Ok, l'importante è che anche se non commento tu non pensi che io non legga!doc G wrote: Alla fine! Tanto ormai proseguo con un capitolo al giorno, o al massimo un giorno si ed uno no!![]()
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Re: Naufraghi 2.0
- davidvanterpool
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Re: Naufraghi 2.0
C'è bisogno che si giochi con un po' di dignità! Con un po' di anima cazzo! Nessuno fa un salto, un fallo con la palla lì! Facciamo a cazzotti almeno!! Ma che cazzo avete dentro?


- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
All'inizio avevo bisogno di commenti, ormai fra te, Paperone, Suclò, Toni mi avete tanto sostenuto che non mi servono più!

-
suclò
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Re: Naufraghi 2.0
Appunto, ero certo che avresti capito che ormai siamo alla fase del silenzio-assenso di maxpezzaliana memoria...doc G wrote: All'inizio avevo bisogno di commenti, ormai fra te, Paperone, Suclò, Toni mi avete tanto sostenuto che non mi servono più!![]()
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E... ora qualcosa di completamente diverso! (cit.)
[align=center]Bribrì, aspirante mostro
Eccomi qui,
mi chiamo Bribrì.
Ti aspetto nel letto
e ti faccio bribrì:
bribrisco di qui,
bribrisco di lì.
Bribrisco per te
i miei cattivi bribrì.
La luce si accende
e ti sento arrivare.
Che fifa, che strizza
che ti voglio bribrare!
Bribrì sei una pizza...
ma chi vuoi spaventare?
Con quel nome così
e i tuoi versi bribrì
non riesci a far paura...
neanche a un colibrì! [/align]
Dedicato a tutti i bambini del Forum...
- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
Bimbi di oltre 40 anni vanno bene? :lol2: :lol2:
- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
11
Era sulle tracce che voleva seguire, e non le avrebbe mollate. Sapeva come essere deciso e concentrato su un obiettivo, sapeva come perseguirlo fino alla fine, e questo gli avrebbe fatto comodo, anzi, sarebbe stata la qualità che gli avrebbe consentito di raggiungere il risultato finale.
Il professor Bastiano Bauli aveva cercato in polverosi archivi la storia della famiglia del commerciante fiorentino Filippo Rucellai, era andato a cercare negli archivi notarili dei tanti esecutori testamentari che avevano curato le successioni della famiglia e sempre aveva trovato i quadri richiamati nel vecchio atto originario. Alla fine era riuscito a trovare traccia dei quadri in una successione testamentaria del 1952, dal principe Filiberto Maria Rampazzo di San Clodoveo, morto per un arresto cardiaco, al nuovo principe Rambaldo Rampazzo di San Clodoveo. Nessun cenno però al momento della morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1969, al figlio Ascanio Maria Rampazzo di San Clodoveo. Tentò lungamente di avere un colloquio con il principe, ma alla fine dovette parlare con il suo segretario, che gli aveva esposto una strana storia di frati e di conventi, alla quale era difficile credere. Il vecchio principe avrebbe “prestato” il dipinto ad un frate, ma, alla morte di questi, avvenuta proprio nel 1969, pochi giorni prima di quella del principe, l’opera si sarebbe volatilizzata, certamente rubata. Ma per chi l’avevano preso, perbacco? Era certo di trovare la verità, intanto cercando negli archivi della Polizia di Stato, cui era stato denunciato il furto. La compagnia di assicurazione aveva finito per liquidare il danno, sottoposta a pressioni di ogni genere; aveva avvicinato un liquidatore in pensione, che allora era un giovane inesperto, che ricordava molto bene gli avvenimenti di allora. Il pagamento, per la verità di importo elevatissimo, era stato effettuato dopo un lungo periodo di indagini che non avevano portato a nessun risultato concreto; nessuno però era convinto di quanto era accaduto.
I frati benedettini avevano asserito di aver reso tutti i quadri conservati nel convento; il frate che li conservava era morto, le opere sembravano essersi volatilizzate. In più quasi ogni giorno telefonava un ministro, un parlamentare, un magistrato, un alto prelato, insomma una personalità, per sostenere la causa del principe. Se le personalità però avevano potuto influenzare i tecnici della compagnia, non potevano influenzare l’integerrimo fiuto del professor Bastiano Bauli; nella vicenda vedeva qualcosa di poco chiaro e, Santo Cielo, non si sarebbe fermato finché non avesse svelato l’arcano.
Era sulle tracce che voleva seguire, e non le avrebbe mollate. Sapeva come essere deciso e concentrato su un obiettivo, sapeva come perseguirlo fino alla fine, e questo gli avrebbe fatto comodo, anzi, sarebbe stata la qualità che gli avrebbe consentito di raggiungere il risultato finale.
Il professor Bastiano Bauli aveva cercato in polverosi archivi la storia della famiglia del commerciante fiorentino Filippo Rucellai, era andato a cercare negli archivi notarili dei tanti esecutori testamentari che avevano curato le successioni della famiglia e sempre aveva trovato i quadri richiamati nel vecchio atto originario. Alla fine era riuscito a trovare traccia dei quadri in una successione testamentaria del 1952, dal principe Filiberto Maria Rampazzo di San Clodoveo, morto per un arresto cardiaco, al nuovo principe Rambaldo Rampazzo di San Clodoveo. Nessun cenno però al momento della morte di quest’ultimo, avvenuta nel 1969, al figlio Ascanio Maria Rampazzo di San Clodoveo. Tentò lungamente di avere un colloquio con il principe, ma alla fine dovette parlare con il suo segretario, che gli aveva esposto una strana storia di frati e di conventi, alla quale era difficile credere. Il vecchio principe avrebbe “prestato” il dipinto ad un frate, ma, alla morte di questi, avvenuta proprio nel 1969, pochi giorni prima di quella del principe, l’opera si sarebbe volatilizzata, certamente rubata. Ma per chi l’avevano preso, perbacco? Era certo di trovare la verità, intanto cercando negli archivi della Polizia di Stato, cui era stato denunciato il furto. La compagnia di assicurazione aveva finito per liquidare il danno, sottoposta a pressioni di ogni genere; aveva avvicinato un liquidatore in pensione, che allora era un giovane inesperto, che ricordava molto bene gli avvenimenti di allora. Il pagamento, per la verità di importo elevatissimo, era stato effettuato dopo un lungo periodo di indagini che non avevano portato a nessun risultato concreto; nessuno però era convinto di quanto era accaduto.
I frati benedettini avevano asserito di aver reso tutti i quadri conservati nel convento; il frate che li conservava era morto, le opere sembravano essersi volatilizzate. In più quasi ogni giorno telefonava un ministro, un parlamentare, un magistrato, un alto prelato, insomma una personalità, per sostenere la causa del principe. Se le personalità però avevano potuto influenzare i tecnici della compagnia, non potevano influenzare l’integerrimo fiuto del professor Bastiano Bauli; nella vicenda vedeva qualcosa di poco chiaro e, Santo Cielo, non si sarebbe fermato finché non avesse svelato l’arcano.
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chinasky
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Re: Naufraghi 2.0
Ti scoccia se non la canto ad Alice? Magari vieni tu e, se te ne assumi la responsabilità, puoi provare a canticchiarla.suclò wrote: Appunto, ero certo che avresti capito che ormai siamo alla fase del silenzio-assenso di maxpezzaliana memoria...
E... ora qualcosa di completamente diverso! (cit.)
[align=center]Bribrì, aspirante mostro
Eccomi qui,
mi chiamo Bribrì.
Ti aspetto nel letto
e ti faccio bribrì:
bribrisco di qui,
bribrisco di lì.
Bribrisco per te
i miei cattivi bribrì.
La luce si accende
e ti sento arrivare.
Che fifa, che strizza
che ti voglio bribrare!
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
Altro riempitivo, tanto per.. :lol2:
La febbre delle parole..
C'è stato un tempo in cui le parole eran preziose come l'oro (e anche di più). Cercatori di parole setacciavano fiumi e scavavano miniere. C'è stato un tempo. Ma non è sempre stato così; né tra i popoli che le han conosciute per primi le parole hanno riscosso grande entusiasmo. Anzi, molti di questi popoli non capivano per quale ragione ci fossero individui che le apprezzavano tanto. A cosa servivano, in fondo? Inutili orpelli con cui appesantire una forma di comunicazione. Loro si capivano senza bisogno di tante complicazioni. Quante parole avevano trovato, proprio lì, in superficie, senza nemmeno bisogno di scavare. Ma le avevano lasciate lì. Come cose che non valesse la pena raccogliere. E quando si resero conto che a quelle strane genti che avevano invaso il loro territorio interessavano tanto, eran stati ben lieti di usarle come moneta di scambio per ottenere strumenti (ben) più utili. E molto più preziosi, per decorare l'aria intorno a loro. Selvaggi, li bollavano, nel loro strano modo di comunicare, quelle genti. Quelli che le parole le apprezzavano, eccome. Certo non la singola parola in sé; la parola grezza. Ma, opportunamente lavorate, le parole posson formare mirabili concatenazioni. Una volta un vecchio appartenente a quei popoli selvaggi venne intervistato da un giovane studente. Già il semplice concetto di intervista pareva divertire il vecchio. Parole, puah! Nient'altro che vibrazioni nell'aria. Chiunque può produrre vibrazioni nell'aria. E, ad esempio, sa farlo con molta più grazia un ruscello che scorre in una zona incontaminata, del vostro miglior poeta. Il vecchio non poteva cogliere la contraddizione che invece colpì il giovane studente: per essere un selvaggio aveva imparato ad usare le parole piuttosto bene. Sia pure per disprezzarle. Al giorno d'oggi le parole non sono più cercate con la stessa intensità. Anche se il loro valore non è del tutto scemato. Anzi. Ma è stato razionalizzato. Anche inflazionato, a dire il vero. Parole mischiate a suoni inintellegibili vengono ad esempio usate in musica. La parola pura si vede meno spesso di quanto si immagina. Se le si analizza per bene si scopre che certe parole sono in realtà suoni cui viene convenzionalmente attribuito un significato. Ad esempio Quiz. Che cosa (accidenti) significa? E tutto quel balletto di nomi diversi per indicare le stesse cose. Anche nella stessa lingua. Li chiamano Sinonimi. Il giovane studente ripensava alle parole del vecchio selvaggio: Parole, puah! Nient'altro che.. In fondo non è che avesse del tutto torto..
La febbre delle parole..
C'è stato un tempo in cui le parole eran preziose come l'oro (e anche di più). Cercatori di parole setacciavano fiumi e scavavano miniere. C'è stato un tempo. Ma non è sempre stato così; né tra i popoli che le han conosciute per primi le parole hanno riscosso grande entusiasmo. Anzi, molti di questi popoli non capivano per quale ragione ci fossero individui che le apprezzavano tanto. A cosa servivano, in fondo? Inutili orpelli con cui appesantire una forma di comunicazione. Loro si capivano senza bisogno di tante complicazioni. Quante parole avevano trovato, proprio lì, in superficie, senza nemmeno bisogno di scavare. Ma le avevano lasciate lì. Come cose che non valesse la pena raccogliere. E quando si resero conto che a quelle strane genti che avevano invaso il loro territorio interessavano tanto, eran stati ben lieti di usarle come moneta di scambio per ottenere strumenti (ben) più utili. E molto più preziosi, per decorare l'aria intorno a loro. Selvaggi, li bollavano, nel loro strano modo di comunicare, quelle genti. Quelli che le parole le apprezzavano, eccome. Certo non la singola parola in sé; la parola grezza. Ma, opportunamente lavorate, le parole posson formare mirabili concatenazioni. Una volta un vecchio appartenente a quei popoli selvaggi venne intervistato da un giovane studente. Già il semplice concetto di intervista pareva divertire il vecchio. Parole, puah! Nient'altro che vibrazioni nell'aria. Chiunque può produrre vibrazioni nell'aria. E, ad esempio, sa farlo con molta più grazia un ruscello che scorre in una zona incontaminata, del vostro miglior poeta. Il vecchio non poteva cogliere la contraddizione che invece colpì il giovane studente: per essere un selvaggio aveva imparato ad usare le parole piuttosto bene. Sia pure per disprezzarle. Al giorno d'oggi le parole non sono più cercate con la stessa intensità. Anche se il loro valore non è del tutto scemato. Anzi. Ma è stato razionalizzato. Anche inflazionato, a dire il vero. Parole mischiate a suoni inintellegibili vengono ad esempio usate in musica. La parola pura si vede meno spesso di quanto si immagina. Se le si analizza per bene si scopre che certe parole sono in realtà suoni cui viene convenzionalmente attribuito un significato. Ad esempio Quiz. Che cosa (accidenti) significa? E tutto quel balletto di nomi diversi per indicare le stesse cose. Anche nella stessa lingua. Li chiamano Sinonimi. Il giovane studente ripensava alle parole del vecchio selvaggio: Parole, puah! Nient'altro che.. In fondo non è che avesse del tutto torto..
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
Toni.
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Re: Naufraghi 2.0
Bellino Bribrì!!
C'è bisogno che si giochi con un po' di dignità! Con un po' di anima cazzo! Nessuno fa un salto, un fallo con la palla lì! Facciamo a cazzotti almeno!! Ma che cazzo avete dentro?


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suclò
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Re: Naufraghi 2.0
Quello è il pubblico migliore, lo so per esperienza (o quasi)! :lol2:doc G wrote: Bimbi di oltre 40 anni vanno bene? :lol2: :lol2:
Ti soprenderà, ma tra i miei (pochi) talenti posso vantare quello di grande "addormentatore" di bambini. La logorrea, alla lunga... :figo:chinasky wrote: Ti scoccia se non la canto ad Alice? Magari vieni tu e, se te ne assumi la responsabilità, puoi provare a canticchiarla.![]()
davidvanterpool wrote: Bellino Bribrì!!
- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
12
Il principe Ascanio Maria Rampazzo di San Clodoveo si alzò con lentezza studiata dalla poltrona di pelle inglese e, senza tendere la mano, salutò il suo ospite.
“Mio caro Degli Uberti, la saluto.”
“Principe, i miei rispetti.”
“Sa, mi ha sorpreso la sua richiesta, mi perdoni se sono tanto brusco da voler andare subito al sodo. Il mio segretario mi ha detto che doveva parlarmi di una importante vicenda avvenuta qualche anno fa... non capisco. Per anni lei è stato amministratore delegato della banca di cui io sono uno dei maggiori azionisti e non mi ha mai detto nulla...”
“Mi perdoni, principe, ma non si tratta di vicende di lavoro. Io ormai sono in pensione, non mi occupo in alcuna maniera di faccende bancarie.”
“E allora?”
“Non so se lei è a conoscenza del fatto che io presiedo la fondazione Giorgio Vasari per la conservazione dei beni culturali fiorentini...”
“Ah, guardi, io assolutamente sono contrario a sponsorizzazioni di sorta; poi, se devo spendere denaro per beni culturali, sistemo ed incremento i miei...”
“Su questo non c’è dubbio; ah, ce ne fossero di aristocratici che hanno la sua lungimiranza ed il suo amore per l’arte... ma bando alle discussioni, proprio della sua stupenda collezione di dipinti volevo parlare.”
“Ah, la collezione di famiglia... ma lei l’ha vista, se non erro!”
“La sua squisita gentilezza mi ha permesso di godere di quella visione di sogno. Ah, come ricordo con piacere quella giornata... ho abusato della sua cortesia ed ho trascorso molte ore a guardare...”
“E ora vorrebbe vederla di nuovo? Sarebbe questa la faccenda importante?”
“Se lei volesse avere la cortesia di mostrarmi di nuovo la sua collezione potrei soltanto esserle ancora più grato, ma non è delle opere in suo possesso che voglio parlare, bensì delle opere che non sono più in suo possesso.”
“Non sono più... non capisco.”
“I sette quadri che il suo augusto genitore aveva avuto la magnificenza di prestare ai frati del convento di San Clodoveo, che poi sono misteriosamente scomparsi.”
“Senta, proprio in occasione di questa vicenda mio padre è deceduto, per me è un ricordo molto triste, quindi non ho nessuna intenzione di parlarne.”
“Ma io vorrei tentare di capire che fine hanno fatto le sue opere e tentarne il recupero... soprattutto quel dipinto del Pontormo rappresentante vacche al pascolo...”
“Le ripeto che per me è un ricordo molto triste e non voglio parlarne. Faccia quello che vuole, ma non conti sul mio aiuto. Non mi nomini più quei dipinti per nessun motivo. Ed ora mi perdoni, ma la mia presenza è richiesta altrove con una certa sollecitudine, devo proprio congedarla. Arrivederci.”
“Arrivederci, principe, mi scuso di averla importunata e non abbia timore, non le imporrò ancora di parlare di ricordi così tristi. Arrivederci.”
Mentre il dottor Lorenzo Degli Uberti, uscito dal ricco palazzo patrizio, passeggiava per via dei Calzaiuoli, nel centro di Firenze, si domandava il perché di quella reazione. Che diamine, va bene i ricordi tristi, va bene che il principe era un tipo particolare, ma quella reazione... Bhà, la verità era che al principe non interessava per nulla l’arte, si annoiava ogni qual volta se ne parlava, e quindi non interessava affatto di ritrovare quelle opere. Oltretutto lui aveva già percepito un indennizzo miliardario, se le opere fossero state ritrovate sarebbero diventate di proprietà della compagnia di assicurazione, ogni piccolo motivo di interesse per lui era ormai scemato, essendo venuto meno l’interesse puramente valutario.
La compagnia era rimasta l’unica pista praticabile per lui, per fortuna aveva avuto modo di stringere un rapporto di reciproca cordialità con l’amministratore delegato. Avrebbe tentato di sfruttare questa conoscenza.
Il principe Ascanio Maria Rampazzo di San Clodoveo si alzò con lentezza studiata dalla poltrona di pelle inglese e, senza tendere la mano, salutò il suo ospite.
“Mio caro Degli Uberti, la saluto.”
“Principe, i miei rispetti.”
“Sa, mi ha sorpreso la sua richiesta, mi perdoni se sono tanto brusco da voler andare subito al sodo. Il mio segretario mi ha detto che doveva parlarmi di una importante vicenda avvenuta qualche anno fa... non capisco. Per anni lei è stato amministratore delegato della banca di cui io sono uno dei maggiori azionisti e non mi ha mai detto nulla...”
“Mi perdoni, principe, ma non si tratta di vicende di lavoro. Io ormai sono in pensione, non mi occupo in alcuna maniera di faccende bancarie.”
“E allora?”
“Non so se lei è a conoscenza del fatto che io presiedo la fondazione Giorgio Vasari per la conservazione dei beni culturali fiorentini...”
“Ah, guardi, io assolutamente sono contrario a sponsorizzazioni di sorta; poi, se devo spendere denaro per beni culturali, sistemo ed incremento i miei...”
“Su questo non c’è dubbio; ah, ce ne fossero di aristocratici che hanno la sua lungimiranza ed il suo amore per l’arte... ma bando alle discussioni, proprio della sua stupenda collezione di dipinti volevo parlare.”
“Ah, la collezione di famiglia... ma lei l’ha vista, se non erro!”
“La sua squisita gentilezza mi ha permesso di godere di quella visione di sogno. Ah, come ricordo con piacere quella giornata... ho abusato della sua cortesia ed ho trascorso molte ore a guardare...”
“E ora vorrebbe vederla di nuovo? Sarebbe questa la faccenda importante?”
“Se lei volesse avere la cortesia di mostrarmi di nuovo la sua collezione potrei soltanto esserle ancora più grato, ma non è delle opere in suo possesso che voglio parlare, bensì delle opere che non sono più in suo possesso.”
“Non sono più... non capisco.”
“I sette quadri che il suo augusto genitore aveva avuto la magnificenza di prestare ai frati del convento di San Clodoveo, che poi sono misteriosamente scomparsi.”
“Senta, proprio in occasione di questa vicenda mio padre è deceduto, per me è un ricordo molto triste, quindi non ho nessuna intenzione di parlarne.”
“Ma io vorrei tentare di capire che fine hanno fatto le sue opere e tentarne il recupero... soprattutto quel dipinto del Pontormo rappresentante vacche al pascolo...”
“Le ripeto che per me è un ricordo molto triste e non voglio parlarne. Faccia quello che vuole, ma non conti sul mio aiuto. Non mi nomini più quei dipinti per nessun motivo. Ed ora mi perdoni, ma la mia presenza è richiesta altrove con una certa sollecitudine, devo proprio congedarla. Arrivederci.”
“Arrivederci, principe, mi scuso di averla importunata e non abbia timore, non le imporrò ancora di parlare di ricordi così tristi. Arrivederci.”
Mentre il dottor Lorenzo Degli Uberti, uscito dal ricco palazzo patrizio, passeggiava per via dei Calzaiuoli, nel centro di Firenze, si domandava il perché di quella reazione. Che diamine, va bene i ricordi tristi, va bene che il principe era un tipo particolare, ma quella reazione... Bhà, la verità era che al principe non interessava per nulla l’arte, si annoiava ogni qual volta se ne parlava, e quindi non interessava affatto di ritrovare quelle opere. Oltretutto lui aveva già percepito un indennizzo miliardario, se le opere fossero state ritrovate sarebbero diventate di proprietà della compagnia di assicurazione, ogni piccolo motivo di interesse per lui era ormai scemato, essendo venuto meno l’interesse puramente valutario.
La compagnia era rimasta l’unica pista praticabile per lui, per fortuna aveva avuto modo di stringere un rapporto di reciproca cordialità con l’amministratore delegato. Avrebbe tentato di sfruttare questa conoscenza.
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Re: Naufraghi 2.0
13
“Vedi, questa era la biblioteca, occupava l’intera torre, qui, anticamente, i monaci miniavano i loro incunaboli. Qui erano esposti alcuni dei quadri di padre Narciso, gli altri erano nel refettorio.”
Claudio tentava di essere ad un tempo preciso come una guida turistica e divertente come un animatore di un villaggio vacanze; a volte gli accadeva esattamente il contrario, ma nel complesso i suoi sforzi davano un risultato soddisfacente.
“Entriamo a vedere, dai, si può entrare, vero?” Domandò una Titti oltremodo eccitata.
“Immagino di si, vieni.”
“Che bella storia, questa di padre Narciso e dei quadri scomparsi... come si chiamava quello che ti interessava di più? Il Contorno?”
“No, quale contorno... non siamo mica a tavola...- Claudio si rese subito conto di come era stata infelice la sua battuta e tentò subito di ridarsi un contegno più consono - Pontormo. Jacopo Carucci detto il Pontormo...”
“E perché era detto il Pontormo?”
“Bhe, ecco, la cosa richiederebbe studi approfonditi circa i costumi e le abitudini del tempo... ad ogni modo...”
“Ad ogni modo non lo sai!”
“No, non lo so. Comunque il Pontormo fu uno dei primi pittori manieristi, se non il primo in senso assoluto. Dal punto di vista estetico si rifaceva a Michelangelo, perciò è detto manierista, dipingeva alla maniera del Buonarroti, quello che lo interessava era il soggetto ed il modo di rappresentarlo. Il quadro era descritto come “Pastore che conduce al pascolo le sue vacche sullo sfondo di rovine romane”. Un capriccio! Un quadro rappresentante un soggetto che non avrebbe dovuto essere rappresentato, dipinto da un pittore che non avrebbe dovuto dipingerlo, in un’epoca in cui non avrebbe dovuto essere realizzato!”
“Grande! Sono tutta eccitata! Questa storia mi piace da morire! Dai, andiamo a guardare dentro la torre!”
I due passeggiarono a lungo per gli ampi ambienti della torre, là dove secoli prima si trovava la biblioteca del convento, fra anguste scale e grandi pareti, dove una volta si addossavano immense librerie. Quello che Claudio non poteva capire era questo: in un ambiente simile, dove potevano essere nascosti dei quadri? Quello dove tutti i vecchi del paese concordavano, era che mai padre Narciso si sarebbe fatto rubare un quadro, dopo la sua morte il convento era sempre stato pieno di gente... era una faccenda strana. Le idee che gli venivano in mente erano confuse e contraddittorie. La più illogica era la prima che aveva voluto verificare, ma i sotterranei del convento erano completamente inagibili, probabilmente da secoli, a causa di continue frane. La seconda idea la volle verificare subito, ma non ci credeva affatto.
“Che ne dici di andare a guardare la cripta?”
“La cripta? Dai, andiamo!”
Ai lati dell’altare maggiore della piccola chiesa, si aprivano due scalinate, che si indirizzavano decise nel sottosuolo. Non appena raggiungevano il primo muro, entrambe erano chiuse da un rigido cancello dall’aspetto solido ma rugginoso. Claudio impugnò una tenaglia ed un paio di cesoie che si era previdentemente portato dietro, e cominciò ad armeggiare sulle serrature, mentre Titti lo illuminava con una torcia, oltre che con il suo sorriso apprensivo.
Il lavoro durò molto a lungo: Claudio come scassinatore non valeva granché. A furia di lavorare, riuscì a rompere i cardini di un cancello, che cadde a terra con un gran fragore. Finalmente sarebbero entrati. Un buio cunicolo si apriva davanti ai due giovani, rischiarato solo dalla tenue luce della torcia elettrica; timidamente, cautamente, lentamente, i due cominciarono ad avanzare, ed in un batter d’occhio furono inghiottiti dall’oscurità.
La cripta era posta ad una profondità non eccessiva, ed era composta da un unico ambiente, di forma rettangolare. Pesanti pilastri sostenevano immoti l’immane peso che gravava su di loro, pareti disadorne racchiudevano la stanza, occupata da alcune statue enormi, deformi, lugubri. Ad un esame più attento, i due giovani si accorsero di piccoli mostri di pietra, almeno speravano, che li fissavano da oscure nicchie ricavate nei pilastri, strani medaglioni scolpiti a bassorilievo occhieggiavano in tutti gli angoli più nascosti.
“Che... che cosa rappresentano?”
“Non è facile dirlo. Ne riconosco solamente alcuni. L’agnello che regge un medaglione nel quale è scritta la parola HIS è naturalmente un’allegoria di Nostro Signore; gli antichi cristiani spesso ricorrevano a questi simboli ermetici, nel timore di persecuzioni. Gli altri... alcuni sembrano simboli sacri, ad esempio il leone con il libro aperto in mano rappresenta San Marco l’evangelista; altri sembrano allegorie alchemiche... quello, per esempio... quattro personaggi bendati che cercano qualcosa, un altro, bendato anch’egli, trova una fonte in un albero, che dovrebbe essere una quercia; quello li, vedi, un guerriero dalla barba bianca, su una torre merlata, alle sue spalle una specie di forno fatto in guisa di ciborio, combatte con un drago alato... è l’alchimista che protegge Atanor, la fornace alchemica; quel brutto tipo, che si sporge nel vuoto, con una mano si carezza la barba, indossa il berretto frigio, vedi, sembra il cappello di Pulcinella, è l’alchimista... la maggio parte dei simboli però non li capisco.”
“Sarà il buio, sarà il soffitto basso, saranno quei bruttoni che ci fissano... io però non sono tranquilla.”
“Neanche io. Guarda l’alchimista, per esempio, sembra che da un momento all’altro voglia lanciarti i suoi strali contro...”
“Zitto!”
“Come zitto...”
“Stai zitto. Non senti?”
“Ma cosa... è vero, dei passi, dei passi di qualcuno che sta venendo qui! Presto, nascondiamoci dietro quel pilastro!”
“No, scappiamo!”
“E dove? Senti, ormai chi sta camminando, chiunque sia, è sopra di noi, l’unica apertura della cripta ci farebbe cadere nelle sue braccia... nascondiamoci.”
“E se... se lui scende, mentre sta scendendo, noi saliamo dall’altra scala!”
“Brava, e chi lo apre il cancello! Zitta e nascosta, ora spengo la torcia.”
L’oscurità tornò a regnare sovrana nella cripta. Sopra le teste di Claudio e Tiziana i passi tornarono a risuonare nel silenzio, poi si diressero verso la scala che i due avevano percorso per scendere. Si fermarono davanti al cancello abbattuto, poi ripresero a scendere. Finalmente una torcia elettrica baluginò nelle tenebre, saltando da un punto all’altro della cripta. Ai due giovani il cuore scoppiava nel petto. Forse fu il respiro affannoso, forse un altro rumore, forse l’uomo sapeva dove cercare, ma il fascio di luce puntò diretto verso i due giovani, illuminando a turno i loro volti, accecandoli.”
“Chi siete?”
“Noi... noi... davamo solo un’occhiata... sono l’architetto che sta ristrutturando il castello del principe...”
“Che paura mi avevate messo... mi presento, sono Lorenzo Degli Uberti, presidente della fondazione Giorgio Vasari per la conservazione dei beni culturali ed artistici toscani, per servirvi.”
“Che paura lei... siamo andati vicino all’infarto.”
“Mi stavo dilettando nell’osservazione di questo splendido convento, ricco di storia e leggende...”
“Anche noi, stiamo cercando i quadri di padre Narciso!”
“Titti, per favore, non tediare il signore con dettagli secondari...”
“No, no, lasci parlare la sua amica... cosa sapete dei quadri?”
“Niente, non sappiamo niente, anzi, ce ne stavamo proprio andando via... vieni, Titti.”
“Calma. Saliamo all’aria aperta, dove si può ragionare più chiaramente, poi continueremo il nostro dialogo.”
I tre salirono le anguste scale, attraversarono la chiesa e si fermarono nel nartece. Claudio si accoccolò sul muretto di cinta, Tiziana restò intimorita vicino a lui, il dottor Degli Uberti li squadrò e poi disse:
“Giochiamo a carte scoperte. Mi sembrate due ragazzi a posto, inutile farci la guerra. Sto cercando anche io quei quadri che la voce popolare definisce come i quadri di padre Narciso. Propongo di unire le nostre conoscenze: io non cerco i quadri per trarne un utile, ho una certa età e posseggo una discreta fortuna, li cerco per passione, ve l’ho detto, sono presidente di una fondazione. Non c’è alcuna possibilità di accordo solamente se voi vorrete appropriarvi dei quadri: io voglio che siano esposti in un museo.”
“Fin qui... non ci sarebbero problemi.”
“Bene. Cominciamo a raccontarci tutto.”
“Un momento, ora è veramente tardi, dobbiamo andare, diamoci un appuntamento la settimana prossima. Questo è il mio biglietto da visita, se vuol darmi il suo...”
“Capisco, volete controllare chi sono. Legittimo. Questo è il mio biglietto. Sentiamoci lunedì... Claudio Anselmi... architetto... piacere... e la signorina? Non ci siamo ancora presentati, mi sembra!”
“Tiziana Marini, piacere.”
“Incantato, lei è davvero splendida. Alla mia età queste cose si possono dire tranquillamente. Arrivederci, dunque, a presto.”
Lorenzo si allontanò decisamente, salì su un fuoristrada, mise in moto e partì. Claudio e Tiziana restarono fermi a guardarsi.
“Mi sembrava una brava persona.”
“Io ho imparato a non fidarmi. Per prima cosa voglio prendere informazioni su di lui, poi, anche se dovesse risultare effettivamente quello che dice di essere, dobbiamo concordare quello che possiamo dirgli.”
“Perché, vuoi tacergli qualcosa?”
“Non lo escludo.”
“Vedi, questa era la biblioteca, occupava l’intera torre, qui, anticamente, i monaci miniavano i loro incunaboli. Qui erano esposti alcuni dei quadri di padre Narciso, gli altri erano nel refettorio.”
Claudio tentava di essere ad un tempo preciso come una guida turistica e divertente come un animatore di un villaggio vacanze; a volte gli accadeva esattamente il contrario, ma nel complesso i suoi sforzi davano un risultato soddisfacente.
“Entriamo a vedere, dai, si può entrare, vero?” Domandò una Titti oltremodo eccitata.
“Immagino di si, vieni.”
“Che bella storia, questa di padre Narciso e dei quadri scomparsi... come si chiamava quello che ti interessava di più? Il Contorno?”
“No, quale contorno... non siamo mica a tavola...- Claudio si rese subito conto di come era stata infelice la sua battuta e tentò subito di ridarsi un contegno più consono - Pontormo. Jacopo Carucci detto il Pontormo...”
“E perché era detto il Pontormo?”
“Bhe, ecco, la cosa richiederebbe studi approfonditi circa i costumi e le abitudini del tempo... ad ogni modo...”
“Ad ogni modo non lo sai!”
“No, non lo so. Comunque il Pontormo fu uno dei primi pittori manieristi, se non il primo in senso assoluto. Dal punto di vista estetico si rifaceva a Michelangelo, perciò è detto manierista, dipingeva alla maniera del Buonarroti, quello che lo interessava era il soggetto ed il modo di rappresentarlo. Il quadro era descritto come “Pastore che conduce al pascolo le sue vacche sullo sfondo di rovine romane”. Un capriccio! Un quadro rappresentante un soggetto che non avrebbe dovuto essere rappresentato, dipinto da un pittore che non avrebbe dovuto dipingerlo, in un’epoca in cui non avrebbe dovuto essere realizzato!”
“Grande! Sono tutta eccitata! Questa storia mi piace da morire! Dai, andiamo a guardare dentro la torre!”
I due passeggiarono a lungo per gli ampi ambienti della torre, là dove secoli prima si trovava la biblioteca del convento, fra anguste scale e grandi pareti, dove una volta si addossavano immense librerie. Quello che Claudio non poteva capire era questo: in un ambiente simile, dove potevano essere nascosti dei quadri? Quello dove tutti i vecchi del paese concordavano, era che mai padre Narciso si sarebbe fatto rubare un quadro, dopo la sua morte il convento era sempre stato pieno di gente... era una faccenda strana. Le idee che gli venivano in mente erano confuse e contraddittorie. La più illogica era la prima che aveva voluto verificare, ma i sotterranei del convento erano completamente inagibili, probabilmente da secoli, a causa di continue frane. La seconda idea la volle verificare subito, ma non ci credeva affatto.
“Che ne dici di andare a guardare la cripta?”
“La cripta? Dai, andiamo!”
Ai lati dell’altare maggiore della piccola chiesa, si aprivano due scalinate, che si indirizzavano decise nel sottosuolo. Non appena raggiungevano il primo muro, entrambe erano chiuse da un rigido cancello dall’aspetto solido ma rugginoso. Claudio impugnò una tenaglia ed un paio di cesoie che si era previdentemente portato dietro, e cominciò ad armeggiare sulle serrature, mentre Titti lo illuminava con una torcia, oltre che con il suo sorriso apprensivo.
Il lavoro durò molto a lungo: Claudio come scassinatore non valeva granché. A furia di lavorare, riuscì a rompere i cardini di un cancello, che cadde a terra con un gran fragore. Finalmente sarebbero entrati. Un buio cunicolo si apriva davanti ai due giovani, rischiarato solo dalla tenue luce della torcia elettrica; timidamente, cautamente, lentamente, i due cominciarono ad avanzare, ed in un batter d’occhio furono inghiottiti dall’oscurità.
La cripta era posta ad una profondità non eccessiva, ed era composta da un unico ambiente, di forma rettangolare. Pesanti pilastri sostenevano immoti l’immane peso che gravava su di loro, pareti disadorne racchiudevano la stanza, occupata da alcune statue enormi, deformi, lugubri. Ad un esame più attento, i due giovani si accorsero di piccoli mostri di pietra, almeno speravano, che li fissavano da oscure nicchie ricavate nei pilastri, strani medaglioni scolpiti a bassorilievo occhieggiavano in tutti gli angoli più nascosti.
“Che... che cosa rappresentano?”
“Non è facile dirlo. Ne riconosco solamente alcuni. L’agnello che regge un medaglione nel quale è scritta la parola HIS è naturalmente un’allegoria di Nostro Signore; gli antichi cristiani spesso ricorrevano a questi simboli ermetici, nel timore di persecuzioni. Gli altri... alcuni sembrano simboli sacri, ad esempio il leone con il libro aperto in mano rappresenta San Marco l’evangelista; altri sembrano allegorie alchemiche... quello, per esempio... quattro personaggi bendati che cercano qualcosa, un altro, bendato anch’egli, trova una fonte in un albero, che dovrebbe essere una quercia; quello li, vedi, un guerriero dalla barba bianca, su una torre merlata, alle sue spalle una specie di forno fatto in guisa di ciborio, combatte con un drago alato... è l’alchimista che protegge Atanor, la fornace alchemica; quel brutto tipo, che si sporge nel vuoto, con una mano si carezza la barba, indossa il berretto frigio, vedi, sembra il cappello di Pulcinella, è l’alchimista... la maggio parte dei simboli però non li capisco.”
“Sarà il buio, sarà il soffitto basso, saranno quei bruttoni che ci fissano... io però non sono tranquilla.”
“Neanche io. Guarda l’alchimista, per esempio, sembra che da un momento all’altro voglia lanciarti i suoi strali contro...”
“Zitto!”
“Come zitto...”
“Stai zitto. Non senti?”
“Ma cosa... è vero, dei passi, dei passi di qualcuno che sta venendo qui! Presto, nascondiamoci dietro quel pilastro!”
“No, scappiamo!”
“E dove? Senti, ormai chi sta camminando, chiunque sia, è sopra di noi, l’unica apertura della cripta ci farebbe cadere nelle sue braccia... nascondiamoci.”
“E se... se lui scende, mentre sta scendendo, noi saliamo dall’altra scala!”
“Brava, e chi lo apre il cancello! Zitta e nascosta, ora spengo la torcia.”
L’oscurità tornò a regnare sovrana nella cripta. Sopra le teste di Claudio e Tiziana i passi tornarono a risuonare nel silenzio, poi si diressero verso la scala che i due avevano percorso per scendere. Si fermarono davanti al cancello abbattuto, poi ripresero a scendere. Finalmente una torcia elettrica baluginò nelle tenebre, saltando da un punto all’altro della cripta. Ai due giovani il cuore scoppiava nel petto. Forse fu il respiro affannoso, forse un altro rumore, forse l’uomo sapeva dove cercare, ma il fascio di luce puntò diretto verso i due giovani, illuminando a turno i loro volti, accecandoli.”
“Chi siete?”
“Noi... noi... davamo solo un’occhiata... sono l’architetto che sta ristrutturando il castello del principe...”
“Che paura mi avevate messo... mi presento, sono Lorenzo Degli Uberti, presidente della fondazione Giorgio Vasari per la conservazione dei beni culturali ed artistici toscani, per servirvi.”
“Che paura lei... siamo andati vicino all’infarto.”
“Mi stavo dilettando nell’osservazione di questo splendido convento, ricco di storia e leggende...”
“Anche noi, stiamo cercando i quadri di padre Narciso!”
“Titti, per favore, non tediare il signore con dettagli secondari...”
“No, no, lasci parlare la sua amica... cosa sapete dei quadri?”
“Niente, non sappiamo niente, anzi, ce ne stavamo proprio andando via... vieni, Titti.”
“Calma. Saliamo all’aria aperta, dove si può ragionare più chiaramente, poi continueremo il nostro dialogo.”
I tre salirono le anguste scale, attraversarono la chiesa e si fermarono nel nartece. Claudio si accoccolò sul muretto di cinta, Tiziana restò intimorita vicino a lui, il dottor Degli Uberti li squadrò e poi disse:
“Giochiamo a carte scoperte. Mi sembrate due ragazzi a posto, inutile farci la guerra. Sto cercando anche io quei quadri che la voce popolare definisce come i quadri di padre Narciso. Propongo di unire le nostre conoscenze: io non cerco i quadri per trarne un utile, ho una certa età e posseggo una discreta fortuna, li cerco per passione, ve l’ho detto, sono presidente di una fondazione. Non c’è alcuna possibilità di accordo solamente se voi vorrete appropriarvi dei quadri: io voglio che siano esposti in un museo.”
“Fin qui... non ci sarebbero problemi.”
“Bene. Cominciamo a raccontarci tutto.”
“Un momento, ora è veramente tardi, dobbiamo andare, diamoci un appuntamento la settimana prossima. Questo è il mio biglietto da visita, se vuol darmi il suo...”
“Capisco, volete controllare chi sono. Legittimo. Questo è il mio biglietto. Sentiamoci lunedì... Claudio Anselmi... architetto... piacere... e la signorina? Non ci siamo ancora presentati, mi sembra!”
“Tiziana Marini, piacere.”
“Incantato, lei è davvero splendida. Alla mia età queste cose si possono dire tranquillamente. Arrivederci, dunque, a presto.”
Lorenzo si allontanò decisamente, salì su un fuoristrada, mise in moto e partì. Claudio e Tiziana restarono fermi a guardarsi.
“Mi sembrava una brava persona.”
“Io ho imparato a non fidarmi. Per prima cosa voglio prendere informazioni su di lui, poi, anche se dovesse risultare effettivamente quello che dice di essere, dobbiamo concordare quello che possiamo dirgli.”
“Perché, vuoi tacergli qualcosa?”
“Non lo escludo.”
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Re: Naufraghi 2.0
il mistero si infittisce...
ho già sentito Tom Hanks, ha detto che la parte di Claudio gli piace molto
ho già sentito Tom Hanks, ha detto che la parte di Claudio gli piace molto
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0
:lol2: :lol2: :lol2: :lol2: :lol2:Paperone wrote: il mistero si infittisce...
ho già sentito Tom Hanks, ha detto che la parte di Claudio gli piace molto![]()
Perchè no, l'aspetto giovanile ce l'ha!
Per la cronaca, Claudio dice di non avere idea del perchè il Pontormo si chiamasse così, è il nome della località in cui è nato!
- .:: MaVeRicK #23 ::.
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Re: Naufraghi 2.0
Doc ma quanti altri paragrafi mancano?
Complimenti è molto bello.
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Re: Naufraghi 2.0
Sono 19 in tutto! Ci vorranno tutte le feste per vedere la parola "FINE"..:: MaVeRicK #23 ::. wrote: Doc ma quanti altri paragrafi mancano?
Complimenti è molto bello.![]()