Re: Naufraghi 2.0

E' il luogo in cui potete parlare di tutto quello che volete, in particolare di tutti gli argomenti non strettamente attinenti allo sport americano...
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Toni Monroe »

NckRm wrote: Era un rafforzativo  :mirror:
Ma certo. :ok: :D
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doc G
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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

Appena candidato cercano subito di togliermi il premio di scazzo dell'anno.
Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Toni Monroe »

Mentre aspettiamo che Doc si conceda un'altra intervista in cui ci anticiperà i prossimi sviluppi ecco Il ritorno del mastino di Basketville  :lol2:


Il fatto è che io non ci credo più.. Se fosse stato un film le telecamere avrebbero potuto seguire Isola mentre usciva dal campo, consegnando la palla ad un ragazzino -quasi fosse il passaggio del testimone-  tieni, vai avanti tu.. il silenzio che calò nei pressi del campo davanti alla vecchia scuola non era altro che la condivisione di una perplessità: quasi nessuno aveva compreso cosa intendesse dire Isola. Molti guardarono verso l'Essenziale, forse per via del fatto che era l'interlocutore preferito di Isola, sperando di trovare sul suo viso la risposta alla domanda che tutti si facevano ma nessuno aveva posto ad alta voce; tuttavia nemmeno l'Essenziale dava l'impressione di aver capito; oppure riusciva a nasconderlo molto bene. Se però qualcuno si fosse preso il disturbo di osservarli avrebbe potuto notare che Speaker e l'Eroe si erano scambiati un cenno d'intesa. Isola aveva appena scherzato il Giusto con una serie di finte in così rapida successione che il Giusto non aveva quasi avuto il tempo di abboccarvi. Quindi, dopo esser comunque riuscito a disorientarlo, Isola superò il Giusto di slancio e si alzò la palla verso il canestro in un auto passaggio per esibirsi in una delle sue poderose schiacciate in alley hoop; ma quando fu in aria e prese la palla non completò il movimento ed aveva ancora la palla tra le mani quando ridiscese. E mentre i presenti ancora faticavano a capire cosa fosse successo, lui si incamminò fuori dal campo scuotendo la testa.

Il fatto è che io non ci credo più.. Il sorriso amaro che si affacciò sulle labbra dell'Eroe aveva trovato uno specchio in quello che incorniciava le labbra di Speaker. I due convennero tacitamente su un discorso che avevano già affrontato riguardo le prospettive future dei più promettenti giocatori del campo davanti alla vecchia scuola e nel caso di Isola l'incognita era data dalla sua effettiva volontà di rendere il basket una parte importante della sua vita. Questo perché il basket che amava Isola era leggermente diverso da quello in cui avevano intenzione di inserirlo all'università. Come capitava a molti ragazzi cresciuti su un playground anche Isola era restio ad accettare di far parte di un sistema organizzato, specie in attacco. Quello che spingeva poi molti baller da strada ad accettare di giocare all'università prima e nella NBA (se ce la facevano) poi, era il miraggio dei guadagni enormi che ne sarebbero scaturiti. Non tanto, quindi, il riconoscimento di un presunto livello superiore di gioco, quanto il raggiungimento di una solidità economica che in genere significava migliorare la vita di diverse persone; perché spesso insieme ai ragazzi beneficiavano di quei grandi guadagni anche molti di coloro che gli gravitavano attorno (non soltanto i parenti, ma anche gli amici del quartiere in cui vivevano). Tuttavia Isola rappresentava un'anomalia in questo senso perché non dava minimamente la sensazione di essere attratto dai guadagni e non era certo il tipo che si lasciasse influenzare. Era più vero il contrario. Mancando quindi la ragione economica l'unica cosa che avrebbe potuto spingere Isola ad incamminarsi sul sentiero di quello che lui considerava un altro basket, era un cambiamento di mentalità ed approccio che non era affatto scontato. L'allenatore dell'università dell'Eroe aveva provato a convincerlo spiegandogli che la sua squadra praticava un gioco molto veloce e volto ad esaltare la fase offensiva ma se qualche speranza di persuaderlo si era affacciata era dovuta più ai tentativi degli altri ragazzi della squadra. Molti arrivavano dalla strada, come lui, e gli avevano prospettato di portare il loro tipo di gioco anche nei campionati universitari. Probabilmente tutti i ragazzi hanno quella segreta speranza: di riuscire a non cambiare il loro modo di giocare nemmeno all'interno di un sistema organizzato. In un primo momento Isola sembrava aver accettato quella sfida. Si era allenato in partitelle informali insieme ai ragazzi della squadra, ma fino a quel momento non c'erano certezze sulle sue intenzioni. Adesso invece le cose sembravano aver trovato una direzione che stava portando Isola ad allontanarsi da quell'altro basket.

Il fatto è che io non ci credo più.. Negli ultimi tempi Isola aveva giocato spesso insieme ai ragazzi della squadra universitaria e molti avevano cercato di convincerlo ad unirsi a loro, assicurandogli che insieme avrebbero potuto crearsi uno stile di gioco che fosse un compromesso tra quello che pretendono gli allenatori e quello che piaceva a loro; possibilmente sbilanciato più verso il modo che piaceva a loro. La prospettiva, per certi versi, allettava Isola, perché anche lui accarezzava l'idea di portare il gioco da strada all'interno del sistema di schemi e disciplina che si praticava al college; per dimostrarne la superiorità, ovviamente. Inoltre avrebbe avuto la possibilità di frequentare ll laboratorio teatrale, e questa era una cosa che lo attraeva. Già si immaginava nel ruolo di un Iago nero che si vendicava di un Otello bianco. Le sue perplessità di fondo rimanevano, ma stava ormai per accantonarle e dichiararsi per l'università. Finché non erano arrivati quei due tipi strani, Billy e Sidney, ad illustrargli uno strambo progetto; in realtà pareva tutto quanto abbastanza fumoso ed incerto e veniva da chiedersi se davvero c'erano da fare tutti i soldi che dicevano Billy e Sidney. Ammesso che poi Isola era meno interessato a questo aspetto di quanto loro potessero mai immaginare. Ma l'idea di far parte di una squadra itinerante che praticava il tipo di gioco che lui preferiva era -davvero- una cosa che lo stuzzicava; al di là della fantomatica realizzazione di film o videogame ispirati alla squadra. Si sarebbe trattato -in sostanza- di girare per gli states giocando nei vari playground contro selezioni dei migliori baller locali. Già si immaginava di rispondere Io sono un'Isola.. al trash talker di turno. Una sorta di versione da strada degli Harlem Globetrotters; e questo era senza ombra di dubbio quello che -filosoficamente- più gli piaceva. Quindi si era convinto che in fondo non valeva la pena di snaturare il suo gioco solo per andare a farsi dare un sacco di soldi da quei mercenari della NBA.
Last edited by Toni Monroe on 02/03/2009, 2:12, edited 1 time in total.
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Re: Naufraghi 2.0

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Interviste per ora no, ma un capitolo due si!

2

La mattina dopo Filippo fu al solito svegliato dal suono della sveglia, che però rimbombò nella sua testa come se si trattasse del suono delle trombe del giudizio. Una autentica tempesta si era abbattuta su Roma: una pioggia violentissima cadeva, sospinta da un vento forte e freddo. Nuvole nere toglievano al sole qualunque possibilità di illuminare la capitale ed una fitta oscurità dominava sovrana nel cielo. La doccia, la rasatura ed un caffè nero come il cielo di Roma non furono sufficienti a svegliare Filippo dal suo intorpidimento.
Nonostante il mal di testa, Filippo si fece trovare pronto alle otto, quando, puntualissimo, il prof. Colonna si presentò a prenderlo con la sua ammiraglia tedesca, la quale, sfidando le ire della natura, li condusse in un ricco studio professionale in via del Governo Vecchio, non lontano da piazza Navona. La riunione dal notaio e dall’avvocato fu velocissima: tutte le carte erano pronte per la firma, come se l’enigmatico professore le avesse preparate da tempo e non dalla sera prima; la precisa esposizione dell’avvocato e del notaio e soprattutto i veementi interventi del professore scoraggiarono un Filippo sempre più abulico ed intorpidito dall’esternazione di una qualsivoglia perplessità. Nel breve volgere di un’ora tutte le firme erano state poste e la vita di Filippo era stata radicalmente stravolta da decisioni cui egli non aveva partecipato affatto, se non in modo puramente marginale.
Prima che il giorno finisse Filippo fu condotto a visitare per la prima volta il laboratorio di erboristeria che avrebbe dovuto dirigere e di cui aveva appena acquistato, gratuitamente, una quota, di minoranza, ma comunque rilevante; visitò il laboratorio di alchimia, grazie o a causa del quale era cambiata la sua vita, ed infine fu portato a cena in un locale di gran lusso.
Quella notte Filippo la trascorse fissando il soffitto della sua camera da letto, senza riuscire ad assopirsi nemmeno un istante. Scoprì alcune crepe in un soffitto che forse richiedeva una rinfrescata, un ragno che in un angolo aveva costruito una tela, una macchia sulla carta da parati, un pezzo di stucco rovinato, ma non riuscì minimamente a decifrare la giornata che aveva vissuto: le uniche cose che gli restavano in mente, chiare, erano la pioggia, il vento e l’oscurità, come se la natura avesse tentato di opporsi a quella svolta di cui egli era stato semplice spettatore.
Dal giorno dopo cominciò il suo lavoro di alchimista - erborista.
Filippo come tutti i giorni si alzò alle sette, si lavò, si rase la barba, sorbì un caffè, si vestì ed uscì, camminò velocemente fino alla stazione Termini e si diresse verso la metropolitana, ma qui cominciarono le differenze. Non prese infatti la linea A fino ad Ottaviano, ma la stessa linea in direzione opposta, verso Cinecittà, nei cui pressi si trovava il laboratorio. Seduto nel suo nuovo ufficio trovò il prof. Colonna.
“Bene, quasi puntuale. Qui su tuo tavolo ci sono alcuni libri che dovrai immediatamente, sottolineo immediatamente, leggere con grande attenzione.”
“Ma... io credevo fosse un’enciclopedia..”
“Non essere sciocco. In questo mucchio ci sono i testi didascalici, di introduzione all’alchimia: i due testi del grande Fulcanelli, ...”
“Fulcanelli?”
“Chi sia è un mistero, è l’unico vero grande mistero insoluto nel mondo dell’editoria. Io propendo per uno pseudonimo di Eugene Canselet, ma non ci sono certezze. I due testi sono: “I segreti delle cattedrali” e “Le dimore filosofali”. Dovrai praticamente impararli a memoria. Poi c’è “Il grande Alberto”, una raccolta di testi di Sant’Alberto Magno, “La Chiave delle cose segrete a partire dalla nascita del mondo” di Guillame Postel ed infine due testi poco interessanti, che dovrai conoscere per cultura generale: “Le centurie” di Nostradamus e “Il poema del biscotto” del saggio cinese Liu Po Wen.”
“Ma è un lavoro colossale!”
“Silenzio. Queste sono le opere introduttive, dovrai approfondire la tua conoscenza di magia ed alchimia con questi altri testi. Prima di tutto il classico “Corpus Ermeticum” di Ermete Trismegisto, nella traduzione latina di Marsilio Ficino, poi “Il piccolo Alberto”, solitamente collegato al grande, una raccolta di autori vari, tra i quali Girolamo Cardano e Giovanni Battista Della Porta; dovrai quindi conoscere “Il libro di Enoch”, apocrifo del profeta Enoch, “Figure Geroglifiche di Abramo l’ebreo”, “La clavicola di Salomone” ed il “Libro di Enoch” nella versione di John Dee ed Edward Kelley.”
“Ma è pazzesco!”
“Silenzio. Lo devi fare. Ormai ti ho regalato le quote e ti ho nominato direttore del settore ricerche, se non lo farai avrai carpito la mia buona fede ed avrai sprecato un’occasione unica. Ora ti lascio perché devi studiare.”
Filippo con calma si mise a studiare. Nel giro di un mese aveva letto tutti i libri, dopo un anno li conosceva a fondo e poteva iniziare le sue ricerche alchemiche; cominciò anche ricerche filologiche per trovare nuovi testi su cui approfondire la propria  conoscenza.
Stava diventando un alchimista e stava cominciando il suo vero nuovo lavoro.
I primi problemi da risolvere erano quelli del solvente e del metallo rosso: occorreva capire cosa fossero in realtà. Filippo lavorò assiduamente sulle formule del prof. Colonna, che alfine aveva scoperto chiamarsi di nome Nicodemo, per quattro anni. Dalla formula che doveva portare al solvente ricavò una sostanza bianca, che si rivelò un lassativo dalla potenza eccezionale, capace di far aumentare del venti per cento le vendite dell’erboristeria. Dalla formula che doveva portare al metallo rosso ricavò un afrodisiaco devastante, capace di risuscitare le capacità di un novantenne; con un ulteriore lavoro Filippo riuscì anche a dargli un effetto ritardante.
Era evidente che su quella strada non avrebbero raggiunto il risultato sperato; i ricercatori che lavoravano per Filippo conducevano ognuno una parte del lavoro, senza poter immaginare il vero scopo delle ricerche effettuate, ed erano entusiasti dei risultati raggiunti: erano Filippo ed il prof. Nicodemo Colonna a non essere assolutamente contenti. Bisognava cambiare qualcosa nel metodo.
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Re: Naufraghi 2.0

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Pronti per il capitolo 3 , quando vuoi, Doc. :D
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Re: Naufraghi 2.0

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:forza: :forza: :forza:

3


Fu Filippo ad avere una idea per il nuovo modus operandi, ed una piovosa giornata di ottobre si presentò, di buon mattino, nello studio del prof. Colonna, in via Mario De’ Fiori, per esporre i primi risultati raggiunti.
“Caro Nicodemo, come tu mi hai insegnato, nessun procedimento alchemico può avere effetti senza adeguati interventi spirituali:”
“Esatto.”
“D’altro canto, anche la parte chimica riveste una importanza fondamentale e non va sottovalutata.”
“Esatto.”
“Bene: ci sono due modi per raggiungere un risultato, bada che sto ripetendo concetti tuoi, e cioè impazzire di esperimenti oppure seguire le orme dei grandi del passato, in particolare del più grande di tutti, Paracelso.”
“Bene, bravo, bella lezione. Ora non perdere altro tempo e dimmi in fretta dove vuoi arrivare.”
“Ho trovato alcune citazioni di un libro che credevo perduto, il “De natura mundi”, del primo vero alchimista, l’arabo Jabir Ibn Hayyan; alcune fonti sostengono che Paracelso lo tradusse in tedesco. Bene: nel 1614 la Scuola Grande Tedesca del Ghetto ebraico di Venezia acquistò alcuni libri provenienti da una casa di Praga, situata nella via Karlova, detta la casa di Faust; sono riuscito a trovare una copia degli archivi. Tra questi c’è un libro in tedesco che si sostiene sia una traduzione compiuta dal “Tedesco arrogante”; ma come si può dire arrogante in tedesco?”
“Bombastic! Il soprannome di Paracelso! Come ci sei arrivato?”
“Nel XVI secolo si dice che Paracelso abbia realizzato un homunculus, ossia un essere artificiale; pochi anni dopo avrebbe realizzato un altro essere artificiale, il Golem, anche il rabbino Loew a Praga, dove Paracelso soggiornò, proprio nella casa della via Karlova, negli anni in cui avrebbe compiuto le sue ricerche sull’homunculus. Ancora qualche anno più tardi, verso la metà del XVII secolo, si sparse la leggenda che anche gli ebrei veneziani avessero realizzato un Golem. Ho collegato le notizie ed ho provato a controllare.”
“Sei un genio! Vedi, non mi sbagliavo, hai delle qualità che è raro trovare!”
“Calmo, oggi la Scuola Grande Tedesca non possiede più quel volume.”
“Ebbene, partiamo! Lo cercheremo noi!”
“Non ho terminato. Nel 1698 la Scuola ha venduto alcuni libri magici ad un ricchissimo commerciante, che ho scoperto essere un grande appassionato di esoterismo, un certo Andrea Orseolo; ho cercato informazioni su tutti coloro che hanno acquistato testi dalla Scuola Grande Tedesca. Il nipote del commerciante, Luigi Orseolo, che aveva ereditato tutti i beni del nonno, era un impenitente donnaiolo e della cultura se ne impipava altamente; la sua fama di libertino era diffusa e le autorità ecclesiastiche lo richiamarono più volte ad una condotta più consona. Lui ebbe paura, ti ricordo che in quel periodo lo stesso Giacomo Casanova fu sbattuto nel carcere dei Piombi con una scusa banale, ma in realtà per gli stessi motivi. Come ti dicevo Luigi Orseolo fu intimidito, così continuò a fare il libertino, ma ebbe cura di farlo di nascosto e non pubblicamente e prese a fare molte regalie alla chiesa; tra le altre regalie nel 1751 donò tutti i libri antichi del nonno ai frati dominicani, che li collocarono nella biblioteca della Scola Grande di San Marco, in piazza San Zani Polo, quella dove è collocata la statua di Bartolomeo Colleoni. Il testo che ci interessa dovrebbe essere ancora li.”
“Sei ancora più geniale di quanto pensassi. Domani stesso partiremo alla volta di Venezia. Preparati.”
“Immaginavo quello che avresti detto, così ho già preparato le valigie. Partiamo!”
Il giorno dopo, alle otto del mattino, la BMW del prof. Colonna rombava sotto l’appartamento di Filippo, e dopo che questi fu salito a bordò si allontanò velocemente, in direzione Autostrada del Sole.
Quattro ore dopo i due alchimisti parcheggiavano in piazzale Roma a Venezia. Lasciata l’automobile, i due presero le loro borse e salirono su di un tassì, che li lasciò a fianco del ponte di Rialto. Pochi metri dopo, in Salizada San Lio, i due entrarono nel loro albergo; si limitarono a lasciare le borse ed a darsi una veloce rinfrescata e, come presi da un irresistibile incantesimo, uscirono immediatamente, superarono Campo S. Maria di Formosa, giunsero in campo S. Zani Polo e non dedicarono tempo ne all’imponente statua equestre di Bartolomeo Colleoni, capolavoro del Verrocchio, ne alla maestosa chiesa gotica, ma corsero direttamente a vedere la biblioteca dei Dominicani, che una volta era posta presso la Scuola Grande di San Marco. Sei giorni, sei giorni di ricerche intense i due trascorsero nella biblioteca senza trovare nulla. Come era possibile che non fosse rimasta alcuna traccia del libro?
Infine si risolsero a cercare altre vie e provarono a interrogare i frati della vicina chiesa di SS. Giovanni e Paolo.
Il frate con cui parlarono per primo gli suggerì un tal padre Giocondo, un anziano frate con la passione della storia, che aveva dedicato molto tempo alla ricerca di ogni particolare che riguardasse le vicende dei dominicani a Venezia. I due attesero in sagrestia, intanto che padre Giocondo veniva chiamato, e pochi minuti dopo l’anziano religioso giunse a parlare con loro. I tre uscirono dalla chiesa, si sedettero su una panchina sotto la statua del Colleoni e cominciarono a parlare. Non ci volle molto a capire che il dominicano era dotato di una logorrea ancora più pronta di quella del prof. Colonna e di una immensa voglia di poter parlare con qualcuno della sua immensa passione.
“Sapete perché e posta qui la statua del Colleoni?”
“Certamente, è su tutte le guide. Lasciò in eredità tutti i suoi averi, che erano cospicui, alla città di Venezia, a condizione che la statua che si era fatto fondere dal Verrocchio fosse posta davanti a San Marco; i veneziani però lo buggerarono piazzando la statua davanti alla scuola e non alla chiesa di San Marco. Ma adesso parliamo della scuola. Noi siamo grandi appassionati di filologia, ma siamo delusi da questa visita: molti volumi che credevamo di trovare qui, volumi che risultano da carte del XVII secolo, invece mancano. Sa dirci come mai?”
“Bhe, prima di tutto alcuni sono stati portati via dagli Austriaci durante la loro dominazione. Poi ci sono stati alcuni incendi, ora ve li elenco...”
“No, non c’è bisogno, noi siamo interessati a vendite o a ruberie, all’intervento umano, insomma.”
“Ruberie? Bhe, che Dio abbia pietà della mia anima, quella che più mi brucia è quella che abbiamo subito nel 1943. Sa, allora ci aspettavamo che i tedeschi arrivassero da un momento all’altro, era stato appena firmato l’armistizio dal generale Badoglio, ed un gruppo di Gesuiti venne da noi. Io allora ero un giovane novizio, ma ricordo molto bene che ci chiesero alcuni volumi, molto antichi, cui loro tenevano in modo particolare. Dovevamo immaginare che chi aveva già rubato la missione agli eredi di San Domenico, il vero custode della cultura cattolica, non come quel soldataccio di Loyola, avrebbe rubato anche dei libri, ma da puri servitori di Cristo ci comportammo da ingenui e gli consegnammo i libri. Scusate lo sfogo, spero che il signore mi perdoni; il suo dettame è quello di perdonare fino a settanta volte sette, ma io sono un povero peccatore, a volte non riesco. Cerco di perdonare, so che è giusto, che devo, ma quando mi vengono in mente questi fatti a volte me ne dimentico. Ma ora ho già perdonato quasi tutto.”
“Insomma quei volumi ce li hanno i Gesuiti?”
“Si. Erano quasi tutti testi dannati, che parlavano di stregonerie, mi auguro che siano andati distrutti. Forse è un bene che non siano più in possesso dei seguaci di San Domenico.”
“Grazie padre, ma si è fatto tardi. Noi dobbiamo andare.”
“Ma... e gli altri testi mancanti?”
“Torneremo domani, adesso dobbiamo andare.”
Quello che i due pensarono lasciando l’anziano frate non erano esattamente pensieri cristiani. Vatti a far dare adesso un libro probabilmente posto all’indice da quei diavolacci di Gesuiti.
Due giorni dopo, in un corridoio del Vaticano, un augusto porporato discorreva amabilmente con un distinto signore vestito di un elegante abito gessato.
“Eh si, caro Colonna, le devo molta gratitudine. Quel lassativo che mi invia sempre... come si chiama, non ricordo...”
“Libero e snello.”
“Ah, si, libero e snello... comunque mi ha rimesso a nuovo. Un orologio svizzero, capisce, oggi sono diventato un orologio svizzero. E quell’altro prodotto... sa, a volte mi dolgo di non poterlo usare..”
“Quale prodotto?”
“Ma via, che lo sa benissimo!”
“Ah, il famoso fai felice tua moglie, l’afrodisiaco!”
“Si, si, fai felice tua moglie... sa a volte vedo in lei delle qualità che le avrebbero aperto una brillante carriera cardinalizia.”
“Non sia mai, mi sta dicendo che avrei delle qualità paragonabili alle sue? Mi accontenterei di essere un suo umile segretario!”
“Eh, Colonna, Nostro Signore ha sempre condannato l’adulazione, si ricordi, e poi così mi stimola a compiere un peccato di superbia!”
“Quale adulazione? Mi limito a riconoscere la sua santità quasi palpabile. Lo Spirito Santo deve aver guidato la mente del Santo Padre quando l’ha chiamata al soglio cardinalizio.”
“Colonna, Colonna, lei è proprio incorreggibile. E poi mi dica, ma come faccio ad autorizzarla per iscritto a consultare testi in odore di zolfo? E poi dovrei scrivere al generale dei Gesuiti di Venezia... Colonna, Colonna, non mi chieda l’impossibile!”
“Eminenza, se l’impossibile non lo chiedo a lei, che con i miracoli dovrebbe avere più familiarità di un povero peccatore...”
“E poi ci sono di mezzo i Gesuiti...”
“Cardinale, quel testo mi è indispensabile! Capisce, è un testo dell’arabo Ibn Hayyan, un infedele, d’accordo, ma di erbe e decotti ne capiva come nessuno! E poi l’ha tradotto in tedesco Paracelso, un eretico, un peccatore, un uomo di cui Nostro Signore ancora sta piangendo i peccati, ma è stato il medico più geniale dell’evo di mezzo! E allora la medicina era Erboristeria! E non si è limitato a tradurre il testo, ma si è premurato di operare glosse e commenti! E poi dal tedesco al latino l’ha tradotto un padre dominicano, Padre Augusto Maria Manfredi, per conto di un mercante veneziano, Andrea Orseolo. Quel testo è una summa dell’erboristeria antica, sa, si dice che vi sia contenuta anche la ricetta di una pomata contro i reumatismi che ha la fama di esser quasi miracolosa... pardon, di essere... non mi viene un termine succedaneo... di essere portentosa!”
“Pomata contro i reumatismi?”
“Ripeto, dalla efficacia garantita!”
“Venga con me, caro Colonna, credo proprio che sia opportuno sentire per telefono il generale dei Gesuiti di Venezia... il telefono è un’invenzione probabilmente diabolica, ma sa, spesso riesce a togliere d’impiccio.”
“Cardinale, la sua santità si fa di giorno in giorno più evidente!”
“Si, si, la mia santità... lasci perdere e mi segua.”
Due giorni dopo i due alchimisti, preso il solito tassì, dopo essersi fermati a rimirare l’imponente leggerezza del ponte di Rialto, andarono a lasciare le valigie nel solito albergo di Salizada San Lio, percorsero la Calle del Fumo, costeggiarono la casa di Tiziano, semplice ma decorosa e pittoresca, e giunsero alle Fondamenta Nuove. Il professore sembrava più tranquillo e meno smanioso della volta precedente, al punto che volle fermarsi a guardare da lontano l’isola di San Michele, il cimitero di Venezia.
“Ah, Filippo... Quando Venexia mia / sora i tetti de le tue case / una gloria de sol / xe sparpagnada / lassime dir se / el paragon te piase / che ti me par una bella tosa spensierada...”
“Cosa?”
“Una poesia di Eugenio Genero... un poeta vernacolo veneziano... nonno di Hugo Pratt.”
“Hugo Pratt? Da quando leggi i fumetti?”
“Letteratura disegnata, Filippo, Hugo Pratt è letteratura disegnata. E poi aveva una cultura poliedrica che tu nemmeno ti sogni. Sai, per anni ho cercato la Corte Sconta detta Arcana, dove era la casa veneziana di Corto Maltese. Ho cercato anche i luoghi magici e nascosti descritti da Hugo Pratt: uno è in Calle dell’Amor degli Amici, uno vicino al Ponte delle Maravegie ed uno in Calle dei Marrani. Sono tre Corti dove risiedono la magia ed il mistero, ma Hugo Pratt non dice come si chiamino; dice solo a cosa sono vicine. Io le ho cercate, ho trovato molti accenni e molte leggende, ma non le ho trovate. Ma bando alle ciance, andiamo. I Gesuiti ci aspettano.”
Il prof. Colonna si mise in cammino, voltò l’angolo e si fermò di nuovo, in una piazza dalla forma oblunga che si rivelò chiamarsi Campo dei Gesuiti. La chiesa dei Gesuiti li fissava serafica ed imponente, con la sua facciata barocca di indubbio pregio, ma che in quel luogo sembrava un poco fuori posto. A fianco della chiesa era accoccolato il liceo dei Gesuiti, il cui campanello il prof. Colonna suonò con vigore ed impazienza. Pochi minuti dopo, sotto lo sguardo vigile di un guardiano ecclesiastico, i due stavano consultando gli archivi della biblioteca dei Gesuiti di Venezia.
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Paperone »

Nicodemo doc G Colonna? :fischia:
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Paperone »

ma soprattutto, 4 ore Roma - Venezia? :shocking:
Tutor ne sarà felice :lol2:
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

Nicodemo è ancora più logorroico di me, ai quei livelli non arrivo nemmeno io! Proverò ad impegnarmi! :lol2: :lol2:
Prima della patente a punti Roma Venezia 4 ore in teoria sarebbe stato possibile, in realtà ho messo un'orario a caso per indicare che in macchina correvano come disperati.
Io in macchina sono stato passeggero di un tizio che ha fatto Terni Trieste in 4 ore e mezzo. Mai più salito con quel tipo, ovviamente, ma garantisco sulla possibilità di tali orari, ovviamente in spregio a qualsiasi forma di prudenza alla guida, salvo il santino di Padre Pio sul cruscotto! :lol2: :lol2: :lol2:
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Re: Naufraghi 2.0

Post by frog »

Bellino, ma a donne come stanno i due ?
Ebbene si: son ancor chi

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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

frog wrote: Bellino, ma a donne come stanno i due ?
Come vedrai, sono abbastanza monomaniaci, ed a donne stanno maluccio. La fine poi sarà abbastanza emblematica. Non che al protagonista del racconto lungo precedente andasse tanto meglio, ma li almeno in effetti ci si provava!
Diciamo che se Vonenami e Colonna sono algidi e riservati, attenti solo al proprio scopo come un Big Dipper quando si parla di muscoli e steroidi, Anselmi è più un Dazed, il quale si lascia dire di no!
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Re: Naufraghi 2.0

Post by Paperone »

doc G wrote: Come vedrai, sono abbastanza monomaniaci, ed a donne stanno maluccio. La fine poi sarà abbastanza emblematica. Non che al protagonista del racconto lungo precedente andasse tanto meglio, ma li almeno in effetti ci si provava!
Diciamo che se Vonenami e Colonna sono algidi e riservati, attenti solo al proprio scopo come un Big Dipper quando si parla di muscoli e steroidi, Anselmi è più un Dazed, il quale si lascia dire di no!
autobiografico? :lol2:
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0

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Giorni e giorni di studio non furono sufficienti per capire se il volume esistesse o meno, gli archivi dissimulavano alla perfezione l’esistenza dei libri acquistati nel 1943. Una ulteriore difficoltà era costituita dalla presenza discreta ma continua del Gesuita che controllava costantemente le ricerche dei due visitatori. Alla fine Filippo, stanco ed infastidito dalla ricerca lunga ed infruttuosa decise di tentare di sfruttare quella nera presenza alle loro spalle. Che diamine, se proprio non si poteva evitare quella presenza, meglio avere a che fare con uno studioso, magari bacchettone e rompiscatole, ma uno studioso, che con una specie di avvoltoio che, per inciso, sembrava anche portar iella.
“Caro padre Rodolfo, sa, comincio a perdere la speranza e la fiducia di trovare qualcosa. So che le vere virtù del cristiano sono fede, speranza e carità, ma...”
“Dott. Vonenami, lei riponeva la sua fede in falsi idoli. Non in astrusi tomi scritti da eretici ispirati dal demonio si trova la retta via, ma nelle sacre scritture che sono chiare, comprensibili anche alla menti più misere e soprattutto sono ispirate dallo Spirito Santo.”
“Lei ha ragione, questi tomi non possono indicare la retta via in alcun modo, ma possono essere utili in campi specifici. La conoscenza delle cose terrene non è ne demoniaca ne divina, ma è umana! Solo l’uomo che studia può avere un cuore puro o spirito diabolico.”
“Il diavolo va chiamato in causa quando serve. In questi casi sono gli uomini che scelgono di seguirlo, tentando di elevarsi al livello divino. L’uomo non può tentare di diventare come Nostro Signore, deve limitarsi, per quanto è nelle sue limitate capacità, di essere un suo umile servitore.”
“Questo fu l’errore degli alchimisti. Non con strani esperimenti l’uomo può elevarsi spiritualmente, ma con la preghiera e la meditazione. Anche gli alchimisti possono però aiutarci, non nella Fede, ma nello studio delle capacità delle erbe e di alcune sostanze che oggi vengono sottovalutate. Sa, a volte conoscenze, anche valide e raffinate, vengono perdute e mai più riacquistate. Se permette vorrei descriverle le fontane a vibrazione conservate al museo Nazionale di Pechino ed il cosiddetto meccanismo di Antikytera, conservato presso il museo dell’Acropoli di Atene...”
“Conosco perfettamente entrambi gli oggetti. La fontana a vibrazione è un bacile pieno d’acqua, si sfregano i manici e sale una colonna d’acqua rispettabilmente alta. Il meccanismo di Antikytera è un mezzo meccanico per stabilire esattamente la posizione degli astri nel cielo e per calcolare la posizione di una nave in base alla posizione degli astri. Queste però non sono conoscenze perdute. Con altri mezzi, ad esempio un calcolatore elettronico, si possono raggiungere gli stessi risultati.”
“Vero. Ma pensi alle tecniche costruttive di Macchu Picchu in Perù. Oggi non saremmo più in grado di realizzare un complesso simile.”
“Non tergiversi. Gli alchimisti non cercavano tecniche costruttive, tra l’altro Macchu Picchu oggi potrebbe essere costruito in cemento armato, ma la pietra filosofale. Tale oggetto lo chiami come vuole e gli dia la funzione che vuole, ma di fatto è il frutto proibito del paradiso terrestre: è il simbolo dell’orgoglio dell’uomo, che non si accontenta di essere figlio di Dio, ma vuole essere Dio lui stesso.”
“Io non voglio far diventare l’uomo come Dio, mi accontento di mandarlo al bagno più facilmente.”
“Non sia sciocco. Conosco il suo lassativo, il Cardinale ce lo ha inviato per permetterci di valutare i risultati del suo lavoro.”
“Vede, nulla di demoniaco. Ibn Hayyan era un grande conoscitore di erbe, il testo contiene le glosse di Paracelso, un grande medico...”
“Di che testo parla esattamente?”
“Ah, lei non conosce esattamente il testo che cerchiamo?”
“Un testo di Paracelso, ho visto che vi interessate di libri di alchimia e magia, ma quale testo di preciso cerchiate io non lo so.”
“Il “de natura mundi” di Ibn Hayyan, nella edizione tradotta e glossata da Paracelso e ritradotta in latino da Padre Augusto Maria Manfredi.”
“Uno dei testi più diabolici che esistano.”
“Ma allora lo conosce?”
“Lo conosco.”
“Allora ho ragione, è conservato qui!”
“Si, ma non ne troverà traccia negli archivi.”
“La prego, me lo mostri. Ne ho bisogno per il mio lavoro... sono disposto a consultarlo esclusivamente alla sua presenza...”
“Su questo non ci sarebbe alcun dubbio, ma non cambia la sostanza. Non è in mio potere mostrarglielo, deve ottenere l’autorizzazione scritta del comandante generale dell’ordine, a Roma.”
“La prego...”
“Non ne ho il potere.”
“Capisco.”
La sera, a cena, Filippo ed il prof. Colonna, trascorsero un’ora a fissarsi negli occhi senza proferir parola. Alla fine, quando si alzarono da tavola, Filippo era veramente triste e depresso, mentre il prof. Colonna era deciso e determinato.
“Autorizzazione scritta...  lungo e complesso.”
“Avremo il testo per domani sera. Fammi solo telefonare a chi so io.”
La mattina dopo i due si recarono ancora una volta nella biblioteca dei Gesuiti. Appena entrati, come ormai era loro consuetudine, si sedettero e cominciarono a consultare gli archivi storici; l’unica cosa strana era la mancanza di Padre Rodolfo, che solitamente si faceva trovare già nel locale al momento del loro arrivo.
Il religioso giunse dopo oltre un’ora, li vide e li invitò in un ufficio arredato piuttosto sobriamente ma in modo indubbiamente elegante e disse:
“Signori, Nostro Signore mi perdonerà per i miei sospetti, ma debbo chiedervi di lasciare immediatamente questo luogo.”
“Mha, mha... non capisco, abbiamo un’autorizzazione scritta...”
“Ieri notte è stato rubato un volume antico, proprio il volume che ieri pomeriggio avevo negato al dott. Vonenami.”
“De natura mundi...”
“Esatto.”
“Sciocco bigotto bacchettone, ti rendi conto? Per colpa tua, solamente per la tua pervicace ignoranza sono andati in fumo quattro anni del mio lavoro! Se tu me l’avessi mostrato, solamente mostrato, avrei compreso l’esattezza o l’erroneità delle mie teorie, ed ora invece è tutto andato in fumo! Quattro anni, mi hai derubato di quattro anni di vita!”
“Calmo Filippo, andiamocene, quello che potevamo ottenere qui l’abbiamo ottenuto, non perdiamo altro tempo con della gente che oltre tutto ci calunnia.”
“Ma chi se ne importa della calunnia? Questi hanno rovinato il mio lavoro!”
“Signori, vi ricordo che l’ira è uno dei peccati capitali e vi prego di tenerla a freno. In ogni caso debbo rinnovare l’invito che vi ho fatto a lasciare quanto prima questo luogo.”
Filippo ed il prof. Colonna lasciarono immediatamente l’edificio dei Gesuiti e si recarono in albergo a preparare le valigie. Contrariamente al desiderio di Filippo, che voleva partire immediatamente, il maturo professore pretese di fermarsi un’altra notte e piantò in asso il suo più giovane socio, dicendo di dover vedere quanto prima una persona.
Un inviperito Filippo trascorse una giornata intera a camminare per le calli veneziane, senza una meta precisa, solamente per far sbollire la propria ira. Evitò con cura piazza San Marco, il ponte di Rialto e tutti gli altri luoghi pieni di turisti, ma si recò verso il Ghetto Vecchio, fermandosi solamente quando vide l’edificio della Scuola Levantina, l’unica delle scuole del Ghetto ad avere un intero edificio.
Camminò ancora verso San Geremia, superò quasi senza vederla l’imponente chiesa barocca ed attraversò il Canal Grande per il ponte degli Scalzi.
Proprio allora il limpido e caldo sole che aveva rallegrato la Venezia mattutina, ed era già stato velato da nubi minacciose, fu del tutto coperto ed una fitta pioggia cominciò a cadere sulla città. Filippo si limitò ad alzarsi il bavero dell’impermeabile leggero che indossava e proseguì il suo cammino.
La pioggia ebbe modo di lavare l’ira di Filippo che si tranquillizzò, ma non per questo si fermò. Giunse fino alla chiesa di Santa Stae, ma voltò lo sguardo alla chiesa, che giudicava fredda e pretenziosa, e si fermò a rimirare il Canal Grande ed in particolar modo la Ca’ d’Oro. Restò fermo per due ore sotto la pioggia battente, poi si rimise in cammino, via, per i calli angusti, per bassi ponti ad arco che solcavano i canali, su per le scale, giù per le scale, per corti ed anfratti, rimirando edicole e cornicioni. Giunto all’altezza del ponte di Rialto, si accorse che la pioggia fitta aveva pulito le strade, non dai rifiuti, ma dai turisti, ed allora costeggiò il ponte e via, verso San Polo. Piegò la testa sotto più di un sottoportego, si dimenò fra calli e ponti fino ad arrivare alla chiesa di San Polo; la chiesa lo deluse, paccottiglia neoclassica su impianto bizantino, bella la piazza, ma migliori le anguste corti, magiche e sconosciute, che aveva costeggiato, e quindi ripartì, fra meraviglia e riflessione.
La chiesa di Santa Maria Misericordiosa ai Frari lo entusiasmò, maestose strutture gotiche che emanavano calore e misticismo, un quadro di Tiziano che avrebbe da solo meritato il viaggio, un San Giovanni di Donatello che spingeva alla penitenza, ma non era quella Venezia. Venezia erano gli stretti ponti su angusti canali, strette calle ondeggianti fra palazzi merlettati, piccole corti enigmatiche, tutte con il loro pozzo al centro. Fu in questa Venezia che Filippo trascorse la giornata, dedicando una visita apposita solamente alle rovine del teatro La Fenice, che lui immaginò fumanti anche sotto la pioggia torrenziale. Fu questa lunga passeggiata a fornirgli nuovi spunti per il suo lavoro, e Filippo non tornò in albergo se non a tarda sera, senza aver toccato cibo, ed immediatamente si addormentò.
La mattina dopo fu svegliato, chiuso da un gigantesco raffreddore guadagnato nella pioggia del giorno prima, da un prof. Colonna ansioso di partire. Partirono in fretta, viaggiarono per cinque ore quasi senza scambiare parola, ed ad ora di pranzo giunsero a Roma.
Mangiarono rapidamente in una trattoria nelle anguste vie del centro, fra Piazza Navona e Montecitorio, in un’atmosfera che a Filippo, fatti salvi smog e clacson indiavolati, ricordava quella di Venezia.
Dopo pranzo il professore pretese che si recassero immediatamente nel suo ufficio personale in via Mario de’ Fiori, cosi i due si incamminarono discorrendo, senza in realtà parlare di nulla, per via Condotti e si addentrarono nella magica e scenografica via, fra palazzi barocchi e rinascimentali che si accalcavano apparentemente senza senso, ma in realtà con una profonda armonia nascosta.
Finalmente, nel suo ufficio, il prof. Colonna parlò, tenendo in mano, con molta cautela, uno strano involucro.
“Filippo, ho preteso che tu venissi qui per mostrarti questo.”
Filippo prese l’involucro, lo aprì e non seppe nascondere un urlo di eccitazione.
“De natura mundi! Opera del saggio ebraico Jabir Ibn Hayyan, commentata e completata da Philippus Aurelius Theofrastus Bombastus Von Hoenheim, detto Paracelso, tradotta in latino da Padre Augusto Maria Manfredi!”
“Ti ringrazio della traduzione, ma io il latino lo parlo correntemente.”
“Ma... ma... come fai ad averlo?”
“L’ho fatto prelevare. Evidente, no?”
“Ma è un furto!”
“No, un prestito, forzoso, se vogliamo, ma un prestito. Io l’ho già fatto riprodurre interamente, tu consultalo e riproducilo ancora, se vorrai, poi domani lo farò rispedire, in un pacco anonimo, magari spedito da Padova o da Vicenza, ai Gesuiti di Venezia.”
“Continuo a non ritenerla un’operazione eccessivamente legale, e poi non ci basterà.”
“Come non ci basterà?”
“Io proverò a lavorarci, ma per raggiungere la grande opera ci manca almeno il settimo medaglione di Paracelso. Ricordi? Tu ne hai solamente sei.”
“Comincio a pensare che non sia stato un grande affare quello di mettermi in società con te.”
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Re: Naufraghi 2.0

Post by doc G »

Per chi avesse del tempo libero nel fine settimana....

4

Sette anni. Per sette anni studiarono insistentemente le formule contenute in quel testo. Mescolando terra raccolta sulle pendici del vulcano Vesuvio con il cosiddetto “solvente universale”, creato da Paracelso, ottennero la sostanza primordiale, da cui occorreva partire nella realizzazione della pietra filosofale; rimaneva il mistero sulla composizione del sacro fuoco, che Paracelso chiamava “ignis innaturalis”, e soprattutto, una volta ottenuta la pietra filosofale, Filippo ed il prof. Colonna erano certissimi di essere vicini alla soluzione, che procedimenti e quali materiali occorreva ottenere per ricavare l’oro dal piombo e per distillare l’elisir di lunga vita?
Nel suo lungo lavoro l’équipe di Filippo ricavò un calmante notevole, che preso in dosi sostenute si rivelava un sonnifero portentoso, una pomata contro i reumatismi, non si poteva scontentare il Cardinale, e delle gocce per il naso, in quanto Filippo voleva premunirsi contro il possibile riproporsi del raffreddore colossale rimediato a Venezia. L’erboristeria era fiorentissima, ormai forniva oltre la metà delle farmacie di Roma, Filippo, quale assistente del prof. Colonna, aveva raggiunto la qualifica di ricercatore presso la facoltà di farmacia alla Sapienza di Roma, i due stavano anche per acquistare una piccola industria farmaceutica, ma la pietra filosofale era ancora lontana da raggiungersi.
Filippo, parzialmente scoraggiato dal lavoro di ricerca chimica, dedicava un tempo sempre maggiore al un lavoro di ricerca filologica. Soprattutto di questo lavoro Filippo parlava con il prof. Colonna, cui era ormai troppo superiore nel campo della chimica.
“Senti Nicodemo, sono sempre più convinto di un fatto: occorre studiare più da vicino coloro che hanno trovato la pietra in tempi recenti. Troppo difficile studiare su di un testo arabo, che Paracelso ha tradotto e glossato, poi le sue glosse sono state ritradotte da un dominicano... se siamo vicini al risultato sul piano puramente chimico e materialistico, forse potrei anche arrivare alla pietra dal punto in cui siamo con un lavoro di ricerca esclusivamente chimica, non credo di poter raggiungere i risultati che ci siamo prefissati sul piano spirituale.”
“Ed allora?”
“Studiamo gli alchimisti più recenti. Chi sono coloro che con assoluta certezza, ripeto, con assoluta certezza, sono riusciti ad ottenere la pietra negli ultimi due secoli?”
“Mha, sono molti, ad esempio il Conte di Saint Germain, Nicolas Flamel...”
“No. Questi sono personaggi del passato che si dice abbiano ottenuto la pietra, e da essa l’elisir di lunga vita, quindi noi deduciamo che siano rimasti in vita anche negli ultimi due secoli. In realtà noi abbiamo notizie su Flamel esclusivamente risalenti al XIV secolo, per quanto riguarda il Conte abbiamo sue notizie certe solamente nel XVIII secolo. Tutto ciò che li riguarda è avvolto nella leggenda e nel mistero, mi dici cosa ne possiamo trarre? Io cerco personaggi storici, su cui esistano notizie certe, come Paracelso; allora, chi sono gli alchimisti con queste caratteristiche vissuti tra la fine del XVIII secolo ed oggi?”
“Tra la fine... certo, Cagliostro e Fulcanelli!!”
“Esatto. Alessandro, conte di Cagliostro, apparì a Parigi con la moglie Lorenza Feliciani attorno al 1770; Tutta Parigi si entusiasma per le imprese magiche di questo pittoresco personaggio, ma la regina Maria Antonietta lo odia, presumibilmente perché le aveva predetto la fine sulla ghigliottina. La regina cerca di farlo condannare per una truffa, il cosiddetto scandalo della collana, un gioiello acquistato a credito con il falso ordine scritto di Maria Antonietta; visto che tutto l’affare si rivela una montatura, la regina pretende dalla polizia una scusa qualunque per poter condannare Cagliostro senza incorrere nelle ire dei suoi sudditi, soprattutto nobili, che lo idolatravano. Ben presto si scopre che un truffatore palermitano, Giuseppe Balsamo, aveva compiuto diverse imprese criminose in Italia con il nome di Alessandro, conte di Cagliostro, alcuni testimoni identificano Cagliostro come Giuseppe Balsamo ed il nostro viene espulso dalla Francia con la moglie.”
“Continui a tenermi lezioni come se fossi un tuo studente. La storia continua con l’arresto di Cagliostro da parte della polizia pontificia, con l’accusa di aver diffuso idee massoniche, e la sua condanna a morte, commutata nell’ergastolo, da scontare nella fortezza di San Leo. Cagliostro muore in cella nel 1795, diventando un martire della libertà religiosa, il simbolo di coloro che vengono condannati da tutte le inquisizioni esclusivamente per aver espresso un pensiero libero. In realtà abbiamo quasi la certezza che a San Leo morì Giuseppe Balsamo e che Cagliostro sia rimasto vivo e libero. Tra l’altro la moglie Lorenza Feliciani fu rinchiusa in un convento, da cui scomparve misteriosamente alcuni anni dopo, tanto misteriosamente che le autorità diffusero la notizia della sua morte.”
“Bravo, migliori nell’esposizione di giorno in giorno. Bene, per Cagliostro non era più tanto igienico, in periodo di rivoluzione prima e di restaurazione poi, mostrare la sua vera identità, e così si nascose. Noi dove abbiamo trovato notizie del suo passaggio, nei primi anni del XIX secolo?”
“A Torino.”
“In quali città afferma di aver vissuto il misterioso Fulcanelli?”
“A Parigi ed a Torino!”
“Quindi in quali città è opportuno cercare?”
“A Parigi ed a Torino! Tutto ciò è molto bello, ma non ti sembra che sia un terreno di ricerca un filo troppo ampio?”
“Piano. Esaminiamo la figura di Fulcanelli prima di giungere a conclusioni.”
“Fermo! Di Fulcanelli so già tutto quello che c’è da sapere, è sempre stato il mio idolo. Nel 1926 l’editore Flammarion di Parigi ha pubblicato un libro di grandissimo successo, intitolato “I segreti delle cattedrali”; il successo fu bissato nel 1930, con il libro “Le dimore filosofali”. La cosa sorprendente fu che, nonostante il mondo dell’editoria sia pieno di segreti di Pulcinella, nessuno ha mai scoperto l’identità dello scrittore, che si nascondeva sotto lo pseudonimo “Fulcanelli”. Io ritengo che si trattasse dell’editore Eugène Canseliet, ma non ho prove certe, come d’altronde non ne ha nessuno. Allora, professore, sono stato bravo?”
“Bravissimo.”
“Bene, allora dimmi che cosa io non so e tu invece si.”
“Ancora nulla di preciso. Bisogna cercare. L’unica cosa che posso dire è questa: io cercherei nella Città Magica. Solitamente la Città Magica per eccellenza viene ritenuta Praga, ma invece è Torino. Torino fa parte di due triangoli magici; il triangolo della magia bianca, la magia di mano destra, se vogliamo la magia buona, è composto, oltre che da Torino, da Praga e Lione. Il triangolo della magia nera, la magia di mano sinistra, se vogliamo la magia cattiva, anticamente era composto da Torino, Londra ed Alessandria d’Egitto, la patria di Ermete Trismegisto, città che in tempi moderni è stata sostituita da San Francisco. Tutti gli indizi ci portano a Torino, dove abbiamo trovato, ti ricordo, tracce sia di Fulcanelli che di Cagliostro. Oltre tutto mi è venuta un’idea che potrebbe suggerirci un collegamento tra i due.”
“Quale idea?”
“Ascolta. Nel secolo XI in Italia si diffusero le prime cattedrali romaniche, edifici rivoluzionari per la loro concezione architettonica, edifici destinati a contenere reliquie di grande importanza. Ad esempio San Nicola di Bari fu edificata in tempi ridottissimi fra il 1087 ed il 1088 per conservare le spoglie del santo, recuperate dal condottiero Giovannoccaro; il santo tra l’altro aveva numerosissimi collegamenti con miti esoterici, fra cui quello del Santo Graal, di cui sarebbe stato custode.”
“Bene. Ora spiegami che c’entrano San Nicola ed il Graal con Cagliostro, Fulcanelli ed il settimo medaglione di Paracelso.”
“Forse nulla. Quello che volevo dire è che tutte le cattedrali romaniche, fino ad un certo punto, furono edificate da una specie di setta, l’unica depositaria dei segreti costruttivi di questi edifici innovativi, e cioè i Maestri Comacini. Da buoni italiani, i Maestri Comacini non seppero tenere il segreto e ben presto le loro tecniche divennero di dominio pubblico.”
“Bene. Abbiamo appurato che i Maestri Comacini erano un branco di fessi. Adesso però vieni al dunque: stai diventando insopportabile, ormai sei più logorroico di me, ed è tutto dire!”
“In Francia, attorno al 1128, accaddero due fatti. Per prima cosa tornarono nel paese transalpino molti Templari, vista la mal parata in Terrasanta; ti ricordo che quelli che restarono in Palestina, tra cui il Gran Maestro Guglielmo di Beaujeu, vennero massacrati nel 1291 al termine della battaglia di San Giovanni D’Acri. Il secondo evento fu l’edificazione delle prime cattedrali gotiche. Molti ritengono che i due eventi furono collegati, e sembra che i Templari avessero riportato dalla Terrasanta i segreti per edificare questi edifici rivoluzionari, insieme allo stesso Santo Graal.”
“Ti prego, vieni al dunque!”
“Le cattedrali gotiche vennero erette da gruppi che non vollero correre il rischio di fare la fine dei maestri comacini, che avevano perso il loro potere, e si organizzarono in sette esoteriche dalle conoscenze segretissime, i cui membri erano iniziati, legati al segreto più ferreo. Queste sette erano la Massoneria e il Compannionnage, in Italia definito come la setta dei Giacobiti, dal nome del loro fondatore, Maître Jacques. Non ho potuto trovare prove che testimonino la loro data di fondazione, e quindi non so se siano nate con le prime cattedrali gotiche, come dicono gli storici, o con l’edificazione del Tempio di Salomone, come dicono i loro iscritti, edificazione cui avrebbero partecipato i rispettivi fondatori, lo scalpellino Maître Jacques e l’architetto Hiram.”
“Forse ho capito dove vuoi andare a parare.”
“Un individuo venne condannato a morte, nel 1791, con l’accusa, sicuramente fondata, di aver diffuso idee massoniche. La pena venne commutata nel carcere a vita da scontare nella fortezza di San Leo. Lo stesso individuo, nel 1772, a Parigi, aveva fondato il tempio della “Massoneria Egiziana”, di cui rivestì a lungo la carica di Grande Copto.”
“Cagliostro!”
“Esattamente. Un altro individuo, dall’identità misteriosa, nel 1926, scrisse un libro intitolato “I segreti delle cattedrali”, in cui fa notare, senza svelare fino in fondo, i simboli esoterici contenuti nelle cattedrali gotiche.”
“Fulcanelli.”
“Esatto. Ecco il trait d’union fra Cagliostro e Fulcanelli: la massoneria e le cattedrali gotiche.”
“Un’esposizione un tantino prolissa, ma sicuramente brillante. Adesso vai avanti.”
“Fulcanelli si dilunga molto soprattutto sulla cattedrale di Chartres, nella Francia settentrionale, e sulla Sagrada Familia di Barcellona, edificata nei primi anni di questo secolo dall’architetto Anton Gaudì, probabilmente iscritto alla massoneria, dico probabilmente perché non ho prove certe, ma vedendo la chiesa direi che non ci sono dubbi. Bene. Io ho compiuto lunghi studi su queste due cattedrali, ho visto in entrambe moltissimi simboli esoterici, e mi sono interessato soprattutto al labirinto iniziatico ed alla rosa, simbolo sia del Graal, sia del sigillo di Salomone, sia del simbolo che indica il tempo necessario alla preparazione della pietra filosofale, come afferma Fulcanelli. Al dunque, vuoi sapere che cosa ho scoperto?”
“Cosa? Presto, brucio di curiosità!”
“Niente. Niente di niente. Un totale, completo, assoluto niente. Per questo ho bisogno del tuo aiuto: non so se tre anni di ricerche si sono risolte in una semplice masturbazione mentale oppure se sono vicino alla soluzione senza poterla raggiungere.”
“Credo che tu abbia intuito la strada giusta. C’è una via che tu non hai seguito, pur avendola individuata.”
“Quale via?”
“Mi hai parlato delle cattedrali romaniche ed in particolar modo di San Nicola a Bari. C’è un personaggio che è riprodotto in numerosi bassorilievi in moltissime cattedrali romaniche, soprattutto a San Nicola.”
“Quale personaggio?”
“Sforzati e ci arriverai da solo. La vita di San Nicola è avvolta nella leggenda, ma le leggende che lo riguardano si intrecciano con quelle che riguardano un oggetto.”
“Comincio a capire, ma voglio che tu vada avanti.”
“Questo oggetto è collegato anche a moltissime leggende che riguardano i Templari, che lo avrebbero trovato in Medio Oriente...”
“Che idiota sono stato a non pensarci, era evidente!”
“Simboli collegati a questo oggetto sono presenti in molte cattedrali gotiche; questo oggetto viene anche accostato in queste cattedrali alla Vergine Maria, definita dalle litanie laurentane “Vas Spirituale”, ed inoltre...”
“Certo, questo oggetto è anche il simbolo della pietra filosofale.”
“Ebbene si. L’oggetto è il Santo Graal ed il personaggio è Re Artù.”
“Era evidente. Un altro collegamento. Adesso dobbiamo capire cosa significa tutto ciò.”
“Calmo, forse la soluzione è più vicina di quanto tu possa pensare. Una leggenda ricollega il Santo Graal a Torino.”
“Certo! Il Graal sarebbe stato portato a Torino dai Savoia, che lo avrebbero acquistato insieme alla Santa Sindone, altro oggetto sacro collegato a leggende che riguardano i Templari. La posizione del Graal sarebbe indicata dalle statue collocate nel sagrato del Tempio della Gran Madre di Dio, disposte con una complessa simbologia.”
“Non resta che andare a Torino e verificare.”
“Aspetta, rimandiamo di una settimana, prima voglio documentarmi. Ho già i resoconti di tutte le voci che circolarono riguardo alla presenza di Cagliostro a Torino, lo stesso per la presenza dell’editore Eugène Canseliet, la probabile vera identità di Fulcanelli, voglio lo stesso per gli altri spunti da te indicati.”
“Non aspetto nulla. Hai visto, tre anni di ricerche, anche brillanti, non discuto, e la prima volta che ne parliamo insieme subito individuiamo la strada giusta. Questo è un segno. Dobbiamo lavorare insieme, a stretto contatto di gomito, se vogliamo risultati.”
“Bene. Allora ti spiego la mia teoria. Arrivati a Torino, dove cerchiamo?”
“Tentiamo di interpretare la simbologia delle statue.”
“Bravo. Decine di occultisti ci hanno provato, nessuno ci è riuscito. Noi da oggi cerchiamo il Graal, ma fino a ieri cercavamo un medaglione, il settimo medaglione di Paracelso, che noi sospettiamo sia stato in possesso di Cagliostro e Fulcanelli. Giusto?”
“Esatto.”
“A Torino esiste la leggenda di un medaglione nascosto.”
“Uno dei tre medaglioni di Apollonio di Tiana!”
“Esattamente. Apollonio di Tiana era un grande iniziato, visse alcuni anni dopo di Cristo e la leggenda gli attribuisce alcuni miracoli simili a quelli dello stesso Cristo. Naturalmente non è vero che li compì, ma questo ci da la misura della sua potenza e di quanto colpì la fantasia popolare. Si dice che la sua magia, che io reputo si trattasse di alchimia, si basasse su tre medaglioni, ed uno dei tre sarebbe nascosto sotto... indovina che?”
“Non ricordo.”
“Sotto la chiesa della Grande Madre di Dio a Torino.”
“Come il Graal!”
“Esattamente. Vedi, tutto combacia. Prima di tutto ti ricordo la frase VITRIOL, visita interiora tellus, rectificando invenies occultam lapidem. Il medaglione fu nascosto in una galleria sotterranea, un luogo intricato, che avrebbe avuto dodici ingressi e dodici uscite, e di entrambe sei vere e sei false, e delle sei vere cinque richiederebbero delle straordinarie conoscenze iniziatiche per varcarle senza rischi: solo un’entrata ed un’uscita sarebbero praticabili. Cosa ti ricorda tutto ciò?”
“Cosa dovrebbe ricordarmi?”
“Un labirinto iniziatico, accidenti, un labirinto come quelli riprodotti nelle cattedrali gotiche!”
“Vero! E quindi, cosa suggerisci?”
“Il libro che parla delle cattedrali gotiche è sempre quello, “I segreti delle cattedrali” di Fulcanelli, sto tentando di trovare una chiave di lettura particolare. Tu sai che l’alchimia nacque intorno al IV - V secolo d.C. in Egitto, almeno per la storiografia ufficiale.”
“Buffonate. Sappiamo che è vecchia quanto il mondo.”
“Lo so, ma aspetta. Un’altra arte nacque pochi secoli prima in Egitto, opera di Ebrei costretti all’esilio dall’imperatore Tito dopo la durissima rappresaglia del 70 d.C., che tra l’altro portò alla distruzione del tempio di Salomone ed al trafugamento del suo tesoro.”
“Un’altra arte... la Qabbala!”
“Esattamente, detta in italiano Cabala. Fondatori, per la storiografia ufficiale, furono due rabbini, uno vissuto poco tempo prima di Cristo ed uno poco tempo dopo. Simeon Ben Yochar visse nel primo secolo a.C. e scrisse il Sepher Ha Zohar, libro della rivelazione, dove afferma che ogni parola della Bibbia ha 49 interpretazioni, derivanti dalle 49 porte misericordiose. Johannan Ben Zakkai visse nel primo secolo d.C. e fu il primo ad affrontare uno studio numerologico sull’argomento. Nel V secolo d.C., proprio in Egitto, mentre si compilavano i primi testi di alchimia oggi rintracciabili, fu compilato lo Sepher Yesirah, il libro della creazione, che insegna le basi per esaminare cabalisticamente un testo. Secondo questo testo vi sono 32 misteriose vie per la salvezza, 10 numeri primordiali e 22 lettere fondamentali, che vanno interpretate mediante lo Sephirot, il diagramma immutabile. Paracelso conosceva la Cabala, ma non era un esperto; Cagliostro era invece un esperto, conosceva a menadito le opere esoteriche di Pico della Mirandola, ed io ritengo che lo stesso valga per Fulcanelli."
“Interpretare cabalisticamente l’opera di Fulcanelli... un lavoro enorme.”
“Meno di quanto si creda. Si può creare un database in un computer veloce, che associ le singole parole ad un numero; deve assegnare ad ogni parola un numero progressivo, a meno che non si intervenga modificando il numero assegnato alla singola parola. Deve poter fare somme, operazioni varie ed ogni tipo di estrazione.”
“Occorre creare questo database!”
“L’ho già ordinato ad un esperto programmatore da qualche tempo. Tra una settimana sarà pronto.”
“Bene. La soluzione forse si avvicina.”
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Re: Naufraghi 2.0

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io ne ho :gogogo:
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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