Re: Naufraghi 2.0
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SafeBet
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Re: Naufraghi 2.0
Ringrazio. Contestualmente comunico di non sapere esattamente cosa sia una melagrana, né se esistano delle pistole automatiche calibro 38. E' che non mi premuro tanto di valutare la veridicità delle cazzate che scrivo.
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
La melagrana (in siculo ranata) esiste eccome. Gusto agrodolce. Non ne mangio da anni.
Sulla calibro 38 automatica, non so. Ma che importa? Era una storia che scorreva, simpatica. 
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
Toni.
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- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
La melagrana automatica calibro 38 è il frutto di un pistola! :lol2: :lol2:SafeBet wrote: Ringrazio. Contestualmente comunico di non sapere esattamente cosa sia una melagrana, né se esistano delle pistole automatiche calibro 38. E' che non mi premuro tanto di valutare la veridicità delle cazzate che scrivo.
Benvenuto su questi lidi!
Se poi scrivi cazzate sei esattamente nel topic giusto.
Buon racconto, comunque.
Ma non è che l'errore sul braccio destro immaginario lo ha fatto mr.Pet?
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SafeBet
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Re: Naufraghi 2.0
Guarda doc, di questi tempi è meglio evitare di citarlo quello lì. Ne combina una più di Bertoldo.doc G wrote: Ma non è che l'errore sul braccio destro immaginario lo ha fatto mr.Pet?
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Paperone
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Re: Naufraghi 2.0
Safebet vaffanculo

Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
Guarda, se ci sono problemi dimmelo, che lo invito ad una partita di ciripillo (così almeno sei obbligato a leggere l'ultimo racconto che ho postato e passo da 4 a 5 lettori!).SafeBet wrote: Guarda doc, di questi tempi è meglio evitare di citarlo quello lì. Ne combina una più di Bertoldo.
Da ora va bene, muto come un tomba sarò! :lol2: :lol2:
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Paperone
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Re: Naufraghi 2.0
sto finendo una cosa. è una cazzata, perché io non so scrivere, diciamo che è più una "sceneggiatura", però penso che sia una idea carina: in pratica è una specie di storia a bivi, come quelle che c'erano su Topolino.
non vi aspettate tanto, ho finito il primo ramo, stasera spero di finire l'altro.
non vi aspettate tanto, ho finito il primo ramo, stasera spero di finire l'altro.
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
- davidvanterpool
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Re: Naufraghi 2.0
Doc, il tuo racconto mi è proprio piaciuto, complimenti!doc G wrote: Guarda, se ci sono problemi dimmelo, che lo invito ad una partita di ciripillo (così almeno sei obbligato a leggere l'ultimo racconto che ho postato e passo da 4 a 5 lettori!).
Da ora va bene, muto come un tomba sarò! :lol2: :lol2:
C'è bisogno che si giochi con un po' di dignità! Con un po' di anima cazzo! Nessuno fa un salto, un fallo con la palla lì! Facciamo a cazzotti almeno!! Ma che cazzo avete dentro?


- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
Grazie!davidvanterpool wrote: Doc, il tuo racconto mi è proprio piaciuto, complimenti!
Ps quale dei 4, Papaveri ed Elfi?
Last edited by doc G on 17/11/2008, 15:37, edited 1 time in total.
- davidvanterpool
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Re: Naufraghi 2.0
Si, mi riferivo all'ultimo!doc G wrote: Grazie!![]()
Ps quale dei 4, Papaveri ed Elfi?
C'è bisogno che si giochi con un po' di dignità! Con un po' di anima cazzo! Nessuno fa un salto, un fallo con la palla lì! Facciamo a cazzotti almeno!! Ma che cazzo avete dentro?


- Mahor
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Re: Naufraghi 2.0
Premetto che è una cosa scritta di getto stanotte, non ha pretese e conterrà sicuramente errorini e ripetizioni fastidiose.
Turatevi il naso e leggete, se vi va!
(La posto per non far sentire solo il Doc!
)
"Quanto sono bello" disse guardandosi allo specchio. Perché c'era poco da fare, si piaceva. Anzi no! Era proprio bello. Non è che si piacesse, è che obiettivamente era davvero un fiore. Alto, lineamenti fini, viso pulito, mai un capello fuori posto, lampadato quel giusto... un bijoux. Chiaro che piacesse alle donne, si diceva.
Infilandosi la giacca uscì di casa, sbattendosi la porta d'ingresso alle sue spalle, con un colpo secco. Proprio in quel momento dalla porta accanto alla sua usciva Valeria, la sua vicina. Valeria era una ragazza molto carina, di una bellezza non appariscente come quella di una velina, ma forse per questo molto più interessante. Lui prima di infilarsi i Ray Ban nuovi di pacca la guardò dritto negli occhi, con quel suo sguardo sicuro ed un po' arrogantello di chi sa di piacere, di chi crede di poter avere tutte le donne del mondo.
Una volta fuori di casa sale sulla sua fiammante Porsche posteggiata in garage e si avvia verso il posto di lavoro, mentre i raggi del primo sole gli baciano il volto e l'aria frizzantina del mattino allieta i suoi polmoni. Cosa poteva chiedere di più? Donne, soldi, successo... nulla gli era negato, in questa vita. Tutto ciò che voleva lo otteneva, e quando qualche ammiccamento non era sufficiente ecco che si metteva a contare la pila e lo acquistava. Era sempre stato così, per lui. Fin da bambino. Aveva avuto la fortuna di nascere in una famiglia bene, la classica famiglia altolocata con i genitori che quasi si danno del lei e che frequentano gli ambienti più in della città. La classica famiglia di industriali che compra case un po' in tutta Italia, perché non sa di cosa farsene dei soldi e che ti manda nelle migliori scuole private per avere la certezza che il titolo di studio sopperisca alle eventuali mancanze di capacità fisiologiche in una persona. La classica famiglia altoborghese che ti fa passare l'estate al mare, ma con una tata... perché il papà è troppo impegnato a sbattersi la segretaria in ufficio, la mamma ad ingrassare le tascha degli psicanalisti e a fare shopping compulsivo. Insomma, le classiche famiglie per bene, quelle che tutti stimano ed ammirano. Nulla gli era mai stato negato, non sapeva cosa volesse dire "NO", né quello che potesse essere il sapore che c'è nel fondo, cosa voglia dire mangiare la pasta riscaldata della sera prima perché papà è alcolizzato e mamma pulisce le scale dei palazzoni del quartiere.
Arrivato al lavoro si infila subito in ufficio, quasi senza nemmeno salutare la propria segretaria... una ragazzina neo diplomata con un bel visino incastonato in un caschetto di capelli un po' demodè. Sedutosi alla scrivania comincia a scorrere la propria rubrica telefonica, per decidere con chi passare la serata:
"Alice? No, mi ha stufato. Poi comincia a parlare di gatti e non si ferma più! Barbara? Mhm... nah, troppo freddina. Clelia proprio no, quella è frigida! Delia non sarebbe male in effetti, non fosse rozza quanto una scaricatrice di porto! Francesca? Ah, no! Stasera lavora al pub. Giorgia non mi va di vederla, poi mi tira le pezze coi suoi ex... ma cosa me ne frega e me delle corna che ti hanno messo? Helen è a fare una sfilata a New York. Peccato però! Un paio di pippate e non si ferma più quella! Luisa? Zero. Anzi, ora la cancello... quella mi morde tutte le volte che gode! Ho ancora i segni sulla spalla. Moira... uff, bruttina. Ero proprio ubriaco quando la portai da me. Mi sa che devo cancellare anche lei. Nicole? Ha un bel nome e due belle bocce, ma sta lontanuccia, non mi va di guidare. Paola? Paola..." e, di colpo, il suo viso si rabbuiò. Per un attimo sentì la pressione scendere e come il formarsi di alcune goccioline di sudore freddo sulle tempie. Paola... lei sì, lei era splendida. Aveva un corpicino perfetto e due labbra tutte da baciare. Il suo profumo dolce e suadente lo stregava ogni volta, ed in più sapeva come fare sesso. Inoltre beh... a differenza delle altre aveva anche argomenti e quando apriva la bocca non era solo per dire banalità o dedicarsi al sesso orale. Forse... forse fu anche l'unica ragazza di cui arrivò ad innamorarsi, almeno un po'. Lui che era così tanto abituato ad avere mille storielle per qualche attimo si fermò, quando la conobbe... salvo poi riprendere subito dopo con il suo classico tran tran di uscite, bevute e...
Si alzò, affacciandosi alla finestra. Guardò il parco di fronte al suo ufficio e vi vide due ragazzini, due adolescenti che avevano bigiato la scuola. Erano seduti su di una panchina, e si tenevano la mano. Lei lo guardava dritto negli occhi, innamorata che si perdeva nell'altrui sguardo. Lui faceva l'altezzoso, come se la cosa non lo toccasse. Quei due gli ricordavano tanto lui e Paola, quando alla stessa età si erano conosciuti.
Era un pomeriggio primaverile e lui aveva appena finito la sua partita di calcio, segnando il goal della vittoria. I suoi amici non facevano che complimentarsi con loro ma lui era piuttosto annoiato... quante volte si era ripetuta quella scena!? Ad un tratto dietro la spalla di uno di essi scorse lei, una splendida 17enne ben curata che chiacchierava con una sua amica, seduta sugli spalti del campo. Ne rimase subito colpito e fu in quel momento che decise l'avrebbe fatta sua. A conquistarla, in effetti, non ci mise molto. A metterle le corna ancora di meno. Da quel momento la loro storia si protrasse, non si sa bene in che modo, per qualche anno. Un po' provarono anche a stare assieme, ma lui non ci riusciva proprio. Non era capace di stare con una persona, e quando ciò accadeva iniziava subito a pensare a quale sarebbe stata la sua prossima conquista. Molte erano le cose che lui le faceva mancare, tante erano le attenzioni che non le regalava... ma lei... lei ne era innamorata e passava sopra a tutto.
Il tempo, però, logorò le cose... ed arrivò il momento in cui anche lei decise che la storia sarebbe finita lì. La fine della loro storia non fu un grosso trauma per lui. Certo, una in meno con cui passare le proprie nottate... ma per una che se ne va altre nove se ne trovano, gli diceva sempre suo padre.
In quel momento, però, le cose erano diverse. In quell'attimo perse tutta la sicurezza in sè stesso. Non si sentiva più ricco, piacente, soddisfatto... aveva solo un grande vuoto dentro. Capì che tutti quei rapporti di plastica a nulla gli erano serviti, se non a potersi vantare con gli amici della propria collezione di donne. In quel momento capì che il suo comportamento idiota gli aveva fatto perdere l'unica cosa al mondo che valesse più dei suoi soldi e della sua bellezza: l'amore.
Si voltò di scatto e tornò alla scrivania; prese in mano il cellulare e schiacciò il tasto che fece partire la chiamata. Erano un paio d'anni che non si sentivano più, ma ora aveva bisogno di lei.
"Rispondi, rispondi!" si ripeteva, implorando il destino affinché lei avesse il cellulare sottomano.
"Pronto?" disse Paola, con voce suadente... La sua voce! Quanto tempo...
"Paola?" disse lui, con la voce un tantino tremante. Nessuna risposta. "Paola sono io..." aggiunse allora, con la voce sempre più tremante.
"Cosa vuoi?" queste parole gli caddero addosso come macigni. Mai prima di allora lei aveva usato quella freddezza nei suoi confronti, nemmeno quell'ultima volta quando, in lacrime, gli disse che non voleva più vederlo né sentirlo.
"Paola ho bisogno di te! Ti amo!" gridò allora, con la voce rotta dall'emozione.
"Ma vaffanculo." fu la risposta. Sibillina. Dopodiché attaccò.
Il suo cuore per un attimo smise di battere, il cellulare nuovo gli scivolò dalle mani andandosi a frantumare per terra. L'aveva respinto. Proprio ora che aveva deciso che avrebbe messo da parte tutte le sue amichette per dedicarsi a lei. Beh, insomma... chiaro, non è che avrebbe tagliato i rapporti proprio con tutte tutte... però dai, inutile farsi paranoie per niente! E' giusto coltivarsi anche delle amicizie!
Ad un tratto una grossa rabbia si impossessò di lui. Rifiutato? Ma non poteva essere! Sollevò la cornetta del telefono dell'ufficio e compose il numero di Paola. Dopo pochi secondi la stessa voce suadente che aveva udito poco prima gli rispose di nuovo:
"Pronto?"
"Ma come ti permetti di attaccarmi in faccia?" urlò lui, irato.
"Ancora tu?" d'un tratto la sua voce riprese la freddezza che aveva assunto appena capito di chi si trattasse "ma cosa vuoi? Lasciami stare. Ti avevo detto di non farti sentire più." continuò lei.
"Non ti permettere mai più di attaccarmi in faccia, bambinetta! Hai capito? Mai!" la sua voce era sensibilmente alterata, già non ricordava più la motivazione che l'aveva spinto a chiamare.
"Ma ti rendi conto? Sai quanto mi hai fatto soffrire? Sai quanto ti ho amato? Sai quanto ho pianto per te? Sai quante volte avrei voluto morire perché tu eri tra le braccia di un'altra? Ti rendi conto di quanto sei stupido ed egoista, o pensi che una laurea in un'università prestigiosa sia la garanzia che a livello umano vali qualcosa? Mi fai schifo! E come se non bastasse ora, dopo due anni, te ne rispunti fuori dicendo che mi ami? Ma tu non sai nemmeno lontanamente cosa sia l'amore! Sei troppo egoista per poter amare! Lasciami in pace!" gli vomitò addosso, tutto d'un fiato.
"Smetti di sbraitare!" le disse lui, alzando ulteriormente la voce "e non permetterti nemmeno di insultarmi in questo modo! E io che credevo tu fossi una persona intelligente. Ma l'educazione non te l'ha mai insegnata nessuno? Ti stavo chiamando perché ho capito che sei la donna giusta per me, ma dato che sei sciocca ora attacco e ne chiamo qualcun'altra." aggiunse poi, cercando di ricomporsi.
"Ecco. Bravo. Fai così, e non provare mai più a chiamarmi. Io per te sono morta. Capito? MORTA. E non lo dico per dire... mi hai già ucciso una volta, ora esci dalla mia vita" e così dicendo riattaccò il telefono.
Lui si risiedette, pensieroso. Come aveva osato attaccargli il telefono in faccia ancora? Non fosse stato un signore sarebbe andato a prenderla a sberle di persona. Stronzetta. Ma come gli era venuto in mente di richiamarla?
Erano le cinque e mezza del pomeriggio, ora di staccare ed andare in palestra.
La giornata, dopo quell'inizio un po' così, era scorsa tranquilla, con una riunione un po' noiosetta e poco altro. Ora un po' di allenamento e poi cena con Tiffany, una stilista losangelina che era in Italia per un periodo di relax. Una bella ragazza, giovane, snob ed un pochino troppo anoressica... ma lavorando nel mondo della moda...
Salito in macchina mise il cd del suo gruppo preferito e si avviò veloce verso la palestra, sita proprio accanto al centro sportivo dove epiche battaglie aveva combattuto, quando ancora adolescente si dilettava sui campi di calcio. Arrivatoci sentì l'impulso irresistibile di entrarci. Una volta lì guardò le tribune e partì in automatico una sorta di back in the days... in un attimo si ritrovò catapultato a quel pomeriggio, quello in cui incontrò Paola per la prima volta.
Subito risentì il bisogno di richiamarla. Fortunatamente mentre era in riunione aveva mandato la sua segretaria a comprargli un nuovo cellulare. Lo estrasse veloce dalla tasca e fece partire la chiamata. Questa volta, però, non ottenne risposta. Anzi, dall'altro capo del filo la telefonata venne respinta. Riprovò un altro paio di volte, senza miglior fortuna. La rabbia tornò ad impossessarsi di lui e, per il nervoso, lanciò il cellulare contro al muro, spaccandolo.
Poi risalì in macchina, pronto a completare il suo progetto per la serata: allenamento in palestra prima, nel letto con Tiffany poi.
Turatevi il naso e leggete, se vi va!
(La posto per non far sentire solo il Doc!
"Quanto sono bello" disse guardandosi allo specchio. Perché c'era poco da fare, si piaceva. Anzi no! Era proprio bello. Non è che si piacesse, è che obiettivamente era davvero un fiore. Alto, lineamenti fini, viso pulito, mai un capello fuori posto, lampadato quel giusto... un bijoux. Chiaro che piacesse alle donne, si diceva.
Infilandosi la giacca uscì di casa, sbattendosi la porta d'ingresso alle sue spalle, con un colpo secco. Proprio in quel momento dalla porta accanto alla sua usciva Valeria, la sua vicina. Valeria era una ragazza molto carina, di una bellezza non appariscente come quella di una velina, ma forse per questo molto più interessante. Lui prima di infilarsi i Ray Ban nuovi di pacca la guardò dritto negli occhi, con quel suo sguardo sicuro ed un po' arrogantello di chi sa di piacere, di chi crede di poter avere tutte le donne del mondo.
Una volta fuori di casa sale sulla sua fiammante Porsche posteggiata in garage e si avvia verso il posto di lavoro, mentre i raggi del primo sole gli baciano il volto e l'aria frizzantina del mattino allieta i suoi polmoni. Cosa poteva chiedere di più? Donne, soldi, successo... nulla gli era negato, in questa vita. Tutto ciò che voleva lo otteneva, e quando qualche ammiccamento non era sufficiente ecco che si metteva a contare la pila e lo acquistava. Era sempre stato così, per lui. Fin da bambino. Aveva avuto la fortuna di nascere in una famiglia bene, la classica famiglia altolocata con i genitori che quasi si danno del lei e che frequentano gli ambienti più in della città. La classica famiglia di industriali che compra case un po' in tutta Italia, perché non sa di cosa farsene dei soldi e che ti manda nelle migliori scuole private per avere la certezza che il titolo di studio sopperisca alle eventuali mancanze di capacità fisiologiche in una persona. La classica famiglia altoborghese che ti fa passare l'estate al mare, ma con una tata... perché il papà è troppo impegnato a sbattersi la segretaria in ufficio, la mamma ad ingrassare le tascha degli psicanalisti e a fare shopping compulsivo. Insomma, le classiche famiglie per bene, quelle che tutti stimano ed ammirano. Nulla gli era mai stato negato, non sapeva cosa volesse dire "NO", né quello che potesse essere il sapore che c'è nel fondo, cosa voglia dire mangiare la pasta riscaldata della sera prima perché papà è alcolizzato e mamma pulisce le scale dei palazzoni del quartiere.
Arrivato al lavoro si infila subito in ufficio, quasi senza nemmeno salutare la propria segretaria... una ragazzina neo diplomata con un bel visino incastonato in un caschetto di capelli un po' demodè. Sedutosi alla scrivania comincia a scorrere la propria rubrica telefonica, per decidere con chi passare la serata:
"Alice? No, mi ha stufato. Poi comincia a parlare di gatti e non si ferma più! Barbara? Mhm... nah, troppo freddina. Clelia proprio no, quella è frigida! Delia non sarebbe male in effetti, non fosse rozza quanto una scaricatrice di porto! Francesca? Ah, no! Stasera lavora al pub. Giorgia non mi va di vederla, poi mi tira le pezze coi suoi ex... ma cosa me ne frega e me delle corna che ti hanno messo? Helen è a fare una sfilata a New York. Peccato però! Un paio di pippate e non si ferma più quella! Luisa? Zero. Anzi, ora la cancello... quella mi morde tutte le volte che gode! Ho ancora i segni sulla spalla. Moira... uff, bruttina. Ero proprio ubriaco quando la portai da me. Mi sa che devo cancellare anche lei. Nicole? Ha un bel nome e due belle bocce, ma sta lontanuccia, non mi va di guidare. Paola? Paola..." e, di colpo, il suo viso si rabbuiò. Per un attimo sentì la pressione scendere e come il formarsi di alcune goccioline di sudore freddo sulle tempie. Paola... lei sì, lei era splendida. Aveva un corpicino perfetto e due labbra tutte da baciare. Il suo profumo dolce e suadente lo stregava ogni volta, ed in più sapeva come fare sesso. Inoltre beh... a differenza delle altre aveva anche argomenti e quando apriva la bocca non era solo per dire banalità o dedicarsi al sesso orale. Forse... forse fu anche l'unica ragazza di cui arrivò ad innamorarsi, almeno un po'. Lui che era così tanto abituato ad avere mille storielle per qualche attimo si fermò, quando la conobbe... salvo poi riprendere subito dopo con il suo classico tran tran di uscite, bevute e...
Si alzò, affacciandosi alla finestra. Guardò il parco di fronte al suo ufficio e vi vide due ragazzini, due adolescenti che avevano bigiato la scuola. Erano seduti su di una panchina, e si tenevano la mano. Lei lo guardava dritto negli occhi, innamorata che si perdeva nell'altrui sguardo. Lui faceva l'altezzoso, come se la cosa non lo toccasse. Quei due gli ricordavano tanto lui e Paola, quando alla stessa età si erano conosciuti.
Era un pomeriggio primaverile e lui aveva appena finito la sua partita di calcio, segnando il goal della vittoria. I suoi amici non facevano che complimentarsi con loro ma lui era piuttosto annoiato... quante volte si era ripetuta quella scena!? Ad un tratto dietro la spalla di uno di essi scorse lei, una splendida 17enne ben curata che chiacchierava con una sua amica, seduta sugli spalti del campo. Ne rimase subito colpito e fu in quel momento che decise l'avrebbe fatta sua. A conquistarla, in effetti, non ci mise molto. A metterle le corna ancora di meno. Da quel momento la loro storia si protrasse, non si sa bene in che modo, per qualche anno. Un po' provarono anche a stare assieme, ma lui non ci riusciva proprio. Non era capace di stare con una persona, e quando ciò accadeva iniziava subito a pensare a quale sarebbe stata la sua prossima conquista. Molte erano le cose che lui le faceva mancare, tante erano le attenzioni che non le regalava... ma lei... lei ne era innamorata e passava sopra a tutto.
Il tempo, però, logorò le cose... ed arrivò il momento in cui anche lei decise che la storia sarebbe finita lì. La fine della loro storia non fu un grosso trauma per lui. Certo, una in meno con cui passare le proprie nottate... ma per una che se ne va altre nove se ne trovano, gli diceva sempre suo padre.
In quel momento, però, le cose erano diverse. In quell'attimo perse tutta la sicurezza in sè stesso. Non si sentiva più ricco, piacente, soddisfatto... aveva solo un grande vuoto dentro. Capì che tutti quei rapporti di plastica a nulla gli erano serviti, se non a potersi vantare con gli amici della propria collezione di donne. In quel momento capì che il suo comportamento idiota gli aveva fatto perdere l'unica cosa al mondo che valesse più dei suoi soldi e della sua bellezza: l'amore.
Si voltò di scatto e tornò alla scrivania; prese in mano il cellulare e schiacciò il tasto che fece partire la chiamata. Erano un paio d'anni che non si sentivano più, ma ora aveva bisogno di lei.
"Rispondi, rispondi!" si ripeteva, implorando il destino affinché lei avesse il cellulare sottomano.
"Pronto?" disse Paola, con voce suadente... La sua voce! Quanto tempo...
"Paola?" disse lui, con la voce un tantino tremante. Nessuna risposta. "Paola sono io..." aggiunse allora, con la voce sempre più tremante.
"Cosa vuoi?" queste parole gli caddero addosso come macigni. Mai prima di allora lei aveva usato quella freddezza nei suoi confronti, nemmeno quell'ultima volta quando, in lacrime, gli disse che non voleva più vederlo né sentirlo.
"Paola ho bisogno di te! Ti amo!" gridò allora, con la voce rotta dall'emozione.
"Ma vaffanculo." fu la risposta. Sibillina. Dopodiché attaccò.
Il suo cuore per un attimo smise di battere, il cellulare nuovo gli scivolò dalle mani andandosi a frantumare per terra. L'aveva respinto. Proprio ora che aveva deciso che avrebbe messo da parte tutte le sue amichette per dedicarsi a lei. Beh, insomma... chiaro, non è che avrebbe tagliato i rapporti proprio con tutte tutte... però dai, inutile farsi paranoie per niente! E' giusto coltivarsi anche delle amicizie!
Ad un tratto una grossa rabbia si impossessò di lui. Rifiutato? Ma non poteva essere! Sollevò la cornetta del telefono dell'ufficio e compose il numero di Paola. Dopo pochi secondi la stessa voce suadente che aveva udito poco prima gli rispose di nuovo:
"Pronto?"
"Ma come ti permetti di attaccarmi in faccia?" urlò lui, irato.
"Ancora tu?" d'un tratto la sua voce riprese la freddezza che aveva assunto appena capito di chi si trattasse "ma cosa vuoi? Lasciami stare. Ti avevo detto di non farti sentire più." continuò lei.
"Non ti permettere mai più di attaccarmi in faccia, bambinetta! Hai capito? Mai!" la sua voce era sensibilmente alterata, già non ricordava più la motivazione che l'aveva spinto a chiamare.
"Ma ti rendi conto? Sai quanto mi hai fatto soffrire? Sai quanto ti ho amato? Sai quanto ho pianto per te? Sai quante volte avrei voluto morire perché tu eri tra le braccia di un'altra? Ti rendi conto di quanto sei stupido ed egoista, o pensi che una laurea in un'università prestigiosa sia la garanzia che a livello umano vali qualcosa? Mi fai schifo! E come se non bastasse ora, dopo due anni, te ne rispunti fuori dicendo che mi ami? Ma tu non sai nemmeno lontanamente cosa sia l'amore! Sei troppo egoista per poter amare! Lasciami in pace!" gli vomitò addosso, tutto d'un fiato.
"Smetti di sbraitare!" le disse lui, alzando ulteriormente la voce "e non permetterti nemmeno di insultarmi in questo modo! E io che credevo tu fossi una persona intelligente. Ma l'educazione non te l'ha mai insegnata nessuno? Ti stavo chiamando perché ho capito che sei la donna giusta per me, ma dato che sei sciocca ora attacco e ne chiamo qualcun'altra." aggiunse poi, cercando di ricomporsi.
"Ecco. Bravo. Fai così, e non provare mai più a chiamarmi. Io per te sono morta. Capito? MORTA. E non lo dico per dire... mi hai già ucciso una volta, ora esci dalla mia vita" e così dicendo riattaccò il telefono.
Lui si risiedette, pensieroso. Come aveva osato attaccargli il telefono in faccia ancora? Non fosse stato un signore sarebbe andato a prenderla a sberle di persona. Stronzetta. Ma come gli era venuto in mente di richiamarla?
Erano le cinque e mezza del pomeriggio, ora di staccare ed andare in palestra.
La giornata, dopo quell'inizio un po' così, era scorsa tranquilla, con una riunione un po' noiosetta e poco altro. Ora un po' di allenamento e poi cena con Tiffany, una stilista losangelina che era in Italia per un periodo di relax. Una bella ragazza, giovane, snob ed un pochino troppo anoressica... ma lavorando nel mondo della moda...
Salito in macchina mise il cd del suo gruppo preferito e si avviò veloce verso la palestra, sita proprio accanto al centro sportivo dove epiche battaglie aveva combattuto, quando ancora adolescente si dilettava sui campi di calcio. Arrivatoci sentì l'impulso irresistibile di entrarci. Una volta lì guardò le tribune e partì in automatico una sorta di back in the days... in un attimo si ritrovò catapultato a quel pomeriggio, quello in cui incontrò Paola per la prima volta.
Subito risentì il bisogno di richiamarla. Fortunatamente mentre era in riunione aveva mandato la sua segretaria a comprargli un nuovo cellulare. Lo estrasse veloce dalla tasca e fece partire la chiamata. Questa volta, però, non ottenne risposta. Anzi, dall'altro capo del filo la telefonata venne respinta. Riprovò un altro paio di volte, senza miglior fortuna. La rabbia tornò ad impossessarsi di lui e, per il nervoso, lanciò il cellulare contro al muro, spaccandolo.
Poi risalì in macchina, pronto a completare il suo progetto per la serata: allenamento in palestra prima, nel letto con Tiffany poi.
[align=center]http://sciabolatamorbida.wordpress.com/[/align]
[align=center]http://sciabolatamorbida.wordpress.com/[/align]
[align=center]http://sciabolatamorbida.wordpress.com/[/align]
[align=center]http://sciabolatamorbida.wordpress.com/[/align]
[align=center]http://sciabolatamorbida.wordpress.com/[/align]
[align=center]http://sciabolatamorbida.wordpress.com/[/align]
[align=center]http://sciabolatamorbida.wordpress.com/[/align]
[align=center]http://sciabolatamorbida.wordpress.com/[/align]
[align=center]http://sciabolatamorbida.wordpress.com/[/align]
- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
Grazie Mahor!
Aggiungiti pure tu!
Se posso inserire un commento rapido, il racconto è scritto bene, in genere più il racconto è breve più ci vorrebbe un'idea forte, più che una descrizione, ma il personaggio è forte quindi sicuramente compensa.
L'unico suggerimento è quello di nascondere la morale il più possibile, se la espliciti troppo viene fuori l'effetto pistolotto, se la nascondi emerge con molta più forza. E poi magari qualcuno ci legge qualcosa in più di quello che volevi scrivere arricchendo il risultato!
Ma ripeto, il mio è solo un consiglio, prendilo come tale e solo come tale.
Ed aspetto il prossimo anche da parte tua!

Aggiungiti pure tu!
Se posso inserire un commento rapido, il racconto è scritto bene, in genere più il racconto è breve più ci vorrebbe un'idea forte, più che una descrizione, ma il personaggio è forte quindi sicuramente compensa.
L'unico suggerimento è quello di nascondere la morale il più possibile, se la espliciti troppo viene fuori l'effetto pistolotto, se la nascondi emerge con molta più forza. E poi magari qualcuno ci legge qualcosa in più di quello che volevi scrivere arricchendo il risultato!
Ma ripeto, il mio è solo un consiglio, prendilo come tale e solo come tale.
Ed aspetto il prossimo anche da parte tua!
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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
(Solo) Per tornare in prima pagina.. 
Il giovane studente aveva un'aria risoluta mentre percorreva il sentiero che lo avrebbe condotto alla baita sperduta per continuare i suoi esercizi. Il vecchio insegnante era persuaso che il giovane avesse già raggiunto un buon livello. Il migliore -da molto tempo a questa parte- tra gli studenti che aveva avuto. Ma il giovane non riusciva a curarsi di queste cose. Non era mai stato un suo obiettivo essere migliore di qualcuno. Nè tantomeno in assoluto, se era per quello. Decise -quindi- di recarsi alla baita sperduta, per esercitare i suoi silenzi. Lo scopo era di riuscire a farli diventare una cosa sola. Un unico silenzio che sapesse comprendere tutte le parole che non diceva. Il giovane aveva preso come modello di riferimento il vecchio insegnante, che per creare i suoi silenzi non aveva (nemmeno) bisogno di isolarsi. Riusciva ad immergersi nel silenzio anche in presenza di elementi di disturbo. -Costanza e dedizione sono il solo segreto- ripeteva spesso il vecchio insegnante; -chiunque può riuscire. Se davvero lo vuole.- Il giovane lo voleva senz'altro. Ma non era ancora in grado di far confluire tutte le (sue) parole non dette in un solo contenitore. Le parole sono il contenuto. Il silenzio è contenitore. Le parole sono le gocce d'acqua che formano fiumi, laghi e mari. Il silenzio è come il cielo che li sovrasta. Ecco allora che il giovane studente decise di recarsi alla baita sperduta: per esser (più) vicino a quel cielo nel quale sperava di riuscire a innalzarsi. Un nuovo significato al sogno di ogni uomo di riuscire a volare (proseguendo nella metafora): riuscire a far parte di quel silenzio che sa osservare le parole dall'alto. Senza esserne veramente toccato, contaminato. Il giovane studente sorrise. Cadeva sempre nello stesso errore: come un gradino che si trova sempre nello stesso punto; ma nel quale continuava a inciampare. Non importava per quanto tempo riuscisse a prestarci attenzione. Presto o tardi finiva per inciamparci di nuovo. -Perchè il tuo esercizio ti porti vicino a raggiungere lo scopo occorre che impari a non pensare. I pensieri sono fatti di parole. Cose di cui non ne hai bisogno per imparare a tacere.- Gli aveva detto una volta il vecchio insegnante. E il giovane non era mai stato uno cui ripetere le cose. Solo che non era ancora abbastanza forte da resistere alla tentazione di dare un nome alle cose. Di non farsi sorprendere da certe contraddizioni. E così ne sorrideva. Sorrideva dell'assurdità che porta ad usare tante parole per cercar di spiegare -delle parole- l'assenza. Nell'assenza di parole si racchiude l'essenza del silenzio. -Questa è una vaccata- Aveva sentenziato il vecchio insegnante. Non è con le definizioni a effetto che raggiungerai il tuo scopo. Ogni definizione, per sottile che possa essere (se poi davvero lo fosse), ti allontana dalla meta. Se ti perdi nel vortice delle parole; se lasci che siano loro a condurti; non arriverai da nessuna parte. Le parole necessitano di altre parole. Una ne richiama un'altra. Il silenzio non ha bisogno di nulla. Non si mostra. E', semplice-mente..
Il giovane studente aveva un'aria risoluta mentre percorreva il sentiero che lo avrebbe condotto alla baita sperduta per continuare i suoi esercizi. Il vecchio insegnante era persuaso che il giovane avesse già raggiunto un buon livello. Il migliore -da molto tempo a questa parte- tra gli studenti che aveva avuto. Ma il giovane non riusciva a curarsi di queste cose. Non era mai stato un suo obiettivo essere migliore di qualcuno. Nè tantomeno in assoluto, se era per quello. Decise -quindi- di recarsi alla baita sperduta, per esercitare i suoi silenzi. Lo scopo era di riuscire a farli diventare una cosa sola. Un unico silenzio che sapesse comprendere tutte le parole che non diceva. Il giovane aveva preso come modello di riferimento il vecchio insegnante, che per creare i suoi silenzi non aveva (nemmeno) bisogno di isolarsi. Riusciva ad immergersi nel silenzio anche in presenza di elementi di disturbo. -Costanza e dedizione sono il solo segreto- ripeteva spesso il vecchio insegnante; -chiunque può riuscire. Se davvero lo vuole.- Il giovane lo voleva senz'altro. Ma non era ancora in grado di far confluire tutte le (sue) parole non dette in un solo contenitore. Le parole sono il contenuto. Il silenzio è contenitore. Le parole sono le gocce d'acqua che formano fiumi, laghi e mari. Il silenzio è come il cielo che li sovrasta. Ecco allora che il giovane studente decise di recarsi alla baita sperduta: per esser (più) vicino a quel cielo nel quale sperava di riuscire a innalzarsi. Un nuovo significato al sogno di ogni uomo di riuscire a volare (proseguendo nella metafora): riuscire a far parte di quel silenzio che sa osservare le parole dall'alto. Senza esserne veramente toccato, contaminato. Il giovane studente sorrise. Cadeva sempre nello stesso errore: come un gradino che si trova sempre nello stesso punto; ma nel quale continuava a inciampare. Non importava per quanto tempo riuscisse a prestarci attenzione. Presto o tardi finiva per inciamparci di nuovo. -Perchè il tuo esercizio ti porti vicino a raggiungere lo scopo occorre che impari a non pensare. I pensieri sono fatti di parole. Cose di cui non ne hai bisogno per imparare a tacere.- Gli aveva detto una volta il vecchio insegnante. E il giovane non era mai stato uno cui ripetere le cose. Solo che non era ancora abbastanza forte da resistere alla tentazione di dare un nome alle cose. Di non farsi sorprendere da certe contraddizioni. E così ne sorrideva. Sorrideva dell'assurdità che porta ad usare tante parole per cercar di spiegare -delle parole- l'assenza. Nell'assenza di parole si racchiude l'essenza del silenzio. -Questa è una vaccata- Aveva sentenziato il vecchio insegnante. Non è con le definizioni a effetto che raggiungerai il tuo scopo. Ogni definizione, per sottile che possa essere (se poi davvero lo fosse), ti allontana dalla meta. Se ti perdi nel vortice delle parole; se lasci che siano loro a condurti; non arriverai da nessuna parte. Le parole necessitano di altre parole. Una ne richiama un'altra. Il silenzio non ha bisogno di nulla. Non si mostra. E', semplice-mente..
Last edited by Toni Monroe on 21/11/2008, 21:15, edited 1 time in total.
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
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Paperone
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Re: Naufraghi 2.0
cute 
Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!