Re: Rassegna stampa
- margheritoni10
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- Joined: 22/09/2004, 18:58
- Location: Gran Ducato di Sarzana
Rassegna stampa
Giornalismo sportivo civile
di Paolo Sacchi
20.11.2007
Puntualmente ogni qualvolta si attraversa la Manica (anche se spesso è sufficente scollinare dal Brennero) ci tocca confrontarci sulla cultura sportiva e civiltà altrui, tristemente imparagonabile alla nostra. Preso atto di ciò, almeno da parte mia, tornando a casa da simili esperienze, cerco di dare il mio piccolissimo contributo. Per dire: alla partita non insulto l'arbitro per 90 minuti accusandolo delle peggiori nefandezze né di essere un mandante contro il mio club, considero i poliziotti come tutori dell'ordine e non nemici, non mi metto a urlacchiare contro l'allenatore avversario ogni qualvolta si alza dalla panchina, applaudo gli avversari alla fine della gara (almeno quando lo meritano). Tornando poi torno a casa non trascorro la serata a guardare trasmissioni in cui il commento alla giornata calcistica è affidato alla velina, al cabarettista, all'eccentrico tuttologo, al giornalista-tifoso e a quello che chiamava il grande dirigente per sapere cosa scrivere. E soprattutto nessun programma in cui le analisi delle gare si facciano a colpi di moviola. Attorno a me però sembra non cambiare nulla. Anzi, le persone con il mio stesso spirito sembrano siano scappate dagli stadi. Soprattutto mi sembra non ne esistano, se non in minima parte, nelle tribune stampa e nelle redazioni dei giornali sportivi. Visto che, oltretutto, dopo l'ennesima partita in terra d'Albione (fa un po' retro, ma mi piace...) ai tifosi viene impartita la solita (giusta) predica sul "tifo sportivo civile", mi chiedo se chi, pagato per fare comunicazione, va in Inghilterra e torna entusiasta, magari non iniziasse a spiegare ai colleghi come si fa "giornalismo sportivo civile". Ad iniziare magari da Tuttosport di lunedi 12 novembre 2007, il giorno dopo i tragici fatti dell'autogrill e tutto quello che ne è seguito, che ho letto a posteriori dopo essermi imbattuto casualmente nella surreale prima pagina dello storico quotidiano sportivo fondato da Renato Casalbore. Il titolo già bastava e avanzava. A caratteri cubitali: "Domenica di rabbia", "Juve ancora derubata". Con Giancarlo Padovan, che trovava l'ispirazione di scrivere, nel suo editoriale: (...) "Una domenica di rabbia. Perché dove si è giocato lo si è fatto senza gioia e con troppi errori e disattenzioni. La Fiorentina ha perso la sua imbattibilità, per merito di un’Udinese sempre più convincen te. Continua, invece, lo scandalo arbitrale ai danni della Juve, riuscita nell’impresa di rimontare lo 0-2 di Parma nell’ultimo quarto d’ora di partita. L’ennesimo rigore contro (sesto in campionato, ma gliene avevano affibbiati sette se contiamo Cagliari; otto con quel lo in Coppa Italia e sempre a Parma), è frutto di un contatto molto virtuale tra il cascatore Reginaldo e Zanetti. Mentre il gol dell’importantissima vittoria, segnato da Iaquinta, è stato annullato per un fallo inesistente. Si pensava ad una visionaria spinta dello stesso Ia quinta a Castellini. Invece, l’arbitro Gava, inviato del solito Collina, ha spiegato a Iaquinta di non aver fischiato un’infrazione a suo carico. Ma allora cosa e per fallo di chi verso chi? Risultato: due punti in meno alla Juve. Non sono i primi e non saranno gli ultimi. Siamo alla sottrazione sistematica. Che calcio è questo?". A proposito di cultura sportiva.
http://www.settimanasportiva.it/index/i ... l?sku=1139
Quelli dei dodici tifosi
di Stefano Olivari
Ai dirigenti di Sky non mancano gli abbonati, ormai oltre quota 4milioni e 200 mila fra tutti i pacchetti (e poco importa che noi di fatto si guardi solo O.C., Dexter, il basket ed il tennis), i soldi e adesso nemmeno il senso dell’umorismo. Nel filone della provocazione pokeristica infatti va inserita la proposta fatta alla Lega Calcio e soprattutto alla serie B, di trasmettere i rimanenti incontri della categoria professionistica più assistita del mondo in pay-per-view, con il 95% dei ricavi dei singoli eventi lasciati alle società organizzatrici. A prima vista una proposta generosa, considerando che fino al prossimo giugno la B conterà sulla mutualità ‘super’ di 95 milioni e nei sei anni dal 2008 al 2014 di quella ridotta di 65 milioni, che anche senza la troppo annunciata riduzione a 20 squadre significa 3 milioni all’anno regalati: con una gestione tranquilla praticamente tutto il monte ingaggi della prima squadra.
A questi quindi, secondo la ‘proposta’ di Sky andrebbero ad aggiungersi i proventi delle vendite in pay-per-view, realisticamente sui 5 euro per accesso a partita. Peccato che qualche dirigente dell’emittente ben ricordi i dati relativi alle singole squadre quando i pacchetti non venivano venduti globalmente ma squadra per squadra: per la B i dati anche di realtà gloriose erano imbarazzanti, un anno ci fu una società che totalizzò la bellezza di 12 (dodici) abbonamenti dei suoi tifosi. Visto che produrre una partita ha comunque un costo, diciamo 15mila euro a botta stando bassi, e che mancano 28 giornate alla fine del campionato, i conti sono piuttosto facili: il 5% di 5 euro è 0,25 euro, quindi il punto di pareggio è dato da 15mila diviso 0,25. Tenetevi forte, anzi fortissimo: per far quadrare i conti servono 60mila acquirenti a partita. Roba da Inter-Juve o giù di lì.
Anche tenendo conto del fatto che per acquistare l’evento bisognerebbe in ogni caso avere un pacchetto minimo Sky (ma non sono più i tempi dell’allargamento a tutti i costi), è evidente che dal punto di vista finanziario il discorso non stia in piedi. E allora? Visto che produrre tutte le partite di B rimaste per il 2007-2008 costerebbe 4.620.000 euro, a fronte di ricavi fra l'incerto ed il marginale, è evidente che per prendersi carico di questa grana Sky pretenderebbe che la Figc premesse sulla Rai (dopo averlo fatto con Platini, senza vergognarsi) per un forte sconto sulla subcessione di alcune partite dell’Europeo. Il piano B per tenere buona la…B è che la patata passi totalmente a RaiSport Sat, quindi senza la possibilità di proporre i singoli eventi. I presidenti della B tifano per la seconda soluzione, che tenendo tutto insieme impedirebbe di ‘vedere’ il bluff. Noi tifiamo per la scomparsa di tutte le realtà professionistiche che non interessano al pubblico: il calcio di base non è quello di Cazzola e Corioni.
http://www.settimanasportiva.it/index/i ... l?sku=1138
di Paolo Sacchi
20.11.2007
Puntualmente ogni qualvolta si attraversa la Manica (anche se spesso è sufficente scollinare dal Brennero) ci tocca confrontarci sulla cultura sportiva e civiltà altrui, tristemente imparagonabile alla nostra. Preso atto di ciò, almeno da parte mia, tornando a casa da simili esperienze, cerco di dare il mio piccolissimo contributo. Per dire: alla partita non insulto l'arbitro per 90 minuti accusandolo delle peggiori nefandezze né di essere un mandante contro il mio club, considero i poliziotti come tutori dell'ordine e non nemici, non mi metto a urlacchiare contro l'allenatore avversario ogni qualvolta si alza dalla panchina, applaudo gli avversari alla fine della gara (almeno quando lo meritano). Tornando poi torno a casa non trascorro la serata a guardare trasmissioni in cui il commento alla giornata calcistica è affidato alla velina, al cabarettista, all'eccentrico tuttologo, al giornalista-tifoso e a quello che chiamava il grande dirigente per sapere cosa scrivere. E soprattutto nessun programma in cui le analisi delle gare si facciano a colpi di moviola. Attorno a me però sembra non cambiare nulla. Anzi, le persone con il mio stesso spirito sembrano siano scappate dagli stadi. Soprattutto mi sembra non ne esistano, se non in minima parte, nelle tribune stampa e nelle redazioni dei giornali sportivi. Visto che, oltretutto, dopo l'ennesima partita in terra d'Albione (fa un po' retro, ma mi piace...) ai tifosi viene impartita la solita (giusta) predica sul "tifo sportivo civile", mi chiedo se chi, pagato per fare comunicazione, va in Inghilterra e torna entusiasta, magari non iniziasse a spiegare ai colleghi come si fa "giornalismo sportivo civile". Ad iniziare magari da Tuttosport di lunedi 12 novembre 2007, il giorno dopo i tragici fatti dell'autogrill e tutto quello che ne è seguito, che ho letto a posteriori dopo essermi imbattuto casualmente nella surreale prima pagina dello storico quotidiano sportivo fondato da Renato Casalbore. Il titolo già bastava e avanzava. A caratteri cubitali: "Domenica di rabbia", "Juve ancora derubata". Con Giancarlo Padovan, che trovava l'ispirazione di scrivere, nel suo editoriale: (...) "Una domenica di rabbia. Perché dove si è giocato lo si è fatto senza gioia e con troppi errori e disattenzioni. La Fiorentina ha perso la sua imbattibilità, per merito di un’Udinese sempre più convincen te. Continua, invece, lo scandalo arbitrale ai danni della Juve, riuscita nell’impresa di rimontare lo 0-2 di Parma nell’ultimo quarto d’ora di partita. L’ennesimo rigore contro (sesto in campionato, ma gliene avevano affibbiati sette se contiamo Cagliari; otto con quel lo in Coppa Italia e sempre a Parma), è frutto di un contatto molto virtuale tra il cascatore Reginaldo e Zanetti. Mentre il gol dell’importantissima vittoria, segnato da Iaquinta, è stato annullato per un fallo inesistente. Si pensava ad una visionaria spinta dello stesso Ia quinta a Castellini. Invece, l’arbitro Gava, inviato del solito Collina, ha spiegato a Iaquinta di non aver fischiato un’infrazione a suo carico. Ma allora cosa e per fallo di chi verso chi? Risultato: due punti in meno alla Juve. Non sono i primi e non saranno gli ultimi. Siamo alla sottrazione sistematica. Che calcio è questo?". A proposito di cultura sportiva.
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Quelli dei dodici tifosi
di Stefano Olivari
Ai dirigenti di Sky non mancano gli abbonati, ormai oltre quota 4milioni e 200 mila fra tutti i pacchetti (e poco importa che noi di fatto si guardi solo O.C., Dexter, il basket ed il tennis), i soldi e adesso nemmeno il senso dell’umorismo. Nel filone della provocazione pokeristica infatti va inserita la proposta fatta alla Lega Calcio e soprattutto alla serie B, di trasmettere i rimanenti incontri della categoria professionistica più assistita del mondo in pay-per-view, con il 95% dei ricavi dei singoli eventi lasciati alle società organizzatrici. A prima vista una proposta generosa, considerando che fino al prossimo giugno la B conterà sulla mutualità ‘super’ di 95 milioni e nei sei anni dal 2008 al 2014 di quella ridotta di 65 milioni, che anche senza la troppo annunciata riduzione a 20 squadre significa 3 milioni all’anno regalati: con una gestione tranquilla praticamente tutto il monte ingaggi della prima squadra.
A questi quindi, secondo la ‘proposta’ di Sky andrebbero ad aggiungersi i proventi delle vendite in pay-per-view, realisticamente sui 5 euro per accesso a partita. Peccato che qualche dirigente dell’emittente ben ricordi i dati relativi alle singole squadre quando i pacchetti non venivano venduti globalmente ma squadra per squadra: per la B i dati anche di realtà gloriose erano imbarazzanti, un anno ci fu una società che totalizzò la bellezza di 12 (dodici) abbonamenti dei suoi tifosi. Visto che produrre una partita ha comunque un costo, diciamo 15mila euro a botta stando bassi, e che mancano 28 giornate alla fine del campionato, i conti sono piuttosto facili: il 5% di 5 euro è 0,25 euro, quindi il punto di pareggio è dato da 15mila diviso 0,25. Tenetevi forte, anzi fortissimo: per far quadrare i conti servono 60mila acquirenti a partita. Roba da Inter-Juve o giù di lì.
Anche tenendo conto del fatto che per acquistare l’evento bisognerebbe in ogni caso avere un pacchetto minimo Sky (ma non sono più i tempi dell’allargamento a tutti i costi), è evidente che dal punto di vista finanziario il discorso non stia in piedi. E allora? Visto che produrre tutte le partite di B rimaste per il 2007-2008 costerebbe 4.620.000 euro, a fronte di ricavi fra l'incerto ed il marginale, è evidente che per prendersi carico di questa grana Sky pretenderebbe che la Figc premesse sulla Rai (dopo averlo fatto con Platini, senza vergognarsi) per un forte sconto sulla subcessione di alcune partite dell’Europeo. Il piano B per tenere buona la…B è che la patata passi totalmente a RaiSport Sat, quindi senza la possibilità di proporre i singoli eventi. I presidenti della B tifano per la seconda soluzione, che tenendo tutto insieme impedirebbe di ‘vedere’ il bluff. Noi tifiamo per la scomparsa di tutte le realtà professionistiche che non interessano al pubblico: il calcio di base non è quello di Cazzola e Corioni.
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Re: Rassegna stampa
Le spine di Rosengard
Il ghetto dentro. Disagio sociale, soglia minima di sopravvivenza, lusinga quotidiana ad imboccare il lato oscuro della strada. Storie di tentazioni e di calcistiche redenzioni, già sentite per molte stelle del calcio mondiale. Un viaggio alla ricerca delle radici di Zlatan Ibrahimovic non può esimerci dal raccontarle di nuovo; quartieri di periferia degradati, squadre composte da figli di immigrati, una piazza formata da suole di scarpe da calcio riciclate e un ispettore di polizia dall’ascendente particolare. In due parole, le origini di Ibra, quando Amsterdam era solo la capitale dell’Olanda e Juventus e Inter nient’altro che sogni da condividere con migliaia di altri ragazzini.
Rosengård non è propriamente uno dei quartieri più “in” di Malmö. Girare per le sue vie armati solo di un’approssimativa conoscenza della lingua inglese non porta molto lontano, salvo non si conoscano anche rudimenti di svedese o, meglio ancora, di turco, arabo, croato, serbo o bosniaco. E’ una zona ad alto tasso di immigrazione e bassa percentuale di occupazione, con circa il 30% dei 260mila abitanti attualmente privi di un lavoro. Il sistema di “protezione sociale” sviluppato dal governo svedese negli ultimi anni costituisce un buon paracadute per la popolazione locale, ma non sempre è sufficiente per garantire integrazione e standard di vita dignitosi. Tempi duri insomma, oggi come quarant’anni fa, quando il bosniaco Sefik Ibrahimovic e la moglie croata Djurka arrivarono in Svezia trovando alloggio in un piccolo e poco confortevole appartamento in un prefabbricato di Rosengård. Lui faceva l’operaio in un cantiere navale, lei la donna delle pulizie. Al loro figlio Zlatan, nato il 3 ottobre 1981 e il cui nome in bosniaco significa “dorato”, piaceva invece giocare a pallone, e se c’era una cosa di cui il suo luogo natio non difettava erano proprio le squadre il calcio, autentico fattore aggregante per i sei-settemila ragazzini appartenenti a oltre 35 differenti nazionalità che giravano per le strade del quartiere. Malmö BI, Flagg, FBK Balkan, il piccolo Zlatan le gira tutte prima di venire cooptato nelle giovanili del club professionistico del Malmö. Il talento comincia ad emergere prepotente nel Balkan, piccolo club nel quale il tempo sembra essersi fermato, dal momento che ancora oggi le sue squadre (quella degli “adulti” gioca nella Södra Götaland, la Terza Divisione del campionato svedese) assomigliano a selezioni in miniatura di uno stato, la Jugoslavia, che la Storia ha frammentato in tanti rivoli. “Aveva un approccio selvaggio alla partita”, ricorda il suo vecchio allenatore Hasib Klikic, “e con la palla tra i piedi tentava di fare di tutto, dribbling, finte, colpi ad effetto. In campo giocava come fosse da solo, non si fidava di compagni che percepiva nettamente inferiori a livello tecnico, ma non si poteva rimproverarlo troppo perché uno-due gol a partita li segnava sempre. In più possedeva una personalità molto forte e detestava perdere. Semplicemente non riusciva ad accettare la sconfitta, e in questo noi l’abbiamo aiutato poco; a quei tempi il Balkan vinceva quasi sempre”.
Tra gli immigrati di Malmö circola il detto, ripreso anche dalla stampa svedese, che, grazie al suo successo, Ibrahimovic “è riuscito a dare un’identità alla gente di Rosengård”. Non è un’esagerazione. Poco meno di un anno fa una piccola piazza nei pressi dei palazzi dove il nostro ha trascorso la sua infanzia è stata rinnovata grazie a un progetto, che prevedeva una pavimentazione fatta con materiale ricavato dal riciclo delle suole di migliaia di scarpe da calcio, presentato da un’azienda locale con l’aiuto del giocatore e di uno dei suoi sponsor, la Nike. All’inaugurazione, assieme a Ibra, c’erano oltre cinquemila persone. Eppure la storia di Zlatan Ibrahimovic sarebbe probabilmente stata molto diversa se all’età di quindici anni non avesse incontrato Johnny Gyllensjo, oggi ispettore presso il Dipartimento Anticrimine della polizia di Malmö, all’epoca allenatore delle giovanili degli Himmelsblått (Blu cielo). “Lascio la squadra”, gli disse un giorno Zlatan durante un allenamento. Il motivo aveva un nome e un cognome, Tony Flygare, amico, compagno di squadra nonché attaccante dalle medie realizzative altissime che oscuravano quelle del ragazzo di origini bosniache, tanto da soffiargli il posto nelle nazionali giovanili svedesi under-16 e under-17. Ci vogliono tutta la pazienza e l’esperienza di Gyllensjo per far desistere Ibra. “A quell’età ciò che conta agli occhi dei ragazzi è segnare, io gli feci capire che il calcio è molto di più. Gli dissi di lasciar perdere la quantità, perché lui era uno dei pochi che aveva il dono della qualità. Oggi Zlatan ha vinto quattro titoli nazionali consecutivi, Flygare gioca nelle serie minori”.
Ibrahimovic è stato aggregato alla prima squadra del Malmö da Roland Andersson nel 1999, ma la prima vera stagione da protagonista l’ha vissuta l’anno successivo quando, con 12 reti in 26 partite, è stato fondamentale per la vittoria del Superettan (la Serie B svedese) e del conseguente ritorno del club, dopo un solo anno di purgatorio, nella massima divisione nazionale. In Svezia la classe di Zlatan cresce di pari passo con la fama di ragazzo bizzoso e difficile, che però gli allenatori tollerano seguendo il proverbio locale secondo il quale “un ragazzo si tiene lontano il fuoco solo quando si è scottato”, ma soprattutto pensando al sempre crescente valore di mercato del giovane, destinato a rimpinguare entro breve tempo le casse del club. L’attesa termina nel luglio 2001 quando l’Ajax, su consiglio di Leo Beenhakker, lo acquista per 8 milioni di euro provocando in Olanda un mezzo cataclisma, con la stampa olandese che carica i fucili contro “la cifra esorbitante spesa dalla società per un lungagnone non ancora ventenne”. Don Leo, come spesso accade, era anni-luce davanti alla critica. Anche parte della stampa italiana peccò in seguito di scarsa lungimiranza. Un paio di settimane prima di trasferirsi alla Juventus Ibrahimovic segnò contro il Nac Breda una meravigliosa rete dopo essersi portato a spasso l’intera retroguardia avversaria. La marcatura venne poi votata miglior gol della Eredivisie 2004/05. Oltre due anni dopo sul sito di un famoso quotidiano sportivo comparve il video della giocata: “Guardate che gol ha segnato Ibra ai tempi dell’Ajax”. Bravi ma lenti.
Il ghetto dentro. Disagio sociale, soglia minima di sopravvivenza, lusinga quotidiana ad imboccare il lato oscuro della strada. Storie di tentazioni e di calcistiche redenzioni, già sentite per molte stelle del calcio mondiale. Un viaggio alla ricerca delle radici di Zlatan Ibrahimovic non può esimerci dal raccontarle di nuovo; quartieri di periferia degradati, squadre composte da figli di immigrati, una piazza formata da suole di scarpe da calcio riciclate e un ispettore di polizia dall’ascendente particolare. In due parole, le origini di Ibra, quando Amsterdam era solo la capitale dell’Olanda e Juventus e Inter nient’altro che sogni da condividere con migliaia di altri ragazzini.
Rosengård non è propriamente uno dei quartieri più “in” di Malmö. Girare per le sue vie armati solo di un’approssimativa conoscenza della lingua inglese non porta molto lontano, salvo non si conoscano anche rudimenti di svedese o, meglio ancora, di turco, arabo, croato, serbo o bosniaco. E’ una zona ad alto tasso di immigrazione e bassa percentuale di occupazione, con circa il 30% dei 260mila abitanti attualmente privi di un lavoro. Il sistema di “protezione sociale” sviluppato dal governo svedese negli ultimi anni costituisce un buon paracadute per la popolazione locale, ma non sempre è sufficiente per garantire integrazione e standard di vita dignitosi. Tempi duri insomma, oggi come quarant’anni fa, quando il bosniaco Sefik Ibrahimovic e la moglie croata Djurka arrivarono in Svezia trovando alloggio in un piccolo e poco confortevole appartamento in un prefabbricato di Rosengård. Lui faceva l’operaio in un cantiere navale, lei la donna delle pulizie. Al loro figlio Zlatan, nato il 3 ottobre 1981 e il cui nome in bosniaco significa “dorato”, piaceva invece giocare a pallone, e se c’era una cosa di cui il suo luogo natio non difettava erano proprio le squadre il calcio, autentico fattore aggregante per i sei-settemila ragazzini appartenenti a oltre 35 differenti nazionalità che giravano per le strade del quartiere. Malmö BI, Flagg, FBK Balkan, il piccolo Zlatan le gira tutte prima di venire cooptato nelle giovanili del club professionistico del Malmö. Il talento comincia ad emergere prepotente nel Balkan, piccolo club nel quale il tempo sembra essersi fermato, dal momento che ancora oggi le sue squadre (quella degli “adulti” gioca nella Södra Götaland, la Terza Divisione del campionato svedese) assomigliano a selezioni in miniatura di uno stato, la Jugoslavia, che la Storia ha frammentato in tanti rivoli. “Aveva un approccio selvaggio alla partita”, ricorda il suo vecchio allenatore Hasib Klikic, “e con la palla tra i piedi tentava di fare di tutto, dribbling, finte, colpi ad effetto. In campo giocava come fosse da solo, non si fidava di compagni che percepiva nettamente inferiori a livello tecnico, ma non si poteva rimproverarlo troppo perché uno-due gol a partita li segnava sempre. In più possedeva una personalità molto forte e detestava perdere. Semplicemente non riusciva ad accettare la sconfitta, e in questo noi l’abbiamo aiutato poco; a quei tempi il Balkan vinceva quasi sempre”.
Tra gli immigrati di Malmö circola il detto, ripreso anche dalla stampa svedese, che, grazie al suo successo, Ibrahimovic “è riuscito a dare un’identità alla gente di Rosengård”. Non è un’esagerazione. Poco meno di un anno fa una piccola piazza nei pressi dei palazzi dove il nostro ha trascorso la sua infanzia è stata rinnovata grazie a un progetto, che prevedeva una pavimentazione fatta con materiale ricavato dal riciclo delle suole di migliaia di scarpe da calcio, presentato da un’azienda locale con l’aiuto del giocatore e di uno dei suoi sponsor, la Nike. All’inaugurazione, assieme a Ibra, c’erano oltre cinquemila persone. Eppure la storia di Zlatan Ibrahimovic sarebbe probabilmente stata molto diversa se all’età di quindici anni non avesse incontrato Johnny Gyllensjo, oggi ispettore presso il Dipartimento Anticrimine della polizia di Malmö, all’epoca allenatore delle giovanili degli Himmelsblått (Blu cielo). “Lascio la squadra”, gli disse un giorno Zlatan durante un allenamento. Il motivo aveva un nome e un cognome, Tony Flygare, amico, compagno di squadra nonché attaccante dalle medie realizzative altissime che oscuravano quelle del ragazzo di origini bosniache, tanto da soffiargli il posto nelle nazionali giovanili svedesi under-16 e under-17. Ci vogliono tutta la pazienza e l’esperienza di Gyllensjo per far desistere Ibra. “A quell’età ciò che conta agli occhi dei ragazzi è segnare, io gli feci capire che il calcio è molto di più. Gli dissi di lasciar perdere la quantità, perché lui era uno dei pochi che aveva il dono della qualità. Oggi Zlatan ha vinto quattro titoli nazionali consecutivi, Flygare gioca nelle serie minori”.
Ibrahimovic è stato aggregato alla prima squadra del Malmö da Roland Andersson nel 1999, ma la prima vera stagione da protagonista l’ha vissuta l’anno successivo quando, con 12 reti in 26 partite, è stato fondamentale per la vittoria del Superettan (la Serie B svedese) e del conseguente ritorno del club, dopo un solo anno di purgatorio, nella massima divisione nazionale. In Svezia la classe di Zlatan cresce di pari passo con la fama di ragazzo bizzoso e difficile, che però gli allenatori tollerano seguendo il proverbio locale secondo il quale “un ragazzo si tiene lontano il fuoco solo quando si è scottato”, ma soprattutto pensando al sempre crescente valore di mercato del giovane, destinato a rimpinguare entro breve tempo le casse del club. L’attesa termina nel luglio 2001 quando l’Ajax, su consiglio di Leo Beenhakker, lo acquista per 8 milioni di euro provocando in Olanda un mezzo cataclisma, con la stampa olandese che carica i fucili contro “la cifra esorbitante spesa dalla società per un lungagnone non ancora ventenne”. Don Leo, come spesso accade, era anni-luce davanti alla critica. Anche parte della stampa italiana peccò in seguito di scarsa lungimiranza. Un paio di settimane prima di trasferirsi alla Juventus Ibrahimovic segnò contro il Nac Breda una meravigliosa rete dopo essersi portato a spasso l’intera retroguardia avversaria. La marcatura venne poi votata miglior gol della Eredivisie 2004/05. Oltre due anni dopo sul sito di un famoso quotidiano sportivo comparve il video della giocata: “Guardate che gol ha segnato Ibra ai tempi dell’Ajax”. Bravi ma lenti.
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Re: Rassegna stampa
Malouda
Uno dei rituali copia-traduci-incolla - mi diverto molto, quando ho tempo come oggi, a vedere gli articoli in originale poi scoprire dopo quanto tempo escono qui in Italia - è quello sulle dichiarazioni di Florent Malouda, che racconta aspetti non edificanti del calcio inglese: preparazione tattica approssimativa, alimentazione non sempre corretta, gioco frenetico e sragionato. Ora, a parte che l'albo d'oro delle coppe europee parrebbe dare abbastanza ragione a questi metodi, c'è una cosa cruciale da dire: dove sarebbe la novità? Dire che la Premier League è il più bel campionato del mondo significa normalmente rilevare la bellezza delle partite su molti piani, compreso quello ambientale, ma non penso che una persona di media intelligenza e media conoscenza del calcio possa dire che il livello tecnico e soprattutto tattico della ex Premiership (sì, perché questo era il nome ufficiale fino al 2006, anche se qui da noi non se n'era accorto nessuno) sia superiore a quello della Liga o del campionato italiano.
Credo di averlo già scritto oltre un mese fa, quando era sorta l'ipotesi di far disputare alcune partite di Premier League in Asia: sradicate dal loro splendido ambiente, che alla faccia delle considerazioni italiane sul "modello inglese" conserva un 5% - numero che butto lì, senza basi scientifiche - di brutalità e ferocia, alcune partite sarebbero semplicemente pessime esibizioni di calcio in un'atmosfera del tutto inadatta.
E' il motivo per cui è fondamentale che in Inghilterra non si perdano mai l'ambientazione strepitosa, l'atmosfera di fondo, la partecipazione dei tifosi, l'architettura benevola, anche negli impianti nuovi, degli stadi: senza il contorno, il calcio di per sé non sarebbe eccezionale, e comunque non sarebbe superiore a quello di altri paesi. Ragione per cui non c'è da strapparsi i capelli se la nazionale non vince mai nulla, anche perché basta seguire una partita dal vivo per sentire che al giocatore in possesso di palla viene chiesto insistentemente di spingersi in avanti, e dunque non è facile, in situazioni come quelle, sviluppare tendenze calcistiche ragionatrici e moderate.
Sempre successo, sempre visto, sempre saputo, e allora le segnalazioni di Malouda, cui viene dato spazio dai tabloid perché creano clamore, sono l'equivalente calcistico del "cane morde uomo" di giornalistica memoria. Ovvero, una non-novità, fatta passare qui, e lassù, come rivelazione sconvolgente.
E per ribadire il concetto: un tizio, nel forum Gazzetta, ne approfitta per ribadire la propria convinzione, certamente frutto di lungo studio e applicazione nonché frequentazione di decine di stadi inglesi, che il calcio inglese è sopravvalutato. E' uno dei motivi per cui di norma i forum nemmeno li sfioro: chi ha mai detto che il calcio inglese era il migliore del mondo? L'odio di alcune persone è così forte e dissennato che porta a farneticare. Sarebbe come scoprire che la Ferrari che ha vinto il Mondiale di formula 1 (l'ha vinto, giusto?) ha un alettone storto e la vernice male applicata e commentare "sempre detto che era una macchina del cavolo".
http://vecchio23.blogspot.com/2007/12/malouda.html
Qualcuno (Reverendo? Ze_ginus? Mahor?) conosce qualche blog con articoli/analisi interessanti (astenersi puttanate faziose)?
Uno dei rituali copia-traduci-incolla - mi diverto molto, quando ho tempo come oggi, a vedere gli articoli in originale poi scoprire dopo quanto tempo escono qui in Italia - è quello sulle dichiarazioni di Florent Malouda, che racconta aspetti non edificanti del calcio inglese: preparazione tattica approssimativa, alimentazione non sempre corretta, gioco frenetico e sragionato. Ora, a parte che l'albo d'oro delle coppe europee parrebbe dare abbastanza ragione a questi metodi, c'è una cosa cruciale da dire: dove sarebbe la novità? Dire che la Premier League è il più bel campionato del mondo significa normalmente rilevare la bellezza delle partite su molti piani, compreso quello ambientale, ma non penso che una persona di media intelligenza e media conoscenza del calcio possa dire che il livello tecnico e soprattutto tattico della ex Premiership (sì, perché questo era il nome ufficiale fino al 2006, anche se qui da noi non se n'era accorto nessuno) sia superiore a quello della Liga o del campionato italiano.
Credo di averlo già scritto oltre un mese fa, quando era sorta l'ipotesi di far disputare alcune partite di Premier League in Asia: sradicate dal loro splendido ambiente, che alla faccia delle considerazioni italiane sul "modello inglese" conserva un 5% - numero che butto lì, senza basi scientifiche - di brutalità e ferocia, alcune partite sarebbero semplicemente pessime esibizioni di calcio in un'atmosfera del tutto inadatta.
E' il motivo per cui è fondamentale che in Inghilterra non si perdano mai l'ambientazione strepitosa, l'atmosfera di fondo, la partecipazione dei tifosi, l'architettura benevola, anche negli impianti nuovi, degli stadi: senza il contorno, il calcio di per sé non sarebbe eccezionale, e comunque non sarebbe superiore a quello di altri paesi. Ragione per cui non c'è da strapparsi i capelli se la nazionale non vince mai nulla, anche perché basta seguire una partita dal vivo per sentire che al giocatore in possesso di palla viene chiesto insistentemente di spingersi in avanti, e dunque non è facile, in situazioni come quelle, sviluppare tendenze calcistiche ragionatrici e moderate.
Sempre successo, sempre visto, sempre saputo, e allora le segnalazioni di Malouda, cui viene dato spazio dai tabloid perché creano clamore, sono l'equivalente calcistico del "cane morde uomo" di giornalistica memoria. Ovvero, una non-novità, fatta passare qui, e lassù, come rivelazione sconvolgente.
E per ribadire il concetto: un tizio, nel forum Gazzetta, ne approfitta per ribadire la propria convinzione, certamente frutto di lungo studio e applicazione nonché frequentazione di decine di stadi inglesi, che il calcio inglese è sopravvalutato. E' uno dei motivi per cui di norma i forum nemmeno li sfioro: chi ha mai detto che il calcio inglese era il migliore del mondo? L'odio di alcune persone è così forte e dissennato che porta a farneticare. Sarebbe come scoprire che la Ferrari che ha vinto il Mondiale di formula 1 (l'ha vinto, giusto?) ha un alettone storto e la vernice male applicata e commentare "sempre detto che era una macchina del cavolo".
http://vecchio23.blogspot.com/2007/12/malouda.html
Qualcuno (Reverendo? Ze_ginus? Mahor?) conosce qualche blog con articoli/analisi interessanti (astenersi puttanate faziose)?
- Jakala
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Re: Rassegna stampa
Gran sito quello di Olivari.
Consiglio anche il suo libro su Cialtronia preso prima che scoppiasse lo scandalo di Moggi sembra profetico.
Consiglio anche il suo libro su Cialtronia preso prima che scoppiasse lo scandalo di Moggi sembra profetico.
Hope is a lying bitch
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Re: Rassegna stampa
Bellissimomargheritoni10 wrote: Le spine di Rosengard.
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- margheritoni10
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Re: Rassegna stampa
Il bello (o il brutto se lo guardiamo dal lato sociale) è che anche nel calcio c'è pieno di storie di questo tipo (anche peggio purtroppo)... non sono esclusiva dei fratelli ammeregani. Il problema è che non si può scrivere articoli di questo tipo con le fanzine delle società o con i fax dell'ANSA; bisogna alzare il culo, fare ricerche, magari viaggiare nei luogi d'origine.... ed avere la fortuna di trovare un editore che un minimo di etica (non commerciale). Alla fine conviene fare un pò di fantamercato alla cazzo che tira di più....
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Re: Rassegna stampa
Davvero splendido articolo, basato so solide e documentate fonti e scritto con uno stile decisamente accattivante, quasi più da scrittore che da giornalista. A dirla tutta sembra quasi un racconto più che storia vera. :lol2: Posso sapere chi è l'autore? (visto che è l'unico che non hai citato :D).margheritoni10 wrote: Il bello (o il brutto se lo guardiamo dal lato sociale) è che anche nel calcio c'è pieno di storie di questo tipo (anche peggio purtroppo)... non sono esclusiva dei fratelli ammeregani. Il problema è che non si può scrivere articoli di questo tipo con le fanzine delle società o con i fax dell'ANSA; bisogna alzare il culo, fare ricerche, magari viaggiare nei luogi d'origine.... ed avere la fortuna di trovare un editore che un minimo di etica (non commerciale). Alla fine conviene fare un pò di fantamercato alla cazzo che tira di più....

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- margheritoni10
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Re: Rassegna stampa
Hai ragione. Non ricordo il nome dell'autore ma l'ho preso dalla settimana sportiva (ora però il sito non è raggiungibile.. :D)
- Mahor
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Re: Rassegna stampa
Sinceramente tendo ad evitare i blog proprio perché l'idea che ho di un blog è che sia facile incappare in puttanate faziose...margheritoni10 wrote: Qualcuno (Reverendo? Ze_ginus? Mahor?) conosce qualche blog con articoli/analisi interessanti (astenersi puttanate faziose)?
E la faziosità spesso è davvero fastidiosa.
Però sinceramente non mi sono proprio mai interessato alla questione, quindi non saprei minimamente dire se per la rete ci possano essere o meno blog validi, in questo senso.
Probabile che tra la miriade di blog che esisteranno qualcuno degno di nota ci sia, comunque.
Quindi rilancio a te... se ne conosci qualcuno degno linkamelo, se ti va... leggerei volentieri.
Venendo ai due pezzi che hai riportato...
Per quello che riguarda il primo concordo sia con la tua visione dello stesso che con quella di Dazed...
Per quanto riguarda quello sulla Premier, invece, resto un po' "così"... il merito di quanto viene detto è sicuramente verità (io direi che se parliamo di aspetto tattico di un campionato l'Italia sta avanti anche alla Liga, che invece viene in un certo qualmodo paragonata al nostro campionato...) ma non apprezzo un granché la forma con cui questa verità venga portata avanti.
Non so... percepisco come una sorta di acidità latente che non mi fa gustare il pezzo... cosa invece che non percepisco nel pezzo su Ibra che risulta appunto essere molto godibile anche nella sua forma, oltre che nella sostanza.
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- Jakala
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Re: Rassegna stampa
di Alec Cordolcini fonte: Eurocalcio numero 85Dazed and Confused wrote: A dirla tutta sembra quasi un racconto più che storia vera. :lol2: Posso sapere chi è l'autore? (visto che è l'unico che non hai citato :D).
Sul sito c'è anche la mail dell'autore se vuoi scrivergli
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- Vic Vega
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Re: Rassegna stampa
Sullo stesso sito ho letto articoli interessantissimi non soltanto sul calcio, ma anche sul tennis e (in misura minore) sulla pallacanestro.
Ieri è apparso questo pesso, a firma di Stefano Olivari, su un fatto piuttosto noto e molto oscuro:
Fra i mille retroscena sporchi nella storia del torneo uno fra i meno segreti riguarda la goleada dell'Argentina sul Perù al Mondiale 1978, quello che la Nazionale di Menotti doveva vincere non solo come paese ospitante ma anche per coprire i crimini della giunta militare al potere: non che il mondo dello sport abbia fatto passi in avanti, dal punto di vista dell'etica, visto che trent'anni dopo si regala l'Olimpiade ad uno degli stati più criminali del pianeta. Mentre nel paese dell'operetta, dei borghi e dei prodotti dop si ha paura ad incontrare il Dalai Lama...Tornando al fatto per così dire sportivo, quest'episodio ha avuto un revival negli ultimi giorni grazie ad una intervista rilasciata da Fernando Rodriguez Mondragon ad una radio colombiana. Figlio di uno dei più famosi capi del narcotraffico colombiano, Gilberto Rodriguez Orejuela (fra l'altro ex finanziatore dell'America di Calì), ma soprattutto scrittore di un libro che deve essere lanciato, 'Il figlio dello scacchista', ha regalato al pubblico una ricostruzione piuttosto vaga: ''Mio zio Miguel ha avuto modo di parlare con un grande dirigente del calcio mondiale, il quale gli ha confessato dei soldi che ci sono stati per sistemare quella partita e mettere fuori dalla finale il Brasile''. Una cosa tanto fumosa quanto verosimile (che non vuol dire vera), utile per un lancio di agenzia in tutto il mondo almeno al pari della presunta amicizia della sua famiglia con Maradona.
Ma come andarono veramente le cose? Ricordiamo in breve la situazione: in uno dei due gironi a quattro che avrebbero designato le finaliste (le prime per il primo posto, le seconde per il terzo) c'erano i padroni di casa finiti lì grazie al gol di Bettega, il Brasile, la Polonia ed Il Perù. Inutile precisare chi fossero le favorite, anche se la Polonia ai reduci del 1974, da Deyna a Lato, aveva aggiunto il giovane Boniek. Il 14 giugno a Mendoza il Brasile distrusse i peruviani con doppietta di Dirceu e rigore di uno Zico semi-infortunato, mentre a Rosario due gol di Kempes stesero i polacchi in una partita per loro piena di rimpianti (primo fra tutti il rigore sbagliato da Deyna sull'uno a zero). Il 18 giugno a Mendoza la Polonia battè il Perù con un gol di Szarmach (anche se viene ricordato di più il fallaccio di Ramon Quiroga su Lato) mentre a Rosario Brasile e Argentina si controllarono con un numero spropositato di falli, in una partita già ricordata in questa rubrica, quella in cui Mendonca fu di nuovo preferito a Zico. L'ultima giornata del girone era prevista per il 21 giugno, con orari sfalsati: alle 16 e 45 a Mendoza Brasile-Polonia, alle 19 e 15 al Gigante di Rosario Argentina-Perù. Zico partì titolare, ma si fece male quasi subito, con gli uomini di Claudio Coutinho che ebbero problemi solo nel primo tempo con Lato che pareggiò il vantaggio ad opera di Nelinho. Nella ripresa le prodezze di Mendonca e Dirceu, unite ai due gol di Roberto Dinamite diedero ai verdeoro un tre a uno che li portò a cinque punti, con sei gol fatti ed uno subito. L'Argentina si trovava quindi, prima di scendere in campo, con tre punti, due gol fatti e zero subiti. Traduzione: per superare il Brasile ed arrivare alla finale per il primo posto si doveva battere il demotivato Perù con tre gol di scarto, ma segnandone almeno cinque (un ipotetico quattro a uno avrebbe eguagliato sia gol fatti che subiti dalle due grandi sudamericane), oppure direttamente con quattro gol di scarto. E qui si parla del già citato Quiroga.
Portiere della nazionale peruviana, con un soprannome di quelli che non si negano a nessuno ('El Loco', il matto) ed una caratteristica curiosa: la nazionalità argentina. Già, perché Quiroga è di Rosario: esattamente la Rosario dove si sarebbe giocata Argentina-Perù. Non solo, ma era arrivato al calcio che conta con il Rosario Central, dove a dispetto della bassa statura si era fatto conoscere in tutto il continente per la sua abilità soprattutto nelle uscite. Nel 1973, a 23 anni, i peruviani dello Sporting Cristal gli offrirono un buon contratto e lì fra alterne fortune rimase un paio d'anni, quando ritornò in patria (l'Argentina, precisiamo) all'Independiente. Nel 1977 altra svolta: lo Sporting Cristal gli offrì un altro contratto, con la prospettiva di naturalizzarsi e quindi di giocare un Mondiale che come argentino gli era chiaramente precluso visto che Menotti gli preferiva Fillol come titolare e gli avrebbe preferito i più affidabili Lavolpe (il futuro c.t. messicano ed allenatore di tanti club) e Baley come rincalzi, dopo aver fatto fuori l'altro 'Loco' (diciamo l'originale) Hugo Gatti. Quiroga accettò e gli regalarono il passaporto peruviano: tutto bene, anche al Mondiale (nel girone iniziale fu il migliore in campo contro l'Olanda allenata da Ernst Happel), con prestazioni all'altezza della sua fama. Mai a Rosario, però: a Cordoba con Scozia e Iran, a Mendoza con Olanda, Brasile e Polonia. Fino a quel 21 giugno. In Brasile hanno vinto tanto perché hanno fenomeni in campo ma anche dirigenti che sanno come va il mondo: prima della partita segnalarono alla federazione peruviana l'opportunità di schierare titolare Sartor e probabilmente accompagnarono la segnalazione da promesse di vario tipo. Ma si può sempre dare di più, il c.t. Marcos Calderon (morto nel 1987 con tutto l'Alianza Lima nella famosa tragedia aerea) non sentì ragioni, e Quiroga scese in campo. Nella sua città, nel suo stadio, davanti a tutta la sua gente, che non lo conosceva come Loco ma come 'Chupete' (intraducibile, il concetto è 'bambino che rompe le palle'), sul campo di cui conosceva ogni filo d'erba, difendendo la porta di una squadra demotivata contro la sua vera nazionale e la sua vera nazione. A pensarci bene non ci sono grandi retroscena...
In quella specie di museo dell'inutilità che è la nostra casa esiste ancora il Betamax di quella partita, peccato che non siamo più in grado di leggerlo. Ma grazie a chi è stato più previdente di noi abbiamo potuto di recente rivedere una partita non ancora passata su EspnClassic. L'impressione è stata la stessa di 29 anni fa: se Quiroga aveva detto 'prego, accomodatevi' agli argentini, di sicuro non era stato il solo. Anzi, a dirla tutta sullo zero a zero ma anche per quasi tutto il primo tempo (solo al 43' Tarantini segnò il secondo gol, dopo il vantaggio di Kempes) Quiroga fece la sua parte con dignità, come pochi suoi compagni (fra questi Munante, che colpì anche un palo). Poi il dilagare dei futuri campioni del mondo: Kempes, Luque, Houseman, ancora Luque, fino al sei a zero finale. In nessuna occasione Quiroga sembra scandaloso, nemmeno con gli occhi di oggi. E allora? Qualche anno dopo si parlò di aiuti di stato promessi dall'Argentina al governo peruviano, e lo stesso Quiroga in uno dei non rari momenti di ubriachezza fece delle mezze ammissioni poi ritrattate. Insomma, dell'intervento dei narcos non c'era bisogno. L'unica certezza è che la patria può entusiasmare, fare schifo o essere indifferente, ma di sicuro non si può scegliere.
Ieri è apparso questo pesso, a firma di Stefano Olivari, su un fatto piuttosto noto e molto oscuro:
Fra i mille retroscena sporchi nella storia del torneo uno fra i meno segreti riguarda la goleada dell'Argentina sul Perù al Mondiale 1978, quello che la Nazionale di Menotti doveva vincere non solo come paese ospitante ma anche per coprire i crimini della giunta militare al potere: non che il mondo dello sport abbia fatto passi in avanti, dal punto di vista dell'etica, visto che trent'anni dopo si regala l'Olimpiade ad uno degli stati più criminali del pianeta. Mentre nel paese dell'operetta, dei borghi e dei prodotti dop si ha paura ad incontrare il Dalai Lama...Tornando al fatto per così dire sportivo, quest'episodio ha avuto un revival negli ultimi giorni grazie ad una intervista rilasciata da Fernando Rodriguez Mondragon ad una radio colombiana. Figlio di uno dei più famosi capi del narcotraffico colombiano, Gilberto Rodriguez Orejuela (fra l'altro ex finanziatore dell'America di Calì), ma soprattutto scrittore di un libro che deve essere lanciato, 'Il figlio dello scacchista', ha regalato al pubblico una ricostruzione piuttosto vaga: ''Mio zio Miguel ha avuto modo di parlare con un grande dirigente del calcio mondiale, il quale gli ha confessato dei soldi che ci sono stati per sistemare quella partita e mettere fuori dalla finale il Brasile''. Una cosa tanto fumosa quanto verosimile (che non vuol dire vera), utile per un lancio di agenzia in tutto il mondo almeno al pari della presunta amicizia della sua famiglia con Maradona.
Ma come andarono veramente le cose? Ricordiamo in breve la situazione: in uno dei due gironi a quattro che avrebbero designato le finaliste (le prime per il primo posto, le seconde per il terzo) c'erano i padroni di casa finiti lì grazie al gol di Bettega, il Brasile, la Polonia ed Il Perù. Inutile precisare chi fossero le favorite, anche se la Polonia ai reduci del 1974, da Deyna a Lato, aveva aggiunto il giovane Boniek. Il 14 giugno a Mendoza il Brasile distrusse i peruviani con doppietta di Dirceu e rigore di uno Zico semi-infortunato, mentre a Rosario due gol di Kempes stesero i polacchi in una partita per loro piena di rimpianti (primo fra tutti il rigore sbagliato da Deyna sull'uno a zero). Il 18 giugno a Mendoza la Polonia battè il Perù con un gol di Szarmach (anche se viene ricordato di più il fallaccio di Ramon Quiroga su Lato) mentre a Rosario Brasile e Argentina si controllarono con un numero spropositato di falli, in una partita già ricordata in questa rubrica, quella in cui Mendonca fu di nuovo preferito a Zico. L'ultima giornata del girone era prevista per il 21 giugno, con orari sfalsati: alle 16 e 45 a Mendoza Brasile-Polonia, alle 19 e 15 al Gigante di Rosario Argentina-Perù. Zico partì titolare, ma si fece male quasi subito, con gli uomini di Claudio Coutinho che ebbero problemi solo nel primo tempo con Lato che pareggiò il vantaggio ad opera di Nelinho. Nella ripresa le prodezze di Mendonca e Dirceu, unite ai due gol di Roberto Dinamite diedero ai verdeoro un tre a uno che li portò a cinque punti, con sei gol fatti ed uno subito. L'Argentina si trovava quindi, prima di scendere in campo, con tre punti, due gol fatti e zero subiti. Traduzione: per superare il Brasile ed arrivare alla finale per il primo posto si doveva battere il demotivato Perù con tre gol di scarto, ma segnandone almeno cinque (un ipotetico quattro a uno avrebbe eguagliato sia gol fatti che subiti dalle due grandi sudamericane), oppure direttamente con quattro gol di scarto. E qui si parla del già citato Quiroga.
Portiere della nazionale peruviana, con un soprannome di quelli che non si negano a nessuno ('El Loco', il matto) ed una caratteristica curiosa: la nazionalità argentina. Già, perché Quiroga è di Rosario: esattamente la Rosario dove si sarebbe giocata Argentina-Perù. Non solo, ma era arrivato al calcio che conta con il Rosario Central, dove a dispetto della bassa statura si era fatto conoscere in tutto il continente per la sua abilità soprattutto nelle uscite. Nel 1973, a 23 anni, i peruviani dello Sporting Cristal gli offrirono un buon contratto e lì fra alterne fortune rimase un paio d'anni, quando ritornò in patria (l'Argentina, precisiamo) all'Independiente. Nel 1977 altra svolta: lo Sporting Cristal gli offrì un altro contratto, con la prospettiva di naturalizzarsi e quindi di giocare un Mondiale che come argentino gli era chiaramente precluso visto che Menotti gli preferiva Fillol come titolare e gli avrebbe preferito i più affidabili Lavolpe (il futuro c.t. messicano ed allenatore di tanti club) e Baley come rincalzi, dopo aver fatto fuori l'altro 'Loco' (diciamo l'originale) Hugo Gatti. Quiroga accettò e gli regalarono il passaporto peruviano: tutto bene, anche al Mondiale (nel girone iniziale fu il migliore in campo contro l'Olanda allenata da Ernst Happel), con prestazioni all'altezza della sua fama. Mai a Rosario, però: a Cordoba con Scozia e Iran, a Mendoza con Olanda, Brasile e Polonia. Fino a quel 21 giugno. In Brasile hanno vinto tanto perché hanno fenomeni in campo ma anche dirigenti che sanno come va il mondo: prima della partita segnalarono alla federazione peruviana l'opportunità di schierare titolare Sartor e probabilmente accompagnarono la segnalazione da promesse di vario tipo. Ma si può sempre dare di più, il c.t. Marcos Calderon (morto nel 1987 con tutto l'Alianza Lima nella famosa tragedia aerea) non sentì ragioni, e Quiroga scese in campo. Nella sua città, nel suo stadio, davanti a tutta la sua gente, che non lo conosceva come Loco ma come 'Chupete' (intraducibile, il concetto è 'bambino che rompe le palle'), sul campo di cui conosceva ogni filo d'erba, difendendo la porta di una squadra demotivata contro la sua vera nazionale e la sua vera nazione. A pensarci bene non ci sono grandi retroscena...
In quella specie di museo dell'inutilità che è la nostra casa esiste ancora il Betamax di quella partita, peccato che non siamo più in grado di leggerlo. Ma grazie a chi è stato più previdente di noi abbiamo potuto di recente rivedere una partita non ancora passata su EspnClassic. L'impressione è stata la stessa di 29 anni fa: se Quiroga aveva detto 'prego, accomodatevi' agli argentini, di sicuro non era stato il solo. Anzi, a dirla tutta sullo zero a zero ma anche per quasi tutto il primo tempo (solo al 43' Tarantini segnò il secondo gol, dopo il vantaggio di Kempes) Quiroga fece la sua parte con dignità, come pochi suoi compagni (fra questi Munante, che colpì anche un palo). Poi il dilagare dei futuri campioni del mondo: Kempes, Luque, Houseman, ancora Luque, fino al sei a zero finale. In nessuna occasione Quiroga sembra scandaloso, nemmeno con gli occhi di oggi. E allora? Qualche anno dopo si parlò di aiuti di stato promessi dall'Argentina al governo peruviano, e lo stesso Quiroga in uno dei non rari momenti di ubriachezza fece delle mezze ammissioni poi ritrattate. Insomma, dell'intervento dei narcos non c'era bisogno. L'unica certezza è che la patria può entusiasmare, fare schifo o essere indifferente, ma di sicuro non si può scegliere.
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Re: Rassegna stampa
Sono contento, visto che non sono il solo a pensarla a questo modo.L'impressione è stata la stessa di 29 anni fa: se Quiroga aveva detto 'prego, accomodatevi' agli argentini, di sicuro non era stato il solo. Anzi, a dirla tutta sullo zero a zero ma anche per quasi tutto il primo tempo (solo al 43' Tarantini segnò il secondo gol, dopo il vantaggio di Kempes) Quiroga fece la sua parte con dignità, come pochi suoi compagni (fra questi Munante, che colpì anche un palo). Poi il dilagare dei futuri campioni del mondo: Kempes, Luque, Houseman, ancora Luque, fino al sei a zero finale. In nessuna occasione Quiroga sembra scandaloso, nemmeno con gli occhi di oggi. E allora? Qualche anno dopo si parlò di aiuti di stato promessi dall'Argentina al governo peruviano, e lo stesso Quiroga in uno dei non rari momenti di ubriachezza fece delle mezze ammissioni poi ritrattate.


Max Giordan: adesso che ci penso: ma una foto normale tuo fratello ce l'ha? o sulla patente ha la foto sul cesso?
Dazed: Guarda che è Koufax!
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BruceSmith
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Re: Rassegna stampa
articolo di qualche anno fa, da "Il Manifesto".
Van Basten, la regola nell'eccezione
ANDREA SCANZI
Van Gogh è solo. Si è rifugiato ad Arles, attratto dai colori caldi del sud della Francia. Nessuno crede al suo valore.
Gli è rimasto l'ideale della comune di artisti, dell'«Atelier du Midi». Per questo, prende in affitto l'ala destra della
«Casa Gialla», sulla Place Lamartine. Suo fratello, Theo, intercede con Gauguin perché sia lui il primo ospite della comune. Gauguin, già affermato, non è convinto. Non stima Van Gogh. Teme l'uomo e ridimensiona l'artista. Per invogliarlo, Van Gogh dipinge una serie di pitture con il tema dei girasoli. La celebre «pittura giallo-in-giallo» nasce, quindi, come ornamento della Casa Gialla. Alla fine, Gauguin accetta. Lo scontro è tra due visioni opposte di creazione: da una parte quella di Gauguin, accademica e razionale («l'astrazione della pittura che viene dalla testa»), dall'altra quella di Van Gogh, istintiva, passionale («è troppo romantico, schiavo dei capricci - scriverà Gauguin - quando dà il colore ama la casualità dell'impasto, e io odio l'esecuzione disordinata»). Il sogno della comune non dura più di due mesi. Van Gogh ne celebra il funerale con due quadri, «La sedia di Van Gogh ad Arles» e «La sedia di Gauguin ad Arles». La prima è una sedia semplice, povera, di legno; i colori sono giallo e viola, rappresentano il giorno e la speranza. La seconda è una poltrona pomposa, con candela e libro, segno di cultura e ambizione; il tutto è oscurato dal rosso e il verde dell'ambiente, a simboleggiare la notte e le speranze perdute: Gauguin ha portato la notte nella vita di Van Gogh. Il 23 dicembre 1888, vittima di allucinazioni, Van Gogh si taglia con un rasoio la parte inferiore del lobo sinistro, poi la incarta e la regala a una prostituta. Spontaneamente, si fa ricoverare nella casa di cura per malati mentali a Saint-Paul-de-Mausole, poi si trasferisce ad Auvers-sur-Oise. Tra una crisi e l'altra, dipinge, a volte splendidamente, innamorandosi dei cipressi («in quanto a linee e proporzioni, sono belli come un obelisco egizio»). Il 27 luglio 1890, si spara nella sua camera di Auvers. Muore due giorni dopo, nella notte, a 37 anni. Cento anni dopo le due sedie, un altro olandese abbraccia «la casualità dell'impasto dei colori», e delle azioni. E' il 5 aprile 1989. Nulla, in Marco Van Basten, somiglierà a Gauguin. Il cross dalla tre-quarti di Tassotti, destinato a esaurirsi al limite dell'area, impone la scelta ragionevole («la pittura che viene dalla testa») di uno stop-sinistro e tiro-destro. Quando arriva a Van Basten, oltretutto, la palla ha quasi toccato terra. Lì, non altrove, l'artista si fece invece rivoluzione. Lì, non altrove, tutti capirono il senso del gol
a Dassaev un anno prima: non eccezione, ma regola nell'eccezione. Van Basten, quella notte, finse di violare l'anelito del volo, virando nel suo senso più oscenamente distante, addirittura azzardando l'inclinazione del moto contrario: un colpo di testa, volto di per sé all'alto, che lì piuttosto si ridisegnava, si violentava, nasceva da basso, verso terra, radente all'erba del Bernabeu. Fu, più che un gol, l'oscenità dell'eretica estetica. Il definitivo oltraggio all'accademico.
Van Basten seguì interamente Van Gogh. Pagando pure lui, di lì a poco, dazio.
In quei giorni, Guccini cantava così: «Non siamo la polvere di un angolo tetro/ né un sasso tirato in un vetro/ lo schiocco del sole in un campo di grano/ non siamo, non siamo, non siamo». Van Basten lo si è immaginato soltanto.
Non è mai esistito. Non era. Non è stato. Non è. E l'unica sua cosa umana fu il dazio al razionale.
La caviglia. Quella caviglia come una sedia, gialla e viola. Una sedia che prima scricchiola, e poi va giù.
Van Basten, la regola nell'eccezione
ANDREA SCANZI
Van Gogh è solo. Si è rifugiato ad Arles, attratto dai colori caldi del sud della Francia. Nessuno crede al suo valore.
Gli è rimasto l'ideale della comune di artisti, dell'«Atelier du Midi». Per questo, prende in affitto l'ala destra della
«Casa Gialla», sulla Place Lamartine. Suo fratello, Theo, intercede con Gauguin perché sia lui il primo ospite della comune. Gauguin, già affermato, non è convinto. Non stima Van Gogh. Teme l'uomo e ridimensiona l'artista. Per invogliarlo, Van Gogh dipinge una serie di pitture con il tema dei girasoli. La celebre «pittura giallo-in-giallo» nasce, quindi, come ornamento della Casa Gialla. Alla fine, Gauguin accetta. Lo scontro è tra due visioni opposte di creazione: da una parte quella di Gauguin, accademica e razionale («l'astrazione della pittura che viene dalla testa»), dall'altra quella di Van Gogh, istintiva, passionale («è troppo romantico, schiavo dei capricci - scriverà Gauguin - quando dà il colore ama la casualità dell'impasto, e io odio l'esecuzione disordinata»). Il sogno della comune non dura più di due mesi. Van Gogh ne celebra il funerale con due quadri, «La sedia di Van Gogh ad Arles» e «La sedia di Gauguin ad Arles». La prima è una sedia semplice, povera, di legno; i colori sono giallo e viola, rappresentano il giorno e la speranza. La seconda è una poltrona pomposa, con candela e libro, segno di cultura e ambizione; il tutto è oscurato dal rosso e il verde dell'ambiente, a simboleggiare la notte e le speranze perdute: Gauguin ha portato la notte nella vita di Van Gogh. Il 23 dicembre 1888, vittima di allucinazioni, Van Gogh si taglia con un rasoio la parte inferiore del lobo sinistro, poi la incarta e la regala a una prostituta. Spontaneamente, si fa ricoverare nella casa di cura per malati mentali a Saint-Paul-de-Mausole, poi si trasferisce ad Auvers-sur-Oise. Tra una crisi e l'altra, dipinge, a volte splendidamente, innamorandosi dei cipressi («in quanto a linee e proporzioni, sono belli come un obelisco egizio»). Il 27 luglio 1890, si spara nella sua camera di Auvers. Muore due giorni dopo, nella notte, a 37 anni. Cento anni dopo le due sedie, un altro olandese abbraccia «la casualità dell'impasto dei colori», e delle azioni. E' il 5 aprile 1989. Nulla, in Marco Van Basten, somiglierà a Gauguin. Il cross dalla tre-quarti di Tassotti, destinato a esaurirsi al limite dell'area, impone la scelta ragionevole («la pittura che viene dalla testa») di uno stop-sinistro e tiro-destro. Quando arriva a Van Basten, oltretutto, la palla ha quasi toccato terra. Lì, non altrove, l'artista si fece invece rivoluzione. Lì, non altrove, tutti capirono il senso del gol
a Dassaev un anno prima: non eccezione, ma regola nell'eccezione. Van Basten, quella notte, finse di violare l'anelito del volo, virando nel suo senso più oscenamente distante, addirittura azzardando l'inclinazione del moto contrario: un colpo di testa, volto di per sé all'alto, che lì piuttosto si ridisegnava, si violentava, nasceva da basso, verso terra, radente all'erba del Bernabeu. Fu, più che un gol, l'oscenità dell'eretica estetica. Il definitivo oltraggio all'accademico.
Van Basten seguì interamente Van Gogh. Pagando pure lui, di lì a poco, dazio.
In quei giorni, Guccini cantava così: «Non siamo la polvere di un angolo tetro/ né un sasso tirato in un vetro/ lo schiocco del sole in un campo di grano/ non siamo, non siamo, non siamo». Van Basten lo si è immaginato soltanto.
Non è mai esistito. Non era. Non è stato. Non è. E l'unica sua cosa umana fu il dazio al razionale.
La caviglia. Quella caviglia come una sedia, gialla e viola. Una sedia che prima scricchiola, e poi va giù.
lele_warriors wrote: mi auguro vi tirino sotto a voi senza motivo
IL Poz wrote: Ah se c'è Brusmit non vengo.
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Re: Rassegna stampa
Vedi che anche i comunisti hanno la cultura del bello? :lol2:
Apparte gli scherzi, gran bel pezzo.
Venghino siori venghino con quanto di buono si trova in rete.
Apparte gli scherzi, gran bel pezzo.
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- Teo
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Re: Rassegna stampa
Marghe, mi dici quali erano i tuoi giocatori simbolo del Milan di Sacchi e del Milan di Capello?
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