Circa due-tre anni fa preparai (per un gioco sfizioso tra nuovi compagni di squadra, tutti tenuti a farlo) una sorta di CV-confessione della mia carriera col basket. E' di lunghezza impressionante come mio solito, ma lo posto lo stesso: chi vuole legge una riga no e l'altra pure.
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All'età di 5 anni il mio pediatra sentenziò: "Senza sport questo ragazzo mi cresce storto, c'è già un principio di scoliosi in vista: o basket o nuoto!".
Poichè tuttora non so praticamente nuotare e come diceva sempre Holly Hatton al portiere Alan "la palla è la tua migliore amica", la scelta fu scontata.
D'altronde ho sempre vissuto a Masnago, a 2-3 minuti di strada da palazzetto, stadio, ippodromo, palaghiaccio, piscina comunale, tennis club più rinomati, il Campus che all'epoca era una distesa erbosa, e chi più ne ha più ne metta, quindi lo sport non poteva non entrarmi nel DNA.
Tra questi impianti sportivi il più vicino era la Robur et Fides, sede della seconda squadra di Varese, che dai 5 ai 15 anni sarà anche la mia seconda casa.
I primi due anni di minibasket facevo babilonia ed ancora ricordo come ieri l'emozione della prima "convocazione" in una selezione di minibasket insieme a ragazzi che conoscevo quasi solo di fama o che ammiravo nell'ora di allenamento successiva/precedente: partita a Besano persa 34-32 d.t.l. (finita in pareggio 29-29, spareggio coi tiri liberi, segno di tabella ma me l'annullano per invasione! Ci resto male per 3 mesi)
Ero il classico appassionato selvaggio: se l'allenamento iniziava alle 17, io arrivavo alle 15.30 per sfidare nei campetti esterni gli amici più grandi del '76, '77 e '78, che mi elessero a mascotte. In alternativa facevo polvere per ore a casa sul corridoio al termine del quale avevo piazzato un canestrino. E così miglioravo esponenzialmente ed ero spesso aggregato coi '78.
Poi in partita mi trasformavo però in filantropo: play dall'altruismo clamorosamente eccessivo ai limiti del cacasotto, adoravo passare la palla ed anche in contropiede 1 vs 0 aspettavo fino all'ultimo l'eventuale arrivo di un compagno. Finivo le partite da protagonista anche con 2 punti o 2 tiri presi in 35 minuti.
I miei primi coach mi prendevano ad esempio in spogliatoio, clamorosa una sfuriata di coach Natola all'intervallo che ho ancora davanti agli occhi come uno dei momenti più imbarazzanti della mia vita: "Dovreste fare tutti come Gerry, che pensa prima al passaggio ed a mettervi in condizione di segnare; non come voi che pensate solo al canestro!". Non credo di essere mai diventato più rosso come quella volta.
Poi la situazione si era fatta patologica ed i miei ultimi coach aggiungevano invece: "Sì, bene, però, Gerry, se hai 3 metri di spazio, porca miseria (ed altro irripetibile), e non ti arriva nessuno, porco mondino cane (ed altro irripetibile), visto che il tiro ce l'hai, maiala miseria (ed altro irripetibile), potresti anche farci il favore di tirare eh".
Andrea Michelori, Christian Di Giuliomaria, Marco Mordente gli avversari incontrati in sfide ufficiali. A Bormio feci conoscenza e giocai contro tale "Bullo", noto anche come "Grullo" all'epoca, militante nelle file di Livorno, che per altro ci batteva sempre nei tornei nazionali: di gran lunga la cosa più devastante che abbia mai dovuto marcare, considerando anche i due anni di differenza.
Circolavano voci di un mio presunto flirt con Laura "Chicca" Macchi, mia compagna di banco all'epoca ed oggi nazionale ed ex WNBA. Voci del tutto infondate nonostante l'ottimo rapporto.
Non vinco molto a livello di club, mentre vinco letteralmente tutto con le selezioni scolastiche di Medie e Liceo.
Nell'estate 1994, la pazza folgorazione: passo tre mesi fantastici, con prime vibrazioni verso il mondo femminile ma tanto sport variegato: tennis, calcio, beach soccer, beach volley, volley, ciclismo, mountain bike. Arrivato ai primi allenamenti, mi ritrovai del tutto scarico dopo 10 anni senza pause e mi chiesi "Ma perchè devo concentrarmi solo su uno sport quando c'è così tanto modo di divertirmi?". Comunicai che per il momento avrei smesso, tra lo stupore e la delusione generale. Follia: non vivo di rimpianti, ma se potessi tornare indietro è davvero l'unica cosa che non rifarei e che cambierei della mia vita.
Dopo due mesi ci avevo già ripensato, ma non trovai la forza per ripresentarmi e non sconfissi il mio orgoglio che a quell'epoca viaggiava a livelli impressionanti. Resteranno per sempre i mille ricordi favolosi di quel decennio.
Ritorno a giocare dopo due anni ma con profilo bassissimo a Masnago, con passi indietro evidenti sia a livello atletico che tecnico perchè mi era bruciato il momento cruciale della crescita di un giocatore, dai 15 ai 17, passando il tempo sul divano a vedere le prime partite NCAA con Arrigoni/Ellisse - Buffa e tutto ciò che era basket targato Tele+.
In tre anni vivo tutti i livelli che il basket varesino offriva: CSI, CTL, FIP. Ma non scocca la scintilla, anzi a scoccare è il mio ginocchio che mi induce a lasciar perdere a favore dell'università.
A 20 anni nel frattempo mi ero ritrovato per autentico caso e senza volerlo con un patentino di allenatore in mano, sfruttando raccomandazioni e scandali annessi in una settimana a Bormio, ma soprattutto la riforma della distribuzione dei patentini che venivano letteralmente regalati quell'estate con una sorta di condono-piazza pulita.
Mi chiama il mio amico Umberto che stava gestendo dietro le quinte il delicato momento del basket femminile a Varese (Si Viaggi, con smembramento del settore giovanile). Vagano una decina di ragazze dai 17 ai 20 anni che non si sa dove piazzare e nasce così dal nulla una piccola squadra FIP, a me affidata.
Panico. Primo anno difficilissimo, inesperienza totale, improvvisazione, obbligo di bussare per entrare in spogliatoio, rapporto ambiguo con alcune ragazze, tanti errori, qualche lamentela dei genitori, ma solida metà classifica. Secondo anno piazzo la mandrakata: sfruttando i miei giri universitari, convinco due ragazze Erasmus dalla Polonia ad unirsi a noi. Play imprendibile una, centrone dominante l'altra. E' promozione!
L'anno dopo la squadra viene smembrata, le tre più forti vanno in B1, le meno forti si spostano per studio o lavoro o smettono, le polacche tornano in Polonia. Lo scopo della squadra era stato raggiunto, i diritti vengono ceduti e finisce la mia breve parentesi da coach, con un ricordo splendido di queste ragazze: molte di loro avevano come priorità quella di intensificare gli allenamenti verso primavera non per la fase cruciale della stagione ma per superare la prova bikini in vista dell'estate, ma il rapporto magnetico e di complicità che si può creare tra coach maschio e giocatrici femmine è qualcosa che consiglierei a tutti.
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Aggiornamento 2008:
Ho giocato poi due anni in promozione, ma a Febbraio il mio tendine d'Achille ha detto "no, grazie" e si è rotto per un 85% abbondante mentre rientravo in difesa correndo all'indietro (non fatelo mai!).
Non mi sono operato ed ho appena ricevuto l'ok per tornare a tutti gli effetti a giocare (la caviglia è il doppio dell'altra, il polpaccio è la metà), ma l'anno prossimo accetto l'offerta di amici per un campionato tranquillo tra gli amatori, in attesa di vedere se sono ufficialmente un ex giocatore come molto probabile e quindi destinato a rimanere a lungo nel CSI.