Che palle la offseason
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Alvise
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Che palle la offseason
Odio questo periodo dell'anno, odio le fanta offerte le liste della spese delle squadre fatte senza considerare che ci sono altre suqadre che devono fare gli acquisti e i prodotti sui banconi sono meno che in un supermercato russo durante il comunismo, odio i mock draft con gli spergiuri sulle qualità dei futuri rookies che nel 50% dei casi (quando va bene) sono fasulle come la dichiarazione dei redditi di imprenditore. Quindi ho deciso di andare OT e ficcare in questo canale che sembra ogni giorno di più l'edizione estiva della gazzetta qualcosa che non c'entra nulla e che forse (giustamente) i mods chiuderanno proprio per questa ragione.
è una cazzata-omaggio a un amico, psero vi piaccia, sempre che non siate troppo impegnati a vedere nella vostra squadra tutti i Fa diponibili sul mercato pensando di spendere meno di 5 milioni per tutti.
Il sindaco di Sovramonte
Zorzoi è un paesino nascosto su un altipiano nel bellunese, dove ogni tanto mi rifugio per poter scrivere in santa pace senza timore di essere disturbato. Zorzoi, infatti, ha meno di trecento abitanti, peraltro in continua diminuzione, e meno di trenta turisti all'anno, che il più delle volte hanno semplicemente sbagliato strada e si fermano una notte e poi fuggono, perchè lì c'è il nulla. Il fatto di essere in un altipiano ad appena 680 metri sul livello del mare senza una pista sciistica in zona non aiuta certo ad attrarre folle. E qui non fanno nulla per migliorare la situazione, perché dei turisti non gli interessa punto. Nessun cinema, nessuna pizzeria, nessun ristorante, solo una vecchia e fatiscente pensione e un panificio-drogheria dove trovare lo stretto indispensabile per prepararsi un pranzo a base di salumi e formaggi, rigorosamente del posto. Persino il bar del paese ha chiuso da tempo, probabilmente perché si sentiva fuori luogo, e così chi vuole una sana e corroborante bevuta deve farsi due chilometri per arrivare al primo locale disponibile, che si trova a Sovramonte il paese di cui Zorzoi è frazione. Insomma si tratta del posto ideale per uno scribacchino che cerca di concentrarsi. E se si escludono i galli fin troppo mattinieri e l'immancabile chiesa con un campanile che batte anche i secondi ti potresti considerare immerso nel vuoto cosmico.
In quel luogo degno di un eremitaggio francescano, mi stavo fumando l'ennesima sigaretta della giornata, cercando di scervellarmi per tirare fuori il protagonista di un libro che stavo scrivendo da una situazione senza uscita. Alvin, il nome del protagonista, un ragazzino di diciassette anni non particolarmente robusto, si trovava nudo su un tavolo d'acciaio legato da cinghie in cuoio che gli bloccavano polsi e caviglie. Davanti a lui c'era un serial killer armato con un coltello pronto a ucciderlo. A questo si aggiunga la presenza di una bella e formosa fanciulla che nelle mie intenzioni doveva innamorarsi di Alvin. Va bene, far innamorare la ragazza con Alvin completamente nudo poteva anche non essere un problema insormontabile, anzi, ma proprio non riuscivo a risolvere il resto, anche perché detesto le storie in cui il cattivo dipinto come abilissimo, glaciale e preciso come un orologio atomico al momento dello scontro finale diventa un imbranato sfigato paragonabile Wile E. Coyote. Quindi niente cinghie mal chiuse, niente lamette nascoste (nascoste dove che Alvin è nudo? No, non rispondete, per favore), niente killer che libera Alvin per dimostrargli quanto è più forte di lui per poi farsi fregare il coltello come turista il portafoglio in metropolitana a Milano, eccetera, eccetera, eccetera.
L'unica idea differente dalle solite banalità che mi era venuta in mente, prevedeva l'intervento dell'arcangelo Gabriele accompagnato da due conigliette di playboy e avevo il vago sospetto che il mio editor non l'avrebbe apprezzata più di tanto.
Decisi di staccarmi dal mio portatile e andare a bere qualcosa a Sovramonte. Fissare lo schermo non mi avrebbe aiutato di certo e a volte è più utile pensare ad altro. Almeno per me funziona così. Uscito dal mio appartamento, mi accorsi che nonostante fossero appena le cinque, era già buio e la temperatura, già bassa, si era abbassata ulteriormente. Scartai però l’ipotesi di prendere la mia macchina appena alzai lo sguardo al cielo. C'era una luna piena meravigliosa in grado di illuminarmi la strada, molto meglio di qualsiasi fanale. In assenza di quella enorme sfera bianco latte nel cielo, se avessi provato ad andare a piedi fino a Sovramonte probabilmente sarei finito nel burrone che costeggia la strada dopo quattro o cinque passi. In paese ci sono tre lampioni in tutto e nessuno tra Sovramonte e Zorzoi. Di quei tre due sono davanti alla chiesa e al suo maledettissimo campanile, il terzo è davanti al bar chiuso a illuminare i fantasmi delle sbronze che furono. Dato che, però, la luna c'era ed era splendida, perdersi la possibilità di una passeggiata sotto le stelle sarebbe stato un delitto peggiore di quelli di cui il mio serial killer si era macchiato.
Inutile dire che nonostante venti minuti di passeggiata il mio protagonista non si era ancora liberato. In compenso l'arcangelo Gabriele e le due conigliette erano state sostituite da un alieno che donava ad Alvin una spada di fuoco con cui liberarsi e uccidere il cattivo.
Nemmeno questo sarebbe stato apprezzato dal mio editor.
Sovramonte, che è una metropoli rispetto a Zorzoi, ha ben due bar, ma io nefrequento sempre e solo uno; quello di Alessandro Santini. Alessandro Santini è il sindaco di Sovramonte. È un tipo molto cordiale, con una profonda passione per le chiacchiere lunghe e rilassate e con un fisico da birraiolo. È alto oltre il metro e novanta, moderatamente robusto e con uno stomaco smodato. Ha due occhi scuri e penetranti e un sorriso da gatto pasciuto. Dietro quel sorriso c’è un'intelligenza molto pratica e sottile.
Come ho detto, adora parlare e il bancone in legno del suo bar è il suo pulpito. A causa di questa sua abitudine capita spesso di rimanere prigionieri dentro il locale. Infatti, nel caso in cui non ci sia sua moglie Stefania a dare una mano, perché indaffarata a stare dietro alla loro bambina, un gioiellino pestifero di nome Alice, il signor Santini preferisce finire l’ultimo interminabile monologo in cui si è lanciato, piuttosto che occuparsi della cassa. E così allo sventurato di turno tocca rimanere lì in piedi con i soldi in mano ad aspettare per un tempo infinito e anche un po’ di più.
La sua naturale simpatia, peraltro, non può certo spiegare la nostra amicizia. Insomma sono un tipo piuttosto introverso, abilissimo a evitare tutte le persone, simpatiche o meno che siano, ma il sindaco Santini ha un qualcosa in più, che di norma non trovo in giro. Perché incredibile a dirsi, Alessandro Santini, sindaco di Sovramonte, bellunese doc, è un virulento appassionato di football americano ed in particolare dei Chicago Bears, una delle franchigie più antiche e blasonate di questo sport tipicamente a stelle e strisce. Quella mania gli era valsa in paese il diminutivo di “Joe”, che non c’entra molto con Alessandro, ma fa molto americano. Dato che io sono un fedele adepto della religione dei Denver Broncos, altra squadra di football americano, non potevo non apprezzare la possibilità di passare ore e ore a parlare di difesa 4-3 o 3-4, di attacchi a due tight end o semplicemente dei nostri miti, rispettivamente Walter Payton, ex running back dei Bears, e John Elway, l'immaginifico quarterback che portò due titoli a Denver.
Il suo bar/ristorante/pensione è collocato proprio in mezzo al paese ed è l’unico posto che ha un qualche introito turistico in tutto l’altopiano. Si chiama The Soldier Field. Ora, anche chi non è avvezzo al football americano sente che qualcosa stona. Nel mezzo del bellunese un nome così smaccatamente anglofono c’entra come un topless alla messa di natale. Se però si conosce qualcosa del gioco della palla ovale praticato con caschi e protezioni, si accende una lampadina e quel nome così fuori posto lo si ricollega allo stadio che è da sempre la casa dei Chicago Bears.
Quando notai quel nome per la prima volta - avevo appena comprato l’appartamento a Zorzoi, un trilocale senza pretese, e mi dirigevo verso lo spaccio di Sovramonte, che non è fornitissimo, ma sembra un centro commerciale se paragonato al panificio –drogheria di Zorzoi - pensai a una strana coincidenza. Insomma, che collegamento poteva mai esserci tra un paesino di qualche centinaio d’anime piazzato su un altopiano montano così interessante e bello da attirare un numero di turisti pari allo zero, e lo stadio dei Bears dove si raccolgono sessantamila americani cresciuti nella cultura del consumismo? Nessuna, o meglio a logica nessuno, a illogica il signor Alessandro Santini, detto Joe.
Qualche sera dopo la curiosità mi trascinò a Sovramonte. Sapevo cosa volevo chiedere, ma non sapevo come intavolare il discorso. Non sono mai stato capace di rompere il ghiaccio e negli ultimi tempi la mia misantropia è divenuta proverbiale. Per questo, prima di aprire la porta del bar/ristorante/pensione provai un esordio. “Salve. Lei è il proprietario di questo splendido locale? L'ha chiamato così perché le piace il football americano? Sì? Bene, io sono nuovo di qui. Ho appena preso un appartamentino a Zorzoi per scrivere in santa pace e adoro i Denver Broncos. Parliamo un po’?”
Suonava terribilmente idiota, ma entrai lo stesso.
Appena varcata la soglia, non potei fare a meno di notare uno spettacolare casco da football americano dei Chicago Bears, posizionato strategicamente accanto alla cassa e una maglia di football americano incorniciata proprio sopra il bancone: la numero 34 di Walter Payton. E il mio bel discorsetto se ne andò a quel paese. Chiedergli se gli piaceva il football sarebbe stato, in effetti, alquanto stupido.
Joe era, come al suo solito, dietro al bancone. Al mio ingresso, mi guardò incuriosito. Una faccia nuova era un evento per il suo locale e lui al contrario di molti abitanti della zona, non era per niente restio al turismo e agli stranieri.
Piccola digressione: il concetto di “stranieri” adottato in questa comunità montana è piuttosto ampio e comprende chiunque non sia nato e vissuto lì. Tanto per intenderci per la maggior parte degli abitanti della zona persino un bellunese è uno straniero.
Il primo a parlare fu ovviamente lui. “Come posso aiutarla?” Aveva una voce tonante e contemporaneamente molto amichevole.
“Per me era più forte Terrell Davis.” Tagliai corto, saltando a piè pari qualsivoglia preambolo e riferendomi al running back dei Denver Broncos che aiutò Elway a vincere i due titoli nazionali. Nonostante i miei timori prima di varcare la soglia del Soldier Field, la vista dei cimeli di cui era pieno il locale mi aveva sciolto la lingua.
Gli occhi di Joe si oscurarono. Sembrava gli avessi bestemmiato davanti e per un attimo pensai che era meglio andarsene e tornarmene a Zorzoi. Poi quegli stesi occhi si illuminarono al pensiero che la mia opinione, per quanto assurda, infondata e cretina, indicava che sapevo chi fosse il grande 34 dei Bears.
“Un ateo senza dio come lei dovrei sbatterlo fuori a calci, per aver detto una simile cazzata, ma io sono di animo generoso. Se sai dirmi chi ha vinto il Super Bowl numero venti il primo giro lo offro io.”
Il Super Bowl è la finale del campionato americano di football. E il numero venti fu vinto nel 1986 proprio dai Chicago Bears. L’ultimo titolo che hanno vinto, detto per inciso.
Risposi e a quel punto non dovetti più dire niente. Fui sommerso da un oceano di parole. Anche lui aveva voglia di parlare con qualcuno che capisse di football e non aveva certo i miei problemi a interagire con gli altri.
Fu così che iniziò la nostra amicizia.
Quando arrivai ancora ruminando sulle possibilità di salvezza di Alvin, il locale era ancora vuoto. I clienti abituali sarebbero arrivati solo dopo cena per la classica partita a carte inframmezzata di bestemmie e vino della casa. Così avevo Joe tutto per me. L’accoglienza al solito fu splendida e dopo pochi istanti ci ritrovammo a un tavolo a sorbire la grappa della sua riserva speciale, discutendo sulle infinite pecche della squadra di Dallas e dei suoi tifosi. Entrambi detestavamo Dallas, anche se per motivi diversi. Nella foga di insulti verso dei perfetti estranei che vivevano a migliaia di chilometri da dove ci trovavamo, non ci eravamo accorti che era entrato Toni Schnitzer, membro del consiglio comunale di Sovramonte, nonché proprietario dello spaccio del paese dove mi rifornivo di cibi precotti e altre delizie atte a salvare la vita a imbranato dei fornelli come il sottoscritto.
“Joe, Joe!” urlò Toni per attirare l'attenzione del mio amico. Dovevamo essere ben infognati nella nostra discussione per non esserci accorti del suo arrivo, perché Toni era veramente esagitato. Gli occhi gli schizzavano fuori dalle orbite e ansimava come un mantice. Doveva essere arrivato lì di corsa anche a giudicare dal sudore che andava formandosi sul suo viso.
“Che succede, Toni? Hai scoperto che qualcuno ti ha rubato una lattina di coca cola?” disse Joe, infastidito dall'essere stato interrotto mentre elencava tutti i pregi della città di Chicago rispetto a Dallas. E il bello era che lui a Chicago manco c'era mai stato.
Toni non gli rispose. Saltellava ora su un piede ora sull’altro guardandomi con sospetto. Al contrario di Joe lui non vedeva di buon occhio gli stranieri La sua mentalità era chiusa come il suo altipiano e la regola non scritta di quel luogo era che dei fatti importanti non si parla con uno straniero. Nel rispetto di quella regola non scritta mi sarei dovuto alzare e allontanarmi di qualche passo per permettere loro di parlare in privato. Ma avevo voglia di continuare a discorrere di football anche perchè Joe è la traduzione in italiano, con un leggero accento bellunese, di una enciclopedia americana sul football. Un vero e proprio pozzo di scienza. Così rimasi lì, aspettando che Toni riferisse la sua notizia per poi riprendere la discussione interrotta. Joe invitò, quindi, Toni a parlare senza farsi troppi problemi.
Toni continuò a esitare.
“Joe, a dire il vero si tratta di una faccenda che riguarda il nostro paese.” calcò particolarmente sulla parola “nostro”.
“Allora riguarda anche il signor Iacopini.” tagliò corto Joe, il quale era orgoglioso dei suoi natali più di chiunque altro, ma non vedeva il perché chi sceglieva di vivere nel comprensorio di Sovramonte per aver compreso l’evidente supremazia di quella terra, dovesse essere considerato un cittadino di serie B. E poi mi piaceva il football e questo faceva di me una persona degna della massima fiducia, a prescindere da tutto.
“Il signor Iacopini ama la nostra terra al punto di passarci tutte i momenti liberi che ha. Vedi bene che è più che interessato alle faccende del nostro paese.”
Toni fece una smorfia. Sapeva ovviamente chi fossi e la cosa continuava a non piacergli, ma se il sindaco gli diceva di parlare, lui avrebbe parlato.
“È morto Giuseppe D’Incau. Si è suicidato appendendosi a una trave in casa sua. L’ha trovato Renzi Dalla Santa che era andato lì per chiedergli di riparare un mobile. Appena l’ha visto è corso da me. Io gli ho detto di tornare da D’Incau e non far entrare nessuno, mentre io venivo qui.”
(to be continued... sempre che non mi chiudano)
è una cazzata-omaggio a un amico, psero vi piaccia, sempre che non siate troppo impegnati a vedere nella vostra squadra tutti i Fa diponibili sul mercato pensando di spendere meno di 5 milioni per tutti.
Il sindaco di Sovramonte
Zorzoi è un paesino nascosto su un altipiano nel bellunese, dove ogni tanto mi rifugio per poter scrivere in santa pace senza timore di essere disturbato. Zorzoi, infatti, ha meno di trecento abitanti, peraltro in continua diminuzione, e meno di trenta turisti all'anno, che il più delle volte hanno semplicemente sbagliato strada e si fermano una notte e poi fuggono, perchè lì c'è il nulla. Il fatto di essere in un altipiano ad appena 680 metri sul livello del mare senza una pista sciistica in zona non aiuta certo ad attrarre folle. E qui non fanno nulla per migliorare la situazione, perché dei turisti non gli interessa punto. Nessun cinema, nessuna pizzeria, nessun ristorante, solo una vecchia e fatiscente pensione e un panificio-drogheria dove trovare lo stretto indispensabile per prepararsi un pranzo a base di salumi e formaggi, rigorosamente del posto. Persino il bar del paese ha chiuso da tempo, probabilmente perché si sentiva fuori luogo, e così chi vuole una sana e corroborante bevuta deve farsi due chilometri per arrivare al primo locale disponibile, che si trova a Sovramonte il paese di cui Zorzoi è frazione. Insomma si tratta del posto ideale per uno scribacchino che cerca di concentrarsi. E se si escludono i galli fin troppo mattinieri e l'immancabile chiesa con un campanile che batte anche i secondi ti potresti considerare immerso nel vuoto cosmico.
In quel luogo degno di un eremitaggio francescano, mi stavo fumando l'ennesima sigaretta della giornata, cercando di scervellarmi per tirare fuori il protagonista di un libro che stavo scrivendo da una situazione senza uscita. Alvin, il nome del protagonista, un ragazzino di diciassette anni non particolarmente robusto, si trovava nudo su un tavolo d'acciaio legato da cinghie in cuoio che gli bloccavano polsi e caviglie. Davanti a lui c'era un serial killer armato con un coltello pronto a ucciderlo. A questo si aggiunga la presenza di una bella e formosa fanciulla che nelle mie intenzioni doveva innamorarsi di Alvin. Va bene, far innamorare la ragazza con Alvin completamente nudo poteva anche non essere un problema insormontabile, anzi, ma proprio non riuscivo a risolvere il resto, anche perché detesto le storie in cui il cattivo dipinto come abilissimo, glaciale e preciso come un orologio atomico al momento dello scontro finale diventa un imbranato sfigato paragonabile Wile E. Coyote. Quindi niente cinghie mal chiuse, niente lamette nascoste (nascoste dove che Alvin è nudo? No, non rispondete, per favore), niente killer che libera Alvin per dimostrargli quanto è più forte di lui per poi farsi fregare il coltello come turista il portafoglio in metropolitana a Milano, eccetera, eccetera, eccetera.
L'unica idea differente dalle solite banalità che mi era venuta in mente, prevedeva l'intervento dell'arcangelo Gabriele accompagnato da due conigliette di playboy e avevo il vago sospetto che il mio editor non l'avrebbe apprezzata più di tanto.
Decisi di staccarmi dal mio portatile e andare a bere qualcosa a Sovramonte. Fissare lo schermo non mi avrebbe aiutato di certo e a volte è più utile pensare ad altro. Almeno per me funziona così. Uscito dal mio appartamento, mi accorsi che nonostante fossero appena le cinque, era già buio e la temperatura, già bassa, si era abbassata ulteriormente. Scartai però l’ipotesi di prendere la mia macchina appena alzai lo sguardo al cielo. C'era una luna piena meravigliosa in grado di illuminarmi la strada, molto meglio di qualsiasi fanale. In assenza di quella enorme sfera bianco latte nel cielo, se avessi provato ad andare a piedi fino a Sovramonte probabilmente sarei finito nel burrone che costeggia la strada dopo quattro o cinque passi. In paese ci sono tre lampioni in tutto e nessuno tra Sovramonte e Zorzoi. Di quei tre due sono davanti alla chiesa e al suo maledettissimo campanile, il terzo è davanti al bar chiuso a illuminare i fantasmi delle sbronze che furono. Dato che, però, la luna c'era ed era splendida, perdersi la possibilità di una passeggiata sotto le stelle sarebbe stato un delitto peggiore di quelli di cui il mio serial killer si era macchiato.
Inutile dire che nonostante venti minuti di passeggiata il mio protagonista non si era ancora liberato. In compenso l'arcangelo Gabriele e le due conigliette erano state sostituite da un alieno che donava ad Alvin una spada di fuoco con cui liberarsi e uccidere il cattivo.
Nemmeno questo sarebbe stato apprezzato dal mio editor.
Sovramonte, che è una metropoli rispetto a Zorzoi, ha ben due bar, ma io nefrequento sempre e solo uno; quello di Alessandro Santini. Alessandro Santini è il sindaco di Sovramonte. È un tipo molto cordiale, con una profonda passione per le chiacchiere lunghe e rilassate e con un fisico da birraiolo. È alto oltre il metro e novanta, moderatamente robusto e con uno stomaco smodato. Ha due occhi scuri e penetranti e un sorriso da gatto pasciuto. Dietro quel sorriso c’è un'intelligenza molto pratica e sottile.
Come ho detto, adora parlare e il bancone in legno del suo bar è il suo pulpito. A causa di questa sua abitudine capita spesso di rimanere prigionieri dentro il locale. Infatti, nel caso in cui non ci sia sua moglie Stefania a dare una mano, perché indaffarata a stare dietro alla loro bambina, un gioiellino pestifero di nome Alice, il signor Santini preferisce finire l’ultimo interminabile monologo in cui si è lanciato, piuttosto che occuparsi della cassa. E così allo sventurato di turno tocca rimanere lì in piedi con i soldi in mano ad aspettare per un tempo infinito e anche un po’ di più.
La sua naturale simpatia, peraltro, non può certo spiegare la nostra amicizia. Insomma sono un tipo piuttosto introverso, abilissimo a evitare tutte le persone, simpatiche o meno che siano, ma il sindaco Santini ha un qualcosa in più, che di norma non trovo in giro. Perché incredibile a dirsi, Alessandro Santini, sindaco di Sovramonte, bellunese doc, è un virulento appassionato di football americano ed in particolare dei Chicago Bears, una delle franchigie più antiche e blasonate di questo sport tipicamente a stelle e strisce. Quella mania gli era valsa in paese il diminutivo di “Joe”, che non c’entra molto con Alessandro, ma fa molto americano. Dato che io sono un fedele adepto della religione dei Denver Broncos, altra squadra di football americano, non potevo non apprezzare la possibilità di passare ore e ore a parlare di difesa 4-3 o 3-4, di attacchi a due tight end o semplicemente dei nostri miti, rispettivamente Walter Payton, ex running back dei Bears, e John Elway, l'immaginifico quarterback che portò due titoli a Denver.
Il suo bar/ristorante/pensione è collocato proprio in mezzo al paese ed è l’unico posto che ha un qualche introito turistico in tutto l’altopiano. Si chiama The Soldier Field. Ora, anche chi non è avvezzo al football americano sente che qualcosa stona. Nel mezzo del bellunese un nome così smaccatamente anglofono c’entra come un topless alla messa di natale. Se però si conosce qualcosa del gioco della palla ovale praticato con caschi e protezioni, si accende una lampadina e quel nome così fuori posto lo si ricollega allo stadio che è da sempre la casa dei Chicago Bears.
Quando notai quel nome per la prima volta - avevo appena comprato l’appartamento a Zorzoi, un trilocale senza pretese, e mi dirigevo verso lo spaccio di Sovramonte, che non è fornitissimo, ma sembra un centro commerciale se paragonato al panificio –drogheria di Zorzoi - pensai a una strana coincidenza. Insomma, che collegamento poteva mai esserci tra un paesino di qualche centinaio d’anime piazzato su un altopiano montano così interessante e bello da attirare un numero di turisti pari allo zero, e lo stadio dei Bears dove si raccolgono sessantamila americani cresciuti nella cultura del consumismo? Nessuna, o meglio a logica nessuno, a illogica il signor Alessandro Santini, detto Joe.
Qualche sera dopo la curiosità mi trascinò a Sovramonte. Sapevo cosa volevo chiedere, ma non sapevo come intavolare il discorso. Non sono mai stato capace di rompere il ghiaccio e negli ultimi tempi la mia misantropia è divenuta proverbiale. Per questo, prima di aprire la porta del bar/ristorante/pensione provai un esordio. “Salve. Lei è il proprietario di questo splendido locale? L'ha chiamato così perché le piace il football americano? Sì? Bene, io sono nuovo di qui. Ho appena preso un appartamentino a Zorzoi per scrivere in santa pace e adoro i Denver Broncos. Parliamo un po’?”
Suonava terribilmente idiota, ma entrai lo stesso.
Appena varcata la soglia, non potei fare a meno di notare uno spettacolare casco da football americano dei Chicago Bears, posizionato strategicamente accanto alla cassa e una maglia di football americano incorniciata proprio sopra il bancone: la numero 34 di Walter Payton. E il mio bel discorsetto se ne andò a quel paese. Chiedergli se gli piaceva il football sarebbe stato, in effetti, alquanto stupido.
Joe era, come al suo solito, dietro al bancone. Al mio ingresso, mi guardò incuriosito. Una faccia nuova era un evento per il suo locale e lui al contrario di molti abitanti della zona, non era per niente restio al turismo e agli stranieri.
Piccola digressione: il concetto di “stranieri” adottato in questa comunità montana è piuttosto ampio e comprende chiunque non sia nato e vissuto lì. Tanto per intenderci per la maggior parte degli abitanti della zona persino un bellunese è uno straniero.
Il primo a parlare fu ovviamente lui. “Come posso aiutarla?” Aveva una voce tonante e contemporaneamente molto amichevole.
“Per me era più forte Terrell Davis.” Tagliai corto, saltando a piè pari qualsivoglia preambolo e riferendomi al running back dei Denver Broncos che aiutò Elway a vincere i due titoli nazionali. Nonostante i miei timori prima di varcare la soglia del Soldier Field, la vista dei cimeli di cui era pieno il locale mi aveva sciolto la lingua.
Gli occhi di Joe si oscurarono. Sembrava gli avessi bestemmiato davanti e per un attimo pensai che era meglio andarsene e tornarmene a Zorzoi. Poi quegli stesi occhi si illuminarono al pensiero che la mia opinione, per quanto assurda, infondata e cretina, indicava che sapevo chi fosse il grande 34 dei Bears.
“Un ateo senza dio come lei dovrei sbatterlo fuori a calci, per aver detto una simile cazzata, ma io sono di animo generoso. Se sai dirmi chi ha vinto il Super Bowl numero venti il primo giro lo offro io.”
Il Super Bowl è la finale del campionato americano di football. E il numero venti fu vinto nel 1986 proprio dai Chicago Bears. L’ultimo titolo che hanno vinto, detto per inciso.
Risposi e a quel punto non dovetti più dire niente. Fui sommerso da un oceano di parole. Anche lui aveva voglia di parlare con qualcuno che capisse di football e non aveva certo i miei problemi a interagire con gli altri.
Fu così che iniziò la nostra amicizia.
Quando arrivai ancora ruminando sulle possibilità di salvezza di Alvin, il locale era ancora vuoto. I clienti abituali sarebbero arrivati solo dopo cena per la classica partita a carte inframmezzata di bestemmie e vino della casa. Così avevo Joe tutto per me. L’accoglienza al solito fu splendida e dopo pochi istanti ci ritrovammo a un tavolo a sorbire la grappa della sua riserva speciale, discutendo sulle infinite pecche della squadra di Dallas e dei suoi tifosi. Entrambi detestavamo Dallas, anche se per motivi diversi. Nella foga di insulti verso dei perfetti estranei che vivevano a migliaia di chilometri da dove ci trovavamo, non ci eravamo accorti che era entrato Toni Schnitzer, membro del consiglio comunale di Sovramonte, nonché proprietario dello spaccio del paese dove mi rifornivo di cibi precotti e altre delizie atte a salvare la vita a imbranato dei fornelli come il sottoscritto.
“Joe, Joe!” urlò Toni per attirare l'attenzione del mio amico. Dovevamo essere ben infognati nella nostra discussione per non esserci accorti del suo arrivo, perché Toni era veramente esagitato. Gli occhi gli schizzavano fuori dalle orbite e ansimava come un mantice. Doveva essere arrivato lì di corsa anche a giudicare dal sudore che andava formandosi sul suo viso.
“Che succede, Toni? Hai scoperto che qualcuno ti ha rubato una lattina di coca cola?” disse Joe, infastidito dall'essere stato interrotto mentre elencava tutti i pregi della città di Chicago rispetto a Dallas. E il bello era che lui a Chicago manco c'era mai stato.
Toni non gli rispose. Saltellava ora su un piede ora sull’altro guardandomi con sospetto. Al contrario di Joe lui non vedeva di buon occhio gli stranieri La sua mentalità era chiusa come il suo altipiano e la regola non scritta di quel luogo era che dei fatti importanti non si parla con uno straniero. Nel rispetto di quella regola non scritta mi sarei dovuto alzare e allontanarmi di qualche passo per permettere loro di parlare in privato. Ma avevo voglia di continuare a discorrere di football anche perchè Joe è la traduzione in italiano, con un leggero accento bellunese, di una enciclopedia americana sul football. Un vero e proprio pozzo di scienza. Così rimasi lì, aspettando che Toni riferisse la sua notizia per poi riprendere la discussione interrotta. Joe invitò, quindi, Toni a parlare senza farsi troppi problemi.
Toni continuò a esitare.
“Joe, a dire il vero si tratta di una faccenda che riguarda il nostro paese.” calcò particolarmente sulla parola “nostro”.
“Allora riguarda anche il signor Iacopini.” tagliò corto Joe, il quale era orgoglioso dei suoi natali più di chiunque altro, ma non vedeva il perché chi sceglieva di vivere nel comprensorio di Sovramonte per aver compreso l’evidente supremazia di quella terra, dovesse essere considerato un cittadino di serie B. E poi mi piaceva il football e questo faceva di me una persona degna della massima fiducia, a prescindere da tutto.
“Il signor Iacopini ama la nostra terra al punto di passarci tutte i momenti liberi che ha. Vedi bene che è più che interessato alle faccende del nostro paese.”
Toni fece una smorfia. Sapeva ovviamente chi fossi e la cosa continuava a non piacergli, ma se il sindaco gli diceva di parlare, lui avrebbe parlato.
“È morto Giuseppe D’Incau. Si è suicidato appendendosi a una trave in casa sua. L’ha trovato Renzi Dalla Santa che era andato lì per chiedergli di riparare un mobile. Appena l’ha visto è corso da me. Io gli ho detto di tornare da D’Incau e non far entrare nessuno, mentre io venivo qui.”
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- azazel
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Re: Che palle la offseason
Io so come va a finire, io so come va a finire, pappapero 
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This is unbelievably believable.
This is unbelievably believable.
- Angyair
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Re: Che palle la offseason
Chi sarebbe questo Elway?
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Alvise
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Re: Che palle la offseason
e che ne so. ho guardato su google chicago bears e mi è venuto fuori sto uolter e poi ho digitato denver broncos è venuto fuori sto elouei. inizialmente volevo mettere un giocatore forte di san francisco, perchè, è l'unica squadra che ho visto dal vivo, ma mi appariva la scritta: il database non contiene dati così antichi. :gazza:Angyair wrote: Chi sarebbe questo Elway?
- Angyair
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Re: Che palle la offseason
L'errore è che ne cercavi solo uno.Alvise wrote: e che ne so. ho guardato su google chicago bears e mi è venuto fuori sto uolter e poi ho digitato denver broncos è venuto fuori sto elouei. inizialmente volevo mettere un giocatore forte di san francisco, perchè, è l'unica squadra che ho visto dal vivo, ma mi appariva la scritta: il database non contiene dati così antichi. :gazza:
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Alvise
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Re: Che palle la offseason
ci ho riprovato con "giocatori". La scritta adesso recita: "Allora insisti, controlla nella sezione miti e leggende ormai dimenticate, tra gilgamesh e odino dovrebbe esserci qualche nome di ex giocatori dei niners."Angyair wrote: L'errore è che ne cercavi solo uno.
- Angyair
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Re: Che palle la offseason
Avresti dovuto cercare sulla Bibbia. E' lì che stanno i più grandi.Alvise wrote: ci ho riprovato con "giocatori". La scritta adesso recita: "Allora insisti, controlla nella sezione miti e leggende ormai dimenticate, tra gilgamesh e odino dovrebbe esserci qualche nome di ex giocatori dei niners."
Ma pretenderlo da uno che tifa broncos.....

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Alvise
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Re: Che palle la offseason
che parla di avvenimenti di oltre duemila anni fa. Visto che avevo ragione. :lol2:Angyair wrote: Avresti dovuto cercare sulla Bibbia. E' lì che stanno i più grandi.
Ma pretenderlo da uno che tifa broncos.....
- azazel
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Re: Che palle la offseason
eventi peraltro su cui alcuni hanno avanzato dei dubbi :gazza:Alvise wrote: che parla di avvenimenti di oltre duemila anni fa. Visto che avevo ragione. :lol2:
Join the third.
This is unbelievably believable.
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Re: Che palle la offseason
Nella versione online ci sono gli aggiornamenti.Alvise wrote: che parla di avvenimenti di oltre duemila anni fa. Visto che avevo ragione. :lol2:
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Alvise
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Re: Che palle la offseason
fiacca. :gazza:Angyair wrote: Nella versione online ci sono gli aggiornamenti.![]()
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Re: Che palle la offseason
Si, ma....la seconda parte? Cadaveri in posizioni strane? Stai diventando commerciale?
Scopritelo su Rieduchiescional channel!
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Alvise
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Re: Che palle la offseason
che scatole. ecco la seconda parte. in un prossimo racconto ci ficco te dentro, preparati.Angyair wrote: Si, ma....la seconda parte? Cadaveri in posizioni strane? Stai diventando commerciale?
Scopritelo su Rieduchiescional channel!
Joe ed io rimanemmo a bocca aperta. Giuseppe DIncau era il falegname del paese. Lavevo conosciuto quando avevo acquistato il mio trilocale a Zorzoi e avevo avuto la necessità di effettuare alcuni lavoretti per renderlo abitabile. Aveva circa trentanni. Era un tipo, a mia impressione, burbero, irritante e irritabile, ma un cosa andava detta: con il legno era un vero artista. Tra le varie fatiche compiute nel mio loculo personale, spicca una spettacolare libreria in noce che potrebbe sfidare i millenni.
Per quanto i miei due romanzi parlino solo di omicidi e serial killers non mi sono mai abituato al concetto di morte, anzi a essere del tutto sinceri, ne ho sempre avuto una dannata paura. Nonostante ciò, sentivo crescermi dentro la curiosità di vedere il corpo senza vita di DIncau. Si trattava, lo so bene, di una forma di curiosità assai morbosa, ma cera e non riuscivo a scacciarla. In tutta la mia vita non avevo mai visto un morto dal vero e quella era unottima occasione per poterlo fare.
A essere precisi uno lavevo pure visto, ma non è unesperienza che ricordo con piacere. Era successo qualche anno prima. Volevo essere molto dettagliato nel descrivere i vari passaggi e le tecniche utilizzate in unautopsia perché in un romanzo, che stavo scrivendo, proprio per mezzo di quelloperazione il protagonista riusciva a individuare un indizio per risalire al luogo in cui era stata uccisa la vittima. Avevo letto sullargomento alcuni libri, molti libri a dire il vero, ma ero convinto che una visione diretta sarebbe stata assai più proficua per il mio lavoro. Purtroppo non raggiunsi il mio scopo. Lorganizzazione era stata piuttosto semplice. Ero andato allistituto di medicina legale di Padova ed avevo ottenuto il permesso per assistere ad una autopsia che si sarebbe tenuta il giorno dopo. Il corpo scelto era appartenuto a una donna anziana, morta in seguito allesplosione della sua vecchia cucina a gas. Probabilmente scelsero quello perché allanatomopatologo stavo antipatico, non so. So solo che fu unesperienza terribile. Quando vidi il suo corpo disteso sul tavolo in acciaio pronto ad essere sezionato, mi venne in mente immediatamente un enorme pollo arrosto troppo cotto. A quellidea arrivò il primo conato di vomito, ma questo riuscii a controllarlo. Subito dopo le mie narici entrarono in contatto con lodore del cadavere. Anche lodore mi ricordava un pollo arrosto. Bloccai anche un secondo conato di vomito, questa volta con maggiore fatica. Provai a resistere il più a lungo possibile, ma il vedere la carne che veniva tagliata come una bistecca per vederne la cottura, mi aveva fatto cedere definitivamente. Corsi fuori e vomitai anche quello che avevo mangiato al pranzo della prima comunione. Che, se la memoria non mi tradisce, era proprio pollo arrosto con le patatine. Fu il mio primo e ultimo tentativo di vedere un cadavere. Per il romanzo mi limitai a copiare fedelmente un manuale di medicina legale.
Quanto accaduto a Sovramonte, però, era una situazione assai diversa. Il cadavere di un impiccato è molto differente da quello di una persona arsa viva, per cui forse questa volta non avrei avuto problemi di stomaco. Oltretutto, avevo appena scritto un racconto che trattava proprio dellimpiccagione, ispirandomi a un fatto storico che aveva visto per protagonista il nono Principe di Condè, e grazie a DIncau avrei potuto verificare sul campo le mie conoscenze teoriche; sempre, stomaco permettendo. È ovvio. Tuttavia, nonostante questa curiosità dovevo convenire con Toni che non erano affari miei, per cui a malincuore presi la decisione di tornare da Alvin a Zorzoi, senza chiedere a Joe di poterlo accompagnare.
Brutta storia. Si limitò a osservare Joe, passandosi la mano sul mento dove, come di consueto, faceva bella mostra di sé una barba di due giorni
Avete chiamato i carabinieri? chiesi tanto per non pensare al corpo penzolante nel vuoto.
Ovvio. rispose stizzito Toni. Hanno detto di non toccare nulla. E qui il proprietario dello spaccio scosse la testa, per far capire all'universo intero che non dovevano certo dirglielo i carabinieri come comportarsi, ma soprattutto non dovevo essere io. Gente di montagna. Al momento sono impegnati nella ricerca di alcuni turisti tedeschi dispersi durante unescursione. Arriveranno il prima possibile.
Arriveranno il prima possibile! Era il motto del comprensorio e come unità di tempo oscillava tra le sei ore e i sei giorni, con maggiore tendenza ai giorni piuttosto che alle ore.
Il dottor Sandri lhai chiamato? domandò Joe.
È andato via con i carabinieri nel caso servisse un medico agli escursionisti.
Joe alzò gli occhi al cielo.
Andiamo a dare unocchiata, noi allora. disse il proprietario del Soldier Field, issandosi dalla sedia. Tanto per fare qualcosa. E poi non possiamo certo lasciare il Renzi lì da solo.
Fatti due passi, si fermò notando che io non mi muovevo.
Lud, non vieni con noi? mi chiese Joe.
Toni a quelle parole mi guardò stortissimo. La storia del cittadino con uguali diritti non gli andava proprio giù. Se non avesse fatto quella faccia, sono certo che avrei declinato e me ne sarei tornato a casa, ma a Toni e al suo razzismo di montagna serviva una bella lezione.
Eccomi. dissi infine e che il mio stomaco me la mandasse buona.
Mi affiancai a Joe, il quale mi fece locchialino. Il suo invito era stato un modo per ricordare a Toni chi comandava in paese e il fatto che io avessi detto sì aveva reso la lezione ancora più cocente.
La casa di DIncau era collocata proprio nel centro di Sovramonte, a quattro passi dal Soldier Field. Come quasi tutti i fabbricati che costituiscono il paese, era intonacata di bianco e con il tetto spiovente. I suoi due piani erano equamente divisi: il negozio occupava il pian terreno, labitazione di DIncau il piano superiore. La bottega del falegname era a sua volta divisa in due. La prima stanza dove entrammo e dove trovammo Rezzi, seduto su una panca in legno, era dominata da un bancone su cui troneggiava una cassa in metallo piuttosto antiquata. Dietro una porticina, protetta da una tenda verde alquanto consunta, probabilmente cerano il laboratorio e il corpo di DIncau.
Al nostro ingresso Renzi si alzò. Aveva gli occhi segnati e dal suo volto trapelava un certo nervosismo. Si vedeva che essere rimasto nella stessa casa con un morto non era stato di suo gradimento.
A parlare per primo fu Joe, il quale non si perse in inutili convenevoli.
Il corpo è di là?
Renzi annuì, rimanendo fermo al suo posto. Non sarebbe certo stato lui a fare strada. Lo spettacolo non gli era piaciuto e non aveva nessuna intenzione di rivederlo. Fu quindi Joe il primo a oltrepassare la porticina di comunicazione, scostando la tenda verde. Dietro di lui entrò Toni, a testa bassa, quindi il sottoscritto. Ero arrivato fin lì, tanto valeva dare unocchiata. Male che fosse andata in due passi sarei arrivato in strada dove probabilmente avrei rigettato la pappetta del mio battesimo.
La scena era più o meno come lavevo immaginata: una sedia, una trave, una corda e un corpo. La sedia era ribaltata sul pavimento e sopra cera il corpo appeso alla corda legata alla trave. Morto era morto, nessun dubbio. La lingua blu spuntava gonfia dalla bocca. Una leggera bava aveva inumidito la barba di DIncau. I suoi occhi erano già vitrei e i pantaloni erano ben macchiati. Uno spettacolo sgradevole, ma nulla in confronta alla vecchia carbonizzata. Sarà stata la grappa ingurgitata insieme a Joe, ma questa volta non mi venne nessun conato. Anche lodore, per quanto acre e fastidioso, era sopportabile.
Chissà perché lha fatto... fece Toni, senza rivolgersi a nessun in particolare. Linflessione di voce quella gravità tipica dei funerali, quando ci si sforza di dimostrarsi contriti e partecipi del dolore altrui.
Se non sbaglio, oggi era lanniversario della morte di sua moglie, avvenuta lanno scorso. Cera molto affezionato. Non si è mai ripreso da quella tragedia. Forse questa è stata la ragione del suo gesto. disse Joe in risposta. Il suo tono di voce era normale. Apprezzai la sua mancanza di ipocrisia.
Io, intanto, continuavo a guardarmi in giro. La scena davanti a me aveva più di un particolare che mi faceva storcere il naso, e non mi riferivo certo allodore del cadavere. Come ho detto mi ero ben informato nei libri e se lomicidio del nono Principe di Condè, morto impiccato pur toccando coi piedi il pavimento si era rivelato un suicidio, in questo caso avevo il sospetto che la situazione fosse opposta.
Joe vendendomi chinato a guardare il pavimento, mi chiese cosa stessi facendo.
Hai visto quanta poca segatura cè per terra? gli domandai di rimando. Veramente poca per il laboratorio di un falegname; e per quel che mi ricordo, il buon DIncau non era certo un appassionato di spazzole e detersivi.
Ma cosa centra questo? sbottò Toni venendomi vicino. Il tono era tornato quello abituale. Per lui ero colpevole di mancanza di rispetto nei confronti di un SUO concittadino.
Oh, forse niente borbottai. Non avevo tempo da perdere con lui. Lo scostai e mi avvicinai al corpo penzolante per controllare una cosuccia che mi era venuta in mente.
I carabinieri hanno detto di non toccare niente. disse Toni afferrandomi per un braccio.
Non gli badai e mi rivolsi a Joe.
Non ti preoccupare, non è mia intenzione toccare nulla. Devo solo fare una verifica. Posso?
Joe si massaggiò la mascella, quindi mi diede il permesso. Mi liberai dalla stretta di Toni senza fare troppi complimenti, quindi, presi una sedia, non quella buttata a terra, e ci montai sopra per osservare il collo del cadavere. La corda era una di quelle da scalatore, robusta senza essere troppo grossa. Era di colore blu e nero e aveva lasciato dei segni piuttosto caratteristici. Mi bastò unocchiata, ma per scrupolo ne diedi una seconda.
Non è suicidio. Dissi, infine. Devo confessare che nel pronunciare quelle tre parole assunsi il tono dellesperto che ne ha viste tante in vita sua, da non contarle nemmeno più. Insomma me la tirai un po.
Cosa sta dicendo questo qui? proruppe Toni rivolto a Joe, il quale non gli badò per nulla, ma si limitò a chiedermi come mai ne fossi così sicuro.
Scesi dalla sedia e gli andai davanti. Risposi mantenendo un tono da professorino, che nelle mie intenzioni scimmiottava quello di Sherlock Holmes in presenza del fido Watson.
Quando uno muore impiccato, i muscoli dello sfintere si rilassano cosicchè è frequente la presenza di urina sotto il corpo dellimpiccato. Per questo sotto le botole dove si eseguono le impiccagioni cè sempre una bacinella di plastica. In questo caso, guardando i pantaloni troviamo conferma di quello che il nostro naso ha già percepito non appena siamo entrati: DIncau, se mi si perdona lirriverenza di fronte a un morto, se lè fatta addosso. Eppure sotto il corpo ci sono solo rade goccioline di pipì, incompatibili con lenorme macchia che ha sui calzoni. Come ho sottolineato prima qui presi una pausa di riflessione, da studiato attore shakespeariano. in questa stanza tutto è stranamente pulito, in particolare nel percorso tra il bancone e la trave, a riprova che qualcuno ha tolto, o meglio ha cercato di togliere, delle tracce, probabilmente liquidi organici e segni di colluttazione vari. A giudicare dalla zona pulita, direi che il rilascio di feci e urine è avvenuto proprio dietro al bancone.
E da questo hai capito che non si era suicidato? chiese pensieroso Joe. Non si era perso una parola di quello che avevo detto.
Toni imprecò. Lo fece in italiano, perché le bestemmie si dicono in italiano, non in dialetto; il resto del discorso, però, lo fece in bellunese, come per sottolineare ancora di più il baratro che separava il paese da me. Non gli andava giù che uno straniero venisse a insegnargli qualcosa.
Joe, ma gli dai pure retta? A me sembra una boiata. Non si sarebbe suicidato perché questo qui non trova della segatura sul pavimento o il segno di una pisciata?
Non solo per quello. replicai con il mio belumat misto padovano, tanto per fargli capire che lo capivo perfettamente. Toni fece tanto docchi. Persino il fatto che io sapessi parlare la sua lingua gli suonava offensivo. Joe, sali un attimo su uno sgabello e senza toccare nulla, se no Toni si scandalizza, guarda il collo della vittima e soffermati sui segni che ci sono.
Li vedo. disse Joe dopo qualche istante di osservazione. Lo disse in italiano. Apprezzai molto.
Bene, negli impiccati sul collo è tipica una lesione da sfregamento, detta orlo, provocata dalla corda usata come cappio, dal basso verso lalto perché appunto il nodo della corda si trova in alto dietro la nuca. In questo caso quel caratteristico sfregamento è del tutto assente. Lorlo qui è trasversale, tipico dello strangolamento. Quando si strangola un persona stringendo la corda, questa tende a posizionarsi parallelamente perché la trazione avviene sotto la nuca. Oltretutto, lorlo nellimpiccagione ha carattere discontinuo, perché il tratto del laccio che si dirige in alto verso il nodo si allontana dal collo, mentre nello strangolamento lorlo è continuo essendoci una pressione omogenea tutta intorno al collo provocata dallazione meccanica esercitata dallassassino. A questo aggiungiamo anche la profondità del solco. Nellimpiccagione il segno è più profondo dove grava il peso e meno nella parte opposta. La continuità della profondità è invece tipica nello strangolamento.
È come dici tu. I segni sono proprio paralleli e continui. Disse Joe scendendo dallo sgabello. Incredibile.
Nulla di straordinario. Tutte cose che un medico legale e un poliziotto con un po desperienza avrebbero trovato subito.
Già. Peccato che qui non ci siano né luno né laltro. replicò Joe, tornando a massaggiarsi la mascella. Ma tu, piuttosto, non eri un semplice scrittore?
Infatti, ma per scrivere un romanzo giallo ormai devi studiare anche medicina legale. A essere sincero, non è farina del mio sacco, ti ho citato quasi integralmente un libro di testo, che si usa allUniversità di Padova, e che mi aveva consigliato un mio amico medico legale.
Joe si mise a ridere.
Ne capissi di football quanto ne sai di medicina, probabilmente smetteresti di tifare per quella squadraccia e capiresti la poetica bellezza dei Bears.
Qui lo mandai allegramente a quel paese.
(to be continued...ma quas finit)
Last edited by Alvise on 27/02/2009, 16:56, edited 1 time in total.
- Angyair
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Re: Che palle la offseason
Solo se mi fai fare l'assassino di tifosi dei cowboys. :paper:Alvise wrote: che scatole. ecco la seconda parte. in un prossimo racconto ci ficco te dentro, preparati.
E comunque ormai ho smesso di legerti.
Dato che non mi passi più niente.....
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Re: Che palle la offseason
avessi avuto qualcosa da passarti...Angyair wrote: Solo se mi fai fare l'assassino di tifosi dei cowboys. :paper:
E comunque ormai ho smesso di legerti.
Dato che non mi passi più niente.....