Re: Naufraghi 2.0
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Re: Naufraghi 2.0
5
“La plasticità impareggiabile del disegno, la semplicità di una macchina appena suggerita, l’estasi nel volto della Donna, il movimento ascensionale che nulla indica ma che non è possibile non notare, i colori vivacissimi, innaturali, che donano profondità e verosimiglianza all’insieme: queste sono le armi con cui Tiziano Vecellio sconfigge il suo contemporaneo Raffaello Sanzio; guardate la differenza fra l’Assunzione della Vergine di Tiziano e la Trasfigurazione di Raffaello: stessa impostazione, stessi criteri, stessa ispirazione, ma la semplicità del capolavoro del maestro veneto supera la macchinosità dell’opera del pittore marchigiano. Per la prossima lezione, andata a Santa Maria Gloriosa ai Frari e guardate bene l’Annunciazione, poi studiate sul vostro libro di testo Tiziano Vecellio ed il parallelo fra la sua Annunciazione e la Trasfigurazione di Raffaello Sanzio. Buongiorno.”
“Ma professor Bauli, sono oltre trenta pagine...”
“Ebbene? La cultura non si misura a peso, l’arte non si acquista al mercato delle vacche. Stavolta sono trenta pagine, la prossima volta potrebbero essere cinque o cinquanta. Possibile che non abbiate ancora capito questo? Ormai non siete più bambini, non fate osservazioni degne di un incolto: che ci siete venuti a fare tanti anni a scuola, se poi fate queste domande? Ora buongiorno, l’ora è finita, ci vediamo la prossima lezione.”
“Buongiorno, professore.”
Il professor Bastiano Bauli uscì con passo nervoso dall’aula, salutò a mezza bocca alcuni colleghi che andava incontrando nel corridoio, si lanciò nella sala professori, posò il registro, afferrò il cappotto ed uscì dall’edificio scolastico. A quel punto si fermò, appena varcato il portone, e tirò un lunghissimo respiro. Quante energie disperse, quanta cultura e quanto tempo andava perso nell’inutile tentativo di istruire delle capre. Non ricordava più qual era quell’autore latino che aveva parlato di “margaritas ante porcos”, perle ai porci, ma sapeva che mai definizione era stata più adatta alla sua situazione. Quando studiava lui non si era mai permesso di protestare per il numero delle pagine, aveva sempre studiato e basta, convinto che questo avrebbe elevato il suo spirito alle alte vette della cultura, ma in questi tempi di decadenza non ci si poteva aspettare questo da quattro ragazzini figli di papà sindacalizzati e scioperati che pensavano solo a divertirsi. Puah. Meglio pensare solo a se stessi, non occuparsi di questi problemi più del necessario, pensò il professor Bastiano Bauli. Come arrivò a casa, naturalmente posta in una calle veneziana, posta fra il Ghetto Nuovo e le Fondamenta Nuove, si tranquillizzò. Era un appartamento non grande, adatto ad un uomo che aveva scelto la solitudine per potersi meglio dedicare alla cultura ed allo studio, ma posto in uno scenario meraviglioso, in un antico palazzo barocco, con le finestre ogivali trilobate, pavimenti alla veneziana, architravi di legno, persino l’ingresso secondario per la gondola. Lì poteva dedicarsi al lavoro che più lo soddisfaceva, la stesura di un nuovo testo scolastico sulla storia dell’arte dei secoli fra il rinascimento ed il romanticismo, era che fu madre di tutte le decadenze della nostra epoca, che gli era stato commissionato da un associazione culturale di Venezia, sicuro viatico per la futura pubblicazione di un testo globale di storia dell’arte, che gli avrebbe permesso di confutare le sciocche idee sciatte di omuncoli come Argan, Zeri, Sgarbi e quant'altri. Si dedicassero alla politica, costoro, almano quelli ancora in vita, e lasciassero l’arte ai suoi veri cultori.
A questo punto il professor Bauli si rivestì di tutto punto, indossò un cappotto per sfidare l’umidità delle primavere veneziane ed uscì; si recò in una rosticceria, consumò un piatto di baccalà mantecato innaffiato da vino bianco e secco e si recò presso la biblioteca dell’Università di Ca’ Foscari, dove avrebbe condotto nuove ricerche.
Il suo libro procedeva, presto sarebbe stato pronto, ed allora tutti avrebbero visto, avrebbero visto di cosa era capace chi l’arte amava veramente e non perdeva tempo in stolti pettegolezzi. A tanto arrivava un vero cultore: quel giorno avrebbe studiato un antico testo contenente gli atti di un notaio veneziano vissuto nel XVIII secolo, dove avrebbe trovato gli atti di vendita di alcune tele del Veronese, testimonianza che un ricco mercante, avo del venditore, aveva protetto il sommo artista e ne aveva acquistato alcune opere. Questo è amore per l’arte.
“La plasticità impareggiabile del disegno, la semplicità di una macchina appena suggerita, l’estasi nel volto della Donna, il movimento ascensionale che nulla indica ma che non è possibile non notare, i colori vivacissimi, innaturali, che donano profondità e verosimiglianza all’insieme: queste sono le armi con cui Tiziano Vecellio sconfigge il suo contemporaneo Raffaello Sanzio; guardate la differenza fra l’Assunzione della Vergine di Tiziano e la Trasfigurazione di Raffaello: stessa impostazione, stessi criteri, stessa ispirazione, ma la semplicità del capolavoro del maestro veneto supera la macchinosità dell’opera del pittore marchigiano. Per la prossima lezione, andata a Santa Maria Gloriosa ai Frari e guardate bene l’Annunciazione, poi studiate sul vostro libro di testo Tiziano Vecellio ed il parallelo fra la sua Annunciazione e la Trasfigurazione di Raffaello Sanzio. Buongiorno.”
“Ma professor Bauli, sono oltre trenta pagine...”
“Ebbene? La cultura non si misura a peso, l’arte non si acquista al mercato delle vacche. Stavolta sono trenta pagine, la prossima volta potrebbero essere cinque o cinquanta. Possibile che non abbiate ancora capito questo? Ormai non siete più bambini, non fate osservazioni degne di un incolto: che ci siete venuti a fare tanti anni a scuola, se poi fate queste domande? Ora buongiorno, l’ora è finita, ci vediamo la prossima lezione.”
“Buongiorno, professore.”
Il professor Bastiano Bauli uscì con passo nervoso dall’aula, salutò a mezza bocca alcuni colleghi che andava incontrando nel corridoio, si lanciò nella sala professori, posò il registro, afferrò il cappotto ed uscì dall’edificio scolastico. A quel punto si fermò, appena varcato il portone, e tirò un lunghissimo respiro. Quante energie disperse, quanta cultura e quanto tempo andava perso nell’inutile tentativo di istruire delle capre. Non ricordava più qual era quell’autore latino che aveva parlato di “margaritas ante porcos”, perle ai porci, ma sapeva che mai definizione era stata più adatta alla sua situazione. Quando studiava lui non si era mai permesso di protestare per il numero delle pagine, aveva sempre studiato e basta, convinto che questo avrebbe elevato il suo spirito alle alte vette della cultura, ma in questi tempi di decadenza non ci si poteva aspettare questo da quattro ragazzini figli di papà sindacalizzati e scioperati che pensavano solo a divertirsi. Puah. Meglio pensare solo a se stessi, non occuparsi di questi problemi più del necessario, pensò il professor Bastiano Bauli. Come arrivò a casa, naturalmente posta in una calle veneziana, posta fra il Ghetto Nuovo e le Fondamenta Nuove, si tranquillizzò. Era un appartamento non grande, adatto ad un uomo che aveva scelto la solitudine per potersi meglio dedicare alla cultura ed allo studio, ma posto in uno scenario meraviglioso, in un antico palazzo barocco, con le finestre ogivali trilobate, pavimenti alla veneziana, architravi di legno, persino l’ingresso secondario per la gondola. Lì poteva dedicarsi al lavoro che più lo soddisfaceva, la stesura di un nuovo testo scolastico sulla storia dell’arte dei secoli fra il rinascimento ed il romanticismo, era che fu madre di tutte le decadenze della nostra epoca, che gli era stato commissionato da un associazione culturale di Venezia, sicuro viatico per la futura pubblicazione di un testo globale di storia dell’arte, che gli avrebbe permesso di confutare le sciocche idee sciatte di omuncoli come Argan, Zeri, Sgarbi e quant'altri. Si dedicassero alla politica, costoro, almano quelli ancora in vita, e lasciassero l’arte ai suoi veri cultori.
A questo punto il professor Bauli si rivestì di tutto punto, indossò un cappotto per sfidare l’umidità delle primavere veneziane ed uscì; si recò in una rosticceria, consumò un piatto di baccalà mantecato innaffiato da vino bianco e secco e si recò presso la biblioteca dell’Università di Ca’ Foscari, dove avrebbe condotto nuove ricerche.
Il suo libro procedeva, presto sarebbe stato pronto, ed allora tutti avrebbero visto, avrebbero visto di cosa era capace chi l’arte amava veramente e non perdeva tempo in stolti pettegolezzi. A tanto arrivava un vero cultore: quel giorno avrebbe studiato un antico testo contenente gli atti di un notaio veneziano vissuto nel XVIII secolo, dove avrebbe trovato gli atti di vendita di alcune tele del Veronese, testimonianza che un ricco mercante, avo del venditore, aveva protetto il sommo artista e ne aveva acquistato alcune opere. Questo è amore per l’arte.
- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
6
Le verdi colline toscane lussureggiavano sullo sfondo di una serie di tetti armonici quanto differenti, ricchi ma semplici, aggrovigliati quanto lineari, dall’alto di piazzale Michelangelo. Un maturo signore vestito di un abito di sartoria, gessato grigio, camicia millerighe dai polsini chiusi con gemelli d’oro, Rolex al polso, impermeabile ripiegato sul braccio destro, mostrava il panorama ad un fotografo.
“Ha capito? Mi raccomando, l’inquadratura deve essere esattamente questa, non mi faccia fare cattive figure.”
“Non si preoccupi dottore, verrà alla perfezione.”
“Il professor Ulderico Maria Della Galilea è un pignolo, deve venire tutto alla perfezione.” “Si dottore, nessun problema.”
“Bene, allora io la lascio al suo lavoro. Arrivederci.”
“Dottor Degli Uberti, la saluto.” Il Dottor Lorenzo Degli Uberti si incamminò verso la sua automobile, una sobria berlina tedesca, salì, mise in moto e si recò verso il centro di Firenze. Ah, quanto lavoro, sembrava di essere tornato ai tempi in cui era amministratore delegato di banche. Anche le responsabilità erano simili: diamine, adesso che era presidente della “Fondazione Giorgio Vasari” per lo studio ed il restauro dei beni culturali fiorentini non poteva far brutte figure, doveva assolutamente dare alla fondazione l’importanza che meritava e contribuire alla salvezza della tanto bistrattata Firenze. Una differenza con il suo lavoro in banca c’era: se quello gli piaceva, questo lo entusiasmava; se quello gli dava soddisfazioni, questo lo esaltava; se quello gli rendeva discretamente, questo gli costava. Fortunatamente il lato economico ormai non lo interessava più; aveva qualche soldo ed alcuni possedimenti, parte guadagnati e parte ereditati dai genitori (parlare così era un suo vezzo, in realtà aveva una discreta fortuna), viveva da solo, sua moglie era morta da alcuni anni senza dargli eredi, il fratello ed i nipoti non avevano problemi economici e non necessitavano di suoi aiuti, poteva permettersi di spendere con oculatezza. La spesa più forte l’aveva appena compiuta: per organizzare una serie di conferenze sul manierismo toscano aveva anticipato tutto il necessario, ed adesso stava faticosamente trovando sponsor che gli permettessero di recuperare quanto speso; l’investimento più grande però non riguardava il denaro, ma il tempo e l’impegno che aveva spesi: giorno e notte impegnati in lunghe ricerche per divenire un vero esperto in materia, in modo da poter scegliere i relatori e per controllare quanto da loro detto, ore ed ore trascorse nell’ultima settimana dietro agli operai, perché la sala prescelta fosse pronta, altrettante ore trascorse con i relatori, i quali a dire il vero mal sopportavano un anziano signore che voleva insegnargli il mestiere ed in qualche caso lo avevano anche messo alla porta con maniere piuttosto rudi ed un alternativa secca: “o ci lascia in pace o si trova altri relatori per le sue maledette conferenze”.
Oramai però le conferenze stavano per iniziare, era vicinissimo ad assaporare il frutto del suo lavoro.
Le verdi colline toscane lussureggiavano sullo sfondo di una serie di tetti armonici quanto differenti, ricchi ma semplici, aggrovigliati quanto lineari, dall’alto di piazzale Michelangelo. Un maturo signore vestito di un abito di sartoria, gessato grigio, camicia millerighe dai polsini chiusi con gemelli d’oro, Rolex al polso, impermeabile ripiegato sul braccio destro, mostrava il panorama ad un fotografo.
“Ha capito? Mi raccomando, l’inquadratura deve essere esattamente questa, non mi faccia fare cattive figure.”
“Non si preoccupi dottore, verrà alla perfezione.”
“Il professor Ulderico Maria Della Galilea è un pignolo, deve venire tutto alla perfezione.” “Si dottore, nessun problema.”
“Bene, allora io la lascio al suo lavoro. Arrivederci.”
“Dottor Degli Uberti, la saluto.” Il Dottor Lorenzo Degli Uberti si incamminò verso la sua automobile, una sobria berlina tedesca, salì, mise in moto e si recò verso il centro di Firenze. Ah, quanto lavoro, sembrava di essere tornato ai tempi in cui era amministratore delegato di banche. Anche le responsabilità erano simili: diamine, adesso che era presidente della “Fondazione Giorgio Vasari” per lo studio ed il restauro dei beni culturali fiorentini non poteva far brutte figure, doveva assolutamente dare alla fondazione l’importanza che meritava e contribuire alla salvezza della tanto bistrattata Firenze. Una differenza con il suo lavoro in banca c’era: se quello gli piaceva, questo lo entusiasmava; se quello gli dava soddisfazioni, questo lo esaltava; se quello gli rendeva discretamente, questo gli costava. Fortunatamente il lato economico ormai non lo interessava più; aveva qualche soldo ed alcuni possedimenti, parte guadagnati e parte ereditati dai genitori (parlare così era un suo vezzo, in realtà aveva una discreta fortuna), viveva da solo, sua moglie era morta da alcuni anni senza dargli eredi, il fratello ed i nipoti non avevano problemi economici e non necessitavano di suoi aiuti, poteva permettersi di spendere con oculatezza. La spesa più forte l’aveva appena compiuta: per organizzare una serie di conferenze sul manierismo toscano aveva anticipato tutto il necessario, ed adesso stava faticosamente trovando sponsor che gli permettessero di recuperare quanto speso; l’investimento più grande però non riguardava il denaro, ma il tempo e l’impegno che aveva spesi: giorno e notte impegnati in lunghe ricerche per divenire un vero esperto in materia, in modo da poter scegliere i relatori e per controllare quanto da loro detto, ore ed ore trascorse nell’ultima settimana dietro agli operai, perché la sala prescelta fosse pronta, altrettante ore trascorse con i relatori, i quali a dire il vero mal sopportavano un anziano signore che voleva insegnargli il mestiere ed in qualche caso lo avevano anche messo alla porta con maniere piuttosto rudi ed un alternativa secca: “o ci lascia in pace o si trova altri relatori per le sue maledette conferenze”.
Oramai però le conferenze stavano per iniziare, era vicinissimo ad assaporare il frutto del suo lavoro.
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MattBellamy
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Re: Naufraghi 2.0
Complimentisuclò wrote: Posto una cosa che ho scritto qualche anno fa quasi "di getto".
Davvero bello bello, sia per il contenuto che pe ril modo in cui sono tenuti insieme i vari discorsi "paralleli"... Mi è proprio piaciuto
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Paperone
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Re: Naufraghi 2.0
mi sa che ti sei identificato un po' :Ddoc G wrote: Ogni tanto si, ad esempio quando leggono cose come questa.
Quarantenne nelle peste con un pargolo... non so perchè ma il protagonista mi sta simpatico! :lol2: :lol2:
questo quando lo hai scritto, nelle pause degli incontri dell'arena? :Dsuclò wrote:
molto bello
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Paperone
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Re: Naufraghi 2.0
Doc, che dire...

Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0
Grazie, quando inizio a postare il quinto capitolo e sono lontano non solo dalla fine, ma dal nocciolo del racconto, tendo a chiedermi se sto scassando le palle o la cosa interessa....!Paperone wrote: Doc, che dire...
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Dura la vita del logorroico! :lol2: :lol2: :lol2:
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Paperone
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Re: Naufraghi 2.0
sono stufo delle serie tagliate, questa deve finire :lol2:doc G wrote: Grazie, quando inizio a postare il quinto capitolo e sono lontano non solo dalla fine, ma dal nocciolo del racconto, tendo a chiedermi se sto scassando le palle o la cosa interessa....!
Dura la vita del logorroico! :lol2: :lol2: :lol2:
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0
Finirà, finirà... e magari anche prima degli articoli sui migliori 25 giocatori di Goat! :lol2: :lol2:Paperone wrote: sono stufo delle serie tagliate, questa deve finire :lol2:
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suclò
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Re: Naufraghi 2.0
Ringrazio per i complimenti, troppo buoni. 
Se poi un papà "vero" come Doc si è immedesimato anche solo un po', per me è una grande vittoria!
Negli stessi giorni di quel racconto ne scrissi anche un altro con lo stesso stile (mai più riutilizzato). Lo posto così Doc la smette di menarsela sulla logorrea e sul fatto di monopolizzare il topic...
:lol2:
Le premesse sono le stesse dell'altra volta.
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Abbracci
Cominciò tutto per caso, come succede quasi sempre.
-"Mi fai un favore?", mi chiese.
-"Certo, mamma...", risposi. Era piuttosto indaffarata. Le vacanze estive erano finite e i preparativi per la partenza la prendevano completamente. La vedevo affannarsi tra la camera e la cucina come se tutto ciò fosse una questione di vita o di morte. Non vedeva l'ora di partire. Del resto, lei ha sempre odiato questa casa. Prima di diventare il nostro luogo di vacanze era stata la casa dei genitori di mio padre...
-"E' troppo grande... mi ci perdo...", mi diceva di solito, quando non voleva sbilanciarsi troppo...
-"Mi fa sentire sola...", mi confessò invece una volta in un momento di intima sincerità, mentre stava cominciando a piangere. Avevamo appena parlato di lui.
-"Ci sono qua io, ma’... non dici sempre che ti sto fin troppo intorno?", le risposi un po' scherzando ed un po' no. Volevo rincuorarla, ma non la abbracciai. Lo facevamo raramente. Ci parlavamo molto, e qualche volta ci confidavamo i nostri segreti... ma ci abbracciavamo poco. A me non ha mai dato fastidio...
-"Perchè non ci abbracciamo mai?", mi chiedeva ogni tanto, distrattamente...
-"Perchè non mi vuoi mai abbracciare?", mi chiese invece quella volta, quando ormai stava piangendo... quella volta che pensava a lui.
-"Mi manca, lo sai? Mi manca terribilmente!", era la prima volta che la vedevo piangere. Piangere per lui, intendo.
-"E' normale, mamma. Manca anche a me. Manca a tutti noi.", le dissi cercando di essere il più rasserenante possibile. Ma non la abbracciai.
-"Perchè non mi vuoi mai abbracciare?", tornò a chiedermi singhiozzando.
-"Non lo so... forse mi sembrerebbe di essere lui... di sostituirlo...", le dissi in un eccesso di sincerità, probabilmente dovuto alla drammaticità del momento. Sbagliai. Non avrei dovuto dirlo. Sbaglio spesso questo genere di frasi. Vorrei dire qualcosa di profondo ed esauriente, fidandomi del potere della sincerità, e finisco quasi sempre per fare del male a qualcuno...
-"Stanotte l'ho sognato, mamma... mi abbracciava...", le dissi una volta in autobus, alcuni anni fa. Un altro sbaglio. Non mi rispose, ma da come mi guardò capii che non avrei dovuto dirglielo. Si girò e si mise a fissare il vuoto nel finestrino dalla sua parte. Anch'io mi girai e mi misi a fissare il vuoto nel finestrino dalla mia parte. Dopo l'incidente non avevamo ancora ricominciato a parlare di mio padre. Non mi rivolse la parola per il resto della giornata...
-"E che male ci sarebbe a sostituirlo? Se non mi può più abbracciare lui... almeno fallo tu, no?", ora il pianto si era un po' calmato. Forse il merito era dell'astio che da sempre provava nei miei confronti quando sbagliavo le frasi per eccesso di sincerità...
-"Ma ci pensi a quello che dici? O parli solo perchè hai la bocca?", mi diceva quando i miei sbagli non erano gravi ed il mio eccesso di sincerità poteva risolversi in una battuta...
-"Prima o poi te la cucio, quella bocca!", mi urlò una volta da piccolo, dopo uno sbaglio grave. Piansi... piansi molto. L'immagine di mia mamma che mi cuciva la bocca con ago e filo mi tormentò per un'estate intera. Una notte feci un sogno in cui invece di ago e filo usava addirittura la macchina da cucire. E tutto questo solo per farmi tacere, solo perchè ero stato sincero. Le raccontai il sogno.
-"Quelli si chiamano incubi, non sogni.", mi rivelò mentre stava leggendo un libro. Fu la volta in cui scoprii che anche i sogni potevano essere brutti. Già... anche i sogni.
-"Ma mamma... non sono belli, i sogni?", le chiesi profondamente disilluso. I miei occhi rivelavano il desiderio di una risposta affermativa.
-"No... non sempre, almeno...", mi disse invece lei distrattamente. Che delusione provai. La odiai per quella risposta...
-"No... Babbo Natale non esiste. I doni sotto l'albero ce li mettiamo noi...", non mi fece lo stesso effetto. Non la odiai per quella risposta...
-"No... i bambini non li porta la cicogna. Li fanno i genitori...", invece, un po' mi turbò. Ma non la odiai per quella risposta. Fin da piccolo sapevo che, anche se io la ignoravo, c'era una spiegazione scientifica per tutto. Per quasi tutto...
-"Ma... ma... i sogni, mamma? Sei sicura?", quella volta non volli crederle. Dopo che lei annuì senza neanche guardarmi andai a nascondermi nel mio angolino preferito e decisi che non le avrei mai più rivolto la parola. La odiai davvero per quella risposta.
-"Non sognerò mai più!", decisi. Lo dissi proprio ad alta voce, convinto che bastasse dirlo. Ero un bambino, e da bambino è facile convincersi di poter fare le cose.
-"Mamma... come si fa a smettere di sognare?", le chiesi serio-serio quando smisi d'odiarla e decisi che potevo rivolgerle ancora la parola. Era passato più o meno un quarto d'ora.
-"Oh... vieni qua...", disse con un sorriso che le illuminava il viso. Ma fu lei a venire da me e ad abbracciarmi. Neanche da piccolo la abbracciavo spesso...
-"Mi mancano anche i suoi abbracci, sai? Mi manca tutto di lui. Tu sopperisci a molto... ma perchè non mi abbracci mai?", non credevo che ci tenesse così tanto. Cioè... un po' sì, ovviamente. Ma non così tanto. Ma ancora non la abbracciai...
-"Sei sempre stato un bravo figlio... e lo so che mi vuoi bene. Però non mi abbracci mai...", mi disse un po' scherzando ed un po' no quando compì 60 anni ed io le feci un bel regalo parecchio costoso.
-"Ma perchè invece di spendere dei soldi per me non mi regali un abbraccio? Oltretutto... risparmieresti, no?", scherzava ancora. La sua allegria illuminava la stanza.
-"Non lo so, ma’... mi sembra così scontato...", ecco... un altro dei miei sbagli. Quella festa finì male. Il sorriso sul suo viso si spense poco dopo le candeline sulla torta.
-"Scusa, mamma... non intendevo ferirti... mi dispiace.", le dissi poi. Ma non la abbracciai neanche quella volta...
-"Tu e tua moglie vi abbracciate spesso?", mi chiese un giorno senza apparente motivo. Così... di punto in bianco.
-"Che domande sono, ma’? Sembra un test di uno di quei tuoi giornali estivi... a proposito, hai già fatto il cruciverba dell'ultimo che hai preso?", le dissi per cambiare argomento. E' sempre stata una delle mie specialità, quella di cambiare argomento. Succede spesso, quando mi fa domande su mia moglie...
-"Sembra quasi che tu sia gelosa di lei...", le dissi una volta pur di non rispondere ad una sua domanda indiscreta. Scherzavo per evitare di rispondere, e credevo fosse evidente. Si arrabbiò molto. Un altro tipo di sbaglio...
-"E' una domanda come un'altra... vi abbracciate spesso o no?", tornò sull'argomento, ignorando il cruciverba. Evidentemente le frullava qualcosa per la testa.
-"Sembra quasi che tu sia gelosa di lei...", le dissi anche quella volta, non ricordando di averglielo già detto. Anche quella volta scherzavo per evitare di rispondere. Anche quella volta credevo fosse evidente. Anche quella volta si arrabbiò. E molto.
-"No, mamma... non abbraccio spesso neanche lei.", le dissi dopo qualche minuto di gelo. Ma non mi credette. Ormai sapeva quando mentivo e quando ero sincero. E quella volta mentivo.
-"Lo dici per non ferirmi, lo so... ma non fai che peggiorare le cose...", girò il dito nella piaga. Voleva farmi sentire in colpa. Ho sempre pensato che provasse un certo gusto nel farmi sentire in colpa. Ma sono convinto che ciò succedesse solo quando me lo meritavo...
-"Ecco... ci tenevo così tanto... e tu me lo hai rotto! Ora niente sarà più come prima...", mi disse, esagerando palesemente, quella volta che giocando a palla in casa ruppi senza volere un importante cimelio di famiglia, un orribile piatto di porcellana con il disegno del paese d'origine dei suoi nonni. Ma riuscì nel suo intento... mi fece sentire profondamente in colpa. Tuttora mi sento in colpa per quell'orrendo piatto. Nonostante tutto, me lo meritavo.
-"Vieni qua...", mi disse quando le fu passata, una mezz'ora più tardi. Ma fu lei a venire da me. E mi abbracciò...
-"Hai visto? L'hai fatta piangere... è colpa tua!", mi disse quella volta che accidentalmente si ruppe uno dei giocattoli preferiti della mia cuginetta. Ma quella volta non mi sentii in colpa. Me lo disse solo per far scena con i miei zii. Poco dopo, di nascosto, mi strizzò l'occhio. Quella volta non mi meritavo di sentirmi in colpa.
-"Vieni qua...", mi disse quando i miei zii se ne andarono. Ma fu lei a venire da me. E mi abbracciò.
-"Hai capito, vero? Sai... dovevo sgridarti... dovevo!", mi disse mentre mi stringeva forte al petto. Io avevo capito. No, non me lo meritavo...
-"Da te proprio non me l'aspettavo.", mi disse scura in viso quando insieme ad alcuni miei compagni di classe fummo sospesi da scuola per aver preso in giro un ragazzo su una sedia a rotelle. Eravamo bambini, e a volte i bambini sanno essere tremendamente crudeli.
-"Mi dispiace mamma... l'ho fatto solo perchè lo facevano anche gli altri... ma non succederà più, te lo prometto...", le dissi abbassando gli occhi. Mi aveva fatto sentire in colpa. Me lo meritavo. E davvero non sarebbe più successo niente di simile. Ma mi colpì molto la sua reazione.
-"Mi hai delusa.", e se ne andò senza chiedermi di abbracciarla. Credo che quella sia la volta in cui mi ha fatto sentire più in colpa. Non mi abbracciò per parecchio tempo, dopo quel fatto. La cosa mi ferì molto profondamente. Ma me lo meritavo...
-"No, mamma... non lo faccio per non ferirti. Lo sai com'è quando parliamo di lei... più di tanto non riesco a dirti... domani dovrebbe tornare dal mare, te l'ho detto?", cercai ancora di cambiare argomento. Non mi è mai piaciuto parlarle di mia moglie. Non so perchè...
-"Mi parli un po' di lei? Cioè... cosa fate quando siete soli?", mi chiese una volta in una sera d'estate. Non credevo bastasse così poco per mettermi in imbarazzo. Non ero ancora sposato, ma stavamo insieme da un pezzo.
-"Ma, mamma... non credi che sia una domanda un po'... indiscreta?", le risposi un po' sulla difensiva ed intenzionato a cambiare argomento.
-"Forse sì... ma perchè non mi parli mai di lei?", mi chiese allora con ostinazione, precedendomi.
-"E' la donna che amo, lo sai...", le dissi allora dopo un attimo di pausa. Era ciò che le dicevo tutte le volte che insisteva. Ma era la verità, e lei lo sapeva. Per questo non mi chiedeva più niente. Anche perchè la domanda successiva sarebbe sicuramente stata sugli abbracci, e lei ormai sapeva che mia moglie è l'unica persona che abbraccio spesso...
-"Manca tanto anche a me, mamma. Ma i suoi abbracci no... non mi possono mancare. Non mi abbracciava mai... lo sai... abbracciava solo te.", dissi seriamente e fin troppo sinceramente, sperando che non la prendesse come una critica nei confronti di mio padre. Non lo era.
-"Lo so... era così... così... così simile a te!", mi rispose cercando di trattenere l'emozione. Era la prima volta che mi diceva una cosa del genere. Mi sentivo orgoglioso. Ma mi sentivo anche scosso. Era la prima volta che mi diceva una cosa del genere...
-"Se sogni ancora il papà, fammi un favore... non raccontarmelo... tienilo per te. E' una cosa tra voi due... solo vostra...", mi disse il giorno dopo l'episodio dell'autobus. Era la prima volta che lo nominava. Era passato meno di un mese dall'incidente.
-"Comunque scusami per ieri, non dovevo fare così... vieni qua...", proseguì arrossendo un po'. Ma fu lei a venire da me. E mi abbracciò.
-"E' perchè ti fa male sentirlo nominare?", le chiesi mentre mi stringeva forte al petto.
-"E' perchè io non lo sogno mai... è invidia!", mi rispose un po' seria ed un po' no...
-"E' perchè ti ricorda lui?", le chiesi guardando la casa quella volta in cui si commosse.
-"E' perchè qui mi abbracciava sempre...", mi rispose abbassando gli occhi.
-"E' perchè qui mi abbracciò per la prima volta...", proseguì dopo una breve pausa.
-"E' perchè qui mi abbracciò per l'ultima volta...", aggiunse con il viso ormai rigato dalle lacrime. E poi mi abbracciò, ma senza dire "vieni qua". Credo che in quel momento stessi davvero sostituendo lui. Però credo anche che sia stata l'unica volta. A me non è dispiaciuto...
-"Allora, mi aiuti a portare fuori tutto?", mi chiese fermandosi sulla porta della sala. Quello sarebbe stato un favore, secondo lei.
-"Sì, mamma...", le risposi. Ma tenni per me il "come se non l'avessi fatto comunque" che l'avrebbe fatta certamente arrabbiare. Quella volta non sbagliai.
-"Mamma?", le dissi quando era ormai pronta per partire.
-"Dimmi...", si girò sorpresa.
-"Vieni qua...", le dissi. Ma fui io ad andare da lei. E la abbracciai. Non era la prima volta che la abbracciavo, ma non potevo certo sapere che sarebbe stata l'ultima. Sono contento di averlo fatto in quella casa come faceva sempre mio padre. Sono contento di averlo fatto come faceva lei con me. Soprattutto... sono contento di averlo fatto. E' l'ultimo ricordo che ho di lei...
Se poi un papà "vero" come Doc si è immedesimato anche solo un po', per me è una grande vittoria!
Negli stessi giorni di quel racconto ne scrissi anche un altro con lo stesso stile (mai più riutilizzato). Lo posto così Doc la smette di menarsela sulla logorrea e sul fatto di monopolizzare il topic...
Le premesse sono le stesse dell'altra volta.
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Abbracci
Cominciò tutto per caso, come succede quasi sempre.
-"Mi fai un favore?", mi chiese.
-"Certo, mamma...", risposi. Era piuttosto indaffarata. Le vacanze estive erano finite e i preparativi per la partenza la prendevano completamente. La vedevo affannarsi tra la camera e la cucina come se tutto ciò fosse una questione di vita o di morte. Non vedeva l'ora di partire. Del resto, lei ha sempre odiato questa casa. Prima di diventare il nostro luogo di vacanze era stata la casa dei genitori di mio padre...
-"E' troppo grande... mi ci perdo...", mi diceva di solito, quando non voleva sbilanciarsi troppo...
-"Mi fa sentire sola...", mi confessò invece una volta in un momento di intima sincerità, mentre stava cominciando a piangere. Avevamo appena parlato di lui.
-"Ci sono qua io, ma’... non dici sempre che ti sto fin troppo intorno?", le risposi un po' scherzando ed un po' no. Volevo rincuorarla, ma non la abbracciai. Lo facevamo raramente. Ci parlavamo molto, e qualche volta ci confidavamo i nostri segreti... ma ci abbracciavamo poco. A me non ha mai dato fastidio...
-"Perchè non ci abbracciamo mai?", mi chiedeva ogni tanto, distrattamente...
-"Perchè non mi vuoi mai abbracciare?", mi chiese invece quella volta, quando ormai stava piangendo... quella volta che pensava a lui.
-"Mi manca, lo sai? Mi manca terribilmente!", era la prima volta che la vedevo piangere. Piangere per lui, intendo.
-"E' normale, mamma. Manca anche a me. Manca a tutti noi.", le dissi cercando di essere il più rasserenante possibile. Ma non la abbracciai.
-"Perchè non mi vuoi mai abbracciare?", tornò a chiedermi singhiozzando.
-"Non lo so... forse mi sembrerebbe di essere lui... di sostituirlo...", le dissi in un eccesso di sincerità, probabilmente dovuto alla drammaticità del momento. Sbagliai. Non avrei dovuto dirlo. Sbaglio spesso questo genere di frasi. Vorrei dire qualcosa di profondo ed esauriente, fidandomi del potere della sincerità, e finisco quasi sempre per fare del male a qualcuno...
-"Stanotte l'ho sognato, mamma... mi abbracciava...", le dissi una volta in autobus, alcuni anni fa. Un altro sbaglio. Non mi rispose, ma da come mi guardò capii che non avrei dovuto dirglielo. Si girò e si mise a fissare il vuoto nel finestrino dalla sua parte. Anch'io mi girai e mi misi a fissare il vuoto nel finestrino dalla mia parte. Dopo l'incidente non avevamo ancora ricominciato a parlare di mio padre. Non mi rivolse la parola per il resto della giornata...
-"E che male ci sarebbe a sostituirlo? Se non mi può più abbracciare lui... almeno fallo tu, no?", ora il pianto si era un po' calmato. Forse il merito era dell'astio che da sempre provava nei miei confronti quando sbagliavo le frasi per eccesso di sincerità...
-"Ma ci pensi a quello che dici? O parli solo perchè hai la bocca?", mi diceva quando i miei sbagli non erano gravi ed il mio eccesso di sincerità poteva risolversi in una battuta...
-"Prima o poi te la cucio, quella bocca!", mi urlò una volta da piccolo, dopo uno sbaglio grave. Piansi... piansi molto. L'immagine di mia mamma che mi cuciva la bocca con ago e filo mi tormentò per un'estate intera. Una notte feci un sogno in cui invece di ago e filo usava addirittura la macchina da cucire. E tutto questo solo per farmi tacere, solo perchè ero stato sincero. Le raccontai il sogno.
-"Quelli si chiamano incubi, non sogni.", mi rivelò mentre stava leggendo un libro. Fu la volta in cui scoprii che anche i sogni potevano essere brutti. Già... anche i sogni.
-"Ma mamma... non sono belli, i sogni?", le chiesi profondamente disilluso. I miei occhi rivelavano il desiderio di una risposta affermativa.
-"No... non sempre, almeno...", mi disse invece lei distrattamente. Che delusione provai. La odiai per quella risposta...
-"No... Babbo Natale non esiste. I doni sotto l'albero ce li mettiamo noi...", non mi fece lo stesso effetto. Non la odiai per quella risposta...
-"No... i bambini non li porta la cicogna. Li fanno i genitori...", invece, un po' mi turbò. Ma non la odiai per quella risposta. Fin da piccolo sapevo che, anche se io la ignoravo, c'era una spiegazione scientifica per tutto. Per quasi tutto...
-"Ma... ma... i sogni, mamma? Sei sicura?", quella volta non volli crederle. Dopo che lei annuì senza neanche guardarmi andai a nascondermi nel mio angolino preferito e decisi che non le avrei mai più rivolto la parola. La odiai davvero per quella risposta.
-"Non sognerò mai più!", decisi. Lo dissi proprio ad alta voce, convinto che bastasse dirlo. Ero un bambino, e da bambino è facile convincersi di poter fare le cose.
-"Mamma... come si fa a smettere di sognare?", le chiesi serio-serio quando smisi d'odiarla e decisi che potevo rivolgerle ancora la parola. Era passato più o meno un quarto d'ora.
-"Oh... vieni qua...", disse con un sorriso che le illuminava il viso. Ma fu lei a venire da me e ad abbracciarmi. Neanche da piccolo la abbracciavo spesso...
-"Mi mancano anche i suoi abbracci, sai? Mi manca tutto di lui. Tu sopperisci a molto... ma perchè non mi abbracci mai?", non credevo che ci tenesse così tanto. Cioè... un po' sì, ovviamente. Ma non così tanto. Ma ancora non la abbracciai...
-"Sei sempre stato un bravo figlio... e lo so che mi vuoi bene. Però non mi abbracci mai...", mi disse un po' scherzando ed un po' no quando compì 60 anni ed io le feci un bel regalo parecchio costoso.
-"Ma perchè invece di spendere dei soldi per me non mi regali un abbraccio? Oltretutto... risparmieresti, no?", scherzava ancora. La sua allegria illuminava la stanza.
-"Non lo so, ma’... mi sembra così scontato...", ecco... un altro dei miei sbagli. Quella festa finì male. Il sorriso sul suo viso si spense poco dopo le candeline sulla torta.
-"Scusa, mamma... non intendevo ferirti... mi dispiace.", le dissi poi. Ma non la abbracciai neanche quella volta...
-"Tu e tua moglie vi abbracciate spesso?", mi chiese un giorno senza apparente motivo. Così... di punto in bianco.
-"Che domande sono, ma’? Sembra un test di uno di quei tuoi giornali estivi... a proposito, hai già fatto il cruciverba dell'ultimo che hai preso?", le dissi per cambiare argomento. E' sempre stata una delle mie specialità, quella di cambiare argomento. Succede spesso, quando mi fa domande su mia moglie...
-"Sembra quasi che tu sia gelosa di lei...", le dissi una volta pur di non rispondere ad una sua domanda indiscreta. Scherzavo per evitare di rispondere, e credevo fosse evidente. Si arrabbiò molto. Un altro tipo di sbaglio...
-"E' una domanda come un'altra... vi abbracciate spesso o no?", tornò sull'argomento, ignorando il cruciverba. Evidentemente le frullava qualcosa per la testa.
-"Sembra quasi che tu sia gelosa di lei...", le dissi anche quella volta, non ricordando di averglielo già detto. Anche quella volta scherzavo per evitare di rispondere. Anche quella volta credevo fosse evidente. Anche quella volta si arrabbiò. E molto.
-"No, mamma... non abbraccio spesso neanche lei.", le dissi dopo qualche minuto di gelo. Ma non mi credette. Ormai sapeva quando mentivo e quando ero sincero. E quella volta mentivo.
-"Lo dici per non ferirmi, lo so... ma non fai che peggiorare le cose...", girò il dito nella piaga. Voleva farmi sentire in colpa. Ho sempre pensato che provasse un certo gusto nel farmi sentire in colpa. Ma sono convinto che ciò succedesse solo quando me lo meritavo...
-"Ecco... ci tenevo così tanto... e tu me lo hai rotto! Ora niente sarà più come prima...", mi disse, esagerando palesemente, quella volta che giocando a palla in casa ruppi senza volere un importante cimelio di famiglia, un orribile piatto di porcellana con il disegno del paese d'origine dei suoi nonni. Ma riuscì nel suo intento... mi fece sentire profondamente in colpa. Tuttora mi sento in colpa per quell'orrendo piatto. Nonostante tutto, me lo meritavo.
-"Vieni qua...", mi disse quando le fu passata, una mezz'ora più tardi. Ma fu lei a venire da me. E mi abbracciò...
-"Hai visto? L'hai fatta piangere... è colpa tua!", mi disse quella volta che accidentalmente si ruppe uno dei giocattoli preferiti della mia cuginetta. Ma quella volta non mi sentii in colpa. Me lo disse solo per far scena con i miei zii. Poco dopo, di nascosto, mi strizzò l'occhio. Quella volta non mi meritavo di sentirmi in colpa.
-"Vieni qua...", mi disse quando i miei zii se ne andarono. Ma fu lei a venire da me. E mi abbracciò.
-"Hai capito, vero? Sai... dovevo sgridarti... dovevo!", mi disse mentre mi stringeva forte al petto. Io avevo capito. No, non me lo meritavo...
-"Da te proprio non me l'aspettavo.", mi disse scura in viso quando insieme ad alcuni miei compagni di classe fummo sospesi da scuola per aver preso in giro un ragazzo su una sedia a rotelle. Eravamo bambini, e a volte i bambini sanno essere tremendamente crudeli.
-"Mi dispiace mamma... l'ho fatto solo perchè lo facevano anche gli altri... ma non succederà più, te lo prometto...", le dissi abbassando gli occhi. Mi aveva fatto sentire in colpa. Me lo meritavo. E davvero non sarebbe più successo niente di simile. Ma mi colpì molto la sua reazione.
-"Mi hai delusa.", e se ne andò senza chiedermi di abbracciarla. Credo che quella sia la volta in cui mi ha fatto sentire più in colpa. Non mi abbracciò per parecchio tempo, dopo quel fatto. La cosa mi ferì molto profondamente. Ma me lo meritavo...
-"No, mamma... non lo faccio per non ferirti. Lo sai com'è quando parliamo di lei... più di tanto non riesco a dirti... domani dovrebbe tornare dal mare, te l'ho detto?", cercai ancora di cambiare argomento. Non mi è mai piaciuto parlarle di mia moglie. Non so perchè...
-"Mi parli un po' di lei? Cioè... cosa fate quando siete soli?", mi chiese una volta in una sera d'estate. Non credevo bastasse così poco per mettermi in imbarazzo. Non ero ancora sposato, ma stavamo insieme da un pezzo.
-"Ma, mamma... non credi che sia una domanda un po'... indiscreta?", le risposi un po' sulla difensiva ed intenzionato a cambiare argomento.
-"Forse sì... ma perchè non mi parli mai di lei?", mi chiese allora con ostinazione, precedendomi.
-"E' la donna che amo, lo sai...", le dissi allora dopo un attimo di pausa. Era ciò che le dicevo tutte le volte che insisteva. Ma era la verità, e lei lo sapeva. Per questo non mi chiedeva più niente. Anche perchè la domanda successiva sarebbe sicuramente stata sugli abbracci, e lei ormai sapeva che mia moglie è l'unica persona che abbraccio spesso...
-"Manca tanto anche a me, mamma. Ma i suoi abbracci no... non mi possono mancare. Non mi abbracciava mai... lo sai... abbracciava solo te.", dissi seriamente e fin troppo sinceramente, sperando che non la prendesse come una critica nei confronti di mio padre. Non lo era.
-"Lo so... era così... così... così simile a te!", mi rispose cercando di trattenere l'emozione. Era la prima volta che mi diceva una cosa del genere. Mi sentivo orgoglioso. Ma mi sentivo anche scosso. Era la prima volta che mi diceva una cosa del genere...
-"Se sogni ancora il papà, fammi un favore... non raccontarmelo... tienilo per te. E' una cosa tra voi due... solo vostra...", mi disse il giorno dopo l'episodio dell'autobus. Era la prima volta che lo nominava. Era passato meno di un mese dall'incidente.
-"Comunque scusami per ieri, non dovevo fare così... vieni qua...", proseguì arrossendo un po'. Ma fu lei a venire da me. E mi abbracciò.
-"E' perchè ti fa male sentirlo nominare?", le chiesi mentre mi stringeva forte al petto.
-"E' perchè io non lo sogno mai... è invidia!", mi rispose un po' seria ed un po' no...
-"E' perchè ti ricorda lui?", le chiesi guardando la casa quella volta in cui si commosse.
-"E' perchè qui mi abbracciava sempre...", mi rispose abbassando gli occhi.
-"E' perchè qui mi abbracciò per la prima volta...", proseguì dopo una breve pausa.
-"E' perchè qui mi abbracciò per l'ultima volta...", aggiunse con il viso ormai rigato dalle lacrime. E poi mi abbracciò, ma senza dire "vieni qua". Credo che in quel momento stessi davvero sostituendo lui. Però credo anche che sia stata l'unica volta. A me non è dispiaciuto...
-"Allora, mi aiuti a portare fuori tutto?", mi chiese fermandosi sulla porta della sala. Quello sarebbe stato un favore, secondo lei.
-"Sì, mamma...", le risposi. Ma tenni per me il "come se non l'avessi fatto comunque" che l'avrebbe fatta certamente arrabbiare. Quella volta non sbagliai.
-"Mamma?", le dissi quando era ormai pronta per partire.
-"Dimmi...", si girò sorpresa.
-"Vieni qua...", le dissi. Ma fui io ad andare da lei. E la abbracciai. Non era la prima volta che la abbracciavo, ma non potevo certo sapere che sarebbe stata l'ultima. Sono contento di averlo fatto in quella casa come faceva sempre mio padre. Sono contento di averlo fatto come faceva lei con me. Soprattutto... sono contento di averlo fatto. E' l'ultimo ricordo che ho di lei...
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NckRm
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Re: Naufraghi 2.0
Bello questo suclò, un consiglio se posso: evita tutti quei puntini di sospensione perchè rendono faticosa la lettura (e sembra che tu sia un fake di nolian :hehe:)
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
Bene così, signori, il topic acquista vigore e partecipanti.
Altro riempitivo da parte mia. 
Ti sei mai trovato a galleggiare sul ghiaccio? Il sorriso divertito di isola era uno spettacolo a sé stante, metteva quasi voglia di esser contenti. Persino il bianco, a cui era stata rivolta quella domanda bizzarra, faticava a rimaner serio. Il vecchio era proprio contento che isola fosse tornato a parlare su quel campo da basket. Perché doveva ammettere che era questo che gli piaceva di lui. Lo aveva capito durante la sua assenza: se gli altri giocatori si eran mostrati capaci di gesti atletici di buon livello, a livello di parole -invece- si era scesi (troppo) in basso; una sagra del già sentito di cui si poteva fare a meno. E per quanto potesse parere assurdo il vecchio arrivò (anche) a ipotizzare che nel suo viaggio lontano da casa isola fosse andato ad accrescere più il suo vocabolario che il campionario di giocate da esibire sul campo. Come se giocare fosse il modo che aveva scelto per farsi ascoltare. C'era chi per esprimersi dipingeva su tela (o sui muri), chi ballava o cantava, isola giocava a basket; ma la sua esibizione non riguardava tanto l'aspetto tecnico, quanto il dialogo con gli altri giocatori in campo.. Al vecchio pareva un'ipotesi da non scartare. Poi magari non era così. Di sicuro gli altri avrebbero prestato più attenzione alla naturalezza con cui controllava ogni rimbalzo della palla nonostante il ghiaccio rendesse ancora più irregolare il vecchio campo d'asfalto. Non c'erano dubbi sul fatto che isola fosse uno che sapeva dare del tu alla palla.
Ti sei mai trovato a galleggiare sul ghiaccio? Il bianco era abbastanza disorientato. Il trash talking da quelle parti si stava dimostrando qualcosa di surreale e a cui non era abituato. Ma sapeva bene che non doveva farsi distrarre più di tanto, quindi teneva d'occhio quel ragazzo che sembrava cercare ogni lastra di ghiaccio presente sul campo per poterci palleggiare sopra. Normalmente su un campo gelato si sta più attenti a dove si mettono i piedi e questo avvantaggia quelli come lui: più tiratori da fuori che atleti da partenze brucianti, invece isola pareva avere tutte le intenzioni di lasciarlo sul posto con uno scatto fulmineo, contando -forse- anche sul fatto che lui non poteva certo dar l'impressione di essere il genere di avversario in grado di opporre una gran resistenza. Sapeva bene che per uno (bianco) come lui aver sfidato il migliore del campo lo esponeva ad una possibile figuraccia, ma era un prezzo da pagare se voleva davvero ingaggiarlo per la squadra che lui e Sidney avevano messo assieme. Ormai gli sponsor cominciavano a pagare dei bei soldi anche agli atleti di strada e se avessero fatto bene la loro parte potevano tirar su un bel po' di grana. Potevano svoltare davvero. Quante volte c'erano andati vicino? Ma col passare degli anni e l'aumentare degli acciacchi si faceva sempre più difficile giocare. Però potevano sempre sfruttare la loro conoscenza dell'ambiente e mettere assieme una squadretta di fenomeni. Uno di quelli da ingaggiare era quello strano conversatore, perchè comunque nel basket di strada era uno dei più quotati della costa est, a sentire i suoi agganci. E quasi sempre l'unico modo per avvicinare quei ragazzi era giocarci contro, quindi gli toccava mettere ancora una volta sotto pressione il suo ginocchio malandato.
Ti sei mai trovato a galleggiare sul ghiaccio? Isola sorrideva compiaciuto mentre palleggiava di fronte a quel tipo scolorito che gli stava davanti; si era trovato bene nella visita all'università dell'eroe, doveva ammetterlo, e la proposta di entrare a far parte di quel laboratorio teatrale lo gratificava anche più dell'apprezzamento che riceveva sul campo da gioco, perchè era una cosa che aveva a che fare più con l'uomo che voleva diventare che non col giocatore che sarebbe potuto divenire. Troppe cose potevano stroncare una carriera promettente, mentre soltanto la propria volontà poteva decidere se essere un tipo di persona piuttosto che un'altra.. Ecco perchè -anche se gli bruciava dentro il fuoco sacro della competizione- si interessava ad altre cose. Stranamente la sua passione era divenuta il teatro. Suo cugino diceva che era per colpa di quel film incasinato in cui non si riusciva a capire chi fosse Rosencrantz e chi fosse Guildenstern; lui diceva -piuttosto- che era per merito di quel film se aveva scoperto il gusto per il surreale e le molteplici possibilità che la lingua consentiva di utilizzare per comunicare. Al che il cugino lo guardava -più o meno- come lo stava guardando quel bianco adesso.. Era arrivato lì e sembrava esser caduto da un bus dei boy scout che passava da quelle parti, ma la luce che aveva negli occhi tradiva l'attenzione del giocatore smaliziato. presto si sarebbe capito di che pasta era fatto. Intanto -come sempre- isola si preoccupava di guadagnare un'altra porzione di campo..
Ti sei mai trovato a galleggiare sul ghiaccio? Il sorriso divertito di isola era uno spettacolo a sé stante, metteva quasi voglia di esser contenti. Persino il bianco, a cui era stata rivolta quella domanda bizzarra, faticava a rimaner serio. Il vecchio era proprio contento che isola fosse tornato a parlare su quel campo da basket. Perché doveva ammettere che era questo che gli piaceva di lui. Lo aveva capito durante la sua assenza: se gli altri giocatori si eran mostrati capaci di gesti atletici di buon livello, a livello di parole -invece- si era scesi (troppo) in basso; una sagra del già sentito di cui si poteva fare a meno. E per quanto potesse parere assurdo il vecchio arrivò (anche) a ipotizzare che nel suo viaggio lontano da casa isola fosse andato ad accrescere più il suo vocabolario che il campionario di giocate da esibire sul campo. Come se giocare fosse il modo che aveva scelto per farsi ascoltare. C'era chi per esprimersi dipingeva su tela (o sui muri), chi ballava o cantava, isola giocava a basket; ma la sua esibizione non riguardava tanto l'aspetto tecnico, quanto il dialogo con gli altri giocatori in campo.. Al vecchio pareva un'ipotesi da non scartare. Poi magari non era così. Di sicuro gli altri avrebbero prestato più attenzione alla naturalezza con cui controllava ogni rimbalzo della palla nonostante il ghiaccio rendesse ancora più irregolare il vecchio campo d'asfalto. Non c'erano dubbi sul fatto che isola fosse uno che sapeva dare del tu alla palla.
Ti sei mai trovato a galleggiare sul ghiaccio? Il bianco era abbastanza disorientato. Il trash talking da quelle parti si stava dimostrando qualcosa di surreale e a cui non era abituato. Ma sapeva bene che non doveva farsi distrarre più di tanto, quindi teneva d'occhio quel ragazzo che sembrava cercare ogni lastra di ghiaccio presente sul campo per poterci palleggiare sopra. Normalmente su un campo gelato si sta più attenti a dove si mettono i piedi e questo avvantaggia quelli come lui: più tiratori da fuori che atleti da partenze brucianti, invece isola pareva avere tutte le intenzioni di lasciarlo sul posto con uno scatto fulmineo, contando -forse- anche sul fatto che lui non poteva certo dar l'impressione di essere il genere di avversario in grado di opporre una gran resistenza. Sapeva bene che per uno (bianco) come lui aver sfidato il migliore del campo lo esponeva ad una possibile figuraccia, ma era un prezzo da pagare se voleva davvero ingaggiarlo per la squadra che lui e Sidney avevano messo assieme. Ormai gli sponsor cominciavano a pagare dei bei soldi anche agli atleti di strada e se avessero fatto bene la loro parte potevano tirar su un bel po' di grana. Potevano svoltare davvero. Quante volte c'erano andati vicino? Ma col passare degli anni e l'aumentare degli acciacchi si faceva sempre più difficile giocare. Però potevano sempre sfruttare la loro conoscenza dell'ambiente e mettere assieme una squadretta di fenomeni. Uno di quelli da ingaggiare era quello strano conversatore, perchè comunque nel basket di strada era uno dei più quotati della costa est, a sentire i suoi agganci. E quasi sempre l'unico modo per avvicinare quei ragazzi era giocarci contro, quindi gli toccava mettere ancora una volta sotto pressione il suo ginocchio malandato.
Ti sei mai trovato a galleggiare sul ghiaccio? Isola sorrideva compiaciuto mentre palleggiava di fronte a quel tipo scolorito che gli stava davanti; si era trovato bene nella visita all'università dell'eroe, doveva ammetterlo, e la proposta di entrare a far parte di quel laboratorio teatrale lo gratificava anche più dell'apprezzamento che riceveva sul campo da gioco, perchè era una cosa che aveva a che fare più con l'uomo che voleva diventare che non col giocatore che sarebbe potuto divenire. Troppe cose potevano stroncare una carriera promettente, mentre soltanto la propria volontà poteva decidere se essere un tipo di persona piuttosto che un'altra.. Ecco perchè -anche se gli bruciava dentro il fuoco sacro della competizione- si interessava ad altre cose. Stranamente la sua passione era divenuta il teatro. Suo cugino diceva che era per colpa di quel film incasinato in cui non si riusciva a capire chi fosse Rosencrantz e chi fosse Guildenstern; lui diceva -piuttosto- che era per merito di quel film se aveva scoperto il gusto per il surreale e le molteplici possibilità che la lingua consentiva di utilizzare per comunicare. Al che il cugino lo guardava -più o meno- come lo stava guardando quel bianco adesso.. Era arrivato lì e sembrava esser caduto da un bus dei boy scout che passava da quelle parti, ma la luce che aveva negli occhi tradiva l'attenzione del giocatore smaliziato. presto si sarebbe capito di che pasta era fatto. Intanto -come sempre- isola si preoccupava di guadagnare un'altra porzione di campo..
Last edited by Toni Monroe on 10/12/2008, 0:03, edited 1 time in total.
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suclò
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Re: Naufraghi 2.0
Grazie! Sui puntini sfondi una porta aperta... è un po' un mio vizio (come ho appena magistralmente dimostrato! :lol2:).NckRm wrote: Bello questo suclò, un consiglio se posso: evita tutti quei puntini di sospensione perchè rendono faticosa la lettura (e sembra che tu sia un fake di nolian :hehe:)
Qui però mi sembravano funzionali, la maggior parte delle volte sono nel discorso diretto e secondo me la gente quando parla mette una cifra di puntini. In più ci sono quelli di fine rigo che segnano graficamente il "salto temporale". Effettivamente mi rendo conto che, alla fin-fine, sempre dello stesso segno grafico si tratta, anche se usato in maniere differenti.
Ma questo nolian... è il contrario di nailon?
Se sì, digli che si scrive "nylon"... :lol2:
Toni! Alla faccia del "riempitivo"...
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Re: Naufraghi 2.0
Suclò, io riempio, poi se piace è anche meglio.
Gran bel pezzo il tuo. 
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Re: Naufraghi 2.0
Rieccomi attivo dopo un sacco di tempo...
Non l'ho ricontrollato, sinceramente non ne ho granchè voglia in questo momento, se trovate qualche errore sorvolate
Questa è la storia di un cassonetto della spazzatura. Ma non uno di quei bei cassonetti che trovi nelle città tedesche supermegaultra moderni, specializzati in dieci raccolte differenziate e che ad ogni sacco che ricevono dai cittadini rispondono con un rutto di soddisfazione. No, questo è un cassonetto piuttosto comune. Anzi, bruttino per la verità, nemmeno troppo sveglio. Dopo mille selezioni e colloqui ha trovato lavoro in una via di periferia di una grande città. E fin qui non sarebbe nemmeno un problema, se la città non fosse italiana. Insomma, uno sfigato.
Non è ancora stato scoperto quale sia il tempo che debba passare tra ogni visita degli addetti alla pulizia del nostro amico cassonetto. Quello che è certo è che, qualunque sia l'orizzonte temporale, i suddetti addetti maledetti passano ogni volta con almeno un mese di ritardo.
Una volta, in cui evidentemente gli addetti maledetti erano così tanto in ritardo che si erano convinti di essere in anticipo sul turno successivo e quindi non erano proprio passati, il nostro amico aveva dovuto respirare buccia di banana per tre mesi ininterrotti.
Non abbiamo ancora detto però come si chiama. In realtà nessuno lo sa. Non è che un cassonetto, specialmente uno come lui, abbia una vita sociale particolarmente sviluppata, per cui a nessuno è mai servito saperlo. E lui a furia di non sentirlo o se l'è dimenticato o s'è dimenticato di non averlo mai saputo.
Quindi da ora in poi, per comodità, lo chiameremo Charlie. Come i Vietcong.
Ecco, dicevamo che Charlie è un po' sfigato. Del resto è figlio di un sacco nero e di una campana per il vetro e questi incroci razziali sono piuttosto evidenti sui suoi lineamenti, particolare oltretutto che non l'ha mai aiutato a farsi degli amici da ragazzino. L'estrazione sociale piuttosto bassa poi gli ha sempre impedito di proseguire con gli studi, non essendo supportato da un cervello che gli permettesse di ricevere borse di studio. Lui che al contrario di tutti i cassonettini non voleva studiare per diventare specializzato in plastica, ma piuttosto aspirava al ruolo di campana di vetro come la mamma, andata in pensione dopo 30 anni di onorato servizio in un vicolo del quartiere a luci rosse di Amsterdam. Ma non ce l'ha fatta per svariati motivi, e ha dovuto accontentarsi di una città italiana, di un quartiere di merda.
Ma non è uno che si fascia il coperchio per nulla, nonostante tutto è moderatamente felice. Intendiamoci, non felice tipo quelli che corrono per le strade urlando a squarciagola, felice come possono esserlo le persone che sanno che tutto sommato potrebbe andare peggio. Per esempio si è sempre ritenuto fortunato di non essere al posto di Steve, anche questo nome fittizio utilizzato per comodità, che è costretto a lavorare sotto il Pub irlandese di Via dei Mille. Ora, non so se avete l'esperienza per comprendere la situazione, ma respirare banana per tre mesi è piuttosto avvilente, ma sniffare vomito tutti i fine settimana è decisamente peggio. Soprattutto perchè di fianco c'è anche un negozio di Kebab, ed è inutile che vi spieghi cosa mangino molti degli avventori del pub, prima, durante e dopo le gare di boccali di birra.
Non è un caso che Steve sia spesso in analisi.
Ma non siamo qui per parlare della vita merdosa di Steve, bensì di quella mediamente mediocre di Charlie. E dicevamo che è uno che sa apprezzare le piccole fortune della vita.
Però anche in una mente così inguaribilmente, o stupidamente, ottimista, esiste un piccolo remotissimo angoletto d'insoddisfazione che ogni tanto fa capolino nella sua mente. E come è facile immaginare, il problema di Charlie è che non riesce a trovare l'anima gemella. Perchè non è uno di quelli da storielle senza senso, sono capaci tutti di pagare una notte selvaggia con una sportina delle immondizie. Lui no, lui cerca l'amore vero. Vuole trovare la raccolta differenziata dei suoi sogni, magari anche una campana di vetro come l'adorata mammina, ma non sa come fare.
Va detto ad onor del vero che una piccola cotta ce l'ha già, il nostro Charlie. Già perchè quello che molti non sanno è che un paio di mesi fa, mentre era in assistenza per un problema alla leva del coperchio, ha conosciuto una bellissima raccolta della carta, anche lei lì, sebbene soltanto per un piccolo make up alle fiancate.
E' bastato uno sguardo, e se ne è invaghito subito. Sa pochissimo di lei, soltanto che lavora nei pressi di un'importante azienda telefonica in uno dei quartieri più ricchi della città. E, ovviamente, che è bellissima. E' una che tiene molto al suo aspetto personale, se ne è accorto perchè aveva gli adesivi di istruzioni ancora intatti e ben curati, ma in modo che non le appesantissero i lineamenti.
Il problema? Beh, c'è anche da dirlo? Come può uno come Charlie avere delle speranze con un bocconcino del genere? E' brutto, meticcio, non troppo furbo ed il più delle volte ha un alito pestilenziale.
Come? Non avevo mai parlato del suo alito?
Questo piccolo omaggio lo deve al signor Presti, quarto piano del civico 25. Il signor Presti è un pensionato mai stato sposato che una volte a settimana si concede il lusso di comprarsi del branzino. Quello che il signor Presti non è ancora riuscito a capire nel corso di questa ventennale abitudine, è che gli converrebbe comprarne una quantità inferiore, visto che poi è costretto a buttarne via sempre metà nel cassonetto più vicino.
Il che ci riporta a Charlie ed il suo alito ingombrante.
E poi quando può avvicinarsi? C'è quasi un'intera città in mezzo ed i suoi turni sono massacranti.
La verità però è che Charlie si è rotto letteralmente i pedali, perdonate il linguaggio colorito, di aspettare che la vita gli scorra davanti senza mai scossoni positivi.
E' per questo che dopo notti passate a riflettere, rimuginare e di tanto in tanto aprire la bocca per accogliere qualche sacco d'immondizia, ha partorito un piano infallibile: manomettersi di proposito la leva del coperchio ed andare in assistenza più e più volte, sperando che Lei prima o poi passi di nuovo da quelle parti per una passata di mascara. E perchè il suo piano funzioni al meglio, ha già programmato tutto: attravero complicatissimi calcoli, che in quanto tali saranno sicuramente sbagliati visto che in matematica è sempre stato una frana, ha unito i turni degli addetti delle pulizie con quelli dell'adorato Presti ed ha stilato un calendario di giorni in cui ha stimato di non puzzare di pesce e di non essere ricoperto di bucce di banana.
Si è accorto in realtà di avere poche occasioni durante l'anno, ma in un rarissimo momento di saggezza si è reso conto che l'alternativa è quella di perire sotto i colpi di Presti in completa solitudine, per cui tanto vale tentare.
Passano i mesi, e si susseguono le visite in riparazione, ma di Lei nemmeno l'ombra. In realtà non sempre è stato un male, come previsto aveva sbagliato qualcosa nei calcoli ed una volta si è presentato il giorno dopo aver ricevuto il regalo dall'anziano condomine del civico 25 ed il giorno prima dell'arrivo delle pulizie. Assomigliava ad una bomba batteriologica pronta a mettere in ginocchio un continente.
Ma quando stava per perdere ormai ogni speranza ecco che finalmente la fortuna comincia ad arridergli. In uno dei rarissimi giorni in cui si era presentato in riparazione in ottime condizioni e mentre stava distrattamente ascoltando l'addetto incaricato di ripararlo che lo malediva per l'ennesima volta, gli passa davanti proprio lei, bella ed intrigante come l'ultima ed unica volta in cui l'aveva vista.
E' proprio in quel momento che il nostro amico ha tirato fuori un coraggio che mai si sarebbe immaginato di possedere. Non appena se l'è trovata di fronte infatti quasi d'istinto ha cominciato a parlare
"Ciao, io sono Charlie, tu come ti chiami?"
"Anna"
Questo dialogo ovviamente non ha mai avuto luogo, visto che i nomi che stiamo usando sono fittizi, ma è quello che sarebbe successo se avessero dovuto chiamarsi per nome. Quello che segue invece è accaduto realmente.
"E' da mesi che mi faccio male apposta per avere la possibilità di rivederti e chissà mai quando potrò rifarlo ancora, dimmi soltanto se ho anche una minima speranza con te che farò tutto il possibile per incontrarti di nuovo."
"No, mi dispiace."
Parole pesanti come macigni.
"Sono già fidanzata con un figo da paura, lavora a Berlino e dopo 5 anni si è specializzato in plastica verde di spessore inferiore ai 3mm. E' l'unico in tutta la città! E' pieno di soldi e mi fa un sacco di regali. A volte mi picchia ma è davvero figo."
Parole che per Charlie hanno avuto l'effetto di rompere un incantesimo durato lunghi mesi. Nell'innocenza della sua cotta non si era mai chiesto se fosse davvero la sua anima gemella, e quelle poche frasi avevano dimostrato inconfutabilmente che non lo era. Neanche lontanamente.
Charlie è tornato a casa sereno, nonostante tutto. Ha avuto coraggio. E' andata male, ma andrà meglio. E se non dovesse succedere, può sempre contare sul suo pensionato preferito per tirargli su la giornata. E poi, comunque vada, a Steve va sicuramente molto peggio.
Non l'ho ricontrollato, sinceramente non ne ho granchè voglia in questo momento, se trovate qualche errore sorvolate
Questa è la storia di un cassonetto della spazzatura. Ma non uno di quei bei cassonetti che trovi nelle città tedesche supermegaultra moderni, specializzati in dieci raccolte differenziate e che ad ogni sacco che ricevono dai cittadini rispondono con un rutto di soddisfazione. No, questo è un cassonetto piuttosto comune. Anzi, bruttino per la verità, nemmeno troppo sveglio. Dopo mille selezioni e colloqui ha trovato lavoro in una via di periferia di una grande città. E fin qui non sarebbe nemmeno un problema, se la città non fosse italiana. Insomma, uno sfigato.
Non è ancora stato scoperto quale sia il tempo che debba passare tra ogni visita degli addetti alla pulizia del nostro amico cassonetto. Quello che è certo è che, qualunque sia l'orizzonte temporale, i suddetti addetti maledetti passano ogni volta con almeno un mese di ritardo.
Una volta, in cui evidentemente gli addetti maledetti erano così tanto in ritardo che si erano convinti di essere in anticipo sul turno successivo e quindi non erano proprio passati, il nostro amico aveva dovuto respirare buccia di banana per tre mesi ininterrotti.
Non abbiamo ancora detto però come si chiama. In realtà nessuno lo sa. Non è che un cassonetto, specialmente uno come lui, abbia una vita sociale particolarmente sviluppata, per cui a nessuno è mai servito saperlo. E lui a furia di non sentirlo o se l'è dimenticato o s'è dimenticato di non averlo mai saputo.
Quindi da ora in poi, per comodità, lo chiameremo Charlie. Come i Vietcong.
Ecco, dicevamo che Charlie è un po' sfigato. Del resto è figlio di un sacco nero e di una campana per il vetro e questi incroci razziali sono piuttosto evidenti sui suoi lineamenti, particolare oltretutto che non l'ha mai aiutato a farsi degli amici da ragazzino. L'estrazione sociale piuttosto bassa poi gli ha sempre impedito di proseguire con gli studi, non essendo supportato da un cervello che gli permettesse di ricevere borse di studio. Lui che al contrario di tutti i cassonettini non voleva studiare per diventare specializzato in plastica, ma piuttosto aspirava al ruolo di campana di vetro come la mamma, andata in pensione dopo 30 anni di onorato servizio in un vicolo del quartiere a luci rosse di Amsterdam. Ma non ce l'ha fatta per svariati motivi, e ha dovuto accontentarsi di una città italiana, di un quartiere di merda.
Ma non è uno che si fascia il coperchio per nulla, nonostante tutto è moderatamente felice. Intendiamoci, non felice tipo quelli che corrono per le strade urlando a squarciagola, felice come possono esserlo le persone che sanno che tutto sommato potrebbe andare peggio. Per esempio si è sempre ritenuto fortunato di non essere al posto di Steve, anche questo nome fittizio utilizzato per comodità, che è costretto a lavorare sotto il Pub irlandese di Via dei Mille. Ora, non so se avete l'esperienza per comprendere la situazione, ma respirare banana per tre mesi è piuttosto avvilente, ma sniffare vomito tutti i fine settimana è decisamente peggio. Soprattutto perchè di fianco c'è anche un negozio di Kebab, ed è inutile che vi spieghi cosa mangino molti degli avventori del pub, prima, durante e dopo le gare di boccali di birra.
Non è un caso che Steve sia spesso in analisi.
Ma non siamo qui per parlare della vita merdosa di Steve, bensì di quella mediamente mediocre di Charlie. E dicevamo che è uno che sa apprezzare le piccole fortune della vita.
Però anche in una mente così inguaribilmente, o stupidamente, ottimista, esiste un piccolo remotissimo angoletto d'insoddisfazione che ogni tanto fa capolino nella sua mente. E come è facile immaginare, il problema di Charlie è che non riesce a trovare l'anima gemella. Perchè non è uno di quelli da storielle senza senso, sono capaci tutti di pagare una notte selvaggia con una sportina delle immondizie. Lui no, lui cerca l'amore vero. Vuole trovare la raccolta differenziata dei suoi sogni, magari anche una campana di vetro come l'adorata mammina, ma non sa come fare.
Va detto ad onor del vero che una piccola cotta ce l'ha già, il nostro Charlie. Già perchè quello che molti non sanno è che un paio di mesi fa, mentre era in assistenza per un problema alla leva del coperchio, ha conosciuto una bellissima raccolta della carta, anche lei lì, sebbene soltanto per un piccolo make up alle fiancate.
E' bastato uno sguardo, e se ne è invaghito subito. Sa pochissimo di lei, soltanto che lavora nei pressi di un'importante azienda telefonica in uno dei quartieri più ricchi della città. E, ovviamente, che è bellissima. E' una che tiene molto al suo aspetto personale, se ne è accorto perchè aveva gli adesivi di istruzioni ancora intatti e ben curati, ma in modo che non le appesantissero i lineamenti.
Il problema? Beh, c'è anche da dirlo? Come può uno come Charlie avere delle speranze con un bocconcino del genere? E' brutto, meticcio, non troppo furbo ed il più delle volte ha un alito pestilenziale.
Come? Non avevo mai parlato del suo alito?
Questo piccolo omaggio lo deve al signor Presti, quarto piano del civico 25. Il signor Presti è un pensionato mai stato sposato che una volte a settimana si concede il lusso di comprarsi del branzino. Quello che il signor Presti non è ancora riuscito a capire nel corso di questa ventennale abitudine, è che gli converrebbe comprarne una quantità inferiore, visto che poi è costretto a buttarne via sempre metà nel cassonetto più vicino.
Il che ci riporta a Charlie ed il suo alito ingombrante.
E poi quando può avvicinarsi? C'è quasi un'intera città in mezzo ed i suoi turni sono massacranti.
La verità però è che Charlie si è rotto letteralmente i pedali, perdonate il linguaggio colorito, di aspettare che la vita gli scorra davanti senza mai scossoni positivi.
E' per questo che dopo notti passate a riflettere, rimuginare e di tanto in tanto aprire la bocca per accogliere qualche sacco d'immondizia, ha partorito un piano infallibile: manomettersi di proposito la leva del coperchio ed andare in assistenza più e più volte, sperando che Lei prima o poi passi di nuovo da quelle parti per una passata di mascara. E perchè il suo piano funzioni al meglio, ha già programmato tutto: attravero complicatissimi calcoli, che in quanto tali saranno sicuramente sbagliati visto che in matematica è sempre stato una frana, ha unito i turni degli addetti delle pulizie con quelli dell'adorato Presti ed ha stilato un calendario di giorni in cui ha stimato di non puzzare di pesce e di non essere ricoperto di bucce di banana.
Si è accorto in realtà di avere poche occasioni durante l'anno, ma in un rarissimo momento di saggezza si è reso conto che l'alternativa è quella di perire sotto i colpi di Presti in completa solitudine, per cui tanto vale tentare.
Passano i mesi, e si susseguono le visite in riparazione, ma di Lei nemmeno l'ombra. In realtà non sempre è stato un male, come previsto aveva sbagliato qualcosa nei calcoli ed una volta si è presentato il giorno dopo aver ricevuto il regalo dall'anziano condomine del civico 25 ed il giorno prima dell'arrivo delle pulizie. Assomigliava ad una bomba batteriologica pronta a mettere in ginocchio un continente.
Ma quando stava per perdere ormai ogni speranza ecco che finalmente la fortuna comincia ad arridergli. In uno dei rarissimi giorni in cui si era presentato in riparazione in ottime condizioni e mentre stava distrattamente ascoltando l'addetto incaricato di ripararlo che lo malediva per l'ennesima volta, gli passa davanti proprio lei, bella ed intrigante come l'ultima ed unica volta in cui l'aveva vista.
E' proprio in quel momento che il nostro amico ha tirato fuori un coraggio che mai si sarebbe immaginato di possedere. Non appena se l'è trovata di fronte infatti quasi d'istinto ha cominciato a parlare
"Ciao, io sono Charlie, tu come ti chiami?"
"Anna"
Questo dialogo ovviamente non ha mai avuto luogo, visto che i nomi che stiamo usando sono fittizi, ma è quello che sarebbe successo se avessero dovuto chiamarsi per nome. Quello che segue invece è accaduto realmente.
"E' da mesi che mi faccio male apposta per avere la possibilità di rivederti e chissà mai quando potrò rifarlo ancora, dimmi soltanto se ho anche una minima speranza con te che farò tutto il possibile per incontrarti di nuovo."
"No, mi dispiace."
Parole pesanti come macigni.
"Sono già fidanzata con un figo da paura, lavora a Berlino e dopo 5 anni si è specializzato in plastica verde di spessore inferiore ai 3mm. E' l'unico in tutta la città! E' pieno di soldi e mi fa un sacco di regali. A volte mi picchia ma è davvero figo."
Parole che per Charlie hanno avuto l'effetto di rompere un incantesimo durato lunghi mesi. Nell'innocenza della sua cotta non si era mai chiesto se fosse davvero la sua anima gemella, e quelle poche frasi avevano dimostrato inconfutabilmente che non lo era. Neanche lontanamente.
Charlie è tornato a casa sereno, nonostante tutto. Ha avuto coraggio. E' andata male, ma andrà meglio. E se non dovesse succedere, può sempre contare sul suo pensionato preferito per tirargli su la giornata. E poi, comunque vada, a Steve va sicuramente molto peggio.

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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
Charlie ti presento Anna. :lol2: 
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Toni.
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