Re: Naufraghi 2.0
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Re: Naufraghi 2.0
Scopro ora questa discussione. Non avrei mai sospettato potesse esistere nulla di simile in Playit. Complimenti a tutti, specie al prof. Sinelli. Ora provo pure io a dare il mio contributo.
- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
Il formichiere Strabico
Quella mattina, quando mi svegliai, mi sentivo strano. Non saprei dire se ero cambiato io, era cambiata la mia camera, o semplicemente il giorno prima avevo esagerato con la grappa: fatto sta che qualcosa non andava per il verso giusto.
Mi alzai stentando un poco, con gli occhi ancora chiusi e mi diressi verso il bagno. Entrai nella doccia non prima di aver urtato una sedia, il comodino ed il comò, poi finalmente aprii il rubinetto ed iniziai ad assaporare il rilassante piacere dell'acqua calda. Finita la doccia mi sentii senza dubbio più lucido e sveglio, ma c'era ancora qualcosa che non andava, non riuscivo a capire cosa.
Finalmente decisi di radermi, andai davanti al lavandino, presi il tubo della schiuma da barba, misi della schiuma sul palmo della mano, una mano stranamente tozza e pelosa a dire il vero, guardai lo specchio per metterla sul mento e, finalmente, mi accorsi di cosa c'era di strano.
Dallo specchio, anziché la mia solita e comunissima faccia, mi guardava stupito il muso di un formichiere.
Mi tastai, mi guardai bene, esaminai ogni centimetro di quello che un tempo era stato il mio corpo ed eliminai purtroppo ogni possibile dubbio: ero decisamente diventato un formichiere.
Questa era senza meno quella che si suol definire una seccatura.
Mi sedetti intontito sulla tavoletta del water e rimasi lungamente seduto lì, incapace di compiere qualsiasi gesto.
Dopo un periodo infinitamente lungo sentii mia moglie che mi chiamava; non sentendo nessuna risposta, bussò; non sentendo ancora nulla, fece quello che temevo: spalancò la porta urlando sconvolta:
"Ma Mario!!"
"Bhè, io...."
Non sapevo che dire, ero anche stupito di riuscire a parlare normalmente
"Mario!!"
"Senti, io..."
"Mario, sei ancora così, sbrigati a raderti ed a vestirti, non ti ricordi che dobbiamo andare ad un matrimonio oggi?"
Non credevo alle mie orecchie; dissi incerto
"Ma.. non vedi come sono oggi?"
"Si, sei ancora più stupido ed esasperante del solito; sbrigati adesso!"
Non riuscii a controbattere, mi alzai e cominciai a radermi, iniziando dai piedi, ahem, dalle zampe, per finire al muso. Ci misi due ore e mezzo. Il risultato non era comunque confortante: sembravo comunque un formichiere sbarbato, ritto sulle zampe posteriori. L'unica cosa che ottenni fu di far imbestialire mia moglie, inviperita per il ritardo.
In macchina stranamente non ebbi problemi di sorta, l'unica difficoltà era quella di non sbattere il muso contro il parabrezza; muovendo il muso a destra ed sinistra per vedere qualcosa iniziai anche a fare strani contorcimenti con gli occhi, come se fossi strabico; con qualche contorsionismo riuscii comunque ad arrivare alla chiesa, proprio mentre stavano andando via tutti.
Mia moglie scese dalla macchina prima di me ed iniziò a giustificarsi buttandomi la colpa addosso
"Scusate, ma oggi Mario è veramente strano, non capisco che cos'abbia, guardatelo lì!"
Era il momento: tutti si girarono verso di me, ora tutti mi avrebbero visto, tutti avrebbero visto che ero diventato un formichiere e sarebbe stata la fine. Per primo mi si avvicinò Giangaleazzo, con aria minacciosa, e mi disse
"Sei sempre il solito ritardatario, non cambi mai!"
Ma come non cambi mai? Non capivo. Ma ora avrebbe notato tutto Tommaso
"Mario, caspita, in tutto questo tempo che non ci vedevamo sei cambiato, eh? Hai messo su pancetta anche tu! Benvenuto nel club dei panzoni!"
Non riuscivo a capacitarmi.
"Mario, fatti abbracciare!"
"Mario, fatti salutare!"
"Mario, giochi ancora a tennis?"
"Mario, come va il lavoro?"
Mi sembrava di impazzire. Come era possibile che nessuno si accorgesse della mia mutazione? Come inebetito salii in macchina e seguii il corteo fino al luogo dove si sarebbe tenuto il banchetto, l'ampio parco di una villa.
Il pranzo fu ancora più tremendo: nel parco c'erano milioni di formiche, attirate dai rimasugli di cibo che cadevano a terra, mentre io mi trovavo di fronte delle crêpes al tartufo, che mi apparivano vieppiù indigeste. Ero però obbligato a mangiarle, per non rendere evidente quella trasformazione che nessuno, incredibilmente, sembrava notare.
Se avevo retto di fronte alle crêpes, non potevo reggere di fronte ai tagliolini alle erbe, ed inventai un forte malore allo stomaco. Con uno sforzo sovrumano, riuscii a mangiare una tournedos Rossini, ma la fantasia di verdura era più di quanto potessi sopportare.
Fu infine più faticoso mangiare la torta che scalare una montagna.
Ciò che fu però più insopportabile furono i discorsi degli invitati: ciance senza senso e costrutto; potete immaginare quanto possa interessare ad un formichiere delle partite che stavano per iniziare, della telenovela più seguita del momento, dell'ultimo varietà del sabato sera, della capacità oratoria dei segretari dei partiti favoriti al mio tavolo, della prossima riforma tributaria. Per ore fui un semplice spettatore di una noiosissima discussione e le volte che il discorso mi pareva interessante, poche per la verità, tacqui per il timore di scoprirmi.
Quella mattina, quando mi svegliai, mi sentivo strano. Non saprei dire se ero cambiato io, era cambiata la mia camera, o semplicemente il giorno prima avevo esagerato con la grappa: fatto sta che qualcosa non andava per il verso giusto.
Mi alzai stentando un poco, con gli occhi ancora chiusi e mi diressi verso il bagno. Entrai nella doccia non prima di aver urtato una sedia, il comodino ed il comò, poi finalmente aprii il rubinetto ed iniziai ad assaporare il rilassante piacere dell'acqua calda. Finita la doccia mi sentii senza dubbio più lucido e sveglio, ma c'era ancora qualcosa che non andava, non riuscivo a capire cosa.
Finalmente decisi di radermi, andai davanti al lavandino, presi il tubo della schiuma da barba, misi della schiuma sul palmo della mano, una mano stranamente tozza e pelosa a dire il vero, guardai lo specchio per metterla sul mento e, finalmente, mi accorsi di cosa c'era di strano.
Dallo specchio, anziché la mia solita e comunissima faccia, mi guardava stupito il muso di un formichiere.
Mi tastai, mi guardai bene, esaminai ogni centimetro di quello che un tempo era stato il mio corpo ed eliminai purtroppo ogni possibile dubbio: ero decisamente diventato un formichiere.
Questa era senza meno quella che si suol definire una seccatura.
Mi sedetti intontito sulla tavoletta del water e rimasi lungamente seduto lì, incapace di compiere qualsiasi gesto.
Dopo un periodo infinitamente lungo sentii mia moglie che mi chiamava; non sentendo nessuna risposta, bussò; non sentendo ancora nulla, fece quello che temevo: spalancò la porta urlando sconvolta:
"Ma Mario!!"
"Bhè, io...."
Non sapevo che dire, ero anche stupito di riuscire a parlare normalmente
"Mario!!"
"Senti, io..."
"Mario, sei ancora così, sbrigati a raderti ed a vestirti, non ti ricordi che dobbiamo andare ad un matrimonio oggi?"
Non credevo alle mie orecchie; dissi incerto
"Ma.. non vedi come sono oggi?"
"Si, sei ancora più stupido ed esasperante del solito; sbrigati adesso!"
Non riuscii a controbattere, mi alzai e cominciai a radermi, iniziando dai piedi, ahem, dalle zampe, per finire al muso. Ci misi due ore e mezzo. Il risultato non era comunque confortante: sembravo comunque un formichiere sbarbato, ritto sulle zampe posteriori. L'unica cosa che ottenni fu di far imbestialire mia moglie, inviperita per il ritardo.
In macchina stranamente non ebbi problemi di sorta, l'unica difficoltà era quella di non sbattere il muso contro il parabrezza; muovendo il muso a destra ed sinistra per vedere qualcosa iniziai anche a fare strani contorcimenti con gli occhi, come se fossi strabico; con qualche contorsionismo riuscii comunque ad arrivare alla chiesa, proprio mentre stavano andando via tutti.
Mia moglie scese dalla macchina prima di me ed iniziò a giustificarsi buttandomi la colpa addosso
"Scusate, ma oggi Mario è veramente strano, non capisco che cos'abbia, guardatelo lì!"
Era il momento: tutti si girarono verso di me, ora tutti mi avrebbero visto, tutti avrebbero visto che ero diventato un formichiere e sarebbe stata la fine. Per primo mi si avvicinò Giangaleazzo, con aria minacciosa, e mi disse
"Sei sempre il solito ritardatario, non cambi mai!"
Ma come non cambi mai? Non capivo. Ma ora avrebbe notato tutto Tommaso
"Mario, caspita, in tutto questo tempo che non ci vedevamo sei cambiato, eh? Hai messo su pancetta anche tu! Benvenuto nel club dei panzoni!"
Non riuscivo a capacitarmi.
"Mario, fatti abbracciare!"
"Mario, fatti salutare!"
"Mario, giochi ancora a tennis?"
"Mario, come va il lavoro?"
Mi sembrava di impazzire. Come era possibile che nessuno si accorgesse della mia mutazione? Come inebetito salii in macchina e seguii il corteo fino al luogo dove si sarebbe tenuto il banchetto, l'ampio parco di una villa.
Il pranzo fu ancora più tremendo: nel parco c'erano milioni di formiche, attirate dai rimasugli di cibo che cadevano a terra, mentre io mi trovavo di fronte delle crêpes al tartufo, che mi apparivano vieppiù indigeste. Ero però obbligato a mangiarle, per non rendere evidente quella trasformazione che nessuno, incredibilmente, sembrava notare.
Se avevo retto di fronte alle crêpes, non potevo reggere di fronte ai tagliolini alle erbe, ed inventai un forte malore allo stomaco. Con uno sforzo sovrumano, riuscii a mangiare una tournedos Rossini, ma la fantasia di verdura era più di quanto potessi sopportare.
Fu infine più faticoso mangiare la torta che scalare una montagna.
Ciò che fu però più insopportabile furono i discorsi degli invitati: ciance senza senso e costrutto; potete immaginare quanto possa interessare ad un formichiere delle partite che stavano per iniziare, della telenovela più seguita del momento, dell'ultimo varietà del sabato sera, della capacità oratoria dei segretari dei partiti favoriti al mio tavolo, della prossima riforma tributaria. Per ore fui un semplice spettatore di una noiosissima discussione e le volte che il discorso mi pareva interessante, poche per la verità, tacqui per il timore di scoprirmi.
- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
Alla fine del banchetto ero nelle condizioni di un pugile suonato un attimo prima di cadere al tappeto. Fu allora che mi avvicinò quel tizio di cui non sono mai riuscito a sapere nulla, tranne quello che lui stesso mi disse ed il fatto che, indiscutibilmente, l'incontrarlo modificò il corso della mia vita futura. Mentre io restavo seduto come inebetito, completamente ed assolutamente solo, in attesa che mia moglie terminasse di sciorinare una interminabile serie di pettegolezzi come se si trattasse di segreti di stato, lui mi avvicinò con l'aria di un vecchio saggio tibetano. Sulle prime, l'unica cosa che notai di lui fu la sua assoluta, totale, sconvolgente bruttezza, che mi pareva persino notevolmente superiore a quella da me raggiunta durante la notte.
"Coraggio, Mario, è una prova che dovrai superare, se vorrai riacquistare la perduta serenità."
"Mi scusi, ma io non capisco chi è lei e di cosa si vuole impicciare."
"Calmati, Mario, calmati e dammi del tu. Io sono l'unico qui che ti possa capire e ti possa aiutare a superare il tuo dramma."
"Ma... io... quale dramma... non..."
"Dai, Mario, calmati ed ascoltami: so che tu questa mattina ti sei accorto di essere diventato un formichiere."
"Ma come?"
"Non temere, Mario, in questo simposio solamente io ho visto e capito; gli altri vedono solo il solito, comune, banale Mario. Io però ho notato il tuo cambiamento e posso capire il motivo per cui sei sconvolto."
"Io... io..."
"Non ti sforzare di ribattere ed ascolta. Tu non sei diventato un formichiere stanotte, non preoccuparti, in te non è cambiato nulla."
"Davvero? Sei sicuro? Tu mi riporti alla vita!"
"Tu, Mario, sei sempre stato un formichiere."
"Ma come, io credevo..."
"Aspetta a credere. Tu sei sempre stato un formichiere, ma fin dalla nascita, da quando l'infermiera ti ha sollevato verso il cielo ed ha gridato al mondo, ma soprattutto a te, che bel bambino che eri, sei sempre stato condizionato a vederti come un bell'uomo. Non impallidire ulteriormente adesso, che tra l'altro sarebbe anche una cosa difficile, ma ascoltami. Per anni le amiche di tua madre ti hanno detto quanto eri bello e gli amici di tuo padre hanno esclamato a gran voce quanto eri forte e sano. Nessuno mai ha avuto il coraggio di dire quello che vedeva per la paura di venir giudicato un folle, e quindi tutti hanno finito per abituarsi al tuo aspetto e per convincersi di vedere un uomo normale; tu ti sei così cullato su questi pregiudizi, non hai mai pensato con la tua testa, non hai mai usato la tua capacità di giudizio, hai semplicemente accettato i luoghi comuni che ascoltavi."
"Ma mia moglie..."
"Per lei vale lo stesso discorso. Tua moglie vede quanto sei brutto..."
"Ma senti un poco, sarai bello tu!"
"Calmati ed ascoltami. Tu sai che ho ragione, se provi a pensare un poco capirai che non posso non aver ragione. Tua moglie ha sempre visto quanto sei brutto, io non la conosco, ma posso immaginare benissimo quello che è successo. Quanti anni aveva tua moglie quando vi siete sposati?"
"Beh, trentuno..."
"Ha sicuramente pesato che in fondo hai una posizione economicamente solida, hai un posto di lavoro sicuro, sei servizievole ed arrendevole, ma soprattutto lei a trent'anni era ancora nubile, rischiava di restare zitella e la cosa la spaventava."
"No, mia moglie..."
"Posso sbagliare su qualche particolare, ma la sostanza non può che essere questa. Comunque, se la cosa ti può consolare, ti dico tutto questo perché ti ho guardato lungamente ed ho notato il tuo sguardo: uno sguardo pulito, di un uomo... haem, pardon, di un essere profondamente buono. Lei si sarà sicuramente affezionata a te col tempo."
"Ma tu come sai tutte queste cose?"
"Perché io sono un orsetto lavatore."
"Ed io.. perché non me ne sono accorto prima?"
"Non pensavi, accettavi pregiudizi. "
"Ma come possiamo parlare e muoverci come uomini normali?"
"Io ho riflettuto lungamente su questo, e credo di essere giunto ad una conclusione: noi abbiamo un anima umana, che ha informato di se il nostro corpo e lo ha mutato col tempo, ma senza poterlo trasformare del tutto."
"Ma tu come sai tutto questo? E perché me lo dici?"
"Io molto tempo prima di te mi sono accorto di non essere come gli altri. Inizialmente soffrivo moltissimo, stavo sempre da solo ed ho anche iniziato a pensare al suicidio. Poi, col tempo, ho cominciato a ragionare, a pormi domande, a cercare di capire, ho parlato con altri come me e sono giunto a tutte queste convinzioni. Era facile capire il tuo stato d'animo: bastava guardarti bene. Ho voluto dirti tutto per aiutarti, perché avevo già vissuto il tuo stesso dramma e volevo rendere meno amaro il calice che stavi bevendo."
"Ma dimmi, perché proprio oggi mi sono accorto...?"
"Beh, i motivi potrebbero essere molti... ma il più comune è questo: ieri notte hai fatto qualcosa di particolare?"
"Io... vedi, veramente io non sono aduso, solitamente..."
"Ieri sera cosa hai fatto di particolare?"
"Ho partecipato all'addio al celibato dello sposo e, per la prima volta, mi sono ubriacato. Ma sono stati gli amici a trascinarmi, io..."
"Tu conosci Catullo?"
"Catullo... e chi è? Io questo signor Catullo non l'ho mai sentito..."
"Catullo, grande poeta latino, scrisse un celebre epigramma intitolato in vino veritas, un epigramma che si adatta perfettamente alla tua situazione. L'ubriachezza a volte dona una lucidità altrimenti sconosciuta, ma soprattutto disinibisce ed invita a dimenticare i pregiudizi ed i freni sociali."
"Ma... il succo di tutto questo è che io dovrò restare per sempre così!"
"Perderai la tua rassicurante normalità, ma in cambio acquisterai una capacità di giudizio che non hai mai posseduto. Sarai molto di più un uomo vero di tutta la massa che ti circonda."
"Ma io... non riesco più a parlare con nessuno... per ore sono stato a tavola con mia moglie ed i miei migliori amici... è stato terribile, mi sembravano tutti degli estranei! Sono cambiati tutti!"
"Non sono cambiati loro, sei cambiato tu. Oggi per la prima volta non ti sei obbligato ad interessarti a qualcosa per paura di essere escluso. Da oggi saprai ciò che vuoi e ciò che ti interessa, ma hai pagato questa libertà con l'assoluta impossibilità di comunicare con chi questa libertà ancora non ha acquisito."
"Ma è terribile, sono condannato ad essere per sempre solo!"
"Si, ma sarai te stesso."
"Ma sarò sempre un diverso, un formichiere! Tra l'altro questo naso mi sta anche facendo diventare strabico!"
"Si, ma sarai te stesso, un formichiere strabico."
"Aspetta, non andartene, sei l'unico con cui posso parlare, io... "
"Se sei veramente cambiato un giorno mi troverai tu. Non mi hai mai conosciuto fino ad oggi, anche lo sposo mi conosce solo di vista. Dovrai pensare e farti coraggio: solo se ci riuscirai troverai me ed altri con cui parlare."
Dopo aver detto queste parole se ne andò. Non l'ho più rintracciato e non ho trovato altri come lui. Non ho però mai smesso di cercarlo: sono certo che un giorno troverò lui, se non lui un altro con cui poter comunicare la mia diversità. Ricordo ancora però la sua andatura mentre se ne andava, in quel rosso tramonto avvolgente di una calda giornata primaverile, mentre io restavo a quel tavolo assolutamente, completamente, desolatamente solo, da oggi in avanti, solo come può essere solo in un mondo di comunissimi uomini un formichiere strabico.
"Coraggio, Mario, è una prova che dovrai superare, se vorrai riacquistare la perduta serenità."
"Mi scusi, ma io non capisco chi è lei e di cosa si vuole impicciare."
"Calmati, Mario, calmati e dammi del tu. Io sono l'unico qui che ti possa capire e ti possa aiutare a superare il tuo dramma."
"Ma... io... quale dramma... non..."
"Dai, Mario, calmati ed ascoltami: so che tu questa mattina ti sei accorto di essere diventato un formichiere."
"Ma come?"
"Non temere, Mario, in questo simposio solamente io ho visto e capito; gli altri vedono solo il solito, comune, banale Mario. Io però ho notato il tuo cambiamento e posso capire il motivo per cui sei sconvolto."
"Io... io..."
"Non ti sforzare di ribattere ed ascolta. Tu non sei diventato un formichiere stanotte, non preoccuparti, in te non è cambiato nulla."
"Davvero? Sei sicuro? Tu mi riporti alla vita!"
"Tu, Mario, sei sempre stato un formichiere."
"Ma come, io credevo..."
"Aspetta a credere. Tu sei sempre stato un formichiere, ma fin dalla nascita, da quando l'infermiera ti ha sollevato verso il cielo ed ha gridato al mondo, ma soprattutto a te, che bel bambino che eri, sei sempre stato condizionato a vederti come un bell'uomo. Non impallidire ulteriormente adesso, che tra l'altro sarebbe anche una cosa difficile, ma ascoltami. Per anni le amiche di tua madre ti hanno detto quanto eri bello e gli amici di tuo padre hanno esclamato a gran voce quanto eri forte e sano. Nessuno mai ha avuto il coraggio di dire quello che vedeva per la paura di venir giudicato un folle, e quindi tutti hanno finito per abituarsi al tuo aspetto e per convincersi di vedere un uomo normale; tu ti sei così cullato su questi pregiudizi, non hai mai pensato con la tua testa, non hai mai usato la tua capacità di giudizio, hai semplicemente accettato i luoghi comuni che ascoltavi."
"Ma mia moglie..."
"Per lei vale lo stesso discorso. Tua moglie vede quanto sei brutto..."
"Ma senti un poco, sarai bello tu!"
"Calmati ed ascoltami. Tu sai che ho ragione, se provi a pensare un poco capirai che non posso non aver ragione. Tua moglie ha sempre visto quanto sei brutto, io non la conosco, ma posso immaginare benissimo quello che è successo. Quanti anni aveva tua moglie quando vi siete sposati?"
"Beh, trentuno..."
"Ha sicuramente pesato che in fondo hai una posizione economicamente solida, hai un posto di lavoro sicuro, sei servizievole ed arrendevole, ma soprattutto lei a trent'anni era ancora nubile, rischiava di restare zitella e la cosa la spaventava."
"No, mia moglie..."
"Posso sbagliare su qualche particolare, ma la sostanza non può che essere questa. Comunque, se la cosa ti può consolare, ti dico tutto questo perché ti ho guardato lungamente ed ho notato il tuo sguardo: uno sguardo pulito, di un uomo... haem, pardon, di un essere profondamente buono. Lei si sarà sicuramente affezionata a te col tempo."
"Ma tu come sai tutte queste cose?"
"Perché io sono un orsetto lavatore."
"Ed io.. perché non me ne sono accorto prima?"
"Non pensavi, accettavi pregiudizi. "
"Ma come possiamo parlare e muoverci come uomini normali?"
"Io ho riflettuto lungamente su questo, e credo di essere giunto ad una conclusione: noi abbiamo un anima umana, che ha informato di se il nostro corpo e lo ha mutato col tempo, ma senza poterlo trasformare del tutto."
"Ma tu come sai tutto questo? E perché me lo dici?"
"Io molto tempo prima di te mi sono accorto di non essere come gli altri. Inizialmente soffrivo moltissimo, stavo sempre da solo ed ho anche iniziato a pensare al suicidio. Poi, col tempo, ho cominciato a ragionare, a pormi domande, a cercare di capire, ho parlato con altri come me e sono giunto a tutte queste convinzioni. Era facile capire il tuo stato d'animo: bastava guardarti bene. Ho voluto dirti tutto per aiutarti, perché avevo già vissuto il tuo stesso dramma e volevo rendere meno amaro il calice che stavi bevendo."
"Ma dimmi, perché proprio oggi mi sono accorto...?"
"Beh, i motivi potrebbero essere molti... ma il più comune è questo: ieri notte hai fatto qualcosa di particolare?"
"Io... vedi, veramente io non sono aduso, solitamente..."
"Ieri sera cosa hai fatto di particolare?"
"Ho partecipato all'addio al celibato dello sposo e, per la prima volta, mi sono ubriacato. Ma sono stati gli amici a trascinarmi, io..."
"Tu conosci Catullo?"
"Catullo... e chi è? Io questo signor Catullo non l'ho mai sentito..."
"Catullo, grande poeta latino, scrisse un celebre epigramma intitolato in vino veritas, un epigramma che si adatta perfettamente alla tua situazione. L'ubriachezza a volte dona una lucidità altrimenti sconosciuta, ma soprattutto disinibisce ed invita a dimenticare i pregiudizi ed i freni sociali."
"Ma... il succo di tutto questo è che io dovrò restare per sempre così!"
"Perderai la tua rassicurante normalità, ma in cambio acquisterai una capacità di giudizio che non hai mai posseduto. Sarai molto di più un uomo vero di tutta la massa che ti circonda."
"Ma io... non riesco più a parlare con nessuno... per ore sono stato a tavola con mia moglie ed i miei migliori amici... è stato terribile, mi sembravano tutti degli estranei! Sono cambiati tutti!"
"Non sono cambiati loro, sei cambiato tu. Oggi per la prima volta non ti sei obbligato ad interessarti a qualcosa per paura di essere escluso. Da oggi saprai ciò che vuoi e ciò che ti interessa, ma hai pagato questa libertà con l'assoluta impossibilità di comunicare con chi questa libertà ancora non ha acquisito."
"Ma è terribile, sono condannato ad essere per sempre solo!"
"Si, ma sarai te stesso."
"Ma sarò sempre un diverso, un formichiere! Tra l'altro questo naso mi sta anche facendo diventare strabico!"
"Si, ma sarai te stesso, un formichiere strabico."
"Aspetta, non andartene, sei l'unico con cui posso parlare, io... "
"Se sei veramente cambiato un giorno mi troverai tu. Non mi hai mai conosciuto fino ad oggi, anche lo sposo mi conosce solo di vista. Dovrai pensare e farti coraggio: solo se ci riuscirai troverai me ed altri con cui parlare."
Dopo aver detto queste parole se ne andò. Non l'ho più rintracciato e non ho trovato altri come lui. Non ho però mai smesso di cercarlo: sono certo che un giorno troverò lui, se non lui un altro con cui poter comunicare la mia diversità. Ricordo ancora però la sua andatura mentre se ne andava, in quel rosso tramonto avvolgente di una calda giornata primaverile, mentre io restavo a quel tavolo assolutamente, completamente, desolatamente solo, da oggi in avanti, solo come può essere solo in un mondo di comunissimi uomini un formichiere strabico.
- Sine
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Re: Naufraghi 2.0
Ringrazio il Doc :D
In un futuro prossimo leggo questi due post.
Quanto a me non sono morto, è che più lo leggo e meno ne sono convinto, per cui ora vedo cosa fare.
In un futuro prossimo leggo questi due post.
Quanto a me non sono morto, è che più lo leggo e meno ne sono convinto, per cui ora vedo cosa fare.

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Dazed and Confused
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Re: Naufraghi 2.0
Doc meglio di Kafka!

Veramente un bel racconto, complimenti.
Veramente un bel racconto, complimenti.

"Mentre gli altri disegnano spam Dazed dipinge su tela."(Sine)
"Oggi ho avuto la prova che Dio esiste: è Dazed!"(Spree)
"Conoscere Dazed: senza prezzo!"(Angyair)
"Zedan rimane sempre il mio regista preferito."(Poz)
- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
Attento con gli elogi, ne ho una decina da postare, di cui alcuni molto lunghi, e sto scrivendo un giallo... rischi di non poter più metter piede su questo topic!Dazed and Confused wrote: Doc meglio di Kafka!![]()
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Veramente un bel racconto, complimenti.
-
Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
Io intanto tengo in prima pagina il topic. 
Occasionali pezzi di bravura. Quelli di chi non è il protagonista designato (e che forse mai lo sarà), ma che riesce ad essere efficace. Il rebus irrisolto per gli avversari e lo sconcerto (o la delizia, secondo per chi si parteggia) dei tifosi. A volte può esser qualcosa di definito e limitato: una prestazione maiuscola su un solo lato del campo, o addirittura in un solo fondamentale; più raramente si può assistere ad una partita totale; quel livello di eccellenza che in alcuni posti viene descritto utilizzando la campana come metafora: la campana dove la tocchi suona.. E così è la prestazione di alcuni protagonisti a sorpresa. Quelli che entrano in zona magica e gli riesce tutto. Magari c'è una spiegazione razionale, un'inconscia sudditanza degli avversari che sono condizionati al punto da commettere quei piccoli errori che un giocatore in piena esaltazione riesce a sfruttare. Ma questa non è una cosa molto facile da dimostrare, per quanto possa esser verosimile. Oppure l'eccellenza è una sorta di virus benefico che talvolta può contagiare anche chi non sembri predisposto ad esserlo. Molte carriere sono state influenzate da prestazioni irreali. L'eroe di una (sola) partita. Alcuni tra i più fortunati son riusciti addirittura a produrre una stagione intera a buon livello, ma non si possono prendere in considerazione, poichè quelli sono (altri) casi particolari. Qui, invece, parleremo degli eroi di un ballo soltanto. Eroi che non hanno potuto (nemmeno) scegliere il ballo in cui deliziare, perché l'eccellenza, quando è episodica, non riesci (anche) ad indirizzarla..
L'esempio che qui viene riportato è quello di un giocatore universitario che esplose durante una delle più inutili partite della stagione; a giochi fatti e con la squadra della sua università già da tempo ammessa al torneo NCAA si trovò, suo malgrado, a negare l'ingresso ad una delle protagoniste storiche, che pure era partita con fondate speranze di accedervi per l'ennesima volta; andando però ad infrangersi sulla prestazione che non era lecito aspettarsi di un anonimo figurante, un onesto mestierante che si era guadagnato il posto in quintetto per colpa di un infortunio al titolare, durante un allenamento di pre season. Un posto meritato partita dopo partita, in cui aveva dato tutto quello che aveva in difesa, fatto quel che poteva in attacco ed esibendosi in doti di leadership insospettate nello spogliatoio in cui la sua pacatezza andava a compensare l'esuberanza dei suoi compagni di squadra. Il fatto di non poter nutrire nessuna speranza di sentir chiamare il suo nome dal commissioner l'anno successivo al draft lo portarono a non risparmiarsi mai; ma certo nessuno avrebbe detto che il suo apporto fosse qualcosa più che importante nella buona stagione della squadra. I più celebrati erano altri.
Ma in una partita decisiva (soltanto) per i loro avversari e che vedeva molti suoi compagni giocare al di sotto delle loro possibilità ecco che un'ala piccola sottodimensionata in qualunque playground (figurarsi nella NBA) comincia a strappare rimbalzi incredibili ai lunghi avversari e a guidare il contropiede come se non avesse mai fatto altro in vita sua. Pareva, disse a fine partita, che tutti quanti in campo andassero una frazione di secondo più lenti di lui, quella frazione di secondo che gli consentiva di prendere la decisione giusta. Il passaggio no look al suo lungo che tagliava, o la palla rubata all'esterno avversario prima che riuscisse a raccogliere il passaggio a lui indirizzato mentre sembrava che fosse tutto solo nell'angolo.. e si sentiva addosso gli sguardi sconcertati di pubblico e avversari mentre ripartiva, lasciando un po' tutti a chiedersi da dove fosse sbucato. Nessuno, dal campione riconosciuto ed affermato alla comparsa estemporanea che abbia calcato poche volte in vita sua un campo di basket, può esser certo di sapere (in anticipo) quale sarà la sua miglior prestazione. La realtà e gli sceneggiatori a volte si trovano d'accordo e fanno in modo che questa partita sia significativa, una finale di qualcosa, l'ultima partita della carriera di qualcuno e via così..
Ma ci sono situazioni che vengon prese in esame soltanto dalla realtà e rifiutate (causa poco fascino delle stesse su un pubblico) dagli sceneggiatori. Una di queste è la partita della vita di un ragazzo che sapeva di poter giocare ad un livello medio alto in qualche lega minore ma mai tra i migliori in assoluto. Probabilmente una decina dei giocatori che si erano trovati in campo con lui, tra compagni ed avversari, sarebbero diventati protagonisti sui campi della NBA negli anni successivi, e i più onesti tra loro avrebbero potuto (o dovuto?) ammettere che in quella partita era stato lui il migliore in campo; come il suo score che segnalava 31 punti 13 rimbalzi 8 assist e 9 palle recuperate poteva soltanto lasciare intuire. Le cifre nude non dicono dell'ansia messa addosso al portatore di palla avversario, della frustrazione di chi andava a rimbalzo tornando a terra con aria soltanto tra le mani, dello sconforto di chi era uscito per falli vedendogli realizzare ogni volta canestro e fallo.. Come lui stesso ammise, con la sincerità che gli si conosceva: uno, se potesse scegliere, magari preferirebbe essere l'eroe della partita decisiva della stagione; una partita così vorresti farla giocando per un titolo, ma non è che si possa star tanto a fare i difficili. Da domani ci saranno altri allenamenti, per mantenere forma e concentrazione, perchè la stagione non è finita qui..
Ma quello era stato il suo unico ballo, quella la sua unica occasione di strappare degli oh di meraviglia, il resto della sua carriera tornò sui consueti binari dell'impegno costante ma non sufficiente.
Occasionali pezzi di bravura. Quelli di chi non è il protagonista designato (e che forse mai lo sarà), ma che riesce ad essere efficace. Il rebus irrisolto per gli avversari e lo sconcerto (o la delizia, secondo per chi si parteggia) dei tifosi. A volte può esser qualcosa di definito e limitato: una prestazione maiuscola su un solo lato del campo, o addirittura in un solo fondamentale; più raramente si può assistere ad una partita totale; quel livello di eccellenza che in alcuni posti viene descritto utilizzando la campana come metafora: la campana dove la tocchi suona.. E così è la prestazione di alcuni protagonisti a sorpresa. Quelli che entrano in zona magica e gli riesce tutto. Magari c'è una spiegazione razionale, un'inconscia sudditanza degli avversari che sono condizionati al punto da commettere quei piccoli errori che un giocatore in piena esaltazione riesce a sfruttare. Ma questa non è una cosa molto facile da dimostrare, per quanto possa esser verosimile. Oppure l'eccellenza è una sorta di virus benefico che talvolta può contagiare anche chi non sembri predisposto ad esserlo. Molte carriere sono state influenzate da prestazioni irreali. L'eroe di una (sola) partita. Alcuni tra i più fortunati son riusciti addirittura a produrre una stagione intera a buon livello, ma non si possono prendere in considerazione, poichè quelli sono (altri) casi particolari. Qui, invece, parleremo degli eroi di un ballo soltanto. Eroi che non hanno potuto (nemmeno) scegliere il ballo in cui deliziare, perché l'eccellenza, quando è episodica, non riesci (anche) ad indirizzarla..
L'esempio che qui viene riportato è quello di un giocatore universitario che esplose durante una delle più inutili partite della stagione; a giochi fatti e con la squadra della sua università già da tempo ammessa al torneo NCAA si trovò, suo malgrado, a negare l'ingresso ad una delle protagoniste storiche, che pure era partita con fondate speranze di accedervi per l'ennesima volta; andando però ad infrangersi sulla prestazione che non era lecito aspettarsi di un anonimo figurante, un onesto mestierante che si era guadagnato il posto in quintetto per colpa di un infortunio al titolare, durante un allenamento di pre season. Un posto meritato partita dopo partita, in cui aveva dato tutto quello che aveva in difesa, fatto quel che poteva in attacco ed esibendosi in doti di leadership insospettate nello spogliatoio in cui la sua pacatezza andava a compensare l'esuberanza dei suoi compagni di squadra. Il fatto di non poter nutrire nessuna speranza di sentir chiamare il suo nome dal commissioner l'anno successivo al draft lo portarono a non risparmiarsi mai; ma certo nessuno avrebbe detto che il suo apporto fosse qualcosa più che importante nella buona stagione della squadra. I più celebrati erano altri.
Ma in una partita decisiva (soltanto) per i loro avversari e che vedeva molti suoi compagni giocare al di sotto delle loro possibilità ecco che un'ala piccola sottodimensionata in qualunque playground (figurarsi nella NBA) comincia a strappare rimbalzi incredibili ai lunghi avversari e a guidare il contropiede come se non avesse mai fatto altro in vita sua. Pareva, disse a fine partita, che tutti quanti in campo andassero una frazione di secondo più lenti di lui, quella frazione di secondo che gli consentiva di prendere la decisione giusta. Il passaggio no look al suo lungo che tagliava, o la palla rubata all'esterno avversario prima che riuscisse a raccogliere il passaggio a lui indirizzato mentre sembrava che fosse tutto solo nell'angolo.. e si sentiva addosso gli sguardi sconcertati di pubblico e avversari mentre ripartiva, lasciando un po' tutti a chiedersi da dove fosse sbucato. Nessuno, dal campione riconosciuto ed affermato alla comparsa estemporanea che abbia calcato poche volte in vita sua un campo di basket, può esser certo di sapere (in anticipo) quale sarà la sua miglior prestazione. La realtà e gli sceneggiatori a volte si trovano d'accordo e fanno in modo che questa partita sia significativa, una finale di qualcosa, l'ultima partita della carriera di qualcuno e via così..
Ma ci sono situazioni che vengon prese in esame soltanto dalla realtà e rifiutate (causa poco fascino delle stesse su un pubblico) dagli sceneggiatori. Una di queste è la partita della vita di un ragazzo che sapeva di poter giocare ad un livello medio alto in qualche lega minore ma mai tra i migliori in assoluto. Probabilmente una decina dei giocatori che si erano trovati in campo con lui, tra compagni ed avversari, sarebbero diventati protagonisti sui campi della NBA negli anni successivi, e i più onesti tra loro avrebbero potuto (o dovuto?) ammettere che in quella partita era stato lui il migliore in campo; come il suo score che segnalava 31 punti 13 rimbalzi 8 assist e 9 palle recuperate poteva soltanto lasciare intuire. Le cifre nude non dicono dell'ansia messa addosso al portatore di palla avversario, della frustrazione di chi andava a rimbalzo tornando a terra con aria soltanto tra le mani, dello sconforto di chi era uscito per falli vedendogli realizzare ogni volta canestro e fallo.. Come lui stesso ammise, con la sincerità che gli si conosceva: uno, se potesse scegliere, magari preferirebbe essere l'eroe della partita decisiva della stagione; una partita così vorresti farla giocando per un titolo, ma non è che si possa star tanto a fare i difficili. Da domani ci saranno altri allenamenti, per mantenere forma e concentrazione, perchè la stagione non è finita qui..
Ma quello era stato il suo unico ballo, quella la sua unica occasione di strappare degli oh di meraviglia, il resto della sua carriera tornò sui consueti binari dell'impegno costante ma non sufficiente.
Last edited by Toni Monroe on 01/11/2008, 18:21, edited 1 time in total.
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frog
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Re: Naufraghi 2.0
Complimenti anche da parte mia Doc, anche se Kafka non si toccadoc G wrote: Attento con gli elogi, ne ho una decina da postare, di cui alcuni molto lunghi, e sto scrivendo un giallo... rischi di non poter più metter piede su questo topic!![]()
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Mi è piaciuto come sei passato da un iniziale leggerezza di stile per poi lanciare diversi interessanti spunti di riflessione.
Ebbene si: son ancor chi


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frog
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Re: Naufraghi 2.0
Toni ti sei specializzato nel romanzo sportivoToni Monroe wrote: Io intanto tengo in prima pagina il topic.
Ebbene si: son ancor chi


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Toni Monroe
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Re: Naufraghi 2.0
Ti ringrazio, Frog.
Il fatto è che devo cimentarmi dove son meno peggio, quindi visto che il campo è impietoso.. :lol2: Mi limito a far da riempitivo tra uno scritto e l'altro degli altri narratori (cui va un
convinto.)
P.S. Doc, anche a me era tornata alla mente La metamorfosi, ma devo ammettere che poi mi ha spiazzato il seguito; grande.
P.S. Doc, anche a me era tornata alla mente La metamorfosi, ma devo ammettere che poi mi ha spiazzato il seguito; grande.
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Re: Naufraghi 2.0
Un poco più lungo, ma da un noto logorroico cosa vi aspettavate...
PIEDONE
Una stanca luce giallognola e tremolante proveniva da un traballante moccolo fissato sul collo di una bottiglia; seppur incerto e malridotto, il vecchio moccolo seppe fare egregiamente il proprio dovere allorché fu utilizzato per accendere una lampada a petrolio ed un lungo sigaro dai puteolenti effluvi, penzolante dalla bocca di un vecchio incanutito, vestito di un abito in pelle di daino.
L’uomo si sedette davanti al camino, con un’aria particolarmente triste, e ripensò alla sua vita.
Per quanto ne poteva sapere, era figlio di una coppia di contadini di Seattle, morti entrambi per chissà quale malattia infettiva; lui, anziché essere ricoverato in un orfanotrofio, era stato preso in cura da quello che egli considerava come il suo vero padre, il reverendo Tromba, pastore di anime in un paese al confine nord orientale dello stato di Washington, a Seattle per approfondire la conoscenza delle Sacre Scritture e rafforzarsi nella Fede. Prima che l’uomo lo conoscesse, il reverendo Tromba aveva avuto una moglie e, quasi, anche un figlio. Quasi perché la moglie era morta di parto. Il reverendo non aspettava che una creatura di cui potersi prendere cura, lo accolse con grande gioia e lo battezzò come il suo preferito fra i personaggi biblici, cioè Melchisedech.
Melchisedech crebbe sano e forte, ed il reverendo Tromba tentava di farlo crescere nella fede e nella cultura, perché potesse un giorno sostituirlo. In tal modo il giovane imparò non solo a leggere ed a scrivere, di per se qualità già non trascurabile, ma anche a far di conto, ad utilizzare i rudimenti della Geometria, almeno le basi della Storia e della Geografia e, incredibile a dirsi, persino a leggere qualche frasetta in Latino. Tutto ciò però non lo aiutava nei rapporti con gli altri; egli rispettava alla lettera il precetto evangelico “Ama il prossimo tuo”, cui aggiungeva una glossa personale, che suonava più o meno “Specialmente se di sesso femminile”; questo però non significa che gli altri amassero lui. L’austerità dei modi, dovuta all’educazione ricevuta, contrastava in lui con un carattere gioviale; la prima lo rendeva inviso ai gioviali, il secondo agli austeri; inoltre una grande, assoluta timidezza, congiuntamente ad una profonda insicurezza in se stesso, lo rendevano sempre titubante nei rapporti con gli altri. Aveva quasi paura di dar torto a qualcuno, non perché temesse reazioni, ma per un troppo acceso e malinteso senso di pudore; non riusciva neanche a dar ragione a qualcuno, se non pensava che ce l’avesse; ciò rendeva la sua conversazione a volte veramente noiosa, poiché lui si limitava ad ascoltare ed assentire, nonostante un temperamento ciarliero. Questo era tanto più vero poiché lui non sapeva neanche come era fatto un fucile, in un paesotto dove chi non faceva il cacciatore di professione lo faceva per passione.
I suoi coetanei lo prendevano in giro, le ragazze non lo guardavano, forse anche per il suo aspetto non esattamente attraente, gli adulti non lo consideravano, così lui implorò il padre adottivo di insegnargli a sparare. La risposta era però inequivocabilmente questa:
“Figliolo, l’arma più potente non è il fucile, l’arma più potente è la parola di Dio.”
Finalmente, dopo anni di umiliazioni, quando ormai aveva sedici anni, Melchisedech conobbe un cacciatore che viveva da solo in una catapecchia vicino al paese. Due solitudini si incontrarono con facilità, ed i due siglarono un accordo: il cacciatore avrebbe insegnato al ragazzo a sparare, naturalmente di nascosto dal pastore, mentre il ragazzo avrebbe insegnato al cacciatore a leggere, scrivere e far di conto. Come accadde non si può dire, ma fatto sta che il ragazzo sparava come un cecchino quando il cacciatore ancora faticava a ricordare tutte le lettere dell’alfabeto; Melchisedech allora si fece insegnare a mettere trappole, a riconoscere dove gli animali del bosco si abbeverano, in breve a fare il cacciatore. Tutte queste cose il ragazzo le imparò di nascosto da pastore, scegliendo orari in cui questi pregava, andava a far visita ad anime bisognose di redenzione o faceva nei campi lavori leggeri per cui non aveva bisogno di aiuto, ma era inutile sperare di tenergli nascosto il tutto a lungo.
Melchisedech non dovette nascondere le sue inclinazioni al padre adottivo per molto, in quanto, quando lui aveva appena compiuto diciotto anni, Nostro Signore convocò il reverendo Tromba al suo cospetto. I concittadini, trovatisi privi di un pastore, provarono a chiedere al ragazzo di sostituire il padre adottivo, per la verità senza troppa convinzione, ma non risulta che nessuno si dimostrasse troppo addolorato quando questi declinò l’offerta, rivelando le sue vere inclinazioni.
L’entusiasmo di Melchisedech non aveva però forse troppe ragioni di esistere. Per un paio d’anni vivacchiò coltivando il campo che aveva ereditato e cacciando qualche preda, senza ottenere grandi successi. Un giorno però accadde qualcosa che avrebbe cambiato la sua vita. Imbracciando il suo lungo fucile, caricato per selvaggina leggera, era appostato nella foresta, vicino ad un fiume, quando udì alle sue spalle un forte rumore: era un orso, un enorme orso bruno che si stava avvicinando.
Terrorizzato, il ragazzo tentò di puntare il fucile, ma tanto le sue ginocchia che le sue mani tremavano al punto che era una pia speranza l’idea stessa di poter mirare. Mentre ancora il ragazzo tremava, non sapendo che fare, dal suo fucile partì un colpo, forse per l’eccessivo movimento sussultorio che le sue terrorizzate membra imprimevano all’arma, un colpo che andò a ferire leggermente l’animale; l’orso si imbizzarrì, lanciando un terribile lamento, che gelò il sangue nelle ossa dello sprovveduto cacciatore. Melchisedech gettò il fucile e scappò, fuggì disperatamente, più velocemente che poteva, finché cadde rovinosamente. In un momento l’orso fu davanti a lui e si preparò ad attaccarlo, quando il rumore di uno sparo risuonò nell’aria e l’orso cadde a terra stecchito.
“Guarda, guarda, un altro ragazzino incapace e pure stupido. Non ti immischiare con gli affari dei grandi, piccolo, stavolta c’ero io, la prossima chissà. Non che io mi sia impegnato più di tanto per salvarti la pellaccia, ma un orso ferito è un pericolo per tutti.”
“Gr... gr.. gr.. grazie. Ma lei chi è?”
“Io sono Stan Big Rifle Mahoney, il più grande cacciatore di tutto lo stato di Washington. A quanto vedo, io sto invece parlando con il più idiota cacciatore di tutto l’ovest. E qual è il tuo nome, ragazzino?”
“Melchisedech, mi chiamo Melchisedech Tromba.”
“Melchisedech Tromba? Un nome stupido come chi lo porta. Bhe, ragazzo, io sto tornando al villaggio, meglio che tu venga con me, per evitare di farti male, e poi come minimo mi devi offrire una pinta di birra. Muovi le chiappe e cammina.”
PIEDONE
Una stanca luce giallognola e tremolante proveniva da un traballante moccolo fissato sul collo di una bottiglia; seppur incerto e malridotto, il vecchio moccolo seppe fare egregiamente il proprio dovere allorché fu utilizzato per accendere una lampada a petrolio ed un lungo sigaro dai puteolenti effluvi, penzolante dalla bocca di un vecchio incanutito, vestito di un abito in pelle di daino.
L’uomo si sedette davanti al camino, con un’aria particolarmente triste, e ripensò alla sua vita.
Per quanto ne poteva sapere, era figlio di una coppia di contadini di Seattle, morti entrambi per chissà quale malattia infettiva; lui, anziché essere ricoverato in un orfanotrofio, era stato preso in cura da quello che egli considerava come il suo vero padre, il reverendo Tromba, pastore di anime in un paese al confine nord orientale dello stato di Washington, a Seattle per approfondire la conoscenza delle Sacre Scritture e rafforzarsi nella Fede. Prima che l’uomo lo conoscesse, il reverendo Tromba aveva avuto una moglie e, quasi, anche un figlio. Quasi perché la moglie era morta di parto. Il reverendo non aspettava che una creatura di cui potersi prendere cura, lo accolse con grande gioia e lo battezzò come il suo preferito fra i personaggi biblici, cioè Melchisedech.
Melchisedech crebbe sano e forte, ed il reverendo Tromba tentava di farlo crescere nella fede e nella cultura, perché potesse un giorno sostituirlo. In tal modo il giovane imparò non solo a leggere ed a scrivere, di per se qualità già non trascurabile, ma anche a far di conto, ad utilizzare i rudimenti della Geometria, almeno le basi della Storia e della Geografia e, incredibile a dirsi, persino a leggere qualche frasetta in Latino. Tutto ciò però non lo aiutava nei rapporti con gli altri; egli rispettava alla lettera il precetto evangelico “Ama il prossimo tuo”, cui aggiungeva una glossa personale, che suonava più o meno “Specialmente se di sesso femminile”; questo però non significa che gli altri amassero lui. L’austerità dei modi, dovuta all’educazione ricevuta, contrastava in lui con un carattere gioviale; la prima lo rendeva inviso ai gioviali, il secondo agli austeri; inoltre una grande, assoluta timidezza, congiuntamente ad una profonda insicurezza in se stesso, lo rendevano sempre titubante nei rapporti con gli altri. Aveva quasi paura di dar torto a qualcuno, non perché temesse reazioni, ma per un troppo acceso e malinteso senso di pudore; non riusciva neanche a dar ragione a qualcuno, se non pensava che ce l’avesse; ciò rendeva la sua conversazione a volte veramente noiosa, poiché lui si limitava ad ascoltare ed assentire, nonostante un temperamento ciarliero. Questo era tanto più vero poiché lui non sapeva neanche come era fatto un fucile, in un paesotto dove chi non faceva il cacciatore di professione lo faceva per passione.
I suoi coetanei lo prendevano in giro, le ragazze non lo guardavano, forse anche per il suo aspetto non esattamente attraente, gli adulti non lo consideravano, così lui implorò il padre adottivo di insegnargli a sparare. La risposta era però inequivocabilmente questa:
“Figliolo, l’arma più potente non è il fucile, l’arma più potente è la parola di Dio.”
Finalmente, dopo anni di umiliazioni, quando ormai aveva sedici anni, Melchisedech conobbe un cacciatore che viveva da solo in una catapecchia vicino al paese. Due solitudini si incontrarono con facilità, ed i due siglarono un accordo: il cacciatore avrebbe insegnato al ragazzo a sparare, naturalmente di nascosto dal pastore, mentre il ragazzo avrebbe insegnato al cacciatore a leggere, scrivere e far di conto. Come accadde non si può dire, ma fatto sta che il ragazzo sparava come un cecchino quando il cacciatore ancora faticava a ricordare tutte le lettere dell’alfabeto; Melchisedech allora si fece insegnare a mettere trappole, a riconoscere dove gli animali del bosco si abbeverano, in breve a fare il cacciatore. Tutte queste cose il ragazzo le imparò di nascosto da pastore, scegliendo orari in cui questi pregava, andava a far visita ad anime bisognose di redenzione o faceva nei campi lavori leggeri per cui non aveva bisogno di aiuto, ma era inutile sperare di tenergli nascosto il tutto a lungo.
Melchisedech non dovette nascondere le sue inclinazioni al padre adottivo per molto, in quanto, quando lui aveva appena compiuto diciotto anni, Nostro Signore convocò il reverendo Tromba al suo cospetto. I concittadini, trovatisi privi di un pastore, provarono a chiedere al ragazzo di sostituire il padre adottivo, per la verità senza troppa convinzione, ma non risulta che nessuno si dimostrasse troppo addolorato quando questi declinò l’offerta, rivelando le sue vere inclinazioni.
L’entusiasmo di Melchisedech non aveva però forse troppe ragioni di esistere. Per un paio d’anni vivacchiò coltivando il campo che aveva ereditato e cacciando qualche preda, senza ottenere grandi successi. Un giorno però accadde qualcosa che avrebbe cambiato la sua vita. Imbracciando il suo lungo fucile, caricato per selvaggina leggera, era appostato nella foresta, vicino ad un fiume, quando udì alle sue spalle un forte rumore: era un orso, un enorme orso bruno che si stava avvicinando.
Terrorizzato, il ragazzo tentò di puntare il fucile, ma tanto le sue ginocchia che le sue mani tremavano al punto che era una pia speranza l’idea stessa di poter mirare. Mentre ancora il ragazzo tremava, non sapendo che fare, dal suo fucile partì un colpo, forse per l’eccessivo movimento sussultorio che le sue terrorizzate membra imprimevano all’arma, un colpo che andò a ferire leggermente l’animale; l’orso si imbizzarrì, lanciando un terribile lamento, che gelò il sangue nelle ossa dello sprovveduto cacciatore. Melchisedech gettò il fucile e scappò, fuggì disperatamente, più velocemente che poteva, finché cadde rovinosamente. In un momento l’orso fu davanti a lui e si preparò ad attaccarlo, quando il rumore di uno sparo risuonò nell’aria e l’orso cadde a terra stecchito.
“Guarda, guarda, un altro ragazzino incapace e pure stupido. Non ti immischiare con gli affari dei grandi, piccolo, stavolta c’ero io, la prossima chissà. Non che io mi sia impegnato più di tanto per salvarti la pellaccia, ma un orso ferito è un pericolo per tutti.”
“Gr... gr.. gr.. grazie. Ma lei chi è?”
“Io sono Stan Big Rifle Mahoney, il più grande cacciatore di tutto lo stato di Washington. A quanto vedo, io sto invece parlando con il più idiota cacciatore di tutto l’ovest. E qual è il tuo nome, ragazzino?”
“Melchisedech, mi chiamo Melchisedech Tromba.”
“Melchisedech Tromba? Un nome stupido come chi lo porta. Bhe, ragazzo, io sto tornando al villaggio, meglio che tu venga con me, per evitare di farti male, e poi come minimo mi devi offrire una pinta di birra. Muovi le chiappe e cammina.”
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Re: Naufraghi 2.0
Camminarono per un paio d’ore, senza che il ragazzo osasse aprire bocca, mentre il cacciatore parlava in continuazione, senza smettere un attimo. Raccontò delle miriadi di pellicce che era riuscito a vendere quell’anno, degli orsi che aveva stecchito, perché chi non ammazza qualche orso non può dirsi cacciatore, della sua vita raminga e solitaria in una capanna vicino al torrente, perché solo chi vive per anni vicino al torrente può diventare un cacciatore, della sua infallibilità di tiratore, che solo in lunghi anni di attività e con un polso di ferro si può raggiungere. Quando arrivarono al locale del vecchio Pete ormai il ragazzo, vuoi per la paura, vuoi per la quantità immane di parole ascoltate nelle ultime ore, era completamente intontito. Pagò le birre e prese una decisione: l’indomani si sarebbe trasferito nella capanna vicino al torrente, che Big Rifle aveva abbandonato da alcuni anni.
Per alcuni anni visse nella capanna, andando al villaggio solamente per vendere le pellicce, comprare pallottole e rifornimenti vari e per bersi ogni tanto una birra al locale del vecchio Pete. Cacciava tutti i giorni dell’anno, con qualunque tempo, e quando non cacciava si allenava a sparare ed a preparare trappole. Viveva solo, con l’unica compagnia di un cane di una bruttezza inusitata e di un ronzino che gli serviva da mezzo di trasporto, oltre alla canoa che utilizzava nel torrente. Passavano gli anni e lui diventava sempre più tutt’uno con il suo fucile, diventava sempre più bravo, ma si vergognava a frequentare gli altri cacciatori, doveva prima cancellare l’onta del suo incontro con l’orso.
L’occasione di cancellare l’onta si presentò in una tiepida giornata di primavera. Mentre Melchisedech era a caccia, udì le urla di alcune donne; cercò di capire da dove provenissero ed immediatamente corse in quella direzione. Arrivato sul greto del torrente, vide due ragazze a terra, gridare disperatamente, mentre un enorme orso stava per colpirle. Melchisedech sollevò il fucile, prese la mira e sparò. L’orso cadde stecchito. Proprio mentre il cacciatore stava andando a ricevere i meritati ringraziamenti un nuovo orso sbucò da un cespuglio. Forse era la compagna del primo, comunque era decisamente seccato e non sembrava dell’umore giusto per un picnic in riva al fiume. Melchisedech aveva il fucile scarico, così prese un sasso e lo scagliò contro l’orso; l’animale cominciò ad corrergli incontro, così Melchisedech scappò; mentre correva, prese una pallottola dalla sua sacca e caricò il fucile, poi si girò di scatto e sparò, colpendo l’orso in mezzo agli occhi. Le due ragazze subito corsero a complimentarsi con il loro salvatore che, arrossito di timidezza ma felice per l’incontro, si offrì di scortarle al villaggio. Le due ragazze erano le figlie del sindaco Oackley, il quale avrebbe sicuramente ricompensato il ragazzo.
Quella fu una giornata felice: Melchisedech infatti ricevette un fucile ed una pistola nuovi fiammanti, ma soprattutto le occhiate languide della più giovane delle figlie del sindaco, Virginia.
La sera, quando entrò nel locale del vecchissimo Pete, ricevette alcune pacche sulle spalle ed i complimenti di diversi cacciatori. Proprio mentre stava raccontando di come il dodicesimo orso avesse imbracciato un fucile e stesse per sparare, udì una voce tonante alle sue spalle.
“Hai finito di sparare corbellerie, pivellino?”
Era inequivocabilmente la voce di Big Rifle.
“Far fuori qualche orsetto innocuo è la condizione minima per potersi definire cacciatore. Vuoi poterti definire un buon cacciatore? Eh, lo vuoi? Bene, allora cattura un Piedone.”
“Piedone?”
“Neanche sa cosa sia un Piedone e vuole definirsi cacciatore. Bah, butta via quella birra dal bicchiere e riempilo di latte, pivellino.”
“Cos’è un Piedone?”
“Un essere mezzo orso e mezzo uomo. Poco più piccolo di un orso, più grande di un uomo, ha la forza di un orso, la resistenza di un orso, il pelo come un orso, ma è agile e furbo come un uomo, non un deficiente come te, si intende. Vive solo, si nasconde a tutti, non si sa neanche cosa mangi, ma si vedono le sue orme vicino ai ruscelli, la mattina, dopo che si è abbeverato. Lascia orme uguali a quelle del piede nudo di un uomo, ma grandi il doppio. Prendi un Piedone, pivellino, prendi un Piedone e poi potrai definirti un cacciatore.”
Immediatamente tutti i cacciatori presenti nel locale del vecchissimo Pete cominciarono a ridere, a chiamare Melchisedech pivellino ed a dirgli di prendere un Piedone. Melchisedech, triste e sconfitto, uscì mestamente dal locale. Passò di fronte alla casa del sindaco, vide le luci accese e sentì rumori di fresche risate argentine. Pensò di bussare e di salutare Virginia, ma poi si fermò. Sicuramente ridevano di lui, della sua pretesa di considerarsi cacciatore. Non avrebbe provato a salutare ancora Virginia finché non avesse catturato un Piedone. A capo chino Melchisedech si avviò verso la foresta e tornò nella sua capanna.
Il giorno dopo cominciò gli appostamenti, doveva scoprire le abitudini di Piedone. Per anni non trovò nulla, poi, un giorno, le vide: vide delle orme uguali a quelle del piede nudo di un uomo, ma grandi il doppio. Le orme venivano dal profondo della foresta e si dirigevano verso il ruscello; Melchisedech le seguì, ma all’improvviso, nel profondo della foresta più fitta, le perse. Cominciò ad appostarsi ed a cercare in luoghi analoghi, e vide ancora le orme. Ormai sapeva dove Piedone si abbeverava, l’avrebbe preso.
Per alcuni anni visse nella capanna, andando al villaggio solamente per vendere le pellicce, comprare pallottole e rifornimenti vari e per bersi ogni tanto una birra al locale del vecchio Pete. Cacciava tutti i giorni dell’anno, con qualunque tempo, e quando non cacciava si allenava a sparare ed a preparare trappole. Viveva solo, con l’unica compagnia di un cane di una bruttezza inusitata e di un ronzino che gli serviva da mezzo di trasporto, oltre alla canoa che utilizzava nel torrente. Passavano gli anni e lui diventava sempre più tutt’uno con il suo fucile, diventava sempre più bravo, ma si vergognava a frequentare gli altri cacciatori, doveva prima cancellare l’onta del suo incontro con l’orso.
L’occasione di cancellare l’onta si presentò in una tiepida giornata di primavera. Mentre Melchisedech era a caccia, udì le urla di alcune donne; cercò di capire da dove provenissero ed immediatamente corse in quella direzione. Arrivato sul greto del torrente, vide due ragazze a terra, gridare disperatamente, mentre un enorme orso stava per colpirle. Melchisedech sollevò il fucile, prese la mira e sparò. L’orso cadde stecchito. Proprio mentre il cacciatore stava andando a ricevere i meritati ringraziamenti un nuovo orso sbucò da un cespuglio. Forse era la compagna del primo, comunque era decisamente seccato e non sembrava dell’umore giusto per un picnic in riva al fiume. Melchisedech aveva il fucile scarico, così prese un sasso e lo scagliò contro l’orso; l’animale cominciò ad corrergli incontro, così Melchisedech scappò; mentre correva, prese una pallottola dalla sua sacca e caricò il fucile, poi si girò di scatto e sparò, colpendo l’orso in mezzo agli occhi. Le due ragazze subito corsero a complimentarsi con il loro salvatore che, arrossito di timidezza ma felice per l’incontro, si offrì di scortarle al villaggio. Le due ragazze erano le figlie del sindaco Oackley, il quale avrebbe sicuramente ricompensato il ragazzo.
Quella fu una giornata felice: Melchisedech infatti ricevette un fucile ed una pistola nuovi fiammanti, ma soprattutto le occhiate languide della più giovane delle figlie del sindaco, Virginia.
La sera, quando entrò nel locale del vecchissimo Pete, ricevette alcune pacche sulle spalle ed i complimenti di diversi cacciatori. Proprio mentre stava raccontando di come il dodicesimo orso avesse imbracciato un fucile e stesse per sparare, udì una voce tonante alle sue spalle.
“Hai finito di sparare corbellerie, pivellino?”
Era inequivocabilmente la voce di Big Rifle.
“Far fuori qualche orsetto innocuo è la condizione minima per potersi definire cacciatore. Vuoi poterti definire un buon cacciatore? Eh, lo vuoi? Bene, allora cattura un Piedone.”
“Piedone?”
“Neanche sa cosa sia un Piedone e vuole definirsi cacciatore. Bah, butta via quella birra dal bicchiere e riempilo di latte, pivellino.”
“Cos’è un Piedone?”
“Un essere mezzo orso e mezzo uomo. Poco più piccolo di un orso, più grande di un uomo, ha la forza di un orso, la resistenza di un orso, il pelo come un orso, ma è agile e furbo come un uomo, non un deficiente come te, si intende. Vive solo, si nasconde a tutti, non si sa neanche cosa mangi, ma si vedono le sue orme vicino ai ruscelli, la mattina, dopo che si è abbeverato. Lascia orme uguali a quelle del piede nudo di un uomo, ma grandi il doppio. Prendi un Piedone, pivellino, prendi un Piedone e poi potrai definirti un cacciatore.”
Immediatamente tutti i cacciatori presenti nel locale del vecchissimo Pete cominciarono a ridere, a chiamare Melchisedech pivellino ed a dirgli di prendere un Piedone. Melchisedech, triste e sconfitto, uscì mestamente dal locale. Passò di fronte alla casa del sindaco, vide le luci accese e sentì rumori di fresche risate argentine. Pensò di bussare e di salutare Virginia, ma poi si fermò. Sicuramente ridevano di lui, della sua pretesa di considerarsi cacciatore. Non avrebbe provato a salutare ancora Virginia finché non avesse catturato un Piedone. A capo chino Melchisedech si avviò verso la foresta e tornò nella sua capanna.
Il giorno dopo cominciò gli appostamenti, doveva scoprire le abitudini di Piedone. Per anni non trovò nulla, poi, un giorno, le vide: vide delle orme uguali a quelle del piede nudo di un uomo, ma grandi il doppio. Le orme venivano dal profondo della foresta e si dirigevano verso il ruscello; Melchisedech le seguì, ma all’improvviso, nel profondo della foresta più fitta, le perse. Cominciò ad appostarsi ed a cercare in luoghi analoghi, e vide ancora le orme. Ormai sapeva dove Piedone si abbeverava, l’avrebbe preso.
- doc G
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Re: Naufraghi 2.0
Divenne in poco tempo il più grande esperto di orme della zona, la sua fama si spargeva veloce; quando l’esercito o la polizia avevano bisogno di uno scout, solo a lui si rivolgevano, solo lui chiamavano. Ma lui sapeva che non bastava essere un grande cercatore di impronte per definirsi un vero cacciatore.
In anni ed anni di vita nella foresta, imparò a conoscere a menadito le abitudini di tutti gli animali, era sempre lui quello che vendeva più pellicce, nei mercati stagionali, ma lui sapeva che questo non bastava per definirsi un vero cacciatore.
Era diventato un tiratore abilissimo, la sua mano era salda come l’acciaio ed il suo occhio preciso come quello di un falco, nessuno era preciso come lui con il fucile, ma lui sapeva che questo non bastava per definirsi un vero cacciatore.
Gli anni passavano, lui trovava sempre più orme del Piedone, ormai conosceva tutti i posti dove lui si abbeverava, sapeva cosa mangiava, dove e quando, ma Piedone era più furbo, cambiava sempre abitudini, sapeva che lui lo stava cercando, lo evitava e lo derideva. Se lui si appostava a monte, Piedone si abbeverava a valle. Se lui lo attendeva di notte, Piedone si muoveva di giorno. Se lui lo aspettava con il sole, Piedone usciva con la pioggia, e rideva.
Gli anni passavano e Melchisedech invecchiava; la sua mano non era più così salda, il suo occhio non era più così preciso, la sua salute vacillava, ma non vacillava la sua convinzione. Avrebbe preso il Piedone, ed allora nessuno più avrebbe riso di lui.
Cercò per valli e per monti, per fiumi e foreste, per radure erbose e montagne pietrose, addestrò cani a riconoscere l’odore di Piedone, lui stesso imparò a percepirlo immediatamente, ma tutto fu inutile.
Dopo aver ripensato a tutta la sua vita, il vecchio Melchisedech spense il sigaro e si appisolò sulla sedia. Si svegliò a giorno fatto e mestamente si preparò per fare quello che doveva fare. Si lavò, si rase, si vestì, raccolse le sue cose, salì sul suo ronzino e si avviò verso il villaggio. Era troppo vecchio e stanco per fare il cacciatore, non gli restava altro da fare che ritirarsi. Aveva guadagnato benino con le pellicce, aveva sempre speso pochissimo, non si era mai dedicato a divertimenti, aveva sempre vissuto da solo, così aveva racimolato un gruzzoletto, depositato presso una banca di Seattle, che gli avrebbe permesso di vivere decentemente per il breve volgere dei suoi ultimi giorni. Però avrebbe dovuto abbandonare la caccia al Piedone. Non era riuscito a dimostrare di essere un vero cacciatore. Mentre lui si avviava mestamente verso il villaggio, sicuramente, laggiù, nel folto della foresta, qualcuno rideva a crepapelle.
Entrò nel villaggio, passò davanti alla ricca casa del sindaco Kennedy, proprietario della banca locale e titolare della compagnia che comperava le pellicce dai cacciatori per rivenderle in città, e di sua moglie Virginia. Come sempre guardò la casa con un sospiro che riassumeva rimpianto e nostalgia e proseguì. Entrò nel locale del giovane Pete e disse:
“Pete, dammi un’ultima pinta di birra. Mi ritiro e me ne vado.”
“Toh, il più grande cacciatore dello stato di Washington si ritira!”
“Ma quale cacciatore. In quarant’anni di ricerca non sono neanche riuscito a prendere un Piedone.”
“Piedone? Ah, si un Piedone, ma nessuno mai l’ha preso. Qualcuno dice di averlo visto da lontano, ma prenderlo...”
“Ma... ma... Big Rifle... e gli altri...”
“E tu davi retta a quel fanfarone? Se avesse preso veramente un Piedone... sai che storia, l’avrebbe imbalsamato e mostrato a tutti per tutta la vita, e lo stesso gli altri cacciatori. Storie, tu eri il più bravo, lo riconoscevano tutti, anche se ti guardavano male perché non li frequentavi.”
“Io credevo che non mi volessero...”
“Scherzi? Eri un mito, tutti avrebbero dato un braccio per uscire una sola volta a caccia con te, sei l’unico che si è arricchito facendo il cacciatore.”
“E io che credevo... non li ho mai cercati perché credevo che mi snobbassero...”
“E le donne, tutte morivano per te, facevano solo le sostenute perché tu non te le filavi. Sai, spargevano la voce che tu fossi un po’ recchione, per giustificare il fatto che non le guardavi.”
“Ed io che avrei dato qualunque cosa per una donna, nelle notti in cui ero solo, nella mia capanna...”
“E la più innamorata di tutte era la moglie del sindaco, Virginia... quanto lo abbiamo sfottuto, quel borioso insopportabile. Ma amico, perché non hai mai parlato nemmeno con me? Non parlavi mai con nessuno, se venivi qui a farti una birra scappavi subito, te ne stavi sempre da solo...”
“Avevo... avevo paura.”
Il vecchio cacciatore uscì dal locale ingobbito, montò il suo ronzino, sospirò un’ultima volta verso la casa di Virginia e si avviò verso Seattle.
Laggiù, nel fondo della foresta, qualcuno stava morendo dal ridere.
FINE
In anni ed anni di vita nella foresta, imparò a conoscere a menadito le abitudini di tutti gli animali, era sempre lui quello che vendeva più pellicce, nei mercati stagionali, ma lui sapeva che questo non bastava per definirsi un vero cacciatore.
Era diventato un tiratore abilissimo, la sua mano era salda come l’acciaio ed il suo occhio preciso come quello di un falco, nessuno era preciso come lui con il fucile, ma lui sapeva che questo non bastava per definirsi un vero cacciatore.
Gli anni passavano, lui trovava sempre più orme del Piedone, ormai conosceva tutti i posti dove lui si abbeverava, sapeva cosa mangiava, dove e quando, ma Piedone era più furbo, cambiava sempre abitudini, sapeva che lui lo stava cercando, lo evitava e lo derideva. Se lui si appostava a monte, Piedone si abbeverava a valle. Se lui lo attendeva di notte, Piedone si muoveva di giorno. Se lui lo aspettava con il sole, Piedone usciva con la pioggia, e rideva.
Gli anni passavano e Melchisedech invecchiava; la sua mano non era più così salda, il suo occhio non era più così preciso, la sua salute vacillava, ma non vacillava la sua convinzione. Avrebbe preso il Piedone, ed allora nessuno più avrebbe riso di lui.
Cercò per valli e per monti, per fiumi e foreste, per radure erbose e montagne pietrose, addestrò cani a riconoscere l’odore di Piedone, lui stesso imparò a percepirlo immediatamente, ma tutto fu inutile.
Dopo aver ripensato a tutta la sua vita, il vecchio Melchisedech spense il sigaro e si appisolò sulla sedia. Si svegliò a giorno fatto e mestamente si preparò per fare quello che doveva fare. Si lavò, si rase, si vestì, raccolse le sue cose, salì sul suo ronzino e si avviò verso il villaggio. Era troppo vecchio e stanco per fare il cacciatore, non gli restava altro da fare che ritirarsi. Aveva guadagnato benino con le pellicce, aveva sempre speso pochissimo, non si era mai dedicato a divertimenti, aveva sempre vissuto da solo, così aveva racimolato un gruzzoletto, depositato presso una banca di Seattle, che gli avrebbe permesso di vivere decentemente per il breve volgere dei suoi ultimi giorni. Però avrebbe dovuto abbandonare la caccia al Piedone. Non era riuscito a dimostrare di essere un vero cacciatore. Mentre lui si avviava mestamente verso il villaggio, sicuramente, laggiù, nel folto della foresta, qualcuno rideva a crepapelle.
Entrò nel villaggio, passò davanti alla ricca casa del sindaco Kennedy, proprietario della banca locale e titolare della compagnia che comperava le pellicce dai cacciatori per rivenderle in città, e di sua moglie Virginia. Come sempre guardò la casa con un sospiro che riassumeva rimpianto e nostalgia e proseguì. Entrò nel locale del giovane Pete e disse:
“Pete, dammi un’ultima pinta di birra. Mi ritiro e me ne vado.”
“Toh, il più grande cacciatore dello stato di Washington si ritira!”
“Ma quale cacciatore. In quarant’anni di ricerca non sono neanche riuscito a prendere un Piedone.”
“Piedone? Ah, si un Piedone, ma nessuno mai l’ha preso. Qualcuno dice di averlo visto da lontano, ma prenderlo...”
“Ma... ma... Big Rifle... e gli altri...”
“E tu davi retta a quel fanfarone? Se avesse preso veramente un Piedone... sai che storia, l’avrebbe imbalsamato e mostrato a tutti per tutta la vita, e lo stesso gli altri cacciatori. Storie, tu eri il più bravo, lo riconoscevano tutti, anche se ti guardavano male perché non li frequentavi.”
“Io credevo che non mi volessero...”
“Scherzi? Eri un mito, tutti avrebbero dato un braccio per uscire una sola volta a caccia con te, sei l’unico che si è arricchito facendo il cacciatore.”
“E io che credevo... non li ho mai cercati perché credevo che mi snobbassero...”
“E le donne, tutte morivano per te, facevano solo le sostenute perché tu non te le filavi. Sai, spargevano la voce che tu fossi un po’ recchione, per giustificare il fatto che non le guardavi.”
“Ed io che avrei dato qualunque cosa per una donna, nelle notti in cui ero solo, nella mia capanna...”
“E la più innamorata di tutte era la moglie del sindaco, Virginia... quanto lo abbiamo sfottuto, quel borioso insopportabile. Ma amico, perché non hai mai parlato nemmeno con me? Non parlavi mai con nessuno, se venivi qui a farti una birra scappavi subito, te ne stavi sempre da solo...”
“Avevo... avevo paura.”
Il vecchio cacciatore uscì dal locale ingobbito, montò il suo ronzino, sospirò un’ultima volta verso la casa di Virginia e si avviò verso Seattle.
Laggiù, nel fondo della foresta, qualcuno stava morendo dal ridere.
FINE
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Paperone
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Re: Naufraghi 2.0
bello. era chiaro come stavano le cose, ma molto bello, e ben scritto.
vorrei essere tuo figlio, per sentire queste storie
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Giordan wrote: Menzione onorevole per Pap, che si è distinto per avere la stessa voce di Battiato e la peggior pronuncia anglo-americana ogni epoca!!!
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Re: Naufraghi 2.0
Me ne fanno inventare una a sera, in genere di scooby doo, mannaggia a loro! :lol2: :lol2: :lol2: :lol2:Paperone wrote: bello. era chiaro come stavano le cose, ma molto bello, e ben scritto.
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