Re: topic provvisorio in attesa di delibera

Il Punto d'incontro dei Fans NFL di Play.it USA
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therussianrocket
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Re: Alvin Santisky - prologo

Post by therussianrocket »

hell_en wrote: io invece visualizzo l'altro come philip seymour hoffman (che trovo agghiacciante e mi fa ribrezzo anche solo a guardarlo)
idolo però
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azazel
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Re: Alvin Santisky - prologo

Post by azazel »

è morto dentro al bagagliaio dopo tutto sto tempo...
Join the third.
This is unbelievably believable.
Alvise
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Re: Alvin Santisky - prologo

Post by Alvise »

capitolo 1 (prima parte - si ringraziano hell-en, pol e angy e china, non si ringrazia il russo)

[align=center]CAPITOLO 1[/align]



Due giorni dopo. Aeroporto Fiorello La Guardia, Queens, N.Y.



Cognome: Santisky.
Nome: Alvin.
Luogo di residenza: New York, Central Park West.
Volo: San Diego-New York con scalo a Denver.
Descrizione bagaglio: borsa nera.
Contenuto: vestiti.
“Non ti vedo molto dettagliato nella descrizione.”
A parlare era stato il mio cameraman, Daniel. Mi aveva accompagnato nel viaggio di lavoro a San Diego.
“Sicuramente hanno smarrito la mia valigia durante lo scalo a Denver e mi arriverà con il prossimo volo. Niente per cui perdere troppo tempo.” Firmo e restituisco la penna all'addetto della American Airlines.  “Andiamo a casa?”
“Mi piacerebbe, ma non posso.” risponde lui con un'espressione di cui conosco fin troppo bene il significato.
“Ok, sentiamo come si chiama.”
“Judy, era l'hostess con gli occhi verdi.”
“Quella sventola che da sola valeva il biglietto di prima classe?”
Daniel annuisce, facendo volare i capelli rasta per tutto l'aeroporto. Lo guardo con tanto d'occhi, eppure ormai dovrei essere abituato ai suoi successi con le donne. Daniel ha 27 anni ed è una pubblicità ambulante sui vantaggi estetici dei matrimoni misti. Suo padre è un pianista jazz di origine italiana, sua madre, invece, una cantante reggae afroamericana. Il risultato è un mulatto dai lineamenti delicati, gli occhi verdi, i capelli rasta e l’attitudine di un figlio dei fiori. Inutile dire che con le donne non ha problemi, come peraltro dimostrato anche dalla hostess del nostro volo.
“Ma come ci riesci? Se la tirava da far paura. Da come guardava i passeggeri sembrava li ritenesse tutti degni di fustigazione solo per averle rivolto la parola.”
“Il solito esagerato. Io la definirei solo un po' timida. E poi tu hai dormito tutto il tempo, come fai a giudicarla? Mentre tu russavi peggio dei reattori dell'aereo, Judy è stata molto cortese e gentile. Almeno con me lo è stata. E infatti mi ha invitato a cena stasera.”
“Alla faccia della timidezza.”
“Le deve essere costato un certo sforzo, infatti. Per questo ho accettato, anche se sono un po' stanco.”
“Se eri così stanco potevi rinviare a domani.”  Dico sarcastico.
Scuote la testa. “Ci ho pensato. Purtroppo è la sua unica notte a New York, domani riparte con un volo per Los Angeles.” mi dice con un leggero disappunto. A intendere che ha riflettuto davvero sulla possibilità di non uscire con quella ragazza. La cosa assurda, ma solo se non lo si conosce, è che lui su quella possibilità ci ha riflettuto veramente. 
“Daniel, a volte sei insopportabile.”
“Perchè?”
“Niente, niente, solo invidia. Allora ci vediamo domani per vedere come montare l'intervista, ok?”
“Va bene.”
Ci salutiamo e ognuno va per la sua strada. Inutile dire che la sua strada è decisamente migliore della mia. Prendo il primo taxi che trovo e le uniche parole che rivolgo al tassista sono il mio indirizzo. Per mia fortuna non mi riconosce, così non mi sforzo di rendermi simpatico. La macchina parte e io mi metto a guardare fuori dal finestrino senza realmente vedere nulla. Appena prima di entrare nel Queens-Midtown tunnel, il mio iphone si mette a trillare. Non è una telefonata. Riconosco la suoneria, la sigla del monday night: è un promemoria, che mi ricorda che domani c'è la partita di Kevin. 
Non posso perdermela. O, detta meglio, non devo perdermela. Non mi restano molte possibilità di salvare il mio rapporto con mio figlio.
Per spiegare la mia disastrata situazione familiare basta poco. Il tutto si riassume con sole quattro parole: ex giocatore di football. Anzi con una: ex. Tutto gira attorno a quello.
Andando per ordine e per chi ama le statistiche, sono figlio di due docenti universitari, Joseph, mio padre, di origine ebraica, è un insegnante di storia  che ha abbandonato la sua religione e la sua famiglia per sposare mia madre, Mary, italoamericana insegnante di italiano. Li amo moltissimo, anche per non avermi chiamato Jesus. Con i loro nomi la possibilità non era così remota. E anche loro mi amano moltissimo, anche se non sono proprio il figlio che si aspettavano di avere. In particolare mio padre non ha mai nemmeno tentato di nascondere la sua disapprovazione per le mie scelte di vita. Mi avrebbe voluto come lui: uno studioso, o almeno un dottore. Avrebbe accettato persino l'avvocato, ma un giocatore di football? Per lui era troppo. Per mia madre è stato diverso. Non mi capiva, ma io ero il suo bambino. Quindi andava bene così. Comunque non mi hanno mai fatto mancare nulla e, nonostante tutto, non mi hanno ostacolato, consapevoli per esperienza diretta che ognuno deve essere libero di poter seguire la propria strada.
Ed era fin troppo chiaro quale fosse la mia: football, football e ancora football.
Per questo quando ho smesso, dopo vent'anni di football giocato tra college e varie leghe professionistiche (ho finito la carriera giocando nella lega canadese) sono entrato in crisi. Non sapevo più qual era la mia strada.
Il mio stato d'animo, quando sono diventato un ex è facile da spiegare: stavo male.
In quel periodo, potevano dirmi che avevo tutto, che avevo già raggiunto ogni sogno, realizzato ogni speranza, che ero ricco, che avevo una splendida moglie, un bellissimo bambino, che vivevo in una villa che si sarebbe dovuta chiamare castello, in uno dei luoghi più esclusivi del pianeta e un futuro assicurato fino alla dodicesima discendenza. Potevano dirlo, ma non potevano convincermi che avevo fatto bene a smettere di giocare! 
Era tutto vero, me ne sono accorto solo dopo, molto dopo, ma il problema rimaneva, perchè l'unica cosa a cui io pensavo era il fatto di essere per sempre lontano dal campo.
Non ero più lì a percepire l’erba scricchiolare sotto il mio peso, in compagnia del sole riflesso sul casco di compagni e avversari. Non sentivo più la folla inneggiare al mio nome. Non potevo più chiedermi se le mie dita sarebbero riuscite a stringere il cuoio nonostante il freddo sotto zero, o se i miei occhi sarebbero stati in grado di leggere i blitz materializzatisi da dietro la condensa provocata dal mio stesso fiato.
Chi mi stava vicino cercava di consolarmi, dicendo che avevo fatto bene a chiamarmi fuori perché il mio fisico era bello che andato; che ormai raccoglievo solo minuti in garbage time e che i bambini tra il pubblico non capivano chi fossi, nemmeno quando i loro genitori, tra un misto di rabbia e affetto, dicevano: “quello era un grande, ma doveva smettere anni fa.”
Nonostante camminare ti faccia bestemmiare, perché il ginocchio ormai è andato al punto che nemmeno una bottiglia di whisky ti fa dimenticare il dolore; nonostante la tua proverbiale visione di gioco sia solo un filmato da vendere in supermercato a metà prezzo, perché non sei più un blockbuster; nonostante il fatto che l’unica persona tanto folle da offrirti un contratto, pur al minimo salariale, sia nipote di quello che ti ha fatto diventare ricco per la prima volta, beh, nonostante tutto, io ero certo di aver fatto male a smettere.
La ragione non serve. La ragione è inutile. Io volevo ancora sentire quegli odori ormai lontani. Il cuoio, la plastica delle protezioni e il sudore, il mio sudore, mentre cuocevo lentamente sotto il sole a picco che, incuriosito, domandava: “chi te lo fa fare di rischiare la vita per un gioco?”
Io, quando giocavo, al sole manco rispondevo. Lui non poteva capire. Lui è eterno, mentre io ero consapevole di essere stato eterno solo per un attimo, l’attimo in cui lanciavo al mio wide receiver e lui si involava per il touch down decisivo. E allora sì, ero come il sole: eterno. Come si può rinunciare a tutto questo? No, non potevo farlo. Eppure. Eppure l’avevo fatto. Non so come, non volevo ricordare quando, ma l’avevo fatto. E non facevo altro che rimpiangerlo. 
Ovviamente, se qualcuno me lo chiedeva, per evitare problemi entrando in discussioni che non mi andava di fare, del tipo la vita va avanti, io tiravo fuori il mio meraviglioso sorriso da fototessera, e, ridacchiando, sparavo il mio discorsetto, sempre uguale.
“Pentito? No, ho smesso anche troppo tardi, solo adesso capisco quanto fossi folle a farmi picchiare ogni domenica. Se ci penso, ero proprio stupido.”
E, mentre lo pronunciavo, sapevo di star mentendo.
Ero il sole, ero eterno. Smettendo di giocare ero diventato un uomo con un sacco di cose che non riesce a divertirsi.
Lo ammetto, in quei giorni se avessi saputo che con un’iniezione di sgorga lavandini avrei potuto tornare a giocare un anno in più, mi sarei iniettato pure quello.
A conti fatti posso dire che ero malato e lo sono stato per un bel po'. Non so se in medicina sia stata catalogata una malattia del genere. Certo, per me dovrebbe esserlo. Io la chiamo sindrome del post ritiro in analogia con la sindrome post parto che colpisce  molte donne dopo la gravidanza. I punti di contatto sono innumerevoli: da un giorno all'altro, smettendo di allenarti il tuo corpo si svuota in un attimo di una quantità notevole di ormoni (dopamina, adrenalina etc etc) con cui avevi convissuto per anni, e da cui ormai eri dipendente; da un giorno all'altro perdi la routine quotidiana a cui ormai sei abituato, e, soprattutto, da un giorno all'altro non hai più un obiettivo da raggiungere, che sia essere titolare o anche solo riuscire a fare il roster. Di colpo tutto è finito. Improvvisamente, la tua vita è cambiata e tu non sai come affrontare quello che ti aspetta, perchè non sai cosa ti aspetta. Nessuno, tu per primo, ti ha preparato a vivere una vita lontano dal campo da gioco. Tu conosci solo il football, che ne sai del resto?
Non tutti gli ex giocatori soffrono di questa sindrome, come non tutte le donne soffrono della sindrome post parto. Anzi, alcuni quando si ritirano si sentono addirittura sollevati. Io e molti altri come me, invece, il ritiro l'abbiamo preso malissimo. Alcuni diventano alcolizzati o drogati o pazzi oppure, per non farsi mancare nulla, tutte e tre insieme.
Per quanto mi riguarda, io sono diventato un depresso cronico e un alcolizzato. Ho sempre bevuto fin dai tempi del college e da professionista, ai festini dopo vittoria, o a quelli dopo sconfitta (sì ci sono anche quelli), ci davo dentro come e più degli altri, con pessimi risultati per la mia vita coniugale. Ma appunto, bevevo solo durante le feste, perchè non potevo permettermi di  strafare rischiando di pregiudicare le mie prestazioni. Come detto, prima di tutto veniva il football. E così a tenermi lontano dalla bottiglia ci pensavano gli allenamenti, sempre più intensi man mano che gli anni si accumulavano. Finito di giocare, ho iniziato a bere in ogni occasione. Bevevo fino a intontirmi per non pensare alla fine della mia carriera e a tutte quelle sensazioni che adoravo e non avrei mai più provato, ricollegate al football. Cercavo di riempire con l'alcol il vuoto che mi sentivo dentro, spaesato com'ero nella vita di tutti i giorni.
Faccio un annuncio per chi non l'avesse ancora capito: l'alcol non riempie nessun vuoto. Casomai vi toglie anche il resto. E infatti, dopo aver perso il football, ho perso anche la mia seconda moglie, Liza, e mio figlio, Kevin. Liza era riuscita a sopportare certe mie scappatelle, ma non ha sopportato il mio essere perennemente ubriaco e le mie continue lamentele su quanto schifo facesse la mia vita. Non posso certo biasimarla per avermi dato il ben servito. Io non avrei sopportato manco le scappatelle. Comunque, per me fu una doccia fredda. Non mi ero accorto della sua crescente insofferenza, occupato com'ero a  piangermi addosso o a scolare bottiglie. 
In ogni caso, il mio secondo divorzio, per quanto doloroso, (detesto ammetterlo, ma io sono ancora innamorato di Liza) mi diede quello scossone emotivo di cui avevo bisogno per  guardare in faccia la realtà e comprendere come mi stessi riducendo. Grazie ai miei genitori, più a mia madre a dirla tutta, e soprattutto al mio fratello di sangue Steve, sono riuscito con fatica e pazienza a rimettermi in carreggiata. Il primo passo è stato l'alcol. Non mi ubriaco più da mesi. Mi limito ogni tanto a una birretta in compagnia, un goccio di vino e persino un bicchiere di whisky in determinate occasioni, ma mai durante i miei momenti di commiserazione. Smettere di stordimi è stato relativamente semplice, perchè il problema non è mai stato l'alcol. Il problema ero io e la mia incapacità di affrontare i cambiamenti in atto nella vita e comprendere di poter esistere anche fuori dal campo. Ancora adesso una parte di me, la stessa che vorrebbe ancora commiserarsi, giudica un concetto del genere una pura eresia, ma per mia fortuna è una parte minoritaria. È stato un processo lento, come detto faticoso, con frequenti ricadute, ma alla fine credo proprio di aver finalmente superato la sindrome del post ritiro.
E, quindi, ho iniziato a costruirmi una vita fuori dal campo. Innanzitutto, anche se non avrei bisogno di lavorare – mio fratello di sangue ha investito bene i miei stipendi – ho scelto di trovarmene uno per uscire dalla mia accidia.
Come spesso capita a vecchi giocatori abbastanza bravi da dire due parole di seguito, senza troppi errori grammaticali, e soprattutto, senza una parolaccia in mezzo, faccio il commentatore sportivo. Mi occupo, inutile quasi precisarlo, di football per una rete nazionale. Come vedete, dalla mia droga non sono riuscito a separarmi. Non è un lavoro impegnativo. In fin dei conti, sono solo un nome da spendere da parte della televisione. Loro mi danno i soldi e io metto il mio faccione davanti a una telecamera, mi produco nel mio brevettato sorriso fototessera, dico qualche boiata che qualsiasi tifoso potrebbe dire meglio di me, e rido quando mi dicono di ridere. Nulla di complicato, insomma. 
Forse l’anno prossimo uscirà anche un videogame con il mio nome stampigliato sopra. I colleghi e i collaboratori nella maggior parte dei casi non sono nemmeno male. Quello con cui ho legato meglio tra le facce nuove è ovviamente Daniel. Per quanto riguarda gli altri, preferisco gli ex giocatori ai cosiddetti esperti che non hanno mai giocato una singola partita in vita loro, ma poteva andarmi peggio. In nessun ambiente di lavoro ti piacciono tutti quelli con cui hai a che fare.
Certo, mi piacerebbe si parlasse più di football giocato. Il gioco e il campo sono l’unica cosa che dovrebbe contare, e invece no! Ma come si suol dire, ed è una grande verità, purtroppo, in America tutto gira attorno ai soldi. I pettegolezzi e gli scandali fanno ascolti, e quindi tutti ne parlano.
Però, cerchiamo di essere chiari: non è football sapere quante tonnellate di coca si sniffa quel defensive end o se un certo quarterback scopa o meno prima della partita, magari una cheerleader, magari una cheerleader avversaria. Queste puttanate non hanno niente a che fare con lo sport più bello del mondo.
Quello che non sopporto, poi, è l'ipocrisia di alcuni che sputano sentenze da dietro la loro scrivania, con le luci giuste e la pettinatura perfetta. Ipocriti. Da quando ho iniziato a fare il giornalista ho scoperto colleghi capaci di ingurgitare quantità di alcol che io mai mi sono sognato e vi parla uno che si è svegliato nel proprio vomito più di un paio di volte. Per non parlare della droga. Se i giocatori di football si pippassero quello che si pippano un paio di commentatori che conosco, beh, all'antidoping piscerebbero polvere.
Pensate sia semplice arrivare integri dopo vent’anni di football ad alto livello, droga o no che sia? Scagliarsi elmetto contro elmetto per quattro o cinque lustri della propria esistenza? A un certo punto della mia carriera ero così imbottito di antidolorifici che una volta, alla fine di un allenamento, un mio compagno di squadra si avvicinò e mi disse “fossi in te mi controllerei il mignolo della mano sinistra mi sembra un po' strano.” Mi guardai il dito e alla faccia del po’ strano. Con l'unghia del mignolo toccavo il dorso della mano e io non mi ero accorto di nulla. 
“Arrivati.”
Last edited by Alvise on 17/02/2010, 19:50, edited 1 time in total.
pandu86
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Re: Alvin Santisky - prologo

Post by pandu86 »

capitolo 1 (prima parte - si ringraziano hell-en e pol)

[align=center]CAPITOLO 1[/align]



Due giorni dopo. Aeroporto Fiorello La Guardia, Queens, N.Y.



Cognome: Santisky.
Nome: Alvin.
Luogo di residenza: New York, Central Park West.
Volo: San Diego-New York con scalo a Denver.
Descrizione bagaglio: borsa nera.
Contenuto: vestiti.
“Non ti vedo molto dettagliato nella descrizione.”
A parlare era stato il mio cameraman, Daniel. Mi aveva accompagnato nel viaggio di lavoro a San Diego.
“Sicuramente hanno smarrito la mia valigia durante lo scalo a Denver e mi arriverà con il prossimo volo. Niente per cui perdere troppo tempo.” Firmo e restituisco la penna all'addetto della American Airlines.  “Andiamo a casa?”
“Mi piacerebbe, ma non posso.” risponde lui con un'espressione di cui conosco fin troppo bene il significato.
“Ok, sentiamo come si chiama.”
“Judy, era l'hostess con gli occhi verdi.”
“Quella sventola che da sola valeva il biglietto di prima classe?”
Daniel annuisce, facendo volare i capelli rasta per tutto l'aeroporto. Lo guardo con tanto d'occhi, eppure ormai dovrei essere abituato ai suoi successi con le donne. Daniel ha 27 anni ed è una pubblicità ambulante sui vantaggi estetici dei matrimoni misti. Suo padre è un pianista jazz di origine italiana, sua madre, invece, una cantante reggae afroamericana. Il risultato è un mulatto dai lineamenti delicati, gli occhi verdi, i capelli rasta e l’attitudine di un figlio dei fiori. Inutile dire che con le donne non ha problemi, come peraltro dimostrato anche dalla hostess del nostro volo.
“Ma come ci riesci? Se la tirava da far paura. Da come guardava i passeggeri sembrava li ritenesse tutti degni di fustigazione solo per averle rivolto la parola.”
“Il solito esagerato. Io la definirei solo un po' timida. E poi tu hai dormito tutto il tempo, come fai a giudicarla? Mentre tu russavi peggio dei reattori dell'aereo, Judy è stata molto cortese e gentile. Almeno con me lo è stata. E infatti mi ha invitato a cena stasera.”
“Alla faccia della timidezza.”
“Le deve essere costato un certo sforzo, infatti. Per questo ho accettato, anche se sono un po' stanco.”
“Se eri così stanco potevi rinviare a domani.”  Dico sarcastico.
Scuote la testa. “Ci ho pensato. Purtroppo è la sua unica notte a New York, domani riparte con un volo per Los Angeles.” mi dice con un leggero disappunto. A intendere che ha riflettuto davvero sulla possibilità di non uscire con quella ragazza. La cosa assurda, ma solo se non lo si conosce, è che lui su quella possibilità ci ha riflettuto veramente. 
“Daniel, a volte sei insopportabile.”
“Perchè?”
“Niente, niente, solo invidia. Allora ci vediamo domani per vedere come montare l'intervista, ok?”
“Va bene.”
Ci salutiamo e ognuno va per la sua strada. Inutile dire che la sua strada è decisamente migliore della mia. Prendo il primo taxi che trovo e le uniche parole che rivolgo al tassista sono il mio indirizzo. Per mia fortuna non mi riconosce, così non mi sforzo di rendermi simpatico. La macchina parte e io mi metto a guardare fuori dal finestrino senza realmente vedere nulla. Appena prima di entrare nel Queens-Midtown tunnel, il mio i-phone si mette a trillare. Non è una telefonata. Riconosco la suoneria, la sigla del monday night: è un promemoria, che mi ricorda che domani c'è la partita di Kevin.   
Non posso perdermela. O, detta meglio, non devo perdermela. Non mi restano molte possibilità di salvare il mio rapporto con mio figlio.
Per spiegare la mia disastrata situazione familiare basta poco. Il tutto si riassume con sole quattro parole: ex giocatore di football. Anzi con una: ex. Tutto gira attorno a quello.
Andando per ordine e per chi ama le statistiche, sono figlio di due docenti universitari, Joseph, mio padre, di origine ebraica, è un insegnante di storia  che ha abbandonato la sua religione e la sua famiglia per sposare mia madre, Mary, italoamericana insegnante di italiano. Li amo moltissimo, anche per non avermi chiamato Jesus. Con i loro nomi la possibilità non era così remota. E anche loro mi amano moltissimo, anche se non sono proprio il figlio che si aspettavano di avere. In particolare mio padre non ha mai nemmeno tentato di nascondere la sua disapprovazione per le mie scelte di vita. Mi avrebbe voluto come lui: uno studioso, o almeno un dottore. Avrebbe accettato persino l'avvocato, ma un giocatore di football? Per lui era troppo. Per mia madre è stato diverso. Non mi capiva, ma io ero il suo bambino. Quindi andava bene così. Comunque non mi hanno mai fatto mancare nulla e, nonostante tutto, non mi hanno ostacolato, consapevoli per esperienza diretta che ognuno deve essere libero di poter seguire la propria strada.
Ed era fin troppo chiaro quale fosse la mia: football, football e ancora football.
Per questo quando ho smesso, dopo vent'anni di football giocato tra college e varie leghe professionistiche (ho finito la carriera giocando nella lega canadese) sono entrato in crisi. Non sapevo più qual era la mia strada.
Il mio stato d'animo, quando sono diventato un ex è facile da spiegare: stavo male.
In quel periodo, potevano dirmi che avevo tutto, che avevo già raggiunto ogni sogno, realizzato ogni speranza, che ero ricco, che avevo una splendida moglie, un bellissimo bambino, che vivevo in una villa che si sarebbe dovuta chiamare castello, in uno dei luoghi più esclusivi del pianeta e un futuro assicurato fino alla dodicesima discendenza. Potevano dirlo, ma non potevano convincermi che avevo fatto bene a smettere di giocare! 
Era tutto vero, me ne sono accorto solo dopo, molto dopo, ma il problema rimaneva, perchè l'unica cosa a cui io pensavo era il fatto di essere per sempre lontano dal campo.
Non ero più lì a percepire l’erba scricchiolare sotto il mio peso, in compagnia del sole riflesso sul casco di compagni e avversari. Non sentivo più la folla inneggiare al mio nome. Non potevo più chiedermi se le mie dita sarebbero riuscite a stringere il cuoio nonostante il freddo sotto zero, o se i miei occhi sarebbero stati in grado di leggere i blitz materializzatisi da dietro la condensa provocata dal mio stesso fiato.
Chi mi stava vicino cercava di consolarmi, dicendo che avevo fatto bene a chiamarmi fuori perché il mio fisico era bello che andato; che ormai raccoglievo solo minuti in garbage time e che i bambini tra il pubblico non capivano chi fossi, nemmeno quando i loro genitori, tra un misto di rabbia e affetto, dicevano: “quello era un grande, ma doveva smettere anni fa.”
Nonostante camminare ti faccia bestemmiare, perché il ginocchio ormai è andato al punto che nemmeno una bottiglia di whisky ti fa dimenticare il dolore; nonostante la tua proverbiale visione di gioco sia solo un filmato da vendere in supermercato a metà prezzo, perché non sei più un blockbuster; nonostante il fatto che l’unica persona tanto folle da offrirti un contratto, pur al minimo salariale, sia nipote di quello che ti ha fatto diventare ricco per la prima volta, beh, nonostante tutto, io ero certo di aver fatto male a smettere.
La ragione non serve. La ragione è inutile. Io volevo ancora sentire quegli odori ormai lontani. Il cuoio, la plastica delle protezioni e il sudore, il mio sudore, mentre cuocevo lentamente sotto il sole a picco che, incuriosito, domandava: “chi te lo fa fare di rischiare la vita per un gioco?”
Io, quando giocavo, al sole manco rispondevo. Lui non poteva capire. Lui è eterno, mentre io ero consapevole di essere stato eterno solo per un attimo, l’attimo in cui lanciavo al mio wide receiver e lui si involava per il touch down decisivo. E allora sì, ero come il sole: eterno. Come si può rinunciare a tutto questo? No, non potevo farlo. Eppure. Eppure l’avevo fatto. Non so come, non volevo ricordare quando, ma l’avevo fatto. E non facevo altro che rimpiangerlo. 
Ovviamente, se qualcuno me lo chiedeva, per evitare problemi entrando in discussioni che non mi andava di fare, del tipo la vita va avanti, io tiravo fuori il mio meraviglioso sorriso da fototessera, e, ridacchiando, sparavo il mio discorsetto, sempre uguale.
“Pentito? No, ho smesso anche troppo tardi, solo adesso capisco quanto fossi folle a farmi picchiare ogni domenica. Se ci penso, ero proprio stupido.”
E, mentre lo pronunciavo, sapevo di star mentendo.
Ero il sole, ero eterno. Smettendo di giocare ero diventato un uomo con un sacco di cose che non riesce a divertirsi.
Lo ammetto, in quei giorni se avessi saputo che con un’iniezione di sgorga lavandini avrei potuto tornare a giocare un anno in più, mi sarei iniettato pure quello.
A conti fatti posso dire che ero malato e lo sono stato per un bel po'. Non so se in medicina sia stata catalogata una malattia del genere. Certo, per me dovrebbe esserlo. Io la chiamo sindrome del post ritiro in analogia con la sindrome post parto che colpisce  molte donne dopo la gravidanza. I punti di contatto sono innumerevoli: da un giorno all'altro, smettendo di allenarti il tuo corpo si svuota in un attimo di una quantità notevole di ormoni (dopamina, adrenalina etc etc) con cui avevi convissuto per anni, e da cui ormai eri dipendente; da un giorno all'altro perdi la routine quotidiana a cui ormai sei abituato, e, soprattutto, da un giorno all'altro non hai più un obiettivo da raggiungere, che sia essere titolare o anche solo riuscire a fare il roster. Di colpo tutto è finito. Improvvisamente, la tua vita è cambiata e tu non sai come affrontare quello che ti aspetta, perchè non sai cosa ti aspetta. Nessuno, tu per primo, ti ha preparato a vivere una vita lontano dal campo da gioco. Tu conosci solo il football, che ne sai del resto?
Non tutti gli ex giocatori soffrono di questa sindrome, come non tutte le donne soffrono della sindrome post parto. Anzi, alcuni quando si ritirano si sentono addirittura sollevati. Io e molti altri come me, invece, il ritiro l'abbiamo preso malissimo. Alcuni diventano alcolizzati o drogati o pazzi oppure, per non farsi mancare nulla, tutte e tre insieme.
Per quanto mi riguarda, io sono diventato un depresso cronico e un alcolizzato. Ho sempre bevuto fin dai tempi del college e da professionista, ai festini dopo vittoria, o a quelli dopo sconfitta (sì ci sono anche quelli), ci davo dentro come e più degli altri, con pessimi risultati per la mia vita coniugale. Ma appunto, bevevo solo durante le feste, perchè non potevo permettermi di  strafare rischiando di pregiudicare le mie prestazioni. Come detto, prima di tutto veniva il football. E così a tenermi lontano dalla bottiglia ci pensavano gli allenamenti, sempre più intensi man mano che gli anni si accumulavano. Finito di giocare, ho iniziato a bere in ogni occasione. Bevevo fino a intontirmi per non pensare alla fine della mia carriera e a tutte quelle sensazioni che adoravo e non avrei mai più provato, ricollegate al football. Cercavo di riempire con l'alcol il vuoto che mi sentivo dentro, spaesato com'ero nella vita di tutti i giorni.
Faccio un annuncio per chi non l'avesse ancora capito: l'alcol non riempie nessun vuoto. Casomai vi toglie anche il resto. E infatti, dopo aver perso il football, ho perso anche la mia seconda moglie, Liza, e mio figlio, Kevin. Liza era riuscita a sopportare certe mie scappatelle, ma non ha sopportato il mio essere perennemente ubriaco e le mie continue lamentele su quanto schifo facesse la mia vita. Non posso certo biasimarla per avermi dato il ben servito. Io non avrei sopportato manco le scappatelle. Comunque, per me fu una doccia fredda. Non mi ero accorto della sua crescente insofferenza, occupato com'ero a  piangermi addosso o a scolare bottiglie. 
In ogni caso, il mio secondo divorzio, per quanto doloroso, (detesto ammetterlo, ma io sono ancora innamorato di Liza) mi diede quello scossone emotivo di cui avevo bisogno per  guardare in faccia la realtà e comprendere come mi stessi riducendo. Grazie ai miei genitori, più a mia madre a dirla tutta, e soprattutto al mio fratello di sangue Steve, sono riuscito con fatica e pazienza a rimettermi in carreggiata. Il primo passo è stato l'alcol. Non mi ubriaco più da mesi. Mi limito ogni tanto a una birretta in compagnia, un goccio di vino e persino un bicchiere di whisky in determinate occasioni, ma mai durante i miei momenti di commiserazione. Smettere di stordimi è stato relativamente semplice, perchè il problema non è mai stato l'alcol. Il problema ero io e la mia incapacità di affrontare i cambiamenti in atto nella vita e comprendere di poter esistere anche fuori dal campo. Ancora adesso una parte di me, la stessa che vorrebbe ancora commiserarsi, giudica un concetto del genere una pura eresia, ma per mia fortuna è una parte minoritaria. È stato un processo lento, come detto faticoso, con frequenti ricadute, ma alla fine credo proprio di aver finalmente superato la sindrome del post ritiro.
E, quindi, ho iniziato a costruirmi una vita fuori dal campo. Innanzitutto, anche se non avrei bisogno di lavorare – mio fratello di sangue ha investito bene i miei stipendi – ho scelto di trovarmene uno per uscire dalla mia accidia.
Come spesso capita a vecchi giocatori abbastanza bravi da dire due parole di seguito, senza troppi errori grammaticali, e soprattutto, senza una parolaccia in mezzo, faccio il commentatore sportivo. Mi occupo, inutile quasi precisarlo, di football per una rete nazionale. Come vedete, dalla mia droga non sono riuscito a separarmi. Non è un lavoro impegnativo. In fin dei conti, sono solo un nome da spendere da parte della televisione. Loro mi danno i soldi e io metto il mio faccione davanti a una telecamera, mi produco nel mio brevettato sorriso fototessera, dico qualche boiata che qualsiasi tifoso potrebbe dire meglio di me, e rido quando mi dicono di ridere. Nulla di complicato, insomma. 
Forse l’anno prossimo uscirà anche un videogame con il mio nome stampigliato sopra. I colleghi e i collaboratori nella maggior parte dei casi non sono nemmeno male. Quello con cui ho legato meglio tra le facce nuove è ovviamente Daniel. Per quanto riguarda gli altri, preferisco gli ex giocatori ai cosiddetti esperti che non hanno mai giocato una singola partita in vita loro, ma poteva andarmi peggio. In nessun ambiente di lavoro ti piacciono tutti quelli con cui hai a che fare.
Certo, mi piacerebbe si parlasse più di football giocato. Il gioco e il campo sono l’unica cosa che dovrebbe contare, e invece no! Ma come si suol dire, ed è una grande verità, purtroppo, in America tutto gira attorno ai soldi. I pettegolezzi e gli scandali fanno ascolti, e quindi tutti ne parlano.
Però, cerchiamo di essere chiari: non è football sapere quanti centimetri di coca si sniffa quel defensive end o se un certo quarterback scopa o meno prima della partita, magari una cheerleader, magari una cheerleader avversaria. Queste puttanate non hanno niente a che fare con lo sport più bello del mondo.
Quello che non sopporto, poi, è l'ipocrisia di alcuni che sputano sentenze da dietro la loro scrivania, con le luci giuste e la pettinatura perfetta. Ipocriti. Da quando ho iniziato a fare il giornalista ho scoperto colleghi capaci di ingurgitare quantità di alcol che io mai mi sono sognato e vi parla uno che si è svegliato nel proprio vomito più di un paio di volte. Per non parlare della droga. Se i giocatori di football si pippassero quello che si pippano un paio di commentatori che conosco, beh, all'antidoping piscerebbero sabbia.
Pensate sia semplice arrivare integri dopo vent’anni di football ad alto livello, droga o no che sia? Scagliarsi elmetto contro elmetto per quattro o cinque lustri della propria esistenza? A un certo punto della mia carriera ero così imbottito di antidolorifici che una volta, alla fine di un allenamento, un mio compagno di squadra si avvicinò e mi disse “fossi in te mi controllerei il mignolo della mano sinistra mi sembra un po' strano.” Mi guardai il dito e alla faccia del po’ strano. Con l'unghia del mignolo toccavo il dorso della mano e io non mi ero accorto di nulla. 
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Re: Alvin Santisky - capitolo 1 (prima parte)

Post by rowiz »

ma pandu ha ricopiato il racconto di alvise o cosa? E perchè?
darioambro wrote:ahahah ro, tu sei davvero l'altra palla che vorrei avere :notworthy: :notworthy: :notworthy:
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Angyair
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Re: Alvin Santisky - capitolo 1 (prima parte)

Post by Angyair »

E' iPhone non i-phone. :ok:
Forse un pò lunga la parte di auto-presentazione ma dipende anche da quanto è lungo il racconto.
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Re: Alvin Santisky - capitolo 1 (prima parte)

Post by hell_en »

rowiz wrote: ma pandu ha ricopiato il racconto di alvise o cosa? E perchè?
penso che l'abbia fatto per le dimensioni e il tipo di carattere: non si leggeva molto bene.
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Re: Alvin Santisky - capitolo 1 (prima parte)

Post by Alvise »

ufff era bellissimo quel carattere... Angy sulla lunghezza del racconto... ecco... mi sa che mi sto facendo prendere la mano... se proseguo su questo andazzo, ho il vago sospetto che si può abbandonare il termine racconto per indicarlo...
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Re: Alvin Santisky - capitolo 1 (prima parte)

Post by suclò »

Bello il font e bello il pezzo, in effetti la presentazione lascia presagire un romanzo di 300 pagine... :gazza:


:thumbup: :thumbup: :thumbup:
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Re: Alvin Santisky - capitolo 1 (prima parte)

Post by pandu86 »

hell_en wrote: penso che l'abbia fatto per le dimensioni e il tipo di carattere: non si leggeva molto bene.
l'ho fatto per la salute mia e di tutti i compagni separatisti  :truzzo:

cmq per me la lunghezza del racconto nn è un problema...più c'è scritto, meglio è...tanto è tutta roba di qualità  :cheer:
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Re: Alvin Santisky - capitolo 1 (prima parte)

Post by chinasky »

Direi che "grammi", "pezzi", "righe", "fiamme", "strisce", quando si parla di cocaina, sia meglio e più corretto di centimetri.
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Re: Alvin Santisky - capitolo 1 (prima parte)

Post by polpaol »

fiamme non l'avevo mai sentito
....IO HO GIOCATO IN UNA GRANDE.... GIOCAVO NEL VERONA..... ABBIAMO VINTO UNO SCUDETTO...ERA UNA GRANDISSIMA SQUADRA QUELLA...LA MIGLIORE DITUTTE
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Re: Alvin Santisky - capitolo 1 (prima parte)

Post by chinasky »

polpaol wrote: fiamme non l'avevo mai sentito
Forse troppo slang? Mi pare sia del milanese, ma non vorrei dire sciocchezze.. a Carpi l'ho sentito.
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Re: Alvin Santisky - capitolo 1 (prima parte)

Post by therussianrocket »

bene. Ora spero che Alvise si sia preso la briga di verificare se effettivamente esiste una volo della american airlines che va da san diego a new york facendo scalo a denver :truzzo:
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Re: Alvin Santisky - capitolo 1 (prima parte)

Post by hell_en »

chinasky wrote: Forse troppo slang? Mi pare sia del milanese, ma non vorrei dire sciocchezze.. a Carpi l'ho sentito.
beh, allora tutti i modi in cui si chiamano qui non contano. siamo negli states, mica in italia. casomai bisogna guardare come vengono chiamate lì... :figo:
therussianrocket wrote: bene. Ora spero che Alvise si sia preso la briga di verificare se effettivamente esiste una volo della american airlines che va da san diego a new york facendo scalo a denver :truzzo:
se non c'è, lo creano. mica vorrai che sia alvise a dover adeguarsi... :truzzo:
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