Re: Naufraghi 2.0

E' il luogo in cui potete parlare di tutto quello che volete, in particolare di tutti gli argomenti non strettamente attinenti allo sport americano...
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Toni Monroe »

:lol2: Devo dire che nel finale lo avevo anche intuito il risvolto a sorpresa, ma è godibile lo stesso.  :applauso:
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Toni Monroe »

E' certamente triste che questo sport sia regredito ad uno stato di barbarie e nell'insensibilità e dispiace -sinceramente- notare il tuo sconcerto, ma devi sapere che una difesa contemplativa al giorno d'oggi è assolutamente inefficace; se vuoi impedire al tuo avversario di segnare non basta che lo guardi. Nemmeno se lo guardi male.

Il coach dispiegava le sue parole su una distesa di silenzi, i suoi giocatori erano formidabili e disciplinati ascoltatori e il coach non riusciva a ricordare un solo moto di ribellione da parte di alcuno da quando li allenava; lui parlava e loro ascoltavano. In allenamento, nelle riunioni pre partita, durante i time out, il copione si ripeteva con una meccanica perfetta: lui parlava e loro lo ascoltavano. Qualcuno annuiva, persino. Poi in campo -per lo sconforto del coach- non riuscivano a mettere in pratica quasi nulla. Una volta un'ala piccola aveva portato un blocco micidiale e perfettamente regolare per liberare al tiro un compagno, ma questo fu così disorientato dalla riuscita dello schema che rinunciò al tiro. Il coach non riuscì nemmeno a imprecare, era rimasto più sorpreso per la riuscita dello schema che non dalla rinuncia al tiro; quello faceva parte dell'ordine naturale delle cose. Rimaneva da capire quale futuro pensava di avere con quella squadra. Al suo miglior giocatore avevano diagnosticato un brutto male e questo aveva colpito tutti quanti oltre le naturali deficienze congenite in fatto atletico. Sono i rischi che si corrono ad accettare di allenare una formazione della terza età.. Il più giovane dei suoi giocatori avrebbe potuto benissimo essere suo padre. E se pensate che il coach è un distinto cinquantenne..

Ragazzi, così però non va. O aderite ad una corrente di pensiero che aborre la vittoria e non me ne avete mai parlato o vi sto terribilmente antipatico e non vi degnate nemmeno di dirmelo o farmelo capire. Capisco che non giocate meglio in partita che durante gli allenamenti, e quindi dimostrate coerenza, ma non posso credere che vi facciate battere anche dalla selezione femminile della casa di riposo degli assistenti di volo.. e tu, Joe, non devi chiedere scusa ogni volta che porti un blocco. Se l'avversario viene ostacolato è solo giusto. Altrimenti che lo porti a fare il blocco? Per essere dei signori a modo avete tempo fuori dal campo. Adesso vorrei che per una volta riuscissimo a vincere, dato che siamo sotto solo di quindici e che la nostra avversaria più pericolosa è alle prese con disfunsioni renali che la tengono più in bagno in campo.. Quindi spero che in questo secondo tempo -a partire dal prossimo quarto- ci mettiare l'aggressività che serve. Joe si alzò e andò ad abbracciare il coach, gli diede una pacca sulle spalle e gli assicurò che tutta la squadra era con lui. E tutti imitarono Joe e andarono ad abbracciare il coach. Riguardo al fatto di vincere, aggiunse Bill, non ci contasse poi molto. A loro vincere non interessava affatto. L'importante era muoversi, no?

Il coach non pareva proprio rinfrancato, a dire il vero, ma si rendeva conto anche lui che non poteva trasferire su una classe geriatrica le sue ansie di rivincita e decise in quel momento che la prossima stagione avrebbe allenato un'altra squadra. L'allenatore della selezione femminile degli assistenti di volo -beato lui- aveva avuto una richiesta dalla squadra di un carcere di massima sicurezza. Perlomeno lui di aggressività ne avrebbe vista..
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doc G
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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

Nella stesura de "Il velocista più pistola del West" mi sono momentaneamente arenato davanti ad una guardia giurata, anche se non dubito di finirlo entro l'estate, "Cavoli Illirici", la cosa più lunga che abbia mai scritto, penso di iniziare a postarla fra qualche giorno, immaginando che in spiaggia possa servirvi qualcosa di stampato in caso mangiate troppo gelato, quindi posto questa cosa, più adatta al topic del meteorismo, veramente, sperando nessuno si scandalizzi del divertissment pregno di non sense. In attesa che qualcuno mi spieghi cosa ho scritto, posto la prima parte:


L’Arcobaleno Grigio




Un cielo terso ed azzurro, macchiato di bianco da qualche sparuta nuvola, appena mossa da una leggera brezza; un sole brillante a mezzogiorno, un paesaggio verde e pulito, in una giornata scevra di qualsivoglia foschia. Non era esattamente questo il paesaggio in cui camminava un uomo vestito di grigio. Tutto ciò era ormai dimenticato da tempo in quella città.
Nella grigia nebbia che ammantava quella grigia mattinata, la grigia figura si muoveva tristemente. L’uomo aveva una carnagione tendente al grigio e capelli grigi, ma forse era solo una sensazione data dalla nebbia. Guardava fisso la punta delle sue scarpe e camminava sempre dritto, trascinando stancamente un piede appena davanti all’altro. Il suo viso non tradiva il benché minimo sentore di una anche ormai lontana allegria, il suo sguardo era spento e velato; il peso intero delle pene del mondo sembrava piegargli le spalle.
Poiché l’uomo in grigio sembrava non essere l’unico, in quella città, che camminava con un simile stile, anzi, sembrava il tipico modo di incedere, fu inevitabile, o almeno qualcuno potrebbe pensare così, che prima o poi l’uomo incocciasse violentemente contro un suo simile. Fu subito un volar di cartelle, un frullar di fogli, un rotolar di matite, una grigia polvere si sollevò tosto da terra, ma nessuno se ne accorse: era infatti dello stesso colore della nebbia.
“Ahi... ah Luigi, ciao.”
“Ciao, Paolo, Uhi...”
“Stavo andando in ufficio, ed ero assorto, sai...”
“Anch’io, ero assorto e stavo andando in ufficio.”
“Bhe, vedi, la nebbia...”
“Il fatto è che non ci sono più le mezze stagioni.”
“La colpa è della bomba atomica...”
“Si, e del buco nell’ozono...”
“Colpa dei comunisti.”
“Vero. E dei fascisti.”
“Ed i tossici che si bucano in strada, non se ne può più.”
“Vero, e poi, sai, Venezia è una bella città, ma io non ci vivrei.”
“Ma che c’entra?”
“Venezia c’entra sempre.”
“Vero. Ora, scusami, ma devo andare.”
“Si, anch’io devo andare.”
Salutatisi, Paolo e Luigi si incamminarono in direzioni opposte, con lo stesso passo, la stessa velocità, la stessa andatura.
Paolo entrò in ufficio, timbrò il cartellino, andò diretto verso il suo ufficio e cominciò a lavorare, senza salutare nessuno. Prese una cartella e lesse: richiesta di sei gomme da cancellare per matita, sei; quindi prese il listino della cancelleria, lesse chi aveva vinto l’ultimo bando di gara, quindi compilò il modulo d’ordine, composto di trentasei pagine con trecentoquarantasette quesiti cui rispondere. Riempito il modulo, lo mise nella cassetta degli ordini da evadere. Quindi prese un’altra cartella e lesse: due tubetti di colla per carta due, e ripeté le azioni di prima. Tutto questo fino alle cinque in punto. Alle cinque ed un minuto, posò una pratica svolta a metà, si alzò e si diresse stancamente verso la porta, senza salutare nessuno, salvo quelli che urtava, e uscì.
Lo aspettava una serata solitaria a casa oppure una solitaria serata al bar. Andò a casa, ma si rese conto di non avere alcuna voglia di restarci. Non c’è nulla che dia più solitudine di una casa vuota; così si lavò, si pettinò, si mise delle scarpe più comode ed andò al bar. Al bar si rese presto conto di aver sbagliato valutazione: c’è qualcosa che ti faccia sentire di più la solitudine di una casa vuota: un luogo pieno di gente dove nessuno ti conosce e nessuno parla con te. Stava quasi per andar via, quando vide, in un angolo, delle persone che giocavano a freccette. Lui, una volta, era un campione, con le freccette; così si fece forza e si presentò.
“Buonasera, signori, io mi chiamo Paolo, posso unirmi a voi?”
Un tizio gli rispose, ma Paolo non capì quello che gli disse, in quanto la sua concentrazione venne attirata dalla terribile puzza di alcool che raggiunse il suo naso. Ad ogni buon conto, immaginò quale fosse stata la risposta, in quanto si trovò in mano tre freccette bisunte ed odoranti di fumo ed alcool, gli altri giocatori si fecero largo, e lui vide libero, proprio davanti a lui, il bersaglio. Si mise alla distanza giusta, prese la mira e lanciò, ma forse non aveva compiuto tutti i movimenti nel modo dovuto, in quanto la freccetta scivolò via parallela alla sua schiena per piantarsi in terra appena dietro il tacco della sua scarpa destra. Paolo cercò di concentrarsi nonostante lo scroscio di risa provocato dalla sua performance, prese un’altra freccetta e tirò, colpendo il bersaglio con un punteggio medio. La terza freccetta finì vicina al centro.
“Guarda guarda, l’amico ci sa fare, vero? Che ne dici di una scommessa?”
“Scommessa?”
“Tiriamo tre freccette: chi realizza un punteggio più basso, paga all’altro la metà dello stipendio di questo mese.”
“No, ma siete matti? Io...”
Nonostante le sue proteste, Paolo non poté controbattere, si trovò in mano tre freccette e fu circondato da loschi figuri, mentre il suo avversario tirava i suoi dardi. Il tizio, nonostante l’odore di alcool che emanava e la non eccessiva lucidità che dimostrava il suo sguardo, realizzò tre buoni punti. Paolo si concentrò, guardò il bersaglio con decisione, tirò e prese esattamente il centro. Rincuorato, sorrise, prese la mira, tirò e prese il centro la seconda volta. Ormai, con il terzo tiro, gli bastava realizzare il punteggio minimo. Deciso, sereno e concentrato, Paolo tirò il suo dardo: il tiro era bellissimo, teso e preciso, era diretto esattamente verso il centro del bersaglio. In quel preciso istante, però, il merlo indiano del proprietario del locale, che era appena fuggito dalla sua gabbia, si trovò a volare davanti al bersaglio. Paolo si trovò in un baleno ripulito di metà del suo stipendio e buttato fuori del locale a pedate, con un merlo indiano morto nella tasca del soprabito.
Appena rialzatosi, Paolo si senti appellare:
“Maleducato, e guardi dove cade.”
E vide una donna vestita di un abito lungo, azzurro, che lo evitava con evidente disgusto. Paolo per un attimo pensò ad un angelo, poi si rese conto che l’angelo non aveva le ali, ma in compenso aveva un cavaliere vestito come un pinguino. I due camminavano con un uno strano stile, tutti impettiti, pancia in dentro, petto in fuori e mento in alto, sguardo rivolto al cielo, con passi rapidi e decisi, lo superarono e si diressero verso un edificio in stile rococò, su cui campeggiava una scritta “Teatro”; lì i due si confusero a decine e decine di altri angeli e pinguini. Paolo si rialzò distrattamente, finendo esattamente contro un angelo che camminava dietro di lui, ma non poteva vederlo, in quanto camminava guardando troppo in alto.
Finirono tutti e due a terra pesantemente, e l’angelo lanciò un urlo, si rialzò rapidamente e si guardò il vestito: era ormai irreparabilmente grigio. Piangendo tentò di togliere la polvere grigia, ma in realtà riusciva solamente a togliere colore azzurro dal suo vestito, rivelando il vero colore grigio che stava sotto. Infine fuggì in lacrime.
Lo sguardo di Paolo incrociò quello di un altro angelo, e scoppiarono entrambi a ridere. Infine Paolo guardò nuovamente l’angelo, ed immediatamente ebbe l’impressione che la patina grigia che ricopriva la città tendesse a sollevarsi. L’angelo guardò Paolo, si asciugò le lacrime che le uscivano per il troppo ridere, e fece un sorriso che a Paolo sembrò radioso.
“Io mi chiamo Paolo...”
“Io Francesca, piacere...”
In quel mentre arrivò un’altra donna vestita da angelo, prese la ragazza per un braccio e la tirò via, dicendo:
“Francesca, siamo in ritardo, il dramma sta per iniziare, e poi, che diamine, quante volte di devo ripetere di non parlare con uomini non alla tua altezza! Non agire sempre senza riflettere!”
Paolo immediatamente si rincupì e pensò che, in fondo, la megera vestita da angelo aveva ragione. Che diritto aveva lui di parlare con una ragazza simile, di classe sociale elevata, raffinata, ricca? Lui era solo un modesto impiegato di basso livello, lavorava nell’ufficio acquisti di una grande società, non poteva importunarla. La sua schiena si piegò, il suo sguardo puntò dritto verso terra, e Paolo cominciò ad allontanarsi strascicando i piedi.
Ma prima doveva rivederla, anche solo per un attimo, un’ultima volta, pensò, raddrizzò la schiena, guardò il teatro e cominciò a correre verso l’entrata. Non sapeva neanche il suo cognome, non sarebbe mai riuscito a rintracciarla, finito il dramma. Un solerte commesso tentò di fermarlo.
“Signore, prego, il biglietto.”
“Devo acquistarlo, sono in ritardo, presto.”
Il commesso guardò Paolo, il suo vestito grigio chiaro, color polvere, non si accorse di quant’era impolverato, ma si rese conto che non era un abito scuro, adatto ad una prima di un importante dramma.
“Signore, mi spiace, ma i biglietti sono terminati.”
“Ma... mi faccia parlare con la cassiera.”
“Non ce n’è bisogno, signore. So che i biglietti sono esauriti. E poi il dramma è iniziato, il nostro regolamento proibisce tassativamente gli ingressi a Teatro durante le rappresentazioni.”
Paolo restò per un momento interdetto, poi si decise. Doveva entrare a tutti i costi, doveva inventare qualcosa. Così mostrò per una frazione infinitesima di secondo la propria tessera di abbonamento ad una linea della corriera, tentando di nascondere il nome della Società dei Trasporti, poi, con una faccia da ufficiale che passa in rassegna la truppa disse:
“Bravo, molto bravo. Io sono l’Ispettore Superiore dell’Ente Centrale Teatri, sto controllando il livello di preparazione dei nostri addetti e mi compiaccio, lei è uno che sa fare bene il proprio mestiere. Ora mi scusi, ma devo passare, per controllare l’operato dei suoi colleghi.”
Detto ciò, Paolo avanzò con fare deciso, mentre il commesso si spostò, come a farlo passare, ma, proprio mentre Paolo lo stava superando, lo afferrò con una mano per la collottola, con l’altra mano per la cinta dei pantaloni, lo sollevò e lo lanciò ingloriosamente fuori dalla porta, senza proferire una parola.
Paolo si alzò, guardò il suo abito grigio polvere, si ravviò i capelli, restò un poco perplesso, poi ebbe una nuova idea. Corse al più vicino telefono pubblico, prese la propria tessera telefonica, fece per inserirla nel lettore quando ebbe un dubbio. Rimise la tessera in tasca e prese una moneta, la pulì con il fazzoletto per togliere le impronte digitali e la inserì nel telefono, quindi, sempre con il fazzoletto, prese la cornetta. A questo punto ebbe un dubbio; lui aveva solo un fazzoletto, come fare per comporre il numero, senza lasciare impronte? Pensò un attimo, quindi mise il dito dietro la propria cravatta grigia e con quella compose il numero.
“Pronto? Teatro? Attenzione, dei loschi figuri sono riusciti ad aprire una porta di una uscita di sicurezza e stanno entrando nel Teatro.”
Detto ciò, si allontanò, guardando la porta principale, immaginando che il rude guardiano sarebbe corso fuori. Arrivarono invece in un attimo due automobili della polizia, con la sordina alle sirene, in modo da non disturbare la rappresentazione, una si diresse verso le uscite di sicurezza, l’altra verso il telefono pubblico da cui aveva telefonato Paolo, e ne uscirono due poliziotti che iniziarono a rilevare le impronte digitali sulla cornetta.
“Nessuna impronta sulla cornetta.”
“Neanche sulla tastiera. Però ci sono alcuni fili di cravatta grigia standard, per impiegati.”
“E come fai ad individuare qualcuno con quella?”
“Non lo individuo. Maledetto, stavolta l’ha fatta franca, ma prima o poi lo prendiamo.”
I due poliziotti risalirono in macchina e fecero due giri della piazza, quindi ripartirono a razzo. Dopo qualche minuto, il coperchio di un cassonetto dell’immondizia cadde con fragore. Si accese una luce, si aprì una finestra e si udì una voce urlare:
“Maledetti gatti!”
Quindi una scarpa volò verso il cassonetto. La finestra si chiuse e la luce si spense, quindi la testa di Paolo fece capolino dal cassonetto, con una scarpa a guisa di cappello. Dopo essersi guardato attorno con circospezione, Paolo uscì dal cassonetto e si diresse verso la fontana della piazza e mise la testa nell’acqua, per lavarsi. Dopo pochi secondi tolse la testa dall’acqua, guardò il riflesso e restò sbigottito. Forse era per la luce del lampione che rovinava i colori, ma gli sembrava proprio che le sue guance avessero perso la rassicurante tonalità grigia che le contraddistingueva, sembravano quasi rosate, i suoi capelli sembravano castani ed i suoi occhi marroni. Si tolse la giacca e la annusò. Non poteva presentarsi in giro con quell’odore. Tentò di pulire la giacca con le mani, poi prese una decisione, si rimise la giacca ed entrò nella fontana vestito. Restò immerso per alcuni secondi, poi cominciò a sguazzare, quindi uscì. Sentiva chiaramente a naso che l’odore era sparito, sorrise soddisfatto ed andò a specchiarsi in una vetrina per rassettarsi. Quello che vide lo sconvolse. Il vestito aveva assunto uno strano colorito bluastro, la pelle sembrava rosata, i capelli castani, le scarpe marroni, la camicia bianca... dove erano i suoi colori?
In quel mentre le prime persone cominciarono ad uscire dal Teatro. La rappresentazione era terminata. Paolo si diede un colpo in fronte, come aveva potuto essere così cretino? Sarebbe bastato aspettare fuori per rivedere il suo Angelo, ora rischiava che fosse già uscita.
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Re: Naufraghi 2.0

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doc G wrote: Nella stesura de "Il velocista più pistola del West" mi sono momentaneamente arenato davanti ad una guardia giurata, anche se non dubito di finirlo entro l'estate, "Cavoli Illirici", la cosa più lunga che abbia mai scritto, penso di iniziare a postarla fra qualche giorno, immaginando che in spiaggia possa servirvi qualcosa di stampato in caso mangiate troppo gelato, quindi posto questa cosa, più adatta al topic del meteorismo, veramente, sperando nessuno si scandalizzi del divertissment pregno di non sense. In attesa che qualcuno mi spieghi cosa ho scritto, posto la prima parte:
Se lo cavalchi adeguatamente hai almeno il mio voto  :forza: .
Tra l'altro sono così assuefatto dal topic di answers che, giusto all'inizio, mi era parso di leggere: "il peso intero del pene sembrava piegargli le spalle"  :lol2:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

fracas513 wrote: Se lo cavalchi adeguatamente hai almeno il mio voto  :forza: .
Tra l'altro sono così assuefatto dal topic di answers che, giusto all'inizio, mi era parso di leggere: "il peso intero del pene sembrava piegargli le spalle"  :lol2:
Vita ed opere di Rocco Siffredi... in effetti potrebbe essere un tema non indifferente! :forza: :forza:
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Re: Naufraghi 2.0

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Letto, Doc, puoi anche mettere il secondo capitolo.  :gogogo:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

Secondo ed ultimo, quella volta le cazzate le ho finite presto! :forza: :forza:



Miriadi di angeli e pinguini stavano uscendo dal teatro, ma Paolo non vedeva il Suo Angelo. Cercò a lungo, cento volte gli sembrò di vederla, importunò cento donne, prendendo cento borsettate in testa, ma non la vide. Quando ormai stava disperando, eccola, bella come non mai, che usciva dal Teatro, in compagnia di un’altra donna. Cominciò a correre per raggiungerla, ma, quando ormai l’aveva quasi raggiunta, la donna che l’accompagnava si voltò, e si rivelò essere la megera che aveva scacciato Paolo prima dello spettacolo. Prima che la megera si fosse voltata del tutto, Paolo con uno spettacolare tuffo si lanciò sotto un camion in sosta. La megera e Francesca si fermarono a parlare con qualcuno, Paolo non poteva vedere con chi, e rimasero entrambe voltate nella direzione del camion sotto cui si era nascosto. Dopo parecchio tempo, mentre Paolo già stava maledicendo la ben nota loquacità di tutto il genere femminile, l’autista del camion salì sulla cabina, salutando a gran voce qualcuno. Paolo cominciò a tremare, non sapeva cosa fare, non poteva uscire, non poteva mostrarsi, ma non poteva neanche restare li sotto a farsi schiacciare; mentre tentava di decidersi, si accorse anche drammaticamente di essersi nascosto vicino al tubo di scappamento, quando il pesante automezzo si mise in moto. Mentre Paolo ancora tossiva per il fumo, il camion partì diritto, dato che aveva la strada libera davanti, miracolosamente senza toccarlo, lasciandolo scoperto, a terra, mentre tossiva. L’Angelo e la megera lo videro immediatamente, e l’Angelo scoppiò immediatamente a ridere:
“Ma ancora lei... cosa ci fa lì?”
“Io... tossisco, perché, non è un buon posto per tossire?”
“Un ottimo posto, ne convengo.”
In quel mentre intervenne la megera:
“Giovanotto, la smetta di importunarci. E tu, Francesca, quante volte devo ripeterti di non farti coinvolgere da certi giovinastri. Andiamo, su.”
Paolo rimase incerto per un attimo, sdraiato a terra a tossire, poi si decise, saltò in piedi e cominciò a seguire le due donne. Camminò gatton gattoni dietro le automobili posteggiate, si appiattì contro i portali degli edifici, si acciambellò dietro i cassonetti dell’immondizia, ma alla fine riuscì a seguire le due donne fino ad una villetta Liberty, con un ampio parco intorno. Restò in attesa a lungo, finché non si spensero tutte le luci della casa tranne una, e dall’unica finestra da cui si notava una luce accesa si affacciò il suo Angelo, per un breve istante; guardò lontano, sospirò, poi chiuse la finestra. Pochi istanti dopo la luce si spense.
Paolo doveva parlarle, lo sapeva. Si avvicinò al cancello della villa, lo fissò per un momento, poi lo scavalcò decisamente. Entrò nel parco e si diresse con passo rapido e silenzioso verso la finestra del suo Angelo, poi rimase perplesso. La finestra era al secondo piano e lui non era sicuramente in grado di scalare il muro fin là. Si voltò, alla ricerca di un sasso da gettare contro la finestra, per far affacciare Francesca, ma al posto di un sasso trovò il muso ringhiante di un cane lupo, evidentemente non troppo rallegrato da quella visita notturna. Paolo restò per un momento come paralizzato, poi cominciò a proferire parole di senso non troppo compiuto:
“Commendatore carissimo, mi complimento per la bellissima villa...”
Al primo abbaiare Paolo cominciò a correre con una velocità che non sospettava di possedere, raggiunse il cancello e lo scavalcò con un’agilità degna di un ginnasta professionista. Al momento di saltare giù, la sua giacca rimase impigliata su una delle lance di ferro battuto che guarnivano il cancello, e Paolo restò a penzolare a mezz’aria. Il cane lupo si riavvicinò, trotterellando senza fretta, quindi, senza neanche provare a sporgersi per mordere una caviglia che sembrava a portata di denti, cominciò ad abbaiare.
Mentre tutte le luci della strada si accendevano, Paolo con uno strattone strappò la giacca e corse a nascondersi dietro un cespuglio.
“Ma cosa diamine ha da abbaiare Killer?”
“Guarda, sta puntando quel cespuglio.”
Dal cespuglio puntato dal cane, in quel momento si levò un lungo, struggente miagolio. Decine e decine di scarpe volarono da tutti gli edifici del circondario verso quel cespuglio ed il miagolio cessò istantaneamente. Tutte le luci della via si spensero di nuovo, mentre qualcuno commentava:
“Solo uno stupidissimo gatto. Ora piantala, Killer.”
Non appena l’ultima finestra si fu chiusa, dal cespuglio emerse Paolo, coperto di impronte di scarpe, ematomi e graffi vari, mentre il cane Killer lo fissava, silenziosamente, con un ghigno soddisfatto.
Mentre tornava a casa sua, Paolo pensava alla giornata trascorsa e si diceva che mai più, mai più avrebbe dovuto essere così cretino. Andava bene tentare di vincere a freccette contro dei teppisti da bar, andava bene tentare di abbordare una dama di elevata condizione, andava bene tentare di andare a teatro senza biglietto per rivederla e quindi seguirla fino a casa, ma non avrebbe mai più dovuto avere tanta paura delle sue azioni ed avrebbe dovuto pensare meglio, dall’indomani, a cosa faceva.
La mattina dopo, Paolo uscì di casa vestito di una giacca a quadri tendente al verde, camicia celeste con colletto aperto e pantaloni neri. Entrò in ufficio salutando tutti a gran voce e mise subito per terra, vicino alla scrivania, un valigione di dimensioni notevoli. Lo aprì e ne tirò fuori un timbro enorme, con una battuta di almeno 50 cm per 50.
“Ma... cos’è quello?”
“Una rivoluzione. Ho notato che i nostri moduli hanno trentasei pagine e trecentosessanta quesiti, ma nel novantasei virgola quattro per cento dei casi le combinazioni di segni sono solamente sei.”
“E Allora?”
“E allora ecco.”
Dalla valigia Paolo tirò fuori altri cinque timbri: sulla scrivania apparvero tutti e sei, uno vicino all’altro, delle dimensioni di un modulo da riempire; Paolo cominciò a prenderne ora uno, ora l’altro, battendo con vigore, producendo un rumore degno di quello di una intera orchestra di percussioni. Dopo venti minuti aveva finito il lavoro di tutto il mese, così si alzò ed andò dal capoufficio.
“Buongiorno, signore. Chiedo di poter uscire mezz’ora.”
“E perché?”
“Non ho più niente da fare.”
“Come?”
“Ho compilato tutti i moduli di richiesta di acquisti. Non ce ne sono più.”
“Mha... era il lavoro di un mese...”
“L’ho finito prima.”
“Mha... li ricontrolli. E, a proposito, si vesta con la divisa d’ordinanza.”
“Dove è scritto, nel regolamento, che questo abbigliamento non è consentito?”
“Il suo abbigliamento non è citato.”
“Non è proibito, quindi è permesso. Ora mi scusi.”
Dopo un’altra mezz’ora, Paolo rientrò nella stanza del capufficio.
“Ho ricontrollato tutti i moduli, ed ho anche compilato quelli dei miei colleghi. Ora, per cortesia, le chiedo di uscire una mezz’ora.”
“Anche i moduli dei suoi colleghi?”
“Esattamente!”
“Mha... e cosa stanno facendo ora i suoi colleghi?”
“Stanno giocando a battaglia navale.”
“Come a battaglia navale? Ma è una cosa indegna! In una grande società come la nostra! Torni la e dica a tutti di ricominciare immediatamente a lavorare!”
“Con il dovuto rispetto, signore, per fare cosa? Dovrebbe fornirci lei del lavoro da fare.”
“Io non ho tempo da perdere per queste sciocchezze. Fate... fate... accidenti a lei, appuntate tutte le matite di tutti i vostri colleghi che stanno lavorando. Vada adesso, e mi lasci lavorare.”
Dopo un’ora e mezza, Paolo rientrò nella stanza del capufficio.
“Signore, abbiamo appuntato tutte le matite dei nostri colleghi e, già che c’eravamo, abbiamo aiutato loro a svolgere il loro lavoro. Ora, in tutto il palazzo, non c’è una sola pratica da svolgere.”
“Come non c’è una sola pratica da svolgere?”
“Signore, non c’è nessuna pratica da svolgere.”
“E cosa stanno facendo i suoi colleghi?”
“Chi gioca a battaglia navale, chi a tressette, chi a rubamazzo, chi parla del campionato di calcio...”
“Basta così, lei è un debosciato, per colpa sua dei lavoratori seri si stanno dedicando ad attività dissolute, sta rovinando la reputazione di questa società...”
“Col dovuto rispetto, signore, non stiamo lavorando perché non c’è lavoro da svolgere. Siamo stati più veloci noi ad eseguire il lavoro che voi ad assegnarcelo. Basterebbe che lei ci desse ordini, signore...”
“Ecco, appunto, stavo tanto bene ed ora, per colpa sua, devo lavorare! Si vergogni!”
“Ma la società trarrà un utile da questo aumento di lavoro.”
“La società già produce esattamente quanto riesce a vendere, non può produrre di più. Quando si saprà che i suoi dipendenti giocano a battaglia navale avrà un calo d’immagine tremendo!”
“Basterà un’appropriata pubblicità per sfruttare i ritorni favorevoli di quanto sta accadendo.”
“Una pubblicità! Ma lei vuole insegnare il lavoro ai nostri proprietari! Siamo già in un cartello che detiene la maggioranza del mercato! Lei è un pazzo, un pazzo pericoloso, se ne vada subito!”
“Questo significa che posso uscire mezz’ora?”
“Se ne vada!”
“Grazie signore.”
Paolo uscì raggiante, di corsa, inseguito dal portacenere che, fino a poco tempo prima, faceva bella mostra di se sul tavolo del capufficio. Uscì dall’edificio, canticchiando, nel sole che iniziava ad irradiare la città. Essendosi alzata finalmente la nebbia, e canticchiando Paolo con stonata rumorosità, in molti cominciarono a notarlo.
“Ma come s’è conciato quello? Perché non ha un vestito grigio?”
“Già, e perché la sua pelle ha quello strano colore, quasi color carne?”
“Si sarà mica truccato? Forse è un omosessuale... ribrezzo!”
“Si, un omosessuale pedofilo!”
Incurante dei commenti, Paolo si recò tranquillamente, ma speditamente, verso la casa del suo Angelo. Giunto davanti al portone, con ferma risolutezza suonò il campanello. Da una finestra si affacciò proprio il suo Angelo.
“Lei? Ma cosa ci fa qui?”
“Lei, lei, tu, non ti ricordi? Io mi chiamo Paolo.”
“Si, mi ricordo bene.” Disse lei, sorridendo timidamente. “Ma, tornando alla domanda di prima, cosa ci fa qui lei? Anzi, che ci fai qui?”
“Sono qui per te. Ti prego e ti scongiuro, vuoi fuggire con me?”
“Come? Ma... ci siamo conosciuti solamente ieri!”
“Si, ma mi sembra di conoscerti da tutta una vita, e anche di più. Ti prego, fuggi con me!”
“Io.... io...”
“Sarei il tuo umile servitore per il resto della mia vita!”
“Io... no.”
“No? Forse... forse hai bisogno di tempo per rifletterci, sono stato troppo precipitoso, tornerò domani...”
“No. Non ho bisogno di riflettere, hai ragione tu, mi sembra di conoscerti da una vita...”
“E allora, non ti piaccio? Non ti sono simpatico?”
“No, mi piaci più di chiunque altro io abbia mai incontrato in tutta la mia vita.”
“E allora? Vieni con me!”
“No. Ho troppa paura. Non posso lasciare tutto questo, la casa, i vestiti, le prime a Teatro, i gioielli... non posso.”
“Ma io ti darò cento volte tanto, posso farlo!”
“Troppo rischio.”
In quel momento si aprì un’altra finestra della villa in cui abitava l’Angelo, e si affacciò la Megera, che subito cominciò ad urlare:
“Aiuto, un pazzo, un maniaco sta importunando Francesca!”
“Ma non mi sta importunando, io...”
“Zitta tu, svergognata, devo salvare la tua reputazione. Aiuto! Prendetelo! Killer, prendilo!”
Dal fondo della strada arrivò di corsa un gendarme, con una uniforme grigia ed una bella faccia grigia, brandendo un grigio manganello e fischiando. Dal parco arrivò come una furia anche il cane Killer, con sguardo assatanato. Da un lato della strada si stava radunando un gruppo della gente che aveva visto Paolo nel tragitto, che gridava:
“Dalli al pedofilo! Assassino! Stupratore! Commercialista!”
Dall’altro lato della strada stava arrivando il custode della casa dell’Angelo, con una doppietta in mano. Il cane Killer era ormai arrivato ad un balzo da Paolo, prese la mira, quasi pregustando in anticipo il sapore di quelle belle carni sode, quindi balzò. Paolo si lanciò a terra di schiena prima che il cane arrivasse, quindi con un calcio prolungò il balzo di Killer, lanciandolo addosso al gendarme. Killer non si rese troppo conto di cosa fosse successo, ma si accorse che quella carne che stava addentando aveva proprio un buon sapore, e non era affatto intenzionato a smettere di mangiare. Fu il custode a tirarlo via dal povero gendarme, dicendo:
“Non lui, stupido cane quell’altro! Avete visto tutti? Ha anche cercato di ammazzare questo povero gendarme, prendiamolo!”
Il cane Killer aveva una faccia poco convinta, una faccia che sembrava dire “Ma come, stavo mangiando, e poi quello che scappa mi sta simpatico, preferivo azzannare il gendarme”, comunque, come un cane che si rispetti, continuò l’inseguimento. Fece presto, però, a rendersi conto di aver mangiato troppo, di avere lo stomaco pesante, quindi si accostò ad un lampione per alleggerirsi.
Il custode, raggiuntolo, gli assestò un poderoso calcio al ventre, esclamando:
“Stupido cane, vuoi prenderlo o no?”
Mettetevi nei panni di un cane da guardia. Tutto il giorno a fare bau bau ai gatti, vi capita un buon pasto e ve lo fanno interrompere, per inseguire uno che vi sta pure simpatico, lo fate per puro spirito di servizio e vi prendono pure a calci, cosa fareste voi? Bene, Killer balzò addosso al custode, azzannandolo con decisione finché qualcuno non lo trascinò via, senza accorgersi della faccia soddisfatta del cane.
Paolo intanto stava scappando a gambe levate, con un gruppo di inseguitori che si ingrandiva in ogni momento. Dove andare, dove scappare? Quelle urla dietro di lui lo atterrivano, chi lo voleva lapidare, chi impiccare, chi squartare. Ad un tratto vide fermo, al bordo della strada, un mezzo della nettezza urbana, mentre i due autisti stavano spostando un cassonetto. Paolo, senza esitare, saltò in cabina e partì a razzo. A razzo, insomma, con tutta la velocità consentita da un mezzo per caricare spazzatura.
Quando credeva di essersi salvato, davanti a lui, improvvisamente, dodici automobili della polizia, tutte turbocompresse, tutte ultraveloci, tutte schierate per catturare lui. Paolo pigiò a fondo l’acceleratore del mezzo della nettezza urbana, girò improvvisamente sulla destra, i poliziotti fecero per inseguirlo a sirene spiegate, lui quindi si infilò in un vicolo abbastanza stretto, dove il pesante mezzo passava a fatica. Quando ebbero percorso un bel tratto, e tutte le macchine della polizia furono entrate nel vicolo, Paolo spense il motore, prese le chiavi ed uscì dal finestrino, in quanto non poteva aprire lo sportello per mancanza di spazio, quindi corse via.
L’ultima macchina della fila tamponò pesantemente la penultima, che tamponò la terzultima, quindi tutti i poliziotti scesero a terra per continuare l’inseguimento a piedi, con un certo impaccio, in quanto il mezzo li intralciava anche a piedi. Quando i primi passarono, Paolo si era dileguato.
“Maledetto, ma lo prenderemo.”
Frattanto Paolo era sbucato nuovamente in una strada centrale, dove vide un uomo a cavallo, vestito da vaccaro, armato di un poco rassicurante pistolone.
“Hei, amico, tutti quelli che scappano dalla legge mi stanno simpatici, sali dietro di me, che scappiamo insieme.”
“E tu chi sei?”
“Il mio nome è Jerome James, ma tutti mi chiamano Jesse, il bandito. E il tuo?”
“Paolo Rossi, e da oggi mi chiamano Lo Strano.”
“Bene, andiamo, adesso, sta arrivando Pat Garret.”
I due cavalcarono rapidamente fuori della città, fino ad una specie di monti desertici ed assolati, mentre in lontananza un gruppetto di uomini a cavallo li inseguiva, sparando in aria.
“Amico, mi sa che ci dobbiamo separare, in due non scappiamo. Vedi quel bosco li? Tu scendi e scappa. Se seguono me, sei salvo, se seguono te, sei morto. Addio.”
Prima di poter obiettare, Paolo era a terra, mentre Jesse il bandito scappava a cavallo. Terrorizzato, si nascose dietro un albero. Il gruppo di pistoleri a cavallo si fermò ad un passo da lui, ed uno disse:
“Qui si sono divisi, che facciamo?”
“Seguiamo Jesse.”
“Ma l’altro è a piedi, è una preda più facile!”
“Senti, è tutta la vita che io, Pinkerton, inseguo quel bandito, e poi, non ti ricordi che taglia c’è sulla sua testa?”
“Vero. Inseguiamo Jesse. Hippie!”
I pistoleri si allontanarono, mentre Paolo tirava un sospiro di sollievo. Ora però che poteva fare? Si guardò indietro, rivide quei monti desertici, e decise che il clima non faceva per lui, quindi proseguì nel bosco. Certo, che era un bosco strano, sembrava uno di quei documentari sul centro dell’Inghilterra. Mentre pensava queste cose, vide un tizio, vestito di verde, che gli puntava contro una freccia.
“Altolà, amico, o la borsa o la vita.”
“Ma quale borsa? Io non ho un soldo.”
“Non hai un soldo? John, perquisiscilo.”
Un gigante uscì da dietro un albero e lo perquisì.
“Pulito.”
“Non hai un soldo, eh? Bene, mi stai simpatico, vuoi unirti a noi?”
“Noi chi?”
“Gli allegri compagni della foresta! Io sono Robin Hood, e rubo ai ricchi per dare ai poveri!”
“E come li scegli i poveri?”
“Bene, io sono povero, e tu, long John?”
“Poverissimo.”
“E tu, frate Tac?”
“Sono al verde, se mi passi la battuta.”
“Spiritoso.” Disse Robin guardandosi l’abito “Comunque, ecco risolto il problema, rubiamo ai ricchi ed i soldi ce li teniamo. E tu, allora, vuoi unirti a noi? Ho anche un’amica da presentarti, un po’ giovane, a dire il vero, si presenta sempre ad ora di pranzo vestita di rosso per portare il pranzo alla nonnina, ma bisogna sempre salvarla dai lupi, una rottura che non ti dico.”
E parlando così il gruppo scomparve alla vista, nel folto della foresta.
Pochi giorni dopo, i colleghi di Paolo stavano spiegando al suo sostituto cosa doveva fare. Avevano tutti abiti grigi, capelli grigi, facce grigie e sguardi spenti.
“E così riempi i trecentosessanta quesiti.”
“Ma come sono piccole le caselle, e sono tutte stampate in modo disordinato, una qui, una là...”
“Per evitare che si possano usare i timbri.”
“Timbri?”
“Timbri. Il tuo predecessore aveva tentato di battere la fiacca, di non lavorare, usando i timbri per riempire i moduli. Giustamente il capufficio l’ha sbattuto fuori ed ora al suo posto abbiamo te, che non ci darai alcun problema.”
“No, no, nessun problema, state tranquilli.”
Davanti alla sede della società, sulla strada per il grande centro commerciale dove era doveroso fare acquisti, un gruppo di donne stava parlando.
“E poi, Francesca, quel bel tomo, quel tizio che ti infastidiva, che fine ha fatto?”
“Ho saputo che vive isolato, in un bosco qui vicino, e crea spot pubblicitari.”
“Pubblicità?”
“Si, anche la pubblicità della ditta che l’ha licenziato. Sta diventando miliardario, ma non può parlare mai con nessuno, perché tutti lo credono pazzo, ma gira voce che, a volte, ancora sogni.”
La donna fece un sorriso timido e nel suo sguardo si accese come una luce.
“Deve proprio essere pazzo.”
Concluse, e la luce nel suo sguardo si spense per sempre, riportandola alla più totale normalità.

FINE
Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Toni Monroe »

Doc, ma hai conosciuto il pusher che frequentavo io quando scrissi gli ultimi interventi nel topic Il dilemma in lettere a Playit?  :lol2:  :lol2:  :lol2:

Belle tutte quelle citazioni. :D
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fracas513
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Re: Naufraghi 2.0

Post by fracas513 »

“Dalli al pedofilo! Assassino! Stupratore! Commercialista!”

:lol2:

Manca solo "verme della società" e "testa di cazzo"  :forza:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Toni Monroe »

Variazioni sul tema..

A specifica domanda sulle sue ultime buone prestazioni la risposta di Isola fu: Il merito credo sia del suonatore di flauto.. Era soltanto consuetudine che Isola rispondesse fuori da una logica riconoscibile come tale dai suoi interlocutori, ma questa era una risposta che all'Essenziale risultò perfettamente comprensibile e -tutto sommato- era una novità significativa, perché di quell'episodio non avevano mai parlato. In un giorno di grande noia -per passare il tempo- i ragazzi avevano deciso di andare a guardare la gente che viene e che va, appostandosi fuori da un capolinea della metro, e si erano trovati ad assistere -dall'inizio- ad uno di quei concerti improvvisati che possono nascere da un momento all'altro. Il primo a salire su un ideale palco per suonare era stato un ragazzo asiatico che sembrava essere accampato lì dai tempi in cui avevano iniziato i lavori di costruzione della metro; attirava l'attenzione anche per il fatto che il suo strumento era uno xilofono, nome difficile per chi non lo conosce ma suono assolutamente delizioso. Bastarono poche note per capire che l'asiatico era indiscutibilmente un virtuoso; riusciva a variare lo stesso tema trovando di volta in volta nuovi percorsi musicali pur partendo dalla stessa melodia di base, che così risultava ogni volta leggermente diversa ma ugualmente godibile. La piccola folla che assisteva al suo assolo era composta da viaggiatori annoiati o da passanti che non dovevano aver troppa fretta di arrivare alla loro destinazione iniziale. Tra questi un ragazzo bianco, di origini caucasiche, si andò a posizionare a poca distanza dall'asiatico e senza scambiare il minimo cenno con lui si sedette a terra e tirò fuori da uno zaino un piccolo flauto; un paio di respiri -forse per darsi il tempo- e si appoggiò alla melodia dello xilofonista. In breve l'assolo divenne un duetto. Per la durata di qualche nota lo xilofonista si può dire che se ne stette sulle sue, ma una volta che si rese conto che il flautista era uno che sapeva il fatto suo iniziò a concentrarsi su variazioni alla melodia meno ampie rispetto a prima ma più particolareggiate. Adesso che aveva un buon compagno poteva dedicare una maggiore cura a degli specifici aspetti e questo portò un grandissimo beneficio, perchè l'armonia sembrò deflagrare in un'esplosione di piacere per le orecchie di tutti i presenti. Ciascuno faceva il suo e lo faceva alla grande. Il successivo arrivo di un giovane nero con i bonghi per unire le sue percussioni al concerto spostò poco in termini di gradimento, ma già non far scendere il livello raggiunto era una cosa da elogi sperticati. L'Essenziale aveva notato il cambiamento nell'espressione di Isola durante le evoluzioni sonore dell'asiatico in compagnia del caucasico, ecco perché ora riusciva a cogliere il riferimento al suonatore di flauto; quel che voleva dire -sostanzialmente- era che aveva capito l'importanza di dedicare attenzione alle cose che poteva far meglio, sapendo che un compagno di squadra di buon livello poteva consentirgli di non dover per forza portare sulle sue spalle tutto il peso della partita. Soltanto Isola poteva imparare qualcosa sul basket assistendo ad un improvvisato concerto di strada..
Last edited by Toni Monroe on 12/07/2009, 15:39, edited 1 time in total.
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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

Cavoli illirici


1

Buio. Un buio totale, assoluto, avvolgente, un’oscurità inviolata da quasi due millenni. Ad un tratto un rumore ritmico, pulsante, venne a rompere il silenzio che faceva da degno corollario all’assoluta oscurità.
Il rumore proseguì cinico ed incurante, finché pezzi di pietrisco, cadendo dall’alto, vennero ad annunciare una minaccia tremenda per quel buio ancestrale.
La pioggia di pietrisco proseguì, sempre più minacciosa, finché avvenne: dall’oscurità salì come un grido di terrore, un pezzo di pietra più grande cadde con un grande fragore ed una lama di luce venne a ferire il buio millenario, che fu costretto alla resa; mi avete battuto, sembrava dire, ma tornerò e mia sarà la vittoria finale.
La lama di luce si allargò sempre di più, una luce fioca ed innaturale, ed alla fine la fonte di quella luce venne introdotta dal soffitto di quella che si rivelò come una camera, facente parte di quello che un giorno fu definito come il Tempio di Iside. Dopo una lenta osservazione, un uomo gettò una scala di corda nel foro aperto e si calò nella stanza e per primo, da quel funesto giorno del 77 dopo Cristo, osservò la stanza e cominciò a scoprire, sotto la polvere che copriva le mura, dei colori vivissimi, a rivelare affreschi di soggetto al momento imperscrutabile.
La curiosità per gli affreschi quasi impedì all’intrepido archeologo di notare qualcosa di sinistro a terra: uno scheletro, i poveri resti di un uomo morto milleottocento anni prima. Nella mano destra di quello che una volta era stato un uomo, baluginava, alla fioca luce della lampada, un oggetto, che l’archeologo si fermò ad osservare con cura. Fu una voce a scuoterlo:
“Allora, possiamo scendere anche noi?”
“Si, venite, è tutto in ordine, ma fate attenzione.”
Altri archeologi scesero dal foro nel soffitto e cominciarono ad esaminare la stanza, raccogliendo quei reperti che potevano essere rimossi senza pericolo, fra cui l’oggetto tenuto in mano dallo scheletro.
Il mattino dopo l’uomo venne svegliato da un inserviente trafelato.
“Professore, professore, i ladri!”
“Come i ladri?”
“I ladri! Hanno rubato una cassa, con alcuni reperti che lei aveva raccolto ieri!”
“I reperti... maledetti! Per secoli hanno utilizzato Pompei come cava di marmo, e non ci lasciano in pace neanche adesso che stiamo rivelando al mondo questo splendore!”
“Professore, stia calmo, abbiamo già provveduto a raddoppiare la sorveglianza.”
“Bah. La sorveglianza.”
“La sorveglianza, si, sono bravi ragazzi, si daranno da fare, cercheranno di evitare nuovi furti.”
“Appunto. Nuovi furti. Ed intanto alcuni reperti unici sono andati perduti, forse per sempre. Ed intanto alcuni segreti resteranno non svelati, forse per sempre.”
“Professore, qui siamo a Napoli, di segreti non svelati ne volesse...”
“Qui non siamo a Napoli, ricorda, siamo a Pompei, e qui è ancora tutto un segreto da svelare. Basta, adesso, fammi preparare e ci metteremo subito al lavoro.”
Last edited by doc G on 12/07/2009, 12:12, edited 1 time in total.
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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

Ed ora questo racconto lunghino, ci vorrà un bel po per finirlo.
Ad occhio almeno una ventina di post.
Per il prossimo dovrete attendere, mi sto facendo prendere dalla mia logorrea, ho già scritto 60 pagine Word e sono si e no a due terzi della trama. Oltretutto ho un attimo di perplessità, sono preso fra la commedia, il giallo, il thriller ed il romanzo corale, non ho ben deciso come procedere, anche se il resto della trama l'ho bene in mente.
Però intanto iniziano oggi queste 57 pagine word...
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Dazed and Confused »

Mi son letto, pur in ritardo, la tanto attesa storia a bivi di Pap. L'idea è certo bella, ma sul contenuto....  :lmao: :lmao: :lmao: :lmao: :lmao:.
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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

Cavolo, due racconti belli lunghi miei, ne sto postando un altro, vari di Toni, e Dazed ne commenta uno vecchissimo di Pap.
Mi sa che comincerò a mandargli i racconti per PM.
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Re: Naufraghi 2.0

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2

Milleseicento anni prima, minuto più, minuto meno, Marco fu svegliato dalla confusione dell’insula. Imprecò fra sé e sé, nell’oscurità della camera batté contro un orcio, rovesciandolo, quindi riuscì ad alzarsi in piedi. Guardò l’unica apertura circolare che forniva aria e luce alla sua minuscola stanza, con molta parsimonia a dire il vero, e finalmente uscì nel corridoio. Si fece strada fra le numerose persone che uscivano come lui dai loro modesti alloggi e, finalmente, dopo essere sceso per tre piani in una angusta scalinata, guadagnò l’aria aperta. La brillante luce del sole mattutino stava già rischiarando l’immensa città di Roma, ed il Campidoglio svettava nella sua mole quasi arrogante alle spalle del modesto edificio da cui era uscito Marco.
Dopo aver indugiato un poco, il giovane si diresse verso un ampio porticato, dove aprì un pesante portone di legno, rivelando un piccolo bancone ed una grande insegna che avvisava, chiunque potesse avere dei dubbi, che in quel luogo si vendevano prodotti agricoli. A dire il vero, più che l’insegna individuava perfettamente il locale l’odore fortissimo che ne usciva.
“Non ti sembra un po’ tardi per venire? Stanno già per arrivare i primi clienti?”
“Signore, ha ragione, non è presto, ma è appena passata l’alba, non è molto tardi!”
“Sì, sì, intanto ho dovuto trattare da solo con i fornitori. Almeno comincia a sistemare la merce.”
Per Marco quella Taberna era una fortuna rara, in quel momento: per un liberto non era facile trovare un lavoro dignitoso allora. Ma suo padre già era stato schiavo del proprietario, che l’aveva liberato per la sua lealtà, e quindi, morto il padre, lui ne aveva preso il posto. Non guadagnava certo granché e doveva lavorare proprio come uno schiavo dalla mattina alla sera, ma già il fatto di avere di che mangiare e di che coprirsi era una fortuna notevole, per un liberto illirico, in quel momento. La sua speranza era riposta nel suo connazionale, il grande generale Settimio Severo: se fosse riuscito a diventare imperatore, avrebbe certamente migliorato le condizioni di vita dei romani, o almeno dei suoi connazionali.
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