Scavallata la metà racconto, in altre due puntate arrivaremo alla fine!
Quel giorno era prevista una escursione a cavallo nelle vicinanze del Tumulo. Un Cesare nervoso e distratto prima tentò di salire a cavallo nel verso sbagliato, poi partì al galoppo seminando la guida, poi rimase indietro un’infinità di volte. Il gruppo si fermò a mangiare proprio vicino al Tumulo, dopo aver effettuato un lungo giro. Cesare quasi non mangiò, perso nei propri pensieri. Risalì a cavallo per primo ed il quadrupede immediatamente si imbizzarrì, impennandosi e poi partendo al galoppo, senza che l’improvvisato fantino potesse fermarlo. La guida li seguì immediatamente, raggiunse il cavallo imbizzarrito e tentò di afferrare le redini, invano. La corsa furibonda proseguì a lungo, finché non raggiunsero l’argine di un fiume; lì il cavallo di Cesare si bloccò di colpo, impennandosi sulle zampe posteriori e sbalzando di sella il cavaliere. Cesare atterrò di schiena e rimase immobile a terra. La guida tentò immediatamente di soccorrerlo, prima di tirare un lungo sospiro di sollievo: Cesare aveva aperto gli occhi, rimbambito ed annebbiato, ma indiscutibilmente vivo; delle frasche che erano cresciute sul bordo del fiume avevano attutito la sua caduta salvandolo. Mentre veniva portato in clinica per i controlli del caso, gli fu detto che il cavallo si era imbizzarrito a causa della puntura di un calabrone: raro, ma non impossibile. Storie, altro che calabrone, lo sapeva lui perché il cavallo si era imbizzarrito. Aveva ragione la ragazza, tutti i discendenti di Buffalotto venivano eliminati da qualcuno o da qualcosa, e lui doveva fare qualcosa per salvarsi.
Non appena fu dimesso, i controlli non avevano evidenziato altro che alcuni grossi bitorzoli, termine tecnico grandemente specifico, Cesare fece i bagagli e si precipitò alla sua macchina. Sarebbe stata dura spiegare ai suoi amici il perché della sua fuga, ma pensava di potersi giustificare; che diamine, l’avevano visto tutti che era strano, nervoso, insofferente, esaurito. Caricò i bagagli, si fece portar fuori dalla rimessa la macchina, salì a bordo, mise in moto e partì di scatto, poi si ricordò: l’amuleto, l’aveva dimenticato. Frenò, ma il pedale arrivò a fine corsa senza nessun risultato. Qualcuno aveva manomesso i freni! Per fortuna era appena partito, era ancora in prima, sollevò completamente il piede dall’acceleratore, la potente berlina si imbarcò, batté in testa e si spense. Il meccanico del Castello non impiegò molto ad effettuare la diagnosi: le pasticche dei freni mancavano quasi del tutto.
“Che diamine! Ogni tanto vanno pur controllate! Quanto tempo è che non le cambia?”
“Mha, non me lo ricordo, ma sono sicuro che...”
“Sicuro? È sicuro di rimetterci la pelle, è sicuro! Adesso deve aspettare, i telefoni del Castello sono isolati,...”
“Come isolati?”
“Isolati. Abbiamo mandato qualcuno ad informare la società dei telefoni, ma finché non saranno riparati non le posso ordinare le pasticche nuove. Lei fino a quando si ferma?”
“Mi dovrei fermare altri cinque giorni, ma io devo assolutamente recarmi a Lucca domani...”
“Bhe, senza telefoni non le posso neanche chiamare un tassì; l’unico modo che ha per andare a Lucca domani è noleggiare una bicicletta, farsi coraggio e partire.”
“Ma siamo in mezzo agli Appennini, come la bicicletta? Sa quante salite ci sono per Lucca?”
“Io lo so. Pedali e lo scoprirà anche lei.”
La sera il problema principale fu spiegare agli amici che ci faceva in macchina con i bagagli.
Si inventò la necessità di una telefonata a casa, in fondo i telefoni erano isolati ed il telefono cellulare non riceveva alcun segnale, ma nessuno ci credette. La scusa di dover portare i panni sporchi a lavare altrove perché la lavanderia del Castello faceva schifo non era credibile.
Per quel giorno non tentò altre fughe. Era stanco, aveva mal di testa, di risalire a cavallo non se ne riparlava, la bicicletta sarebbe stata una extrema ratio, per ora non restava che aspettare.
Andò a dormire prestissimo, appena cenato, alle otto, e dormì lungamente e profondamente fino alle sei del mattino. Dieci ore di sonno gli avevano restituito l’ottimismo e la fiducia, forse non sarebbe scappato, mancavano solo altri quattro giorni, era sicuro di poter resistere.
La giornata si svolse tranquilla. In mattinata i villeggianti si dilettarono con una gita in mountain bike per le impervie salite delle colline dei dintorni, tanto impervie da far definitivamente desistere Cesare dall’ipotesi di recarsi a Lucca in bicicletta.
Il pranzo fu frugale come al solito, gli esercizi di aerobica ridicoli come al solito, i lavoretti pomeridiani inutili come al solito, tutto si svolse normalmente. L’unica anormalità fu costituita dalla mancanza di un componente del gruppo alla lezione sulla distillazione dell’amaro all’ortica selvatica: Cesare infatti non era presente; d’accordo che aveva riacquistato fiducia e ottimismo, ma non esageriamo. Si eclissò con discrezione e si recò alla biblioteca del Castello per cercare testi sulle leggende locali. In biblioteca c’erano praticamente solo testi di storia e leggende locali. Il manager romano trovò agevolmente una ventina di testi su Giacomo di Bellavilla, il vescovo Grisanti, Buffalino, Buffalotto e compagnia bella, ne scelse un paio con il criterio della dimensione, più piccoli sono e meglio è, poi cominciò a leggere.
Le carte si ingarbugliavano sempre di più. I Templari erano sospettati di aver avuto a Gerusalemme rapporti misteriosi con la setta degli Assassini guidata dal Gran Vecchio Della Montagna Hasan Shabba, in seguito ai quali avrebbero cominciato ad adorare un oscuro demone, Bafometto, forse addirittura una delle identità del diavolo. Naturalmente non è escluso che questa costruzione sia stata artatamente creata dal re di Francia Filippo il Bello, il quale era indebitato fino al collo con i Cavalieri del Tempio di Gerusalemme e quindi era interessato a distruggerli ed impossessarsi delle loro immense ricchezze, accumulate grazie ai traffici col Medio Oriente ed ai prestiti ad usura. L’accusa di eresia non sarebbe certo mai stata negata dal Pontefice Clemente V, il quale temeva l’eccessiva potenza raggiunta dai Templari e del loro Gran Maestro, Jacques de Molay. È difficile però conciliare la teoria di uno sterminio dettato dalla fame di denaro e potere di Filippo il Bello e di Clemente V con l’inconfutabile fatto che quasi tutti i beni dei Templari siano stati da loro assegnati ai Cavalieri Ospitalieri, i futuri Cavalieri di Malta. Tra i pochi beni dei Templari non assegnati agli Ospitalieri c’era proprio il Castello.
Il vescovo Grisanti era un inquisitore ufficiale della Chiesa Cattolica, il suo compito era appunto quello di scoprire e debellare le eresie ed ogni minaccia per la fede cattolica, e nello svolgere questo compito aveva raccolto innumerevoli benemerenze, tanto che si parlò di una sua beatificazione. Nello svolgere il suo compito però Grisanti si coprì anche di ricchezze, cosa che sconsigliò la sua beatificazione.
Il Conte Buffalino era un pio e devoto credente, aveva fatto erigere chiese in ogni paese in cui aveva possedimenti, aveva sempre protetto e sostentato i poveri ed aveva strenuamente combattuto ogni eresia, tanto da meritarsi il titolo di “defensor fidei” e da poter officiare riti in qualità di diacono; questa pia opera però spesso aveva costituito la scusa per aumentare a dismisura i suoi possedimenti e le sue cariche ed aveva giustificato la tenuta di una guarnigione personale.
Chi era guidato dalle forze del male? Buffalino e Grisanti che per sete di potere avevano sterminato ottanta templari, oppure i templari stessi, che con le loro arti magiche e demoniache avevano lanciato una maledizione tanto forte da stroncare la discendenza dei due inquisitori?
Altrettanto ambigua era la figura di Buffalotto e di sua moglie Gemma. Non si poteva evincere fino a che punto fossero persone di grande cultura, che nutrivano un sincero amore per la ricerca, e fino a che punto praticassero arti magiche. Non c’è dubbio che fossero alchimisti, ma in fondo chi può dire oggi cosa sia stata veramente l’alchimia? Una ricerca che tentava di unire la crescita del sapere scientifico ad una crescita spirituale dell’alchimista, oppure una insana pratica mossa soltanto dallo smodato desiderio di oro e di potere? E soprattutto, Buffalotto era il figlio naturale di Buffalino o la reincarnazione di Giacomo di Bellavilla?
Inoltre ogni tanto lumeggiava nei testi la figura di una strana setta di inquisitori che avrebbero sempre sorvegliato ed intimidito Buffalotto ed i suoi eredi. La setta sarebbe stata composta da influenti personalità residenti nei paesi vicini al Castello e sarebbe stata la grande nemica di Buffalotto; questo avrebbe spiegato il motivo della misteriosa morte dei discendenti dei Conti Ruscelli, eredi della grande carica magica posseduta dai loro avi, non appena mettevano piede nell’atavico Castello. Ma perché la setta avrebbe dovuto essere nemica di Buffalotto? Per combattere il male e le forze sataniche evocate dal perverso Conte, oppure, in quanto schiavi del Demonio, gli appartenenti alla setta temevano uomini di coraggio e cultura come i Conti Ruscelli, eredi del Grande Inquisitore Buffalino? Inoltre nessuno aveva mai saputo con certezza quale fosse l’identità dei membri della setta, ma nelle vicinanze del Castello erano spesso state viste persone vestite di nero, con un nero mantello sulle spalle il cui cappuccio era alzato a coprire il viso. Perché questa segretezza?
A Cesare faceva male la testa. Guardò l’orologio e si accorse che era quasi mezzanotte. Strano che gli inservienti non l’avessero avvertito che la biblioteca doveva chiudere! Forse si erano dimenticati del visitatore assorto, o forse...
Improvvisamente Cesare udì un rumore di passi, chiuse il libro e senza fare rumore si nascose dietro ad uno scaffale. Stavano entrando nella sala due individui vestiti di nero, senza cappuccio ma nascosti dall’oscurità. I due individui erano armati, in mano avevano una specie di tubo, forse un fucile, o forse qualche sorta di arma alchemica o magica; i due con fare circospetto entrarono, uno dei due posò l’arma e si avvicinò al tavolo, poi si diresse in direzione di Cesare e, ormai vicinissimo a lui, cominciò a tastare il muro, cercando qualcuno o qualcosa. Finalmente trovò l’interruttore ed accese la luce: era un uomo delle pulizie e lo strano tubo era un aspirapolvere.
“Oh, questo interruttore funziona, non è rotto come l’altro!”
“Bene... vabbè, cominciamo a lavorare.”
Cesare si rilassò e si scostò dallo scaffale: in quel momento un pesantissimo volume rilegato in metallo cadde dall’alto del mobile, da oltre quattro metri; solo la prontezza di riflessi e la maniacale attenzione che aveva sviluppato nel Castello salvarono Cesare: l’angolo metallico sfiorò la sua testa prima di cadere a terra.
“Aaaaaaaaah!”
“Ah! E lei chi cavolo è?”
“Un ospite del Castello...”
“Mi faccia vedere un documento e la tessera degli ospiti!”
“Eccoli.”
“Ma che ci faceva qui? La biblioteca è chiusa!”
“Mi ero addormentato su un libro, il bibliotecario ha dimenticato di avvertirmi... poi mi avete svegliato voi entrando, ho avuto paura e mi sono nascosto, sapete, con questi rapinatori in giro non si sa mai...”
“Si, si, vabbè, rapinatori, ma intanto ha mosso lo scaffale ed ha rovinato un volume di un certo pregio... le sarà messo in conto.”
“Non c’è problema. Ora scusatemi, ma ho molto sonno, vorrei ritirarmi nella mia camera.”
“Faccia, faccia, meglio che dorma su un letto che su volumi di pregio. Buonanotte.”
“Buonanotte.”
Mentre rientrava in camera, Cesare tornò ad immergersi nei suoi pensieri. Certo, lui aveva mosso lo scaffale. Ma il libro lo aveva fatto cadere lui oppure... Ed inoltre, se era stato lui, come mai era caduto proprio il libro più pesante e pericoloso? E come mai un libro rilegato in metallo era stato posto tanto male? Inoltre non era sicuro, ma credeva che il libro fosse un libro di magia, un libro misterioso e minaccioso. Inoltre, come mai il bibliotecario non l’aveva avvisato? Distrazione oppure... Inutile dire che Cesare in ogni domanda propendeva per gli oppure.
Qualunque fosse la risposta alle sue domande comunque una cosa era certa: non poteva assolutamente restare lì altri quattro giorni, doveva trovare il modo di andarsene. Forse, chissà, per quanto lontane fossero state le destinazioni delle escursioni il telefono cellulare era sempre stato muto, ma forse da qualche parte avrebbe funzionato.
Ecco il post del lunedì... e la conclusione del racconto.
Fatemi sapere cosa ne pensate, anche insulti se volete!
La notte trascorse breve, agitata e densa di incubi e la mattina dopo Cesare era nuovamente stanco ed insonnolito come sempre gli capitava in quei giorni; per tutto il tempo della escursione tentò inutilmente di utilizzare il suo cellulare, che però non dava alcun cenno di vita.
La giornata trascorse lenta e tranquilla, senza che si verificasse nulla di particolare, contrariamente ai timori di Cesare; così lui ne approfittò per parlare lungamente con la Guida esperta di leggende popolari.
“Mha, le dirò, in questi casi non è facile stabilire dove sia la puzza di zolfo. Tutti i protagonisti di questa storia avevano degli aspetti buoni, fino a sfiorare la santità, e degli aspetti quasi demoniaci. C’è chi afferma che gli incappucciati siano addirittura Cavalieri Teutonici, un ordine nato contemporaneamente ai Templari, il cui Gran Maestro più noto, Hermann Von Salsa fu il consigliere militare dell’imperatore Federico II di Svevia. I Teutonici non si stabilirono mai in Toscana, ma la sorella del vescovo Grisanti avrebbe sposato il fratello del Gran Maestro dei Teutonici e, quando venne a vivere a Lucca, ne avrebbe fondato un nucleo locale in aperta rivalità con i Templari. Lei pensi, c’è una variante della leggenda secondo la quale Giacomo di Bellavilla si sarebbe reincarnato in Buffalotto e, da allora, quando si sente venir meno le forze, o addirittura è semplicemente stanco del suo corpo, ingravidi una donna e si suicidi per reincarnarsi nel nascituro; in tal caso la setta sarebbe composta da suoi complici...”
“Raccapricciante!”
“Si, ma sono solo leggende!”
“Già, solo leggende.”
Ancora una volta lo stanco villeggiante andò a dormire prestissimo, alle venti e trenta, per recuperare il sonno perduto. Stavolta però sapeva che non si sarebbe svegliato pieno di ottimismo: non c’era da stare allegri, la misteriosa confraternita avrebbe sicuramente sfruttato i tre giorni che restavano. Lui non sapeva se era o meno la reincarnazione di Buffalotto, chissà, forse si sarebbe davvero reincarnato, ma prima di tutto non aveva lasciato alcuna donna incinta, poi, soprattutto, principalmente, definitivamente, non aveva nessuna voglia di fare la prova.
Ancora di notte lo svegliò una strana brezza, aprì gli occhi sapendo già quello che avrebbe visto: era Gemma, ancora avvolta da una strana aura.
“Buffalotto, ti avevo detto di stare attento, ora forse è tardi, credo che vi sia una sola soluzione per salvarti.”
Detto ciò si tolse la tunica purpurea e rimase completamente nuda, si avvicinò a Cesare, cominciò ad accarezzarlo. Fecero l’amore molte volte poi, come sempre, la misteriosa donna si dileguò. Cesare si svegliò come sempre alle sei, al suono del campanello, ma stavolta si sentiva forte come un leone. Guardò intorno, non c’era alcuna traccia del passaggio di Gemma, anche il letto era pulito e non aveva alcun odore, ma stavolta era sicuro di non aver sognato. Dopo che si fu lavato e vestito, lo colse improvvisamente un pensiero che lo sconfortò: forse aveva lasciato una donna incinta, se era così nei tre giorni che doveva ancora trascorrere al Castello non c’era più nulla che potesse evitare la sua morte. Probabilmente era condannato: doveva assolutamente trovare una via di fuga.
Il telefono non funzionava, la macchina era senza freni, a cavallo non voleva risalire, l’unica soluzione che Cesare vedeva per la fuga era partire in bicicletta. Sicuramente sarebbe stata una fatica tremenda, ma, a parte il fatto che undici giorni di escursioni, ginnastica aerobica e cucina macrobiotica l’avevano rimesso in forma, un sacrificio, seppur colossale, andava pur fatto per restare in vita.
Quando la mattina partì l’escursione in mountain bike, Cesare restò con il gruppo fino alla pausa per il pranzo, in modo da non destare allarmi. Chissà, forse anche la guida era coinvolta nel complotto. Non credeva, ma era meglio stare attenti.
Appena il gruppo di turisti ripartì, Cesare restò indietro, si nascose, poi filò via, in direzione opposta. Nel negozio di materiale sportivo che c’era al Castello si era procurato la bussola che stringeva in mano, con quella era sicuro di non perdersi.
A notte inoltrata si fermò per riposarsi, si sedette, si guardò intorno e si rese conto che si trovava a fianco del Tumulo. Aveva perso l’orientamento o c’era stato un intervento magico? Guardò la bussola: era sicuro, si era diretto sempre a Sud - Ovest. Era guasta la bussola? Forse anche il bottegaio...
Fu allora che udì un rumore. Nascose la bicicletta fra le frasche, si nascose anche lui ed attese. Apparvero un gruppo di uomini con un mantello nero, sotto il quale faceva capolino una tuta bianca guarnita da una croce nera... Cavalieri Teutonici!!!
Stavano cercando qualcuno... probabilmente proprio lui... uno degli ammantati disse
“Accidenti di un romano... ma quando lo troviamo...”
“Zitto e cerca. Il capo ha detto che lo vuole in buone condizioni.”
“Sarà, ma prima due paroline in privato gliele direi volentieri. Come hanno detto che si chiama? Cesare... Cesare...”
“Non mi ricordo.”
“Vabbè, cerchiamo e basta.”
Cercavano lui!!! Doveva scappare!!! Scappare!!! Scappare!!! Prese la bicicletta e pedalò in discesa a rotta di collo, più veloce che poteva, al buio per non farsi notare. Ad un tratto, ad una certa distanza, in mezzo alla strada vide una lampada, poi si accorse che era tenuta da una donna vestita di bianco, con una croce purpurea sul petto. Cambiò rapidamente direzione, scivolò e cadde rovinosamente giù per la collina. La sua corsa si interruppe contro una quercia secolare e la coscienza smise di accompagnarlo repentinamente.
Si risvegliò in una stanza interamente coperta di mattonelle bianche. Si voltò in ogni direzione, sembrava la camera di un ospedale, ma aveva un non so che di familiare. Mentre Cesare guardava, entrò il medico del Castello.
“Ha, bene, si è risvegliato. Come sta?”
“Un po’ di mal di testa...”
“Lo credo bene. Ha quasi divelto una quercia secolare, sa? Se lo diciamo al WWF rischia di grosso. A parte scherzi, le abbiamo fatto varie lastre, non c’è trauma cranico, ma ha un gran brutto ematoma. Il fresco della notte le ha poi giocato un brutto scherzo: infatti si è buscato una leggera bronchite. Comunque non si preoccupi, con qualche cura ed un po’ di riposo passerà tutto in pochi giorni. Ora però ha bisogno di riposo. Le darò del sedativo per farla dormire ancora, poi domani ne riparleremo.”
“Come domani? Che ore sono?”
“Sono le undici.”
“Del mattino?”
“Oh per amor del cielo! Le ventitré di venerdì! Ha dormito un bel po’, vero? Peccato perdere giorni così, ma deve riposare. Poi domani ci lascia...”
“Come domani ci lascia?”
“Si, domani finisce la sua prenotazione, lascia il Castello, perché, vuole rimanere ancora?”
“No, no, impegni, ma avevo capito un’altra cosa. Ma potrò partire? La macchina è guasta ed i telefoni pure...”
“Nessun problema. Oggi sono venuti dei tecnici della società dei telefoni, ci hanno garantito che domani funzionerà tutto benissimo. Inoltre un fattorino è andato a Lucca ed ha portato tutto quello che era stato ordinato dal Castello, anche i pezzi ordinati dall’officina. Non so se anche le parti della sua auto sono venute, domani le farò sapere, ma credo che nessun ordine sia rimasto inevaso.”
“Dottore, venga un attimo...”
“Arrivo. Scusi, la mia infermiera... tornerò più tardi. Anche il sedativo... è un po’ presto, glielo somministrerò poi.”
“D’accordo, ma una domanda... chi mi ha ritrovato?”
“La guida, quel signore che vi ha accompagnato nelle varie escursioni...”
“Scusi, ma la guida ama portare un mantello nero?”
“Un mantello nero? E perché mai dovrebbe?”
“No, così.”
“Scusi, adesso, a più tardi.”
“Arrivederci.”
Non appena il dottore uscì, Cesare si alzò e cominciò a curiosare nella stanza. Quando si avvicinò al lavandino vide una siringa ancora sigillata, probabilmente quella con cui gli sarebbe stata somministrato il sedativo, e accanto alcune boccette. Una boccetta conteneva del sedativo, una conteneva morfina, alcune medicinali vari, una nicotina pura ed una dell’arsenico. Cosa gli avrebbero iniettato? Nicotina ed arsenico sono terribili veleni, gli altri medicinali erano sconosciuti a Cesare... non poteva aspettare oltre lì. Una speranza c’era. Forse la macchina era stata riparata. Si vestì in fretta, nell’armadio c’era una sua tuta da ginnastica pulita, un suo paio di scarpe da ginnastica ed il suo portafoglio con i documenti, lasciò la stanza alla spicciolata senza farsi vedere, strisciando contro i muri nel buio, ed infine uscì nel cortile. A dispetto della stagione estiva pioveva forte ed il vento spazzava il Castello. Quello che serviva per la bronchite di Cesare. Continuò a camminare con cautela, vicino ai muri, cercando di restare sempre nascosto; non ebbe di che pentirsi della scelta fatta: nel cortile infatti c’erano due Cavalieri Teutonici che stavano stancamente guardandosi attorno. Pochi minuti ed i due Teutonici rientrarono nel Castello. Cesare Colse l’occasione e corse nella rimessa. La sua auto era parcheggiata lì, avanti a tutte, segno che probabilmente c’era stato un intervento del meccanico. Improvvisamente un rumore cupo: la campana di una pendola che stranamente si trovava nella rimessa. Dodici rintocchi, era il sabato, l’ultimo giorno della permanenza di Cesare al Castello, il giorno prefissato per la sua morte, lui lo sapeva. Provò i freni, sembravano funzionare, poteva partire. Armeggiò a lungo con la porta della rimessa, senza riuscire ad aprirla, poi cominciò a cercare nel locale; nel cassetto di un tavolo trovò un telecomando. Forse era salvo. Aprì la porta, mise in moto e partì. Nel cortile non c’era più nessuno, Cesare provò i freni, verificato che funzionavano alla perfezione accelerò e lasciò il Castello. Scese a gran velocità per la collina, quando vide le luci di alcune vetture che salivano verso il Castello. Non poteva rischiare proprio adesso che era quasi salvo. Prese una strada secondaria, parcheggiò al riparo di alcune frasche, spense luci e motore ed attese. Forse fu per l’effetto della stanchezza, forse il mal di testa causato dalla caduta del giorno prima, forse la bronchite, ma Cesare si appisolò cominciando a russare profondamente.
Si svegliò a giorno inoltrato ed immediatamente si infuriò con se stesso. Non poteva fare simili fesserie quando era così vicino alla salvezza; l’unica cosa buona era che parte della spossatezza che avvertiva era passata, mentre il feroce mal di testa che lo assillava non si era assolutamente mitigato. Mise in moto, tornò sulla strada e partì. Pochi metri dopo, vide due uomini passeggiare insieme: un Templare ed un Teutonico! Insieme! Era chiaro ormai, c’era un accordo fra i due ordini, non capiva in che termini, ma capiva che chi ci sarebbe andato di mezzo era lui. Accelerò più che poteva e diresse la vettura proprio contro i due: questi lo videro, saltarono da parte appena in tempo, estrassero le pistole e spararono. Cesare non sapeva se avevano sparato a lui oppure in aria, ma non ci teneva ad appurarlo; accelerò ancora e si allontanò il più velocemente possibile. La potente berlina si mangiò i tornanti della discesa, volò per la strada di campagna, si lasciò alla spalle casolari ed aziende e finalmente giunse nei pressi della superstrada per Lucca. Cesare era finalmente tranquillo e rilassato: era salvo, ormai ne era sicuro, aveva sconfitto la maledizione del Castello. In preda all’eccitazione, entrò in superstrada come un razzo. Proprio in quel momento sopraggiungeva un autoarticolato. L’urto fu violentissimo. L’autista del mezzo scese, in preda allo shock, dicendo
“Mi è spuntato davanti all’improvviso, non lo potevo evitare, non potevo, non potevo...”
Ancora più tardi l’autista chiese ad un medico dell’ambulanza che stava per portare Cesare al più vicino ospedale:
“Come sta? Se la caverà?”
“Mha, chi può dirlo? Ora è in coma, lo opereremo immediatamente e chissà. Ora scusi, non posso far salotto.”
Frattanto il direttore del Castello stava parlando con un ospite in procinto di partire.
“Ma come vi è venuto in mente?”
“Mha, sa, è stata una mia idea, per aumentare l’interesse.”
“Ma i Cavalieri Teutonici in Toscana! Via, neanche un bambino!”
“Ha ragione, ma ci sembrava di un effetto notevole.”
“Ed anche i Templari al rogo!”
“No, quello è vero, furono i Templari ad erigere il Castello. È dimostrato anche dalla sua pianta circolare. Anche la leggenda, i roghi, Buffalino, Buffalotto e Grisanti sono personaggi di leggende locali. Noi ci siamo inventati la storia della moglie di Buffalotto e quella storia della reincarnazioni, delle mogli incinte e delle morti sospette dei Conti Ruscelli. Lei pensi, la famiglia Ruscelli in realtà si è estinta nel settecento.”
“Però scusi, la storia è proprio incredibile!”
“Si, ma vede, abbiamo trovato una serie di ritratti dei Conti Ruscelli nei sotterranei, molti sono dipinti da un pittore della fine del seicento, un certo Pompeo Tropo, che dipinse anche i ritratti dei primi Conti ed un dipinto sul rogo di Giacomo di Bellavilla. Dato che nessuno conosceva i volti di queste persone, Pompeo utilizzò come modello per tutti loro il figlio Silla: lei capisce, una serie di ritratti tutti uguali fra loro ed uguali al volto del Bellavilla... andavano sfruttati.”
“Se lo dice lei... ma sa qual è stato il colpo di genio?”
“Quale?”
“Vestire i membri della vigilanza da Templari e da Teutonici... avete dei metronotte esoterici...”
“Sa, tutti gli ospiti finora ci hanno fatto un’infinità di domande, la cosa è piaciuta a tutti. Gli unici che non ci hanno chiesto niente sono quei quattro signori romani, sa, poi uno di loro è quel signore che ha manifestato gravi turbe psichiche, Cesare... Cesare... Bhe, non mi ricordo più.”
FINE
Io invece continuo a riempire gli spazi per consentire ad altri, se lo volessero, di proporre qualcosa.
Tira! L'esortazione -decisa- arriva da isola, uno che non perde mai tempo quando deve dire agli altri cosa fare. Tirare. Senza se e senza ma. E decidere, presumibilmente, le sorti della partita. Ammesso che il tiro entri. Oppure ci si dovrà sbattere per conquistare il rimbalzo e poi, chissà.. Nel basket di strada si gioca a punteggio, non ci sono cronometri che scorrono impietosi, quindi -volendo- non sarebbe neanche necessario tirare. Specie se quello che ha la palla tra le mani non è la persona più indicata per prendersi quel tiro. Il re della palla rubata si era ritrovato la palla tra le mani in modo insolito: non dopo uno dei suoi interventi sulle linee di passaggio, non dopo un fulmineo furto all'incauto che gli palleggiava davanti.. la palla gliel'aveva -praticamente- scagliata addosso un suo compagno dopo aver conquistato un rimbalzo lungo. La difesa avversaria aveva iniziato un pressing feroce e un po' tutti si erano trovati lontani dalle posizioni di competenza. Questo, unito ad un controllo infelice del suo compagno, aveva fatto sì che la palla finisse a lui, che se ne stava tutto solo nell'angolo, come se fosse stato il posto in cui trovarsi alla fine dell'esecuzione di una perfetta circolazione di palla. Piedi ben piantati a terra e tutto il tempo che gli occorreva..
Tira! Al vecchio piaceva quel ragazzo. Così sfrontato, così deciso, così fiducioso.. anche quando la palla non era nelle sue mani. E bisogna anche riconoscere che per come erano andate le cose non era nemmeno sbagliata la sua indicazione sul da farsi. Bisognava seguire il flusso del gioco, anche quando pareva non avere fluidità. Con un solo canestro da segnare per vincere la partita e con tutto lo spazio che il ladro aveva a disposizione sarebbe stato un delitto limitarsi a passare la palla a qualcun altro. Ma il vecchio poteva anche intuire il disagio del ladro nel dover prendersi un tiro che non faceva parte del suo repertorio più affidabile. Sapeva stampare delle sontuose schiacciate in faccia a chi lo ritenesse troppo basso per arrivare a toccare il tabellone, figurarsi per andare al di sopra del ferro; ma proprio per questo non aveva mai voluto perdere tempo allenandosi nel tiro da lontano. Troppo scontato. Anche se poi aveva affinato la sua arte nel rubar palla. Lo scopo era quello di esser certo di poter andare a schiacciare.. -metti che poi non me la passano? Se me la prendo da solo nessuno ci può far niente..- Ed alla fine la sua giocata migliore era proprio la palla rubata, chè di schiacciatori migliori di lui, obiettivamente, ce n'erano; lui faceva sensazione perchè era basso, ma non è che avesse gran fantasia nell'affondare la palla nel canestro..
Tira! Poche storie, isola aveva ragione: il ladro doveva tirare. Come si diceva in quel film sul golf con Kevin Costner e Sonny Crocket (che qualcuno insisteva a chiamare Don Johnson, chissà poi perchè..) -Questo è un momento di definizione: o tu definisci il momento o lui definisce te.- E questo non era il momento di esitare o di porsi domande ma di prendersi le proprie responsabilità. -Sì dai, tira!- Avrebbe voluto urlare il venditore di bibite. Nonostante tutte le partite dei professionisti che vedeva, mentre vendeva bibite nei palazzetti durante la stagione (per arrivare a venderle in quelle dei Play Off ne doveva ancora fare di gavetta -Alle partite di Play Off ci si arriva quando si dimostra di meritarlo, mica sono per tutti, eh..- ripeteva sempre il suo collega anziano), non riusciva a non subire il fascino del basket di strada; molto più genuino e privo di tatticismi; così aveva preso l'abitudine di assistere alle partitelle organizzate nei vari campi sparsi per la città, e in quello davanti alla vecchia scuola tornava sempre volentieri, perchè non c'era mai da annoiarsi. -Oh, insomma, che importa se quello è il tuo tiro o no? Tuo non è (mica) solo quello che ti viene dato o lasciato. E allora basta star lì a pensare..-
Tira!..
Last edited by Toni Monroe on 06/11/2008, 22:53, edited 1 time in total.
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
Toni.
Bravo, Toni.... dovresti scrivere articoli alternativi autentici di sport, in stile black jesus...
Purtroppo mi sa che possiamo spedirci i racconti via PM, questo topic lo frequentiamo giusto io, te e Paperone....
Purtroppo è ricominciata l'NBA, la Champions di calcio, ci sono state le elezioni americane... tempi duri per chi scrive!
doc G wrote:
Bravo, Toni.... dovresti scrivere articoli alternativi autentici di sport, in stile black jesus...
Purtroppo mi sa che possiamo spedirci i racconti via PM, questo topic lo frequentiamo giusto io, te e Paperone....
Purtroppo è ricominciata l'NBA, la Champions di calcio, ci sono state le elezioni americane... tempi duri per chi scrive!
io leggo sempre, quindi non smettete.
Già per qualcuno è un forum misero,se ci togliamo uno dei pochi topic seri siamo finiti
Shilton meglio di Buffon(Pap)Raramente in vita mia ho visto dal vivo compiere interventi simili (Dazed)
doc G wrote:
Bravo, Toni.... dovresti scrivere articoli alternativi autentici di sport, in stile black jesus...
Purtroppo mi sa che possiamo spedirci i racconti via PM, questo topic lo frequentiamo giusto io, te e Paperone....
Purtroppo è ricominciata l'NBA, la Champions di calcio, ci sono state le elezioni americane... tempi duri per chi scrive!
Doc, , il segreto è sempre lo stesso, credo: fare quello che ci piace. A prescindere dal risultato. Io i tiri me li prendo. :lol2: I due Black Jesus mi son piaciuti molto, quindi l'accostamento mi gratifica oltre i miei meriti effettivi
Delle ragionevoli osservazioni che hai fatto per spiegare come sian tempi duri per chi scrive ne contesto solo una: la Champions senza la squadra più titolata del mondo (quasi cit.) non ha lo stesso sapore :gazza:
Shilton, il Blatter nostrano ti ringrazia del sostegno.
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
Toni.
una volta, almeno un racconto lo fai finire? :lol2:
:lol2: Mai letto Rocambole? Il buon Du Terrail saltava di palo in frasca (e avanti e indietro) come pochi altri. :lol2: Mi lascio aperte delle porte nel caso in cui la storia avesse dei nuovi sviluppi.
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
Toni.
shilton wrote:
io leggo sempre, quindi non smettete.
Già per qualcuno è un forum misero,se ci togliamo uno dei pochi topic seri siamo finiti
Sul topic serio, dato che spesso ormai ci scrivo io, ho dubbi molto seri, questi si!
Però almeno per ora non c'è pericolo che smetta, ho un discreto archivio ed ogni tanto scribacchio qualcosa.
Vuoi mettere il piacere di postare?
E vuoi mettere il piacere di dire:
"Caro Manzoni, tu avevi ventiquattro lettori, io ne ho quattro, ma te Shilton non ce l'avevi!"
doc G wrote:
Sul topic serio, dato che spesso ormai ci scrivo io, ho dubbi molto seri, questi si!
Però almeno per ora non c'è pericolo che smetta, ho un discreto archivio ed ogni tanto scribacchio qualcosa.
Vuoi mettere il piacere di postare?
E vuoi mettere il piacere di dire:
"Caro Manzoni, tu avevi ventiquattro lettori, io ne ho quattro, ma te Shilton non ce l'avevi!"
effettivamente suona bene
Shilton meglio di Buffon(Pap)Raramente in vita mia ho visto dal vivo compiere interventi simili (Dazed)
E per conquistarmi la terza stella posto ancora qui.. :lol2:
Mostrati, dunque, per quello che pensi di essere..Isola sorrideva compiaciuto, davanti ad uno che era sconosciuto a tutti, forse, tranne che a lui e al cugino; riteneva però che il tipo si fosse un po' montato la testa dopo una prestazione eroica in una partita di fine stagione nel suo ultimo anno di università. In fondo era sempre stato solo uno dei tanti, senza contare che quell'anno si era ritrovato in quintetto a causa dell'infortunio del titolare in un allenamento di pre season. E le prestazioni anonime nel torneo NCAA lo ricollocavano tra i comuni mortali, se vogliamo dirla tutta, e Isola i comuni mortali non li considerava nemmeno, su un campo da basket. Era lui il migliore del campo davanti alla vecchia scuola e presto se ne sarebbe reso conto anche quell'eroe di un ballo soltanto..
Mostrati, dunque, per quello che pensi di essere.. Ormai di mettere il bavaglio a suo cugino sul campo non se ne parla più, ma un paio di sberle gliele avrebbe tirate se non la smetteva con quelle uscite inutilmente complicate. E comunque doveva stare attento a quell'eroe di un ballo soltanto, perchè non era affatto sicuro che fosse proprio il giocatore anonimo di quel torneo NCAA che avevano visto insieme. Il gioco disciplinato che si pratica all'università tende a nascondere i veri pregi di un giocatore e lui rimpiangeva di non averlo -invece- visto giocare in un playground, che di sicuro era più attendibile. E non gli era sfuggito neanche l'atteggiamento del tipo: come già durante il torneo, in mezzo a ragazzi esuberanti, lui spiccava per la tranquillità che emanava..
Mostrati, dunque, per quello che pensi di essere.. Anche la sorella di Isola e le sue amiche avrebbero voluto vedere meglio quel tipo, seppur per ragioni diverse. Ammiccavano tra loro, sorridendo, ma stando bene attente a non mostrar troppo interesse, un po' per non dar soddisfazione e un po' per non attirare sul nuovo venuto le antipatie dei maschi indigeni; altrimenti sarebbero potute volare su di lui delle manate ancora più energiche di quelle che normalmente si rifilano tra loro i giocatori di strada. La sorella di Isola credeva di averlo già visto, quel tipo, anche se non ricordava dove. Forse in qualche spot in tv? Di sicuro trovava che fosse tra i più calmi mai venuti a giocare nel campo davanti alla vecchia scuola. Non sembrava affatto irritato dal tono canzonatorio di suo fratello, come se fosse più che abituato ad avere a che fare con gente molto (troppo?) sicura di sé..
Last edited by Toni Monroe on 08/11/2008, 1:43, edited 1 time in total.
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
Toni.
Toni ha la scusa di andare per la terza stella, io solo quella di aver voglia di martellarvi un altro po.
Ormai sono certo che i pochi eroici lettori siano veramente quattro o cinque, quindi mi preparo a questo rituale vagamente onanistico e posto un altro racconto, e dato che sono vagamente malinconico stasera inserisco un racconto in tema con il mio umore.
La passeggiata di San Michele
Era un tiepido mattino di novembre ed io mi trovavo nella immortale città di Venezia per turismo. La luce fredda del sole novembrino, la chiara foschia delle mattinate novembrine della Serenissima, un accenno di acqua alta, forse la poca quantità di persone presenti in calli di solito intasate di persone, non so quale fosse il motivo scatenante, ma il mio intimo era pervaso di malinconia. In queste condizioni mi venne spontanea l’idea di andare a visitare nuovamente il cimitero di Venezia, situato nell’isola di San Michele. Non che dovessi andare a visitare qualche defunto, ma l’atmosfera strana, quasi mistica del luogo su di me ha sempre esercitato una fortissima attrazione.
Ero seduto tranquillamente in un bar di fronte alla maestosa chiesa gotica dei santissimi Giovanni e Paolo, in contemplazione della splendida statua bronzea del Verrocchio, raffigurante Bartolomeo Colleoni, quando maturai l’idea. Mi alzai come di fretta, pagai il conto, mi recai alle Fondamenta nuove ed attesi il vaporetto.
La sagoma dell’isola appariva già di fronte a me, con gli alti cipressi, a metà nascosti dal muro di cinta in travertino e mattoni, come costruito direttamente sulle scure acque della laguna; questa visione come sempre suscitava in me un indefinibile senso di disagio.
Il vaporetto arrivò come sempre, fendendo le basse onde della laguna con calma e seraficità, con una lentezza che sembrava dissuaderti dal lasciarti prendere dalla fretta della vita moderna. Nonostante la lentezza del vaporetto, in pochissimo tempo giunsi all’isola.
Solo io scesi nell’isola, che appariva deserta. Il cimitero pagava lo scotto al fatto che fossero appena finite le festività dei morti, alla difficoltà dei trasporti lagunari e soprattutto allo spopolamento della città di San Marco.
Attraversai rapidamente la chiesa rinascimentale, semplice e maestosa, in quanto quello che mi attirava era proprio il cimitero, e vi entrai. La pianta è alquanto particolare: vi sono una serie di cortili a pianta ottagonale, circondati da alte mura in mattoni e travertino; i cortili sono uniti da portali, che si aprono simmetricamente in quattro dei lati dell’ottagono. I portali sono utilizzati a volte come tombe di famiglia, le mura di cinta sono utilizzate per i fornetti, ma la maggior parte dei defunti è seppellita proprio nei cortili. Tutte le tombe dei cortili sono uguali, scavate nella nuda terra, con una croce ed una fioriera piantate sopra, poste con grande ordine, delimitate da vialetti coperti di ghiaia. Si possono trovare tombe di personaggi famosi, di uomini di grande ricchezza, di politici, finanzieri, generali, artisti, ma sono indistinguibili dalle tombe degli uomini comuni, tranne che per il nome scritto sotto la croce.
Ogni volta camminavo per ore nei vialetti di ghiaia, ed ogni volta mi tornavano in mente i versi de “La livella” di Totò e de “L’antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master, ed ogni volta pensavo alla vacuità, futilità e vanagloria che trasudava da “I sepolcri” di Ugo Foscolo. Quella volta in particolare mi sentivo pervaso da questi pensieri macabri e malinconici e, devo ammetterlo, persi completamente il senso del tempo.
Tentai di guardare l’orologio e mi stupii molto nel vedere il mio polso disadorno; mettevo sempre l’orologio, mi sentivo in grande disagio quanto non lo portavo al polso, posso dire che non lo toglievo mai, in nessuna occasione. Cercai di ricordarmi quando l’avevo tolto, ma non ricordavo di essermelo mai sfilato. Il cielo era ancora piuttosto chiaro, ma indubbiamente era trascorso molto tempo da quando ero entrato nel cimitero di San Michele in Isola, quindi decisi di avviarmi all’uscita. Che mi crediate o no, io posseggo uno spiccato senso dell’orientamento, non mi perdevo mai, neanche in grandi città che visitavo per la prima volta; bene, quel giorno mi accadde di vagare a lungo, senza riuscire a trovare l’uscita.
Mi sedetti e cercai di riflettere; ero sicuro di non essermi perduto, eppure l’uscita non era dove avrebbe dovuto essere. Pazienza, non per questo mi scoraggiai. Decisi di camminare sempre dritto nella stessa direzione, e senza meno avrei trovato o l’uscita o almeno le mura esterne, trovate le quali le avrei costeggiate fino all’uscita.
Camminai per un tempo lunghissimo, sempre dritto, fino a che non fui distrutto dalla fatica, eppure non trovai traccia ne dell’uscita ne delle mura esterne. MI sedetti di nuovo e cercai di riflettere. Non era possibile; dovevo aver sbagliato qualcosa, l’isola di San Michele non è grandissima, non è possibile camminare sempre diritti per ore senza trovare le mura di cinta.
Mi rialzai e presi un sasso bianco più grande del normale, mi avvicinai al portale più vicino e feci un segno, poi attraversai il cortile fino ad un altro portale e così via. Di nuovo camminai per un tempo lunghissimo senza trovare null’altro che tombe tutte uguali. Preso da un dubbio tornai indietro a cercare il segno sul portale precedente, ma non trovai alcun segno. Senza dubbio mi reo dimenticato di apporlo. Riprovai di nuovo con lo stesso sistema, ma il risultato non fu diverso. Provai allora a fare un monticello di ghiaia, ma naturalmente non fui neanche ora in grado di rintracciare i monticelli precedenti. Ero però forte, e non mi feci prendere dallo sconforto. Ero certo di una cosa: non stavo impazzendo. Ne ero certo ma preferivo averne la prova. Lessi il nome sulla tomba più vicina ad un portale, poi varcai il portale stesso, entrai nell’altro cortile e tornai indietro. Non fui più in grado di trovare la tomba con il nome che avevo letto prima. Questo mi lasciò molto interdetto, quindi decisi di fermarmi, sedermi e riposarmi. Certamente era la stanchezza a farmi brutti scherzi.
Mentre sedevo li, in preda ai pensieri più strani, sentii un rumore di passi; un’altra persona, ero salvo. Mi alzai in preda all’eccitazione, quando vidi arrivare un uomo di mezz’età, leggermente stempiato, capelli sale e pepe, vestito di un abito grigio di buon taglio.
“Buon giorno; non mi giudichi male, ma temo di avere bisogno del suo aiuto.”
“Buon giorno. Cosa le succede? Per caso è entrato qui per fare una passeggiata nella suggestiva isola di San Michele, ed ora non trova più l’uscita?”
“Ma...”
“Si. Dalla sua faccia direi che non mi sono sbagliato.”
“Ma lei come lo sa?”
“Ma è evidente, mio caro signore; lo so perché io mi trovo nella sua stessa situazione.”
“Ma...”
“Vede, io non so da quanto tempo mi trovo qui, tra l’altro quando sono venuto mi ero casualmente dimenticato l’orologio. Dalla sua faccia direi che è accaduta la stessa cosa anche a lei, vero? Bene, sono comunque qui da molto tempo, e dal primo momento che sono qui cammino senza meta. I primi tempi ogni tanto ero stanco e mi dovevo riposare, ma ora è da molto che non mi succede più. Non mi capita quasi mai di avere fame, ma quelle rare volte trovo qualcosa da mangiare sotto i portali. Per i bisogni fisiologici si immaginerà da solo come ho risolto il problema; d’altra parte si sarà reso conto che ogni volta che attraversa un portale dietro di lei tutto cambia. Ogni tanto incontro qualcuno che si trova nelle nostre situazioni, ma mentre parlo sono sempre colpito da una terribile fretta di riprendere il cammino. Anche ora mi capita, vedrà, presto capiterà anche a lei, quindi mi scusi, non mi giudichi maleducato, ma ora devo proprio lasciarla.”
L’uomo si allontanò rapidamente e non lo incontrai mai più, ma cominciai a comportarmi in modo sempre più simile al suo. Cammino ininterrottamente da non so quanto, ogni tanto mangio, ogni tanto faccio i miei bisogni, ogni tanto incontro qualcuno, ma mi prende una strana fretta e devo accomiatarmi rapidamente. Oggi, per la prima volta, ho trovato le mura di cinta, ma sento un grande bisogno di andare nuovamente verso il centro del cimitero. Da poco ho mangiato e bevuto, in quanto ho trovato del pane ed una bottiglia d’acqua; queste brevi memorie le ho scritte nella carta del pane e devo affrettarmi a gettarle in mare nella bottiglia d’acqua, già sto iniziando a cambiare idea. Tu che leggerai queste poche righe, se puoi aiutami, altrimenti limitati a ricordarmi nel mondo al di fuori delle mura. Anzi, forse sarà meglio se ti limiterai a ricordarmi.
Uah.. La pianta ottagonale e i segni da apporre ai portali mi richiamavano un po' la biblioteca de Il nome della rosa, di Eco; ma la situazione è completamente diversa. Somiglia più ad una storia che Benni racconta all'interno di Terra!, che però è più angosciante, nella sua denuncia di quanto la fretta dei tempi moderni stia disumanizzando tutto. La differenza fondamentale con quel racconto è che in quello il protagonista non riesce mai a vedere nessuno, li percepisce solamente, senza però avere mai la possibilità di incontrare alcuno e si conclude con una frase tipo: E vorresti urlare ma non puoi, perchè sei appena andato via..; infine, nonostante i vaghi echi di cose lette in precedenza, un bel racconto. Surreale quanto basta. Chapeaux.
"Orgoglioso di non essere uno di loro." Paolo Maldini
Toni.
L'ho scritto un po di anni fa ed è un po di tempo che non vado a Venezia, quindi non posso garantire al 100%, ma nella mia memoria il cimitero di San Michele in Isola è proprio come l'ho descritto, con pianta ottagonale e tombe quasi tutte uguali, anche se ho esagerato nell'omogeneità, perchè mi serviva nello sviluppo de racconto.
Poi che ci siano accenni di già sentito ahimè è normale, una cosa completamente originale e che stia in piedi non è semplice da scrivere, guarda Salinger, ha scritto una cosa rivoluzionaria e poi praticamente ha passato il resto della sua vita da recluso, facendo poco e niente e vive da nababbo... Ogni volta che ha fatto sapere che forse esisteva la possibilità che gli girasse di pubblicare qualcosa, mezzo mondo era ai suoi piedi... magari. La settimana prossima posterò la cosa più originale che ho scritto, il che non significa per forza che sia la migliore!