotivi sono facilmente superabili. Un pomeriggio a giocare con la PS3 e si risolvono. Non ho ancora difficoltà relazionali con persone di un altro sesso. Insomma, a me le ragazze per ora non interessano e non capisco come possano interessarmi in futuro. Ma funziona così e io non ci posso fare niente. Per mia sorella è diverso. Karen è in un periodo di elevata fragilità emotiva, correlato a un’esplosione ormonale acuita dai messaggi erotico-sessuali della società odierna. Ovviamente, un tuo intervento intempestivo potrebbe essere visto come un tentativo di castrazione dei suoi desideri di sviluppo; fatto, questo, che aumenterebbe la sua fragilità e la sua confusione. Accidenti, ho finito la coca-cola. Tu ne hai un po’?”
“Sempre a citare mamma e di zia Vivian?”
“Solo in parte. L’opinione su di me è farina del mio sacco, i paroloni su Karen sono loro. Anzi, a proposito, mi potresti spiegare esattamente i concetti di esplosione ormonale e di messaggi erotico sessuali? Le parole le conosco e non ti preoccupare, le api e i fiori non devi spiegarmeli, ma il concetto complessivo mi sfugge.”
“Quando arrivi all’adolescenza tutto diventa un casino.” E così sintetizzo milioni di parole spese sui problemi adolescenziali e gli passo la mia bibita.
“Immaginavo.” E giù a finire anche la mia, di coca-cola.
“Comunque smettiamo di parlare di cose di cui dovrò preoccuparmi fra qualche anno. Piaciuta la partita?”
“Guarda, per quel che ne capisco, sei stato magnifico. In particolare quando con uomini in seconda e in terza sei riuscito a a eliminare gli uomini al piatto. Grande freddezza. Però, diciamolo, devi lavorare un po’ sul controllo. Di basi ball ne concedi ancora troppe. Non hai un novello Roseboro come catcher che ti insegni il controllo nella stessa maniera in cui Roseboro lo insegnò a Koufax nel 1961?” Detto questo, finisco anche l’ultima aletta di pollo che mi era rimasta nel vassoio.
Stavolta è il turno di Kevin di rimanere a bocca aperta.
“E tu come fai a saperlo?” La patatina fritta che ha in mano è puntata nella mia direzione in modo molto inquisitorio.
“Cultura personale.” faccio io come se non fosse nulla di che.
La patatina non ha nessuna intenzione di accettare per buona quella risposta.
“Non me la dai a bere, tu manco sai chi sia Santana, come potresti conoscere Roseboro.”
“Come non conosco Santana? Santana Moss, lo conoscono tutti.”
La patatina si affloscia davanti a me.
“Papà, intendevo Johan Santana, il lanciatore dei New York Mets, il vincitore di due Cy Young consecutivi.”
“Stavo scherzando. So chi è Johan Santana, l’hanno persino intervistato settimana scorsa davanti a me. Però confesso che ho letto un libro su Sandy Koufax…”
Non so cosa fa la patatina, ma mio figlio sorride. Un bellissimo sorriso. Largo, felice e riservato a me, solo a me. È bellissimo. La patatina finisce per terra, mentre il mio bellissimo figlio scatta in piedi e corre intorno al tavolino per abbracciarmi.
“Papà, è la cosa più bella che tu abbia mai fatto.” grida con la faccia nascosta sotto la mia spalla sinistra. Mi viene un blocco in gola. Come al solito nelle situazioni in cui sono imbarazzato, dico la prima sciocchezza che mi viene in mente.
“Non era stata la Playstation 3 la cosa migliore?”
Sento la testa di mio figlio muoversi sul mio maglione e andare a sinistra e a destra. Poi alzo il suo musetto per guardarlo negli occhi, il sorriso adesso è misto a lacrime. Non so cosa dire o fare. Anche io sorrido e anche io ho le lacrime lì in equilibrio attorno agli occhi, pronte a buttarsi giù lungo le guance da un momento all’altro.
“Nemmeno per sogno. Era solo un regalo, e che ti costa farmi un regalo? La mamma dice che di soldi ne hai più di quanti ne vuoi, quindi non è un grande sforzo. L’hai sempre fatto, sia con me che con mia sorella. Piuttosto che starci dietro o quando c’era un problema, ci regalavi qualcosa. Ok, le prime volte era anche bello, devo ammetterlo, ma questo è tutta un’altra cosa, vuoi mettere? So quanto odi Sandy Koufax, ti deve essere costato veramente tanto. Non hai solo tirato fuori la carta di credito e via. Tutto a posto. Ti è toccato far fatica.”
Improvvisamente si mette a ridere.
“Che c’è adesso?” gli chiedo.
“Niente.” E continua a ridere, con le lacrime ancora a rigargli le guance. “Mi immagino solo la tua faccia quando leggevi del suo ritiro. Dovevi avere un’aria disgustata peggio di quella volta che mamma ha messo l’olio di ricino nella salsa del polpettone per farti un dispetto. Te lo ricordi?”
E come si fa a dimenticarselo? Ho quasi vomitato nel piatto. E la parte più divertente dello scherzo di Liza è arrivata due giorni dopo, quando sotto la mia bottiglia di Jack Daniel’s mi sono ritrovato la busta con le carte per il divorzio. L’aveva messa lì perché era sicura che così le avrei trovate. Uno scherzo bellissimo. Ho riso tantissimo.
“Me lo ricordo. Oh, se me lo ricordo.”
A quel punto arriva un fulmine a ciel sereno.
“Ti voglio bene, papà.”
Divento rosso come un peperone. Ho letto quella biografia per godermi quel preciso istante e adesso sto qui impietrito con i goccioloni agli occhi, sul punto di mettermi a piangere peggio del bambino di dodici anni stretto al mio petto. Cosa posso fare per uscire da quella situazione così imbarazzante?
“Ti compro un altro hamburger? Anzi, no, due hamburger? Tutto il locale?”
“PAPAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!”
“Scherzavo, scherzavo!”
Alle 15.00 sono seduto sugli spalti in legno a vedere la partita di mio figlio. Come da accordi, sono travestito. Mi sono nascosto dietro un paio di occhiali da sole, sebbene la giornata sia tutt’altro che solare, e sotto un cappellino da baseball dei New York Mets con visiera lunga. Indossare il cappellino mi è costato cinque minuti di iperventilazione e di giuramenti ai miei capelli che era per una buona causa e che nei limiti del possibile non sarebbe successo mai più di schiacciarli con un cappello da baseball. Accanto a me, è seduto un tipo con il giubbotto dei Jets. Tentazione football, ma io stoico resisto. Stavolta non ci casco. Mi concentro su mio figlio. Il travestimento, però, è solo uno dei trucchi a cui ricorro. C’era anche da affrontare la noia strutturale del baseball.
Dai, del baseball è bello parlarne, è bello discuterne ed è bello litigarci, ma vederlo dovrebbe essere severamente vietato, se non a condizione di avere del cibo per riempire quel tempo morto che inizia con il primo lancio del match e finisce con l’ultimo. Io mi annoio, e di brutto, e inizio a sbadigliare ancora prima dell'inno nazionale. Ma questa volta ho affrontato il problema sbadigli di petto, da vero uomo, applicando l’antico adagio secondo cui è difficile sbadigliare con la bocca piena; per cui, alla faccia della dieta, ricorro all’aiuto di tre hot dog, quattro birre (alcoliche, sugli spalti sono in compagnia o no?), un pacchetto di popcorn king size e qualche barretta di cioccolato, il tutto acquistato in un drugstore lungo la strada dagli studi al campo, in previsione dell'arduo compito che mi aspettava. Grazie a questo astuto sotterfugio, riesco a limitarmi a una media per inning di soli due sbadigli: la migliore prestazione della mia vita di fronte a una partita di baseball. Persino quando al college avevo giocato qualche partita come lanciatore, ho collezionato un numero di bocche aperte a voragine più elevato.
Non solo, confesso la sinistra circostanza che non mi sto annoiando più di tanto, anzi. Quando mio figlio sale sul monte di lancio, sono a soggetto ad attacchi di panico tali che mi dimentico persino del cibo e della noia. Inizio a sudare come un ghiacciolo chiuso in una sauna e mi innervosisco più di quanto mi sia mai capitato in carriera. A ogni lancio trattengo il fiato e chiedo a chi mi sta accanto se il battitore è forte o meno. Al terzo inning rischio di essere sbattuto fuori perché ho rotto le balle a tutta la tribuna. Al termine del sesto inning mio figlio riesce a salvarsi da due uomini in seconda e in terza con un solo out a suo favore. I successivi due vengono eliminati al piatto, senza nessuna pietà. Quando l’arbitro chiama l’ultimo strike, il cappellino dei Mets finisce in cielo e io mi ritrovo abbracciato al tifoso dei Jets. Non apprezza moltissimo. Io gli spiego che sono il padre del lanciatore. Lui annuisce, si stacca e si sposta un paio di metri più in là. Vado a riprendere il cappellino e torno a sedermi, domandandomi se per caso qualcuno non mi ha preso per quello che non sono. Mio figlio tornando nel dugout, mi sorride. È stanco, ma soddisfatto. Devo ripeterlo. Mi sorride. È un evento piuttosto raro nella nostra relazione padre-figlio. Dopo il divorzio da sua madre, oserei dire rarissimo se non unico. Io dietro agli occhiali da sole e al cappellino sorrido di rimando, felice di essere per una volta riuscito a non deluderlo. La partita finisce sei a due per la squadra di Kevin, con lui eletto lanciatore vincente. Io mi precipito verso la panchina per fargli i complimenti. Lui li accoglie, ma non è entusiasta come avrei voluto. Non basta certo una partita per essere eletto padre dell’anno. Lo so.
Mentre lui raccoglie la sua roba, mi capita di sentire un dialogo tra due suoi compagni e mi faccio i complimenti per il mio assoluto e totale autocontrollo.
“Bah, due stagioni vincenti non li rendono una gran squadra. Dai, parliamo dei Cards. Son sempre stati una squadraccia. Non hanno avuto un giocatore decente negli ultimi trent’anni…”
Eresia, bestemmia. Fitta al cuore e quasi infarto. Anche escludendo me, e non capisco perché escludere me, perché qualche annata sopra le righe l’ho avuta pure io, comunque, anche escludendo il sottoscritto, ho un elenco infinito di splendidi giocatori passati per Arizona. Chi sono quei bambocci per parlare in quella maniera? Adesso li metto in regola io. E sono pronto a snocciolarlo, quando mi ricordo della promessa a Kevin e desisto.
“Kevin, ti aspetto alla macchina.” dico con una voce troppo alta rispetto al necessario e mi allontano in tutta fretta prima di uscirmene con qualcosa di cui mi pentirei sicuramente.
Appena chiuso lo sportello lancio il berretto dei Mets sul sedile posteriore. E con orgoglio e pure un po’ di incazzatura mi calco in testa il mio sbrindellatissimo, vissutissimo e, soprattutto, amatissimo cappellino degli ARIZONA CARDINALS. Respiro un paio di volte per riprendere il controllo. Chi mi conosce un po’ sa che toccarmi i Cards mi fa veramente incazzare di brutto.
“Ciao, papà!” mi saluta mio figlio salendo accanto a me. Poi, fatto straordinario, si allunga sul sedile e mi viene a dare un bacio sulla guancia. Non l’ha mai fatto se non dietro esplicita richiesta mia oppure ordine di sua madre.
Sono sbigottito e lui se ne accorge.
“Sei stato bravo. Ti sei presentato in incognito, come un agente segreto, anche se si vedeva benissimo che eri tu. Non hai parlato di football con nessuno, ma hai seguito la partita e non ti sei nemmeno arrabbiato quando Mike e C.J. hanno fatto il loro siparietto davanti a te.” dice mio figlio, mentre si allaccia la cintura con l’aria più innocente e innocua del mondo. Che bastardo.
“Mi hai messo alla prova!”
“Sì!” Sempre più serafico.
“Non era una domanda, era un’affermazione. Mio figlio mi mette alla prova. Ma ti rendi conto?”
“Sì!” Nessun pentimento. Dodici anni e si permette di organizzare una meschina messinscena per verificare se suo padre mantiene o meno la parola, colpendolo, peraltro, nei suoi affetti più cari, e non si pente nemmeno? Ho a che fare con un futuro Al Capone. Poi dopo lo sfogo, mentre guardo i suoi occhi neri e il suo sorriso divertito, capisco di essermelo meritato. Troppo spesso ho anteposto il football a lui. Una piccola rivincita se la doveva pur prendere.
“Andiamo a mangiare qualcosa, avrai fame, piccolo terrorista emotivo.”
In quel momento squilla il cellulare di Kevin.
“Sì, mamma, tutto a posto. No, mamma, non se ne è andato via a metà partita inventandosi qualche appuntamento. Sì, mamma, te lo giuro. No, mamma, non mi ha dato dei soldi perché lo coprissi.”
“Liza, guarda che sono qui.” intervengo, tanto per rassicurarla. Che poi non so quanto il fatto che io sia lì la rassicuri, ma tant’è.
“Sentito, mamma? Adesso andiamo a mangiare qualcosa. No, mamma, non mi porta in un fast food. Tranquilla. Sì, mamma, ti voglio bene.” Chiusa la conversazione si rivolge a me. “Sai come è fatta, si preoccupa sempre. Tu piuttosto dirigiti al primo Kentucky Fried Chicken che trovi, che ho un buco così in pancia.”
“Non si era detto niente fast food?” faccio notare io sollevando un sopracciglio.
“Ehi, sono un bambino di dodici anni. Nessuno si aspetta da me che io obbedisca alla mamma.”
“Vero, ma io…”
“Tu sei un bambino di quaranta e passa anni che non vuole deludere il suo unico figlio maschio vero?” e sbatte gli occhi con tale sfrontatezza da farmi sorridere.
“Te ne approfitti e non ti vergogni nemmeno ad ammetterlo. Impressionante. Lascia stare il baseball, diventerai un grande avvocato come lo zio Steve. E adesso, Kentucky Fried Chicken, arriviamo!”
Un quarto d’ora dopo sto divorando cosce di pollo fritte alla facciaccia del mio dietologo.
“Eh, Karen, come sta?” Le mie ex mogli, unite dal mio fascino, hanno sempre fatto comunella ai miei danni e così Karen e Kevin son cresciuti proprio come fratello e sorella. Sempre insieme.
“Non benissimo. Al momento sta affrontando un passaggio molto critico nella sua evoluzione sessuale. Non accetta il suo corpo, eppure sente il prorompente fascino del corpo maschile. Questo la spinge a non piacersi, finendo per cercare di omologarsi a modelli negativi tanto in voga nella nostra massificazione moderna rischiando, così, di rovinarsi con anoressia o altri problemi connaturati all’aspetto esteriore.”
Una coscia di pollo rimane sospesa a mezz’aria davanti alla mia bocca aperta. Ok, ok, mio figlio è molto intelligente, ha preso da sua madre e dai nonni, ma questo è troppo. A dodici anni non puoi parlare in quella maniera. Saresti un mostro.
“Non fare quella faccia. Ti sto solo dicendo quello che ho sentito raccontare da mia madre a zia Vivian ieri l’altro, mentre giocavo con la playstation in salotto.” Vivian, la mia prima ex moglie.
“Non pensavo che Karen fosse così in crisi, forse dovrei parlarle.”
Kevin da un bel morso al suo hamburger di pollo.
“Sei impazzito? Mia madre e la zia non sapevano come comportarsi, ma su un punto erano d’accordo. Meglio se tu ne rimani fuori.”
“Perché scusa?” La coscia di pollo termina finalmente il suo volo, finendo masticata allegramente. Non siamo il massimo dell’educazione a tavola, ma non è certo il momento di pensare a certe cose, e poi il fast food è zona franca dall’etichetta a tavola.
“Perché tu sei un caterpillar emozionale. Per te tutto è bianco o nero, ti sfuggono completamente le sfumature. E poi sei una figura maschile, in questo momento causa di confusione per Karen.”
E io che l’ho sempre visto come un pregio, vedere il bianco e il nero ben distinti.
“Hanno detto altro di me?”
“Vuoi veramente saperlo?”
“Non ci penso nemmeno. Però con Karen mi piacerebbe uscire lo stesso. Starò alla finestra e non dirò niente.”
“Mi sembra giusto, ma questo fine settimana è via con la zia e lo zio Rudolph, nella casa a Bedford Corners.”
Lo zio Rudolph è il nuovo marito di Vivian. Non abbiamo mai fatto grande amicizia. In fin dei conti, lui è quello che si scopa la mia ex moglie e io quello che si scopava sua moglie. Non si può dire l'argomento in comune più adatto per rompere il ghiaccio.
Intanto Kevin, indifferente alle mie riflessioni, continua a parlare di Karen.
“Comunque, riconquistare lei sarà molto più difficile che riconquistare me. Io ho dodici anni, i miei problemi emotivi sono facilmente superabili. Un pomeriggio a giocare con la PS3 e si risolvono. Non ho ancora difficoltà relazionali con persone di un altro sesso. Insomma, a me le ragazze per ora non interessano e non capisco come possano interessarmi in futuro. Ma funziona così e io non ci posso fare niente. Per mia sorella è diverso. Karen è in un periodo di elevata fragilità emotiva, correlato a un’esplosione ormonale acuita dai messaggi erotico-sessuali della società odierna. Ovviamente, un tuo intervento intempestivo potrebbe essere visto come un tentativo di castrazione dei suoi desideri di sviluppo; fatto, questo, che aumenterebbe la sua fragilità e la sua confusione. Accidenti, ho finito la coca-cola. Tu ne hai un po’?”
“Sempre a citare mamma e di zia Vivian?”
“Solo in parte. L’opinione su di me è farina del mio sacco, i paroloni su Karen sono loro. Anzi, a proposito, mi potresti spiegare esattamente i concetti di esplosione ormonale e di messaggi erotico sessuali? Le parole le conosco e non ti preoccupare, le api e i fiori non devi spiegarmeli, ma il concetto complessivo mi sfugge.”
“Quando arrivi all’adolescenza tutto diventa un casino.” E così sintetizzo milioni di parole spese sui problemi adolescenziali e gli passo la mia bibita.
“Immaginavo.” E giù a finire anche la mia, di coca-cola.
“Comunque smettiamo di parlare di cose di cui dovrò preoccuparmi fra qualche anno. Piaciuta la partita?”
“Guarda, per quel che ne capisco, sei stato magnifico. In particolare quando con uomini in seconda e in terza sei riuscito a a eliminare gli uomini al piatto. Grande freddezza. Però, diciamolo, devi lavorare un po’ sul controllo. Di basi ball ne concedi ancora troppe. Non hai un novello Roseboro come catcher che ti insegni il controllo nella stessa maniera in cui Roseboro lo insegnò a Koufax nel 1961?” Detto questo, finisco anche l’ultima aletta di pollo che mi era rimasta nel vassoio.
Stavolta è il turno di Kevin di rimanere a bocca aperta.
“E tu come fai a saperlo?” La patatina fritta che ha in mano è puntata nella mia direzione in modo molto inquisitorio.
“Cultura personale.” faccio io come se non fosse nulla di che.
La patatina non ha nessuna intenzione di accettare per buona quella risposta.
“Non me la dai a bere, tu manco sai chi sia Santana, come potresti conoscere Roseboro.”
“Come non conosco Santana? Santana Moss, lo conoscono tutti.”
La patatina si affloscia davanti a me.
“Papà, intendevo Johan Santana, il lanciatore dei New York Mets, il vincitore di due Cy Young consecutivi.”
“Stavo scherzando. So chi è Johan Santana, l’hanno persino intervistato settimana scorsa davanti a me. Però confesso che ho letto un libro su Sandy Koufax…”
Non so cosa fa la patatina, ma mio figlio sorride. Un bellissimo sorriso. Largo, felice e riservato a me, solo a me. È bellissimo. La patatina finisce per terra, mentre il mio bellissimo figlio scatta in piedi e corre intorno al tavolino per abbracciarmi.
“Papà, è la cosa più bella che tu abbia mai fatto.” grida con la faccia nascosta sotto la mia spalla sinistra. Mi viene un blocco in gola. Come al solito nelle situazioni in cui sono imbarazzato, dico la prima sciocchezza che mi viene in mente.
“Non era stata la Playstation 3 la cosa migliore?”
Sento la testa di mio figlio muoversi sul mio maglione e andare a sinistra e a destra. Poi alzo il suo musetto per guardarlo negli occhi, il sorriso adesso è misto a lacrime. Non so cosa dire o fare. Anche io sorrido e anche io ho le lacrime lì in equilibrio attorno agli occhi, pronte a buttarsi giù lungo le guance da un momento all’altro.
“Nemmeno per sogno. Era solo un regalo, e che ti costa farmi un regalo? La mamma dice che di soldi ne hai più di quanti ne vuoi, quindi non è un grande sforzo. L’hai sempre fatto, sia con me che con mia sorella. Piuttosto che starci dietro o quando c’era un problema, ci regalavi qualcosa. Ok, le prime volte era anche bello, devo ammetterlo, ma questo è tutta un’altra cosa, vuoi mettere? So quanto odi Sandy Koufax, ti deve essere costato veramente tanto. Non hai solo tirato fuori la carta di credito e via. Tutto a posto. Ti è toccato far fatica.”
Improvvisamente si mette a ridere.
“Che c’è adesso?” gli chiedo.
“Niente.” E continua a ridere, con le lacrime ancora a rigargli le guance. “Mi immagino solo la tua faccia quando leggevi del suo ritiro. Dovevi avere un’aria disgustata peggio di quella volta che mamma ha messo l’olio di ricino nella salsa del polpettone per farti un dispetto. Te lo ricordi?”
E come si fa a dimenticarselo? Ho quasi vomitato nel piatto. E la parte più divertente dello scherzo di Liza è arrivata due giorni dopo, quando sotto la mia bottiglia di Jack Daniel’s mi sono ritrovato la busta con le carte per il divorzio. L’aveva messa lì perché era sicura che così le avrei trovate. Uno scherzo bellissimo. Ho riso tantissimo.
“Me lo ricordo. Oh, se me lo ricordo.”
A quel punto arriva un fulmine a ciel sereno.
“Ti voglio bene, papà.”
Divento rosso come un peperone. Ho letto quella biografia per godermi quel preciso istante e adesso sto qui impietrito con i goccioloni agli occhi, sul punto di mettermi a piangere peggio del bambino di dodici anni stretto al mio petto. Cosa posso fare per uscire da quella situazione così imbarazzante?
“Ti compro un altro hamburger? Anzi, no, due hamburger? Tutto il locale?”
“PAPAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA!!!!!”
“Scherzavo, scherzavo!”
- rowiz
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (seconda parte)
Ho gradito molto questo scorcio
darioambro wrote:ahahah ro, tu sei davvero l'altra palla che vorrei avere![]()
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chinasky
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (seconda parte)
La parte del dialogo padre e figlio al fast food è geniale. Non so quanto c'entri nel complesso del racconto, ma elaborandola un po' sarebbe un piccolo capolavoro da cui trarre un corto.
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multiple
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (seconda parte)
Santisky dei Cardinals?!?!?!?!?!?!? 
sei riuscito a a eliminare gli uomini al piatto
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Alvise
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (seconda parte)
dovevo trovare una società perdente per anni e anni con un unica stagione decente non troppo indietro negli anni. I browns per varie vicissitudini societarie non andavano bene. Alvin sarebbe stato troppo vecchio e i figli nati troppo tardi. gli unici che andavano bene erano i cards. pensa quante w facili ti ha fatto ottenere alvin. :lol2:multiple wrote: Santisky dei Cardinals?!?!?!?!?!?!?
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Alvise
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (seconda parte)
Un'ora dopo parcheggio la macchina davanti alla mia ex casa a Soho, diventata di proprietà della mia ex moglie dopo il divorzio. È un bell'edificio in mattoni rossi di due piani più sottotetto, con tre ampie finestre bianche per piano.
Nemmeno il tempo di spegnere il motore e la porta d'ingresso si spalanca.
Liza è sulla soglia. Doveva essersi messa dietro la finestra dello studio a controllare la strada in attesa del nostro arrivo. L'ennesima riprova della scarsa fiducia nei miei confronti.
La mia ex moglie ha una faccia indecifrabile. Il che mi preoccupa, e non poco.
“Non siamo in ritardo vero?” sussurro a Kevin, mentre percorriamo il marciapiede.
Allarga le braccia. Non sa nemmeno lui cosa aspettarsi.
“Ciao, Liza”
“Ciao, mamma.”
Non risponde. Pessimo segno.
“Dì la verità. Vi siete fermati a mangiare in un fast food.” Liza si rivolge solo a Kevin. Non mi guarda neppure, come se non esistessi.
“No.” risponde Kevin prontissimo.
“Kevin.” il nome viene pronunciato con quel tono inquisitorio di cui solo una madre è capace.
Mio figlio abbassa lo sguardo.
“Sì”
“Lo sapevo. Si sente il puzzo di fritto a cinque metri di distanza. Ti avevo detto di non farlo. E adesso lascerai sul piatto tutta la cena.”
“No, mangerò ogni cosa.” prova ad obbiettare Kevin.
Liza scuote la testa.
“Saluta tuo padre e vai dentro!”
Kevin sempre con il capo abbassato si volta verso di me.
“Ciao, papà.”
“Ciao.” rispondo.
“Mi sono divertito. Grazie dello splendido pomeriggio.”
“Mi sono divertito anch'io.” e sale i gradini che portano in casa.
Appena supera la soglia mi rivolgo alla mia ex moglie.
“Non ti sembra di aver esagerato? Alla sua età ingurgitavo di tutto e non mettevo su un filo di grasso.”
Liza si volta verso di me. I suoi occhi sono due fessure.
“A giudicare da quell'emisfero boreale che ipocritamente chiami pancia, non è più così.”
Mi guardo la pancia. Emisfero boreale mi sembra un po’ eccessivo. Ho messo su un po’ di pancetta dopo il ritiro questo sì, ma non è poi tantissima. Anche se devo convenire con lei che gli anni del metabolismo mangia grassi sono ormai definitivamente passati.
In ogni caso, alla luce della prima cortese frase rivoltami dalla mia ex consorte, mi preparo a salutare, anche per evitare altre stoccatine. Prima che possa farlo, però, Kevin rimette fuori la testa dalla porta di casa.
“Papà può fermarsi a cena?” chiede, sorprendendo sia me sia sua madre. Ci guardiamo. Io ho un'espressione del tipo: sì, mi piacerebbe molto, ma se non vuoi lo capisco. Lei ha un'espressione del tipo: oddio, ho pestato una merda.
“Dai....” insiste Kevin.
Liza rimane silenziosa.
“Kevin, tua madre avrà altri appuntamenti, ma comunque grazie.”
“Nessun appuntamento.” precisa subito il mio caro figliolo.
“Keeeviiin.” Liza arrossisce. Non fa piacere far sapere al tuo ex marito che non hai nessun appuntamento il sabato sera.
“E tu togliti quel sorrisetto dal viso.”
In effetti sto sorridendo. Beh, dopo essere stato massacrato da Kevin tutto il pomeriggio è bello vederlo colpire qualcun altro. E sì, mi fa molto piacere il fatto che lei non abbia appuntamenti il sabato sera.
“Fatto. Però Kevin ed io vorremmo sapere la tua decisione. Vero Kevin?”
“Vero.” risponde mio figlio, prontissimo a cogliere al volo l'assist.
“Oh, accidenti. Va bene, ho capito! Alvin, vuoi fermarti a cena?”
Mi volto a guardarmi dietro. Deve essere arrivato qualcuno alle mie spalle. È impossibile che stia parlando con me.
“Non fare l'idiota. Ti fermi o no?”
Una voce interiore inizia a parlarmi. “E ci stai anche a pensare? Dì di sì, brutto idiota, dì di sì, prima che cambi idea.”
“Sì.”
Kevin urla e corre verso la madre e poi verso di me.
“Cosa si mangia di buono?” chiedo mentre entriamo in casa tutti e tre insieme.
“Polpettone.” risponde lei con uno strano sorrisetto.
Io rabbrividisco e rispondo immediatamente.
“Per me niente salsa.”
E tutti e tre ridiamo. No, dico: ridiamo insieme! Erano due anni, tre mesi, quindici giorni e spiccioli che non ridevamo insieme. In quel momento sembriamo ancora una famiglia.
Incredibile a dirsi, a tavola c'è qualcuno più contento di me: Kevin. Non fa altro che girare la testa a destra e a sinistra, un po' come uno spettatore durante una partita di tennis, per guardare ora me ora sua madre. Provo una stretta al cuore. Per quanto sia speciale e cerchi di nasconderlo, è pur sempre un ragazzino di dodici anni i cui genitori hanno divorziato. Ma credo di averlo già abbondantemente fatto presente, questo.
Ci ho messo un po' a capirlo, per quanto fosse evidente: Kevin sotto, sotto tifa per me e spererebbe in una riunione dei suoi genitori. Sua madre, invece, non tifa per me. Ne ho combinate troppe. Ma io vorrei provarci. Sento la sua mancanza. Adesso che l'ho persa, capisco quanto importante fosse per me. Se sono guarito dalla mia sindrome è anche perchè avevo l'obbiettivo, forse più il sogno, ora come ora, di riconquistarla.
In un momento di silenzio imbarazzato – capita quando non sai cosa dire per paura di sbagliare – mi gioco l'asso nella manica.
“Domani sera verresti con me al Boathouse a Central Park?”
“È un invito?” ribatte con una domanda che non mi aspettavo.
“No. Aspetta, non fraintendere. Steve ha prenotato il locale per la Fondazione...” vengo interrotto subito.
“Non hai una segretaria o una stagista con cui andare? Una volta eri bravo a raccattare tutto quello che ti respirava accanto.” Liza mi sibila dietro sollevando un sopracciglio. Quel sopracciglio mi manda in pappa il cervello, perchè è un campanello d'allarme. Devo stare attento, molto attento. Alzo le mani in segno di resa. Cercare di difendermi sarebbe controproducente. Ha fin troppo materiale da rinfacciarmi.
“Pace. So che anche tu sei stata invitata. Ti proponevo solo di andare insieme.”
Non mi risponde subito. Si gode il momento e la mia palese trepidazione. Poi, finalmente:
“Va bene, tanto avevo già deciso di andarci. Mi risparmio la fatica di guidare. Ma ti avverto, non è un appuntamento. La nostra storia è finita, lo sai.”
“Nessun appuntamento.” ma dentro di me mi ripeto: “è un appuntamento, è un appuntamento e lei ha accettato.”
“Posso venire anche io?” chiede Kevin speranzoso.
Liza lo fulmina.
“No. Tu lunedì devi andare a scuola. Non se ne parla nemmeno di uscire di domenica sera, anche se non faremo tardi.” Si volta verso di me. “Perchè noi non faremo tardi, vero?”
“No, tardi noi? Non l'ho manco preso in considerazione.” mento.
“Sono stata chiara con tutti e due?”
Kevin ed io annuiamo nello stesso momento.
“Chiarissima!”
Finita la cena e salutati Liza e Kevin, mentre guido verso casa, mi scopro a fischiettare. Non c'è da stupirsene, sono veramente felice. È stata una giornata incredibile. Tutto è andato per il meglio, anzi, tutto è stato perfetto. Mi sento come se la mia vita avesse avuto la svolta definitiva. Da adesso in poi nulla potrà andarmi male. Mi sento invulnerabile e felice. Non sento nemmeno la mancanza del football.
Ok, ok non la sento troppo.
Prima di andare a letto ascolto se ci sono messaggi nella segreteria telefonica. Solo uno.
“Buongiorno, sono Françoise, telefono a nome della American Airlines per comunicarle che abbiamo recuperato la valigia da lei smarrita. Al momento si trova presso i nostri uffici al terminale dell’aeroporto Fiorello La Guardia blabalalalaballalalala…” cancello il messaggio. Efficientissimi. Nulla da dire, sono passate meno di ventiquattro ore dalla mia denuncia. Niente, niente male.
L'ennesima conferma che tutto nella mia vita è perfetto. Anche il bagaglio mi hanno trovato. È proprio vero, niente mi può andare male.
Nemmeno il tempo di spegnere il motore e la porta d'ingresso si spalanca.
Liza è sulla soglia. Doveva essersi messa dietro la finestra dello studio a controllare la strada in attesa del nostro arrivo. L'ennesima riprova della scarsa fiducia nei miei confronti.
La mia ex moglie ha una faccia indecifrabile. Il che mi preoccupa, e non poco.
“Non siamo in ritardo vero?” sussurro a Kevin, mentre percorriamo il marciapiede.
Allarga le braccia. Non sa nemmeno lui cosa aspettarsi.
“Ciao, Liza”
“Ciao, mamma.”
Non risponde. Pessimo segno.
“Dì la verità. Vi siete fermati a mangiare in un fast food.” Liza si rivolge solo a Kevin. Non mi guarda neppure, come se non esistessi.
“No.” risponde Kevin prontissimo.
“Kevin.” il nome viene pronunciato con quel tono inquisitorio di cui solo una madre è capace.
Mio figlio abbassa lo sguardo.
“Sì”
“Lo sapevo. Si sente il puzzo di fritto a cinque metri di distanza. Ti avevo detto di non farlo. E adesso lascerai sul piatto tutta la cena.”
“No, mangerò ogni cosa.” prova ad obbiettare Kevin.
Liza scuote la testa.
“Saluta tuo padre e vai dentro!”
Kevin sempre con il capo abbassato si volta verso di me.
“Ciao, papà.”
“Ciao.” rispondo.
“Mi sono divertito. Grazie dello splendido pomeriggio.”
“Mi sono divertito anch'io.” e sale i gradini che portano in casa.
Appena supera la soglia mi rivolgo alla mia ex moglie.
“Non ti sembra di aver esagerato? Alla sua età ingurgitavo di tutto e non mettevo su un filo di grasso.”
Liza si volta verso di me. I suoi occhi sono due fessure.
“A giudicare da quell'emisfero boreale che ipocritamente chiami pancia, non è più così.”
Mi guardo la pancia. Emisfero boreale mi sembra un po’ eccessivo. Ho messo su un po’ di pancetta dopo il ritiro questo sì, ma non è poi tantissima. Anche se devo convenire con lei che gli anni del metabolismo mangia grassi sono ormai definitivamente passati.
In ogni caso, alla luce della prima cortese frase rivoltami dalla mia ex consorte, mi preparo a salutare, anche per evitare altre stoccatine. Prima che possa farlo, però, Kevin rimette fuori la testa dalla porta di casa.
“Papà può fermarsi a cena?” chiede, sorprendendo sia me sia sua madre. Ci guardiamo. Io ho un'espressione del tipo: sì, mi piacerebbe molto, ma se non vuoi lo capisco. Lei ha un'espressione del tipo: oddio, ho pestato una merda.
“Dai....” insiste Kevin.
Liza rimane silenziosa.
“Kevin, tua madre avrà altri appuntamenti, ma comunque grazie.”
“Nessun appuntamento.” precisa subito il mio caro figliolo.
“Keeeviiin.” Liza arrossisce. Non fa piacere far sapere al tuo ex marito che non hai nessun appuntamento il sabato sera.
“E tu togliti quel sorrisetto dal viso.”
In effetti sto sorridendo. Beh, dopo essere stato massacrato da Kevin tutto il pomeriggio è bello vederlo colpire qualcun altro. E sì, mi fa molto piacere il fatto che lei non abbia appuntamenti il sabato sera.
“Fatto. Però Kevin ed io vorremmo sapere la tua decisione. Vero Kevin?”
“Vero.” risponde mio figlio, prontissimo a cogliere al volo l'assist.
“Oh, accidenti. Va bene, ho capito! Alvin, vuoi fermarti a cena?”
Mi volto a guardarmi dietro. Deve essere arrivato qualcuno alle mie spalle. È impossibile che stia parlando con me.
“Non fare l'idiota. Ti fermi o no?”
Una voce interiore inizia a parlarmi. “E ci stai anche a pensare? Dì di sì, brutto idiota, dì di sì, prima che cambi idea.”
“Sì.”
Kevin urla e corre verso la madre e poi verso di me.
“Cosa si mangia di buono?” chiedo mentre entriamo in casa tutti e tre insieme.
“Polpettone.” risponde lei con uno strano sorrisetto.
Io rabbrividisco e rispondo immediatamente.
“Per me niente salsa.”
E tutti e tre ridiamo. No, dico: ridiamo insieme! Erano due anni, tre mesi, quindici giorni e spiccioli che non ridevamo insieme. In quel momento sembriamo ancora una famiglia.
Incredibile a dirsi, a tavola c'è qualcuno più contento di me: Kevin. Non fa altro che girare la testa a destra e a sinistra, un po' come uno spettatore durante una partita di tennis, per guardare ora me ora sua madre. Provo una stretta al cuore. Per quanto sia speciale e cerchi di nasconderlo, è pur sempre un ragazzino di dodici anni i cui genitori hanno divorziato. Ma credo di averlo già abbondantemente fatto presente, questo.
Ci ho messo un po' a capirlo, per quanto fosse evidente: Kevin sotto, sotto tifa per me e spererebbe in una riunione dei suoi genitori. Sua madre, invece, non tifa per me. Ne ho combinate troppe. Ma io vorrei provarci. Sento la sua mancanza. Adesso che l'ho persa, capisco quanto importante fosse per me. Se sono guarito dalla mia sindrome è anche perchè avevo l'obbiettivo, forse più il sogno, ora come ora, di riconquistarla.
In un momento di silenzio imbarazzato – capita quando non sai cosa dire per paura di sbagliare – mi gioco l'asso nella manica.
“Domani sera verresti con me al Boathouse a Central Park?”
“È un invito?” ribatte con una domanda che non mi aspettavo.
“No. Aspetta, non fraintendere. Steve ha prenotato il locale per la Fondazione...” vengo interrotto subito.
“Non hai una segretaria o una stagista con cui andare? Una volta eri bravo a raccattare tutto quello che ti respirava accanto.” Liza mi sibila dietro sollevando un sopracciglio. Quel sopracciglio mi manda in pappa il cervello, perchè è un campanello d'allarme. Devo stare attento, molto attento. Alzo le mani in segno di resa. Cercare di difendermi sarebbe controproducente. Ha fin troppo materiale da rinfacciarmi.
“Pace. So che anche tu sei stata invitata. Ti proponevo solo di andare insieme.”
Non mi risponde subito. Si gode il momento e la mia palese trepidazione. Poi, finalmente:
“Va bene, tanto avevo già deciso di andarci. Mi risparmio la fatica di guidare. Ma ti avverto, non è un appuntamento. La nostra storia è finita, lo sai.”
“Nessun appuntamento.” ma dentro di me mi ripeto: “è un appuntamento, è un appuntamento e lei ha accettato.”
“Posso venire anche io?” chiede Kevin speranzoso.
Liza lo fulmina.
“No. Tu lunedì devi andare a scuola. Non se ne parla nemmeno di uscire di domenica sera, anche se non faremo tardi.” Si volta verso di me. “Perchè noi non faremo tardi, vero?”
“No, tardi noi? Non l'ho manco preso in considerazione.” mento.
“Sono stata chiara con tutti e due?”
Kevin ed io annuiamo nello stesso momento.
“Chiarissima!”
Finita la cena e salutati Liza e Kevin, mentre guido verso casa, mi scopro a fischiettare. Non c'è da stupirsene, sono veramente felice. È stata una giornata incredibile. Tutto è andato per il meglio, anzi, tutto è stato perfetto. Mi sento come se la mia vita avesse avuto la svolta definitiva. Da adesso in poi nulla potrà andarmi male. Mi sento invulnerabile e felice. Non sento nemmeno la mancanza del football.
Ok, ok non la sento troppo.
Prima di andare a letto ascolto se ci sono messaggi nella segreteria telefonica. Solo uno.
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L'ennesima conferma che tutto nella mia vita è perfetto. Anche il bagaglio mi hanno trovato. È proprio vero, niente mi può andare male.
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Paperone
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (tutto)
quindi il capitolo 4 andrà male :gazza:
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (tutto)
Colpa della valigia...Paperone wrote: quindi il capitolo 4 andrà male :gazza:
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (tutto)
Ottimi sti 2 capitoli. Quoto il China, il dialogo al fast food è una perla.
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Alvise
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (tutto)
per me nel capitolo 4 ad alvin non succede niente di che, ma sempre pronto a essere smentito...
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (tutto)
Ovvio: il capitolo 4 e' sull'altro matto... :gazza:Alvise wrote: per me nel capitolo 4 ad alvin non succede niente di che, ma sempre pronto a essere smentito...
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hell_en
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (tutto)
ovvio che per me Santana è Carlos, quindi lo scherzo di Alvin non mi ha fatto ridere...

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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (tutto)
Per me santana è proprio santana moss...ed è proprio per quello che non mi ha fatto ridere manco a me...hell_en wrote: ovvio che per me Santana è Carlos, quindi lo scherzo di Alvin non mi ha fatto ridere...
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This is unbelievably believable.
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