al posto di mettere tutto il racconto, nel primo post si possono mettere i link (come ha fatto angy coi topic delle squadre) ai vari capitolipandu86 wrote: ottima idea.
dato il limite dei caratteri per post, proporrei un topic in evidenza dove possa postare solo Alvise.
questo topic continueremmo ad usarlo per commentare.
che dite?
Re: topic provvisorio in attesa di delibera
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Paperone
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Re: Alvin Santisky - capitolo 2
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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therussianrocket
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Re: Alvin Santisky - capitolo 2
perchè, andando a memoria, tendenzialmente a me pare di metterlo dopo anche se talvolta capita il contrario. Quindi mi viene il dubbio.polpaol wrote: piccoli giornalisti crescono :paper:
"What's so special about Crosby? I don't see anything special there. Yes, he does skate well, has a good head, good pass. But there's nothing else." (Alexander Semin)
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Alvise
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Re: Alvin Santisky - capitolo 2
tipo nella tua firma?therussianrocket wrote: perchè, andando a memoria, tendenzialmente a me pare di metterlo dopo anche se talvolta capita il contrario. Quindi mi viene il dubbio.
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therussianrocket
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Re: Alvin Santisky - capitolo 2
la firma l'ho ripresa da un sito. Quando scrivo sul pc lo metto dopo, ma solo rileggendo. perche quando uno scrive tende a metterlo prima..Alvise wrote: tipo nella tua firma?
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Re: Alvin Santisky - capitolo 2
messo sempre prima delle virgolette e da quel che vedo nei libri che leggo è la norma. poi ci sono anche casi opposti o gente che manco mette le virgolette.therussianrocket wrote: la firma l'ho ripresa da un sito. Quando scrivo sul pc lo metto dopo, ma solo rileggendo. perche quando uno scrive tende a metterlo prima..
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Paperone
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Re: Alvin Santisky - capitolo 2
io lo metto sia prima che dopo :gazza:
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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chinasky
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Re: Alvin Santisky - capitolo 2
Io lo metto dopo, ma non so se esista davvero una regola...
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therussianrocket
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Re: Alvin Santisky - capitolo 2
apprezzo, le virgolette andrebbero abolite. dal linguaggio parlato :paper:Alvise wrote: messo sempre prima delle virgolette e da quel che vedo nei libri che leggo è la norma. poi ci sono anche casi opposti o gente che manco mette le virgolette.
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hell_en
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Re: Alvin Santisky - capitolo 2
nella firma del russo c'è pure un punto dopo il punto interrogativo...

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Re: Alvin Santisky - capitolo 2
i giornalisti anglofoni hanno delle difficoltà.hell_en wrote: nella firma del russo c'è pure un punto dopo il punto interrogativo...
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Re: Alvin Santisky - capitolo 2
[align=center]CAPITOLO 3[/align]
La sveglia inizia a suonare alle sette. La spengo e mi alzo dal letto verso le otto, otto e un quarto. Ok, ok, alle nove e dieci. Comunque, mi preparo e vado agli studi al Rockfeller Center, dove arrivo solo alle undici, per colpa di una colazione allungatasi in modo imprevedibile a causa di un cruciverba di particolare difficoltà. Giunto a destinazione, evito il mio ufficio ai piani alti, tanto il cruciverba del mattino l’ho già risolto a casa, e faccio fermare l’ascensore al girone degli schiavi, come amorevolmente lo chiama Daniel senza preoccuparsi troppo di chi sta ad ascoltarlo. Non c’è da stupirsi di un'opinione così poco rispettosa per il proprio ambiente di lavoro. Il mio cameraman, sarà per la musica reggae della madre, sarà per lo spirito mediterraneo del padre, è un vero idealista, il cui sogno è abbattere il sistema dall’interno attraverso un’azione inconsulta e anarchica: accendersi uno spinello nell’ufficio del presidente di rete, facendo echeggiare negli altoparlanti degli studi: “I’m so bored with the U.S.A.” dei Clash. Non l'ha ancora realizzato, ma mi assicura che ci sta lavorando. L’idea a me piace, ha quel non so che di nonsense che ho sempre apprezzato. C’è però un aspetto che proprio non comprendo: come possa nascere un figlio punk da un jazzista e da una cantante reggae… mah, misteri dei matrimoni misti.
In concreto, il girone degli schiavi non è altro che un salone open space dove il mio cameraman passa il suo tempo tra un servizio e l’altro, rinchiuso, si fa per dire, in una postazione di un metro per un metro nei pressi della sala montaggio.
Lui la chiama affettuosamente cripta e, come tutti gli abitatori degli open space, ne ha riempito le pareti grigie nel tentativo di rendere il proprio lavoro meno triste.
Alcuni ci mettono una marea di post-it contenenti appunti, appuntamenti o semplici cazzate, altri ci mettono la foto di figli, fidanzate o fidanzati, mogli o mariti se ce li hanno, un po’ tutti immagini di modelle o modelli. Daniel, niente di tutto questo. Lui ha ricoperto le pareti del suo cubicolo con foto totalmente fuori fuoco. Macchie gialle sopra a macchie verdi tutte sormontate da macchie azzurre, macchie nere con in mezzo una macchia bianca di luce, e altre così indecifrabili da essere solo un lago di macchie incolori. Una volta gli ho chiesto il perché di quella collezione. E lui tutto serio:
“Vedi, le foto ben fatte non mi piacciono. Una foto scattata con la giusta luce e il giusto tempo di esposizione è perfetta. Coglie un attimo e lo rende eterno. Il problema sta proprio in questa eternità.”
“Non capisco.”
“Francamente l’eternità è noiosa. Una bella donna in posa è sempre e solo una bella donna in posa. Per questo, di una fotografia ben realizzata ti puoi stufare. Lo stesso non avviene con una fotografia sfuocata perché, indefinita com’è, il suo unico limite diventa la tua immaginazione. Quella macchia bianca può nascondere una bella donna in posa, ma anche il riflesso del sole sugli occhiali di una ragazza sorridente, o un orsetto immortalato mentre gioca sulla neve o, persino, la lapide di un tuo amico disperso in Iraq. Delle sfuocate non ti puoi stancare. E infatti, se guardi nelle altre cripte, le foto vengono sostituite con una certa frequenza, oppure come le foto dei familiari non vengono proprio guardate. Invece le mie rimangono sempre qui, e ogni giorno passo qualche minuto a osservarle per trovare uno scatto di cui non mi ero mai reso conto prima.”
Il mio cameraman.
Confesso che in varie occasioni gli ho persino chiesto di raccontarmi cosa vedeva in qualcuna di quelle macchie. Una specie di versione psichedelica del test di Rorschach.
“Ciao, Daniel.”
“Sei in ritardo.”
“Scusa, lo so. Ho avuto qualche difficoltà a liberarmi.”
Daniel mi guarda dritto negli occhi.
“Scommetto che è stata tutta colpa della dodici orizzontale.”
Sfoggio una espressione scandalizzata.
“Mi ferisce la tua insinuazione. Veramente. Per chi mi hai preso? Io sputo l’anima per ogni dollaro che mi versa questa meravigliosa e generosa società.”
Daniel non muove un ciglio e continua a fissarmi.”
“Non sto scherzando. Mi hai ferito… E poi il problema era la venti verticale. La dodici orizzontale era facilissima.”
Daniel scuote la testa.
“Tutte erano facilissime. Ci ho impiegato tre minuti a farlo.” Sorrisone sornione. Lui, al contrario di me, è un fulmine con i cruciverba. Lo detesto quando me lo ricorda.
“Se hai finito di pavoneggiarti, c’è da montare l’intervista fatta a San Diego. Che poi devo correre al campo a vedere giocare Kevin.”
“Ok, ok.”
Daniel, con tutta calma, si alza e mi precede in sala montaggio dove mi fa vedere il filmato, in maniera da decidere cosa tagliare e cosa tenere.
L’intervista è stata di una noia spettacolare. Il ragazzo, benchè in campo sia capace di qualsiasi invenzione, davanti a una telecamera si rifugia nelle classiche banalità del 'bisogna lottare per vincere', 'la stagione sarà difficile', 'credo nel mio coach, nella squadra e in babbo natale'. Tutto degno del massimo rispetto se fosse vero, ma si vede lontano un miglio che lui il coach lo disprezza, la squadra pure e, per quanto riguarda babbo natale, ho il dubbio che lo ritenga alquanto finocchio per quel vestito rosso fuoco.
Tuttavia, la sua faccia da cicciobello viziato fa sempre ottimi ascolti, per cui il buon Alvin, per far contenti i suoi datori di lavoro, è andato a fargli quattro-domande-quattro, tenendo ben presente i desideri dei ricchi sponsor del ragazzo che lo vogliono più simpatico di quanto sia in realtà… Dato che sono gli stessi sponsor che mi pagano indirettamente lo stipendio, io ci provo a farli contenti, o meglio, Daniel ci prova. Perché alla fine, come al solito, io mi metto a ciondolare per la sala montaggio e lui si sobbarca tutta la fatica. Molti miei colleghi rovinano la vita di cameraman e montatori, ordinandogli questa o quella inquadratura. Io gli lascio fare il loro lavoro e i risultati sono a mio parere migliori.
“Quando ti metto?” mi chiede Daniel a un certo punto.
Io sono impegnatissimo a giocare con un videogame di football americano sul mio iPhone.
“Fa tu...”
Per fare un’intervista da registrare e poi trasmettere, se non si è in studio, si utilizzano: uno che fa le domande, uno che risponde, un cameraman e una videocamera. E qui iniziano i problemi. Come detto, al contrario di uno studio, la telecamera a vostra disposizione è una sola e per tutta l’intervista è puntata sull’intervistato, perché si suppone che migliaia di persone vogliano sentire cosa ha da dire lui, non voi. E dato che quelle persone indirettamente, grazie alla pubblicità che si sorbiscono, vi pagano lo stipendio, ecco spiegato il motivo per cui prendete un aereo, volate dall’altra parte della nazione e perdete cinque virgola quattro secondi della vostra vita per inventarvi delle domande già fatte miliardi di volte. Ora, poiché anche il nostro mestiere si basa sulla necessità di apparire, ogni tanto il faccione dell’intervistatore deve vedersi. La telecamera, però, non si può girare a ogni domanda. Troppo scomodo e troppi problemi di luci e di movimenti fastidiosi. E allora che si fa? Si filma tutta l’intervista, poi una volta terminata, si sposta la telecamera e si fa ripetere una domanda al giornalista per inserirla nel montaggio, prima della risposta già registrata, in maniera tale che sembra che sia stata fatta in presa diretta, durante l’intervista. Quindi, si riprende il giornalista in silenzio con lo sguardo concentrato e anche questo si inserisce nell’intervista, mettendo in sottofondo la voce dell’intervistato per far vedere al pubblico che il giornalista tra una domanda e l’altra non sta a scaccolarsi. Per inciso lo fa, lo fa…
E il gioco è fatto: la faccia del giornalista apparirà sulla vostra televisione per la sua incommensurabile gioia narcisistica.
Una dritta: se vedete che l’inquadratura dell’intervistatore appare durante una risposta particolarmente noiosa o banale, vuol dire che non sta molto simpatico al suo montatore; in caso contrario l’avrebbe messo nel momento di massima attenzione dello spettatore e non, invece, in un momento in cui lo spettatore non guarda; momento definito nel gergo televisivo: orapossoanchegirarmiversomiamoglieefarfintadiascoltarla.
Daniel, però, mi vuole bene e queste cose a me non le fa.
“Un lavoro fantastico” dico alla fine.
In effetti, ha fatto veramente un gran lavoro. Ha tagliato i tempi morti, nei quali generalmente il giocatore o cerca di ricordare cosa gli ha ordinato di dire il suo manager, oppure sta ancora pensando alla tifosa che si è scopato la notte prima. Ha tolto i discorsi più banali ed eliminato certe battute non proprio gentili nei confronti dei compagni di squadra, che avrebbero irritato i suoi sponsor. Ma, soprattutto, mi ha reso un giornalista migliore di quello che sono. Le mie inquadrature, per quanto effettuate senza nessuno davanti, comunicano, grazie ai suggerimenti e alle capacità di Daniel, competenza e attenzione. Il che è alquanto ridicolo, sapendo che, mentre il mio cameraman mi riprendeva, io stavo pensando ai quattro involtini primavera, ingurgitati senza nemmeno masticarli prima di iniziare l’intervista. Ecco, vedete quel momento in cui contraggo gli occhi? Non è un istante di particolare concentrazione. Si tratta solo di un attacco di acidità di stomaco.
Guardo l'orologio. Si sta facendo tardi.
“Ok, la mandiamo in onda così domani sera.” taglio corto.
La sveglia inizia a suonare alle sette. La spengo e mi alzo dal letto verso le otto, otto e un quarto. Ok, ok, alle nove e dieci. Comunque, mi preparo e vado agli studi al Rockfeller Center, dove arrivo solo alle undici, per colpa di una colazione allungatasi in modo imprevedibile a causa di un cruciverba di particolare difficoltà. Giunto a destinazione, evito il mio ufficio ai piani alti, tanto il cruciverba del mattino l’ho già risolto a casa, e faccio fermare l’ascensore al girone degli schiavi, come amorevolmente lo chiama Daniel senza preoccuparsi troppo di chi sta ad ascoltarlo. Non c’è da stupirsi di un'opinione così poco rispettosa per il proprio ambiente di lavoro. Il mio cameraman, sarà per la musica reggae della madre, sarà per lo spirito mediterraneo del padre, è un vero idealista, il cui sogno è abbattere il sistema dall’interno attraverso un’azione inconsulta e anarchica: accendersi uno spinello nell’ufficio del presidente di rete, facendo echeggiare negli altoparlanti degli studi: “I’m so bored with the U.S.A.” dei Clash. Non l'ha ancora realizzato, ma mi assicura che ci sta lavorando. L’idea a me piace, ha quel non so che di nonsense che ho sempre apprezzato. C’è però un aspetto che proprio non comprendo: come possa nascere un figlio punk da un jazzista e da una cantante reggae… mah, misteri dei matrimoni misti.
In concreto, il girone degli schiavi non è altro che un salone open space dove il mio cameraman passa il suo tempo tra un servizio e l’altro, rinchiuso, si fa per dire, in una postazione di un metro per un metro nei pressi della sala montaggio.
Lui la chiama affettuosamente cripta e, come tutti gli abitatori degli open space, ne ha riempito le pareti grigie nel tentativo di rendere il proprio lavoro meno triste.
Alcuni ci mettono una marea di post-it contenenti appunti, appuntamenti o semplici cazzate, altri ci mettono la foto di figli, fidanzate o fidanzati, mogli o mariti se ce li hanno, un po’ tutti immagini di modelle o modelli. Daniel, niente di tutto questo. Lui ha ricoperto le pareti del suo cubicolo con foto totalmente fuori fuoco. Macchie gialle sopra a macchie verdi tutte sormontate da macchie azzurre, macchie nere con in mezzo una macchia bianca di luce, e altre così indecifrabili da essere solo un lago di macchie incolori. Una volta gli ho chiesto il perché di quella collezione. E lui tutto serio:
“Vedi, le foto ben fatte non mi piacciono. Una foto scattata con la giusta luce e il giusto tempo di esposizione è perfetta. Coglie un attimo e lo rende eterno. Il problema sta proprio in questa eternità.”
“Non capisco.”
“Francamente l’eternità è noiosa. Una bella donna in posa è sempre e solo una bella donna in posa. Per questo, di una fotografia ben realizzata ti puoi stufare. Lo stesso non avviene con una fotografia sfuocata perché, indefinita com’è, il suo unico limite diventa la tua immaginazione. Quella macchia bianca può nascondere una bella donna in posa, ma anche il riflesso del sole sugli occhiali di una ragazza sorridente, o un orsetto immortalato mentre gioca sulla neve o, persino, la lapide di un tuo amico disperso in Iraq. Delle sfuocate non ti puoi stancare. E infatti, se guardi nelle altre cripte, le foto vengono sostituite con una certa frequenza, oppure come le foto dei familiari non vengono proprio guardate. Invece le mie rimangono sempre qui, e ogni giorno passo qualche minuto a osservarle per trovare uno scatto di cui non mi ero mai reso conto prima.”
Il mio cameraman.
Confesso che in varie occasioni gli ho persino chiesto di raccontarmi cosa vedeva in qualcuna di quelle macchie. Una specie di versione psichedelica del test di Rorschach.
“Ciao, Daniel.”
“Sei in ritardo.”
“Scusa, lo so. Ho avuto qualche difficoltà a liberarmi.”
Daniel mi guarda dritto negli occhi.
“Scommetto che è stata tutta colpa della dodici orizzontale.”
Sfoggio una espressione scandalizzata.
“Mi ferisce la tua insinuazione. Veramente. Per chi mi hai preso? Io sputo l’anima per ogni dollaro che mi versa questa meravigliosa e generosa società.”
Daniel non muove un ciglio e continua a fissarmi.”
“Non sto scherzando. Mi hai ferito… E poi il problema era la venti verticale. La dodici orizzontale era facilissima.”
Daniel scuote la testa.
“Tutte erano facilissime. Ci ho impiegato tre minuti a farlo.” Sorrisone sornione. Lui, al contrario di me, è un fulmine con i cruciverba. Lo detesto quando me lo ricorda.
“Se hai finito di pavoneggiarti, c’è da montare l’intervista fatta a San Diego. Che poi devo correre al campo a vedere giocare Kevin.”
“Ok, ok.”
Daniel, con tutta calma, si alza e mi precede in sala montaggio dove mi fa vedere il filmato, in maniera da decidere cosa tagliare e cosa tenere.
L’intervista è stata di una noia spettacolare. Il ragazzo, benchè in campo sia capace di qualsiasi invenzione, davanti a una telecamera si rifugia nelle classiche banalità del 'bisogna lottare per vincere', 'la stagione sarà difficile', 'credo nel mio coach, nella squadra e in babbo natale'. Tutto degno del massimo rispetto se fosse vero, ma si vede lontano un miglio che lui il coach lo disprezza, la squadra pure e, per quanto riguarda babbo natale, ho il dubbio che lo ritenga alquanto finocchio per quel vestito rosso fuoco.
Tuttavia, la sua faccia da cicciobello viziato fa sempre ottimi ascolti, per cui il buon Alvin, per far contenti i suoi datori di lavoro, è andato a fargli quattro-domande-quattro, tenendo ben presente i desideri dei ricchi sponsor del ragazzo che lo vogliono più simpatico di quanto sia in realtà… Dato che sono gli stessi sponsor che mi pagano indirettamente lo stipendio, io ci provo a farli contenti, o meglio, Daniel ci prova. Perché alla fine, come al solito, io mi metto a ciondolare per la sala montaggio e lui si sobbarca tutta la fatica. Molti miei colleghi rovinano la vita di cameraman e montatori, ordinandogli questa o quella inquadratura. Io gli lascio fare il loro lavoro e i risultati sono a mio parere migliori.
“Quando ti metto?” mi chiede Daniel a un certo punto.
Io sono impegnatissimo a giocare con un videogame di football americano sul mio iPhone.
“Fa tu...”
Per fare un’intervista da registrare e poi trasmettere, se non si è in studio, si utilizzano: uno che fa le domande, uno che risponde, un cameraman e una videocamera. E qui iniziano i problemi. Come detto, al contrario di uno studio, la telecamera a vostra disposizione è una sola e per tutta l’intervista è puntata sull’intervistato, perché si suppone che migliaia di persone vogliano sentire cosa ha da dire lui, non voi. E dato che quelle persone indirettamente, grazie alla pubblicità che si sorbiscono, vi pagano lo stipendio, ecco spiegato il motivo per cui prendete un aereo, volate dall’altra parte della nazione e perdete cinque virgola quattro secondi della vostra vita per inventarvi delle domande già fatte miliardi di volte. Ora, poiché anche il nostro mestiere si basa sulla necessità di apparire, ogni tanto il faccione dell’intervistatore deve vedersi. La telecamera, però, non si può girare a ogni domanda. Troppo scomodo e troppi problemi di luci e di movimenti fastidiosi. E allora che si fa? Si filma tutta l’intervista, poi una volta terminata, si sposta la telecamera e si fa ripetere una domanda al giornalista per inserirla nel montaggio, prima della risposta già registrata, in maniera tale che sembra che sia stata fatta in presa diretta, durante l’intervista. Quindi, si riprende il giornalista in silenzio con lo sguardo concentrato e anche questo si inserisce nell’intervista, mettendo in sottofondo la voce dell’intervistato per far vedere al pubblico che il giornalista tra una domanda e l’altra non sta a scaccolarsi. Per inciso lo fa, lo fa…
E il gioco è fatto: la faccia del giornalista apparirà sulla vostra televisione per la sua incommensurabile gioia narcisistica.
Una dritta: se vedete che l’inquadratura dell’intervistatore appare durante una risposta particolarmente noiosa o banale, vuol dire che non sta molto simpatico al suo montatore; in caso contrario l’avrebbe messo nel momento di massima attenzione dello spettatore e non, invece, in un momento in cui lo spettatore non guarda; momento definito nel gergo televisivo: orapossoanchegirarmiversomiamoglieefarfintadiascoltarla.
Daniel, però, mi vuole bene e queste cose a me non le fa.
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In effetti, ha fatto veramente un gran lavoro. Ha tagliato i tempi morti, nei quali generalmente il giocatore o cerca di ricordare cosa gli ha ordinato di dire il suo manager, oppure sta ancora pensando alla tifosa che si è scopato la notte prima. Ha tolto i discorsi più banali ed eliminato certe battute non proprio gentili nei confronti dei compagni di squadra, che avrebbero irritato i suoi sponsor. Ma, soprattutto, mi ha reso un giornalista migliore di quello che sono. Le mie inquadrature, per quanto effettuate senza nessuno davanti, comunicano, grazie ai suggerimenti e alle capacità di Daniel, competenza e attenzione. Il che è alquanto ridicolo, sapendo che, mentre il mio cameraman mi riprendeva, io stavo pensando ai quattro involtini primavera, ingurgitati senza nemmeno masticarli prima di iniziare l’intervista. Ecco, vedete quel momento in cui contraggo gli occhi? Non è un istante di particolare concentrazione. Si tratta solo di un attacco di acidità di stomaco.
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Last edited by Alvise on 03/03/2010, 20:04, edited 1 time in total.
- azazel
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (prima parte)
Qualcuno sa se e quando faranno uscire i sottotitoli redatti da goat per questo episodio? Wolvie? su italiansubs li fate?
stampo e leggo prima di andare a dormire, come al solito, bella alvi!
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This is unbelievably believable.
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hell_en
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (prima parte)
e io so come va avanti, e io so come va avanti

sono corruttibile, ma non offendetemi con offertucce. :figo:
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Re: Alvin Santisky - capitolo 3 (prima parte)
Guarda te se una per avere delle anteprime su un serial si deve ridurre ad andare a letto con l'autore!!!! Tse'! Vergogna!hell_en wrote: e io so come va avanti, e io so come va avanti![]()
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