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Re: Profondo Baseball
- lephio
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Re: Profondo Baseball
dai redazione! fatene uno alla settimana!!!
anche trascrivendo/ascoltando dagli usa..
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Pixi89
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Re: Profondo Baseball
Questo lo avevo preso da questo forum e postato in un altro.. lo metto qui perchè non so quale sia il topic originario e mi sembra adatto...
108. Chiedete a un ragazzino americano cosa gli fa venire in mente questo numero, 108. Ci sono 108 cuciture in una palla da baseball. Lo sanno anche gli stones, in America. E dategliela in mano questa palla con le sue 108 cuciture, al ragazzino americano, e ditegli di lanciarla. Il ragazzino la prende con tre dita pollice, indice e medio e la tira così. Non con tutta la mano, solo i ragazzini stranieri appena arrivati in America lanciano una palla con tutte le dita. Gli americani pensano che la loro giovane cultura abbia prodotto tre cose imbattibili: la costituzione, il jazz, e il baseball. "Vedo cose straordinarie nel baseball. È il nostro sport, lo sport americano. Fa uscire la gente di casa, le riempie i polmoni, dà alla gente un nuovo eroismo fisico. Ci solleva dalle nostre nevrosi. Ripara i nostri guai, ed è una benedizione". Questo era Walt Whitman, poeta, americano. Per noi ignoranti, quello di "O capitano, mio capitano", i versi dell'"Attimo fuggente" con Robin Williams.
C'è questo grande romanzo, si chiama "Underworld". Molti dicono che sia il più grande romanzo americano. Lo ha scritto uno che si chiama Don DeLillo, uno bravo. Tutto il primo capitolo è il racconto formidabile e tesissimo della partita tra New York Giants e Brooklyn Dodgers. Un derby. Adesso non ci sono più, nessuna delle due squadre. O meglio. In America succede questa cosa, impensabile a noialtri quaggiù, che le squadre cambiano città. Lo fanno per motivi economici, perché c'è una città dove verrebbero più tifosi allo stadio, dove ci sarebbero maggiori investimenti, cose così. Nel 1957 non c'erano squadre forti in California e ce n'erano troppe a New York, la capitale del baseball. In un anno solo Giants e Dodgers se ne andarono a San Francisco e Los Angeles, nuovi stadi moderni, nuove folle, nuovi soldi, nuova geografia del baseball. A New York restarono gli Yankees, e una nuova seconda squadra, i Mets, arrivò cinque anni dopo: da allora sono i cugini poveri ma hanno vinto un campionato e l'anno scorso sono arrivati a giocare le finali contro i rivali cittadini, perdendo. Le chiamano le Subway Series, le partite della metropolitana, perché per le trasferte dallo stadio di una squadra a quello dell'altra basta una linea della metropolitana.
Comunque, quando le due squadre abbandonarono New York ci fu una mezza insurrezione, soprattutto a Brooklyn dove i Dodgers erano un'istituzione. L'allora proprietario della squadra Walter O'Malley, responsabile del trasloco, divenne uno degli uomini più proverbialmente odiati della storia di New York. Ma nel 1951 le tre squadre erano ancora tutte là, i tre stadi nel giro di pochi chilometri. Gli Yankees avevano vinto la loro lega e Dodgers e Giants dovevano giocarsi l'altro posto per le finali. Una questione cittadina. E la partita finale di quello spareggio bloccò la città. Jackie Robinson, il primo nero ad aver giocato nella Major League fece entrare un punto. Poi i Giants pareggiarono, ma i Dodgers arrivarono a condurre quattro uno all'ultimo inning.
un'apoteosi, che non lo vedi spesso per niente.
Quindi se all'ultimo inning stai di sotto 4 a 1, sei nei guai. E i Giants erano nei guai neri, la partita data per finita quando Bobby Thomson va a battere. Ma il baseball è lo sport in cui non è mai finita, in cui chiunque ha sempre un'occasione, come in America. "Non è un bel lancio da battere, alto e interno, ma Thomson ruota su se stesso e colpisce la palla con un colpo fortissimo dall'alto in basso e tutti, trutti, stanno a guardare". Questo è DeLillo che racconta. Quel giorno, quel momento restò leggendario per i newyorkesi. Thomson fece un Grand Slam per il rotto della cuffia e i Giants ribaltarono il risultato nel modo più spettacolare. "Tutti si ricordano dov'erano quando Bobby Thomson fece quel fuoricampo".
Una cosa simile è capitata di nuovo il mese scorso, nella quarta partita delle finali tra gli Yankees e gli Arizona Diamondbacks. Sotto per tre a uno, davanti ai 56 mila dello Yankee Stadium, la squadra di casa ha infilato due fuoricampo al nono inning e al secondo supplementare e ha ribaltato una partita decisiva. È venuto giù lo stadio, e la città. Si fa per dire, che lo Yankee Stadium non farà la fine dei suoi storici predecessori cittadini, demoliti cinquant'anni fa. È un mito sportivo, si trova nel Bronx proprio di là dell'Hudson e venne costruito nel 1923 per un semplice motivo, che cominciava con "Babe" e finiva con "Ruth". Il più grande giocatore della storia del baseball, che portò alla partita talmente tanta gente da convincere i proprietari della squadra a edificare uno stadio nuovo.
Di recente un giornalista del Chicago Tribune ha stilato una lista delle cose che hanno reso grande la cultura americana, a proposito di scontro di civiltà eccetera. Una trentina di momenti storici, capolavori, successi, eventi, opere. Tra questi, due riguardano il baseball. Uno è il discorso d'addio di Lou Gehrig, il più grande prima base della storia, anche lui uno Yankee, soprannominato "cavallo d'acciaio" perché gioco una serie interminabile di partite consecutive senza venir fermato mai da niente, né un acciacco, né una stanchezza, per 14 anni filati. Lo fermò la sclerosi laterale amiotrofica, malattia da allora nota come morbo di Gehrig, che lo uccise a 38 anni. Lasciò il baseball con una cerimonia commovente allo Yankee Stadium: "Sapete che sto avendo un brutto periodo. Ma lasciate che vi dica che con questi compagni, questi fans, e questa famiglia, io mi ritengo l'uomo più fortunato del mondo".
L'altra citazione è per il fuoricampo di Robert Redford che conclude "Il migliore", uno dei due miglior film di baseball. L'altro "L'idolo delle folle" racconta la storia di Gehrig, interpretato da Gary Cooper. Il discorso d'apertura di un altro film, più debole, che si chiama "Bull Durham" è invece questo: "Io credo nella religione del baseball. Ho provato tutte le fedi maggiori e molte delle minori. Ho creduto in Buddah, Allah, Brama, Visnù, Shiva, negli alberi, nei funghi e in Isadora Duncan. Le ho provate tutte, davvero, e la sola fede che davvero nutre l'anima, giorno dopo giorno, è quella nel baseball".
Quest'anno il campionato è finito a novembre invece che a ottobre, per la prima volta nella storia. Tutto per colpa di bin Laden. Nei giorni dopo la strage di New York il campionato si fermò e il calendario slittò di una settimana. Così Derek Jeter, che è stato il primo uomo a battere un fuoricampo a novembre, quattro minuti dopo la mezzanotte del primo del mese, è stato ribattezzato mister November (Reggie Jackson, un giocatore che dava il meglio di sé nelle finali era noto come mr. October). La partita era quella in cui il presidente Bush ha voluto sfidare il rischio attentati e andare a lanciare la simbolica palla inaugurale, sotto il pennone su cui sventolava la bandiera lacera a stelle e strisce recuperata tra le macerie delle twin towers. Tempi cambiati, nel 1969 allo Shea Stadium dei Mets si era deciso di tenere la bandiera a mezz'asta, tanto era diffusa la contestazione alla guerra in Vietnam. All'ultimo momento fu issata al suo posto per la protesta di un gruppo di veterani feriti in guerra, ma al reverendo Billy Graham fu sottratto il previsto lancio inaugurale per il suo sostegno dichiarato al presidente Nixon.
Così è andata la storia degli Stati Uniti, passata tutta per i campi da baseball, i "diamanti". Questo è Donald Hall, scrittore: "Sapete quando volate in aereo da una costa all'altra, e guardate giù e vedete tutti quei piccoli diamanti dappertutto? Beh, ogni volta che ne vedo uno, il mio cuore è là. E so che laggiù non riesco a vedere le case e quasi nemmeno le strade qualcuno sta giocando al gioco che tutti noi amiamo".
108. Le 108 cuciture, e le statistiche infinite e i record, e i cappellini, e le figurine, e gli eroi: l'epica e la mistica del baseball sono sopravvissute all'attacco di basket e football, sport più televisivi, più fisici, più moderni. È una fede, appunto. "La gente mi chiede cosa faccio d'inverno, quando il campionato è fermo", disse una volta, ottant'anni fa, Rogers Horsnby dei Saint Louis Cardinals. "Beh, ve lo dico, cosa faccio: guardo fuori dalla finestra e aspetto la primavera".
108. Chiedete a un ragazzino americano cosa gli fa venire in mente questo numero, 108. Ci sono 108 cuciture in una palla da baseball. Lo sanno anche gli stones, in America. E dategliela in mano questa palla con le sue 108 cuciture, al ragazzino americano, e ditegli di lanciarla. Il ragazzino la prende con tre dita pollice, indice e medio e la tira così. Non con tutta la mano, solo i ragazzini stranieri appena arrivati in America lanciano una palla con tutte le dita. Gli americani pensano che la loro giovane cultura abbia prodotto tre cose imbattibili: la costituzione, il jazz, e il baseball. "Vedo cose straordinarie nel baseball. È il nostro sport, lo sport americano. Fa uscire la gente di casa, le riempie i polmoni, dà alla gente un nuovo eroismo fisico. Ci solleva dalle nostre nevrosi. Ripara i nostri guai, ed è una benedizione". Questo era Walt Whitman, poeta, americano. Per noi ignoranti, quello di "O capitano, mio capitano", i versi dell'"Attimo fuggente" con Robin Williams.
C'è questo grande romanzo, si chiama "Underworld". Molti dicono che sia il più grande romanzo americano. Lo ha scritto uno che si chiama Don DeLillo, uno bravo. Tutto il primo capitolo è il racconto formidabile e tesissimo della partita tra New York Giants e Brooklyn Dodgers. Un derby. Adesso non ci sono più, nessuna delle due squadre. O meglio. In America succede questa cosa, impensabile a noialtri quaggiù, che le squadre cambiano città. Lo fanno per motivi economici, perché c'è una città dove verrebbero più tifosi allo stadio, dove ci sarebbero maggiori investimenti, cose così. Nel 1957 non c'erano squadre forti in California e ce n'erano troppe a New York, la capitale del baseball. In un anno solo Giants e Dodgers se ne andarono a San Francisco e Los Angeles, nuovi stadi moderni, nuove folle, nuovi soldi, nuova geografia del baseball. A New York restarono gli Yankees, e una nuova seconda squadra, i Mets, arrivò cinque anni dopo: da allora sono i cugini poveri ma hanno vinto un campionato e l'anno scorso sono arrivati a giocare le finali contro i rivali cittadini, perdendo. Le chiamano le Subway Series, le partite della metropolitana, perché per le trasferte dallo stadio di una squadra a quello dell'altra basta una linea della metropolitana.
Comunque, quando le due squadre abbandonarono New York ci fu una mezza insurrezione, soprattutto a Brooklyn dove i Dodgers erano un'istituzione. L'allora proprietario della squadra Walter O'Malley, responsabile del trasloco, divenne uno degli uomini più proverbialmente odiati della storia di New York. Ma nel 1951 le tre squadre erano ancora tutte là, i tre stadi nel giro di pochi chilometri. Gli Yankees avevano vinto la loro lega e Dodgers e Giants dovevano giocarsi l'altro posto per le finali. Una questione cittadina. E la partita finale di quello spareggio bloccò la città. Jackie Robinson, il primo nero ad aver giocato nella Major League fece entrare un punto. Poi i Giants pareggiarono, ma i Dodgers arrivarono a condurre quattro uno all'ultimo inning.
un'apoteosi, che non lo vedi spesso per niente.
Quindi se all'ultimo inning stai di sotto 4 a 1, sei nei guai. E i Giants erano nei guai neri, la partita data per finita quando Bobby Thomson va a battere. Ma il baseball è lo sport in cui non è mai finita, in cui chiunque ha sempre un'occasione, come in America. "Non è un bel lancio da battere, alto e interno, ma Thomson ruota su se stesso e colpisce la palla con un colpo fortissimo dall'alto in basso e tutti, trutti, stanno a guardare". Questo è DeLillo che racconta. Quel giorno, quel momento restò leggendario per i newyorkesi. Thomson fece un Grand Slam per il rotto della cuffia e i Giants ribaltarono il risultato nel modo più spettacolare. "Tutti si ricordano dov'erano quando Bobby Thomson fece quel fuoricampo".
Una cosa simile è capitata di nuovo il mese scorso, nella quarta partita delle finali tra gli Yankees e gli Arizona Diamondbacks. Sotto per tre a uno, davanti ai 56 mila dello Yankee Stadium, la squadra di casa ha infilato due fuoricampo al nono inning e al secondo supplementare e ha ribaltato una partita decisiva. È venuto giù lo stadio, e la città. Si fa per dire, che lo Yankee Stadium non farà la fine dei suoi storici predecessori cittadini, demoliti cinquant'anni fa. È un mito sportivo, si trova nel Bronx proprio di là dell'Hudson e venne costruito nel 1923 per un semplice motivo, che cominciava con "Babe" e finiva con "Ruth". Il più grande giocatore della storia del baseball, che portò alla partita talmente tanta gente da convincere i proprietari della squadra a edificare uno stadio nuovo.
Di recente un giornalista del Chicago Tribune ha stilato una lista delle cose che hanno reso grande la cultura americana, a proposito di scontro di civiltà eccetera. Una trentina di momenti storici, capolavori, successi, eventi, opere. Tra questi, due riguardano il baseball. Uno è il discorso d'addio di Lou Gehrig, il più grande prima base della storia, anche lui uno Yankee, soprannominato "cavallo d'acciaio" perché gioco una serie interminabile di partite consecutive senza venir fermato mai da niente, né un acciacco, né una stanchezza, per 14 anni filati. Lo fermò la sclerosi laterale amiotrofica, malattia da allora nota come morbo di Gehrig, che lo uccise a 38 anni. Lasciò il baseball con una cerimonia commovente allo Yankee Stadium: "Sapete che sto avendo un brutto periodo. Ma lasciate che vi dica che con questi compagni, questi fans, e questa famiglia, io mi ritengo l'uomo più fortunato del mondo".
L'altra citazione è per il fuoricampo di Robert Redford che conclude "Il migliore", uno dei due miglior film di baseball. L'altro "L'idolo delle folle" racconta la storia di Gehrig, interpretato da Gary Cooper. Il discorso d'apertura di un altro film, più debole, che si chiama "Bull Durham" è invece questo: "Io credo nella religione del baseball. Ho provato tutte le fedi maggiori e molte delle minori. Ho creduto in Buddah, Allah, Brama, Visnù, Shiva, negli alberi, nei funghi e in Isadora Duncan. Le ho provate tutte, davvero, e la sola fede che davvero nutre l'anima, giorno dopo giorno, è quella nel baseball".
Quest'anno il campionato è finito a novembre invece che a ottobre, per la prima volta nella storia. Tutto per colpa di bin Laden. Nei giorni dopo la strage di New York il campionato si fermò e il calendario slittò di una settimana. Così Derek Jeter, che è stato il primo uomo a battere un fuoricampo a novembre, quattro minuti dopo la mezzanotte del primo del mese, è stato ribattezzato mister November (Reggie Jackson, un giocatore che dava il meglio di sé nelle finali era noto come mr. October). La partita era quella in cui il presidente Bush ha voluto sfidare il rischio attentati e andare a lanciare la simbolica palla inaugurale, sotto il pennone su cui sventolava la bandiera lacera a stelle e strisce recuperata tra le macerie delle twin towers. Tempi cambiati, nel 1969 allo Shea Stadium dei Mets si era deciso di tenere la bandiera a mezz'asta, tanto era diffusa la contestazione alla guerra in Vietnam. All'ultimo momento fu issata al suo posto per la protesta di un gruppo di veterani feriti in guerra, ma al reverendo Billy Graham fu sottratto il previsto lancio inaugurale per il suo sostegno dichiarato al presidente Nixon.
Così è andata la storia degli Stati Uniti, passata tutta per i campi da baseball, i "diamanti". Questo è Donald Hall, scrittore: "Sapete quando volate in aereo da una costa all'altra, e guardate giù e vedete tutti quei piccoli diamanti dappertutto? Beh, ogni volta che ne vedo uno, il mio cuore è là. E so che laggiù non riesco a vedere le case e quasi nemmeno le strade qualcuno sta giocando al gioco che tutti noi amiamo".
108. Le 108 cuciture, e le statistiche infinite e i record, e i cappellini, e le figurine, e gli eroi: l'epica e la mistica del baseball sono sopravvissute all'attacco di basket e football, sport più televisivi, più fisici, più moderni. È una fede, appunto. "La gente mi chiede cosa faccio d'inverno, quando il campionato è fermo", disse una volta, ottant'anni fa, Rogers Horsnby dei Saint Louis Cardinals. "Beh, ve lo dico, cosa faccio: guardo fuori dalla finestra e aspetto la primavera".
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joesox
Re: Profondo Baseball
Forse hai ragione, ma...siamo tutti italiani!Pablets wrote: Bellissima la storia!soprattutto come dice lephio bellissimo conoscere le sensazioni provate dai giocatori in quei momenti!
Quel "italiani" è riferito anche a Lou? Perchè da quanto so ha origini spagnole non italiane![]()
Lephio, tempo tempo tempo...
Pixi89...questo e' il topic perfetto.
- lephio
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Re: Profondo Baseball
Il mitico Mirabelli Waived. Curt scrive due righe:
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In the 20 years since I was first called up to the big leagues I’ve played with exactly 2 players who’s presence in the clubhouse carried onto the field. Darren Daulton in Philadelphia, and Doug Mirabelli here in Boston.
Very few players have that ability, and when they have it you know it. 4am landing in Toronto after a sweep, quiet plane, get on the bus for the 40 minute ride to the hotel, dead silence and everyone is wiped. By the time you got to the hotel the entire bus was laughing and the day was behind you. It’s a gift and Doug had it in spades.
He’ll be the first to admit he wasn’t a challenger for the batting title, or a gold glover, but he had a specific job and he was pretty damn good at it.
The hard part of talking about a friend and teammate in this situation is that he is replaced by someone that is now a friend and teammate. Who ever that is, he’ll fit in fine, but the personal side of this is always the worst
He was one of the better friends in all of baseball and I’ll miss him immensely. I know I am not speaking for myself either.
In this market with all that goes on off the field guys like Doug have so much value beyond the 100 or so ABs they get each year, but people can’t quantify that, and many dismiss it.
Your race, religion, background, none of that mattered to Doug, he could and did relate to everyone and was a HUGE piece of the puzzle here over the past 5 years I’ve been here.
To say it was a shock to us would be grossly understating the impact. Guys were still shellshocked today.
By the way Douggie, Youk had a yummy yummy hand in cribbage today, just wanted to pass that along.
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Quanto adoro Wakefield, tanto adoro Mirabelli. E soprattutto la rincorsa a Doug dopo le 10 PB di Bard..
grande Douggie!!
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In the 20 years since I was first called up to the big leagues I’ve played with exactly 2 players who’s presence in the clubhouse carried onto the field. Darren Daulton in Philadelphia, and Doug Mirabelli here in Boston.
Very few players have that ability, and when they have it you know it. 4am landing in Toronto after a sweep, quiet plane, get on the bus for the 40 minute ride to the hotel, dead silence and everyone is wiped. By the time you got to the hotel the entire bus was laughing and the day was behind you. It’s a gift and Doug had it in spades.
He’ll be the first to admit he wasn’t a challenger for the batting title, or a gold glover, but he had a specific job and he was pretty damn good at it.
The hard part of talking about a friend and teammate in this situation is that he is replaced by someone that is now a friend and teammate. Who ever that is, he’ll fit in fine, but the personal side of this is always the worst
He was one of the better friends in all of baseball and I’ll miss him immensely. I know I am not speaking for myself either.
In this market with all that goes on off the field guys like Doug have so much value beyond the 100 or so ABs they get each year, but people can’t quantify that, and many dismiss it.
Your race, religion, background, none of that mattered to Doug, he could and did relate to everyone and was a HUGE piece of the puzzle here over the past 5 years I’ve been here.
To say it was a shock to us would be grossly understating the impact. Guys were still shellshocked today.
By the way Douggie, Youk had a yummy yummy hand in cribbage today, just wanted to pass that along.
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Quanto adoro Wakefield, tanto adoro Mirabelli. E soprattutto la rincorsa a Doug dopo le 10 PB di Bard..
grande Douggie!!
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joesox
Re: Profondo Baseball
La metto pure qui.
Doug Mirabelli fu acquistato dai Texas Rangers il 12 giugno 2001 quando Varitek si ruppe il gomito. I Red Sox cedettero Justin Duscherer.
Con i Red Sox vinse le World Series nel 2004 e divenne free agent alla fine della stagione. Rifirmò con i Red Sox per il 2005. Il 7 dicembre 2005 fu mandato a San Diego per Mark Loretta. Al successivo ST, quello del 2006, Josh Bard (ed altri) si allenarono a prendere la knuckleball di Tim Wakefield. Alla fine Bard vinse il posto da titolare, ma non andò bene. Per un motivo o per l’altro tra palle mancate, lanci pazzi e basi rubate le partite di Wakes erano diventato un rischio. Ed in città stavano arrivando gli Yankees e Theo Epstein corse ai ripari riacquistando Mirabelli.
http://www.playitusa.com/articolo.php?id=4255
Una folle corsa a Fenway, un tuffo e Wakes era salvo.
Per riportarlo a Boston partirono per la West Coast Bard ed un rilievo, Cla Meredith che diventerà un fenomenale setup man per i Padres.
Questa volta la differenza è che Mirabelli se ne va alla fine dello ST quando si è appurato, o almeno spero, che le velenose palle fluttuanti di Wakes riesce a prenderle qualcun’altro.
Importante differenza.
Anche perchè questa volta la mossa costa soldi (che i Red Sox hanno) e non giocatori, che sono preziosi per tutti, specialmente due prospetti come lo erano Bard e Meredith, ancora non del tutto testati a livello di MLB.
Mirabelli potrebbe anche non trovare altra sistemazione per il 2008.
Dal 1996 al 2000 ha giocato con i Giants, nel 2001 ha iniziato la stagione con i Rangers per poi finire appunto a Boston.
In quasi 7 anni a Boston ha vinto due World Series.
Su 347 tentativi di rubata ne ha colti 83 (24%)
Il miglior anno fu il 2002 quando colse il 34% dei rubanti.
Il 16 agosto 2001 giocarono contro Seattle e il nuovo manager dei Red Sox, Joe Kerrigan, fresco di nomina (Jimy Williams era stato licenziato in mattinata) aveva messo in panca Scott Hatteberg per fare di Mirabelli il catcher titolare.
La partita, quel caldo ed umido giovedi sera, inizò così:
MARINERS 1ST: (David Cone pitching) Suzuki singled to center; Suzuki was caught stealing second (catcher to shortstop);
McLemore walked; McLemore was caught stealing second (catcher to second);
Ed io avevo già perso la voce.
Ero seduto nel grandstand del campo sinistro.
Cone-Mirabelli la battery ed Ichiro al piatto – non male come primo at bat.
Mirabellissimo.
Spero che un giorno tu scriva un libro perchè credo tu abbia tante da raccontare.
Lo so che è un business.
Ci sono scelte da prendere, ma pur sempre uomini sono.
Ciao Doug!
...ed aggiungo - il giorno che Wakes smetterà...non voglio neppure pensarci
Doug Mirabelli fu acquistato dai Texas Rangers il 12 giugno 2001 quando Varitek si ruppe il gomito. I Red Sox cedettero Justin Duscherer.
Con i Red Sox vinse le World Series nel 2004 e divenne free agent alla fine della stagione. Rifirmò con i Red Sox per il 2005. Il 7 dicembre 2005 fu mandato a San Diego per Mark Loretta. Al successivo ST, quello del 2006, Josh Bard (ed altri) si allenarono a prendere la knuckleball di Tim Wakefield. Alla fine Bard vinse il posto da titolare, ma non andò bene. Per un motivo o per l’altro tra palle mancate, lanci pazzi e basi rubate le partite di Wakes erano diventato un rischio. Ed in città stavano arrivando gli Yankees e Theo Epstein corse ai ripari riacquistando Mirabelli.
http://www.playitusa.com/articolo.php?id=4255
Una folle corsa a Fenway, un tuffo e Wakes era salvo.
Per riportarlo a Boston partirono per la West Coast Bard ed un rilievo, Cla Meredith che diventerà un fenomenale setup man per i Padres.
Questa volta la differenza è che Mirabelli se ne va alla fine dello ST quando si è appurato, o almeno spero, che le velenose palle fluttuanti di Wakes riesce a prenderle qualcun’altro.
Importante differenza.
Anche perchè questa volta la mossa costa soldi (che i Red Sox hanno) e non giocatori, che sono preziosi per tutti, specialmente due prospetti come lo erano Bard e Meredith, ancora non del tutto testati a livello di MLB.
Mirabelli potrebbe anche non trovare altra sistemazione per il 2008.
Dal 1996 al 2000 ha giocato con i Giants, nel 2001 ha iniziato la stagione con i Rangers per poi finire appunto a Boston.
In quasi 7 anni a Boston ha vinto due World Series.
Su 347 tentativi di rubata ne ha colti 83 (24%)
Il miglior anno fu il 2002 quando colse il 34% dei rubanti.
Il 16 agosto 2001 giocarono contro Seattle e il nuovo manager dei Red Sox, Joe Kerrigan, fresco di nomina (Jimy Williams era stato licenziato in mattinata) aveva messo in panca Scott Hatteberg per fare di Mirabelli il catcher titolare.
La partita, quel caldo ed umido giovedi sera, inizò così:
MARINERS 1ST: (David Cone pitching) Suzuki singled to center; Suzuki was caught stealing second (catcher to shortstop);
McLemore walked; McLemore was caught stealing second (catcher to second);
Ed io avevo già perso la voce.
Ero seduto nel grandstand del campo sinistro.
Cone-Mirabelli la battery ed Ichiro al piatto – non male come primo at bat.
Mirabellissimo.
Spero che un giorno tu scriva un libro perchè credo tu abbia tante da raccontare.
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Re: Profondo Baseball
sarebbe bellissimo che mirabelli, visto il cognome, venisse un pò in italia.. se succedesse io fondo subito il fan club.
-
dicmod
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Re: Profondo Baseball
L'ho postato anche in Baseball Italiano ma sarebbe qui la vera casa di quest'articolo lo so che è contro regolamento ma così vi uppo anche un pò questo bel Topic:
Splendori e miserie del gioco del baseball
Cinghiali in campo, un generale cubano in panchina, giocatori figli dei figli dei fiori. La storia da romanzo popolare delle Api sognanti di Avigliana
di Ugo Splendore
La partita in notturna è calda, non solo perché è estate piena. Il lanciatore di Codogno fissa il battitore di casa, poi dà un'occhiata a destra e una a sinistra. E da quel lato si impietrisce: o ha le allucinazioni, o vede qualcosa che non ha mai visto prima su un campo da baseball. Cinghiali. Una mamma e tre cuccioli. Un'invasione di campo che pochi al mondo possono permettersi. Giocatori increduli, arbitri attoniti. Il pubblico ci mette un po' a realizzare, il tempo di vedere sfumare la famigliola con i suoi titoli di coda nel buio del bosco che attornia il campo da baseball di Avigliana, città di transito con due laghi tascabili all'imbocco di quella Terra di Mezzo che è la valle di Susa. E' successo in un quinto inning di quasi tre anni fa. Quella stessa sera, all'ottava ripresa, da Santo Domingo arriva la telefonata all'idolo straniero della squadra di casa, Jordano Collado: «Senti, brutte notizie, è morto tuo padre». Lui continua a giocare, in fondo il baseball è patria e consolazione. I cinghiali lo hanno fatto ridere e poco dopo la vita è andata a proporgli un altro menù.
Notti così, assommate a tanti altri esami e a trasferte fino in Sicilia, hanno ammucchiato ad Avigliana, in tutta la loro incomprensibile alternanza di enfasi e crudeltà, splendori e miserie del gioco del baseball di provincia. Gli aneddoti e le statistiche dicono che ne sono successe di tutti i colori in questa riserva indiana dove non ci sono recinzioni abbastanza forti da resistere ai sogni e ai cinghiali. Forse perché Avigliana è un borgo molto atipico nello sport tra i meno considerati d'Italia, così snobbato che se un giorno scomparisse ce ne accorgeremmo a malapena. La squadra, soprannome Le Api, ha iniziato da un mese il campionato di serie A2 nel quale è caduta dopo la retrocessione dalla A1. Ha toccato il cielo. E il cielo l'ha rispedita in terra, non dopo averle riconosciuto di aver spodestato dal trono Torino ed essere diventata la società leader del depresso nord-ovest italiano. La serie A2 è l'arnia più adatta alle Api. Costa meno ed è più pane-e-salame.
E' in questo limbo che l'Avigliana ha visto completarsi la sua storia da romanzo popolare iniziata quarant'anni fa, quando un tipo del paese a un certo punto decide di andare a vedere l'America. E tra le cose che vede, tra Kerouac e Malcolm X, c'è il baseball. Quando torna a casa, in valigia mette una mazza, un guantone, una palla e soprattutto un gioco che nessuno sa bene cosa sia, sa solo che è una di quelle cose americane che fuori dall'America evaporano. Però qualcuno che provi a colpire la palla in un prato libero degli anni '70 bene o male si trova. Il baseball aggrega, fa gruppo, e poi il gruppo diventa squadra e appena le squadre si moltiplicano il gioco diventa sport. Quando diventa sport, servono i campi. Il comune assegna al club un terreno strappato a paludi degne del rognoso Texas orientale. Il problema è che in mezzo c'è un pietrone che andrebbe fatto saltare. E' marzo e il campionato sta per iniziare ma il comune dice che i permessi arriveranno con le renne. Così una notte Avigliana viene destata da un'esplosione. Dinamite. I carabinieri indagano ma non risalgono ai responsabili. Alla fine il caso viene archiviato più o meno così: il pietrone si è suicidato. E intanto si gioca, il campo è già un bazar di sogni e di sacrifici.
Il baseball ricava popolarità. La politica, che arriva su un treno di seconda mano da Torino, corteggia i peones. Si comincia a dire: il calcio è di destra, il baseball è di sinistra. I figli dei fiori non rifilano calci a un pallone ma mazzate a una pallina, che spesso finisce nel granoturco e bisogna prendere una settimana di ferie per cercarla. Si gioca per il divertimento e per rimorchiare. Succede che anche le ragazze si mettono a giocare a baseball, cioè a softball. Ed è fatta. Diverse famiglie di Avigliana sono figlie di storie d'amore nate tra un «batti e corri». E non pochi sono i figli d'arte che oggi giocano nelle giovanili.
Poi la storia accelera. A fine anni '70 l'Avigliana è in C2, poi soggiorna in C1 dove viene centrifugata più volte e infine trasloca in B a metà anni '90. La storia potrebbe finire qui. Ma un giorno si presenta un mago da Cuba, l'isola isolata cara a Hemingway e pazza per il beisbol. Mai viste le foto di Che Guevara mentre gioca con Fidel Castro? La divisa è stile yankee, ma il nome della squadra era un tuono: Barbudos. Il mago allenatore si chiama Gerardo Hernandez, detto il Generale, e ha un passato missilistico da lanciatore della nazionale. Il Generale in tre anni trasforma i giovani dilettanti aviglianesi in una macchina da guerra. Giocano un baseball aggressivo e spettacolare. La squadra inizia a vincere. Non una vittoria qua e là, per istinto di sopravvivenza. Sono 47 tacche di fila. Il Generale, che a volte parla con i toni patriottici di Fidel, non si risparmia: quando non allena i grandi, sistema i piccoli, i nuovi che avanzano. Diventa un totem, cosa che gli riesce facile con quel volto da indio.
Avigliana e la Terra di Mezzo si godono il loro tesoro. Alle partite, sul campo sventolano una accanto all'altra la bandiera americana e quella cubana, perché in rosa c'è pure un giocatore nato sotto le stelle e le strisce. Soldi, zero. Pubblico sugli spalti sempre poco. Giocatori e dirigenti tagliano l'erba e le mamme preparano i pranzi dopo-partita come in C2. C'è del mutuo soccorso perpetuo nella storia dell'Avigliana. Giornali e tv scoprono la riserva indiana. Nel 2001 Avigliana sale in A2, un traguardo che i fricchettoni di un tempo mai avrebbero sognato, nemmeno nelle sere in cui abbandonavano l'erba del campo per una pianta molto più divertente. Giocando in A2 si deve andare in giro per l'Italia e i soldi restano sempre quelli di una squadra da dopolavoro. Per le trasferte autobus, pranzo al sacco e niente albergo. Si fanno sacrifici bestiali. Le mazze di legno sono care. Quando ne spacchi una mentre piazzi un fantastico fuoricampo, il primo pensiero non è quanti punti fai, ma: merda, come faccio a comprarne un'altra?
I peones dell'Avigliana nel 2006 completano l'impresa: salgono in A1, anche senza il Generale che nel frattempo è tornato a Cuba tra le lacrime di tutti lasciando la panca a Gian Mario Costa, santone torinese del baseball. Si compie il miracolo di provincia: la squadretta che mette lo smoking e si presenta al tavolo delle grandi. Nettuno. Bologna. Grosseto. Ben più attrezzate e sostenute da sponsor milionari. L'Avigliana, di quel calibro, non ne ha. Il club va verso l'affondamento ancora prima di iniziare la stagione perché servono quasi 500mila euro. Poi dirigenti ed ex giocatori con una cordata di tasca propria salvano il sogno. Giocatori e tifosi sorridono perché la classe operaia va in paradiso. I baracchini del baseball vanno su RaiSport Sat. E i figli dei fiori, capelli grigi e visi segnati, vedono il sogno che avevano da ragazzini diventare realtà: i loro nipoti, i nipoti dei fiori, che corrono da una base all'altra inseguendo una cosa un tempo impossibile.
L'Avigliana tocca il suo Capo Nord. Prima ingaggiava giocatori Usa e getta, ora solo i latinos: Ecuador, Santo Domingo, Venezuela. I soldi si bruciano in fretta mentre sul diamante, durante gli allenamenti, girano salsa e merengue. Metà delle partite si giocano a Torino, dove c'è uno stadio da baseball con le tribune grandi e di cemento. Quelle di Avigliana sono piccole e in legno da castoro. Le Api precipitano nel finale e spariscono nel tritacarne del baseball italiano dove vincono solo i re di denari. Il destino di provincia, che punisce impietoso ogni passo più lungo della gamba, presenta un conto salato alle involontarie manie di grandezza dell'Avigliana.
Un conto insostenibile per il club del presidente Antonio Carbone, che ha iniziato il campionato di A2 vincendo quasi tutte le partite e seminando il panico in città: mica vorranno tornare in A1? E' molto probabile che in Italia di esperienze come Avigliana se ne contino diverse, un po' in tutti gli sport a rischio estinzione. Ognuna con la sua torbiera di sentimenti, la sua merce, i suoi cinghiali. Belle storie da raccontare, piccoli affreschi di integrazione razziale. Ma quanto è triste che di fronte ad ogni Avigliana uno sportivo e un appassionato si ritrovino a fare delle riflessioni amare. Tipo: possibile che nel nuovo, esuberante millennio un sogno degli anni '70 possa restare in vita solo grazie a uno sponsor pieno di zeri? Possibile che, nello sport di oggi, «poveri ma belli» sia un buon titolo ma che non porta da nessuna parte? E' naturale, ma soprattutto è giusto che certi sogni restino piccoli, e liberi, e invisibili?
il manifesto del 7 maggio
Splendori e miserie del gioco del baseball
Cinghiali in campo, un generale cubano in panchina, giocatori figli dei figli dei fiori. La storia da romanzo popolare delle Api sognanti di Avigliana
di Ugo Splendore
La partita in notturna è calda, non solo perché è estate piena. Il lanciatore di Codogno fissa il battitore di casa, poi dà un'occhiata a destra e una a sinistra. E da quel lato si impietrisce: o ha le allucinazioni, o vede qualcosa che non ha mai visto prima su un campo da baseball. Cinghiali. Una mamma e tre cuccioli. Un'invasione di campo che pochi al mondo possono permettersi. Giocatori increduli, arbitri attoniti. Il pubblico ci mette un po' a realizzare, il tempo di vedere sfumare la famigliola con i suoi titoli di coda nel buio del bosco che attornia il campo da baseball di Avigliana, città di transito con due laghi tascabili all'imbocco di quella Terra di Mezzo che è la valle di Susa. E' successo in un quinto inning di quasi tre anni fa. Quella stessa sera, all'ottava ripresa, da Santo Domingo arriva la telefonata all'idolo straniero della squadra di casa, Jordano Collado: «Senti, brutte notizie, è morto tuo padre». Lui continua a giocare, in fondo il baseball è patria e consolazione. I cinghiali lo hanno fatto ridere e poco dopo la vita è andata a proporgli un altro menù.
Notti così, assommate a tanti altri esami e a trasferte fino in Sicilia, hanno ammucchiato ad Avigliana, in tutta la loro incomprensibile alternanza di enfasi e crudeltà, splendori e miserie del gioco del baseball di provincia. Gli aneddoti e le statistiche dicono che ne sono successe di tutti i colori in questa riserva indiana dove non ci sono recinzioni abbastanza forti da resistere ai sogni e ai cinghiali. Forse perché Avigliana è un borgo molto atipico nello sport tra i meno considerati d'Italia, così snobbato che se un giorno scomparisse ce ne accorgeremmo a malapena. La squadra, soprannome Le Api, ha iniziato da un mese il campionato di serie A2 nel quale è caduta dopo la retrocessione dalla A1. Ha toccato il cielo. E il cielo l'ha rispedita in terra, non dopo averle riconosciuto di aver spodestato dal trono Torino ed essere diventata la società leader del depresso nord-ovest italiano. La serie A2 è l'arnia più adatta alle Api. Costa meno ed è più pane-e-salame.
E' in questo limbo che l'Avigliana ha visto completarsi la sua storia da romanzo popolare iniziata quarant'anni fa, quando un tipo del paese a un certo punto decide di andare a vedere l'America. E tra le cose che vede, tra Kerouac e Malcolm X, c'è il baseball. Quando torna a casa, in valigia mette una mazza, un guantone, una palla e soprattutto un gioco che nessuno sa bene cosa sia, sa solo che è una di quelle cose americane che fuori dall'America evaporano. Però qualcuno che provi a colpire la palla in un prato libero degli anni '70 bene o male si trova. Il baseball aggrega, fa gruppo, e poi il gruppo diventa squadra e appena le squadre si moltiplicano il gioco diventa sport. Quando diventa sport, servono i campi. Il comune assegna al club un terreno strappato a paludi degne del rognoso Texas orientale. Il problema è che in mezzo c'è un pietrone che andrebbe fatto saltare. E' marzo e il campionato sta per iniziare ma il comune dice che i permessi arriveranno con le renne. Così una notte Avigliana viene destata da un'esplosione. Dinamite. I carabinieri indagano ma non risalgono ai responsabili. Alla fine il caso viene archiviato più o meno così: il pietrone si è suicidato. E intanto si gioca, il campo è già un bazar di sogni e di sacrifici.
Il baseball ricava popolarità. La politica, che arriva su un treno di seconda mano da Torino, corteggia i peones. Si comincia a dire: il calcio è di destra, il baseball è di sinistra. I figli dei fiori non rifilano calci a un pallone ma mazzate a una pallina, che spesso finisce nel granoturco e bisogna prendere una settimana di ferie per cercarla. Si gioca per il divertimento e per rimorchiare. Succede che anche le ragazze si mettono a giocare a baseball, cioè a softball. Ed è fatta. Diverse famiglie di Avigliana sono figlie di storie d'amore nate tra un «batti e corri». E non pochi sono i figli d'arte che oggi giocano nelle giovanili.
Poi la storia accelera. A fine anni '70 l'Avigliana è in C2, poi soggiorna in C1 dove viene centrifugata più volte e infine trasloca in B a metà anni '90. La storia potrebbe finire qui. Ma un giorno si presenta un mago da Cuba, l'isola isolata cara a Hemingway e pazza per il beisbol. Mai viste le foto di Che Guevara mentre gioca con Fidel Castro? La divisa è stile yankee, ma il nome della squadra era un tuono: Barbudos. Il mago allenatore si chiama Gerardo Hernandez, detto il Generale, e ha un passato missilistico da lanciatore della nazionale. Il Generale in tre anni trasforma i giovani dilettanti aviglianesi in una macchina da guerra. Giocano un baseball aggressivo e spettacolare. La squadra inizia a vincere. Non una vittoria qua e là, per istinto di sopravvivenza. Sono 47 tacche di fila. Il Generale, che a volte parla con i toni patriottici di Fidel, non si risparmia: quando non allena i grandi, sistema i piccoli, i nuovi che avanzano. Diventa un totem, cosa che gli riesce facile con quel volto da indio.
Avigliana e la Terra di Mezzo si godono il loro tesoro. Alle partite, sul campo sventolano una accanto all'altra la bandiera americana e quella cubana, perché in rosa c'è pure un giocatore nato sotto le stelle e le strisce. Soldi, zero. Pubblico sugli spalti sempre poco. Giocatori e dirigenti tagliano l'erba e le mamme preparano i pranzi dopo-partita come in C2. C'è del mutuo soccorso perpetuo nella storia dell'Avigliana. Giornali e tv scoprono la riserva indiana. Nel 2001 Avigliana sale in A2, un traguardo che i fricchettoni di un tempo mai avrebbero sognato, nemmeno nelle sere in cui abbandonavano l'erba del campo per una pianta molto più divertente. Giocando in A2 si deve andare in giro per l'Italia e i soldi restano sempre quelli di una squadra da dopolavoro. Per le trasferte autobus, pranzo al sacco e niente albergo. Si fanno sacrifici bestiali. Le mazze di legno sono care. Quando ne spacchi una mentre piazzi un fantastico fuoricampo, il primo pensiero non è quanti punti fai, ma: merda, come faccio a comprarne un'altra?
I peones dell'Avigliana nel 2006 completano l'impresa: salgono in A1, anche senza il Generale che nel frattempo è tornato a Cuba tra le lacrime di tutti lasciando la panca a Gian Mario Costa, santone torinese del baseball. Si compie il miracolo di provincia: la squadretta che mette lo smoking e si presenta al tavolo delle grandi. Nettuno. Bologna. Grosseto. Ben più attrezzate e sostenute da sponsor milionari. L'Avigliana, di quel calibro, non ne ha. Il club va verso l'affondamento ancora prima di iniziare la stagione perché servono quasi 500mila euro. Poi dirigenti ed ex giocatori con una cordata di tasca propria salvano il sogno. Giocatori e tifosi sorridono perché la classe operaia va in paradiso. I baracchini del baseball vanno su RaiSport Sat. E i figli dei fiori, capelli grigi e visi segnati, vedono il sogno che avevano da ragazzini diventare realtà: i loro nipoti, i nipoti dei fiori, che corrono da una base all'altra inseguendo una cosa un tempo impossibile.
L'Avigliana tocca il suo Capo Nord. Prima ingaggiava giocatori Usa e getta, ora solo i latinos: Ecuador, Santo Domingo, Venezuela. I soldi si bruciano in fretta mentre sul diamante, durante gli allenamenti, girano salsa e merengue. Metà delle partite si giocano a Torino, dove c'è uno stadio da baseball con le tribune grandi e di cemento. Quelle di Avigliana sono piccole e in legno da castoro. Le Api precipitano nel finale e spariscono nel tritacarne del baseball italiano dove vincono solo i re di denari. Il destino di provincia, che punisce impietoso ogni passo più lungo della gamba, presenta un conto salato alle involontarie manie di grandezza dell'Avigliana.
Un conto insostenibile per il club del presidente Antonio Carbone, che ha iniziato il campionato di A2 vincendo quasi tutte le partite e seminando il panico in città: mica vorranno tornare in A1? E' molto probabile che in Italia di esperienze come Avigliana se ne contino diverse, un po' in tutti gli sport a rischio estinzione. Ognuna con la sua torbiera di sentimenti, la sua merce, i suoi cinghiali. Belle storie da raccontare, piccoli affreschi di integrazione razziale. Ma quanto è triste che di fronte ad ogni Avigliana uno sportivo e un appassionato si ritrovino a fare delle riflessioni amare. Tipo: possibile che nel nuovo, esuberante millennio un sogno degli anni '70 possa restare in vita solo grazie a uno sponsor pieno di zeri? Possibile che, nello sport di oggi, «poveri ma belli» sia un buon titolo ma che non porta da nessuna parte? E' naturale, ma soprattutto è giusto che certi sogni restino piccoli, e liberi, e invisibili?
il manifesto del 7 maggio
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Re: Profondo Baseball
http://indianstopprospects.blogspot.com ... dream.html
Bellissimo ed interessantissimo articolo sul processo di rilascio dei giocatori (il cosiddetto taglio), le sua modalità e le ripercussioni sulla carriera di tre minor leaguer.
Stupisce la maturità di ragazzi di appena vent'anni e sono molto interessanti le procedure del taglio dei giocatori (cose tipo cartellino rosso del film "Major League")
Ciao
Bellissimo ed interessantissimo articolo sul processo di rilascio dei giocatori (il cosiddetto taglio), le sua modalità e le ripercussioni sulla carriera di tre minor leaguer.
Stupisce la maturità di ragazzi di appena vent'anni e sono molto interessanti le procedure del taglio dei giocatori (cose tipo cartellino rosso del film "Major League")
Ciao
"That's a clown question, bro."
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dicmod
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Re: Profondo Baseball
Ora mi hai messo la paura, adesso dopo lo slump che sto vivendo arrivo a casa e vedo che mia madre non mi ha lavato la biancheria e la divisa.webba2000 wrote: http://indianstopprospects.blogspot.com ... dream.html
Bellissimo ed interessantissimo articolo sul processo di rilascio dei giocatori (il cosiddetto taglio), le sua modalità e le ripercussioni sulla carriera di tre minor leaguer.
Stupisce la maturità di ragazzi di appena vent'anni e sono molto interessanti le procedure del taglio dei giocatori (cose tipo cartellino rosso del film "Major League")
Ciao
* Come hai reagito quando hai trovato il cassetto vuoto?
- Ho gridato "Mamma non mi hai lavato la divisa e oggi ho l'allenamento", per fortuna il mio piatto di pasta era regolarmente al suo posto.
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joesox
Re: Profondo Baseball
Il 90% dei minor leaguers non giochera' MAI nelle majors...that's scary.webba2000 wrote: http://indianstopprospects.blogspot.com ... dream.html
Bellissimo ed interessantissimo articolo sul processo di rilascio dei giocatori (il cosiddetto taglio), le sua modalità e le ripercussioni sulla carriera di tre minor leaguer.
Stupisce la maturità di ragazzi di appena vent'anni e sono molto interessanti le procedure del taglio dei giocatori (cose tipo cartellino rosso del film "Major League")
Ciao
- lephio
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Re: Profondo Baseball
questa non l'ho capita..in you they will push a guy that did get a lot of money regardless of how well he's playing.
-
joesox
Re: Profondo Baseball
PLAYER 2: I feel a lot of it is on me. I know the majority of the problem was my arm trouble and that's something I couldn't control. It is tough being a guy that didn't get a lot of money cause you have to stand out twice as much to make a name for yourself. If they don't have anything invested in you they will push a guy that did get a lot of money regardless of how well he's playing.lephio wrote: questa non l'ho capita..(a causa della traduzione universale di get: in questo contesto non la capisco bene)
questo pezzo, no?
gli chiedono chi ritenga responsabile per il rilascio e lui dice:
Credo che molto sia causa mia. So che la gran parte dei problemi riguardava i problemi al braccio ed è qualcosa che non potevo controllare. E' difficile essere un giocatore che non ha preso molti soldi (di bonus, immagino) perchè deve essere bravo, devi eccellere il doppio per farti un nome. E se non hanno investito nulla in te (in termini monetari) spingeranno un giocatore che invece ha preso molti soldi indipendetmenete da quanto bene stia giocando. did get è rafforzativo - in questo caso di prendere/guadagnare
-
rene144
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Re: Profondo Baseball
"did" è un rafforzativo.
Il concetto è che se sei una prima scelta da 5 milioni, ed io sono una trentesima scelta da 5mila dollari e giochiamo ugualmente male, tu verrai spinto, io verrò abbandonato, perchè tu sei un investimento e io no.
Il concetto è che se sei una prima scelta da 5 milioni, ed io sono una trentesima scelta da 5mila dollari e giochiamo ugualmente male, tu verrai spinto, io verrò abbandonato, perchè tu sei un investimento e io no.
- lephio
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Gio
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Re: Profondo Baseball
Altro articolo interessante e, forse, appropriato:
http://sports.espn.go.com/espn/columns/story?columnist=wojciechowski_gene&id=3412605&sportCat=mlb
http://sports.espn.go.com/espn/columns/story?columnist=wojciechowski_gene&id=3412605&sportCat=mlb