Re: Naufraghi 2.0

E' il luogo in cui potete parlare di tutto quello che volete, in particolare di tutti gli argomenti non strettamente attinenti allo sport americano...
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Paperone
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Paperone »

La sua proposta mi interessa, mi dia qualche dettaglio in più. E dopo 10 minuti, in cui Oliver gli spiegò tutti i dettagli del contratto, il costo mensile, i kilowatt offerti e tutto il resto, si arrivò al momento della firma del nuovo contratto. Mi scusi se le faccio fretta, ma devo andare a pagare l’ultima bolletta della vecchia compagnia elettrica.... Ma cosa fa? Dia a me! Quanto è l’importo? Vediamo… 145.55… spendaccione! Ma è l’ultima volta che spende così! Guardi, anziché prenderle i 150€ dell’attivazione, se me ne da 200€ la bolletta gliela paghiamo noi! Un affare! si gridò Peppe. Prese dal cassetto della camera due belle banconote verdi e gliele porse tutto contento, convinto di aver fatto un grosso affare. Si salutarono, il signor Oliver rifiutò cordialmente il caffè che Peppe gli aveva offerto, e ognuno tornò alla propria attività, che se per Peppe consisteva in Geo Challenge per Oliver, alias Alberto Sbabo, consisteva in quella di truffatore. Così Peppe il giorno dopo si ritrovò con 200€ in meno, e ovviamente la corrente staccata.

Se vuoi provare a creare una nuova storia, vai più sopra.
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Paperone »

Guardi, sono di fretta perché per coincidenza devo andare a pagare la bolletta della mia compagnia elettrica, con cui mi trovo benissimo e con cui preferisco rimanere. Il povero venditore sembrò rimanerci male, ma buttò per terra i fogli che aveva in mano ed esclamò guarda, io non mi chiamo Oliver e non vendo contratti di compagnie elettriche. Mi chiamo Ivan, abito al terzo piano e ti ho visto l’altra sera in palestra, mentre uscivo dal calcetto, e mi sono innamorato di te. Peppe rimase sbigottito, poi si sedette, guardò la bolletta e disse se me la paghi tu, ti sposo. E vissero per sempre, felici e illuminati.

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Re: Naufraghi 2.0

Post by Paperone »

non è lunghissimo, per cui l'attesa è stata vana.
però volevo qualcosa di breve, tipo le vecchie storie a bivi di Topolino
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Bonaz »

OT: non sapevo dove postare e di certo non apro un topic per una cosa così  :carezza:.
Ma qualcuno sa chi cacchio ha vinto Amici ieri sera? Sul sito ufficiale non dicono nulla... :lol2:



Ok, mi rispondo da solo (se per caso interessasse a qualcuno  :nonsa:): vince Alessandra  :gazza:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

Paperone wrote: Guardi, sono di fretta perché per coincidenza devo andare a pagare la bolletta della mia compagnia elettrica, con cui mi trovo benissimo e con cui preferisco rimanere. Il povero venditore sembrò rimanerci male, ma buttò per terra i fogli che aveva in mano ed esclamò guarda, io non mi chiamo Oliver e non vendo contratti di compagnie elettriche. Mi chiamo Ivan, abito al terzo piano e ti ho visto l’altra sera in palestra, mentre uscivo dal calcetto, e mi sono innamorato di te. Peppe rimase sbigottito, poi si sedette, guardò la bolletta e disse se me la paghi tu, ti sposo. E vissero per sempre, felici e illuminati.

Se vuoi provare a creare una nuova storia, vai più sopra.

Carino, ma come ti è venuta in mente una storia con protagonisti Poz e Dazed?
Bonaz wrote: OT: non sapevo dove postare e di certo non apro un topic per una cosa così  :carezza:.
Ma qualcuno sa chi cacchio ha vinto Amici ieri sera? Sul sito ufficiale non dicono nulla... :lol2:
Ok, mi rispondo da solo (se per caso interessasse a qualcuno  :nonsa:): vince Alessandra  :gazza:
Vade retro da questo topic! Qui si parla di sfigati che scrivono storie che leggono solo altri sfigati, ed alla fine viene premiato il più sfigato, non di fighetti che fanno i fighetti in TV! :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Toni Monroe »

Era ora, Pap! :D E poi non è vero che l'attesa è stata vana, hai portato un modo insolito di scrivere nel topic (anche se non nuovo in assoluto) ed è comunque cosa gradita. :forza:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by NckRm »

Diciamo che hai inventato un modo molto faticoso per spammare.  :forza: :forza: :forza:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Paperone »

NckRm wrote: Diciamo che hai inventato un modo molto faticoso per spammare.  :forza: :forza: :forza:
aspettavo che qualcuno lo notasse :lol2:
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

6


Ogni visita di Torino, archeologica, speleologica, esoterica o anche semplicemente turistica, non può non iniziare a Piazza Castello. La grande piazza quadrata, dagli imponenti palazzi che mantengono una aristocratica eleganza ad un tempo imponente e riservata, sorge dove era posto l’ingresso principale di Augusta Taurinorum, il castrum romano che costituì la prima fondazione della città. Lì Emanuele Filiberto di Savoia, quando, nel 1563, spostò la capitale dello stato sabaudo da Chambéry a Torino, fece edificare il Palazzo Reale, lì è posto il Duomo, la Cattedrale di San Giovanni, unico edificio rinascimentale di Torino, lì, sul lato nord, inizia la cosiddetta “Zona di Comando”, dove i Savoia posero gli uffici che permettevano al loro assolutismo di funzionare; non ultimo, lì è posta la Cappella della Santa Sindone.
Esotericamente, a Piazza Castello è posto il centro della magia bianca, di mano destra o buona che dir si voglia, da lì partono le correnti terrestri che infondono i loro influssi positivi sulla città.
Non lontano da lì è posta, in via IV marzo, la chiesa di San Domenico, unica cattedrale gotica di Torino, anch’essa contenente un labirinto, conosciuto perfettamente da Filippo e dal prof. Colonna, uno dei pochissimi edifici scampati alla ricostruzione operata in forme barocche dai Savoia nei secoli XVII e XVIII, sugli stessi dettami che ispirarono le ricostruzioni di Parigi, compiuta dal Re Sole, e di Vienna, compiuta da Maria Teresa d’Asburgo. Anche il Casino di caccia di Stupinigi ricorda le fastose regge di Versailles e dello Shonnbrunn.
Naturalmente, proprio in Piazza Castello iniziarono il loro esame della città di Torino Filippo ed il prof. Colonna. Posti al centro dei tre monumenti della piazza, quello dedicato all’Alfiere dell’Esercito Sardo, quello dedicato ai Cavalieri d’Italia e quello dedicato ad Emanuele Filiberto duca d’Aosta, ammirarono l’imponente opera degli architetti Filippo Juvarra ed Amedeo di Castellamonte, poi, seduti al tavolino di un bar, tornarono a ragionare sul problema che gli stava più a cuore.
Dopo aver discusso animatamente per un poco, i due, indecisi sul luogo dal quale entrare nelle gallerie, decisero di recarsi alla mole Antonelliana con una pianta della città ed una pianta delle gallerie per valutare meglio il da farsi.
Imboccarono via Po, si spostarono in via Verdi e sopra le loro teste apparve come d’incanto l’edificio dell’architetto Antonelli, nato come tempio israelitico, diventato monumento pubblico, che, appena terminato, divenne il più alto edificio d’Europa.
I due entrarono nell’incredibile edificio, che esotericamente viene ritenuto un’antenna per propagare le correnti terrestri, e si diressero verso l’ascensore. Dopo una lunga attesa l’apparecchio arrivò al pian terreno, gli occupanti uscirono ed i due alchimisti entrarono.
Le porte si chiusero e l’ascensore salì, su, in alto, verso il soffitto, diretto a schiantarsi contro il punto più alto della cupola, inesorabilmente, sempre più vicino, senza lasciare alcuno scampo agli occupanti. Quando l’ascensore fu vicinissimo al soffitto, si vide una piccola apertura, quasi invisibile dal basso, che permise alla cabina di passare indenne e di lasciare gli occupanti in un tempietto posto sotto la guglia. Come sempre accade, tutti gli occupanti scesero tirando un lungo sospiro di sollievo, poi tutti, almeno quelli che non soffrivano di vertigini, si recarono sul balcone ad ammirare lo sterminato panorama.
Tutta Torino, l’immensità dei quartieri barocchi di quella che fu la capitale sabauda prima e poi, brevemente, la capitale del regno d’Italia, si stendeva sotto i loro occhi.
Filippo ed il prof. Colonna tirarono fuori le loro piante, un binocolo, un compasso, un righello, una polaroid e si misero ad effettuare lunghi calcoli.
Alla fine, dopo due ore, giunsero ad una conclusione, la decisione era presa, la sera stessa avrebbero tentato l’impresa.
Secondo le loro piante delle gallerie, occorreva aprire un tombino, scendere nelle fognature, raggiungere un leggero muro di mattoni, trovare una porta, aprirla o, se non era possibile, scardinarla, entrare in una galleria segreta, e di la avrebbero raggiunto il labirinto iniziatico.
Naturalmente dovevano agire di notte, per non attirare attenzioni che non avrebbero gradito.
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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

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Le ombre della notte si espandevano sui tetti di Torino ed una pioggia battente spazzava le vie della città. Al riparo degli interminabili porticati che attraversano tutte le vie del capoluogo piemontese, due ombre si dirigevano da un albergo in via Po al Po stesso. Filippo ed il prof. Colonna indossavano jeans neri, una maglia di cotone felpato, nera, scarpe da trekking, nere, sulle spalle portavano pesanti zaini, neri.
Giunti di fronte alla chiesa della Grande Madre di Dio, non si soffermarono affatto sulle forme neoclassiche dell’edificio sacro, ma si diressero senza indugi verso un preciso tombino, posto su un lato della chiesa. Con una sbarra forzarono il tombino, lo scoperchiarono, scesero alcuni gradini delle scale metalliche, richiusero il tombino e si addentrarono nella nera oscurità delle fognature di Torino, con l’ausilio di una pianta ed alcune torce elettriche.
Giunsero rapidamente ad un muro di mattoni che, come diceva la pianta, aveva una porta di metallo; forzarono la serratura e si ritrovarono in una galleria umida ma dall’andamento regolare. Tutto corrispondeva, avevano scelto il punto esatto, l’ingresso non poteva essere lontano.
In poco tempo giunsero ad una galleria perpendicolare a quella che stavano percorrendo che, da entrambi i lati, conosceva una strana curvatura. Analizzarono meglio, camminarono per oltre un’ora e si resero conto che la galleria aveva un andamento strano, disegnava quasi un anello lungo più di un chilometro e mezzo, ma in realtà costituiva un ottagono perfetto. Avevano trovato il labirinto.
Con una bussola e l’aiuto della pianta trovarono l’ingresso che dava ad est e, non senza un pizzico di apprensione, vi entrarono. La galleria conosceva numerose biforcazioni ma la loro pianta, incredibilmente esatta, gli consentì di percorrere tutto l’ottagono, poi un altro ottagono più interno e così via.
Sulle pareti v’erano vari disegni, che il libro “Archeologia misteriosa” di Alberto Fenoglio aveva insegnato ai due avventurieri come decifrare. Un quadrato, un quadrato tagliato, una grata spezzata, erano tutti segni che indicavano la presenza di trabocchetti, che i due riuscirono sempre ad evitare.
Procedettero per un tempo lunghissimo in quel dedalo di gallerie, sempre più simili a budelli, fino a perdere la cognizione del tempo, fino a sentire la claustrofobia come una nuova condizione di vita. Ore intere a disegnare ottagoni in pertugi sempre più limitati, con una mente che riusciva a concepire solamente il desiderio di aria fresca e pura, con gli occhi che riuscivano a vedere solo strade d’uscita, con un corpo che provava solamente il desiderio di urlare.
Finalmente, ad un tratto, una porta chiusa.
“Quanto tempo abbiamo impiegato a giungere fin qui?”
“Sembra strano, ma solamente trenta minuti.”
“Credevo qualche ora. Comunque ora cerchiamo di entrare.”
Poggiando una riproduzione dell’anello di Salomone in una fessura apposita Filippo riuscì a far spalancare la pesante porta metallica che sbarrava loro il passaggio. Davanti a loro, il buio più nero, che le torce rischiararono, fino a far intuire una stanza ottagonale con un altare al centro; sull’altare qualcosa; con infinite cautele, esaminando prima minuziosamente le mura della stanza, si avvicinarono all’altare, su cui erano posati alcuni oggetti. Giunti emozionati e timorosi all’altare videro per primo un cofanetto, vicino al cofanetto una scatola di forma rettangolare, vicino alla scatola un contenitore, la cui forma ricordava vagamente quella di un calice di chiesa.
Filippo ed il prof. Colonna si fissarono negli occhi, e negli occhi dell’altro lessero le stesse cose cui stavano pensando: il medaglione di Apollonio di Tiana, il libro di Thoth, il santo Graal. Senza proferire parola, i due assentirono alla perfezione sul da farsi.
Filippo con una lentezza assoluta allungò le braccia sull’altare, tese le mani sul cofanetto, quasi carezzandolo, provò a sollevarlo, quindi si fermò, come se fosse pesantissimo. Frugò nello zaino e prelevò due libri, che ad occhio gli sembravano avere lo stesso peso del cofanetto, quindi tese le due mani sull’altare, quindi repentinamente tentò di afferrare con la mano destra un manico del cofanetto, mentre con l’altra mano tentò di posare i libri sull’altare.
Fu allora che l’altare, prima che Filippo potesse prendere qualcosa, improvvisamente si inabissò in una nera cavità del terreno, mentre una grata si spostava a coprire la cavità stessa; quattro pareti dell’ottagono contemporaneamente cominciarono a muoversi, avvicinandosi verso i malcapitati, mentre la porta della stanza si richiudeva con fragore.
Con tutta la velocità di cui disponeva Filippo cominciò a frugare nello zaino,  da cui trasse rapidamente un oggetto che sembrava un frutto, forse un ananas, avvicinò l’oggetto alla bocca, spinse per terra il prof. Colonna, e scagliò l’oggetto verso la porta, mentre si gettava a terra anche lui.
Sulla porta vi fu un’esplosione fragorosa, e la pesante lastra metallica crollò a terra, liberando il passaggio, verso cui si lanciarono i due avventurieri.
“Ma come ti sei portato una bomba a mano? Lo consiglia il Fenoglio?”
“No, ho visto molte volte i film di Indiana Jones.”
“Bhe, ci siamo fatti infinocchiare, ma siamo ancora vivi. Domani con calma e con mezzi più appropriati, ad esempio una sega elettrica ed un martello pneumatico, torneremo e prenderemo anche gli altri due oggetti.”
Non fece in tempo a finire il discorso, che un lungo tremore avvolse il labirinto. Alcune pietre e molta polvere si staccarono dal soffitto, alcune crepe si aprirono sulle pareti.
Filippo ed il prof. Colonna divennero terrei, restarono qualche secondo completamente immobili, poi cominciarono ad allontanarsi velocemente. La velocità del loro incedere era condizionata dal dover ritrovare i segni bianchi che avevano tracciato sulle pareti del labirinto, dalla necessità di evitare i trabocchetti disseminati sul percorso e dalla angusta scomodità delle gallerie; in ogni modo, se avevano impiegato trenta minuti ad entrare, dieci ne impiegarono per tornare a riveder le stelle.
Si allontanarono di corsa, percorsero la strada fino all’albergo percependo chiaramente che un terremoto, seppur leggero, era in atto, e proprio quando giunsero davanti alla porta dell’albergo il terremoto ebbe un sussulto e terminò.
Il giorno dopo, appena svegliati, i due ascoltarono i giornali radio delle antenne locali di Torino, e vennero a sapere che una scossa tellurica di non grande entità era stata registrata nel capoluogo piemontese, con epicentro nei pressi del fiume Po. Gli unici danni materiali registrati erano costituiti da alcune crepe non particolarmente preoccupanti venute alla luce nella chiesa della Grande Madre di Dio ed il crollo di un tratto della linea fognaria che passava vicino alla chiesa stessa. Operai erano già al lavoro per sgombrare dai detriti e riattivare quanto prima la fognatura interrotta.
Se c’era una cosa indubbia, era che nessuno più avrebbe percorso la stessa strada percorsa da Filippo e dal prof. Colonna la sera prima. Forse si poteva ancora giungere ai segreti da loro solamente sfiorati, ma non certo per la stessa strada.
Piuttosto che mettere in piedi uno scavo colossale nel sottosuolo di Torino, Filippo ed il prof. Colonna decisero di rientrare quanto prima a Roma e di rimettersi al lavoro sfruttando i dati già in loro possesso ed interpretando il significato dei medaglioni di Paracelso.
Senza dubbio avevano fallito, ma non erano ancora vinti del tutto.
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Re: Naufraghi 2.0

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Serata piovosa, figli davanti al Nintendo, nessun evento sportivo... nel caso qualcuno fosse nelle mie condizioni ne posto due! :lol2: :lol2:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Paperone »

doc G wrote: Serata piovosa, figli davanti al Nintendo, nessun evento sportivo... nel caso qualcuno fosse nelle mie condizioni ne posto due! :lol2: :lol2:
vai vai :gogogo:
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0

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Altri cinque anni lavorarono, cercando di interpretare il significato dei medaglioni e di utilizzarli nel modo giusto.
Il primo problema da risolvere era scoprire cosa rappresentasse il settimo medaglione di Paracelso; Filippo ed il prof. Colonna non potevano dirlo con assoluta certezza, ma, da lunghe ricerche ritenevano rappresentasse una rosa, poggiata su di una clessidra, poggiata su due triangoli equilateri che si intersecavano a formare una stella a sei punte. Il disegno rappresentava il tempi necessari per tutte le fasi di transizione per ottenere la pietra filosofale. Il linguaggio naturalmente era simbolico ed esoterico, ma è talmente ovvio il significato che non c’è bisogno di spiegarlo.
I risultati degli esperimenti procedevano particolarmente bene, al punto che i due alchimisti sentivano di essere vicinissimi al risultato finale. In più una piccola soddisfazione aveva rallegrato l’animo di Filippo: il prof. Colonna aveva lasciato la cattedra di professore ordinario di chimica pura presso la facoltà di chimica dell’università degli studi di Roma “La Sapienza” e lui aveva ottenuto questa cattedra al posto dell’amico.
Il lavoro del prof. Colonna e del prof. Vonenami proseguì tranquillo ancora per poco, li attendevano momenti poco felici.
Una attenta analisi medica rivelò la presenza di alcune cellule tumorali maligne nel colon del prof. Colonna. L’operazione fu immediata, ma nessuna garanzia poteva essere data dai medici sulla riuscita. Durante il ricovero, fu accertata anche una serie di problemi cardiaci che ancora non si erano manifestati in tutta la loro devastante gravità: non si poteva escludere la necessità di un intervento entro pochi mesi.
Erano le normali conseguenze dell’azione dell’età sul corpo, ancor giovanile ma indubbiamente anziano, del prof. Colonna, oppure era la reazione della natura alla sfida lanciatagli dai due alchimisti?
Qualunque fosse la risposta, non c’era altro tempo da perdere. Era evidente che l’unica ancora di salvezza per l’anziano professore fosse la pietra filosofale, dalla quale si poteva certamente far derivare il celebre elisir di lunga vita.
Le ultime ricerche chimiche e filologiche necessarie furono portate a termine nel breve tempo possibile, un fabbro esperto realizzò dei medaglioni identici a quelli di Paracelso, il laboratorio alchimistico fu modificato secondo tutti i dettami ricavati negli ultimi libri consultati, ormai occorreva solamente compiere gli ultimi tentativi pratici, non c’era alternativa.
In una umida sera di maggio il prof. Vonenami ed il prof. Colonna entrarono nel laboratorio nelle prime ore del crepuscolo, quando il sole rosseggiante iniziava a nascondersi alle spalle dei sette colli, mentre le vie del centro storico di Roma cominciavano ad annegare nelle scure ombre della sera. Nel seminterrato di un signorile palazzo barocco di via dei Canestrari, che il prof. Colonna aveva acquistato ed eletto a domicilio suo e del prof. Vonenami, sapendo che li avevano risieduto alcuni celebri alchimisti, si apriva il laboratorio: una grande sala, illuminata solamente dalla timida luce di numerose torce appese alle pareti, con numerosi tavoli fratini pieni di provette ed alambicchi, drappi rossi alle pareti, su cui erano fissati i sette medaglioni di Paracelso, ed, al centro della sala, una fornace dalla forma curiosa: l’Atanor.
Il prof. Colonna ed il prof. Vonenami entrarono nella sala vestiti di una tunica scura, calzando sandali dalla foggia antica, realizzati in cuoio di bovino nostrale, con il capo coperto da un copricapo molto alto, di forma conica. Non appena entrati recitarono alcune parti del libretto dell’opera “Il flauto magico” di Mozart e ne cantarono alcune romanze; quindi recitarono alcuni inni massonici, ebraici, sufi e finalmente si accostarono alle provette. Trattarono terra del Vesuvio con il solvente universale di Paracelso, quindi mescolarono la sostanza bianca che avevano ricavato con mercurio e zolfo; a questo punto aggiunsero una polvere rossa, metallica, che fece prendere immediatamente fuoco al composto. Dopo pochi secondi il fuoco si spense, e la sostanza ricavata venne messa in uno strano contenitore di forma ovale; a questo punto il contenitore venne posto nell’Atanor.
Il prof. Colonna ed il prof. Vonenami si posero di fronte all’Atanor, fissando lo strano uovo che si stava scaldando, quindi chinarono il capo e misero il viso fra le mani. Raggiunto un certo livello di concentrazione alzarono il volto all’unisono e cominciarono a recitare formule ripetitive, quasi dei salmi, in una pletora di lingue, alcune moderne, alcune antiche, alcune sconosciute.
Dopo un certo periodo estrassero l’uovo dalla fornace, lo aprirono e ne trassero una sostanza nera come il cuore di mille peccatori, la fecero freddare, passarono su di essa un olio apposito, la riposero nell’uovo, rimisero l’uovo filosofale nell’Atanor e ripeterono tutta la procedura, per ricavare una sostanza bianca.
Sette volte compirono l’arcano procedimento, fino a ricavare una pietra molle di colore giallo scuro. Forse avevano finalmente ottenuto la pietra filosofale.
Con molta cura il prof. Vonenami staccò un frammento della pietra e la ridusse in polvere, utilizzando un attrezzo con il manico rappresentante il Bafometto, il demone che si diceva fosse adorato dai templari. Ottenuta una polvere simile allo zafferano, la mescolò in un alambicco con un liquido opaco e pose l’alambicco sopra un fornello. Una nuvola nera si alzò dal contenitore di vetro ed il liquido in esso contenuto cambiò colore. Il prof. Colonna ed il prof. Vonenami recitarono ancora strane formule, presero l’alambicco e ne vuotarono il contenuto in un bicchiere. Il liquido era diventato trasparente. Il prof. Colonna lo fissò a lungo, poi, finalmente, con uno sguardo risoluto, lo tracannò d’un sorso.
Per qualche istante i due alchimisti si fissarono negli occhi, tremanti per l’eccitazione, poi finalmente il prof. Colonna si accasciò con un gemito. Il prof. Vonenami lo sostenne, poi, resosi conto della gravità delle sue condizioni, lo sospinse fino alla sua automobile, che era parcheggiata nella via, fuori del palazzo. Il prof. Vonenami guidò come un pazzo per le contorte vie del rione, raggiunse corso Vittorio, il Lungotevere, di lì l’isola Tiberina e l’ospedale Fate Bene Fratelli.
La diagnosi fu immediata: un infarto, probabilmente causato da una emozione di notevole rilevanza; se fosse stato causato dall’elisir o dalle conseguenze dell’eccitazione per la prova sostenuta il prof. Vonenami non lo poteva dire, quello che di sicuro poteva affermare era il completo fallimento della loro attività di alchimisti.
Un signore ben vestito, fuori della sala rianimazione, leggeva un libro; il prof. Vonenami si rese conto che si trattava del “Faust” di Marlowe. Si ricordò di quella disperata esclamazione di Faust mentre i diavoli lo portavano via: “Brucerò i miei libri!”, affermazione che lo avrebbe potuto salvare se pronunciata prima, ma inutile al momento in cui venne pronunciata. Paragonò quella situazione a quella che stava vivendo Colonna e si mise la testa fra le mani, disperato.
Due ore dopo il prof. Colonna moriva nella sala rianimazione dell’ospedale.
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Re: Naufraghi 2.0

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Re: Naufraghi 2.0

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Il Prof Colonna uno di noi, per sempre. :metal:
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
Toni.
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