Re: Naufraghi 2.0

E' il luogo in cui potete parlare di tutto quello che volete, in particolare di tutti gli argomenti non strettamente attinenti allo sport americano...
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fracas513
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Re: Naufraghi 2.0

Post by fracas513 »

Cobain88 wrote: Scrivero' queste parole nel tentativo di autoredarre il mio epitaffio,che forse e' il sogno di qualsiasi scrittore.Sperando che qualcuno se le ricordi.



Vivere e' un'arte per pochi,ma abbiamo tutti l'animo dell'artista.Ognuno e' un artista diverso dall'altro,ognuno e' un suo mondo.Un mondo piccolo e grande allo stesso tempo,un mondo di colori ed emozioni,di azioni e di pensieri,di giudizi e calunnie.
Tutti cerchiamo di dare un senso alla realta' attraverso quei pochi talenti che ci sono stati donati,ma c'e' chi spreca il suo talento.C'e' chi filtra la realta' per renderla adatta a cio' che ha dentro,c'e' chi non si adatterebbe neanche per tutto l'oro del mondo.
Non saprei mai dire cosa sono io,perche' la mia realta' non e' la realta' di nessuno di voi.Tuttavia,posso sempre tentare di affacciarmi alla finestra dei vostri mondi,essendo sicuro che potrei notare particolari che voi non avete notato,e viceversa.
Nella mia realta' non c'e' amore,ma c'e' delusione;non c'e' arte,ma c'e' musica;non c'e' destino,ma autodeterminazione;non c'e' sogno,ma realismo.
Tuttavia,non vale la pena appoggiarsi a nessuna di queste cose,cosi' come e' necesario,di tanto in tanto,adagiarsi su qualcuna di essa,se non su tutte.
Qualcuno diceva che sopravvivere era come tenere il pilota automatico sempre inserito,io penso che per vivere qualche volta bisogna anche rischiare di precipitare.E se precipitare fa male,alla fine,lo sai solo se decidi di decollare.
Se uno ricorda questo,niente puo' far paura.Non puo' far paura invecchiare,non puo' far paura amare senza venire ricambiati,non puo' far paura pensare a tutte queste cose.Perche' fin quando l'adrenalina ti scorre dentro,fin quando hai quel brivido che ti fa capire che sei ancora vivo,null'altro e' veramente importante.
Vivere,un quarto di miglio alla volta.
Non e' facile,ma provarci,in fondo,non costa nulla(benzina esclusa).



PS:Fatemi sapere che ne pensate,volevo solo sapere se avevo le potenzialita' per diventare un naufrago "bohemien"...
Per poter diventare un naufrago del genere basta sentire davvero quello che si scrive.
Quindi se questa condizione è verificata, come epitaffio questo va benissimo.
Però prima potresti pensare ad altro...no?  :forza: :tucafer:
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Cobain88
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Cobain88 »

fracas513 wrote: Per poter diventare un naufrago del genere basta sentire davvero quello che si scrive.
Quindi se questa condizione è verificata, come epitaffio questo va benissimo.
Condizione verificatissima,quindi ci riprovo  :forza:



"Perversione.
Credo che sia una delle piu' naturali tra le passioni umane.Ti puo' spingere verso lidi inesplorati,verso luoghi di cui non sapevi l'esistenza,verso emozioni mai provate.
C'e' stata perversione nella mia vita.Una perversione quasi ossessiva.Il solito circolo vizioso:piu' corri,piu' soffri.
Ma non ho mai avuto paura di soffrire.Meglio,credo di provare-di aver sempre provato-piacere,nello stare male.Ed e' per questo che ci ho rinunciato.

Non vedevo altro che lei.
Mi piaceva il fatto che fosse libera.Libera dagli schemi della societa' in cui (sopra)viviamo,libera da ogni preconcetto,libera da tutto cio' che invece incatena me.

Forse e' questo che ci allontana definitivamente:per dirla con le parole di Trainspotting,io ho scelto la vita,lei non la scegliera' mai,perlomeno non in tempi brevi.
Lo so,messa cosi' puo' sembrare la solita storia dei due mondi paralleli che si incontrano;ma nessuno quanto me,abituato a muovermi in diagonale,sa che il parallelismo non esiste.E per questo,ci ho sperato.
Ho sperato che,prima o poi,sarebbe successo qualcosa.Ho sperato che,prima o poi,si sarebbe accorta di quanto siamo simili nelle nostre differenze.Ho sperato che,prima o poi,avremmo potuto aggrapparci l'uno all'altra per soffrire meno di quel male che la mia generazione chiama insoddisfazione.E ho sperato,alla fine,di riuscire a metabolizzare il fatto che non aveva bisogno di me.
E ora ce l'ho fatta.

E mi rendo conto che il modo in cui mi consolo,in fondo,non e' cosi' diverso da quello con cui si sarebbe consolata lei:musica e parole grunge,perche' non c'e' niente di meglio quando ti sembra che il mondo sia una fogna e vuoi esternare la tua rabbia.

Anche se ho creduto di essere innamorato,questo sentimento non era amore.Era morbosita'.Era ossessione.Ed era pure desiderio,inutile negarlo.

In una parola:perversione."
"Who wants to sleep in the city that never wakes up?"

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Re: Naufraghi 2.0

Post by Toni Monroe »

Un palleggio.. due palleggi.. sguardo fisso sul suo avversario che a sua volta lo scruta concentrato e gli parla. Trash talking, per mandarlo fuori giri. Lo vede parlare ma proprio non gli riesce di prestare attenzione a quello che dice. Un tempo non avrebbe lasciato che fosse soltanto il suo avversario a parlare, un tempo lo avrebbe cosparso di parole. Palleggio.. palleggio.. con la vista periferica dei più grandi interpreti di questo gioco registra ogni spostamento attorno a lui. Sa dove sono i suoi compagni, sa dove sono i suoi avversari. Sa che andrà lui alla conclusione. Finale del torneo. Qualche giorno prima aveva svolto dei test medici all'università che sembravano aver lasciato perplesso un dottore. Gli aveva detto che avrebbero ripetuto degli esami e -per sicurezza- gli aveva consigliato di evitare sforzi. Lui si era abbandonato ad uno dei suoi sorrisi più rassicuranti, per la soddisfazione del medico, poi era andato in palestra ad allenarsi. Palleggio.. palleggio.. sta basso sulla palla, con le gambe pronte a spingere in un'accelerazione improvvisa. Il suo avversario continua a parlargli. Che brava persona.. Intorno a loro gli altri sembrano disegnare una coreografia fatta di tagli verso il canestro e blocchi per ostacolare il difensore in aiuto. Fino a che non si crea il tipo di corridoio che stava aspettando, ed ecco che parte. Lo scatto improvviso non sorprende del tutto il suo marcatore, che scivola all'indietro e si sposta verso la zona centrale del campo, costringendolo a scegliere se allargarsi ulteriormente o andare verso la linea laterale, che però così diventerebbe un aiutante occulto della difesa, limitando le sue possibilità di scelta. Rifiuta la linea laterale e cambiando velocità disegna un arco in corsa attorno al suo marcatore, sfondando centralmente. Due avversari si disinteressano dei suoi compagni e convergono su di lui, dopo tutto non doveva essere un mistero per nessuno il fatto che avrebbe tirato lui. Era uscito vincitore da così tanti scontri in corsa che ormai in ogni partita pareva di trovarsi davanti ad una scena da film western, in cui i pistoleri in cerca di notorietà andavano a sfidare quello già noto. Lo aspettavano al varco, decisi ad impedirgli di passare -intero- tra loro. A volte le cose cambiano. A volte le cambiamo noi. Altre volte succede quello che deve succedere e basta. Con un sorriso a fior di labbra schiaccia un passaggio in avanti tra i due bronzi di Riace che gli arrivavano incontro e poi li aggira. I due rimangono interdetti, non sapendo se seguire lui o la palla.

Una volta raggiunta la palla al di là della strettoia formata dai due avversari davanti a lui rimaneva soltanto un canestro che nessuno avrebbe più potuto impedirgli di attaccare. Si prepara ad appoggiare tutto il peso sulla gamba sinistra, per caricare la spinta che lo avrebbe proiettato all'altezza del ferro, ma non riesce a completare il movimento. Il terreno sembra spostarsi, costringendolo ad un movimento innaturale per rincorrerlo. Da qualche parte -molto lontano da lui- arrivano delle voci che sembrano preoccupate. Sono tutti lì per divertirsi, a prescindere da chi vincerà e chi perderà, perché -come si ricorda in un vecchio film- giocare è bello vincendo, ma anche perdendo. E allora perché quella concitazione? Vorrebbe cercare la palla. Datemi la palla, lasciate che io giochi intanto che vi calmate. Il giorno prima aveva ascoltato un cantante di strada dallo stile particolare; pareva si divertisse a cantar strofe che si sarebbero dovute chiudere con una rima, la cui morte naturale sarebbe stata una rima; invece proseguivano diversamente o si troncavano seccamente. Gliene aveva chiesto il motivo e quello gli rispose che preferiva condividere le rime a livello interiore con i suoi ascoltatori, perché non tutto dev'essere -per forza- palesato e che bisognava imparare ad assaporare anche quello che rimane inespresso ma che -comunque- c'è. Ora tutto tace, forse si sono calmati. Forse si può ricominciare a giocare. Ma dov'è la palla? Soltanto nel momento in cui riapre gli occhi si rende conto che li aveva chiusi. Che prospettiva strana.. pare che delle ombre galleggino su di lui. Cerca di metterle a fuoco. Il suo marcatore.. non ha ancora smesso di parlare, ma lui continua a non sentirlo. Si sente -invece- precipitare, anche se questa percezione mal si accorda con la conclusione cui è giunto: deve trovarsi adagiato in terra. Qualcuno dev'essere riuscito a raggiungerlo, dopo tutto. Ed avergli fatto un fallo di frustrazione. Vorrebbe rassicurare tutti. Non fa poi così male. Anzi -a dire il vero- non sente nulla. Ora chiude gli occhi. Immagina un sorriso sulle sue labbra. Ha quasi sempre un sorriso da utilizzare per le brutte occasioni. Per rassicurare gli altri. Andrà tutto bene. Presto andrà tutto bene. Dobbiamo solo avere un po' di pazienza.. Isola è morto su un campo di basket, giocando. Non era nemmeno stata la sua partita migliore; ne aveva giocate molte altre meglio di quella. Non so chi possa esser disposto a giurare che il basket fosse la cosa più importante per lui. Probabilmente non lo era. Spesso io ho avuto la sensazione che pensasse ad altro, anche mentre giocava. Anche mentre ti metteva in ridicolo con le sue finte. Di sicuro però il basket era una delle cose che gli riuscivano più facili. Come respirare, una cosa naturale. Nessuno -sinceramente- può sostenere che Isola sarebbe diventato un fuoriclasse, quando si è molto bravi -in relazione all'età- ci sono molte incognite da valutare. Ad esser cinici si potrebbe affermare che il basket sarebbe certamente andato avanti. Ma nel microcosmo del campo davanti alla vecchia scuola l'impatto sarebbe stato devastante. Perché oltre al giocatore si perdeva anche una bella persona..
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Re: Naufraghi 2.0

Post by frog »

:applauso: Mi è quasi scappata una lacrimuccia
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Toni Monroe »

Sarà (sarò) ridicolo, ma ero quasi commosso mentre lo scrivevo  :lol2: Thanks. :D
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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

In effetti la lacrimuccia scende....
Una volta non lo avrei mai ammesso, ma scende....
:chuck1wo3wo: :chuck1wo3wo:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Toni Monroe »

doc G wrote: In effetti la lacrimuccia scende....
Una volta non lo avrei mai ammesso, ma scende....
:chuck1wo3wo: :chuck1wo3wo:
:notworthy:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Sine »

Prometto che mi metterò in pari, davvero, prima o poi :lol2:

Nel frattempo però l'ultimo di Toni l'ho letto, per cui mi aggiungo agli ovvi complimenti :D

Sbatto qui un po' di cazzate nel frattempo, dopodichè mi eclisso nuovamente.

Ore 8.30, ufficio del professor Luke Schiantarape, docente in Semiotica labiale del rododendro nonché vice Magnifico in carica, ovvero Molto Bello ufficiale. Entra il signor Spippoli, studente iscritto al quinto anno della facoltà di Psicologia vegetale. “La prego, si sieda” dice con voce cavernosa l'illustre Schiantarape, di origini statunitensi, accompagnando il suono con il cenno della mano destra. Il comune Spippoli, di nome Augusto, controvoglia asseconda l'Esimio e fa per sedersi sulla poltrona ottocentesca, rubata direttamente alla regina d'Inghilterra. Mentre l'Egregio prende fiato e prepara mentalmente il discorso, l'ordinario Agusuto ne approfitta per dare un'occhiata alla stanza, poco più grossa del bagno di un treno regionale, ma ricolma di storia, esperienza, cultura e cattivi odori. Alla sua sinistra trova posto una libreria tardobarocca e preretroavanguardista contenente la collezione completa della vita sessuale degli anellidi celtici, in trentatré pratici volumi. Davanti a lui, oltre al vetusto e severo volto del Sommo, trova posto la regale scrivania, in marmo giallo del Guatemala, sotterrata da quintali di libri e tonnellate di polvere, che mai avrebbe pensato di poter trovare dimora tanto duratura ed accogliente. Alla sua destra la finestra, che opaca di tristezza impedisce, con tutte le sue forze, alla luce di penetrare, e dare così un bagliore di allegria al luogo. “Almeno non sono la sola a volermi suicidare”, sembra dire con mestizia. Ma neanche il tempo di potersi soffermare su questo trionfo di frustrazione e sogni mancati che l'Altissimo si pronuncia: “Caro Signor Spippoli”, detto con un tono di tale disprezzo che vorrebbe poter togliere la maiuscola da Signor, “immagino lei sappia perché l'ho convocata d'urgenza qui alla mia porta”. “Spero non sia perché le serve un consulente d'immagine per il suo ufficio. Purtroppo non faccio i miracoli” esordisce il normale Augusto con la faccia tosta di chi sa che ha talmente poche possibilità di uscirne vivo, o comunque di preservare intatta la sua dignità, che decide di caricare a testa bassa come il Lecce dei tempi andati. L'Immenso guarda per un attimo il suo interlocutore, spaventato dal suo sguardo interrogatorio quanto un leone da un'unghia incarnita, ed a fatica trattiene l'impeto di rabbia che lo assale. “Volendo soprassedere sulla sua arroganza”, continua Schiantarape, “l'ho chiamata perché nei giorni scorsi ho dato un'occhiata alla sua carriera accademica, e c'è un particolare che mi ha colpito”. “Mi faccia indovinare” replica il poco eccezionale, “si è accorto che in realtà ho finito gli esami, sono laureato e non devo più stare qui ad ascoltare i suoi indiscutibilmente affascinanti sproloqui”. Neanche il tempo di finire la frase che la vena madre dell'Eccelso comincia a gonfiarsi ed a minacciare un'esplosione tutt'altro che improbabile. Finalmente un po' di preoccupazione assale il volto dell'insignificante. “Vuoi vedere che se non mi sposto mi macchia di sangue la polo d'ordinanza?” è il primo agghiacciante e spaventato pensiero che gli passa per la testa. “Vede signor Spippoli” continua uno Schiantarape vicino al collasso nervoso, costretto ad aggrapparsi alla maniglia in finta plastica della scrivania per non cadere a terra “non sa quanto la possibilità di non vederla più aggirarsi per i corridoi soddisferebbe anche me. Purtroppo per entrambi invece ho notato che ha sì la media del 28, le mancano sì soltanto due esami, ma è più di un anno che non ne sostiene”. “Le confesso che la sua attenzione per i dettagli mi affascina” ribatte prontamente il poco evidente “ma mi vedo costretto a farle notare che se mi ha convocato per dirmi cose che già so, farei anche per andarmene, ho un importantissimo convegno sull'arte della somministrazione coatta di etanolo, di cui peraltro sono orgoglioso relatore”. L'Elevato non ce la fa più, la vena madre ormai è più piena di Gascoigne in una delle sue serate, con il volto severo e viola di rabbia si alza in piedi e comincia ad urlare qualcosa di indefinito, ma sicuramente molto cattivo. “Lei ha oltrepassato ogni limite! Se non esce da quest'aula nel giro di tre minuti io la bandisco da qualsiasi ateneo della regione! E stia tranquillo che per i prossimi tre anni qui dentro non si laurea!” Il trascurabile, dopo essersi aggiustato i capelli, spettinati dalla ventata imperiosa data dall'alito intraprendente dello Straordinario, si alza a sua volta, e con sguardo placido e sereno guarda fisso negli occhi l'uomo ad un passo dall'infarto, e con una calma innaturale pronuncia. “Non può farlo, lei non sa chi sono io”. “E chi sarebbe, per la miseria?” “Luke, sono tuo padre!”
“Eh? Chi è il padre di chi?” La voce non era più cavernosa, ma nasale e vagamente femminea, sebbene venisse da un uomo, o presunto tale. E' Sbardozzi, uno che da piccolo vestiva le Barbie e ballava Like a virgin con una scopa e gli occhiali da sole. “Non ci credo, ti sei addormentato alla prima lezione di università della tua vita?”. Spippoli sembra destarsi da un sonno profondo. O meglio, si desta per davvero da un sonno profondo. “Stavo sognando!” “Un sogno o un incubo?” domanda il femmineo “Non saprei, un incubo forse. Come hai detto che si chiama questo professore?” “Schiantarape. Dicono sia uno stronzo.”
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Re: Naufraghi 2.0

Post by frog »

Trash talker dell'anno non per caso  :applauso: :applauso: :applauso:
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Robyus
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Robyus »

Toni commovente

Sine esilarante :lol2: :lol2: :lol2:


fantastici entrambi, a modo loro :applauso:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Toni Monroe »

Grande Sine, dissacrante dalla scelta dei nomi a quelle delle situazioni descritte.  :lol2:  :notworthy:  :notworthy:  :notworthy:

P.S. grazie ancora, lieto dell'apprezzamento. Un  :notworthy: anche a chi legge soltanto senza mai voler lasciare un segno tangibile del proprio passaggio. Ci piace scrivere, ma -ovviamente- ci piace anche essere letti. :D Grazie a tutti.
Last edited by Toni Monroe on 14/10/2009, 19:08, edited 1 time in total.
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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

Ero abituato ad un Sine surreale, che partiva da situazioni assurde ed irrealistiche per descrivere realtà molto concrete, ad un Sine dissacrante, pronto a spezzare luoghi comuni ed idee tradizionali, ad un Sine dall'umorismo feroce e tagliente.
Stavolta invece vedo descritto un professore stronzo ed uno studente che si addormenta a lezione, probabilmente dopo essersi fatto un cicchetto, visto il sogno.
Dove sarebbe la dissacrazione e dove sarebbe finito il surrealismo?
Questa è una giornata normale nella vita di Dazed, quasi un esercizio di neorealismo, oltretutto molto edulcorato rispetto alla realtà!
:lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Sine »

Grazie mille per i complimenti. Confesso che ero arrivato ad un punto che non sapevo come farla finire. Ovvero, sapevo di scrivere un sogno, ma non sapevo come finire la conversazione. Poi ho pensato, è un sogno, può finire come cacchio vuole, e ci ho inserito la cazzata del Luke sono tuo padre :lol2:
doc G wrote: Ero abituato ad un Sine surreale, che partiva da situazioni assurde ed irrealistiche per descrivere realtà molto concrete, ad un Sine dissacrante, pronto a spezzare luoghi comuni ed idee tradizionali, ad un Sine dall'umorismo feroce e tagliente.
Stavolta invece vedo descritto un professore stronzo ed uno studente che si addormenta a lezione, probabilmente dopo essersi fatto un cicchetto, visto il sogno.
Dove sarebbe la dissacrazione e dove sarebbe finito il surrealismo?
Questa è una giornata normale nella vita di Dazed, quasi un esercizio di neorealismo, oltretutto molto edulcorato rispetto alla realtà!
:lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2:
E' vero, per una volta ho voluto prendere uno stralcio di vita di Dazed e renderlo ancora meno scapestrato del solito. Lo confesso, spero di esserci riuscito, solo Ivano può dirlo :01:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Paperone »

complimenti a Toni, veramente commovente
spero che non ci sia un dopo, il funerale o simili, perché altrimenti lì la lacrimuccia scenderà sicuramente, già oggi ha faticato a non farlo...

mentre Sine stupisce ogni volta :applauso:
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Robyus
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Robyus »

riuppo il topic con questo robetta d'esordio...buona lettura, a chi fa piacere :D



Attraversare i campi di fiori era la sua attività preferita in assoluto, toccare l’erba e sentirne il fruscio era per lei una sensazione indescrivibile. La mattina presto soprattutto, quando al suo passaggio faceva cadere e spruzzare le goccioline di rugiada, che sotto i raggi del sole sembravano migliaia di piccolissimi diamanti. Il lavoro in campagna le dava una sensazione di libertà. Lei non lo considerava neppure un lavoro, nonostante tutta la fatica, eppure ce n’erano tanti come lei che lavoravano in campagna tutti i giorni, con turni massacranti a loro dire. Li sentiva sempre lamentarsi delle troppe ore che facevano, dei troppi spostamenti che erano costretti a fare ogni volta, e anche quando a lei capitava di parlare con qualcuno dei suoi colleghi esso non perdeva l’occasione per sfogarsi a causa del troppo lavoro. Ma lei, diplomaticamente, rispondeva sempre “suvvia, siamo operai, di cosa ti lamenti?”. Era il suo modo di affrontare la vita: semplice e positivo. Nessuna domanda da porsi, soltanto, semmai, raccogliere ciò che di meglio la vita poteva offrire. E cosa ci poteva essere di meglio di una vita all’aperto, dove poteva respirare aria genuina e percepire il profumo di ogni singolo fiore? Certo, anche lei -come tutti i suoi colleghi - quando rientrava dal lavoro era provata, e come poteva non esserlo dopo un turno di oltre dieci ore inframmezzate da una piccola pausa di mezz’ora che le serviva giusto per mangiare e, se rimaneva qualche minuto, schiacciare un pisolino? Ma era soddisfatta così. E la sua - badate bene - non era mancanza di ambizione, né ingenuità. Lei portava con sé la forte consapevolezza del suo ruolo e si sentiva sì una piccola rotella facente parte di un complicato sistema di ingranaggi, ma questo sentimento lei lo trasponeva in un fortissimo senso di appartenenza a un qualcosa di immensamente grande e importante, ad un progetto dove tutti, dal primo all’ultimo avrebbero fatto la loro parte per produrre e raggiungere un risultato efficiente: la gioia della collettività diveniva così la gioia del singolo, a suo modo di vedere. Lei quindi provava gioia nel constatare che i suoi sforzi un giorno sarebbero stati ripagati e continuava a lavorare anche per questo, e allo stesso tempo le veniva noia a sentire certi suoi colleghi - una sparuta minoranza per la verità - che si stavano sempre a lamentare della loro condizione e che un giorno sì e l‘altro pure minacciavano di andarsene via. “Ma dove volete andare senza questo impiego?” rispondeva lei, semplicemente. Ed era la pura verità.
C’era poi un altro motivo che la rendeva appagata e, in un certo qual modo, felice. Il più semplice e banale: le piaceva quello che faceva. Era un’occupazione semplice, così a prima vista, e questa era una cosa che affermavano in molti. Ma quelle erano solo le parole di chi non aveva mai fatto e non avrebbe mai potuto fare quel tipo di lavoro, erano parole dettate da pura e semplice ignoranza e, si potrebbe aggiungere, da una malcelata invidia. Sì, perché per svolgere un lavoro del genere ci voleva una certa predisposizione, bisognava nascerci così, con questo talento innato. Lei, con un pizzico di vanità, quasi si considerava un’eletta, una privilegiata, e provava una certa forma di tenerezza per coloro che non potevano capire, coloro che definivano quelli come lei dei semplici campagnoli e nulla più. “Non sanno di quanta precisione e conoscenza c’è bisogno per svolgere il nostro lavoro” diceva, con gran spirito corporativistico, ogni volta che era un poco adirata per via di queste maldicenze. E questa frase la riproponeva orgogliosamente ogni qual volta sentiva i suoi colleghi lamentarsi, come a dire che ci si sarebbe dovuti vantare davanti a tutto il mondo di essere quello che si era.
Così i suoi giorni passavano più con gioia che con dolore, nonostante la sua abitazione non fosse delle migliori. In effetti era una casa piccola e, a una prima occhiata, poco confortevole; era monocromatica e un tantino appiccicosa a volte, inoltre mancavano i servizi, ma per lei erano una cosa superflua vista l’affinità così viscerale che aveva con l’aria aperta.
Aveva anche il giorno libero, ovviamente, e per ottenerlo non aveva nemmeno dovuto ricorrere ai sindacati, anche perché a dire il vero il sindacato dalle sue parti non sapevano neanche cosa fosse. Il giorno di riposo all’inizio nemmeno lo contemplava lei, perché appunto era una gioia stare all’aria aperta a lavorare con tutti i suoi colleghi e il sole che la teneva calda, ma dovette desistere e accettarlo. All’inizio si trovò nella paradossale situazione di dover ritenere il giorno di riposo una specie di dovere, più degli altri giorni, quelli in cui doveva lavorare. Col passare del tempo se ne fece una ragione e decise, molto intelligentemente, di usare il suo giorno di riposo settimanale per fare qualcosa di utile per se stessa. Ragionò sul fatto che lei amava l’aria aperta e allora diventò di colpo una specie di esploratrice. Durante il suo giorno di riposo vagava per le zone vicine al campo dove lavorava di solito, si allontanava da casa con curiosità e spirito d’avventura, e ogni volta che scopriva un posto nuovo, l’iniziale timore reverenziale era subito dopo sostituito dalla gioia per aver trovato un nuovo itinerario. Ogni posto nuovo che visitava nei suoi giorni di riposo lo segnava in modo da non tornarci la settimana successiva, questo perché il suo spirito d’avventura la esortava a scoperte sempre nuove.
Erano ormai mesi che girava lontano dai campi dove di solito lavorava e questa sua nuova “attività” del tutto personale (non le piaceva coinvolgere qualcun altro nelle sue esplorazioni) l’aveva acchiappata come mai avrebbe pensato in vita sua. Era una cosa incredibile, ma ormai viveva in funzione del suo giorno di riposo e i sei giorni lavorativi settimanali erano da lei considerati quasi come un ingombrante intermezzo. Si convinse che l’esplorazione era la sua vera vocazione, non solo perché si riteneva brava come esploratrice, ma anche e soprattutto perché si sentiva pienamente libera quando andava in giro tutta sola. Addirittura, una mattina, la sfiorò l’idea di abbandonare il suo lavoro, una cosa che solo qualche mese prima non avrebbe nemmeno osato immaginare. Chissà cosa avrebbero pensato i suoi colleghi di lei, quelli a cui andava sempre ripetendo che non c’era niente di meglio di un lavoro collettivo fatto con gioia. Ma non le importava niente oramai, la sua concezione di libertà aveva stabilito che essere liberi significasse anche avere la piena facoltà di cambiare idea e visione del mondo in ogni momento.
Allora lo abbandonò per davvero, il suo lavoro, e lo fece senza dire niente: nessun preavviso, nessuna lettera di dimissioni, niente di niente. Semplicemente un giorno fece fagotto e partì, lasciando la sua casa senza tanti rimpianti, alla ricerca continua di posti inesplorati. Ora avrebbe potuto farlo a tempo pieno. Così viaggiò in lungo e in largo, arrivando in posti inimmaginabili e spingendosi oltre ogni concezione (anche perché durante i suoi riposi settimanali doveva rientrare a casa ad una certa ora per non ritardare al lavoro il giorno dopo). Si adattò a vivere dove le capitava, in modo precario ora che non aveva più un lavoro fisso, ma pienamente felice e senza alcun rimpianto.
Un bel giorno, dopo aver percorso tantissima strada, le si presentò davanti una cosa che non aveva mai visto, un luogo di cui aveva sentito parlare in passato da qualche suo vecchio collega, qualcuno che aveva detto a qualcuno che aveva riferito a qualcun altro e così via…
All’epoca non pensava potesse essere una cosa vera data la dubbia palpabilità delle notizie che le arrivavano in merito, ma ora ce l’aveva proprio davanti quello strano itinerario. Un luogo che solitamente veniva descritto come un lungo, dritto nastro di colore scuro che pareva protendersi per distanze infinite. E di fatto la descrizione che tante volte aveva sentito combaciava con ciò che vedeva. Era spaventoso quel posto. Ma era anche affascinante.
Così lei iniziò a percorrerlo, senza pensarci, il più velocemente possibile. Le vette che raggiunse la gioia di quel momento erano qualcosa di mai assaporato. Ne era valsa la pena abbandonare il suo lavoro per attraversare qualcosa che si estendeva all’infinito, che altro non era che l’essenza della sua anima avventurosa.
“Che bello sentire il vento che ti viene addosso, cosa può esserci di meglio?” Pensò con gioia, e per la prima volta in vita sua le parve davvero di volare.
Purtroppo però le sue facoltà, seppur sviluppate, erano racchiuse entro precisi limiti, perciò non si accorse dell’imminente pericolo. O meglio, se ne accorse, ma era già troppo tardi.
In pratica l’ape operaia andò a sfracellarsi contro il parabrezza di una Fiat Bravo di colore bianco.
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