Re: Rassegna stampa

La gente vuole solo il goal
User avatar
margheritoni10
Posts: 2986
Joined: 22/09/2004, 18:58
Location: Gran Ducato di Sarzana

Re: Rassegna stampa

Post by margheritoni10 »

Mahor wrote: Sinceramente tendo ad evitare i blog proprio perché l'idea che ho di un blog è che sia facile incappare in puttanate faziose...
E la faziosità spesso è davvero fastidiosa.
Però sinceramente non mi sono proprio mai interessato alla questione, quindi non saprei minimamente dire se per la rete ci possano essere o meno blog validi, in questo senso.
Probabile che tra la miriade di blog che esisteranno qualcuno degno di nota ci sia, comunque.

Quindi rilancio a te... se ne conosci qualcuno degno linkamelo, se ti va... leggerei volentieri.
Guarda, sinceramente conosco solo questi questi:
http://footballpoetssociety.blogspot.com/
http://bardelleantille.blogspot.com/
http://vecchio23.blogspot.com/
http://eccepreudhomme.splinder.com/

Alcuni hanno un taglio più "giornalistico", altri più "goliardico" (specie l'ultimo) ma sono ugualmente godibili.

Mahor wrote: Per quanto riguarda quello sulla Premier, invece, resto un po' "così"... il merito di quanto viene detto è sicuramente verità (io direi che se parliamo di aspetto tattico di un campionato l'Italia sta avanti anche alla Liga, che invece viene in un certo qualmodo paragonata al nostro campionato...) ma non apprezzo un granché la forma con cui questa verità venga portata avanti.
Non so... percepisco come una sorta di acidità latente che non mi fa gustare il pezzo... cosa invece che non percepisco nel pezzo su Ibra che risulta appunto essere molto godibile anche nella sua forma, oltre che nella sostanza.
Vero. Acidità che tutto sommato condivido perchè appartengo alla categoria di quelli che... ne han le palle piene di sentire, sempre e comunque, quanto è bello il calcio inglese.

Perdona la domanda: quanti anni hai (o sono scortese a fare queste domande  :D) ?
Last edited by margheritoni10 on 13/12/2007, 17:38, edited 1 time in total.
Image
E' lo stesso medesimo principio, mismo, siam sempre lì qualità o quantità??
User avatar
Mahor
Posts: 11340
Joined: 24/05/2007, 21:52
Location: Venereagonis (Varese)
Contact:

Re: Rassegna stampa

Post by Mahor »

Grazie dei link.
Appena ho una minima di tempo me li guardo volentieri.


Per quanto riguarda il pezzo sulla Premier... sinceramente pezzi scritti con questa acidità non fanno per me, come stile.
Quindi pur se dicono cose condivisibili (come buona parte di quelle dette in quel pezzo, appunto) mi scadono dal lato stilistico.
Poi ovvio... queste sono cose strettamente personali... questione di gusti... è già importante che vengano scritte cose veritiere... fatto che non accade più molto spesso... :fischia:
Reverend_Goldberg
Senior
Senior
Posts: 2572
Joined: 02/01/2004, 12:08
Location: Marsala(TP)

Re: Rassegna stampa

Post by Reverend_Goldberg »

Il tragico destino del genio della tattica

Poco hanno tramandato le cronache, a proposito della vita di Arpad Veisz, che negli anni tra le due guerre fu uno grandi maestri di panchina del calcio italiano. La stessa dizione del cognome è incerta, variando da Weisz (qualcuno azzarda perfino un Weiss) a Veisz, soluzione che scegliamo senza certezza di verità. Era ungherese, arrivò in Italia nei primi anni Venti, chiamatovi dall’Inter che andava riprendendosi da un robusto spavento e si riprotteva coi fatti di non attraversare più simili avversità. Arpad Veisz era un’ala sinistra con 6 presenza in Nazionale.
Diede una buona prova di sé (3 gol in 10 partite nel 1925-26) ma soprattutto dimostrò una spiccata attitudine all’istruzione dei giocatori. Passare dal campo alla panchina fu dunque naturale.
L’Internazione si era potenziata con l’arrivo del centromediano Bernardini, che si trovò a meraviglia invece al centro dell’attacco, realizzando dieci reti. La squadra si piazzò al quinto posto nel girone finale e per la stagione successiva venne ingaggiato il terzino della Nazionale Allemandi, per portare la difesa al livello dell’attacco. Ma il 5 novembre 1927 accadde l’imprevedibile: Allemandi, invischiato in uno scandalo che fece epoca, venne squalificato a vita per illecito, nell’ambito della sentenza che revocava al Torino lo scudetto della stagione precedente. Veisz si trovò così senza l’indispensabile rinforzo per la terza linea. Secondo il racconto che poi ne avrebbe fatto Bernanrdini, acuto osservatore, fu nell’occasione che Veisz diede prova di grande sagacia tattica, potenziando la difesa nerazzurra “con un espediente: la linea dei cinque terzini, Veisz, studioso di cose calcistiche e sempre al corrente di quanto all’estero avveniva in materia, esperimentò la stessa tattica che Chapman aveva messo in pratica”.

I cinque terzini
Herbert Chapman era il tecnico dell’Arsenal che aveva risposto alla restrizione della regola del fuorigioco ideando il Sistema.
L’idea di Veisz consisteva in una vera e propria anticipazione sistemista, nel calcio italiano ancora lontanissimo dal recepire l’innovazione inglese: “strappare le mezzali al vero gioco di prima linea e incastrarle all’altezza della seconda linea, per il doppio compito di arginare elanciare di volta in volta i tre uomini rimasti all’attacco. Di riflesso il centromediano rimaneva costantemente arretrato e i laterali diventavano le ombre delle ali avversarie”.
Se si pensa che Veisz era un prodotto del calcio danubiano, l’idea di arretrare le mezzali dall’attacco al centrocampo ha qualcosa di rivoluzionario. A quel punto l’Inter giostrava con una linea difensiva di cinque terzini: i terzini veri e propri, liberi da compiti di marcatura, i mediani, che marcavano le ali, e il centromediano, che non dovendo più pensare a organizzare il rilancio del gioco, poteva dedicarsi eslusivamente alla marcatura del centravanti, come stopper ante litteram. L’Inter chiuse settima nel girone finale e Veisz venne sostituito dall’ungherese Viola. Tornò nella stagione successiva, prima edizione del girone unico, quando per volere del Regime l’Internazionale era diventata Ambrosiana. Veisz ormai era padrone del ruolo e la “riservetta di qualità”, come all’esordio Roghi aveva definito Giuseppe Meazza, era già il miglior giocatore italiano. Veisz vinse lo scudetto e l’anno dopo colse il quinto posto, abbastanza per cambiare aria. Salvò il Bari, dimostrandosi tecnico per tutte le stagioni, poi fu riportato in nerazzurro, dove colse due secondi posti consecutivi.

Tragedia nel silenzio
Fu allora che arrivò la chiamata di Bologna, una delle piazze più prestigiose dell’epoca, fresca di due Coppe Mitropa (la Champions League del tempo), a sostituire dalla quindicesima giornata del campionato 1934-35 l’ungherese Lajos Kovacs. Chiuso il torneo al sesto posto, Veisz riorganizzò la squadra, preparando il periodo più fulgido della storia rossoblù. Fece ingaggiare dal presidente Dall’Ara un preparatore atletico, Filippo Pascucci, dal River Plate, col compito di occuparsi anche delle giovanili, e disegnò uno squadrone formidabile, che utilizzando appena 14 elementi (altro che rosa allargata!) vinse il campionato 1935-36 e fece iil bis in quello successivo, quando ebbe il grande centromediano uruguaiano Andreolo e la scommessa Fiorini in difesa in luogo di Monzeglio, ceduto alla Roma. Al termine della stagione, il Bologna di Veisz raggiunse il culmine, tramandandosi alla storia come probabilmente il più forti di tutti i tempi, andando a vincere il Torneo dell’Esposizione di Parigi, una sorta di Mondiale per club. In occasione del trionfo per 4-1 sul Sochaux, il giornale sportivo parigino “Auto” commentava significativamente: “Il Bologna ha giocato come una squadra di professionisti inglesi, ma all’italiana”. La finale venne vinta con lo stesso punteggio, 4-1, sul Chelsea. I giocatori erano tutti con il loro tecnico, abile non solo nella “lettura” delle partite, ma anche come gestore di uomini. Autorevole senza bisogno di essere autoritario (non alzava mai la voce), aveva un modo tutto suo per… punire chi sbagliava: lo invitava a pranzo a casa sua e nell’amabile atmosfera conviviale lo convinceva a emendarsi. Dopo un quinto posto, prima del terzo trionfo tricolore personale in quattro anni l’artefice del più grande Bologna della storia sparisce per sempre di scena. Arpad Veisz era ebreo e a fine ottobre 1938 venne espulso dall’Italia in base alle leggi razziali. Nel silenzio generale (nemmeno una riga sugli organi di stampa), se ne andò, prima a Parigi poi in Olanda. Anni dopo si seppe che era perito assieme alla famiglia in un lager.
Carlo F. Chiesa

Note del Reverendo dal WEB:

1. Veisz era la versione italianizzata dal regime fascista, lo stesso József Viola divenne Giovanni Viola.
2. In Olanda Weisz allenò con ottimi risultati la piccola squadra locale del D.F.C. (Dordrechtsche Football Club)
3.Le SS arrestano la sua famiglia il 7 agosto del ‘42 e la prelevano dal campo di Westerbork, lo stesso dal quale passerà Anna Frank, il 2 ottobre. Weisz viene invece dirottato su Cosel, campo di lavoro dell’ Alta Slesia, più tardi è deportato a Auschwitz. Resiste alla fame e al freddo 16 mesi, lo trovano morto la mattina del 31 gennaio del ‘44. La moglie Elena (nata Ilona Rechnitzer, pure lei ebrea ungherese) e i figli Roberto e Clara morirono nelle camere a gas nello stesso 42.

Proprio nel 2007, Matteo Marani giornalista del Guerin Sportivo ha pubblicato “Dallo scudetto ad Auschwitz”. Nel libro,  Marani ripercorre dopo una lunga indagine, la vita e la carriera di uno degli allenatori più vincenti degli anni 30, ma oggi quasi del tutto dimenticato.

http://www.internetbookshop.it/code/978 ... hwitz.html
Image Image
Reverend_Goldberg
Senior
Senior
Posts: 2572
Joined: 02/01/2004, 12:08
Location: Marsala(TP)

Re: Rassegna stampa

Post by Reverend_Goldberg »

margheritoni10 wrote: Guarda, sinceramente conosco solo questi questi:
http://footballpoetssociety.blogspot.com/
http://bardelleantille.blogspot.com/
http://vecchio23.blogspot.com/
http://eccepreudhomme.splinder.com/


Alcuni hanno un taglio più "giornalistico", altri più "goliardico" (specie l'ultimo) ma sono ugualmente godibili.

Vero. Acidità che tutto sommato condivido perchè appartengo alla categoria di quelli che... ne han le palle piene di sentire, sempre e comunque, quanto è bello il calcio inglese.

Perdona la domanda: quanti anni hai (o sono scortese a fare queste domande  :D) ?
Conoscevo già soprattutto  il primo (che infatti segnalai)  e in maniera minore il quarto.
Image Image
White Rabbit

Re: Rassegna stampa

Post by White Rabbit »

BruceSmith wrote: articolo di qualche anno fa, da "Il Manifesto".

Van Basten, la regola nell'eccezione
ANDREA SCANZI
Van Gogh è solo. Si è rifugiato ad Arles, attratto dai colori caldi del sud della Francia. Nessuno crede al suo valore.
Gli è rimasto l'ideale della comune di artisti, dell'«Atelier du Midi». Per questo, prende in affitto l'ala destra della
«Casa Gialla», sulla Place Lamartine. Suo fratello, Theo, intercede con Gauguin perché sia lui il primo ospite della comune. Gauguin, già affermato, non è convinto. Non stima Van Gogh. Teme l'uomo e ridimensiona l'artista. Per invogliarlo, Van Gogh dipinge una serie di pitture con il tema dei girasoli. La celebre «pittura giallo-in-giallo» nasce, quindi, come ornamento della Casa Gialla. Alla fine, Gauguin accetta. Lo scontro è tra due visioni opposte di creazione: da una parte quella di Gauguin, accademica e razionale («l'astrazione della pittura che viene dalla testa»), dall'altra quella di Van Gogh, istintiva, passionale («è troppo romantico, schiavo dei capricci - scriverà Gauguin - quando dà il colore ama la casualità dell'impasto, e io odio l'esecuzione disordinata»). Il sogno della comune non dura più di due mesi. Van Gogh ne celebra il funerale con due quadri, «La sedia di Van Gogh ad Arles» e «La sedia di Gauguin ad Arles». La prima è una sedia semplice, povera, di legno; i colori sono giallo e viola, rappresentano il giorno e la speranza. La seconda è una poltrona pomposa, con candela e libro, segno di cultura e ambizione; il tutto è oscurato dal rosso e il verde dell'ambiente, a simboleggiare la notte e le speranze perdute: Gauguin ha portato la notte nella vita di Van Gogh. Il 23 dicembre 1888, vittima di allucinazioni, Van Gogh si taglia con un rasoio la parte inferiore del lobo sinistro, poi la incarta e la regala a una prostituta. Spontaneamente, si fa ricoverare nella casa di cura per malati mentali a Saint-Paul-de-Mausole, poi si trasferisce ad Auvers-sur-Oise. Tra una crisi e l'altra, dipinge, a volte splendidamente, innamorandosi dei cipressi («in quanto a linee e proporzioni, sono belli come un obelisco egizio»). Il 27 luglio 1890, si spara nella sua camera di Auvers. Muore due giorni dopo, nella notte, a 37 anni. Cento anni dopo le due sedie, un altro olandese abbraccia «la casualità dell'impasto dei colori», e delle azioni. E' il 5 aprile 1989. Nulla, in Marco Van Basten, somiglierà a Gauguin. Il cross dalla tre-quarti di Tassotti, destinato a esaurirsi al limite dell'area, impone la scelta ragionevole («la pittura che viene dalla testa») di uno stop-sinistro e tiro-destro. Quando arriva a Van Basten, oltretutto, la palla ha quasi toccato terra. Lì, non altrove, l'artista si fece invece rivoluzione. Lì, non altrove, tutti capirono il senso del gol
a Dassaev un anno prima: non eccezione, ma regola nell'eccezione. Van Basten, quella notte, finse di violare l'anelito del volo, virando nel suo senso più oscenamente distante, addirittura azzardando l'inclinazione del moto contrario: un colpo di testa, volto di per sé all'alto, che lì piuttosto si ridisegnava, si violentava, nasceva da basso, verso terra, radente all'erba del Bernabeu. Fu, più che un gol, l'oscenità dell'eretica estetica. Il definitivo oltraggio all'accademico.
Van Basten seguì interamente Van Gogh. Pagando pure lui, di lì a poco, dazio.

In quei giorni, Guccini cantava così: «Non siamo la polvere di un angolo tetro/ né un sasso tirato in un vetro/ lo schiocco del sole in un campo di grano/ non siamo, non siamo, non siamo». Van Basten lo si è immaginato soltanto.
Non è mai esistito. Non era. Non è stato. Non è. E l'unica sua cosa umana fu il dazio al razionale.
La caviglia. Quella caviglia come una sedia, gialla e viola. Una sedia che prima scricchiola, e poi va giù.
Vi consiglio di seguire Andrea Scanzi, scrive sulla Stampa ora, credo, ha scritto anche dei libri, parla anche di formula 1 e tennis, davvero bravo. Consigliatissimo.
User avatar
margheritoni10
Posts: 2986
Joined: 22/09/2004, 18:58
Location: Gran Ducato di Sarzana

Re: Rassegna stampa

Post by margheritoni10 »

Mahor wrote: Per quanto riguarda quello sulla Premier, invece, resto un po' "così"... il merito di quanto viene detto è sicuramente verità (io direi che se parliamo di aspetto tattico di un campionato l'Italia sta avanti anche alla Liga, che invece viene in un certo qualmodo paragonata al nostro campionato...) ma non apprezzo un granché la forma con cui questa verità venga portata avanti.
Non so... percepisco come una sorta di acidità latente che non mi fa gustare il pezzo... cosa invece che non percepisco nel pezzo su Ibra che risulta appunto essere molto godibile anche nella sua forma, oltre che nella sostanza.
Ne parliamo alla luce delle sfide tra le Fab four?  :D
Image
E' lo stesso medesimo principio, mismo, siam sempre lì qualità o quantità??
User avatar
Mahor
Posts: 11340
Joined: 24/05/2007, 21:52
Location: Venereagonis (Varese)
Contact:

Re: Rassegna stampa

Post by Mahor »

Volendo.
Ma il mio giudizio sulla forma del pezzo non cambierebbe. :)
User avatar
margheritoni10
Posts: 2986
Joined: 22/09/2004, 18:58
Location: Gran Ducato di Sarzana

Re: Rassegna stampa

Post by margheritoni10 »

ROMA - Il fisco batte ancora cassa con il mondo del calcio. L’intero sistema, considerato dalla serie A a quelle minori, ha ancora sulle spalle 754,4 milioni di euro di ‘’cartelle fiscali'’ da versare all’erario, nonostante le rate gia’ versate. Ma nasce un vistoso fenomeno: lo scaricabarile fiscale. Le nuove societa’ prendono il posto delle vecchie alle quali rimangono le tasse da pagare. A fare i conti in tasca al mondo del calcio e’ il ministero dell’Economia che - su sollecitazione del presidente della Commissione Finanze del Senato, Giorgio Benvenuto - ha calcolato quando devono ancora le societa’ calcistiche in base alle cartelle fiscali staccate negli ultimi anni. A dover di piu’ sono club maggiori, che animano la massima divisione, anche se le nuove glorie sono oramai fiscalmente ripulite. Cosi’, fatti i conti, la Serie A deve ‘’solo'’ 165,9 milioni di euro perche’ 210,2 milioni di debiti tributari sono rimasti nei cassetti delle gloriose societa’ del passato ora trasformate in scatole vuote, in pratica rimaste in vita solo per pagare le tasse arretrate al fisco. Il ministero dell’Economia tira le orecchie al mondo del calcio. ‘’L'Agenzia delle Entrate - e’ scritto nella risposta che il dicastero ha inviato alla interrogazione del senatore - per quanto attiene la tempestivita’ e le correttezza dei versamenti delle imposte dovute ha fatto presente che le societa’ di calcio sono state oggetto di controllo per gli anni 2001-2005. L’attivita’ ha evidenziato significative
violazioni agli obblighi di versamento, con conseguente attivita’ di recupero da parte degli uffici dell’Agenzia con iscrizioni a ruolo (l’invio di cartelle, ndr.)'’.
L’elenco del fisco e’ lungo. Conta 193 societa’ suddivise per regioni. Ci sono gli importi dovuti e le rate gia’ versate. E quindi il conto ancora da saldare, appunto i 754,4 milioni di euro. Il fenomeno dello scaricabarile e’ evidente. La nuova A.C.F Fiorentina spa non deve nulla al fisco, la
vecchia A.C Fiorentina Spa ha un debito di 43,3 milioni. Il Torino Fc ha con il fisco i conti in pari mentre il glorioso Torino Calcio spa deve 38,4 milioni di euro. Lo stesso vale per il Parma: nulla deve la nuova squadra, 81,1 milioni la vecchia. L’elenco mette in risalto che a dovere di piu’ e’ la Lazio - ha sul groppone ancora 129,1 milioni di tasse da pagare - ma la squadra e’ tra quelle quotate per le quali il ministero dell’Economia parla ora di grande trasparenza. Per la Roma, la Lazio e la Juventus la quotazione sul mercato azionario ha introdotto l’obbligo di ‘’redigere i propri conti consolidati e i bilanci individuali in conformita’ ai principi contabili internazionali ('’International Financial Reporting Standards'’). E cosi’ - rileva il ministero - ‘’la qualita’ dell’informazione finanziaria fornita’ e’ stata ulteriormente migliorata'’ anche se questo per i club ha rappresentato uno svantaggio. ‘’Le nuove disposizioni Ifrs - spiega il Tesoro - non hanno piu’ consentito a tali societa’ di adottare quelle opzioni agevolative che la normativa nazionale e di settore aveva in precedenza concesso alle societa’ calcistiche'’. A dover onorare cartelle con il fisco sono comunque moltissime societa’, da importi milionari a gabelle di pochi euro. Scorrendo la serie A devono:
3,1 milioni la Reggina;
47,4 milioni il Calcio Napoli;
81 milioni il vecchio Parma;
367 euro l’Udinese Calcio;
11,7 milioni la Roma;
129,1 milioni la SS Lazio;
6,9 milioni il Genoa;
2,7 milioni l’Atalanta;
1,5 milioni l’Inter;
2.305 euro la Juventus;
38,4 milioni il vecchio Torino;
284 euro il Lecce;
8.741 euro il Cagliari;
1,5 milioni il Palermo;
7,9 milioni il Catania;
43,3 milioni la vecchia Fiorentina,
16.061 euro il Livorno;
1,2 milioni il Siena.
Nulla devono invece il Milan, l’Empoli e la Sampdoria.
Image
E' lo stesso medesimo principio, mismo, siam sempre lì qualità o quantità??
User avatar
mr.kerouac
Pro
Pro
Posts: 7292
Joined: 25/01/2005, 6:32
MLB Team: Boston Red Sox
NFL Team: San Francisco 49ers
NBA Team: Brooklyn Nets
Location: Chapel Hill, N.C.

Re: Rassegna stampa

Post by mr.kerouac »

margheritoni10 wrote:
e adesso che si fa? lo si ripone o lo si ripresenta nuovamente a maggio il completo bianco?
Ci sono squadre che a certe temperature si squagliano, altre che lievitano. Classe, storia: Milan.
"mr.kerouac [...] sa essere cattivo con pochissime parole". (Angyair)

Image
User avatar
Mahor
Posts: 11340
Joined: 24/05/2007, 21:52
Location: Venereagonis (Varese)
Contact:

Re: Rassegna stampa

Post by Mahor »

Che schifo.
User avatar
margheritoni10
Posts: 2986
Joined: 22/09/2004, 18:58
Location: Gran Ducato di Sarzana

Re: Rassegna stampa

Post by margheritoni10 »

MILANO - L'Inter dei grandi numeri conferma anche nella Serie A dei bilanci la sua incapacità di essere normale. Schiacciasassi sul campo - dove nel 2007 hanno raccolto una media di 2,48 punti a partita, il massimo degli ultimi tre quarti di secolo - i nerazzurri sono riusciti a polverizzare un record decisamente meno glorioso anche sul fronte finanziario: quello delle perdite. Il bilancio 2006-2007 della squadra di Massimo Moratti si è chiuso con un passivo monstre di 206 milioni, obbligando il presidente a staccare l'ennesimo assegno da 105 milioni per tenere in piedi il club e interrompendo dopo tre anni di progressi il virtuoso recupero di redditività dei big del nostro campionato. I conti dei top team (Inter, Milan, Juventus, Roma e Lazio) sono andati infatti in archivio nell'ultimo esercizio con un passivo di 192 milioni, quasi il triplo dell'anno precedente. Senza il buco dei nerazzurri - gonfiato dai 146 milioni di ammortamenti contabilizzati per l'addio allo spalma-perdite - quest'anno le grandi del calcio tricolore avrebbero potuto festeggiare il loro primo risultato positivo (14 milioni di utili al netto dell'Inter) dagli anni bui delle plusvalenze gonfiate.

I conti un po' abnormi della squadra allenata da Roberto Mancini nascondono però una realtà complessivamente meno grigia di quanto appaia. Con tutti i suoi difetti genetici - come l'abissale differenza tra i conti dei grandi e quelli dei piccoli e la dipendenza ormai totale dal piccolo schermo - il calcio di casa nostra sta lentamente viaggiando verso una pseudo-normalità finanziaria. Cinque anni fa il mondo del pallone spendeva 1,8 euro per ogni euro che incassava. Oggi il rapporto per le cinque big si è ridimensionato a un più equilibrato uno a uno. Non solo. Il monte-stipendi, un passo alla volta, continua a ridursi. Nel 2003 le buste paga dei calciatori erano pari al 73,1% delle entrate. Oggi per le grandi della Serie A siamo scesi al 51%, valore che ci avvicina alla media del calcio europeo. E su questo fronte l'Inter, con i 151 milioni pagati alla sua rosa nel 2006-2007, ha strappato l'Oscar della generosità al Milan, sceso a 125 milioni.

La radiografia dei conti del calcio tricolore conferma in cifre lo strapotere della tv negli stadi. I diritti per il piccolo schermo - Uefa più campionato - rappresentano ormai più della metà delle entrate (il 53,2%) dei big. Il fatturato garantito da Mediaset, Sky & C. è il quintuplo di quello generato vendendo i biglietti per le partite, un'attività ormai marginale per i club visto che rappresenta "solo" il 12% dei loro ricavi.
Sparite le plusvalenze farlocche e ammortizzato l'addio allo spalma-perdite con la partita di giro delle vendite dei marchi - operazione che ha portato nelle casse dei big (Juve a suo onore esclusa) 597 milioni di guadagni "fittizi" - le cinque stelle del nostro campionato hanno imparato a usare la testa anche sul fronte del calciomercato. Qualcuno - leggi la Juventus, costretta a un anno di austerity per la retrocessione targata Calciopoli - l'ha dovuto fare per forza. Le entrate dei bianconeri si sono contratte l'anno scorso del 18% e il bilancio è stato fatto quadrare con le cessioni di Zlatan Ibrahimovic (15 milioni di guadagno) e Zambrotta (11). Ma persino Moratti - dopo gli anni da mangia-allenatori e da collezionista di campioni inutili - ha imparato a muoversi con più oculatezza (l'addio a Oba-Oba Martins ha garantito 14 milioni di guadagno) mentre il parsimonioso Claudio Lotito, costretto dai numeri un po' "bonsai" della Lazio a far le nozze con i fichi secchi, ha portato a casa 10,7 milioni girando Massimo Oddo al Milan.

Questa volta però, contrariamente a quello che succedeva solo pochi anni fa, si tratta di soldi veri. E queste oculate campagne acquisti sommate ai milioni delle tv stanno riportando in linea di galleggiamento i bilanci dei top team della Serie A. La Roma, sostenuta pure dai 3 milioni di plusvalenze per la vendita dell'egiziano Mido, ha guadagnato nel 2006-2007 oltre 10 milioni. L'inedita "austerity" di Silvio Berlusconi - da qualche tempo più attento alle spese anche sul fronte rossonero - ha regalato un piccolo profitto persino al Milan, che in perenne attesa del (costosissimo) sogno di Ronaldinho ha archiviato i conti 2006 in nero grazie ai 42 milioni di plusvalenze incassati girando al Chelsea Andriy Shevchenko. E anche la Juve del dopo Moggi - malgrado la Cayenna della serie B - è riuscita a far quadrare il bilancio.

All'appello del buon senso finanziario, insomma, manca solo l'Inter. Ma con la squadra in cima alla classifica, il primo derby della stagione in cassaforte e in attesa della sfida stellare con il Liverpool in Champions League, i 206 milioni di perdite, per Massimo Moratti e a maggior ragione per i tifosi nerazzurri, sono un particolare secondario. "Il presidente - riporta l'ultimo bilancio in profondo rosso - ha espresso la sua volontà di supportare anche in futuro, in caso di necessità, la società".

Image
Image
E' lo stesso medesimo principio, mismo, siam sempre lì qualità o quantità??
User avatar
Pat12
Rookie
Rookie
Posts: 851
Joined: 30/10/2004, 9:36
NBA Team: Phoenix Suns

Re: Rassegna stampa

Post by Pat12 »

Questa Italia salvata dallo sport

Editoriale del direttore della  :gazza: Carlo Verdelli.

Ridendo e scherzando, l’Italia del 2007 l’ha salvata lo sport. Nell’elenco dei benemeriti compaiono Ferrari e Ducati, i ragazzi del Milan e quelli del Follonica (hockey su pista), Paolo Bettini e Marta Bastianelli (ciclismo su strada), l’inesauribile Valentina Vezzali e l’inaffondabile Filippo Magnini. Tutti campioni del mondo, tutti primi assoluti in qualcosa. Senza mettere in conto il fatto, molto più che simbolico, dell’Inghilterra che per rilanciarsi va a pescare come commissario tecnico quel Fabio Capello che da calciatore la castigò a Wembley e che adesso, da allenatore, è così quotato da far passare in secondo piano il fatto di essere uno straniero (e si sa quanto conti, da quelle parti, avere i quarti di nobiltà che solo la nascita nel Paese che ha inventato il football può garantire). Ancora, è italiana Nives Meroi che, a mani nude e senza l’aiutino dell’ossigeno supplementare, è la prima alpinista ad avere agguantato dieci delle quattordici vette sopra gli 8 mila metri, ultima quella dell’Everest. E sono italiani gli iridati di canottaggio, motonautica, pugilato dilettanti, tiro con l'arco, enduro…
Sono le persone che fanno l’immagine di un Paese, le persone e i fatti. Per quanto ci sforziamo di ricordare, grandi imprese che abbiano dato lustro all’italianità non ci sovvengono. Sì, il ruolo avuto nel raggiungimento della moratoria sulla pena di morte, con i nostri politici, per una volta, a brillare per spirito d’iniziativa. Oppure, su tutt’altro versante, l’inattesa love story tra una piemontese come Carla Bruni e il neo presidente francese Nicolas Sarkozy. Brandelli d’Italia che non bastano a compensare un’annata che ci ha visti, agli occhi degli altri, depressi, litigiosi, friabili: un Paese in retromarcia, dipinto crudamente da due inchieste di un certo peso sulla ribalta internazionale come quella del "New York Times" e a seguire quella del "Times" di Londra, intitolata: "Declino e caduta: la dolce vita diventa amara". I dati prodotti a sostegno di queste tesi non sono incoraggianti: popolazione a crescita zero, età media di 42,5 anni contro i 38,5 della Gran Bretagna (e un italiano su cinque sopra i 65 anni), tasso di disoccupazione al 7 per cento, il più alto tra un concerto di 76 nazioni tra cui Romania, Nigeria, Cambogia e Ucraina.
Per carità, magari sono critiche malevole, luoghi comuni (Italia vecchia, Italia pigra…) che vanno a sostituire altre amenità del passato recente (Italia mafia, Italia pizza e mandolino…). Resta il fatto che, ridendo e scherzando, per fortuna che c’è lo sport. E forse dovremmo ricordarcelo al momento di stilare le priorità per il nuovo anno: non tanto per un principio etico ma per un banalissimo tornaconto.
Quanto ha contato il "made in Italy" nel farci diventare un Paese leader nel dettare la moda a tutti gli altri? E quanto può contare la nostra eccellenza in tanti sport nell’ottenere nuove attenzioni e consenso? Alla fine del 2007 la bilancia tra i più e i meno dà l’impressione di pendere dalla parte dei più. Lo scandalo del calcio che ha infiammato l’estate 2006 sta per essere riassorbito, gli ultimi rivoli delle intercettazioni fanno più tristezza che paura e comunque ci penserà la giustizia civile a chiudere definitivamente il caso. Nel ciclismo sembra proprio che siamo arrivati all’anno zero: lotta mai così ferma al doping e percorsi dei grandi giri resi un po’ più umani per non indurre nessuno in tentazione. Poi c’è la Ferrari che ha vinto anche contro lo spionaggio, l’atletica (da Howe alla simpaticissima Assunta Legnante) che entra piena di speranze nell’anno dell’Olimpiade cinese, le fantastiche ragazze della pallavolo che nell’attesa sono andate a prendersi il titolo europeo…
Che cosa vogliamo fare, che cosa possiamo fare per dare radici più solide e ali più grandi a questo movimento? Non è un quesito che riguarda soltanto il Coni o il ministero dello Sport. È un’opportunità che sarebbe delittuoso non cogliere. Si tratta di mettere mano ai gangli vitali della cultura di un Paese, sfondare con coraggio i programmi ministeriali sulla scuola (dove l’ora di ginnastica vale meno di qualunque altra), cogliere l’occasione dell’Olimpiade di Pechino per riscattare lo sport dall’angolo dove è recintato e farlo diventare un biglietto da visita dell’Italia che non si rassegna ad appassire. Perché questa Italia c’è davvero, continua ad ardere sotto la cenere, aspetta solo l’occasione buona per uscire dai blocchi e rimettersi a correre.
Prodi ciclista, Berlusconi anima del Milan mondiale: governo e opposizione sembrano trovare un punto di contatto, forse l’unico, proprio sul terreno della passione sportiva. Ci facessero il regalo di mettersi intorno a un tavolo e provassero a ragionare sul "fattore S". Ridendo e scherzando, magari troverebbero anche un antidoto alla fuga del pubblico dagli stadi di calcio (da un’inchiesta del "Corriere della Sera" siamo passati dai 34 mila paganti a partita del campionato 1991-92 ai 24 mila del 2004-05, il che ci fa scivolare fuori dal podio dell’Europa, dove comanda la Bundesliga con 40 mila paganti, seguita dalla Premier League con 34 mila e dalla Liga spagnola con 29 mila).
Come direbbe Sacchi: c’è bisogno di una ripartenza. L’Europeo di calcio allungato tra Svizzera e Austria più Pechino 2008 sono il trampolino di lancio ideale. Lo sport non chiede di meglio che di scendere in campo, con la sua capacità di essere ambasciatore del marchio Italia e con quella, non secondaria, di rappresentare un modello di vita per studenti che di modelli intorno ne hanno sempre meno. Fatelo giocare, fateci giocare.
ImageImageImageImage
nhl

Re: Rassegna stampa

Post by nhl »

White Rabbit wrote: Vi consiglio di seguire Andrea Scanzi, scrive sulla Stampa ora, credo, ha scritto anche dei libri, parla anche di formula 1 e tennis, davvero bravo. Consigliatissimo.
    Grazie per il suggerimento. Ne terro' conto.
User avatar
margheritoni10
Posts: 2986
Joined: 22/09/2004, 18:58
Location: Gran Ducato di Sarzana

Re: Rassegna stampa

Post by margheritoni10 »

La loro Africa

1. Inutile ricordare dove eravamo rimasti prima della pausa natalizia: della serie A propriamente detta si parlerà fra una settimana, cercando di mozzarci una mano se ci uscirà dalle dita il solito pezzo sull'assurdità di togliere agli italiani il loro gioco preferito proprio nel periodo in cui avrebbero più tempo per seguirlo, insieme alle mitiche famiglie, o sullo scontato parallelo con la Nba tanto cara ai dirigenti dei nostri grandi club che il giorno di Natale a mezzogiorno butta in campo in diretta nazionale la squadra più amata-odiata, i Lakers, contro quella più spettacolare dal punto di vista dello spettatore medio, i Suns, trascurando i discorsi su Premier League, Liga spagnola, eccetera, che suonano un po' da piazzisti di Sky ma non per questo sarebbero strampalati. Nel quarantennale di Campana, in passato protagonista di battaglie di libertà (su tutte quella per la firma contestuale, grazie alla quale i calciatori finirono di essere trattati come oggetti) ma adesso solo timoroso di perdere il sostegno dei giocatori-immagine (perché, forse non tutti lo sanno, l'unica vera entrata dell'Associazione Calciatori è quella relativa ai diritti di immagine collettivi: in sostanza i milioni che paga la Panini per figurine ed altri prodotti) piuttosto che degli 'stipendiati quando capita' delle serie inferiori, niente di nuovo: può essere utile comunque ricordare che con le elemosine (in parte saltate, visto com'è andata la finale della prestigiosa Dubai Cup) degli sceicchi i campioni del mondo e d'Italia si pagano al massimo il lordo dei preparatori atletici, per non parlare del vitto e alloggio arraffati da altri ad albergacci da convention aziendale. Gocce nel mare degli sprechi, in attesa del taumaturgico miliardo all'anno vagheggiato da Matarrese per il 2010.

2. Non sarebbero invece sprecati i soldi per Didier Drogba (foto), con o senza il pacchetto Mourinho. Sarebbe uno dei pochi al mondo in grado di entrare subito nei primi undici del Milan, al di là del fatto che già da mesi frequenti parte del suo spogliatoio (oltre che quello di una nota squadra femminile di pallavolo) nella domenica sera milanese. Per adesso l'ivoriano, convalescente dopo l'operazione al ginocchio e convocato da Uli Stielike nei 23, è solo l'ennesimo pretesto per una polemica fra gli ormai ex G14 (dei quali comunque il Chelsea non ha mai fatto parte) e le federazioni, con il pendolo della ragione che una volta tanto pende dalla parte dei club. Che giocano sì un calcio strutturalmente più finto di quello dei campionati nazionali o continentali (si può comprare tutto tranne il senso di appartenenza: Camoranesi, Deco, Olisadebe e qualche onesto ballerino di terza fila contro millenni di storia, magari atroce e violenta però storia), ma che nel quotidiano permettono a tutto il carrozzone di andare avanti. E che continuano a non capire il senso di disputare una competizione per squadre nazionali africane dal 20 gennaio al 10 febbraio (quest'anno in Ghana), visto che non stiamo parlando di una scansione australiana delle stagioni né di nazionali con pochi 'stranieri'. Tanto per rimanere alla Costa d'Avorio, dei 23 scelti dall'ex libero di Germania Ovest e Real Madrid, in queste ore alle prese con una situazione familiare drammatica che lo ha portato alle dimissioni (forse temporanee), solo Tiasse Kone (Africa Sports) gioca in patria. Insomma, il perseverare con questa data piuttosto che giocare a giugno-luglio, sembra da parte della CAF solo una stupida esibizione di muscoli. Con la differenza, rispetto al passato, di un Blatter che ha grossi progetti a livello di club al di là dello scontato coinvolgimento, fra un paio d'anni, di una seconda europea e di una seconda sudamericana nel Mondiale di categoria. Quasi ininfluenti sulla vita dei paesi europei paganti le competizioni per nazionali asiatiche e nordamericane, in qualche modo normalizzate quelle sudamericane con convocazioni semiconcordate, messo in un cassetto il Mondiale biennale e pompati quelli giovanili in ottica voto di scambio (quando non bastano i quattro soldi del Goal Projetct, fondamentali per il potere dei satrapi di provincia), la questione africana è l'unica ancora da risolvere: di certo non si toccherà niente prima del 2010, per non turbare un Mondiale ad altissimo rischio (lunga vita a Mandela, ritiratosi nella forma ma non nello spirito). E pensare che alla prima edizione, nel 1957 (la versione europea sarebbe nata solo tre anni più tardi, mentre la prima Copa America risale al 1916), parteciparono solo Egitto, Etiopia e Sudan...

3. Le festività natalizie hanno riempito i giornali di interviste interessanti a dirigenti e manovratori in genere, fra massimi sistemi e faide di corridoio. Per quanto riguarda il pallone, la lettura nemmeno troppo fra le righe ha rivelato che quello del 2010 non è un termine importante solo per i contratti televisivi (al di là del fatto che il ricorso di un Napoli qualunque potrebbe far saltare una legge chiaramente anticostituzionale, a meno che non siano saliti al potere i khmer rossi), ma anche per la ristrutturazione dei campionati. Il fatto che Macalli parli dell'opportunità di cambiare nome alla serie C per dare un'identità emotiva ad un prodotto tecnicamente da basso livello (fra i presidenti ha preso l'idea di 'Campionato Nazionale', suona bene) significa che la Lega di sopra ha deciso di alzare il ponte levatoio, liberandosi di una decina di pesi morti per arrivare al numero perfetto di 32. Che nelle ultime assemblee è stato tirato fuori timidamente, magari sperando che qualche fallimento senza ripescaggio faccia il lavoro sporco. Una A e una B a 16 squadre darebbero più qualità e magari aprirebbero spiragli per il discorso playoff. Massimi sistemi, ma neppure troppo. Venendo alla realtà dei prossimi due anni di transizione, da Matarrese in giù si aspetta solo il momento propizio per annunciare l'ennesimo frazionamento. Più dell'improbabilissimo Monday Night della serie A (fra impegni Champions e Uefa, al lunedì si vedrebbero quasi solo partite da zona salvezza nemmeno nobilitate dagli stadi pieni della Premier League), buono per riempirsi la bocca, piace la partita domenicale di mezzogiorno o delle 18: una cosa di cui non si sentiva il bisogno ma che Sky ritiene utile in una logica di coinvolgimento non stop del bulimico. Alla fine il dibattito sui servizi in chiaro che non si vedranno prima delle 22 e 30 sarà utile solo a quelli come noi, specialisti del 'com'era bello una volta Novantesimo Minuto'.

4. Parlavamo prima dell'Associazione Calciatori, su cui è facile ironizzare ma che in realtà quasi sempre è costretta ad una realpolitik che raramente viene percepita dal grande pubblico. Quanto sta accadendo al Martina è realtà quotidiana in una categoria, la C, che ha bilanci ufficiali proporzionalmente più sani delle serie superiori ma dove i pagamenti effettivi dei calciatori sono spesso un optional. Ma cosa sta succedendo al Martina, al di là del vivacchiare in fondo alla classifica del girone B di C1? Sta succedendo la solita cosa, con il solito schema: la società è perennemente in vendita, situazione che giustifica (secondo i dirigenti italiani) i ritardi nei pagamenti (stipendi da 2000 euro al mese, a gente che vive con famiglia lontano da casa propria), metà della rosa è sul mercato di gennaio (falsando quindi il prosieguo del torneo) per tamponare le spese correnti, il presidente asserisce di avere già fatto tanti sacrifici, i finanziatori si defilano, i quattro gatti di ultras contestano tutto e tutti, i pochi potenzialmente interessati a rilevare la società aspettano il cadavere gratis. Tornando al caso specifico la variazione sul tema, letta sul Corriere del Mezzogiorno: i calciatori del Martina, guidati non sappiamo ancora per quanto da Andrea Camplone, che di tasca loro pagano l'affitto di un nuovo campo di allenamento perché quello vecchio, in terra battuta, è di fatto impraticabile. Si stava meglio quando si stava peggio? La risposta è sì, pensando al semiprofessionismo della nostra infanzia tutto finti posti da impiegato e pagamenti in nero. Non è un caso che chi ha l'avvenire dietro le spalle, ma anche un minimo di nome, spesso preferisca serie D ed Eccellenza. Ma il Campionato Nazionale risolverà tutto...

5. Postulato: Blatter non ti querela, il dirigente della porta accanto sì. Il presidente della Fifa dichiara l'ovvio, cioé che un paese che affida la sua nazionale ad uno straniero in pratica ammette di non avere grandi tecnici e fa una pessima figura? La patria è in pericolo e a salvarla accorrono i soliti Gigi Riva (ormai un sosia in stile Sommersby viste le sue posizioni sui rifiuti alla Nazionale, lui che alla maglia azzurra ha dato due gambe fratturate, ed i ragionamenti del genere 'Zeman non può parlare perché ha vinto niente' che ormai non fa più nemmeno Moggi) ed il degno presidente dell'Associazione Allenatori Renzo Ulivieri, che già a suo tempo non aveva gradito le dichiarazioni su Calciopoli del colonnello svizzero, che fra i 'meno' della sua vita non ha comunque quello di essere stato squalificato tre anni per il calcioscommesse 1986. A parte il fatto che il vulcanico (si dice sempre così) tecnico della Reggina sarebbe il primo a scendere in piazza nel caso Abete affidasse la Nazionale a Mourinho, se la terra che ha inventato il calcio moderno ha dovuto affidare la sua panchina più prestigiosa a due stranieri, con il tragico inserimento di McClaren, tutto si potrà dire ma non che sia un motivo di vanto. In Premier League gli allenatori inglesi sono pochi, 9 su 20, meno della metà: Allardyce (Newcastle), Redknapp (Portsmouth), Coppell (Reading), Southgate (Boro), Curbishley (West Ham), Jewell (Derby County), Megson (Bolton), Bruce (Wigan) oltre al ritornato Roy Hodgson (Fulham). E nei top team nessuno, con l'esterofilia che ha raggiunto livelli imbarazzanti (ancora non si può credere ai 6 milioni all'anno che il Tottenham darà a Juande Ramos fino al 2011). Insomma, quelle di Blatter erano critiche all'Inghilterra e non a Capello. E comunque il curriculum di Donadoni non è superiore a quasi nessuno di quelli dei nove prima citati...
Image
E' lo stesso medesimo principio, mismo, siam sempre lì qualità o quantità??
User avatar
Jakala
Senior
Senior
Posts: 2652
Joined: 08/10/2004, 16:18
NBA Team: Phoenix Suns
Location: Udine
Contact:

Re: Rassegna stampa

Post by Jakala »

Marghe tu ti iscrivi al forum della settimana sportiva?
Hope is a lying bitch
Post Reply