promesso, lo finisco, prima o poi :lol2:doc G wrote: Carino pure questo, ma i bivi dove sono?
Re: Naufraghi 2.0
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Paperone
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Re: Naufraghi 2.0
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
La brevità per un doveroso up. 
Il venditore di nulla.
Un venditore di nulla sistema il suo banco nel mercato delle anime. Non ha niente da offrire, eppure c'è gente che si ferma lo stesso da lui. Aspettando chissà che. Forse non riescono a capacitarsi del fatto che il suo banco resterà sempre vuoto. Il venditore di nulla li osserva; a volte stupito, altre volte divertito. Spesso indifferente. Qualcuno lo trova antipatico. Altri -invece- lo hanno in simpatia. Molti nemmeno lo considerano (tutto fa brodo). In qualche -rara- occasione incrocia lo sguardo di qualcuno che gli somiglia parecchio; si tratta di persone che si trovano al mercato delle anime consapevoli che non compreranno nulla. Lo attraversano soltanto. Forse stanno andando da qualche altra parte e -nell'andarci- si trovano a passare di lì. Poi, quando incrociano lo sguardo del venditore di nulla, si sentono come di fronte a uno specchio: sanno di non avere niente da dirsi ma si sorridono. Ricambiandosi. Perché pare che con gli specchi funzioni così. Ma forse i ruoli sono intercambiabili; forse il venditore di nulla quando tira su il suo banco e se ne va -nell'andare a casa- attraversa un altro mercato di anime. E magari ci vede qualche viso familiare. E ad un certo momento ha come l'impressione di trovarsi di fronte a uno specchio. Succede mentre guarda un venditore che non ha nulla sul suo banco. Esistiamo nei ritagli di tempo. E in un modo che la gente normale fa fatica a capire. Il che è un po' assurdo perché la gente normale mica esiste. Ma tutti quanti hanno una risposta. Alcuni ne hanno anche più di una, in realtà. A dire il vero pare che ne abbiano un'infinità. Ne hanno così tante che si potrebbe -persino- perdere la voglia di far domande.
Il venditore di nulla.
Un venditore di nulla sistema il suo banco nel mercato delle anime. Non ha niente da offrire, eppure c'è gente che si ferma lo stesso da lui. Aspettando chissà che. Forse non riescono a capacitarsi del fatto che il suo banco resterà sempre vuoto. Il venditore di nulla li osserva; a volte stupito, altre volte divertito. Spesso indifferente. Qualcuno lo trova antipatico. Altri -invece- lo hanno in simpatia. Molti nemmeno lo considerano (tutto fa brodo). In qualche -rara- occasione incrocia lo sguardo di qualcuno che gli somiglia parecchio; si tratta di persone che si trovano al mercato delle anime consapevoli che non compreranno nulla. Lo attraversano soltanto. Forse stanno andando da qualche altra parte e -nell'andarci- si trovano a passare di lì. Poi, quando incrociano lo sguardo del venditore di nulla, si sentono come di fronte a uno specchio: sanno di non avere niente da dirsi ma si sorridono. Ricambiandosi. Perché pare che con gli specchi funzioni così. Ma forse i ruoli sono intercambiabili; forse il venditore di nulla quando tira su il suo banco e se ne va -nell'andare a casa- attraversa un altro mercato di anime. E magari ci vede qualche viso familiare. E ad un certo momento ha come l'impressione di trovarsi di fronte a uno specchio. Succede mentre guarda un venditore che non ha nulla sul suo banco. Esistiamo nei ritagli di tempo. E in un modo che la gente normale fa fatica a capire. Il che è un po' assurdo perché la gente normale mica esiste. Ma tutti quanti hanno una risposta. Alcuni ne hanno anche più di una, in realtà. A dire il vero pare che ne abbiano un'infinità. Ne hanno così tante che si potrebbe -persino- perdere la voglia di far domande.
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
Toni.
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Re: Naufraghi 2.0
La brevità non è la mia dote più evidente e caratteristica, ormai lo sapete.
Sperò però che non vi dispiaccia un nuovo tormentone.
Se vi va bene, posterò una o due volte la settimana al massimo, se vorrete un ritmo diverso ditemelo.
Comunque, in attesa del prossimo ritorno di Claudio Anselmi, questo racconto, seppur non brevissimo di per se, è comunque più breve de "Le vacche del Pontormo", il titolo è "L'inconsueta vicenda di Bombastic, i Gesuiti di Venezia ed un lassativo di rara efficacia".
Sperò però che non vi dispiaccia un nuovo tormentone.
Se vi va bene, posterò una o due volte la settimana al massimo, se vorrete un ritmo diverso ditemelo.
Comunque, in attesa del prossimo ritorno di Claudio Anselmi, questo racconto, seppur non brevissimo di per se, è comunque più breve de "Le vacche del Pontormo", il titolo è "L'inconsueta vicenda di Bombastic, i Gesuiti di Venezia ed un lassativo di rara efficacia".
- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
L’inconsueta vicenda di Bombastic, i Gesuiti di Venezia ed un lassativo di rara efficacia
Guardò fuori dalla finestra e vide il sole che troneggiava alto nell’azzurro di un cielo limpido, appena mosso da una leggera brezza che temperava un poco la temperatura di quella calda giornata primaverile che allietava la città di Roma.
“Che schifo di giornata!” Pensò “Come tutte le altre, d’altronde.”
E si rimise ad armeggiare, come tutti i giorni, tra alambicchi e provette. Centodieci e lode a ventuno anni in chimica per controllare il colore della pipì di qualche vecchia rugosa, senza grandi prospettive di miglioramento: forse che non era un motivo sufficiente per essere alienato e stanco a trent’anni?
Terminò di analizzare alcune provette piene di pipì, sangue e simili, si tolse quella specie di preservativi per dita che doveva indossare per otto ore al giorno e si andò a lavare le mani. L’orologio segnava le tredici e trenta, era ormai l’ora di andare a pranzo, se pranzo si poteva chiamare una pizza romana alla rucola e gamberetti, innaffiata da un bicchiere d’acqua minerale e da una tazzina di caffè, mangiata in piedi in quel buco di bar che si trovava all’angolo della strada.
Proprio mentre stava togliendosi il camice si diffuse nell’aria una esclamazione
“Buongiorno a tutti! Scusatemi il ritardo, so che è ora di pranzo, ma sarò rapido, avete terminato quelle analisi?”
“Mha, la segreteria è già chiusa, ma le stava facendo il dott. Vonenami che è ancora qui. Provi a chiederglielo.”
Il dott. Filippo Vonenami odiò con tutto il cuore il suo collega. Si riabbottonò il camice ed uscì dalla stanza, preparandosi a saltare il pranzo: aveva infatti riconosciuto al volo la voce di chi lo cercava: si trattava di un vecchio amico e compagno di scuola del proprietario del laboratorio, che possedeva una fiorente industria produttrice di prodotti di erboristeria e che spesso faceva compiere strane analisi su ancor più strani composti, la cui dote maggiore non era sicuramente quella della sinteticità.
“Prof. Colonna, buongiorno.”
“Ah, è lei il dott. Vonenami, non avevo ricollegato il nome al suo volto. Sa, purtroppo ormai posso ben dire che, con le mie attività, ho avuto modo di conoscere un cospicuo numero di persone ed oramai mi capita di aver immagazzinato nelle stanze della mia memoria un elevato numero di nomi ed un ancor più elevato numero di volti ed a volte capita di non ricollegare immediatamente uno dei primi ad uno dei secondi. Sa, i miei detrattori a volte tentano di affermare che questo è dovuto ai primi sintomi di una precoce senilità, anzi, a dire il vero non adoperano il termine precoce, ma in fin dei conti posso affermare di essere appena entrato nella fase della maturità. Sa, come soleva affermare Ruggero Bacone.... ma vedo che lei vuole dirmi qualcosa, sa, scusi, a volte mi faccio prendere dalla mia nota logorrea, ma capirà che... si, si, mi scusi, capisco che sia ora di pranzo, come diceva L’arbiter elegantiarum Petronio “Primum manducare”, ma adesso mi dica di quelle analisi.”
“Bhe, lei mi aveva chiesto di analizzare il grado di alcalinità di questo composto... ma cos’è, sembrerebbe un solvente, un discreto solvente!”
“Si, in parte...”
“Bene, questi sono i risultati, se vuole glieli illustro.”
“No, non serve, credo di essere in grado di leggerli; sa, nonostante quello che saranno soliti affermare i miei detrattori, la mia mente è ancora abbastanza agile e sa, ho una esperienza discreta in questi campi... inoltre, come diceva il grande Louis Pasteur nei suoi “Pensieri”... “
“Bombastic, ti porto su qualcosa da mangiare?” Aveva parlato un collega di Filippo che stava uscendo dal laboratorio
“No, grazie, tra pochissimi istanti uscirò anche io, è questione di pochi secondi, anche perché credo che il prof. Colonna stia per andar via, vero?”
“Si, senza dubbio, ma perché Bombastic?”
“Vabbhe, Filippo, ho capito, io vado, ci vediamo dopo.”
“Si, ti raggiungo tra un istante... saluto il professore e ti raggiungo. Bene prof. Colonna, io..”
“Scusi, ma stavamo dicendo... ah, si, perché Bombastic?”
“Dunque, lei conosceva quella canzone di quel negro americano”
“Canzone... sa, io non seguo molto.”
“C’è una canzone di grande successo intitolata appunto “Bombastic” e il nomignolo deriva da questo.”
“Ah, canzone, peccato.”
Il prof. Colonna aveva assunto un’aria tanto delusa che Filippo si sentì quasi in dovere di arricchire il racconto con un pizzico di colore
“Poi vede, mi chiamano così perché possiedo un cofanetto di legno di età imprecisata, con una targhetta di ottone con incisa, appunto la parola Bombastic”
“Cofanetto di legno di età imprecisata con targhetta di ottone... presto, mi dica, che cosa contiene?”
“Contiene un medaglione di bronzo, credo che sia molto antico, che su una faccia ha incisa una scritta e dall’altra un disegno.”
“Presto, mi descriva la scritta ed il disegno!”
“La scritta è in caratteri romani, semplice e..”
“Ma cosa c’è scritto, perdio!”
“Bhe, c’è scritto VITRIOL!”
“VITRIOL! VITRIOL! Ed il disegno?”
“Una bestia, forse un cavallo, in piedi che con le zampe anteriori regge qualche cosa, sembra una cetra...”
“L’asino che suona la lira! Debbo vederlo, la prego dottore, si rende conto dell’importanza? Altro che canzone!”
“Si, ora mi faccia andare a pranzo, poi glielo faro vedere senza meno...”
“Come può pensare al pranzo! Ma sa chi è Bombastic? Si tratta di Philippus Aurelius Theofrastus Bombastus Von Hoenheim, dal suo nome i suoi detrattori trassero il nomignolo irridente Bombastic, da Bombastus, poiché asserivano che lui fosse arrogante e pomposo.... ma lei ha capito di chi sto parlando, vero?”
“Veramente non ne ho idea.”
“Non ne ha idea? Un chimico che non conosce il grande Paracelso! Almeno il nome Paracelso le dirà qualcosa?”
“Qualcosa... mi pare fosse un mezzo stregone...”
“Alchimista e medico! Che ignoranza, alchimista e medico! Oltre a tutto il resto, un chimico lo dovrebbe conoscere se non altro per i suoi studi, i primi, sull’alcool e sugli alcali! Inoltre anticipò i risultati di Rutherford... conosce Rutherford almeno?”
“Bhe, Rutherford si, ho studiato molto su di lui...”
“Che tristezza, Rutherford è studiato e Paracelso misconosciuto, comunque Rutherford trasmutò l’azoto in idrogeno, rivelando l’esattezza dell’intuizione di Paracelso sul numero atomico quando nessuno, ripeto nessuno, aveva idea di cosa fosse un atomo!”
“Comunque senta, lei mi sta facendo saltare il pranzo per trattarmi da ignorante, mi scusi, ma credo che andrò a mangiare.”
“Ha ragione, alterandomi non ottengo risultati. Le darò con calma tutte le informazioni che le mancano quando mi inviterà a casa sua a vedere il medaglione. Stasera a che ora smette di lavorare?”
“Stasera credo di avere impegni e poi, mi scusi, io non faccio lo storico, faccio il chimico, tra l’altro mi sono laureato in chimica con 110 e lode, le informazioni sugli alchimisti del secolo scorso non mi interessano.”
“Cinque secoli fa. Paracelso è nato a Basilea nel 1473. Inoltre sono anch’io laureato in chimica, mi sono laureato a 21 anni al politecnico di Milano. A 23 mi sono laureato in Geologia alla Sapienza di Roma. A 25 in Scienze Biologiche al Politecnico di Torino. A 28 in Archeologia alla Sorbona di Parigi. A 30 in Lettere con indirizzo Semiologico a Bologna. Naturalmente sono stati tutti 110 e lode. Ho seguito corsi di letteratura medioevale all’Università Carolina di Praga, di architettura a Lione e di Psicologia a Londra ed a Vienna. Sono professore associato della cattedra di chimica pura presso la facoltà di farmacia dell’università La Sapienza di Roma. I miei laboratori producono i prodotti più apprezzati della Capitale nell’erboristeria e nella cosmetica e posseggo una industria farmaceutica. Crede davvero che io non le possa insegnare nulla? Verrò stasera a prenderla quando uscirà di qui. L’ora la chiederò in segreteria, vedo che sono tutti rientrati, ed ora mi scusi, io la saluto e lei vada pure a pranzo.”
“Ormai è finita la pausa, sono rientrati tutti. Voglio sperare che non mi voglia far saltare anche la cena.”
“Non si preoccupi, avrò il piacere di averla come mio ospite a cena, non appena mi avrà mostrato il medaglione.”
A quel punto Filippo, vista la tarda ora, telefonò al bar per farsi portare qualcosa da mangiare, ma i suoi colleghi affamati avevano ripulito la dispensa del locale. Finì per mangiare una busta di crakers, che pagò il triplo per il servizio a domicilio. Nel pomeriggio in ogni modo la sua irritazione diminuì notevolmente, forse per la fame, forse per la stanchezza, ed arrivò quasi a pentirsi della scortesia con cui aveva trattato il prof. Colonna. Quello che invece non era minimamente aumentato era il suo interesse per Paracelso e tremava al solo pensiero di dover trascorrere diverse ore a farsi rimbambire da quell’incredibile chiacchierone su argomenti sui quali non provava un interesse neanche velato.
Tra questi pensieri giunsero le sei del pomeriggio e Filippo ricominciò la svestizione che aveva interrotto quattro ore prima. Terminò di analizzare alcune provette piene di pipì, sangue e simili, si tolse quella specie di preservativi per dita che doveva indossare per otto ore al giorno e si andò a lavare le mani; si tolse quella specie di grembiule da massaia che gli toccava indossare sul lavoro e si infilò un giubbetto sportivo, stavolta senza essere interrotto. Proprio quando ebbe finito, entrò il prof. Colonna salutando ad alta voce
“Buonasera a tutti. Caro dott. Vonenami, vedo che è già pronto, vogliamo andare?”
“Andiamo.”
Detto ciò, scesero le scale di quel palazzo e si avviarono verso l’automobile del prof. Colonna, una BMW superaccessoriata, controllata da un posteggiatore abusivo cui era stata data una cospicua mancia. Le prime ombre della sera si allungavano sul quartiere Prati ed, incredibilmente, si cominciava ad intravedere anche qualche centimetro libero tra le auto parcheggiate e persino le auto in doppia fila cominciavano a diminuire, e talvolta gli escrementi dei piccioni che alloggiavano sugli alberi di via Ottaviano trovavano via libera fino a terra, senza colpire ne automobili parcheggiate ne teste di passanti inviperiti.
L’ammiraglia di lusso partì e percorse la strada più breve fino al lungotevere, restò sulla stessa strada finché non ebbe superato l’Isola Tiberina, attraversò il Tevere, costeggiò il Teatro Marcello, aggirò il Colosseo, si avviò per la salita di Colle Oppio, e si avventurò per il rione Monti. Lasciata via Cavour e superata la basilica di Santa Maria Maggiore, la BMW venne parcheggiata in una traversa di via Urbana, davanti ad un vecchio palazzo dal sapore barocco, che necessitava in modo evidente di una rinfrescata.
“Bella zona, sa? Molto frequentata da alchimisti e da ricercatori in genere... poi non è lontana via Panisperna con l’Istituto di Fermi...”
“No, non è lontana. Ma adesso venga. Mi scusi in anticipo, ma la casa è vecchia, l’ho ereditata, e sono tanti anni che non viene sistemata... anche l’arredamento era quasi tutto qui quando ho ereditato l’appartamento... sa i vantaggi sono la grandezza, oltre cento metri qui sono tanti, e la vicinanza con la metropolitana... vado sempre a lavoro con quella.”
“Non si preoccupi. A me piacciono le vestigia del passato.”
“Si, qui magari ci sono più rovine che vestigia, ma comunque io ci vivo bene. Poi mi debbo scusare anche di questa mattina, ma ero nervoso per motivi che non la riguardavano, mi spiace di averla trattata rudemente.”
“Oh, non si preoccupi, sa, a volte mi faccio prendere dalla mia logorrea. Ma ora andiamo, sono veramente curioso.”
Filippo aprì il portone, accese la luce delle scale ed iniziò a salire, per fermarsi subito al primo piano. L’interno del palazzo era vetusto come l’esterno, le scale necessitavano di una pulita, i pavimenti di una arrotata ed i muri di una imbiancata. Filippo aprì la porta del suo appartamento, un pesante portone di castagno, accese la luce e fece strada. L’appartamento era meno rovinato del palazzo, si notava subito una pulizia accettabile, mura con intonaci dignitosi, pavimenti alla veneziana ben conservati, lampadari, termosifoni e prese elettriche moderni ma di buon gusto. L’arredamento del corridoio era composto solo da uno scrittoio dove era posato un telefono, un appendipanni ed alcuni quadri, tutto antico e di buon gusto, ma di non grande valore. Le stanze invece erano tutte occupate da almeno uno o due pezzi molto antichi, di ottima fattura e di buon valore, il prof. Colonna fu interessato soprattutto da un comò del XVI secolo che si trovava in camera da letto, da un San Pietro orante del XV secolo che faceva bella mostra di se in salotto, di fronte ad una libreria di poco più recente, ed infine da uno splendido tavolo fratino.
“I miei complimenti per il mobilio, di valore e di gusto.”
“I complimenti non vanno a me, ma a qualche mio antenato che mi ha lasciato in eredità tutto ciò. Io mi sono limitato ad apprezzare e conservare.”
“E non è poco, mi creda, non è poco. Ma ora basta, vediamo il medaglione.”
“Bene, vediamo il medaglione.”
Filippo aprì un cassetto della libreria tanto ammirata dal prof. Colonna e tirò fuori un cofanetto di legno, dall’aspetto molto antico, con una targa non di ottone, ma di bronzo, su cui si leggeva a fatica, a causa dei segni del tempo, la parola “Bombastic”.
Guardò fuori dalla finestra e vide il sole che troneggiava alto nell’azzurro di un cielo limpido, appena mosso da una leggera brezza che temperava un poco la temperatura di quella calda giornata primaverile che allietava la città di Roma.
“Che schifo di giornata!” Pensò “Come tutte le altre, d’altronde.”
E si rimise ad armeggiare, come tutti i giorni, tra alambicchi e provette. Centodieci e lode a ventuno anni in chimica per controllare il colore della pipì di qualche vecchia rugosa, senza grandi prospettive di miglioramento: forse che non era un motivo sufficiente per essere alienato e stanco a trent’anni?
Terminò di analizzare alcune provette piene di pipì, sangue e simili, si tolse quella specie di preservativi per dita che doveva indossare per otto ore al giorno e si andò a lavare le mani. L’orologio segnava le tredici e trenta, era ormai l’ora di andare a pranzo, se pranzo si poteva chiamare una pizza romana alla rucola e gamberetti, innaffiata da un bicchiere d’acqua minerale e da una tazzina di caffè, mangiata in piedi in quel buco di bar che si trovava all’angolo della strada.
Proprio mentre stava togliendosi il camice si diffuse nell’aria una esclamazione
“Buongiorno a tutti! Scusatemi il ritardo, so che è ora di pranzo, ma sarò rapido, avete terminato quelle analisi?”
“Mha, la segreteria è già chiusa, ma le stava facendo il dott. Vonenami che è ancora qui. Provi a chiederglielo.”
Il dott. Filippo Vonenami odiò con tutto il cuore il suo collega. Si riabbottonò il camice ed uscì dalla stanza, preparandosi a saltare il pranzo: aveva infatti riconosciuto al volo la voce di chi lo cercava: si trattava di un vecchio amico e compagno di scuola del proprietario del laboratorio, che possedeva una fiorente industria produttrice di prodotti di erboristeria e che spesso faceva compiere strane analisi su ancor più strani composti, la cui dote maggiore non era sicuramente quella della sinteticità.
“Prof. Colonna, buongiorno.”
“Ah, è lei il dott. Vonenami, non avevo ricollegato il nome al suo volto. Sa, purtroppo ormai posso ben dire che, con le mie attività, ho avuto modo di conoscere un cospicuo numero di persone ed oramai mi capita di aver immagazzinato nelle stanze della mia memoria un elevato numero di nomi ed un ancor più elevato numero di volti ed a volte capita di non ricollegare immediatamente uno dei primi ad uno dei secondi. Sa, i miei detrattori a volte tentano di affermare che questo è dovuto ai primi sintomi di una precoce senilità, anzi, a dire il vero non adoperano il termine precoce, ma in fin dei conti posso affermare di essere appena entrato nella fase della maturità. Sa, come soleva affermare Ruggero Bacone.... ma vedo che lei vuole dirmi qualcosa, sa, scusi, a volte mi faccio prendere dalla mia nota logorrea, ma capirà che... si, si, mi scusi, capisco che sia ora di pranzo, come diceva L’arbiter elegantiarum Petronio “Primum manducare”, ma adesso mi dica di quelle analisi.”
“Bhe, lei mi aveva chiesto di analizzare il grado di alcalinità di questo composto... ma cos’è, sembrerebbe un solvente, un discreto solvente!”
“Si, in parte...”
“Bene, questi sono i risultati, se vuole glieli illustro.”
“No, non serve, credo di essere in grado di leggerli; sa, nonostante quello che saranno soliti affermare i miei detrattori, la mia mente è ancora abbastanza agile e sa, ho una esperienza discreta in questi campi... inoltre, come diceva il grande Louis Pasteur nei suoi “Pensieri”... “
“Bombastic, ti porto su qualcosa da mangiare?” Aveva parlato un collega di Filippo che stava uscendo dal laboratorio
“No, grazie, tra pochissimi istanti uscirò anche io, è questione di pochi secondi, anche perché credo che il prof. Colonna stia per andar via, vero?”
“Si, senza dubbio, ma perché Bombastic?”
“Vabbhe, Filippo, ho capito, io vado, ci vediamo dopo.”
“Si, ti raggiungo tra un istante... saluto il professore e ti raggiungo. Bene prof. Colonna, io..”
“Scusi, ma stavamo dicendo... ah, si, perché Bombastic?”
“Dunque, lei conosceva quella canzone di quel negro americano”
“Canzone... sa, io non seguo molto.”
“C’è una canzone di grande successo intitolata appunto “Bombastic” e il nomignolo deriva da questo.”
“Ah, canzone, peccato.”
Il prof. Colonna aveva assunto un’aria tanto delusa che Filippo si sentì quasi in dovere di arricchire il racconto con un pizzico di colore
“Poi vede, mi chiamano così perché possiedo un cofanetto di legno di età imprecisata, con una targhetta di ottone con incisa, appunto la parola Bombastic”
“Cofanetto di legno di età imprecisata con targhetta di ottone... presto, mi dica, che cosa contiene?”
“Contiene un medaglione di bronzo, credo che sia molto antico, che su una faccia ha incisa una scritta e dall’altra un disegno.”
“Presto, mi descriva la scritta ed il disegno!”
“La scritta è in caratteri romani, semplice e..”
“Ma cosa c’è scritto, perdio!”
“Bhe, c’è scritto VITRIOL!”
“VITRIOL! VITRIOL! Ed il disegno?”
“Una bestia, forse un cavallo, in piedi che con le zampe anteriori regge qualche cosa, sembra una cetra...”
“L’asino che suona la lira! Debbo vederlo, la prego dottore, si rende conto dell’importanza? Altro che canzone!”
“Si, ora mi faccia andare a pranzo, poi glielo faro vedere senza meno...”
“Come può pensare al pranzo! Ma sa chi è Bombastic? Si tratta di Philippus Aurelius Theofrastus Bombastus Von Hoenheim, dal suo nome i suoi detrattori trassero il nomignolo irridente Bombastic, da Bombastus, poiché asserivano che lui fosse arrogante e pomposo.... ma lei ha capito di chi sto parlando, vero?”
“Veramente non ne ho idea.”
“Non ne ha idea? Un chimico che non conosce il grande Paracelso! Almeno il nome Paracelso le dirà qualcosa?”
“Qualcosa... mi pare fosse un mezzo stregone...”
“Alchimista e medico! Che ignoranza, alchimista e medico! Oltre a tutto il resto, un chimico lo dovrebbe conoscere se non altro per i suoi studi, i primi, sull’alcool e sugli alcali! Inoltre anticipò i risultati di Rutherford... conosce Rutherford almeno?”
“Bhe, Rutherford si, ho studiato molto su di lui...”
“Che tristezza, Rutherford è studiato e Paracelso misconosciuto, comunque Rutherford trasmutò l’azoto in idrogeno, rivelando l’esattezza dell’intuizione di Paracelso sul numero atomico quando nessuno, ripeto nessuno, aveva idea di cosa fosse un atomo!”
“Comunque senta, lei mi sta facendo saltare il pranzo per trattarmi da ignorante, mi scusi, ma credo che andrò a mangiare.”
“Ha ragione, alterandomi non ottengo risultati. Le darò con calma tutte le informazioni che le mancano quando mi inviterà a casa sua a vedere il medaglione. Stasera a che ora smette di lavorare?”
“Stasera credo di avere impegni e poi, mi scusi, io non faccio lo storico, faccio il chimico, tra l’altro mi sono laureato in chimica con 110 e lode, le informazioni sugli alchimisti del secolo scorso non mi interessano.”
“Cinque secoli fa. Paracelso è nato a Basilea nel 1473. Inoltre sono anch’io laureato in chimica, mi sono laureato a 21 anni al politecnico di Milano. A 23 mi sono laureato in Geologia alla Sapienza di Roma. A 25 in Scienze Biologiche al Politecnico di Torino. A 28 in Archeologia alla Sorbona di Parigi. A 30 in Lettere con indirizzo Semiologico a Bologna. Naturalmente sono stati tutti 110 e lode. Ho seguito corsi di letteratura medioevale all’Università Carolina di Praga, di architettura a Lione e di Psicologia a Londra ed a Vienna. Sono professore associato della cattedra di chimica pura presso la facoltà di farmacia dell’università La Sapienza di Roma. I miei laboratori producono i prodotti più apprezzati della Capitale nell’erboristeria e nella cosmetica e posseggo una industria farmaceutica. Crede davvero che io non le possa insegnare nulla? Verrò stasera a prenderla quando uscirà di qui. L’ora la chiederò in segreteria, vedo che sono tutti rientrati, ed ora mi scusi, io la saluto e lei vada pure a pranzo.”
“Ormai è finita la pausa, sono rientrati tutti. Voglio sperare che non mi voglia far saltare anche la cena.”
“Non si preoccupi, avrò il piacere di averla come mio ospite a cena, non appena mi avrà mostrato il medaglione.”
A quel punto Filippo, vista la tarda ora, telefonò al bar per farsi portare qualcosa da mangiare, ma i suoi colleghi affamati avevano ripulito la dispensa del locale. Finì per mangiare una busta di crakers, che pagò il triplo per il servizio a domicilio. Nel pomeriggio in ogni modo la sua irritazione diminuì notevolmente, forse per la fame, forse per la stanchezza, ed arrivò quasi a pentirsi della scortesia con cui aveva trattato il prof. Colonna. Quello che invece non era minimamente aumentato era il suo interesse per Paracelso e tremava al solo pensiero di dover trascorrere diverse ore a farsi rimbambire da quell’incredibile chiacchierone su argomenti sui quali non provava un interesse neanche velato.
Tra questi pensieri giunsero le sei del pomeriggio e Filippo ricominciò la svestizione che aveva interrotto quattro ore prima. Terminò di analizzare alcune provette piene di pipì, sangue e simili, si tolse quella specie di preservativi per dita che doveva indossare per otto ore al giorno e si andò a lavare le mani; si tolse quella specie di grembiule da massaia che gli toccava indossare sul lavoro e si infilò un giubbetto sportivo, stavolta senza essere interrotto. Proprio quando ebbe finito, entrò il prof. Colonna salutando ad alta voce
“Buonasera a tutti. Caro dott. Vonenami, vedo che è già pronto, vogliamo andare?”
“Andiamo.”
Detto ciò, scesero le scale di quel palazzo e si avviarono verso l’automobile del prof. Colonna, una BMW superaccessoriata, controllata da un posteggiatore abusivo cui era stata data una cospicua mancia. Le prime ombre della sera si allungavano sul quartiere Prati ed, incredibilmente, si cominciava ad intravedere anche qualche centimetro libero tra le auto parcheggiate e persino le auto in doppia fila cominciavano a diminuire, e talvolta gli escrementi dei piccioni che alloggiavano sugli alberi di via Ottaviano trovavano via libera fino a terra, senza colpire ne automobili parcheggiate ne teste di passanti inviperiti.
L’ammiraglia di lusso partì e percorse la strada più breve fino al lungotevere, restò sulla stessa strada finché non ebbe superato l’Isola Tiberina, attraversò il Tevere, costeggiò il Teatro Marcello, aggirò il Colosseo, si avviò per la salita di Colle Oppio, e si avventurò per il rione Monti. Lasciata via Cavour e superata la basilica di Santa Maria Maggiore, la BMW venne parcheggiata in una traversa di via Urbana, davanti ad un vecchio palazzo dal sapore barocco, che necessitava in modo evidente di una rinfrescata.
“Bella zona, sa? Molto frequentata da alchimisti e da ricercatori in genere... poi non è lontana via Panisperna con l’Istituto di Fermi...”
“No, non è lontana. Ma adesso venga. Mi scusi in anticipo, ma la casa è vecchia, l’ho ereditata, e sono tanti anni che non viene sistemata... anche l’arredamento era quasi tutto qui quando ho ereditato l’appartamento... sa i vantaggi sono la grandezza, oltre cento metri qui sono tanti, e la vicinanza con la metropolitana... vado sempre a lavoro con quella.”
“Non si preoccupi. A me piacciono le vestigia del passato.”
“Si, qui magari ci sono più rovine che vestigia, ma comunque io ci vivo bene. Poi mi debbo scusare anche di questa mattina, ma ero nervoso per motivi che non la riguardavano, mi spiace di averla trattata rudemente.”
“Oh, non si preoccupi, sa, a volte mi faccio prendere dalla mia logorrea. Ma ora andiamo, sono veramente curioso.”
Filippo aprì il portone, accese la luce delle scale ed iniziò a salire, per fermarsi subito al primo piano. L’interno del palazzo era vetusto come l’esterno, le scale necessitavano di una pulita, i pavimenti di una arrotata ed i muri di una imbiancata. Filippo aprì la porta del suo appartamento, un pesante portone di castagno, accese la luce e fece strada. L’appartamento era meno rovinato del palazzo, si notava subito una pulizia accettabile, mura con intonaci dignitosi, pavimenti alla veneziana ben conservati, lampadari, termosifoni e prese elettriche moderni ma di buon gusto. L’arredamento del corridoio era composto solo da uno scrittoio dove era posato un telefono, un appendipanni ed alcuni quadri, tutto antico e di buon gusto, ma di non grande valore. Le stanze invece erano tutte occupate da almeno uno o due pezzi molto antichi, di ottima fattura e di buon valore, il prof. Colonna fu interessato soprattutto da un comò del XVI secolo che si trovava in camera da letto, da un San Pietro orante del XV secolo che faceva bella mostra di se in salotto, di fronte ad una libreria di poco più recente, ed infine da uno splendido tavolo fratino.
“I miei complimenti per il mobilio, di valore e di gusto.”
“I complimenti non vanno a me, ma a qualche mio antenato che mi ha lasciato in eredità tutto ciò. Io mi sono limitato ad apprezzare e conservare.”
“E non è poco, mi creda, non è poco. Ma ora basta, vediamo il medaglione.”
“Bene, vediamo il medaglione.”
Filippo aprì un cassetto della libreria tanto ammirata dal prof. Colonna e tirò fuori un cofanetto di legno, dall’aspetto molto antico, con una targa non di ottone, ma di bronzo, su cui si leggeva a fatica, a causa dei segni del tempo, la parola “Bombastic”.
-
Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
Doc io lo leggerò a rate perché in questo periodo non reggo le cose troppo lunghe. :lol2:
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
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Re: Naufraghi 2.0
Ma tanto posterò a rate, non preoccuparti! Per leggere questo hai almeno fino a metà della prossima settimana! :lol2: :lol2: :lol2:
- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
Filippo aprì un cassetto della libreria tanto ammirata dal prof. Colonna e tirò fuori un cofanetto di legno, dall’aspetto molto antico, con una targa non di ottone, ma di bronzo, su cui si leggeva a fatica, a causa dei segni del tempo, la parola “Bombastic”.
Il maturo studioso prese il cofanetto e lo aprì con le mani tremanti per l’emozione: gli antichi cardini di bronzo cigolarono rumorosamente, ma il coperchio si sollevò rivelando un medaglione, poggiato su un panno di velluto su cui si indovinavano a fatica i segni di una lavorazione damascata.
Con infinita cautela il prof. Colonna prese il medaglione e lo studiò con attenzione finché, con gli occhi lucidi per l’emozione, alzò lo sguardo e disse
“Potrebbe essere originale... guarda qui, vedi... scusa per il tu, ma sono troppo eccitato...”
“No, no, anzi... chiamami pure Filippo”
“Bene, vedi, su questa faccia c’è la figura di un asino che suona la cetra, un simbolo alchemico che rappresenta l’ignorante che tenta di comprendere i misteri dell’armonia della natura. Sull’altra faccia c’è invece la scritta “VITRIOL”, come mi avevi preannunciato, che è l’acronimo della frase Visita Interiora Tellus, Rectificando Invenies Occultam Lapidem...”
“E cioè?”
“E cioè visita l’interno della terra e guardandoti intorno (o, come dicono alcuni, procedendo rettamente) troverai la pietra nascosta. Si tratta di un broccardo alchemico che suggerisce lo spirito con cui cercare la pietra filosofale: occorre conoscere se stessi ed indagare la natura, l’interno della terra ha una simbologia bivalente, con il giusto spirito e senza pregiudizi, sfruttando i risultati dei saggi che ci hanno preceduto.”
“D’accordo, ma non capisco ancora il valore del medaglione: una figura con una frase... la fattura è buona, ma non così tanto da...”
“Calma. Già l’età del manufatto gli dona un valore venale: se appartenne a Paracelso risale alla prima metà del XVI secolo. Paracelso si spostò molto: lavorò a Basilea, a Zurigo, in Baviera, nel Palatinato, a Praga, e qui io ho visitato la casa dove soggiornò, sulla Karlova, a Lione, ed anche qui io ho soggiornato nella sua casa di rue St. Jean, a Torino. In ogni spostamento era difficile per lui portarsi dietro l’intero laboratorio, così si fece realizzare alcuni alambicchi ed altri contenitori da viaggio e sette medaglioni. I sette medaglioni tutti avevano su di una faccia la scritta VITRIOL e sull’altra un disegno con un simbolo alchemico. Io non ne ho visto nessuno direttamente fino ad oggi, sempre che questo sia autentico, ma ho visto alcuni disegni su alcuni vecchi tomi e posso dire che un medaglione rappresentava la Torre di Babele, un medaglione l’alchimista che protegge L’Atanor, ...”
“L’Atanor?”
“La fornace che permette di portare l’opera allo stato di nigredo ed albedo.”
“Ah, ora è tutto chiaro.”
“Bene. Su di un altro medaglione era rappresentato il Bafometto, la divinità della setta degli assassini di Hasan Shabba, il vecchio della montagna, su un altro Thoth, il Dio Egizio, nell’atto di donare la scrittura agli uomini e su di un altro il labirinto iniziatico. Li ho fatti riprodurre tutti, con questo me ne manca solo uno.”
“Se non sono indiscreto, ma perché tutto questo lavoro? Per amor di Paracelso mi sembra eccessivo!”
“Eccessivo? Per amor di Paracelso? Io li riproduco perché voglio realizzare la Grande Opera, La Pietra Filosofale, e la realizzerò con il tuo aiuto!”
“Il mio... no, senta, io...”
“Zitto! Tu prima di tutto sei un chimico, poi ti chiami Vonenami, senza dubbio una storpiatura di Von Hoenheim, il cognome di Paracelso, senza dubbio, non lo capisci, tu sei un discendente di Paracelso! Oggi pomeriggio ho fatto svolgere ricerche araldiche sul tuo conto. Un discendente di Paracelso che fa il chimico, non vedi il disegno del destino? Tu mi dovrai aiutare nel realizzare la Grande Opera! Mi dovrai aiutare perché il fato te lo impone!”
“No, guarda bello, io sono un chimico, non uno stregone!”
“Alchimista! La chimica è una degenerazione, se vuoi una semplificazione dell’alchimia, arte alla portata di pochi. L’alchimia non è un mezzo per trovare la pietra filosofale, che comunque ha i pregi non disprezzabili di poter donare la ricchezza ed una vita lunghissima, ma è un’arte che consente di elevare il proprio spirito al di sopra della mediocrità generale, che consente all’uomo di proiettarsi ad un livello superiore di conoscenza, saggezza e spiritualità. La chimica sfrutta solamente gli aspetti materiali dell’alchimia, che sono riproducibili da tutti, senza bisogno di particolari capacità superiori.”
“Senti, io di capacità superiori...”
“Silenzio. Un erede di Paracelso che faccia il chimico e che per di più abbia lo stesso nome, Filippo, non può non averle.”
“Come fai a sapere che io...”
“Perché anche io ho capacità particolari.”
“Ma fammi il piacere. E poi io l’alchimista non lo so fare.”
“Imparerai. Ti insegnerò io. Io ho bisogno di qualcuno a cui comunicare la mia opera, sono stanco di non poter comunicare con nessuno, di tenermi tutto dentro, di essere solo come un cane. Ti ho visto all’opera in questi ultimi mesi e mi hai colpito, primo per le tue capacità, secondo per questa tua insoddisfazione, per questa tua voglia di emergere.”
“E come si farebbe le pietra filosofale?”
“Si prende una sostanza primigenia, forse un solvente universale, sono vicino alla formula, ...”
“Ecco cosa sono tutti quei solventi che mi hai fatto analizzare!”
“Si mette questa sostanza in un uovo filosofale, di cui ho trovato alcune riproduzioni, si mescola con mercurio, zolfo e fuoco sacro, ovvero un metallo rosso, anche qui ho delle teorie. Si mette tutto nell’Atanor, una fornace la cui forma ho trovato in migliaia di testi, e si scalda il tutto. Ne esce una sostanza nera, detta nigredo. Scaldando ancora, le impurità evaporano e si ha una sostanza bianca, detta albedo. Attraverso altre cinque cotture, sette in tutto, con alcuni interventi di carattere spirituale, si arriva alla pietra vera e propria, di color zafferano. La polvere di questa pietra si può utilizzare, sempre con interventi spirituali, sia per trasmutare metalli vili in oro, sia per preparare un elisir di lunga vita.”
“Bene. Si mescolano mercurio e zolfo in quantità imprecisate con una sostanza imprecisata, chissà, forse un solvente, ed un’altra sostanza imprecisata, forse un metallo, si mettono in una fornace imprecisata ad una temperatura imprecisata, per sette volte; si dicono alcune paroline magiche, la sostanza cambia colore peggio di un semaforo e diventa gialla. A questo punto con procedimenti imprecisati ed altre paroline magiche la sostanza ti rende ricco e longevo, nonché saggio e giusto, manco fossi Merlino.”
“Merlino, anzi, Myrrdyn, era un alchimista.”
“Va bene, comunque non ti sembra un po’ difficilino, appena un poco, questa operazione?”
“Noi ne abbiamo le capacità e possiamo riuscire.”
“Parla al singolare, per favore.”
“No. Io ti conosco meglio di quanto tu stesso ti conosca, siediti ed ascolta il racconto della tua vita.”
“Della mia vita?”
“Non crederai che io mi scelga un socio senza conoscere tutto di lui?”
“Mi fai quasi paura.”
“Tu a scuola eri molto bravo, uno dei migliori, portato ad esempio, stimato. La tua famiglia ti viziava, ti sentivi un grande uomo, una persona importante, ti sentivi soprattutto più intelligente di chi ti attorniava. Non fare facce strane, questo l’ho solo dedotto, non è difficile, e poi fin qui la tua vita non è molto interessante. Appena laureato sei stato assunto da una società farmaceutica ed hai partecipato agli studi su un farmaco contro i foruncoli, che alla fine siete riusciti a far approvare anche dalla severissima commissione americana. Appena ottenuto questo successo, la ditta è stata venduta ad una multinazionale e tu, con la quasi totalità dei tuoi colleghi, siete stati licenziati. A questo punto sei andato a lavorare, probabilmente pensavi che fosse per un periodo limitato, in attesa di meglio, per un laboratorio di erboristeria, che però ha presto cessato le attività, e tu, sempre in attesa di tempi migliori, non volendoti allontanare da Roma, hai cominciato a lavorare per il laboratorio di analisi, mandando però domande di assunzione ad un’infinità di industrie. Il tempo però ormai era trascorso, tu avevi quasi trent’anni, una esperienza solamente nel settore farmaceutico, un settore in grave crisi dopo i fatti di De Lorenzo, un settore dove ormai le assunzioni sono rare. Le altre industrie non hanno voluto assumere una persona che a trent’anni non avesse nessuna esperienza nel loro settore e così non hai ricevuto alcuna risposta alle tue domande.”
“Ma tu come...”
“Silenzio, in parte mi sono informato, tra l’altro hai mandato una richiesta di assunzione, correlata di curriculum, anche alla mia industria, in parte ho dedotto. Pochi mesi fa due tuoi coetanei, che erano tuoi colleghi sia nell’industria farmaceutica sia nel laboratorio di erboristeria, hanno aperto un loro laboratorio, naturalmente di erboristeria, e ti hanno proposto di entrare in società con loro.”
“Ma... tu...”
“Il laboratorio l’ho rilevato e i tuoi ex colleghi li ho assunti. I due che erano tuoi colleghi sono un farmacista ed un biologo, mi hanno parlato benissimo di te quando gli ho chiesto informazioni. Il terzo socio era un chimico di una certa età, pensionato, che non capisce un’accidente. Non ci voleva un genio per capire come fossero andate le cose. Ti hanno proposto di entrare in società con loro e tu hai avuto paura. Hai avuto paura perché volevi il posto fisso, lo stipendio a fine mese e soprattutto temevi di non riuscire. Questo è stato un colpo durissimo per la stima che avevi in te stesso. Ti ritenevi quasi un genio, poi ti sei accorto di essere poco più brillante della media, poi infine ti sei comportato come un mediocre qualunque, e tu non accettavi la tua mediocrità. Per questo sei sempre scontento.”
“Senti, basta, di mediocrità ne parli a tuo nonno!”
Colonna si era posto fra Filippo e il lampadario; sul suo volto affilato la luce posteriore creava ombre e riflessi inquietanti ed il suo pizzetto fremeva a causa dell’eccitazione del discorrere, dando al maturo professore un aspetto quasi diabolico.
“Ti ho detto di aver seguito dei corsi di psicologia: sono sempre stato il migliore del corso, non mi puoi nascondere cose tanto evidenti. Quello che io ti offro ora è la possibilità di superare tutto questo. Ti offro la direzione delle mie erboristerie ed una quota societaria in esse, si tratta di S.r.l. e quindi non erediterai debiti, e ti offro di diventare mio socio nella ricerca della pietra filosofale. Quello però che deve convincerti è la possibilità di effettuare una scelta coraggiosa, di tentare una sfida impossibile e di vincerla, uscendo definitivamente dalla mediocrità, dimostrando di avere dei numeri, delle capacità che le persone normali non hanno.”
“Ma perché mi offriresti tutto ciò? Perché proprio a me? Cosa vuoi in cambio?”
“Lo offro a te perché ho intuito le tue capacità di chimico: ti ho visto all’opera al laboratorio, hai esperienza nei settori che mi interessano; in più sei un discendente di Paracelso; inoltre ti ho fatto studiare da un chiaroveggente e da un astrologo; le tue caratteristiche astrali sono particolarmente favorevoli; ne sono certo, senza dubbio sei l’uomo giusto. Non ti chiedo la tua anima, non sono un novello Mefistofele, ti chiedo solo di metterla tutta, la tua anima, nel progetto che dovremo realizzare. Ora ti saluto, domani andremo dal mio notaio e dal mio avvocato a mettere a punto la tua lettera di dimissioni e le caratteristiche dei tuoi nuovi ruoli, ti passerò a prendere alle otto. So quanto guadagni, da subito ti darò il doppio, come stipendio, e ti permetterò di guadagnare anche come socio dell’erboristeria.”
Detto ciò il prof. Colonna si voltò, fece un vago cenno di saluto e se ne andò, lasciando seduto su una sedia il corpo di Filippo inerte, con lo sguardo spento, fisso verso il muro, con il medaglione in mano. Il chimico passò ore intere nella più completa immobilità, poi, a fatica, si trascinò sul letto, dove si addormentò completamente vestito.
Il maturo studioso prese il cofanetto e lo aprì con le mani tremanti per l’emozione: gli antichi cardini di bronzo cigolarono rumorosamente, ma il coperchio si sollevò rivelando un medaglione, poggiato su un panno di velluto su cui si indovinavano a fatica i segni di una lavorazione damascata.
Con infinita cautela il prof. Colonna prese il medaglione e lo studiò con attenzione finché, con gli occhi lucidi per l’emozione, alzò lo sguardo e disse
“Potrebbe essere originale... guarda qui, vedi... scusa per il tu, ma sono troppo eccitato...”
“No, no, anzi... chiamami pure Filippo”
“Bene, vedi, su questa faccia c’è la figura di un asino che suona la cetra, un simbolo alchemico che rappresenta l’ignorante che tenta di comprendere i misteri dell’armonia della natura. Sull’altra faccia c’è invece la scritta “VITRIOL”, come mi avevi preannunciato, che è l’acronimo della frase Visita Interiora Tellus, Rectificando Invenies Occultam Lapidem...”
“E cioè?”
“E cioè visita l’interno della terra e guardandoti intorno (o, come dicono alcuni, procedendo rettamente) troverai la pietra nascosta. Si tratta di un broccardo alchemico che suggerisce lo spirito con cui cercare la pietra filosofale: occorre conoscere se stessi ed indagare la natura, l’interno della terra ha una simbologia bivalente, con il giusto spirito e senza pregiudizi, sfruttando i risultati dei saggi che ci hanno preceduto.”
“D’accordo, ma non capisco ancora il valore del medaglione: una figura con una frase... la fattura è buona, ma non così tanto da...”
“Calma. Già l’età del manufatto gli dona un valore venale: se appartenne a Paracelso risale alla prima metà del XVI secolo. Paracelso si spostò molto: lavorò a Basilea, a Zurigo, in Baviera, nel Palatinato, a Praga, e qui io ho visitato la casa dove soggiornò, sulla Karlova, a Lione, ed anche qui io ho soggiornato nella sua casa di rue St. Jean, a Torino. In ogni spostamento era difficile per lui portarsi dietro l’intero laboratorio, così si fece realizzare alcuni alambicchi ed altri contenitori da viaggio e sette medaglioni. I sette medaglioni tutti avevano su di una faccia la scritta VITRIOL e sull’altra un disegno con un simbolo alchemico. Io non ne ho visto nessuno direttamente fino ad oggi, sempre che questo sia autentico, ma ho visto alcuni disegni su alcuni vecchi tomi e posso dire che un medaglione rappresentava la Torre di Babele, un medaglione l’alchimista che protegge L’Atanor, ...”
“L’Atanor?”
“La fornace che permette di portare l’opera allo stato di nigredo ed albedo.”
“Ah, ora è tutto chiaro.”
“Bene. Su di un altro medaglione era rappresentato il Bafometto, la divinità della setta degli assassini di Hasan Shabba, il vecchio della montagna, su un altro Thoth, il Dio Egizio, nell’atto di donare la scrittura agli uomini e su di un altro il labirinto iniziatico. Li ho fatti riprodurre tutti, con questo me ne manca solo uno.”
“Se non sono indiscreto, ma perché tutto questo lavoro? Per amor di Paracelso mi sembra eccessivo!”
“Eccessivo? Per amor di Paracelso? Io li riproduco perché voglio realizzare la Grande Opera, La Pietra Filosofale, e la realizzerò con il tuo aiuto!”
“Il mio... no, senta, io...”
“Zitto! Tu prima di tutto sei un chimico, poi ti chiami Vonenami, senza dubbio una storpiatura di Von Hoenheim, il cognome di Paracelso, senza dubbio, non lo capisci, tu sei un discendente di Paracelso! Oggi pomeriggio ho fatto svolgere ricerche araldiche sul tuo conto. Un discendente di Paracelso che fa il chimico, non vedi il disegno del destino? Tu mi dovrai aiutare nel realizzare la Grande Opera! Mi dovrai aiutare perché il fato te lo impone!”
“No, guarda bello, io sono un chimico, non uno stregone!”
“Alchimista! La chimica è una degenerazione, se vuoi una semplificazione dell’alchimia, arte alla portata di pochi. L’alchimia non è un mezzo per trovare la pietra filosofale, che comunque ha i pregi non disprezzabili di poter donare la ricchezza ed una vita lunghissima, ma è un’arte che consente di elevare il proprio spirito al di sopra della mediocrità generale, che consente all’uomo di proiettarsi ad un livello superiore di conoscenza, saggezza e spiritualità. La chimica sfrutta solamente gli aspetti materiali dell’alchimia, che sono riproducibili da tutti, senza bisogno di particolari capacità superiori.”
“Senti, io di capacità superiori...”
“Silenzio. Un erede di Paracelso che faccia il chimico e che per di più abbia lo stesso nome, Filippo, non può non averle.”
“Come fai a sapere che io...”
“Perché anche io ho capacità particolari.”
“Ma fammi il piacere. E poi io l’alchimista non lo so fare.”
“Imparerai. Ti insegnerò io. Io ho bisogno di qualcuno a cui comunicare la mia opera, sono stanco di non poter comunicare con nessuno, di tenermi tutto dentro, di essere solo come un cane. Ti ho visto all’opera in questi ultimi mesi e mi hai colpito, primo per le tue capacità, secondo per questa tua insoddisfazione, per questa tua voglia di emergere.”
“E come si farebbe le pietra filosofale?”
“Si prende una sostanza primigenia, forse un solvente universale, sono vicino alla formula, ...”
“Ecco cosa sono tutti quei solventi che mi hai fatto analizzare!”
“Si mette questa sostanza in un uovo filosofale, di cui ho trovato alcune riproduzioni, si mescola con mercurio, zolfo e fuoco sacro, ovvero un metallo rosso, anche qui ho delle teorie. Si mette tutto nell’Atanor, una fornace la cui forma ho trovato in migliaia di testi, e si scalda il tutto. Ne esce una sostanza nera, detta nigredo. Scaldando ancora, le impurità evaporano e si ha una sostanza bianca, detta albedo. Attraverso altre cinque cotture, sette in tutto, con alcuni interventi di carattere spirituale, si arriva alla pietra vera e propria, di color zafferano. La polvere di questa pietra si può utilizzare, sempre con interventi spirituali, sia per trasmutare metalli vili in oro, sia per preparare un elisir di lunga vita.”
“Bene. Si mescolano mercurio e zolfo in quantità imprecisate con una sostanza imprecisata, chissà, forse un solvente, ed un’altra sostanza imprecisata, forse un metallo, si mettono in una fornace imprecisata ad una temperatura imprecisata, per sette volte; si dicono alcune paroline magiche, la sostanza cambia colore peggio di un semaforo e diventa gialla. A questo punto con procedimenti imprecisati ed altre paroline magiche la sostanza ti rende ricco e longevo, nonché saggio e giusto, manco fossi Merlino.”
“Merlino, anzi, Myrrdyn, era un alchimista.”
“Va bene, comunque non ti sembra un po’ difficilino, appena un poco, questa operazione?”
“Noi ne abbiamo le capacità e possiamo riuscire.”
“Parla al singolare, per favore.”
“No. Io ti conosco meglio di quanto tu stesso ti conosca, siediti ed ascolta il racconto della tua vita.”
“Della mia vita?”
“Non crederai che io mi scelga un socio senza conoscere tutto di lui?”
“Mi fai quasi paura.”
“Tu a scuola eri molto bravo, uno dei migliori, portato ad esempio, stimato. La tua famiglia ti viziava, ti sentivi un grande uomo, una persona importante, ti sentivi soprattutto più intelligente di chi ti attorniava. Non fare facce strane, questo l’ho solo dedotto, non è difficile, e poi fin qui la tua vita non è molto interessante. Appena laureato sei stato assunto da una società farmaceutica ed hai partecipato agli studi su un farmaco contro i foruncoli, che alla fine siete riusciti a far approvare anche dalla severissima commissione americana. Appena ottenuto questo successo, la ditta è stata venduta ad una multinazionale e tu, con la quasi totalità dei tuoi colleghi, siete stati licenziati. A questo punto sei andato a lavorare, probabilmente pensavi che fosse per un periodo limitato, in attesa di meglio, per un laboratorio di erboristeria, che però ha presto cessato le attività, e tu, sempre in attesa di tempi migliori, non volendoti allontanare da Roma, hai cominciato a lavorare per il laboratorio di analisi, mandando però domande di assunzione ad un’infinità di industrie. Il tempo però ormai era trascorso, tu avevi quasi trent’anni, una esperienza solamente nel settore farmaceutico, un settore in grave crisi dopo i fatti di De Lorenzo, un settore dove ormai le assunzioni sono rare. Le altre industrie non hanno voluto assumere una persona che a trent’anni non avesse nessuna esperienza nel loro settore e così non hai ricevuto alcuna risposta alle tue domande.”
“Ma tu come...”
“Silenzio, in parte mi sono informato, tra l’altro hai mandato una richiesta di assunzione, correlata di curriculum, anche alla mia industria, in parte ho dedotto. Pochi mesi fa due tuoi coetanei, che erano tuoi colleghi sia nell’industria farmaceutica sia nel laboratorio di erboristeria, hanno aperto un loro laboratorio, naturalmente di erboristeria, e ti hanno proposto di entrare in società con loro.”
“Ma... tu...”
“Il laboratorio l’ho rilevato e i tuoi ex colleghi li ho assunti. I due che erano tuoi colleghi sono un farmacista ed un biologo, mi hanno parlato benissimo di te quando gli ho chiesto informazioni. Il terzo socio era un chimico di una certa età, pensionato, che non capisce un’accidente. Non ci voleva un genio per capire come fossero andate le cose. Ti hanno proposto di entrare in società con loro e tu hai avuto paura. Hai avuto paura perché volevi il posto fisso, lo stipendio a fine mese e soprattutto temevi di non riuscire. Questo è stato un colpo durissimo per la stima che avevi in te stesso. Ti ritenevi quasi un genio, poi ti sei accorto di essere poco più brillante della media, poi infine ti sei comportato come un mediocre qualunque, e tu non accettavi la tua mediocrità. Per questo sei sempre scontento.”
“Senti, basta, di mediocrità ne parli a tuo nonno!”
Colonna si era posto fra Filippo e il lampadario; sul suo volto affilato la luce posteriore creava ombre e riflessi inquietanti ed il suo pizzetto fremeva a causa dell’eccitazione del discorrere, dando al maturo professore un aspetto quasi diabolico.
“Ti ho detto di aver seguito dei corsi di psicologia: sono sempre stato il migliore del corso, non mi puoi nascondere cose tanto evidenti. Quello che io ti offro ora è la possibilità di superare tutto questo. Ti offro la direzione delle mie erboristerie ed una quota societaria in esse, si tratta di S.r.l. e quindi non erediterai debiti, e ti offro di diventare mio socio nella ricerca della pietra filosofale. Quello però che deve convincerti è la possibilità di effettuare una scelta coraggiosa, di tentare una sfida impossibile e di vincerla, uscendo definitivamente dalla mediocrità, dimostrando di avere dei numeri, delle capacità che le persone normali non hanno.”
“Ma perché mi offriresti tutto ciò? Perché proprio a me? Cosa vuoi in cambio?”
“Lo offro a te perché ho intuito le tue capacità di chimico: ti ho visto all’opera al laboratorio, hai esperienza nei settori che mi interessano; in più sei un discendente di Paracelso; inoltre ti ho fatto studiare da un chiaroveggente e da un astrologo; le tue caratteristiche astrali sono particolarmente favorevoli; ne sono certo, senza dubbio sei l’uomo giusto. Non ti chiedo la tua anima, non sono un novello Mefistofele, ti chiedo solo di metterla tutta, la tua anima, nel progetto che dovremo realizzare. Ora ti saluto, domani andremo dal mio notaio e dal mio avvocato a mettere a punto la tua lettera di dimissioni e le caratteristiche dei tuoi nuovi ruoli, ti passerò a prendere alle otto. So quanto guadagni, da subito ti darò il doppio, come stipendio, e ti permetterò di guadagnare anche come socio dell’erboristeria.”
Detto ciò il prof. Colonna si voltò, fece un vago cenno di saluto e se ne andò, lasciando seduto su una sedia il corpo di Filippo inerte, con lo sguardo spento, fisso verso il muro, con il medaglione in mano. Il chimico passò ore intere nella più completa immobilità, poi, a fatica, si trascinò sul letto, dove si addormentò completamente vestito.
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Re: Naufraghi 2.0
Ho scritto il racconto nel 2000, un periodo particolare della mia vita, non avevo lavoro, non potevo trovarlo, per qualche mese, avevo quindi tempo libero e bisogno di sfogarmi.
I personaggi sono i più foschi fra quelli dei racconti da me scritti, e tutti gli accenni storici, architettonici e persino alchemici sono frutto di ricerche, sono rigorosamente veri. Al di la della lettura delle guide del touring e della conoscenza personale delle città in cui si svolge il racconto, mentre scrivevo avevo sul tavolo tomi di storia dell'arte, di storia vera e propria (ad oggi ricordo la storia dell'arte di Argan e la storia universale dell'università di Cambridge, più la storia di Venezia ed i rioni di Roma, ma ne ho consultati anche altri), sull'alchimia addirittura ho comprato le dimore filosofali ed il mistero delle cattedrali di Fulcanelli.
Le pretese sono ovviamente quelle di una eccellente valvola di sfogo per l'autore, e magari di qualche minuto piacevole per chi legge, solamente queste, volevo solamente sottolineare che sebbene si tratti di argomenti strani e poco conosciuti mi sono documentato piuttosto bene, all'epoca. Possono esserci strafalcioni, ovviamente, non posso escludere di aver commesso errori, ma se tali errori ci fossero (fatemeli notare, se ve ne accorgete) non sono frutto di invenzioni sballate, ma di errori di consultazione.
Ovviamente su alcune cose, tipo appunto il procedimento per la realizzazione della pietra filosofale, il fatto che io mi sia documentato non vuol dire che i vari Flamel e Saint Germaine, o magari Fulcanelli, abbiano realmente realizzato la grande opera ed abbiano magari trasmutato metalli in oro, vuol dire che chi sosteneva di esserci riuscito (o di aver conosciuto gente che ci era riuscita) sosteneva che il procedimento fosse quello. Potete anche provarci mettendo su un laboratorio in cantina, ma vi garantisco che anche leggendo il mistero delle cattedrali, ritenuto il libro più chiaro in materia (figurarsi gli altri!) non sarà semplice cavarne qualcosa di concreto, ammesso che sia possibile.
I personaggi sono i più foschi fra quelli dei racconti da me scritti, e tutti gli accenni storici, architettonici e persino alchemici sono frutto di ricerche, sono rigorosamente veri. Al di la della lettura delle guide del touring e della conoscenza personale delle città in cui si svolge il racconto, mentre scrivevo avevo sul tavolo tomi di storia dell'arte, di storia vera e propria (ad oggi ricordo la storia dell'arte di Argan e la storia universale dell'università di Cambridge, più la storia di Venezia ed i rioni di Roma, ma ne ho consultati anche altri), sull'alchimia addirittura ho comprato le dimore filosofali ed il mistero delle cattedrali di Fulcanelli.
Le pretese sono ovviamente quelle di una eccellente valvola di sfogo per l'autore, e magari di qualche minuto piacevole per chi legge, solamente queste, volevo solamente sottolineare che sebbene si tratti di argomenti strani e poco conosciuti mi sono documentato piuttosto bene, all'epoca. Possono esserci strafalcioni, ovviamente, non posso escludere di aver commesso errori, ma se tali errori ci fossero (fatemeli notare, se ve ne accorgete) non sono frutto di invenzioni sballate, ma di errori di consultazione.
Ovviamente su alcune cose, tipo appunto il procedimento per la realizzazione della pietra filosofale, il fatto che io mi sia documentato non vuol dire che i vari Flamel e Saint Germaine, o magari Fulcanelli, abbiano realmente realizzato la grande opera ed abbiano magari trasmutato metalli in oro, vuol dire che chi sosteneva di esserci riuscito (o di aver conosciuto gente che ci era riuscita) sosteneva che il procedimento fosse quello. Potete anche provarci mettendo su un laboratorio in cantina, ma vi garantisco che anche leggendo il mistero delle cattedrali, ritenuto il libro più chiaro in materia (figurarsi gli altri!) non sarà semplice cavarne qualcosa di concreto, ammesso che sia possibile.
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Re: Naufraghi 2.0
Cioè, Doc, ti sei autointervistato dopo appena due puntate? 
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Re: Naufraghi 2.0
Mi sono fatto una domanda e mi sono dato una risposta. Ormai sono autoreferenziale. :lol2: :lol2:Toni Monroe wrote: Cioè, Doc, ti sei autointervistato dopo appena due puntate?![]()
In realtà volevo solo spiegare che tutta quella roba su nigredo, albedo e quel che segue, e di roba strana ne seguirà tanta, l'ho trovata in fonti ancora più strane, ci ho buttato una infinità di tempo che di solito non ho.
A breve scriverò, leggerò, commenterò, mi intervisterò, risponderò, mi interpreterò, contesterò le mie interpretazioni, solleverò polemiche epocali che sederò con polso fermo, salvo farle ripresentare dopo nuove interpretazioni contestate, tutto da solo! Altro che le pippe mentali di cui parlavamo su un altro topic! :lol2: :lol2:
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Re: Naufraghi 2.0
E io che credevo che avessi solo giocato a The Witcher :lol2: Prima o poi troverò il tempo di leggere il racconto, prometto :Ddoc G wrote: In realtà volevo solo spiegare che tutta quella roba su nigredo, albedo e quel che segue, e di roba strana ne seguirà tanta, l'ho trovata in fonti ancora più strane, ci ho buttato una infinità di tempo che di solito non ho.
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Re: Naufraghi 2.0
L'unico commento possibile è: Doc sei tutti noi! :lol2:doc G wrote: A breve scriverò, leggerò, commenterò, mi intervisterò, risponderò, mi interpreterò, contesterò le mie interpretazioni, solleverò polemiche epocali che sederò con polso fermo, salvo farle ripresentare dopo nuove interpretazioni contestate, tutto da solo! Altro che le pippe mentali di cui parlavamo su un altro topic! :lol2: :lol2:
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Re: Naufraghi 2.0
Scazzo dell'anno 2009: Doc Contro Sè stesso.Toni Monroe wrote: L'unico commento possibile è: Doc sei tutti noi! :lol2:![]()
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Re: Naufraghi 2.0
NckRm wrote: Scazzo dell'anno 2009: Doc Contro Sè stesso.![]()
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Re: Naufraghi 2.0
Era un rafforzativo :mirror:Toni Monroe wrote:quando si scrive tutto assieme se stesso non c'è bisogno di mettere l'accento sulla e di se, mentre sarebbe necessario nei casi in cui manchi stesso. Insomma o fa uno scazzo con sè o fa uno scazzo con se stesso. :D (che io due cose so, fatemele dire quando capita :lol2:)