Surkin wrote:
Falso, di pubblicità ne ha: ai lati vicino al titolo, verso la metà del giornale occupando metà pagina di solito e nell'ultima pagina a spazio pieno, questi sono i punti dove ricordo di vedere pubblicità sul giornale.
Non so davvero, mi sembra comunque poco. Se leggi i giornali gratuiti sono pieni zeppi di pubblicità, mi aspetterei una roba simile.
Che la stampa italiana in generale sia tutto tranne che indipendente mi pare evidente, con le ovvie dovute eccezioni, ed in giro di nuovi Montanelli e Biagi (ma anche di nuovi Gianni Letta) se ne vedono pochi, davvero pochi.
Detto ciò, mi pare assurdo dire che se hai i finanziamenti pubblici non sei libero e viceversa senza di essi sei libero di esprimere la tua opinione. I finanziamenti pubblici vengono erogati in base ad una legge precisa ed in base a precisi criteri, non certo erogati discrezionalmente secondo il parere di chi governa. Non credo che i finanziamenti a La Repubblica, per fare un esempio, siano graziosamente erogati da Berlusconi oggi, da Craxi ed Andreotti ieri. Credo che semplicemente tutti i giornali che percepiscono contributi si iscrivano ad una graduatoria con criteri rigidissimi. Non a caso
http://www.report.rai.it/R2_popup_artic ... 27,00.html
http://epistemes.org/2007/01/08/aboliam ... -italiani/
http://www.radioradicale.it/il-taglio-a ... -di-stampa
di cui un condivisibile estratto:
La tesi esposta da Beppe Lopez ne La casta dei giornali è diversa. Lopez sostiene che difendendo i sussidi alla stampa come garanzia di qualità e pluralismo, «ci si è attardati in una concezione vecchia dell’informazione, in base alla quale la libertà di un illuminato opinionista, ad esempio, appare di fatto più importante delle straordinarie opportunità offerte al settore e alla democrazia italiana dalla nascita del mercato e dallo sviluppo delle tecnologie. (…) La sinistra e i giornalisti amanti del proprio mestiere dovrebbero finalmente essere costretti a superare la logica della libertà di informazione come libertà individuale, aziendale o corporativa e cominciare a pensare alle condizioni strutturali di autonomia della professione e del settore».
Il tema è stato di recente riproposto a livello internazionale da Jürgen Habermas, partendo da una riflessione sulla crisi del mercato pubblicitario e delle vendite che ha colpito la stampa e sta portando al ridimensionamento di molte testate storiche del giornalismo mondiale. In un articolo intitolato SOS giornali, tradotto in Italia da Repubblica, Habermas scrive:
La comunicazione pubblica sviluppa una forza stimolante che al tempo stesso orienta la formazione delle opinioni e delle volontà dei cittadini, e contemporaneamente obbliga il sistema politico alla trasparenza e alla mediazione. Senza gli impulsi di una stampa che forma le opinioni, che informa accuratamente e commenta in modo attendibile, la collettività non è più in grado di produrre una simile forza. Quando si tratta di gas ed elettricità, lo Stato è costretto ad assicurare alla popolazione l’approvvigionamento energetico. Però non dovrebbe essere costretto anche quando si tratta di un’altra forma di “energia”, senza la quale emergono disturbi che danneggiano lo stesso stato democratico? Non è un “errore di sistema” se in singoli casi lo Stato cerca di proteggere il bene pubblico della stampa di qualità. Rimane solo la pragmatica domanda di come vi possa riuscire nel modo migliore.
Quindi, che sia condivisibile o meno il finanziamento ai quotidiani, esso avviene anche a quotidiani lontanissimi dalle opinioni del governo in carica vedi La Repubblica oggi ed Il Giornale ieri, tale finanziamento non mi pare possa condizionare le opinioni dei giornalisti. Semmai condiziona di più la pubblicità, se la FIAT, per fare un esempio a caso e solo quello, ti prende mezza pagina di pubblicità al giorno, se esce un nuovo modello prima di stroncarlo ci pensi venti volte, per paura di perdere la pubblicità.
Quello che si perde realmente con l'attuale sistema dei finanziamenti all'informazione è la voglia di innovare e conquistare nuovi mercati, tanto è vero che i nostri quotidiani sono abbastanza indietro nell'uso della rete. Anche i campioni di vendite, Il Corriere della Sera, La Repubblica ed Il Giornale sono piuttosto indietro. La RCS ad esempio per lo meno mi da un servizio sui telefonini 3 ed io potrei consultare le notizie dei suoi quotidiani, ma a parte il fatto che devo comunque pagare in più, a meno che non legga solo i titoli su pianeta 3, la navigazione è lenta e farraginosa, siamo lontani dai servizi dei gionali americani. Di Repubblica e Giornale nessuna traccia. Se vendi meno copie, perchè cercare di venderne di più anzichè sfruttare altri canali oggi più fruiti? Pare incredibile che oggi sia più facile sapere cosa succede a New York che a Genova, per fare un altro esempio.
Restando al tema, per Il Fatto, come per Radio Radicale, la scelta di non accedere ai finanziamenti pubblici ha senso se vista come una precisa richiesta di modificare una legge che non ha avuto effetti positivi, questo si, e di confrontarsi con il mercato senza un salvagente che rischia a volte di strangolare anzichè sostenere, ma il fatto che prendendo finanziamenti pubblici si è schiavi del governo è una puttanata, vedi appunto "La Repubblica", "L'Unità", "Liberazione", "Il Manifesto". Invece è sacrosanto dire che la legge ha contribuito a creare una classe di giornalisti schierati con chi gli permette di prendere i contibuti, che tendono ad adagiarsi su determinate opinioni, giornalisti che preferiscono star seduti in portona a raccontarci cosa pensano loro di ciò che accade anzichè andare sul campo a fare cronaca, interviste o inchieste, giornalisti che troppo spesso tendono a raccontarci la loro verità particolare anzichè offrirci vari angoli di prospettiva.