Re: Naufraghi 2.0
- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
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La solenne semplicità del palazzo dove i Granduchi di Toscana amministravano il loro stato si ergeva imponente al fianco di Palazzo Vecchio, ma, dove una volta si accalcavano questuanti ed impiegati, ormai si schieravano in file scomposte torme di turisti, frementi di ammirare uno dei più celebri musei del mondo, il museo degli Uffizi.
In una sala un maturo signore distinto, rivestito da un sobrio completo gessato grigio scuro, sotto le maniche del quale facevano capolino dei gemelli aurei a chiudere i polsini di una camicia immacolata, era fermo, immobile di fronte al “Mosè difende le Jetro” di Rosso Fiorentino.
Un furor sacro emergeva da un classico impianto Michelangiolesco, profondo di solo disegno e rigoroso nella metrica e nelle forme, ma ricco di un dinamismo assoluto ed irrefrenabile, un ruotar di membra attorno al perno centrale, costituito da un Mosè furibondo, nel vivo della lotta, rosseggiante nel colore rubizzo cui deve il nome il maestro, universale nella sua fiorentinità quasi dialettale. Comodamente seduto, l’uomo disegnava tranquillamente, tracciando linee, cancellandole e disegnandole meglio, rivedendo più volte l’impostazione, riflettendo su ogni singolo segno per tutto il tempo necessario. Per tanto tempo aveva pregustato quei momenti, e non intendeva sprecarli. Tanti anni di lavoro in banca, in giro per l’Italia, fino alle direzioni di filiali in località lontanissime dalla sua città gli avevano intaccato la memoria della sua cultura toscana; non appena era giunta l’età della pensione egli aveva però ritrovato, come per incanto, le sue antiche passioni.
Il manierismo toscano, questo egli amava; il periodo in cui il prepotente umanesimo di Michelangelo e Leonardo, di fronte alla Riforma ed al sorgere delle guerre di religione, diventava arte morale e teocentrica, un momento in cui un tratto poteva perdere logicità estetica, a patto di assumere un rigore religioso. Questo periodo di passioni in parte represse ed in parte incontrollate, in cui fioriva una cultura nuova, nasceva una scienza moderna e un nuovo concetto di società prendeva piede, mentre tutto l’antico regime reprimeva il nascere delle novità, mentre le religioni cavalcavano in vario modo queste novità, si trasformavano in integralismi e giustificavano massacri sanguinosi.
Queste lotte, queste contraddizioni egli le amava, indicavano tutto ciò che gli sarebbe piaciuto vivere se la cassaforte della banca, con i depositi del giorno, non avesse conservato sottochiave anche la sua voglia di avventure, di novità, di passioni sconsiderate e violente; di queste perdite aveva oggi la paga, nei saloni degli Uffizi.
La solenne semplicità del palazzo dove i Granduchi di Toscana amministravano il loro stato si ergeva imponente al fianco di Palazzo Vecchio, ma, dove una volta si accalcavano questuanti ed impiegati, ormai si schieravano in file scomposte torme di turisti, frementi di ammirare uno dei più celebri musei del mondo, il museo degli Uffizi.
In una sala un maturo signore distinto, rivestito da un sobrio completo gessato grigio scuro, sotto le maniche del quale facevano capolino dei gemelli aurei a chiudere i polsini di una camicia immacolata, era fermo, immobile di fronte al “Mosè difende le Jetro” di Rosso Fiorentino.
Un furor sacro emergeva da un classico impianto Michelangiolesco, profondo di solo disegno e rigoroso nella metrica e nelle forme, ma ricco di un dinamismo assoluto ed irrefrenabile, un ruotar di membra attorno al perno centrale, costituito da un Mosè furibondo, nel vivo della lotta, rosseggiante nel colore rubizzo cui deve il nome il maestro, universale nella sua fiorentinità quasi dialettale. Comodamente seduto, l’uomo disegnava tranquillamente, tracciando linee, cancellandole e disegnandole meglio, rivedendo più volte l’impostazione, riflettendo su ogni singolo segno per tutto il tempo necessario. Per tanto tempo aveva pregustato quei momenti, e non intendeva sprecarli. Tanti anni di lavoro in banca, in giro per l’Italia, fino alle direzioni di filiali in località lontanissime dalla sua città gli avevano intaccato la memoria della sua cultura toscana; non appena era giunta l’età della pensione egli aveva però ritrovato, come per incanto, le sue antiche passioni.
Il manierismo toscano, questo egli amava; il periodo in cui il prepotente umanesimo di Michelangelo e Leonardo, di fronte alla Riforma ed al sorgere delle guerre di religione, diventava arte morale e teocentrica, un momento in cui un tratto poteva perdere logicità estetica, a patto di assumere un rigore religioso. Questo periodo di passioni in parte represse ed in parte incontrollate, in cui fioriva una cultura nuova, nasceva una scienza moderna e un nuovo concetto di società prendeva piede, mentre tutto l’antico regime reprimeva il nascere delle novità, mentre le religioni cavalcavano in vario modo queste novità, si trasformavano in integralismi e giustificavano massacri sanguinosi.
Queste lotte, queste contraddizioni egli le amava, indicavano tutto ciò che gli sarebbe piaciuto vivere se la cassaforte della banca, con i depositi del giorno, non avesse conservato sottochiave anche la sua voglia di avventure, di novità, di passioni sconsiderate e violente; di queste perdite aveva oggi la paga, nei saloni degli Uffizi.
- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
Spiacente, ma questi primi tre capitoli de "Le vacche del Pontormo" sono solo l'introduzione, con la presentazione dei tre personaggi sulla cui rivalità in una specie di caccia al tesoro si basa il racconto lungo.
Tanto lungo da essere quasi un romanzo breve.
Chi vuole mi stoppi quando vuole, mi rendo conto di monopolizzare il topic.
Tanto lungo da essere quasi un romanzo breve.
Chi vuole mi stoppi quando vuole, mi rendo conto di monopolizzare il topic.
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suclò
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Re: Naufraghi 2.0
A me piace, poi vedi tu. :Ddoc G wrote: Spiacente, ma questi primi tre capitoli de "Le vacche del Pontormo" sono solo l'introduzione, con la presentazione dei tre personaggi sulla cui rivalità in una specie di caccia al tesoro si basa il racconto lungo.
Tanto lungo da essere quasi un romanzo breve.
Chi vuole mi stoppi quando vuole, mi rendo conto di monopolizzare il topic.
Piuttosto, se non vuoi monopolizzare il topic (che poi non sarebbe 'sta gran cosa, eh?!) io qualcosina da postare ce l'avrei. Il problema è che, un po' alla volta, da bravo niubbo mi sto leggendo quanto postato in precedenza e, insomma... qui siete abituati parecchio bene...
Intanto ne approfitto per ringraziare Sine (a proposito, bravissimo!) per quel file che aveva (mega)uploadato nelle prime pagine. Bazzicando soprattutto in NFL "conoscevo" Alvise come ottimo forumista... e qui me lo ritrovo scrittore coi controcazzi...
Gran bel topic!
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Paperone
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Re: Naufraghi 2.0
c'entra niente, però abbiamo fatto cadere nella trappola dell'Off Topic il commentatore dell'Arena Football :lol2:suclò wrote:
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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suclò
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Re: Naufraghi 2.0
Ma è vero che l'OffTopic di questo forum è stato inserito nella categoria "sostanze che danno dipendenza"?Paperone wrote: c'entra niente, però abbiamo fatto cadere nella trappola dell'Off Topic il commentatore dell'Arena Football :lol2:![]()
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
Intanto io continuo a fare da cuscinetto tra un intervento e l'altro. 
La nebbia si è alzata è l'isola è tornata, datemi quello che è mio! Queste parole produssero una serie di eventi in successione tanto rapida da sembrar quasi che fossero simultanei: un applauso isolato ma convinto sembrava salutare il ritorno di isola, ma poteva benissimo essere il commento alla reattività del ladro, che nel vedere il cugino di isola bloccarsi gli sottrasse immediatamente la palla e si involò verso il canestro. Se il cugino era contento di rivederlo lo sapeva nascondere molto bene, perchè lo si sarebbe detto quasi infastidito. Il ladro intanto andava incontro al suo destino: le tante palle rubate in partita e le successive schiacciate in faccia agli avversari avevano prodotto un certo astio, ma certo non era facile immaginare che ad abbatterlo mentre saliva per l'affondata sarebbe stato.. un suo compagno di squadra! Ma dal giusto non era lecito aspettarsi altro, in fondo. Evidentemente non aveva ritenuto corretto che il ladro approfittasse di un evento esterno per esibirsi nel suo solito numero ruba e vai a schiacciare, e dall'alto del suo senso di giustizia (e dei suoi 2,08m) lo seguì, non per accompagnare la transizione ma per colpirlo, appena al di sotto della nuca.. Impagabile anche la sua espressione serafica mentre aiutava il ladro a rialzarsi..
La nebbia si è alzata è l'isola è tornata, datemi quello che è mio! Nel sentire la voce di isola suo cugino si bloccò e quasi perse la palla; si sarebbe potuto pensare che l'applauso che si sentì volesse sottolineare la rarità di un suo controllo sbagliato, ma dubitava che fosse rivolto a lui. Avrebbe tanto voluto esser capace di mascherare i suoi sentimenti o almeno di poterli esprimere tutti.. invece -pur essendo contento che fosse tornato- si rendeva perfettamente conto di non avere un'espressione entusiasta sul viso. E non gli andava che qualcuno pensasse che era infastidito dal ritorno del migliore del campo davanti alla vecchia scuola, per via del fatto che durante la sua assenza lui aveva potuto riprendere la supremazia. Perchè non era così. Forse.. Al ladro non parve vero di poter tramutare una palla quasi persa in una rubata e subito ne approfittò, levandogliela dalle mani incerte e involandosi verso il canestro. Tuttavia a sorprendere il cugino di isola non fu tanto l'iniziativa del ladro, quanto il fatto che il giusto lo avesse seguito di gran carriera. Per i primi metri della loro corsa -quasi- simultanea, rimase perplesso; poi un sorriso gli si allargò sulle labbra, e quando vide il giusto fare quello che aveva immaginato si scusò mentalmente con lui per aver pensato che potesse aver appoggiato il ladro in quell'iniziativa. Un fallo ben speso è un fallo ben speso. E se l'hai fatto ad un compagno è soltanto un caso fortuito, no?
La nebbia si è alzata è l'isola è tornata, datemi quello che è mio! Il venditore di bibite non seppe trattenere il suo entusiasmo e nel silenzio che era calato non potè che applaudire convinto; le partite al campo davanti alla vecchia scuola avevano appena ritrovato uno degli interpreti più coinvolgenti. Ed i benefici sembravano essersi immediatamente rivelati: l'intervento del giusto era ineccepibile, per i canoni del gioco di strada. Certo aveva abbattuto un suo compagno, ma quantomeno aveva dimostrato maggior convinzione nei propri mezzi rispetto a quanto fatto vedere in precedenza. Accanto al bibitaro era seduto un tipo dall'aria stralunata che aveva canticchiato dei gospel per tutta la partita e che non sembrava particolarmente interessato alla contesa. Ma la palla che aveva e con cui giocherellava lo qualificava senz'altro come un appassionato. Nel sentire quelle parole anche lui guardò il campo, con un interesse che prima non gli si sarebbe nemmeno lontanamente sospettato nello sguardo. Come se fosse -finalmente- arrivata una persona con cui aveva appuntamento.. Il vecchio era abbastanza sicuro di aver già visto da qualche parte, in passato, quel tipo strano e bianco (o era strano perchè bianco?), forse dalle parti di venice beach, in California; ma non avrebbe saputo spiegare cosa ci facesse ora lì. Solo gli sembrava tanto un'immagine familiare quella del tipo che fa girare la palla sul dito e sta lì a far quasi da tappezzeria. Come se aspettasse di venir chiamato in campo da un momento all'altro per farsi prendere in giro..
La nebbia si è alzata è l'isola è tornata, datemi quello che è mio! Queste parole produssero una serie di eventi in successione tanto rapida da sembrar quasi che fossero simultanei: un applauso isolato ma convinto sembrava salutare il ritorno di isola, ma poteva benissimo essere il commento alla reattività del ladro, che nel vedere il cugino di isola bloccarsi gli sottrasse immediatamente la palla e si involò verso il canestro. Se il cugino era contento di rivederlo lo sapeva nascondere molto bene, perchè lo si sarebbe detto quasi infastidito. Il ladro intanto andava incontro al suo destino: le tante palle rubate in partita e le successive schiacciate in faccia agli avversari avevano prodotto un certo astio, ma certo non era facile immaginare che ad abbatterlo mentre saliva per l'affondata sarebbe stato.. un suo compagno di squadra! Ma dal giusto non era lecito aspettarsi altro, in fondo. Evidentemente non aveva ritenuto corretto che il ladro approfittasse di un evento esterno per esibirsi nel suo solito numero ruba e vai a schiacciare, e dall'alto del suo senso di giustizia (e dei suoi 2,08m) lo seguì, non per accompagnare la transizione ma per colpirlo, appena al di sotto della nuca.. Impagabile anche la sua espressione serafica mentre aiutava il ladro a rialzarsi..
La nebbia si è alzata è l'isola è tornata, datemi quello che è mio! Nel sentire la voce di isola suo cugino si bloccò e quasi perse la palla; si sarebbe potuto pensare che l'applauso che si sentì volesse sottolineare la rarità di un suo controllo sbagliato, ma dubitava che fosse rivolto a lui. Avrebbe tanto voluto esser capace di mascherare i suoi sentimenti o almeno di poterli esprimere tutti.. invece -pur essendo contento che fosse tornato- si rendeva perfettamente conto di non avere un'espressione entusiasta sul viso. E non gli andava che qualcuno pensasse che era infastidito dal ritorno del migliore del campo davanti alla vecchia scuola, per via del fatto che durante la sua assenza lui aveva potuto riprendere la supremazia. Perchè non era così. Forse.. Al ladro non parve vero di poter tramutare una palla quasi persa in una rubata e subito ne approfittò, levandogliela dalle mani incerte e involandosi verso il canestro. Tuttavia a sorprendere il cugino di isola non fu tanto l'iniziativa del ladro, quanto il fatto che il giusto lo avesse seguito di gran carriera. Per i primi metri della loro corsa -quasi- simultanea, rimase perplesso; poi un sorriso gli si allargò sulle labbra, e quando vide il giusto fare quello che aveva immaginato si scusò mentalmente con lui per aver pensato che potesse aver appoggiato il ladro in quell'iniziativa. Un fallo ben speso è un fallo ben speso. E se l'hai fatto ad un compagno è soltanto un caso fortuito, no?
La nebbia si è alzata è l'isola è tornata, datemi quello che è mio! Il venditore di bibite non seppe trattenere il suo entusiasmo e nel silenzio che era calato non potè che applaudire convinto; le partite al campo davanti alla vecchia scuola avevano appena ritrovato uno degli interpreti più coinvolgenti. Ed i benefici sembravano essersi immediatamente rivelati: l'intervento del giusto era ineccepibile, per i canoni del gioco di strada. Certo aveva abbattuto un suo compagno, ma quantomeno aveva dimostrato maggior convinzione nei propri mezzi rispetto a quanto fatto vedere in precedenza. Accanto al bibitaro era seduto un tipo dall'aria stralunata che aveva canticchiato dei gospel per tutta la partita e che non sembrava particolarmente interessato alla contesa. Ma la palla che aveva e con cui giocherellava lo qualificava senz'altro come un appassionato. Nel sentire quelle parole anche lui guardò il campo, con un interesse che prima non gli si sarebbe nemmeno lontanamente sospettato nello sguardo. Come se fosse -finalmente- arrivata una persona con cui aveva appuntamento.. Il vecchio era abbastanza sicuro di aver già visto da qualche parte, in passato, quel tipo strano e bianco (o era strano perchè bianco?), forse dalle parti di venice beach, in California; ma non avrebbe saputo spiegare cosa ci facesse ora lì. Solo gli sembrava tanto un'immagine familiare quella del tipo che fa girare la palla sul dito e sta lì a far quasi da tappezzeria. Come se aspettasse di venir chiamato in campo da un momento all'altro per farsi prendere in giro..
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
Toni.
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shilton
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Re: Naufraghi 2.0
Un up per il topic
non ho nulla da scrivere perchè non possiedo le vostre capacità,ma mi piaceva postare gli ultimi passi dell'ultimo libro che ho letto:
Ormai è tutto finito.Certe cose hanno avuto risposta,certe altre no.
Nell'invecchiare - e, in realtà, non è che sia poi così vecchio: neanche arrivo ai sessanta - scopro che per me il passato ha più importanza del presente. Non sarà un bene,però è la verità. All'epoca, tutto era ben più intenso. Il sole era più caldo, il vento più fresco.I cani più svegli.
Non sempre Buster aveva ragione, e certe volte dava risposte sibilline. Ma una delle frasi mi è rimasta impressa, e continua a sembrarmi vera: "Non sempre la vita dà soddisfazione e, al tirar delle somme, carne e polvere finiscono per rivelarsi la stessa cosa"
Joe R.Lansdale (La sottile linea scura)
non ho nulla da scrivere perchè non possiedo le vostre capacità,ma mi piaceva postare gli ultimi passi dell'ultimo libro che ho letto:
Ormai è tutto finito.Certe cose hanno avuto risposta,certe altre no.
Nell'invecchiare - e, in realtà, non è che sia poi così vecchio: neanche arrivo ai sessanta - scopro che per me il passato ha più importanza del presente. Non sarà un bene,però è la verità. All'epoca, tutto era ben più intenso. Il sole era più caldo, il vento più fresco.I cani più svegli.
Non sempre Buster aveva ragione, e certe volte dava risposte sibilline. Ma una delle frasi mi è rimasta impressa, e continua a sembrarmi vera: "Non sempre la vita dà soddisfazione e, al tirar delle somme, carne e polvere finiscono per rivelarsi la stessa cosa"
Joe R.Lansdale (La sottile linea scura)


Shilton meglio di Buffon (Pap)Raramente in vita mia ho visto dal vivo compiere interventi simili (Dazed)
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
E' comunque un intervento di qualità..
considerazioni che sarebbe grave condividere già adesso che ho poco più della metà degli anni di chi le fa nel libro, ma che sono abbastanza verosimili.. 
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
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Re: Naufraghi 2.0
http://it.youtube.com/watch?v=ifAEkrPyS9gshilton wrote: Un up per il topic
non ho nulla da scrivere perchè non possiedo le vostre capacità,ma mi piaceva postare gli ultimi passi dell'ultimo libro che ho letto:
Ormai è tutto finito.Certe cose hanno avuto risposta,certe altre no.
Nell'invecchiare - e, in realtà, non è che sia poi così vecchio: neanche arrivo ai sessanta - scopro che per me il passato ha più importanza del presente. Non sarà un bene,però è la verità. All'epoca, tutto era ben più intenso. Il sole era più caldo, il vento più fresco.I cani più svegli.
Non sempre Buster aveva ragione, e certe volte dava risposte sibilline. Ma una delle frasi mi è rimasta impressa, e continua a sembrarmi vera: "Non sempre la vita dà soddisfazione e, al tirar delle somme, carne e polvere finiscono per rivelarsi la stessa cosa"
Joe R.Lansdale (La sottile linea scura)
Lo so, tu mi citi un libro, anche abbastanza "alto", ed io ti rispondo con una citazione da un film. Mescolanza eretica e blasfema, e se io devo scegliere mille volte mille volte vado con la parola stampata e non con 'immagine proiettata, ma mi permetto un'eccezione perchè la citazione mi piace molto di più.
Anche a me piace molto giocare con personaggi perdenti, indifferenti, che tendono a vivere nel passato e nel sogno, personaggi abbastanza tipici della nostra epoca, ma cerchiamo di non assimilarci a tali personaggi e di vivere diversamente.
Il giorno più bello della mia vita? Ce ne sono stati molti, ma i più belli devono sicuramente ancora arrivare.
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Re: Naufraghi 2.0
Avrei atteso domani per postare il quarto capitolo de "Le vacche del Pontormo", ma ormai Shilton e Toni mi hanno risvegliato l'interesse per questa discussione....
4 Ah, la primavera romana! Queste calde giornate, prodromi dell’estate, fra caldi vicoli e tonde piazze barocche, ripagavano di tutto il traffico, lo smog, il rumore, la confusione della capitale. Erano ormai le otto e trenta del mattino e un giovane architetto camminava velocemente in via Lucrezio Caro, con una cartella sottobraccio contenente gli schizzi di alcuni affreschi di Caravaggio, si fermò davanti al portone di un moderno grattacielo, che sembrava appena uscito dalla cazzuola di un carpentiere, esitò un momento, fissando una targa che recitava “Tarallucci & Vino - Studio di architetti associati” , poi, finalmente, entrò. L’architetto Giangaleazzo Vino sedeva al di là di una scrivania che sembrava disegnata per il direttore della NASA anziché per un professionista romano: quattro gambe di acciaio brunito a forma di gru per costruzioni sorreggevano un vetro opaco; da una di queste gru si staccava un supporto mobile che sorreggeva un telefono, da un’altra gamba si separava una lampada alogena in metallo anch'esso brunito; un’altra lampada si ergeva a protagonista alle spalle della poltrona dell’architetto, con un filo d’acciaio che, partendo da un blocco di marmo, saliva dal terreno fino a sfiorare il soffitto e con un’arcata si ripiegava verso il pavimento, a sorreggere un cupolino d’acciaio. Un computer era arditamente dissimulato da una colonna di vetro, le poltrone erano composte da sottili spessori di cuoio che, sorretti da sottili supporti metallici, sembravano galleggiare nel vuoto; l’aurea di modernità era completata dalla vetrata di vetri oscurati che, alle spalle dell’architetto Vino, permetteva la visione di un ricco panorama di tetti, tutti più bassi dell’audace ufficio.
“Carissimo Claudio, siediti, prego, fai come se fossi a casa tua. Dunque, sei pronto ad iniziare il tuo lavoro?”
“Prontissimo.” Mentì Claudio.
“Bene. Sai, con tuo padre abbiamo avuto decenni di fertile collaborazione, non ho dubbi che la stessa cosa si verificherà con te. Mi auguro che un domani tu possa entrare a far parte della studio come associato, impegnati, fai del tuo meglio e pazienta; sarebbe bellissimo, pensa, il figlio di un artista del pennello, del più bravo imbianchino di Roma, che comincia a dar lavoro al padre.”
“Cosa dovrei fare, per iniziare?”
“Come tu avrai saputo, stiamo ristrutturando il villino di caccia del Principe Ascanio Maria Rampazzo di San Clodoveo, in Maremma, non lontano dal monte Argentario. Stiamo terminando le opere in muratura, ci sono ancora da stabilire gli interni...”
“E dovrei stabilirli io?”
“Bhe, non esageriamo, il Principe tiene particolarmente al fatto che io segua personalmente questa fase dei lavori e, capisci, non posso deluderlo.”
“E allora?”
“A fine mese dovremo montare le persiane. Io avevo scelto delle persiane blindate rivestite in legno di castagno, ma la ditta produttrice è fallita.”
“Ed io cosa...”
“Ci arrivo. La nuova ditta non ha la stessa qualità di castagno che io avevo scelto, così mi ha mandato i nuovi campioni. Tu dovresti compiere uno studio cromatico riguardo alla sfumatura più adatta per le persiane del villino, fra le qualità di castagno disponibili.”
“E io dovrei scegliere la sfumatura di castagno...”
“Scegliere... non esageriamo, dovrai effettuare una ricerca cromatica che mi sottoporrai, poi io effettuerò la scelta. Mi raccomando, queste sono le prime prove cui ti sottopongo prima di affidarti incarichi di maggiore responsabilità.”
“Le sono grato per quanto...”
“Ma quale lei... diamoci del tu, carissimo Roberto!”
“Claudio, mi chiamo Claudio.”
“Allora diamoci del tu, caro Giulio!”
“Si, bene, ti dicevo, ti sono grato, ma io credevo...”
“Ti vedo entusiasta dal tuo nuovo lavoro, bene, ma ora scusami, sono atteso altrove per un impegno improrogabile; ti saluto e, mi raccomando, quanto prima fammi avere i risultati del tuo lavoro. Titti, la mia segretaria, ti ragguaglierà sui particolari. Ti saluto e stammi bene. Scusa se non ti accompagno alla porta, ma sai....”
“Si, si, ho capito. Ti saluto.” Claudio si avviò mestamente alla porta dell’ufficio e ne uscì. Se al mattino il suo morale non era altissimo e lui si sentiva confuso ed incerto, ora era veramente abbacchiato. Per ora non poteva pensare di trovare un’altra sistemazione, un certo periodo di pratica presso lo studio associato Tarallucci e Vino sarebbe stato un biglietto da visita ottimo; non credeva però di cominciare così male. Si stava chiedendo se per caso non avesse sbagliato tutto nella vita, e non era la prima volta che se lo domandava. Aveva scelto di studiare architettura per l’insistenza del padre, che, da buon imbianchino, aveva sempre sognato di avere un figlio architetto, e per l’immagine che aveva della professione: si immaginava come un bohemien dall’eleganza sportiva e trasgressiva, sempre intento ad inventare ardite soluzioni innovative; la realtà si era rivelata diversa. Per prima cosa si era trovato a trascorrere sette anni all’università, in cui aveva studiato soprattutto matematica ed il sistema di inserire cessi pubblici nelle piazze dei centri storici; ora si trovava a studiare il punto di marrone più adatto per le persiane della garçonniere di un vecchio porcone titolato. Era confuso, non capiva il perché si comportava in una certa maniera in una vita in cui si trovava ad essere più spettatore che protagonista. Aveva studiato come un pazzo per quasi vent’anni, ora sgomitava con mille altri pretendenti per fare il portaborse di un professionista presuntuoso ed insopportabile e non sapeva il perché. L’unico motivo di tanto affannarsi dietro cose che non lo interessavano era forse la mancanza di alternative: cosa voleva veramente, cosa sognava, cosa sperava, qual era la vita che avrebbe voluto vivere? Non lo sapeva, e più passava il tempo, più si rassegnava a vivere come uno degli indifferenti di Moravia; pensava di essere come il San Matteo del Caravaggio, solamente che Gesù si era dimenticato di convertirlo e lui stava scivolando lentamente in un Limbo senza ritorno. Ma poteva Nostro Signore dimenticarsi di qualcuno? L’unica spiegazione era questa: lui non aveva meritato neanche la Misericordia Divina, era solo un arido avaro privo di sentimenti, buono solo per osservare la vita degli altri, degno solo di vivere per interposta persona. In questi pensieri si era dimenticato di andare dalla segretaria dell’architetto Vino per chiedere ragguagli sul suo compito, era rimasto fermo a guardare fuori da una immensa vetrata. Si scosse e si guardò intorno; questa Titti non poteva essere certamente l’omone barbuto che lo aveva accolto poco prima, quindi si risolse a chiedere informazioni. Fu indirizzato in un ufficio chiuso da una porta a vetri smerigliati, a fianco della quale capeggiava una targhetta con la scritta “Dott.ssa Tiziana”. Restò un poco interdetto, pensando al cattivo gusto di quell’insopportabile presuntuoso che faceva tanto il raffinato e poi metteva una targa con la scritta “Dott.ssa Tiziana”, poi finalmente si decise a bussare. Una voce lo invitò ad entrare e lui aprì la porta. La prima cosa che vide fu un radioso sorriso, e fu subito sereno.
4 Ah, la primavera romana! Queste calde giornate, prodromi dell’estate, fra caldi vicoli e tonde piazze barocche, ripagavano di tutto il traffico, lo smog, il rumore, la confusione della capitale. Erano ormai le otto e trenta del mattino e un giovane architetto camminava velocemente in via Lucrezio Caro, con una cartella sottobraccio contenente gli schizzi di alcuni affreschi di Caravaggio, si fermò davanti al portone di un moderno grattacielo, che sembrava appena uscito dalla cazzuola di un carpentiere, esitò un momento, fissando una targa che recitava “Tarallucci & Vino - Studio di architetti associati” , poi, finalmente, entrò. L’architetto Giangaleazzo Vino sedeva al di là di una scrivania che sembrava disegnata per il direttore della NASA anziché per un professionista romano: quattro gambe di acciaio brunito a forma di gru per costruzioni sorreggevano un vetro opaco; da una di queste gru si staccava un supporto mobile che sorreggeva un telefono, da un’altra gamba si separava una lampada alogena in metallo anch'esso brunito; un’altra lampada si ergeva a protagonista alle spalle della poltrona dell’architetto, con un filo d’acciaio che, partendo da un blocco di marmo, saliva dal terreno fino a sfiorare il soffitto e con un’arcata si ripiegava verso il pavimento, a sorreggere un cupolino d’acciaio. Un computer era arditamente dissimulato da una colonna di vetro, le poltrone erano composte da sottili spessori di cuoio che, sorretti da sottili supporti metallici, sembravano galleggiare nel vuoto; l’aurea di modernità era completata dalla vetrata di vetri oscurati che, alle spalle dell’architetto Vino, permetteva la visione di un ricco panorama di tetti, tutti più bassi dell’audace ufficio.
“Carissimo Claudio, siediti, prego, fai come se fossi a casa tua. Dunque, sei pronto ad iniziare il tuo lavoro?”
“Prontissimo.” Mentì Claudio.
“Bene. Sai, con tuo padre abbiamo avuto decenni di fertile collaborazione, non ho dubbi che la stessa cosa si verificherà con te. Mi auguro che un domani tu possa entrare a far parte della studio come associato, impegnati, fai del tuo meglio e pazienta; sarebbe bellissimo, pensa, il figlio di un artista del pennello, del più bravo imbianchino di Roma, che comincia a dar lavoro al padre.”
“Cosa dovrei fare, per iniziare?”
“Come tu avrai saputo, stiamo ristrutturando il villino di caccia del Principe Ascanio Maria Rampazzo di San Clodoveo, in Maremma, non lontano dal monte Argentario. Stiamo terminando le opere in muratura, ci sono ancora da stabilire gli interni...”
“E dovrei stabilirli io?”
“Bhe, non esageriamo, il Principe tiene particolarmente al fatto che io segua personalmente questa fase dei lavori e, capisci, non posso deluderlo.”
“E allora?”
“A fine mese dovremo montare le persiane. Io avevo scelto delle persiane blindate rivestite in legno di castagno, ma la ditta produttrice è fallita.”
“Ed io cosa...”
“Ci arrivo. La nuova ditta non ha la stessa qualità di castagno che io avevo scelto, così mi ha mandato i nuovi campioni. Tu dovresti compiere uno studio cromatico riguardo alla sfumatura più adatta per le persiane del villino, fra le qualità di castagno disponibili.”
“E io dovrei scegliere la sfumatura di castagno...”
“Scegliere... non esageriamo, dovrai effettuare una ricerca cromatica che mi sottoporrai, poi io effettuerò la scelta. Mi raccomando, queste sono le prime prove cui ti sottopongo prima di affidarti incarichi di maggiore responsabilità.”
“Le sono grato per quanto...”
“Ma quale lei... diamoci del tu, carissimo Roberto!”
“Claudio, mi chiamo Claudio.”
“Allora diamoci del tu, caro Giulio!”
“Si, bene, ti dicevo, ti sono grato, ma io credevo...”
“Ti vedo entusiasta dal tuo nuovo lavoro, bene, ma ora scusami, sono atteso altrove per un impegno improrogabile; ti saluto e, mi raccomando, quanto prima fammi avere i risultati del tuo lavoro. Titti, la mia segretaria, ti ragguaglierà sui particolari. Ti saluto e stammi bene. Scusa se non ti accompagno alla porta, ma sai....”
“Si, si, ho capito. Ti saluto.” Claudio si avviò mestamente alla porta dell’ufficio e ne uscì. Se al mattino il suo morale non era altissimo e lui si sentiva confuso ed incerto, ora era veramente abbacchiato. Per ora non poteva pensare di trovare un’altra sistemazione, un certo periodo di pratica presso lo studio associato Tarallucci e Vino sarebbe stato un biglietto da visita ottimo; non credeva però di cominciare così male. Si stava chiedendo se per caso non avesse sbagliato tutto nella vita, e non era la prima volta che se lo domandava. Aveva scelto di studiare architettura per l’insistenza del padre, che, da buon imbianchino, aveva sempre sognato di avere un figlio architetto, e per l’immagine che aveva della professione: si immaginava come un bohemien dall’eleganza sportiva e trasgressiva, sempre intento ad inventare ardite soluzioni innovative; la realtà si era rivelata diversa. Per prima cosa si era trovato a trascorrere sette anni all’università, in cui aveva studiato soprattutto matematica ed il sistema di inserire cessi pubblici nelle piazze dei centri storici; ora si trovava a studiare il punto di marrone più adatto per le persiane della garçonniere di un vecchio porcone titolato. Era confuso, non capiva il perché si comportava in una certa maniera in una vita in cui si trovava ad essere più spettatore che protagonista. Aveva studiato come un pazzo per quasi vent’anni, ora sgomitava con mille altri pretendenti per fare il portaborse di un professionista presuntuoso ed insopportabile e non sapeva il perché. L’unico motivo di tanto affannarsi dietro cose che non lo interessavano era forse la mancanza di alternative: cosa voleva veramente, cosa sognava, cosa sperava, qual era la vita che avrebbe voluto vivere? Non lo sapeva, e più passava il tempo, più si rassegnava a vivere come uno degli indifferenti di Moravia; pensava di essere come il San Matteo del Caravaggio, solamente che Gesù si era dimenticato di convertirlo e lui stava scivolando lentamente in un Limbo senza ritorno. Ma poteva Nostro Signore dimenticarsi di qualcuno? L’unica spiegazione era questa: lui non aveva meritato neanche la Misericordia Divina, era solo un arido avaro privo di sentimenti, buono solo per osservare la vita degli altri, degno solo di vivere per interposta persona. In questi pensieri si era dimenticato di andare dalla segretaria dell’architetto Vino per chiedere ragguagli sul suo compito, era rimasto fermo a guardare fuori da una immensa vetrata. Si scosse e si guardò intorno; questa Titti non poteva essere certamente l’omone barbuto che lo aveva accolto poco prima, quindi si risolse a chiedere informazioni. Fu indirizzato in un ufficio chiuso da una porta a vetri smerigliati, a fianco della quale capeggiava una targhetta con la scritta “Dott.ssa Tiziana”. Restò un poco interdetto, pensando al cattivo gusto di quell’insopportabile presuntuoso che faceva tanto il raffinato e poi metteva una targa con la scritta “Dott.ssa Tiziana”, poi finalmente si decise a bussare. Una voce lo invitò ad entrare e lui aprì la porta. La prima cosa che vide fu un radioso sorriso, e fu subito sereno.
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
Up, diamine! Come fa a stare in seconda pagina questo topic quando ci sono delle nomination per quelli che ci scrivono? 
Il vecchio e le parole..
Un vecchio pescatore butta le sue reti in un mare di parole. Il vecchio sa che adesso esistono metodi moderni per pescare. La sua piccola barca viene sovrastata da grandi pescherecci con molte persone a bordo e attrezzature di prima categoria. Ma il vecchio non ha simpatia per queste cose. E' attaccato alle tradizioni e ai metodi che gli son stati tramandati da suo padre. Che li aveva ereditati da suo nonno. E via così. Secondo il criterio del vecchio non basta andar per mare per esser gente di mare. E non ha una gran considerazione nemmeno di quei pescatori che hanno accolto, con un entusiasmo per lui incomprensibile, i nuovi metodi. Lui continua a buttare le sue reti ed a scegliere con cura le parole da tenere. Le altre le riconsegna al mare. E mentre pesca recita tra sé le preghiere propiziatrici che suo padre gli aveva insegnato nelle loro prime uscite. Ritiene che sia (se non altro) un buon modo per tenere impegnata la mente. E poi aiuta a mantenere la concentrazione. Di tanto in tanto si intrattiene con qualche storia di quelle che suo nonno era solito raccontare quando uscivano insieme per qualche battuta di pesca. Tre generazioni di pescatori. Purtroppo non è successo per molto tempo. Ma seppe farne tesoro. Storie di parole che sguazzavano (quasi irridenti), in acque di cose già dette e scritte, nonostante avessero degli arpioni conficcati a testimonianza dei ripetuti e falliti tentativi di catturarle. Oggi il vecchio non crede più a quelle storie. Ma le apprezza ancora. Anzi, forse le apprezza anche di più. Perchè sa che a volte è necessario dare un corpo, una fisicità, all'ignoto. Il vecchio non si sente solo. E' una domanda che gli è stata rivolta da qualcuno dei pescatori più giovani, delle nuove generazioni, se non si sentisse solo. (Ma) Che ne possono sapere loro? Il vecchio naviga in mari che altri della sua famiglia hanno solcato prima di lui. E le parole che pesca potrebbero, in qualche modo, essere discendenti di parole che i suoi avi pescavano in quelle stesse acque. C'è un legame tra loro, tra il vecchio e le parole. E anche se non avesse nessuno cui tramandare la sua storia e le sue tradizioni, beh, non importa. Il vecchio non apprezza tutto ciò che il progresso si porta appresso, ma sa che è inevitabile che la natura segua il suo corso. Di lui (e di quelli prima) rimarrà forse traccia in qualche motivetto che un ragazzino andrà fischiettando, senza sapere da dove arrivi. Senza sospettare che era uno di quelli che i pescatori di parole di una volta fischiavano per farsi compagnia (e darsi il tempo) mentre tiravano le reti in barca. Il vecchio è quasi certo che l'uomo, per moderno che possa diventare, non perderà mai l'abitudine di fischiettare. Quella no. Nessuno lo farà mai tanto male da decidere di non farlo. E comunque, tra sé e sé, lo fan tutti. L'orizzonte sembra sereno ma il vecchio sa leggere il cielo, e capisce che è meglio rientrare. Si prepara una burrasca. I pescherecci moderni hanno attrezzature moderne. E i loro equipaggi hanno smesso di guardare il cielo. Guardano gli strumenti. In effetti bisogna ammettere che la precisione di quegli strumenti è divenuta sorprendente, ma il vecchio sorride nel constatare che c'è un giovane capitano di un peschereccio moderno che quasi sempre rientra in porto quando lo fa lui. Evidentemente ritiene che l'esperienza (e i reumatismi) di un vecchio siano affidabili quanto gli strumenti moderni (se non di più) e ha deciso di tener d'occhio il vecchio invece dei vari display. Il vecchio crede che quel giovane capitano abbia sbagliato barca. Per fortuna esistono ancora persone capaci di provare rispetto e attrazione per i metodi di una volta. Non al punto da mantenerli in vita; ma almeno abbastanza da rendere meno traumatico il passaggio dalla tradizione alla modernità. Toh.. c'è una parola insolitamente vecchia nella rete stavolta. Da dove arrivi, tu, Vecchia? Come è possibile che nessuno ti abbia mai preso prima? E' forse per solidarietà tra avanti con gli anni che ti sei fatta prender da me? Brava. Ti racconto una storia di qualche parente tua? Che dici? Ti andrebbe di sentirla? Ok, senti qua.. Questa me la raccontava sempre mio nonno; era una delle sue preferite..
Il vecchio e le parole..
Un vecchio pescatore butta le sue reti in un mare di parole. Il vecchio sa che adesso esistono metodi moderni per pescare. La sua piccola barca viene sovrastata da grandi pescherecci con molte persone a bordo e attrezzature di prima categoria. Ma il vecchio non ha simpatia per queste cose. E' attaccato alle tradizioni e ai metodi che gli son stati tramandati da suo padre. Che li aveva ereditati da suo nonno. E via così. Secondo il criterio del vecchio non basta andar per mare per esser gente di mare. E non ha una gran considerazione nemmeno di quei pescatori che hanno accolto, con un entusiasmo per lui incomprensibile, i nuovi metodi. Lui continua a buttare le sue reti ed a scegliere con cura le parole da tenere. Le altre le riconsegna al mare. E mentre pesca recita tra sé le preghiere propiziatrici che suo padre gli aveva insegnato nelle loro prime uscite. Ritiene che sia (se non altro) un buon modo per tenere impegnata la mente. E poi aiuta a mantenere la concentrazione. Di tanto in tanto si intrattiene con qualche storia di quelle che suo nonno era solito raccontare quando uscivano insieme per qualche battuta di pesca. Tre generazioni di pescatori. Purtroppo non è successo per molto tempo. Ma seppe farne tesoro. Storie di parole che sguazzavano (quasi irridenti), in acque di cose già dette e scritte, nonostante avessero degli arpioni conficcati a testimonianza dei ripetuti e falliti tentativi di catturarle. Oggi il vecchio non crede più a quelle storie. Ma le apprezza ancora. Anzi, forse le apprezza anche di più. Perchè sa che a volte è necessario dare un corpo, una fisicità, all'ignoto. Il vecchio non si sente solo. E' una domanda che gli è stata rivolta da qualcuno dei pescatori più giovani, delle nuove generazioni, se non si sentisse solo. (Ma) Che ne possono sapere loro? Il vecchio naviga in mari che altri della sua famiglia hanno solcato prima di lui. E le parole che pesca potrebbero, in qualche modo, essere discendenti di parole che i suoi avi pescavano in quelle stesse acque. C'è un legame tra loro, tra il vecchio e le parole. E anche se non avesse nessuno cui tramandare la sua storia e le sue tradizioni, beh, non importa. Il vecchio non apprezza tutto ciò che il progresso si porta appresso, ma sa che è inevitabile che la natura segua il suo corso. Di lui (e di quelli prima) rimarrà forse traccia in qualche motivetto che un ragazzino andrà fischiettando, senza sapere da dove arrivi. Senza sospettare che era uno di quelli che i pescatori di parole di una volta fischiavano per farsi compagnia (e darsi il tempo) mentre tiravano le reti in barca. Il vecchio è quasi certo che l'uomo, per moderno che possa diventare, non perderà mai l'abitudine di fischiettare. Quella no. Nessuno lo farà mai tanto male da decidere di non farlo. E comunque, tra sé e sé, lo fan tutti. L'orizzonte sembra sereno ma il vecchio sa leggere il cielo, e capisce che è meglio rientrare. Si prepara una burrasca. I pescherecci moderni hanno attrezzature moderne. E i loro equipaggi hanno smesso di guardare il cielo. Guardano gli strumenti. In effetti bisogna ammettere che la precisione di quegli strumenti è divenuta sorprendente, ma il vecchio sorride nel constatare che c'è un giovane capitano di un peschereccio moderno che quasi sempre rientra in porto quando lo fa lui. Evidentemente ritiene che l'esperienza (e i reumatismi) di un vecchio siano affidabili quanto gli strumenti moderni (se non di più) e ha deciso di tener d'occhio il vecchio invece dei vari display. Il vecchio crede che quel giovane capitano abbia sbagliato barca. Per fortuna esistono ancora persone capaci di provare rispetto e attrazione per i metodi di una volta. Non al punto da mantenerli in vita; ma almeno abbastanza da rendere meno traumatico il passaggio dalla tradizione alla modernità. Toh.. c'è una parola insolitamente vecchia nella rete stavolta. Da dove arrivi, tu, Vecchia? Come è possibile che nessuno ti abbia mai preso prima? E' forse per solidarietà tra avanti con gli anni che ti sei fatta prender da me? Brava. Ti racconto una storia di qualche parente tua? Che dici? Ti andrebbe di sentirla? Ok, senti qua.. Questa me la raccontava sempre mio nonno; era una delle sue preferite..
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suclò
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Re: Naufraghi 2.0
Però il topic finisce sempre giù...
Sperando di non ottenere l'effetto opposto, aggiungo il mio contributo per tenere su il topic e dare la giusta esposizione ai nominati.
Posto una cosa che ho scritto qualche anno fa quasi "di getto".
Premetto che:
-nonostante le apparenze, non c'è praticamente nulla di autobiografico (non conoscendomi non potete saperlo)
-i puntini di sospensione a fine rigo NON sono solo un segno grafico (ma credo che si capisca)
-è un po' lungo... spero non troppo!
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate (nel bene e nel male, eh!), magari ritrovo gli stimoli per ricominciare a scrivere. Da troppo tempo sono bloccato... :disgusto:
---------------------------------------------
Giganti
Un giorno, mio figlio venne da me.
-"Quando si diventa grandi?", mi chiese. Aveva quasi tre anni.
-"Beh... a 3 anni si diventa bimbi grandi...", gli risposi, pensando che si riferisse a se stesso.
-"Ah. E grandi-grandi?", evidentemente la cosa era più complicata.
-"Non lo so... dipende da persona a persona...", dissi cercando di non far trasparire la realtà, e cioè che non sapevo la risposta ad una sua domanda. Per i bambini, i grandi sono quelli che conoscono le risposte alle loro infinite domande. E' importante per loro... e forse lo è anche per noi...
-"Quanto è grande il cielo?", mi chiese una volta che guardavamo le stelle.
-"E' più grande di quanto tu lo possa immaginare...", gli risposi filosofeggiando un po'.
-"Ma io me lo immagino... gigante!", disse allungando parecchio la a e facendo un chiaro gesto con le braccia.
-"Beh, ma tu sei piccolo... per te tutto è gigante...", replicai. La mia a era di lunghezza normale. E la mia risposta era davvero da grande.
-"Io sono grande! 4 anni sono tanti, sai?", rispose stizzito. E' sempre stato un suo cruccio. Puoi dirgli tutto... ma non che lui è piccolo.
-"Lo so... lo so... ma 40 sono un po' di più, no?", cercai di buttarla sullo scherzo.
-"40? Mmm... ma 40 è 4 più zero?", mi chiese serio-serio guardandosi le mani.
-"Ahahah... no, tato. 4 più zero fa sempre 4... vedi? Se a 4 ditine non ne aggiungi nessun'altra... rimangono 4. Capito?", e intanto gli chiudevo le mani tenendo fuori solo 4 dita. In realtà volevo non parlare dei miei 40 anni.
-"A-ha. Sì, ho capito. 4 più zero fa 4... ma per fare 40 quante dita ci vogliono?", ovviamente il filo del discorso lo teneva lui. Come al solito.
-"Beh... ce ne vogliono proprio 40. Cioè 4 volte le dita di tutte e due le mani. Oppure 8 volte quelle di una mano sola. Sono tante, eh?", gli spiegai con un mezzo sorriso. Non volevo che cogliesse il mio disagio... il disagio di essere grande...
-"Cos'hai, papà?", mi chiese una volta che pensavo ad una cosa triste, di quelle da grandi.
-"Niente, niente...", gli risposi sperando che cambiasse subito argomento. Ma non lo convinsi.
-"Quando voi grandi dite "niente, niente" secondo me vuol dire che invece c'è qualcosa...", disse distrattamente giocando con una pallina. Non aveva ancora 4 anni...
-"Voi grandi pensate sempre che noi siamo solo piccoli. Ma siamo grandi anche noi, sai? Solo che siamo dei grandi ancora piccoli...", mi disse una volta sorprendendomi parecchio. Forse con "grandi" intendeva "uomini". E vista così non faceva una piega...
-"Quando è successo, papà? Quando ero piccolo e avevo 3 anni? O quando ne avevo 2? Perchè se ne avevo 2 forse non me lo ricordo bene... ero troooppo piccolo!", mi disse riferendosi ad un episodio che gli avevo raccontato. Aveva da poco compiuto 4 anni. E' proprio vero che tutto è relativo...
-"Hai ragione, tesoro. Non volevo mentirti, scusami. E' solo che sono un po' triste...", gli dissi quella volta del "niente, niente". Speravo che la cosa finisse lì.
-"Perchè sei triste?", mi domandò ovviamente lui. Anche se aveva smesso di giocare con la pallina, non sembrava particolarmente interessato alla risposta. Ma i bambini sono così. Se c'è una domanda da fare, non se la lasciano certo scappare...
-"Dov'è la nonna?", mi chiese una volta che tornavamo da un pranzo a casa di mio suocero. Sua nonna era morta da quasi due mesi, ma a lui non lo avevamo detto. Preferimmo aspettare che fosse lui a chiederlo, un giorno. Quel giorno era arrivato.
-"La nonna non c'è più, tato. E' andata in cielo...", gli dissi cercando di romanzare un po' la faccenda. Dirgli "è morta" mi appariva troppo crudo... troppo adulto... troppo da grandi, insomma.
-"Ah... è morta?", disse allora lui. Mi si gelò il sangue per un attimo. Nel tono della sua voce non c'era nessuna forma di dispiacere o di dolore. Non aveva cercato di dire la cosa con tatto, non aveva il timore di poter offendere qualcuno. No, quelle sono cose da grandi... lo disse come si dice qualunque altra cosa.
-"Anche il cane di Pietro quando è morto è andato in cielo, sai? Pietro era tanto triste...", voleva andarci in fondo. I bambini vogliono sempre andarci in fondo. Almeno fino a quando non gli viene in mente qualcos'altro. O fino a quando non li fai arrabbiare...
-"Ma io sono grande!", mi diceva mettendo il broncio quando non volevo spiegargli le cose con la scusa che lui era piccolo e non poteva capire.
-"4 anni sono tanti...", ed era vero. Se ti ricordi ogni singola cosa che hai detto, ogni singola cosa che hai fatto, ogni singola cosa che ti è successa... 4 anni sono davvero tanti...
-"Quando avrò 7 anni la mia sorellina quanti ne avrà?", mi chiese una volta. Chissà dove voleva arrivare?
-"Ne avrà 4. Quando è nata tu avevi 3 anni. Quindi quando tu ne avrai 7 lei ne avrà 4... come te adesso.", gli risposi un po' sovrappensiero.
-"Ah... allora sarà grande!", esclamò tutto contento. Se fosse un adulto penserei che la sua è un'ossessione. Ma è un bambino, ed i bambini non hanno ossessioni. No, i bambini sono bambini...
-"E tu sei triste che la nonna sia andata in cielo?", gli chiesi cercando di sfruttare quel momento. Quella fu l'unica volta che ne abbiamo parlato, finora.
-"Un po' sì. Non la posso più vedere... ma in cielo si sta bene, vero?", ecco... me l'ero cercata.
-"Beh... credo di sì...", dissi cercando di dissimulare un palese imbarazzo.
-"Ah. E non lo sai? Non ci sei mai stato?", mi chiese come si chiede qualsiasi altra cosa.
-"No, tato. Credo che ci si vada solo quando si muore... non lo so...", non avevo nessuna intenzione di indottrinarlo con le mie teorie agnostiche. Preferivo che continuasse a credere quello che voleva.
-"Ah. E come si fa a morire?", ecco... la situazione stava precipitando.
-"Papà! Guarda quel trattore! Guarda che grande... è gigante!", disse però entusiasta ed allungando parecchio la a. I bambini sono fatti così... un attimo prima son tutti presi, ma basta la minima distrazione che cambiano subito argomento, qualunque esso fosse. A volte è davvero un bene...
-"Quand'ero piccolo pensavo che i grandi fossero come dei giganti!", mi disse una volta che aveva quasi 5 anni, allungando parecchio la a. Già... quand'era piccolo.
-"E adesso che sei grande cosa pensi?", lo stuzzicai. Ci pensò un po' su. Non voleva sbagliare risposta.
-"Adesso penso che siano come me. Ma più grandi... capito?", mi disse con quel tono che potrebbe sembrare insolenza, ed invece è... non lo so. Forse i bambini sono così abituati al fatto che i grandi gli chiedono sempre se hanno capito che gli viene spontaneo farlo anche loro. O, forse, credono che i grandi non possano capire quello che provano loro. Forse a volte hanno ragione...
-"Io da grande diventerò giocatore di calcio e farò tanti gol!", mi disse una volta che giocavamo a pallone insieme.
-"Ma scusa... non dici sempre che lo sei già, grande?", gli chiesi sorridendo. Mi piace vedere come sbroglia queste questioni semantiche. Un adulto probabilmente non mi avrebbe risposto.
-"Ma dai, papà... ma che cosa dici? Intendo grande-grande... come te e la mamma e lo zio e la zia e il nonno... no, il nonno no. Il nonno è vecchio...", disse con tono sentenzioso. Ma non c'erano crudeltà o cattiveria nelle sue parole. Il nonno è vecchio davvero... e lui lo disse come si dice qualunque altra cosa.
-"Si dice anziano... te l'ho già detto...", gli dissi sorridendo. Ma non lo stavo sgridando...
-"Ma allora la nonna sta bene? In cielo, dico...", aggiunse appena il trattore gigante smise di essere il protagonista dei suoi pensieri. Per fortuna quella domanda sulla morte gli era passata di mente. Evidentemente, non gli interessava poi così tanto.
-"Credo di sì, tato... credo di sì.", risposi cercando di rasserenarlo. Ma era ancora pensieroso.
-"E anche il cane di Pietro?", mi domandò dopo qualche minuto.
-"Sì, anche il cane di Pietro sta bene, tesoro.", gli dissi girandomi verso di lui e facendogli un grande e sincero sorriso. Sorrise anche lui...
-"E perchè sei triste?", mi chiese insistendo quella volta del “niente, niente”. Il mio silenzio non era stato sufficiente ed anzi mi aveva fatto diventare l'oggetto dei suoi pensieri. La pallina era rotolata in un angolo.
-"Perchè ho litigato con un mio amico... e adesso mi dispiace di avergli detto certe cose... certe cose che forse neppure pensavo.", gli risposi in maniera sincera... forse fin troppo.
-"Ah... ma poi avete fatto la pace?", chiese con tono altrettanto sincero. Ormai si sentiva coinvolto.
-"No. E non credo che la faremo...", dissi con un mezzo sospiro.
-"E perchè? Anch'io litigo coi miei amici... dopo però facciamo la pace così torniamo subito ad essere amici!", mi disse come chi dà un consiglio a qualcuno meno esperto di lui.
-"E' giusto come fate voi... ma noi siamo grandi. I grandi quando litigano... beh, non fanno la pace. O fanno finta di non aver litigato oppure smettono di essere amici. Io di solito smetto di essere amico... ma solo perchè non riesco a fare finta di non aver litigato...", dissi con tono tra il sentenzioso ed il rassegnato. Ma non mentivo. E neanche esageravo...
-"Ma a 40 anni si è grandi?", mi chiese alzando gli occhi dalle dita su cui stava contando.
-"Beh, credo di sì...", risposi sorridendo.
-"E tu quando lo sei diventato, grande?", mi disse mettendomi contro un muro... quel muro che avevo eretto io stesso con l'evasività delle mie risposte.
-"Io... beh... quando sei nato tu, credo...", risposi dopo un attimo di pausa. Era la prima volta che ci pensavo. Lo abbracciai forte... e mi commossi anche un po'.
-"Papà... ma i grandi non piangono!", mi disse quasi stupito.
-"Ogni tanto sì, tato... quando si rendono conto di quanto è bello essere diventati grandi, sì... possono anche piangere...", e lo baciai. Era un modo per ringraziarlo. Grazie a lui ero diventato grande. Cioè, grande-grande... insomma, gigante! Con la a parecchio allungata...
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Re: Naufraghi 2.0
Ogni tanto si, ad esempio quando leggono cose come questa.suclò wrote: -"Ma a 40 anni si è grandi?", mi chiese alzando gli occhi dalle dita su cui stava contando.
-"Beh, credo di sì...", risposi sorridendo.
-"E tu quando lo sei diventato, grande?", mi disse mettendomi contro un muro... quel muro che avevo eretto io stesso con l'evasività delle mie risposte.
-"Io... beh... quando sei nato tu, credo...", risposi dopo un attimo di pausa. Era la prima volta che ci pensavo. Lo abbracciai forte... e mi commossi anche un po'.
-"Papà... ma i grandi non piangono!", mi disse quasi stupito.
-"Ogni tanto sì, tato... quando si rendono conto di quanto è bello essere diventati grandi, sì... possono anche piangere...", e lo baciai. Era un modo per ringraziarlo. Grazie a lui ero diventato grande. Cioè, grande-grande... insomma, gigante! Con la a parecchio allungata...
Quarantenne nelle peste con un pargolo... non so perchè ma il protagonista mi sta simpatico! :lol2: :lol2:
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Re: Naufraghi 2.0
Toni Monroe wrote: Intanto io continuo a fare da cuscinetto tra un intervento e l'altro.
La nebbia si è alzata è l'isola è tornata, datemi quello che è mio! Queste parole produssero una serie di eventi in successione tanto rapida da sembrar quasi che fossero simultanei: un applauso isolato ma convinto sembrava salutare il ritorno di isola, ma poteva benissimo essere il commento alla reattività del ladro, che nel vedere il cugino di isola bloccarsi gli sottrasse immediatamente la palla e si involò verso il canestro. Se il cugino era contento di rivederlo lo sapeva nascondere molto bene, perchè lo si sarebbe detto quasi infastidito. Il ladro intanto andava incontro al suo destino: le tante palle rubate in partita e le successive schiacciate in faccia agli avversari avevano prodotto un certo astio, ma certo non era facile immaginare che ad abbatterlo mentre saliva per l'affondata sarebbe stato.. un suo compagno di squadra! Ma dal giusto non era lecito aspettarsi altro, in fondo. Evidentemente non aveva ritenuto corretto che il ladro approfittasse di un evento esterno per esibirsi nel suo solito numero ruba e vai a schiacciare, e dall'alto del suo senso di giustizia (e dei suoi 2,08m) lo seguì, non per accompagnare la transizione ma per colpirlo, appena al di sotto della nuca.. Impagabile anche la sua espressione serafica mentre aiutava il ladro a rialzarsi..
La nebbia si è alzata è l'isola è tornata, datemi quello che è mio! Nel sentire la voce di isola suo cugino si bloccò e quasi perse la palla; si sarebbe potuto pensare che l'applauso che si sentì volesse sottolineare la rarità di un suo controllo sbagliato, ma dubitava che fosse rivolto a lui. Avrebbe tanto voluto esser capace di mascherare i suoi sentimenti o almeno di poterli esprimere tutti.. invece -pur essendo contento che fosse tornato- si rendeva perfettamente conto di non avere un'espressione entusiasta sul viso. E non gli andava che qualcuno pensasse che era infastidito dal ritorno del migliore del campo davanti alla vecchia scuola, per via del fatto che durante la sua assenza lui aveva potuto riprendere la supremazia. Perchè non era così. Forse.. Al ladro non parve vero di poter tramutare una palla quasi persa in una rubata e subito ne approfittò, levandogliela dalle mani incerte e involandosi verso il canestro. Tuttavia a sorprendere il cugino di isola non fu tanto l'iniziativa del ladro, quanto il fatto che il giusto lo avesse seguito di gran carriera. Per i primi metri della loro corsa -quasi- simultanea, rimase perplesso; poi un sorriso gli si allargò sulle labbra, e quando vide il giusto fare quello che aveva immaginato si scusò mentalmente con lui per aver pensato che potesse aver appoggiato il ladro in quell'iniziativa. Un fallo ben speso è un fallo ben speso. E se l'hai fatto ad un compagno è soltanto un caso fortuito, no?
La nebbia si è alzata è l'isola è tornata, datemi quello che è mio! Il venditore di bibite non seppe trattenere il suo entusiasmo e nel silenzio che era calato non potè che applaudire convinto; le partite al campo davanti alla vecchia scuola avevano appena ritrovato uno degli interpreti più coinvolgenti. Ed i benefici sembravano essersi immediatamente rivelati: l'intervento del giusto era ineccepibile, per i canoni del gioco di strada. Certo aveva abbattuto un suo compagno, ma quantomeno aveva dimostrato maggior convinzione nei propri mezzi rispetto a quanto fatto vedere in precedenza. Accanto al bibitaro era seduto un tipo dall'aria stralunata che aveva canticchiato dei gospel per tutta la partita e che non sembrava particolarmente interessato alla contesa. Ma la palla che aveva e con cui giocherellava lo qualificava senz'altro come un appassionato. Nel sentire quelle parole anche lui guardò il campo, con un interesse che prima non gli si sarebbe nemmeno lontanamente sospettato nello sguardo. Come se fosse -finalmente- arrivata una persona con cui aveva appuntamento.. Il vecchio era abbastanza sicuro di aver già visto da qualche parte, in passato, quel tipo strano e bianco (o era strano perchè bianco?), forse dalle parti di venice beach, in California; ma non avrebbe saputo spiegare cosa ci facesse ora lì. Solo gli sembrava tanto un'immagine familiare quella del tipo che fa girare la palla sul dito e sta lì a far quasi da tappezzeria. Come se aspettasse di venir chiamato in campo da un momento all'altro per farsi prendere in giro..
Hai guardato "White men can't Jump" di recente?
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Re: Naufraghi 2.0
Era una citazione che non poteva passare inosservata a lungo in un forum come questo...:Th3_@nswer3:. wrote:
Hai guardato "White men can't Jump" di recente?![]()
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